Perché mi sento sempre in difetto, anche quando va tutto bene?
Ci sono persone che ottengono risultati importanti, ricevono complimenti, costruiscono relazioni soddisfacenti e, nonostante tutto, continuano a sentirsi in difetto. Altre, invece, quella sensazione la vivono ancora prima di mettersi in gioco. Evitano nuove esperienze, rinunciano a opportunità o rimangono bloccate perché profondamente convinte di non essere abbastanza brave, preparate o capaci. È una sensazione difficile da spiegare. Come se ci fosse sempre qualcosa da migliorare, un dettaglio da correggere, un obiettivo ancora da raggiungere. Non importa quanto ci si impegni o quanto gli altri ci riconoscano il proprio valore: la sensazione di non essere abbastanza continua a tornare.
Potevo fare meglio
Il problema è che questa esperienza non riguarda soltanto chi sta attraversando un momento difficile. Può comparire anche quando il lavoro procede bene, le relazioni sono soddisfacenti e la vita, vista dall’esterno, sembra andare nella direzione giusta. Eppure, dentro di noi, rimane quella voce che continua a ripetere: “Potevo fare meglio.” È come se il nostro sguardo fosse allenato a cercare ciò che manca, invece di riconoscere ciò che c’è. Nel mio lavoro come psicologo e psicoterapeuta incontro spesso persone che arrivano in terapia convinte di avere problemi molto diversi tra loro. C’è chi parla del proprio corpo, chi del lavoro, chi delle relazioni. Con il tempo, però, emerge un filo conduttore comune: la continua sensazione di essere in difetto rispetto a se stessi, in relazione agli altri oppure rispetto al contesto.
Quando il difetto ha la forma di due chili
L., nome di fantasia, arriva in studio parlando del proprio peso, conduce una vita normale, lavora, esce con gli amici e non presenta particolari problemi di salute. Eppure ogni mattina il primo gesto è lo stesso: guardarsi allo specchio. Quei due o tre chili in più diventano il centro della giornata. Se i vestiti sembrano stringere un po’ di più, l’umore cambia. Se la bilancia segna qualche etto in meno arriva un momento di soddisfazione, che però dura pochissimo. Dopo qualche giorno compare un nuovo obiettivo, un’altra parte del corpo da migliorare, un altro dettaglio che non convince. Con il tempo diventa evidente che il problema non sono quei due chili. Il problema è il modo in cui L. “misura il proprio valore”.
Il corpo diventa il metro con cui giudica sé stessa e, inevitabilmente, qualsiasi risultato raggiunto sembra non essere mai sufficiente. È un meccanismo che incontro spesso anche nelle persone che vivono un rapporto difficile con il cibo. Non è soltanto una questione di peso, ma del significato che attribuiamo a quel numero sulla bilancia. Quando il nostro valore dipende da un obiettivo che continua a spostarsi, la sensazione di essere in difetto rimane, anche quando il corpo cambia.
Non sono abbastanza… ma rispetto a chi?
Una delle frasi che ascolto più frequentemente in studio è questa:
“Mi sento di non essere abbastanza.”
Quando però chiedo: “Abbastanza rispetto a chi?” oppure “Abbastanza rispetto a cosa?”, molto spesso cala il silenzio. Perché non esiste una risposta precisa. Quella sensazione nasce raramente dalla realtà. Più spesso nasce da un confronto continuo con un ideale che cambia continuamente. Può essere l’immagine del professionista perfetto, del genitore perfetto, dello sportivo perfetto o della persona che riesce sempre a fare tutto senza fatica. Molte persone trascorrono anni rincorrendo una versione ideale di sé. Pensano che, una volta raggiunto quel traguardo, finalmente si sentiranno bene. Ma quando arrivano lì, scoprono che il problema è rimasto lo stesso. Cambia soltanto l’obiettivo da raggiungere. È come correre verso un traguardo che continua ad allontanarsi. In questo modo non impariamo mai a riconoscere ciò che abbiamo costruito, perché siamo costantemente concentrati su quello che ancora non siamo.
Quando il confronto con gli altri diventa una trappola
M., nome di fantasia, è un professionista competente. I colleghi lo stimano, i clienti lo cercano e, osservando la sua vita dall’esterno, sembrerebbe una persona soddisfatta. Eppure basta vedere un collega raggiungere un risultato importante o leggere il successo di qualcuno sui social perché tutto ciò che ha costruito perda improvvisamente valore. Non guarda più il proprio percorso concentrandosi su quello degli altri. È un meccanismo comune ed emotivamente doloroso. Quando il nostro punto di riferimento diventa il confronto continuo, ci sarà sempre qualcuno più bravo, più preparato, più ricco o apparentemente più felice di noi. E così la sensazione di essere in difetto continua ad alimentarsi, indipendentemente dai risultati che otteniamo.
Cambiare il modo con cui misuriamo noi stessi
Durante un percorso terapeutico, non lavoriamo per convincere una persona che è abbastanza. E’ sicuramente una rassicurazione destinata ad esaurirsi rapidamente. Il lavoro consiste piuttosto nel comprendere come si è costruito quel modo di guardare se stesso e quali meccanismi continuano ad alimentarlo. Solo quando iniziamo a mettere in discussione le modalità con cui ci giudichiamo, diventa possibile interrompere il confronto continuo e recuperare un rapporto più equilibrato con noi stessi.


