Perché mi alleno bene ma non riesco a esprimermi al massimo?
C’è una situazione che incontro spesso nel lavoro con gli sportivi. Ci alleniamo per settimane, a volte per mesi. Curiamo la preparazione fisica, ripetiamo centinaia di volte lo stesso gesto tecnico e, con il passare dei giorni, iniziamo a sentirci pronti. Arriva finalmente il momento che aspettavamo: la gara, la partita oppure quella giornata in falesia che abbiamo programmato da tutta la settimana. Partiamo con la sensazione di aver fatto tutto il possibile. Il fisico risponde bene, la tecnica c’è e anche la motivazione sembra quella giusta. Poi, però, succede qualcosa. Quello che fino a pochi minuti prima sembrava naturale inizia a diventare difficile. Il cuore accelera, il respiro cambia e la mente si riempie di pensieri. “E se sbagliassi?”, “Non posso fallire proprio oggi.”, “Gli altri si aspettano qualcosa da me.” È proprio in quell’istante che molti sportivi hanno la sensazione di non riuscire più a esprimere il proprio potenziale. La preparazione non è sparita. Le capacità non sono diminuite nel giro di pochi minuti. È cambiato il modo in cui stiamo vivendo quel momento.
Quando il controllo prende il posto della spontaneità
- (nome di fantasia), arrampica da diversi anni. Durante la settimana si allena con entusiasmo e aspetta il fine settimana con la voglia di mettersi alla prova in falesia. Ci arriva motivata, spesso dopo aver chiuso in palestra vie dello stesso grado o addirittura più difficili. Eppure, quando si lega sotto una via che desiderava da tempo, qualcosa cambia. I primi movimenti scorrono bene, poi la mente inizia lentamente a spostarsi dall’arrampicata a tutto ciò che potrebbe andare storto. Controlla continuamente quanto dista dall’ultimo rinvio, osserva la corda, si chiede se il compagno la stia assicurando nel modo corretto.
“Mi starà tenendo troppo lasca? E se cadessi proprio qui?”
Più cerca rassicurazioni a livello mentale e più l’ansia cresce. Le braccia si irrigidiscono, il respiro diventa superficiale e ogni movimento perde fluidità. Quella che avrebbe dovuto essere una giornata di divertimento si trasforma nell’ennesima conferma di una convinzione dolorosa: “In allenamento riesco, ma quando conta davvero mi blocco.”
Quando il rimuginio prende il sopravvento
Una storia simile è quella di S., giovane atleta nel mondo dell’atletica leggera. Si allena quattro volte alla settimana, segue con attenzione il programma del suo allenatore e in allenamento ottiene tempi che fanno ben sperare. Ogni seduta conferma che il lavoro sta andando nella direzione giusta. Poi arriva la gara. Nei minuti che precedono la partenza la mente inizia a correre molto più veloce delle gambe.
“E se oggi andasse male?” “Se deludessi il mio allenatore?” “E se tutti questi mesi di allenamento non fossero serviti a nulla?”
Quando parte, invece di affidarsi al lavoro svolto, continua a osservare sé stesso. Controlla il corpo, analizza ogni sensazione e interpreta qualsiasi piccola variazione come il segnale che qualcosa non stia funzionando. Più pensa a come dovrebbe correre, meno riesce semplicemente a correre. A fine gara la sensazione è sempre la stessa: “Valgo molto di più di quello che riesco a dimostrare.”
Più cerchiamo di controllare la prestazione, più perdiamo il controllo
A prima vista le storie di G. e S. sembrano molto diverse. Una arrampica, l’altro corre. Una teme il volo, l’altro il cronometro. Eppure, osservandole con attenzione, emerge lo stesso meccanismo. Entrambi cercano disperatamente di controllare quello che stanno vivendo. È una reazione comprensibile: quando qualcosa è importante, vorremmo evitare qualsiasi errore. Il problema è che molti dei gesti che compiamo durante lo sport sono diventati automatici grazie a migliaia di ripetizioni. Nel momento in cui iniziamo a controllare ogni movimento, ogni pensiero e ogni emozione, interrompiamo proprio quella spontaneità che ci permette di dare il meglio. È un paradosso che incontro molto spesso nel lavoro con gli sportivi: più cerchiamo di controllare la prestazione, più finiamo per perdere il controllo.
Imparare ad ascoltare ciò che proviamo senza combatterlo
Allenare la mente non significa eliminare l’ansia o convincersi di cercare di non avere più paura. L’obiettivo è un altro: sviluppare una maggiore consapevolezza di quello che accade dentro di noi, imparando a osservare pensieri, emozioni e sensazioni corporee senza trasformarli automaticamente in un problema. Se il cuore batte più forte non significa necessariamente che qualcosa stia andando storto. Se compare il pensiero “Potrei sbagliare” non vuol dire che sbaglieremo davvero. Le sensazioni del corpo possono essere ascoltate senza cercare continuamente di controllarle. I pensieri possono essere riconosciuti per quello che sono: eventi mentali che vanno e vengono, senza dover guidare ogni nostra scelta. Quando smettiamo di combattere continuamente ciò che accade dentro di noi, recuperiamo spazio per concentrarci su ciò che stiamo facendo davvero. Ed è proprio in quel momento che il gesto tecnico torna, gradualmente, a essere più fluido.
Esprimere il proprio potenziale significa fidarsi del lavoro fatto
Molti sportivi pensano che esprimere il proprio potenziale significhi non avere più paura. In realtà, chi riesce a dare il meglio di sé non è chi non prova emozioni, ma chi gestisce le proprie emozioni canalizzandole nella direzione della prestazione sportiva. La fiducia non nasce dall’assenza dell’ansia, ma dalla capacità di continuare a fare ciò che sappiamo fare anche quando l’ansia è presente.


