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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: adolescenza, difficoltà scolastiche, genitorialità, studio

La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

Se vuoi saperne di più sull’ansia puoi scaricare il mio e-book al seguente link:

“Ansia e paura. Breve guida sulle diverse patologie fobiche
e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Contattami per maggiori informazioni o una consulenza al 340.41.90.915 oppure clicca nel link per vedere tutti i miei contatti.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto il Phenibut abbia compromesso ed indebolito la sua consapevolezza e le sue personali sicurezze.

Mi occupo da più di dieci anni di dipendenze patologiche, se pensi di avere un problema con le smart drugs o con altre sostanze d’abuso, contattami telefonicamente per maggiori info al 340.41.90.915 oppure scrivimi via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza, dipendenza da droghe, smart drugs, storie di dipendenza

Perché e da dove vengono le nostre ossessioni? Qual’è la causa? Come faccio ad uscirne del tutto? Sono le domande che molto spesso mi vengono rivolte da un paziente; la risposta non è così semplice ed immediata perché il fenomeno psicologico è complesso.

Se vuoi saperne di più su paura, panico, ossessioni e fobie scarica il mio e-book gratuito:

“ANSIA E PAURA. Breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico”

Viviamo in una società iper-controllante, la nostra tendenza è quella di avere sempre tutto sotto controllo, di riuscire a prevedere ogni cosa, sul lavoro, a casa, nel tempo libero. Purtroppo tutto ciò è impossibile, ed è proprio di fronte a questa impossibilità che molto spesso incontriamo l’ossessione e ne veniamo “imprigionati”. La conseguenza è che non riusciamo più a vivere serenamente ma al contrario sviluppiamo uno stato continuo di allerta, ansia e tensione.

Ossessioni e pensieri ossessivi

Semplificando il contesto, possiamo immaginare le ossessioni come un “chiodo fisso”, qualcosa al quale vorremmo smettere di pensare ma più cerchiamo di smettere e più ci ritorna in mente. Si tratta insomma di idee e/o rappresentazioni mentali (pensieri, immagini, impulsi, parole, frasi) che in maniera non volontaria si presentano alla nostra mente in maniera ricorrente e persistente, malgrado ogni tentativo di ignorarle, accompagnate da sensazioni di ansia e agitazione. In alcuni casi il pensiero ossessivo può dare vita a disturbi ossessivo-compulsivi complicando ulteriormente la vita del soggetto.

Le ossessioni dunque tendono ad essere ripetitive e a complicare non poco il vissuto quotidiano. La difficoltà principale sta proprio nel cercare di pensare e ragionare in maniera lucida, senza essere viziati dall’effetto disturbante ed eccessivo della rappresentazione ossessiva. 

Perché siamo vittima delle ossessioni?

L’ossessione nasce in genere da una preoccupazione. Se ad esempio ho paura del prossimo esame all’università oppure di superare un colloquio di lavoro o di portare a termine una vendita, è probabile che nasca in me un pensiero negativo: posso iniziare a pensare ripetutamente che qualcosa andrà male. E più continuo a pensare che andrà male, più la tensione aumenterà. E all’interno di una spirale senza fine: più la mia ansia aumenta e più il pensiero ricorrente invierà immagini negative: l’esame non verrà superato, il colloquio di lavoro sarà pessimo, la vendita non andrà a buon fine. Come è facile intuire è proprio l’arrovellarsi del pensiero stesso che rende l’ossessione pregnante di significato. Spesso accade che le persone che vivono forti sensi di colpa possano essere maggiormente esposte a cadere nel vortice delle ossessioni. 

Un esempio di come si struttura un’ossessione

Oggi vi porto l’esempio di un caro collega che, durante l’ultimo anno, ha riconosciuto di vivere molto spesso intense sensazioni ossessive. Davide (nome di fantasia) ogni qual volta si trova a dover prendere delle decisioni importanti per i propri dipendenti viene colto da una sensazione come se fosse sotto tortura

E’ lui stesso a spiegare che per prendere qualsiasi decisione deve prima porsi mille domande. La paura di sbagliare, di non trovare le giuste soluzioni per i suoi collaboratori, genera una spirale di pensieri, idee e scenari su come le cose potrebbero evolvere in maniera negativa. E’ proprio questo circolo vizioso di domande e di immagini che non gli permette di vedere le cose realmente in maniera lucida. Davide ha ormai realizzato che questa modalità di pensiero non è più efficace, anzi lo limita e lo lascia stanco e nervoso anche fuori dal contesto lavorativo. Come se lo seguisse anche a casa. In realtà D. sta sperimentando l’invasività del pensiero ricorrente, il risvolto ansiogeno che ne deriva e la tenacità di un disturbo difficile da contrastare senza un aiuto esterno.

La Terapia Breve Strategica consente interventi, strategie e soluzioni efficaci per superare le ossessioni ed i disturbi ossessivo-compulsivi ad esse collegati.

Contattami al 340.41.90.915 per saperne di più o per fissare un incontro di consulenza.

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Tag: ossessioni, Terapia Breve Strategica

La storia di un alcolista che voglio presentare oggi non ha un lieto fine.  Ho deciso di presentare questa esperienza di vita solo perché il soggetto coinvolto ha espresso il desiderio di poter diffondere la sua personale storia di dipendenza dall’alcol. L’obiettivo non è quello di demonizzare l’alcol o le bevande alcoliche in generale, anzi vuole essere motivo di riflessione e spunto per poter leggere il fenomeno alcol anche da un diverso punto di vista. La prospettiva dalla quale prenderemo in esame il fenomeno alcolismo è quella della dipendenza, ovvero dell’assoluto bisogno di bere che provoca sintomi di forte astinenza se e quando non si ha l’alcol a disposizione. Un vortice nel quale una volta entrati si fa fatica a trovare soluzioni efficaci e ad uscirne.

La storia di Tommaso 

Tommaso (nome di fantasia) ha 59 anni e beve da quando ne ha dieci. La nonna quando era piccino usava dargli piccole quantità di liquore a fine pasto, racconta lui, per rinvigorirlo e farlo crescere più forte. Non possiamo dedurre che la sua dipendenza sia effettivamente iniziata per il prematuro contatto con l’alcol, tuttavia sappiamo benissimo come questo tipo di abitudine sia in realtà particolarmente dannosa. L’alcol sotto qualsiasi forma non fa bene ai bambini anzi è pericoloso e del tutto inadatto durante il percorso di crescita. 

Tommaso racconta di aver iniziato a prendere le prime sbronze in età preadolescenziale, con gli amici. Inizia a lavorare molto presto all’età di sedici anni, durante le pause pranzo era solito bere insieme ai colleghi e anche alla fine del lavoro il bar era il luogo che frequentava assiduamente. Non ricorda periodi di distacco, di astinenza, l’alcol è sempre stato presente nella sua vita, anche se solo negli ultimi dieci anni ha avvertito un deciso peggioramento e ha iniziato a viverne la dipendenzacome un problema. 

Quando l’alcol diventa un problema

Tommaso definisce il “bere” come  qualcosa di normale, un’abitudine, un’azione come tante nel corso della giornata. Le sensazioni che genera l’alcol gli consentivano di mitigare la rabbia covata durante gli anni per le ingiustizie della società, perché Tommaso ha sempre lavorato duro e si sente in debito con la fortuna. La sua attività di artigiano ha subito un forte peggioramento con la crisi, tanto da portarlo a perdere tutto e a vendere l’attività. Contemporaneamente il consumo di alcol ha visto un progressivo aumento, soprattutto nel periodo di difficoltà economica e lavorativa. T. sentiva il bisogno di spegnere le emozioni negative, di non avvertirela sofferenza per aver perso la cosa a cui più teneva: il suo lavoro. Questo declino lavorativo ha avuto anche un risvolto personale ancora più buio a seguito dell’addio della fidanzata, stufa del consumo di alcolici da parte di T. e le sue difficoltà a reagire e rialzarsi. 

Oggi Tommaso ha iniziato un programma di disintossicazione presso una clinica, è motivato a smettere di bere ma è anche piuttosto lucido nel riconoscere i propri limiti. Il consumo di alcol nella sua vita è stato così importante che egli teme di non poter stare senza bere e di non riuscire ad affrontare i lati oscuri della sua personalità e del suo carattere. Ha iniziato una nuova avventura, ma sente di aver perso molto nella sua vita, sa che purtroppo a 59 anni non si può tornare indietro e il bagaglio di esperienze negative sono ancora vivide e fanno male.

T. ha voluto condividere la sua storia per stimolare tutte le persone a farsi un esame di coscienza e a comprendere come la dipendenza dall’alcol non sia qualcosa da sottovalutare, ma sia un problema da prendere in esame al più presto in modo tale da avere il tempo per affrontarlo e sconfiggerlo prima che i danni diventino irreparabili.

Se pensi di avere un problema con l’alcol o se qualcuno della tua famiglia presenta sintomi di dipendenza da bevande alcoliche contattami per una consulenza o per avere maggiori informazioni.

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Tag: alcoldipendenza, dipendenza da alcol, storie di dipendenza

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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: adolescenza, difficoltà scolastiche, genitorialità, studio

La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

Se vuoi saperne di più sull’ansia puoi scaricare il mio e-book al seguente link:

“Ansia e paura. Breve guida sulle diverse patologie fobiche
e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Contattami per maggiori informazioni o una consulenza al 340.41.90.915 oppure clicca nel link per vedere tutti i miei contatti.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto il Phenibut abbia compromesso ed indebolito la sua consapevolezza e le sue personali sicurezze.

Mi occupo da più di dieci anni di dipendenze patologiche, se pensi di avere un problema con le smart drugs o con altre sostanze d’abuso, contattami telefonicamente per maggiori info al 340.41.90.915 oppure scrivimi via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza, dipendenza da droghe, smart drugs, storie di dipendenza

Perché e da dove vengono le nostre ossessioni? Qual’è la causa? Come faccio ad uscirne del tutto? Sono le domande che molto spesso mi vengono rivolte da un paziente; la risposta non è così semplice ed immediata perché il fenomeno psicologico è complesso.

Se vuoi saperne di più su paura, panico, ossessioni e fobie scarica il mio e-book gratuito:

“ANSIA E PAURA. Breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico”

Viviamo in una società iper-controllante, la nostra tendenza è quella di avere sempre tutto sotto controllo, di riuscire a prevedere ogni cosa, sul lavoro, a casa, nel tempo libero. Purtroppo tutto ciò è impossibile, ed è proprio di fronte a questa impossibilità che molto spesso incontriamo l’ossessione e ne veniamo “imprigionati”. La conseguenza è che non riusciamo più a vivere serenamente ma al contrario sviluppiamo uno stato continuo di allerta, ansia e tensione.

Ossessioni e pensieri ossessivi

Semplificando il contesto, possiamo immaginare le ossessioni come un “chiodo fisso”, qualcosa al quale vorremmo smettere di pensare ma più cerchiamo di smettere e più ci ritorna in mente. Si tratta insomma di idee e/o rappresentazioni mentali (pensieri, immagini, impulsi, parole, frasi) che in maniera non volontaria si presentano alla nostra mente in maniera ricorrente e persistente, malgrado ogni tentativo di ignorarle, accompagnate da sensazioni di ansia e agitazione. In alcuni casi il pensiero ossessivo può dare vita a disturbi ossessivo-compulsivi complicando ulteriormente la vita del soggetto.

Le ossessioni dunque tendono ad essere ripetitive e a complicare non poco il vissuto quotidiano. La difficoltà principale sta proprio nel cercare di pensare e ragionare in maniera lucida, senza essere viziati dall’effetto disturbante ed eccessivo della rappresentazione ossessiva. 

Perché siamo vittima delle ossessioni?

L’ossessione nasce in genere da una preoccupazione. Se ad esempio ho paura del prossimo esame all’università oppure di superare un colloquio di lavoro o di portare a termine una vendita, è probabile che nasca in me un pensiero negativo: posso iniziare a pensare ripetutamente che qualcosa andrà male. E più continuo a pensare che andrà male, più la tensione aumenterà. E all’interno di una spirale senza fine: più la mia ansia aumenta e più il pensiero ricorrente invierà immagini negative: l’esame non verrà superato, il colloquio di lavoro sarà pessimo, la vendita non andrà a buon fine. Come è facile intuire è proprio l’arrovellarsi del pensiero stesso che rende l’ossessione pregnante di significato. Spesso accade che le persone che vivono forti sensi di colpa possano essere maggiormente esposte a cadere nel vortice delle ossessioni. 

Un esempio di come si struttura un’ossessione

Oggi vi porto l’esempio di un caro collega che, durante l’ultimo anno, ha riconosciuto di vivere molto spesso intense sensazioni ossessive. Davide (nome di fantasia) ogni qual volta si trova a dover prendere delle decisioni importanti per i propri dipendenti viene colto da una sensazione come se fosse sotto tortura

E’ lui stesso a spiegare che per prendere qualsiasi decisione deve prima porsi mille domande. La paura di sbagliare, di non trovare le giuste soluzioni per i suoi collaboratori, genera una spirale di pensieri, idee e scenari su come le cose potrebbero evolvere in maniera negativa. E’ proprio questo circolo vizioso di domande e di immagini che non gli permette di vedere le cose realmente in maniera lucida. Davide ha ormai realizzato che questa modalità di pensiero non è più efficace, anzi lo limita e lo lascia stanco e nervoso anche fuori dal contesto lavorativo. Come se lo seguisse anche a casa. In realtà D. sta sperimentando l’invasività del pensiero ricorrente, il risvolto ansiogeno che ne deriva e la tenacità di un disturbo difficile da contrastare senza un aiuto esterno.

La Terapia Breve Strategica consente interventi, strategie e soluzioni efficaci per superare le ossessioni ed i disturbi ossessivo-compulsivi ad esse collegati.

Contattami al 340.41.90.915 per saperne di più o per fissare un incontro di consulenza.

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Tag: ossessioni, Terapia Breve Strategica

La storia di un alcolista che voglio presentare oggi non ha un lieto fine.  Ho deciso di presentare questa esperienza di vita solo perché il soggetto coinvolto ha espresso il desiderio di poter diffondere la sua personale storia di dipendenza dall’alcol. L’obiettivo non è quello di demonizzare l’alcol o le bevande alcoliche in generale, anzi vuole essere motivo di riflessione e spunto per poter leggere il fenomeno alcol anche da un diverso punto di vista. La prospettiva dalla quale prenderemo in esame il fenomeno alcolismo è quella della dipendenza, ovvero dell’assoluto bisogno di bere che provoca sintomi di forte astinenza se e quando non si ha l’alcol a disposizione. Un vortice nel quale una volta entrati si fa fatica a trovare soluzioni efficaci e ad uscirne.

La storia di Tommaso 

Tommaso (nome di fantasia) ha 59 anni e beve da quando ne ha dieci. La nonna quando era piccino usava dargli piccole quantità di liquore a fine pasto, racconta lui, per rinvigorirlo e farlo crescere più forte. Non possiamo dedurre che la sua dipendenza sia effettivamente iniziata per il prematuro contatto con l’alcol, tuttavia sappiamo benissimo come questo tipo di abitudine sia in realtà particolarmente dannosa. L’alcol sotto qualsiasi forma non fa bene ai bambini anzi è pericoloso e del tutto inadatto durante il percorso di crescita. 

Tommaso racconta di aver iniziato a prendere le prime sbronze in età preadolescenziale, con gli amici. Inizia a lavorare molto presto all’età di sedici anni, durante le pause pranzo era solito bere insieme ai colleghi e anche alla fine del lavoro il bar era il luogo che frequentava assiduamente. Non ricorda periodi di distacco, di astinenza, l’alcol è sempre stato presente nella sua vita, anche se solo negli ultimi dieci anni ha avvertito un deciso peggioramento e ha iniziato a viverne la dipendenzacome un problema. 

Quando l’alcol diventa un problema

Tommaso definisce il “bere” come  qualcosa di normale, un’abitudine, un’azione come tante nel corso della giornata. Le sensazioni che genera l’alcol gli consentivano di mitigare la rabbia covata durante gli anni per le ingiustizie della società, perché Tommaso ha sempre lavorato duro e si sente in debito con la fortuna. La sua attività di artigiano ha subito un forte peggioramento con la crisi, tanto da portarlo a perdere tutto e a vendere l’attività. Contemporaneamente il consumo di alcol ha visto un progressivo aumento, soprattutto nel periodo di difficoltà economica e lavorativa. T. sentiva il bisogno di spegnere le emozioni negative, di non avvertirela sofferenza per aver perso la cosa a cui più teneva: il suo lavoro. Questo declino lavorativo ha avuto anche un risvolto personale ancora più buio a seguito dell’addio della fidanzata, stufa del consumo di alcolici da parte di T. e le sue difficoltà a reagire e rialzarsi. 

Oggi Tommaso ha iniziato un programma di disintossicazione presso una clinica, è motivato a smettere di bere ma è anche piuttosto lucido nel riconoscere i propri limiti. Il consumo di alcol nella sua vita è stato così importante che egli teme di non poter stare senza bere e di non riuscire ad affrontare i lati oscuri della sua personalità e del suo carattere. Ha iniziato una nuova avventura, ma sente di aver perso molto nella sua vita, sa che purtroppo a 59 anni non si può tornare indietro e il bagaglio di esperienze negative sono ancora vivide e fanno male.

T. ha voluto condividere la sua storia per stimolare tutte le persone a farsi un esame di coscienza e a comprendere come la dipendenza dall’alcol non sia qualcosa da sottovalutare, ma sia un problema da prendere in esame al più presto in modo tale da avere il tempo per affrontarlo e sconfiggerlo prima che i danni diventino irreparabili.

Se pensi di avere un problema con l’alcol o se qualcuno della tua famiglia presenta sintomi di dipendenza da bevande alcoliche contattami per una consulenza o per avere maggiori informazioni.

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Tag: alcoldipendenza, dipendenza da alcol, storie di dipendenza

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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: adolescenza, difficoltà scolastiche, genitorialità, studio

La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

Se vuoi saperne di più sull’ansia puoi scaricare il mio e-book al seguente link:

“Ansia e paura. Breve guida sulle diverse patologie fobiche
e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Contattami per maggiori informazioni o una consulenza al 340.41.90.915 oppure clicca nel link per vedere tutti i miei contatti.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto il Phenibut abbia compromesso ed indebolito la sua consapevolezza e le sue personali sicurezze.

Mi occupo da più di dieci anni di dipendenze patologiche, se pensi di avere un problema con le smart drugs o con altre sostanze d’abuso, contattami telefonicamente per maggiori info al 340.41.90.915 oppure scrivimi via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza, dipendenza da droghe, smart drugs, storie di dipendenza

Perché e da dove vengono le nostre ossessioni? Qual’è la causa? Come faccio ad uscirne del tutto? Sono le domande che molto spesso mi vengono rivolte da un paziente; la risposta non è così semplice ed immediata perché il fenomeno psicologico è complesso.

Se vuoi saperne di più su paura, panico, ossessioni e fobie scarica il mio e-book gratuito:

“ANSIA E PAURA. Breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico”

Viviamo in una società iper-controllante, la nostra tendenza è quella di avere sempre tutto sotto controllo, di riuscire a prevedere ogni cosa, sul lavoro, a casa, nel tempo libero. Purtroppo tutto ciò è impossibile, ed è proprio di fronte a questa impossibilità che molto spesso incontriamo l’ossessione e ne veniamo “imprigionati”. La conseguenza è che non riusciamo più a vivere serenamente ma al contrario sviluppiamo uno stato continuo di allerta, ansia e tensione.

Ossessioni e pensieri ossessivi

Semplificando il contesto, possiamo immaginare le ossessioni come un “chiodo fisso”, qualcosa al quale vorremmo smettere di pensare ma più cerchiamo di smettere e più ci ritorna in mente. Si tratta insomma di idee e/o rappresentazioni mentali (pensieri, immagini, impulsi, parole, frasi) che in maniera non volontaria si presentano alla nostra mente in maniera ricorrente e persistente, malgrado ogni tentativo di ignorarle, accompagnate da sensazioni di ansia e agitazione. In alcuni casi il pensiero ossessivo può dare vita a disturbi ossessivo-compulsivi complicando ulteriormente la vita del soggetto.

Le ossessioni dunque tendono ad essere ripetitive e a complicare non poco il vissuto quotidiano. La difficoltà principale sta proprio nel cercare di pensare e ragionare in maniera lucida, senza essere viziati dall’effetto disturbante ed eccessivo della rappresentazione ossessiva. 

Perché siamo vittima delle ossessioni?

L’ossessione nasce in genere da una preoccupazione. Se ad esempio ho paura del prossimo esame all’università oppure di superare un colloquio di lavoro o di portare a termine una vendita, è probabile che nasca in me un pensiero negativo: posso iniziare a pensare ripetutamente che qualcosa andrà male. E più continuo a pensare che andrà male, più la tensione aumenterà. E all’interno di una spirale senza fine: più la mia ansia aumenta e più il pensiero ricorrente invierà immagini negative: l’esame non verrà superato, il colloquio di lavoro sarà pessimo, la vendita non andrà a buon fine. Come è facile intuire è proprio l’arrovellarsi del pensiero stesso che rende l’ossessione pregnante di significato. Spesso accade che le persone che vivono forti sensi di colpa possano essere maggiormente esposte a cadere nel vortice delle ossessioni. 

Un esempio di come si struttura un’ossessione

Oggi vi porto l’esempio di un caro collega che, durante l’ultimo anno, ha riconosciuto di vivere molto spesso intense sensazioni ossessive. Davide (nome di fantasia) ogni qual volta si trova a dover prendere delle decisioni importanti per i propri dipendenti viene colto da una sensazione come se fosse sotto tortura

E’ lui stesso a spiegare che per prendere qualsiasi decisione deve prima porsi mille domande. La paura di sbagliare, di non trovare le giuste soluzioni per i suoi collaboratori, genera una spirale di pensieri, idee e scenari su come le cose potrebbero evolvere in maniera negativa. E’ proprio questo circolo vizioso di domande e di immagini che non gli permette di vedere le cose realmente in maniera lucida. Davide ha ormai realizzato che questa modalità di pensiero non è più efficace, anzi lo limita e lo lascia stanco e nervoso anche fuori dal contesto lavorativo. Come se lo seguisse anche a casa. In realtà D. sta sperimentando l’invasività del pensiero ricorrente, il risvolto ansiogeno che ne deriva e la tenacità di un disturbo difficile da contrastare senza un aiuto esterno.

La Terapia Breve Strategica consente interventi, strategie e soluzioni efficaci per superare le ossessioni ed i disturbi ossessivo-compulsivi ad esse collegati.

Contattami al 340.41.90.915 per saperne di più o per fissare un incontro di consulenza.

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Tag: ossessioni, Terapia Breve Strategica

La storia di un alcolista che voglio presentare oggi non ha un lieto fine.  Ho deciso di presentare questa esperienza di vita solo perché il soggetto coinvolto ha espresso il desiderio di poter diffondere la sua personale storia di dipendenza dall’alcol. L’obiettivo non è quello di demonizzare l’alcol o le bevande alcoliche in generale, anzi vuole essere motivo di riflessione e spunto per poter leggere il fenomeno alcol anche da un diverso punto di vista. La prospettiva dalla quale prenderemo in esame il fenomeno alcolismo è quella della dipendenza, ovvero dell’assoluto bisogno di bere che provoca sintomi di forte astinenza se e quando non si ha l’alcol a disposizione. Un vortice nel quale una volta entrati si fa fatica a trovare soluzioni efficaci e ad uscirne.

La storia di Tommaso 

Tommaso (nome di fantasia) ha 59 anni e beve da quando ne ha dieci. La nonna quando era piccino usava dargli piccole quantità di liquore a fine pasto, racconta lui, per rinvigorirlo e farlo crescere più forte. Non possiamo dedurre che la sua dipendenza sia effettivamente iniziata per il prematuro contatto con l’alcol, tuttavia sappiamo benissimo come questo tipo di abitudine sia in realtà particolarmente dannosa. L’alcol sotto qualsiasi forma non fa bene ai bambini anzi è pericoloso e del tutto inadatto durante il percorso di crescita. 

Tommaso racconta di aver iniziato a prendere le prime sbronze in età preadolescenziale, con gli amici. Inizia a lavorare molto presto all’età di sedici anni, durante le pause pranzo era solito bere insieme ai colleghi e anche alla fine del lavoro il bar era il luogo che frequentava assiduamente. Non ricorda periodi di distacco, di astinenza, l’alcol è sempre stato presente nella sua vita, anche se solo negli ultimi dieci anni ha avvertito un deciso peggioramento e ha iniziato a viverne la dipendenzacome un problema. 

Quando l’alcol diventa un problema

Tommaso definisce il “bere” come  qualcosa di normale, un’abitudine, un’azione come tante nel corso della giornata. Le sensazioni che genera l’alcol gli consentivano di mitigare la rabbia covata durante gli anni per le ingiustizie della società, perché Tommaso ha sempre lavorato duro e si sente in debito con la fortuna. La sua attività di artigiano ha subito un forte peggioramento con la crisi, tanto da portarlo a perdere tutto e a vendere l’attività. Contemporaneamente il consumo di alcol ha visto un progressivo aumento, soprattutto nel periodo di difficoltà economica e lavorativa. T. sentiva il bisogno di spegnere le emozioni negative, di non avvertirela sofferenza per aver perso la cosa a cui più teneva: il suo lavoro. Questo declino lavorativo ha avuto anche un risvolto personale ancora più buio a seguito dell’addio della fidanzata, stufa del consumo di alcolici da parte di T. e le sue difficoltà a reagire e rialzarsi. 

Oggi Tommaso ha iniziato un programma di disintossicazione presso una clinica, è motivato a smettere di bere ma è anche piuttosto lucido nel riconoscere i propri limiti. Il consumo di alcol nella sua vita è stato così importante che egli teme di non poter stare senza bere e di non riuscire ad affrontare i lati oscuri della sua personalità e del suo carattere. Ha iniziato una nuova avventura, ma sente di aver perso molto nella sua vita, sa che purtroppo a 59 anni non si può tornare indietro e il bagaglio di esperienze negative sono ancora vivide e fanno male.

T. ha voluto condividere la sua storia per stimolare tutte le persone a farsi un esame di coscienza e a comprendere come la dipendenza dall’alcol non sia qualcosa da sottovalutare, ma sia un problema da prendere in esame al più presto in modo tale da avere il tempo per affrontarlo e sconfiggerlo prima che i danni diventino irreparabili.

Se pensi di avere un problema con l’alcol o se qualcuno della tua famiglia presenta sintomi di dipendenza da bevande alcoliche contattami per una consulenza o per avere maggiori informazioni.

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Tag: alcoldipendenza, dipendenza da alcol, storie di dipendenza

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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

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e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Contattami per maggiori informazioni o una consulenza al 340.41.90.915 oppure clicca nel link per vedere tutti i miei contatti.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto il Phenibut abbia compromesso ed indebolito la sua consapevolezza e le sue personali sicurezze.

Mi occupo da più di dieci anni di dipendenze patologiche, se pensi di avere un problema con le smart drugs o con altre sostanze d’abuso, contattami telefonicamente per maggiori info al 340.41.90.915 oppure scrivimi via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza, dipendenza da droghe, smart drugs, storie di dipendenza

Perché e da dove vengono le nostre ossessioni? Qual’è la causa? Come faccio ad uscirne del tutto? Sono le domande che molto spesso mi vengono rivolte da un paziente; la risposta non è così semplice ed immediata perché il fenomeno psicologico è complesso.

Se vuoi saperne di più su paura, panico, ossessioni e fobie scarica il mio e-book gratuito:

“ANSIA E PAURA. Breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico”

Viviamo in una società iper-controllante, la nostra tendenza è quella di avere sempre tutto sotto controllo, di riuscire a prevedere ogni cosa, sul lavoro, a casa, nel tempo libero. Purtroppo tutto ciò è impossibile, ed è proprio di fronte a questa impossibilità che molto spesso incontriamo l’ossessione e ne veniamo “imprigionati”. La conseguenza è che non riusciamo più a vivere serenamente ma al contrario sviluppiamo uno stato continuo di allerta, ansia e tensione.

Ossessioni e pensieri ossessivi

Semplificando il contesto, possiamo immaginare le ossessioni come un “chiodo fisso”, qualcosa al quale vorremmo smettere di pensare ma più cerchiamo di smettere e più ci ritorna in mente. Si tratta insomma di idee e/o rappresentazioni mentali (pensieri, immagini, impulsi, parole, frasi) che in maniera non volontaria si presentano alla nostra mente in maniera ricorrente e persistente, malgrado ogni tentativo di ignorarle, accompagnate da sensazioni di ansia e agitazione. In alcuni casi il pensiero ossessivo può dare vita a disturbi ossessivo-compulsivi complicando ulteriormente la vita del soggetto.

Le ossessioni dunque tendono ad essere ripetitive e a complicare non poco il vissuto quotidiano. La difficoltà principale sta proprio nel cercare di pensare e ragionare in maniera lucida, senza essere viziati dall’effetto disturbante ed eccessivo della rappresentazione ossessiva. 

Perché siamo vittima delle ossessioni?

L’ossessione nasce in genere da una preoccupazione. Se ad esempio ho paura del prossimo esame all’università oppure di superare un colloquio di lavoro o di portare a termine una vendita, è probabile che nasca in me un pensiero negativo: posso iniziare a pensare ripetutamente che qualcosa andrà male. E più continuo a pensare che andrà male, più la tensione aumenterà. E all’interno di una spirale senza fine: più la mia ansia aumenta e più il pensiero ricorrente invierà immagini negative: l’esame non verrà superato, il colloquio di lavoro sarà pessimo, la vendita non andrà a buon fine. Come è facile intuire è proprio l’arrovellarsi del pensiero stesso che rende l’ossessione pregnante di significato. Spesso accade che le persone che vivono forti sensi di colpa possano essere maggiormente esposte a cadere nel vortice delle ossessioni. 

Un esempio di come si struttura un’ossessione

Oggi vi porto l’esempio di un caro collega che, durante l’ultimo anno, ha riconosciuto di vivere molto spesso intense sensazioni ossessive. Davide (nome di fantasia) ogni qual volta si trova a dover prendere delle decisioni importanti per i propri dipendenti viene colto da una sensazione come se fosse sotto tortura

E’ lui stesso a spiegare che per prendere qualsiasi decisione deve prima porsi mille domande. La paura di sbagliare, di non trovare le giuste soluzioni per i suoi collaboratori, genera una spirale di pensieri, idee e scenari su come le cose potrebbero evolvere in maniera negativa. E’ proprio questo circolo vizioso di domande e di immagini che non gli permette di vedere le cose realmente in maniera lucida. Davide ha ormai realizzato che questa modalità di pensiero non è più efficace, anzi lo limita e lo lascia stanco e nervoso anche fuori dal contesto lavorativo. Come se lo seguisse anche a casa. In realtà D. sta sperimentando l’invasività del pensiero ricorrente, il risvolto ansiogeno che ne deriva e la tenacità di un disturbo difficile da contrastare senza un aiuto esterno.

La Terapia Breve Strategica consente interventi, strategie e soluzioni efficaci per superare le ossessioni ed i disturbi ossessivo-compulsivi ad esse collegati.

Contattami al 340.41.90.915 per saperne di più o per fissare un incontro di consulenza.

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Tag: ossessioni, Terapia Breve Strategica

La storia di un alcolista che voglio presentare oggi non ha un lieto fine.  Ho deciso di presentare questa esperienza di vita solo perché il soggetto coinvolto ha espresso il desiderio di poter diffondere la sua personale storia di dipendenza dall’alcol. L’obiettivo non è quello di demonizzare l’alcol o le bevande alcoliche in generale, anzi vuole essere motivo di riflessione e spunto per poter leggere il fenomeno alcol anche da un diverso punto di vista. La prospettiva dalla quale prenderemo in esame il fenomeno alcolismo è quella della dipendenza, ovvero dell’assoluto bisogno di bere che provoca sintomi di forte astinenza se e quando non si ha l’alcol a disposizione. Un vortice nel quale una volta entrati si fa fatica a trovare soluzioni efficaci e ad uscirne.

La storia di Tommaso 

Tommaso (nome di fantasia) ha 59 anni e beve da quando ne ha dieci. La nonna quando era piccino usava dargli piccole quantità di liquore a fine pasto, racconta lui, per rinvigorirlo e farlo crescere più forte. Non possiamo dedurre che la sua dipendenza sia effettivamente iniziata per il prematuro contatto con l’alcol, tuttavia sappiamo benissimo come questo tipo di abitudine sia in realtà particolarmente dannosa. L’alcol sotto qualsiasi forma non fa bene ai bambini anzi è pericoloso e del tutto inadatto durante il percorso di crescita. 

Tommaso racconta di aver iniziato a prendere le prime sbronze in età preadolescenziale, con gli amici. Inizia a lavorare molto presto all’età di sedici anni, durante le pause pranzo era solito bere insieme ai colleghi e anche alla fine del lavoro il bar era il luogo che frequentava assiduamente. Non ricorda periodi di distacco, di astinenza, l’alcol è sempre stato presente nella sua vita, anche se solo negli ultimi dieci anni ha avvertito un deciso peggioramento e ha iniziato a viverne la dipendenzacome un problema. 

Quando l’alcol diventa un problema

Tommaso definisce il “bere” come  qualcosa di normale, un’abitudine, un’azione come tante nel corso della giornata. Le sensazioni che genera l’alcol gli consentivano di mitigare la rabbia covata durante gli anni per le ingiustizie della società, perché Tommaso ha sempre lavorato duro e si sente in debito con la fortuna. La sua attività di artigiano ha subito un forte peggioramento con la crisi, tanto da portarlo a perdere tutto e a vendere l’attività. Contemporaneamente il consumo di alcol ha visto un progressivo aumento, soprattutto nel periodo di difficoltà economica e lavorativa. T. sentiva il bisogno di spegnere le emozioni negative, di non avvertirela sofferenza per aver perso la cosa a cui più teneva: il suo lavoro. Questo declino lavorativo ha avuto anche un risvolto personale ancora più buio a seguito dell’addio della fidanzata, stufa del consumo di alcolici da parte di T. e le sue difficoltà a reagire e rialzarsi. 

Oggi Tommaso ha iniziato un programma di disintossicazione presso una clinica, è motivato a smettere di bere ma è anche piuttosto lucido nel riconoscere i propri limiti. Il consumo di alcol nella sua vita è stato così importante che egli teme di non poter stare senza bere e di non riuscire ad affrontare i lati oscuri della sua personalità e del suo carattere. Ha iniziato una nuova avventura, ma sente di aver perso molto nella sua vita, sa che purtroppo a 59 anni non si può tornare indietro e il bagaglio di esperienze negative sono ancora vivide e fanno male.

T. ha voluto condividere la sua storia per stimolare tutte le persone a farsi un esame di coscienza e a comprendere come la dipendenza dall’alcol non sia qualcosa da sottovalutare, ma sia un problema da prendere in esame al più presto in modo tale da avere il tempo per affrontarlo e sconfiggerlo prima che i danni diventino irreparabili.

Se pensi di avere un problema con l’alcol o se qualcuno della tua famiglia presenta sintomi di dipendenza da bevande alcoliche contattami per una consulenza o per avere maggiori informazioni.

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Tag: alcoldipendenza, dipendenza da alcol, storie di dipendenza

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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: adolescenza, difficoltà scolastiche, genitorialità, studio

La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

Se vuoi saperne di più sull’ansia puoi scaricare il mio e-book al seguente link:

“Ansia e paura. Breve guida sulle diverse patologie fobiche
e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Contattami per maggiori informazioni o una consulenza al 340.41.90.915 oppure clicca nel link per vedere tutti i miei contatti.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto il Phenibut abbia compromesso ed indebolito la sua consapevolezza e le sue personali sicurezze.

Mi occupo da più di dieci anni di dipendenze patologiche, se pensi di avere un problema con le smart drugs o con altre sostanze d’abuso, contattami telefonicamente per maggiori info al 340.41.90.915 oppure scrivimi via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza, dipendenza da droghe, smart drugs, storie di dipendenza

Perché e da dove vengono le nostre ossessioni? Qual’è la causa? Come faccio ad uscirne del tutto? Sono le domande che molto spesso mi vengono rivolte da un paziente; la risposta non è così semplice ed immediata perché il fenomeno psicologico è complesso.

Se vuoi saperne di più su paura, panico, ossessioni e fobie scarica il mio e-book gratuito:

“ANSIA E PAURA. Breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico”

Viviamo in una società iper-controllante, la nostra tendenza è quella di avere sempre tutto sotto controllo, di riuscire a prevedere ogni cosa, sul lavoro, a casa, nel tempo libero. Purtroppo tutto ciò è impossibile, ed è proprio di fronte a questa impossibilità che molto spesso incontriamo l’ossessione e ne veniamo “imprigionati”. La conseguenza è che non riusciamo più a vivere serenamente ma al contrario sviluppiamo uno stato continuo di allerta, ansia e tensione.

Ossessioni e pensieri ossessivi

Semplificando il contesto, possiamo immaginare le ossessioni come un “chiodo fisso”, qualcosa al quale vorremmo smettere di pensare ma più cerchiamo di smettere e più ci ritorna in mente. Si tratta insomma di idee e/o rappresentazioni mentali (pensieri, immagini, impulsi, parole, frasi) che in maniera non volontaria si presentano alla nostra mente in maniera ricorrente e persistente, malgrado ogni tentativo di ignorarle, accompagnate da sensazioni di ansia e agitazione. In alcuni casi il pensiero ossessivo può dare vita a disturbi ossessivo-compulsivi complicando ulteriormente la vita del soggetto.

Le ossessioni dunque tendono ad essere ripetitive e a complicare non poco il vissuto quotidiano. La difficoltà principale sta proprio nel cercare di pensare e ragionare in maniera lucida, senza essere viziati dall’effetto disturbante ed eccessivo della rappresentazione ossessiva. 

Perché siamo vittima delle ossessioni?

L’ossessione nasce in genere da una preoccupazione. Se ad esempio ho paura del prossimo esame all’università oppure di superare un colloquio di lavoro o di portare a termine una vendita, è probabile che nasca in me un pensiero negativo: posso iniziare a pensare ripetutamente che qualcosa andrà male. E più continuo a pensare che andrà male, più la tensione aumenterà. E all’interno di una spirale senza fine: più la mia ansia aumenta e più il pensiero ricorrente invierà immagini negative: l’esame non verrà superato, il colloquio di lavoro sarà pessimo, la vendita non andrà a buon fine. Come è facile intuire è proprio l’arrovellarsi del pensiero stesso che rende l’ossessione pregnante di significato. Spesso accade che le persone che vivono forti sensi di colpa possano essere maggiormente esposte a cadere nel vortice delle ossessioni. 

Un esempio di come si struttura un’ossessione

Oggi vi porto l’esempio di un caro collega che, durante l’ultimo anno, ha riconosciuto di vivere molto spesso intense sensazioni ossessive. Davide (nome di fantasia) ogni qual volta si trova a dover prendere delle decisioni importanti per i propri dipendenti viene colto da una sensazione come se fosse sotto tortura

E’ lui stesso a spiegare che per prendere qualsiasi decisione deve prima porsi mille domande. La paura di sbagliare, di non trovare le giuste soluzioni per i suoi collaboratori, genera una spirale di pensieri, idee e scenari su come le cose potrebbero evolvere in maniera negativa. E’ proprio questo circolo vizioso di domande e di immagini che non gli permette di vedere le cose realmente in maniera lucida. Davide ha ormai realizzato che questa modalità di pensiero non è più efficace, anzi lo limita e lo lascia stanco e nervoso anche fuori dal contesto lavorativo. Come se lo seguisse anche a casa. In realtà D. sta sperimentando l’invasività del pensiero ricorrente, il risvolto ansiogeno che ne deriva e la tenacità di un disturbo difficile da contrastare senza un aiuto esterno.

La Terapia Breve Strategica consente interventi, strategie e soluzioni efficaci per superare le ossessioni ed i disturbi ossessivo-compulsivi ad esse collegati.

Contattami al 340.41.90.915 per saperne di più o per fissare un incontro di consulenza.

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Tag: ossessioni, Terapia Breve Strategica

La storia di un alcolista che voglio presentare oggi non ha un lieto fine.  Ho deciso di presentare questa esperienza di vita solo perché il soggetto coinvolto ha espresso il desiderio di poter diffondere la sua personale storia di dipendenza dall’alcol. L’obiettivo non è quello di demonizzare l’alcol o le bevande alcoliche in generale, anzi vuole essere motivo di riflessione e spunto per poter leggere il fenomeno alcol anche da un diverso punto di vista. La prospettiva dalla quale prenderemo in esame il fenomeno alcolismo è quella della dipendenza, ovvero dell’assoluto bisogno di bere che provoca sintomi di forte astinenza se e quando non si ha l’alcol a disposizione. Un vortice nel quale una volta entrati si fa fatica a trovare soluzioni efficaci e ad uscirne.

La storia di Tommaso 

Tommaso (nome di fantasia) ha 59 anni e beve da quando ne ha dieci. La nonna quando era piccino usava dargli piccole quantità di liquore a fine pasto, racconta lui, per rinvigorirlo e farlo crescere più forte. Non possiamo dedurre che la sua dipendenza sia effettivamente iniziata per il prematuro contatto con l’alcol, tuttavia sappiamo benissimo come questo tipo di abitudine sia in realtà particolarmente dannosa. L’alcol sotto qualsiasi forma non fa bene ai bambini anzi è pericoloso e del tutto inadatto durante il percorso di crescita. 

Tommaso racconta di aver iniziato a prendere le prime sbronze in età preadolescenziale, con gli amici. Inizia a lavorare molto presto all’età di sedici anni, durante le pause pranzo era solito bere insieme ai colleghi e anche alla fine del lavoro il bar era il luogo che frequentava assiduamente. Non ricorda periodi di distacco, di astinenza, l’alcol è sempre stato presente nella sua vita, anche se solo negli ultimi dieci anni ha avvertito un deciso peggioramento e ha iniziato a viverne la dipendenzacome un problema. 

Quando l’alcol diventa un problema

Tommaso definisce il “bere” come  qualcosa di normale, un’abitudine, un’azione come tante nel corso della giornata. Le sensazioni che genera l’alcol gli consentivano di mitigare la rabbia covata durante gli anni per le ingiustizie della società, perché Tommaso ha sempre lavorato duro e si sente in debito con la fortuna. La sua attività di artigiano ha subito un forte peggioramento con la crisi, tanto da portarlo a perdere tutto e a vendere l’attività. Contemporaneamente il consumo di alcol ha visto un progressivo aumento, soprattutto nel periodo di difficoltà economica e lavorativa. T. sentiva il bisogno di spegnere le emozioni negative, di non avvertirela sofferenza per aver perso la cosa a cui più teneva: il suo lavoro. Questo declino lavorativo ha avuto anche un risvolto personale ancora più buio a seguito dell’addio della fidanzata, stufa del consumo di alcolici da parte di T. e le sue difficoltà a reagire e rialzarsi. 

Oggi Tommaso ha iniziato un programma di disintossicazione presso una clinica, è motivato a smettere di bere ma è anche piuttosto lucido nel riconoscere i propri limiti. Il consumo di alcol nella sua vita è stato così importante che egli teme di non poter stare senza bere e di non riuscire ad affrontare i lati oscuri della sua personalità e del suo carattere. Ha iniziato una nuova avventura, ma sente di aver perso molto nella sua vita, sa che purtroppo a 59 anni non si può tornare indietro e il bagaglio di esperienze negative sono ancora vivide e fanno male.

T. ha voluto condividere la sua storia per stimolare tutte le persone a farsi un esame di coscienza e a comprendere come la dipendenza dall’alcol non sia qualcosa da sottovalutare, ma sia un problema da prendere in esame al più presto in modo tale da avere il tempo per affrontarlo e sconfiggerlo prima che i danni diventino irreparabili.

Se pensi di avere un problema con l’alcol o se qualcuno della tua famiglia presenta sintomi di dipendenza da bevande alcoliche contattami per una consulenza o per avere maggiori informazioni.

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Tag: alcoldipendenza, dipendenza da alcol, storie di dipendenza

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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: adolescenza, difficoltà scolastiche, genitorialità, studio

La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

Se vuoi saperne di più sull’ansia puoi scaricare il mio e-book al seguente link:

“Ansia e paura. Breve guida sulle diverse patologie fobiche
e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Contattami per maggiori informazioni o una consulenza al 340.41.90.915 oppure clicca nel link per vedere tutti i miei contatti.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto il Phenibut abbia compromesso ed indebolito la sua consapevolezza e le sue personali sicurezze.

Mi occupo da più di dieci anni di dipendenze patologiche, se pensi di avere un problema con le smart drugs o con altre sostanze d’abuso, contattami telefonicamente per maggiori info al 340.41.90.915 oppure scrivimi via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza, dipendenza da droghe, smart drugs, storie di dipendenza

Perché e da dove vengono le nostre ossessioni? Qual’è la causa? Come faccio ad uscirne del tutto? Sono le domande che molto spesso mi vengono rivolte da un paziente; la risposta non è così semplice ed immediata perché il fenomeno psicologico è complesso.

Se vuoi saperne di più su paura, panico, ossessioni e fobie scarica il mio e-book gratuito:

“ANSIA E PAURA. Breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico”

Viviamo in una società iper-controllante, la nostra tendenza è quella di avere sempre tutto sotto controllo, di riuscire a prevedere ogni cosa, sul lavoro, a casa, nel tempo libero. Purtroppo tutto ciò è impossibile, ed è proprio di fronte a questa impossibilità che molto spesso incontriamo l’ossessione e ne veniamo “imprigionati”. La conseguenza è che non riusciamo più a vivere serenamente ma al contrario sviluppiamo uno stato continuo di allerta, ansia e tensione.

Ossessioni e pensieri ossessivi

Semplificando il contesto, possiamo immaginare le ossessioni come un “chiodo fisso”, qualcosa al quale vorremmo smettere di pensare ma più cerchiamo di smettere e più ci ritorna in mente. Si tratta insomma di idee e/o rappresentazioni mentali (pensieri, immagini, impulsi, parole, frasi) che in maniera non volontaria si presentano alla nostra mente in maniera ricorrente e persistente, malgrado ogni tentativo di ignorarle, accompagnate da sensazioni di ansia e agitazione. In alcuni casi il pensiero ossessivo può dare vita a disturbi ossessivo-compulsivi complicando ulteriormente la vita del soggetto.

Le ossessioni dunque tendono ad essere ripetitive e a complicare non poco il vissuto quotidiano. La difficoltà principale sta proprio nel cercare di pensare e ragionare in maniera lucida, senza essere viziati dall’effetto disturbante ed eccessivo della rappresentazione ossessiva. 

Perché siamo vittima delle ossessioni?

L’ossessione nasce in genere da una preoccupazione. Se ad esempio ho paura del prossimo esame all’università oppure di superare un colloquio di lavoro o di portare a termine una vendita, è probabile che nasca in me un pensiero negativo: posso iniziare a pensare ripetutamente che qualcosa andrà male. E più continuo a pensare che andrà male, più la tensione aumenterà. E all’interno di una spirale senza fine: più la mia ansia aumenta e più il pensiero ricorrente invierà immagini negative: l’esame non verrà superato, il colloquio di lavoro sarà pessimo, la vendita non andrà a buon fine. Come è facile intuire è proprio l’arrovellarsi del pensiero stesso che rende l’ossessione pregnante di significato. Spesso accade che le persone che vivono forti sensi di colpa possano essere maggiormente esposte a cadere nel vortice delle ossessioni. 

Un esempio di come si struttura un’ossessione

Oggi vi porto l’esempio di un caro collega che, durante l’ultimo anno, ha riconosciuto di vivere molto spesso intense sensazioni ossessive. Davide (nome di fantasia) ogni qual volta si trova a dover prendere delle decisioni importanti per i propri dipendenti viene colto da una sensazione come se fosse sotto tortura

E’ lui stesso a spiegare che per prendere qualsiasi decisione deve prima porsi mille domande. La paura di sbagliare, di non trovare le giuste soluzioni per i suoi collaboratori, genera una spirale di pensieri, idee e scenari su come le cose potrebbero evolvere in maniera negativa. E’ proprio questo circolo vizioso di domande e di immagini che non gli permette di vedere le cose realmente in maniera lucida. Davide ha ormai realizzato che questa modalità di pensiero non è più efficace, anzi lo limita e lo lascia stanco e nervoso anche fuori dal contesto lavorativo. Come se lo seguisse anche a casa. In realtà D. sta sperimentando l’invasività del pensiero ricorrente, il risvolto ansiogeno che ne deriva e la tenacità di un disturbo difficile da contrastare senza un aiuto esterno.

La Terapia Breve Strategica consente interventi, strategie e soluzioni efficaci per superare le ossessioni ed i disturbi ossessivo-compulsivi ad esse collegati.

Contattami al 340.41.90.915 per saperne di più o per fissare un incontro di consulenza.

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Tag: ossessioni, Terapia Breve Strategica

La storia di un alcolista che voglio presentare oggi non ha un lieto fine.  Ho deciso di presentare questa esperienza di vita solo perché il soggetto coinvolto ha espresso il desiderio di poter diffondere la sua personale storia di dipendenza dall’alcol. L’obiettivo non è quello di demonizzare l’alcol o le bevande alcoliche in generale, anzi vuole essere motivo di riflessione e spunto per poter leggere il fenomeno alcol anche da un diverso punto di vista. La prospettiva dalla quale prenderemo in esame il fenomeno alcolismo è quella della dipendenza, ovvero dell’assoluto bisogno di bere che provoca sintomi di forte astinenza se e quando non si ha l’alcol a disposizione. Un vortice nel quale una volta entrati si fa fatica a trovare soluzioni efficaci e ad uscirne.

La storia di Tommaso 

Tommaso (nome di fantasia) ha 59 anni e beve da quando ne ha dieci. La nonna quando era piccino usava dargli piccole quantità di liquore a fine pasto, racconta lui, per rinvigorirlo e farlo crescere più forte. Non possiamo dedurre che la sua dipendenza sia effettivamente iniziata per il prematuro contatto con l’alcol, tuttavia sappiamo benissimo come questo tipo di abitudine sia in realtà particolarmente dannosa. L’alcol sotto qualsiasi forma non fa bene ai bambini anzi è pericoloso e del tutto inadatto durante il percorso di crescita. 

Tommaso racconta di aver iniziato a prendere le prime sbronze in età preadolescenziale, con gli amici. Inizia a lavorare molto presto all’età di sedici anni, durante le pause pranzo era solito bere insieme ai colleghi e anche alla fine del lavoro il bar era il luogo che frequentava assiduamente. Non ricorda periodi di distacco, di astinenza, l’alcol è sempre stato presente nella sua vita, anche se solo negli ultimi dieci anni ha avvertito un deciso peggioramento e ha iniziato a viverne la dipendenzacome un problema. 

Quando l’alcol diventa un problema

Tommaso definisce il “bere” come  qualcosa di normale, un’abitudine, un’azione come tante nel corso della giornata. Le sensazioni che genera l’alcol gli consentivano di mitigare la rabbia covata durante gli anni per le ingiustizie della società, perché Tommaso ha sempre lavorato duro e si sente in debito con la fortuna. La sua attività di artigiano ha subito un forte peggioramento con la crisi, tanto da portarlo a perdere tutto e a vendere l’attività. Contemporaneamente il consumo di alcol ha visto un progressivo aumento, soprattutto nel periodo di difficoltà economica e lavorativa. T. sentiva il bisogno di spegnere le emozioni negative, di non avvertirela sofferenza per aver perso la cosa a cui più teneva: il suo lavoro. Questo declino lavorativo ha avuto anche un risvolto personale ancora più buio a seguito dell’addio della fidanzata, stufa del consumo di alcolici da parte di T. e le sue difficoltà a reagire e rialzarsi. 

Oggi Tommaso ha iniziato un programma di disintossicazione presso una clinica, è motivato a smettere di bere ma è anche piuttosto lucido nel riconoscere i propri limiti. Il consumo di alcol nella sua vita è stato così importante che egli teme di non poter stare senza bere e di non riuscire ad affrontare i lati oscuri della sua personalità e del suo carattere. Ha iniziato una nuova avventura, ma sente di aver perso molto nella sua vita, sa che purtroppo a 59 anni non si può tornare indietro e il bagaglio di esperienze negative sono ancora vivide e fanno male.

T. ha voluto condividere la sua storia per stimolare tutte le persone a farsi un esame di coscienza e a comprendere come la dipendenza dall’alcol non sia qualcosa da sottovalutare, ma sia un problema da prendere in esame al più presto in modo tale da avere il tempo per affrontarlo e sconfiggerlo prima che i danni diventino irreparabili.

Se pensi di avere un problema con l’alcol o se qualcuno della tua famiglia presenta sintomi di dipendenza da bevande alcoliche contattami per una consulenza o per avere maggiori informazioni.

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Tag: alcoldipendenza, dipendenza da alcol, storie di dipendenza

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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: adolescenza, difficoltà scolastiche, genitorialità, studio

La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

Se vuoi saperne di più sull’ansia puoi scaricare il mio e-book al seguente link:

“Ansia e paura. Breve guida sulle diverse patologie fobiche
e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Contattami per maggiori informazioni o una consulenza al 340.41.90.915 oppure clicca nel link per vedere tutti i miei contatti.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto il Phenibut abbia compromesso ed indebolito la sua consapevolezza e le sue personali sicurezze.

Mi occupo da più di dieci anni di dipendenze patologiche, se pensi di avere un problema con le smart drugs o con altre sostanze d’abuso, contattami telefonicamente per maggiori info al 340.41.90.915 oppure scrivimi via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza, dipendenza da droghe, smart drugs, storie di dipendenza

Perché e da dove vengono le nostre ossessioni? Qual’è la causa? Come faccio ad uscirne del tutto? Sono le domande che molto spesso mi vengono rivolte da un paziente; la risposta non è così semplice ed immediata perché il fenomeno psicologico è complesso.

Se vuoi saperne di più su paura, panico, ossessioni e fobie scarica il mio e-book gratuito:

“ANSIA E PAURA. Breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico”

Viviamo in una società iper-controllante, la nostra tendenza è quella di avere sempre tutto sotto controllo, di riuscire a prevedere ogni cosa, sul lavoro, a casa, nel tempo libero. Purtroppo tutto ciò è impossibile, ed è proprio di fronte a questa impossibilità che molto spesso incontriamo l’ossessione e ne veniamo “imprigionati”. La conseguenza è che non riusciamo più a vivere serenamente ma al contrario sviluppiamo uno stato continuo di allerta, ansia e tensione.

Ossessioni e pensieri ossessivi

Semplificando il contesto, possiamo immaginare le ossessioni come un “chiodo fisso”, qualcosa al quale vorremmo smettere di pensare ma più cerchiamo di smettere e più ci ritorna in mente. Si tratta insomma di idee e/o rappresentazioni mentali (pensieri, immagini, impulsi, parole, frasi) che in maniera non volontaria si presentano alla nostra mente in maniera ricorrente e persistente, malgrado ogni tentativo di ignorarle, accompagnate da sensazioni di ansia e agitazione. In alcuni casi il pensiero ossessivo può dare vita a disturbi ossessivo-compulsivi complicando ulteriormente la vita del soggetto.

Le ossessioni dunque tendono ad essere ripetitive e a complicare non poco il vissuto quotidiano. La difficoltà principale sta proprio nel cercare di pensare e ragionare in maniera lucida, senza essere viziati dall’effetto disturbante ed eccessivo della rappresentazione ossessiva. 

Perché siamo vittima delle ossessioni?

L’ossessione nasce in genere da una preoccupazione. Se ad esempio ho paura del prossimo esame all’università oppure di superare un colloquio di lavoro o di portare a termine una vendita, è probabile che nasca in me un pensiero negativo: posso iniziare a pensare ripetutamente che qualcosa andrà male. E più continuo a pensare che andrà male, più la tensione aumenterà. E all’interno di una spirale senza fine: più la mia ansia aumenta e più il pensiero ricorrente invierà immagini negative: l’esame non verrà superato, il colloquio di lavoro sarà pessimo, la vendita non andrà a buon fine. Come è facile intuire è proprio l’arrovellarsi del pensiero stesso che rende l’ossessione pregnante di significato. Spesso accade che le persone che vivono forti sensi di colpa possano essere maggiormente esposte a cadere nel vortice delle ossessioni. 

Un esempio di come si struttura un’ossessione

Oggi vi porto l’esempio di un caro collega che, durante l’ultimo anno, ha riconosciuto di vivere molto spesso intense sensazioni ossessive. Davide (nome di fantasia) ogni qual volta si trova a dover prendere delle decisioni importanti per i propri dipendenti viene colto da una sensazione come se fosse sotto tortura

E’ lui stesso a spiegare che per prendere qualsiasi decisione deve prima porsi mille domande. La paura di sbagliare, di non trovare le giuste soluzioni per i suoi collaboratori, genera una spirale di pensieri, idee e scenari su come le cose potrebbero evolvere in maniera negativa. E’ proprio questo circolo vizioso di domande e di immagini che non gli permette di vedere le cose realmente in maniera lucida. Davide ha ormai realizzato che questa modalità di pensiero non è più efficace, anzi lo limita e lo lascia stanco e nervoso anche fuori dal contesto lavorativo. Come se lo seguisse anche a casa. In realtà D. sta sperimentando l’invasività del pensiero ricorrente, il risvolto ansiogeno che ne deriva e la tenacità di un disturbo difficile da contrastare senza un aiuto esterno.

La Terapia Breve Strategica consente interventi, strategie e soluzioni efficaci per superare le ossessioni ed i disturbi ossessivo-compulsivi ad esse collegati.

Contattami al 340.41.90.915 per saperne di più o per fissare un incontro di consulenza.

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Tag: ossessioni, Terapia Breve Strategica

La storia di un alcolista che voglio presentare oggi non ha un lieto fine.  Ho deciso di presentare questa esperienza di vita solo perché il soggetto coinvolto ha espresso il desiderio di poter diffondere la sua personale storia di dipendenza dall’alcol. L’obiettivo non è quello di demonizzare l’alcol o le bevande alcoliche in generale, anzi vuole essere motivo di riflessione e spunto per poter leggere il fenomeno alcol anche da un diverso punto di vista. La prospettiva dalla quale prenderemo in esame il fenomeno alcolismo è quella della dipendenza, ovvero dell’assoluto bisogno di bere che provoca sintomi di forte astinenza se e quando non si ha l’alcol a disposizione. Un vortice nel quale una volta entrati si fa fatica a trovare soluzioni efficaci e ad uscirne.

La storia di Tommaso 

Tommaso (nome di fantasia) ha 59 anni e beve da quando ne ha dieci. La nonna quando era piccino usava dargli piccole quantità di liquore a fine pasto, racconta lui, per rinvigorirlo e farlo crescere più forte. Non possiamo dedurre che la sua dipendenza sia effettivamente iniziata per il prematuro contatto con l’alcol, tuttavia sappiamo benissimo come questo tipo di abitudine sia in realtà particolarmente dannosa. L’alcol sotto qualsiasi forma non fa bene ai bambini anzi è pericoloso e del tutto inadatto durante il percorso di crescita. 

Tommaso racconta di aver iniziato a prendere le prime sbronze in età preadolescenziale, con gli amici. Inizia a lavorare molto presto all’età di sedici anni, durante le pause pranzo era solito bere insieme ai colleghi e anche alla fine del lavoro il bar era il luogo che frequentava assiduamente. Non ricorda periodi di distacco, di astinenza, l’alcol è sempre stato presente nella sua vita, anche se solo negli ultimi dieci anni ha avvertito un deciso peggioramento e ha iniziato a viverne la dipendenzacome un problema. 

Quando l’alcol diventa un problema

Tommaso definisce il “bere” come  qualcosa di normale, un’abitudine, un’azione come tante nel corso della giornata. Le sensazioni che genera l’alcol gli consentivano di mitigare la rabbia covata durante gli anni per le ingiustizie della società, perché Tommaso ha sempre lavorato duro e si sente in debito con la fortuna. La sua attività di artigiano ha subito un forte peggioramento con la crisi, tanto da portarlo a perdere tutto e a vendere l’attività. Contemporaneamente il consumo di alcol ha visto un progressivo aumento, soprattutto nel periodo di difficoltà economica e lavorativa. T. sentiva il bisogno di spegnere le emozioni negative, di non avvertirela sofferenza per aver perso la cosa a cui più teneva: il suo lavoro. Questo declino lavorativo ha avuto anche un risvolto personale ancora più buio a seguito dell’addio della fidanzata, stufa del consumo di alcolici da parte di T. e le sue difficoltà a reagire e rialzarsi. 

Oggi Tommaso ha iniziato un programma di disintossicazione presso una clinica, è motivato a smettere di bere ma è anche piuttosto lucido nel riconoscere i propri limiti. Il consumo di alcol nella sua vita è stato così importante che egli teme di non poter stare senza bere e di non riuscire ad affrontare i lati oscuri della sua personalità e del suo carattere. Ha iniziato una nuova avventura, ma sente di aver perso molto nella sua vita, sa che purtroppo a 59 anni non si può tornare indietro e il bagaglio di esperienze negative sono ancora vivide e fanno male.

T. ha voluto condividere la sua storia per stimolare tutte le persone a farsi un esame di coscienza e a comprendere come la dipendenza dall’alcol non sia qualcosa da sottovalutare, ma sia un problema da prendere in esame al più presto in modo tale da avere il tempo per affrontarlo e sconfiggerlo prima che i danni diventino irreparabili.

Se pensi di avere un problema con l’alcol o se qualcuno della tua famiglia presenta sintomi di dipendenza da bevande alcoliche contattami per una consulenza o per avere maggiori informazioni.

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Tag: alcoldipendenza, dipendenza da alcol, storie di dipendenza

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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: adolescenza, difficoltà scolastiche, genitorialità, studio

La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

Se vuoi saperne di più sull’ansia puoi scaricare il mio e-book al seguente link:

“Ansia e paura. Breve guida sulle diverse patologie fobiche
e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Contattami per maggiori informazioni o una consulenza al 340.41.90.915 oppure clicca nel link per vedere tutti i miei contatti.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto il Phenibut abbia compromesso ed indebolito la sua consapevolezza e le sue personali sicurezze.

Mi occupo da più di dieci anni di dipendenze patologiche, se pensi di avere un problema con le smart drugs o con altre sostanze d’abuso, contattami telefonicamente per maggiori info al 340.41.90.915 oppure scrivimi via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza, dipendenza da droghe, smart drugs, storie di dipendenza

Perché e da dove vengono le nostre ossessioni? Qual’è la causa? Come faccio ad uscirne del tutto? Sono le domande che molto spesso mi vengono rivolte da un paziente; la risposta non è così semplice ed immediata perché il fenomeno psicologico è complesso.

Se vuoi saperne di più su paura, panico, ossessioni e fobie scarica il mio e-book gratuito:

“ANSIA E PAURA. Breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico”

Viviamo in una società iper-controllante, la nostra tendenza è quella di avere sempre tutto sotto controllo, di riuscire a prevedere ogni cosa, sul lavoro, a casa, nel tempo libero. Purtroppo tutto ciò è impossibile, ed è proprio di fronte a questa impossibilità che molto spesso incontriamo l’ossessione e ne veniamo “imprigionati”. La conseguenza è che non riusciamo più a vivere serenamente ma al contrario sviluppiamo uno stato continuo di allerta, ansia e tensione.

Ossessioni e pensieri ossessivi

Semplificando il contesto, possiamo immaginare le ossessioni come un “chiodo fisso”, qualcosa al quale vorremmo smettere di pensare ma più cerchiamo di smettere e più ci ritorna in mente. Si tratta insomma di idee e/o rappresentazioni mentali (pensieri, immagini, impulsi, parole, frasi) che in maniera non volontaria si presentano alla nostra mente in maniera ricorrente e persistente, malgrado ogni tentativo di ignorarle, accompagnate da sensazioni di ansia e agitazione. In alcuni casi il pensiero ossessivo può dare vita a disturbi ossessivo-compulsivi complicando ulteriormente la vita del soggetto.

Le ossessioni dunque tendono ad essere ripetitive e a complicare non poco il vissuto quotidiano. La difficoltà principale sta proprio nel cercare di pensare e ragionare in maniera lucida, senza essere viziati dall’effetto disturbante ed eccessivo della rappresentazione ossessiva. 

Perché siamo vittima delle ossessioni?

L’ossessione nasce in genere da una preoccupazione. Se ad esempio ho paura del prossimo esame all’università oppure di superare un colloquio di lavoro o di portare a termine una vendita, è probabile che nasca in me un pensiero negativo: posso iniziare a pensare ripetutamente che qualcosa andrà male. E più continuo a pensare che andrà male, più la tensione aumenterà. E all’interno di una spirale senza fine: più la mia ansia aumenta e più il pensiero ricorrente invierà immagini negative: l’esame non verrà superato, il colloquio di lavoro sarà pessimo, la vendita non andrà a buon fine. Come è facile intuire è proprio l’arrovellarsi del pensiero stesso che rende l’ossessione pregnante di significato. Spesso accade che le persone che vivono forti sensi di colpa possano essere maggiormente esposte a cadere nel vortice delle ossessioni. 

Un esempio di come si struttura un’ossessione

Oggi vi porto l’esempio di un caro collega che, durante l’ultimo anno, ha riconosciuto di vivere molto spesso intense sensazioni ossessive. Davide (nome di fantasia) ogni qual volta si trova a dover prendere delle decisioni importanti per i propri dipendenti viene colto da una sensazione come se fosse sotto tortura

E’ lui stesso a spiegare che per prendere qualsiasi decisione deve prima porsi mille domande. La paura di sbagliare, di non trovare le giuste soluzioni per i suoi collaboratori, genera una spirale di pensieri, idee e scenari su come le cose potrebbero evolvere in maniera negativa. E’ proprio questo circolo vizioso di domande e di immagini che non gli permette di vedere le cose realmente in maniera lucida. Davide ha ormai realizzato che questa modalità di pensiero non è più efficace, anzi lo limita e lo lascia stanco e nervoso anche fuori dal contesto lavorativo. Come se lo seguisse anche a casa. In realtà D. sta sperimentando l’invasività del pensiero ricorrente, il risvolto ansiogeno che ne deriva e la tenacità di un disturbo difficile da contrastare senza un aiuto esterno.

La Terapia Breve Strategica consente interventi, strategie e soluzioni efficaci per superare le ossessioni ed i disturbi ossessivo-compulsivi ad esse collegati.

Contattami al 340.41.90.915 per saperne di più o per fissare un incontro di consulenza.

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Tag: ossessioni, Terapia Breve Strategica

La storia di un alcolista che voglio presentare oggi non ha un lieto fine.  Ho deciso di presentare questa esperienza di vita solo perché il soggetto coinvolto ha espresso il desiderio di poter diffondere la sua personale storia di dipendenza dall’alcol. L’obiettivo non è quello di demonizzare l’alcol o le bevande alcoliche in generale, anzi vuole essere motivo di riflessione e spunto per poter leggere il fenomeno alcol anche da un diverso punto di vista. La prospettiva dalla quale prenderemo in esame il fenomeno alcolismo è quella della dipendenza, ovvero dell’assoluto bisogno di bere che provoca sintomi di forte astinenza se e quando non si ha l’alcol a disposizione. Un vortice nel quale una volta entrati si fa fatica a trovare soluzioni efficaci e ad uscirne.

La storia di Tommaso 

Tommaso (nome di fantasia) ha 59 anni e beve da quando ne ha dieci. La nonna quando era piccino usava dargli piccole quantità di liquore a fine pasto, racconta lui, per rinvigorirlo e farlo crescere più forte. Non possiamo dedurre che la sua dipendenza sia effettivamente iniziata per il prematuro contatto con l’alcol, tuttavia sappiamo benissimo come questo tipo di abitudine sia in realtà particolarmente dannosa. L’alcol sotto qualsiasi forma non fa bene ai bambini anzi è pericoloso e del tutto inadatto durante il percorso di crescita. 

Tommaso racconta di aver iniziato a prendere le prime sbronze in età preadolescenziale, con gli amici. Inizia a lavorare molto presto all’età di sedici anni, durante le pause pranzo era solito bere insieme ai colleghi e anche alla fine del lavoro il bar era il luogo che frequentava assiduamente. Non ricorda periodi di distacco, di astinenza, l’alcol è sempre stato presente nella sua vita, anche se solo negli ultimi dieci anni ha avvertito un deciso peggioramento e ha iniziato a viverne la dipendenzacome un problema. 

Quando l’alcol diventa un problema

Tommaso definisce il “bere” come  qualcosa di normale, un’abitudine, un’azione come tante nel corso della giornata. Le sensazioni che genera l’alcol gli consentivano di mitigare la rabbia covata durante gli anni per le ingiustizie della società, perché Tommaso ha sempre lavorato duro e si sente in debito con la fortuna. La sua attività di artigiano ha subito un forte peggioramento con la crisi, tanto da portarlo a perdere tutto e a vendere l’attività. Contemporaneamente il consumo di alcol ha visto un progressivo aumento, soprattutto nel periodo di difficoltà economica e lavorativa. T. sentiva il bisogno di spegnere le emozioni negative, di non avvertirela sofferenza per aver perso la cosa a cui più teneva: il suo lavoro. Questo declino lavorativo ha avuto anche un risvolto personale ancora più buio a seguito dell’addio della fidanzata, stufa del consumo di alcolici da parte di T. e le sue difficoltà a reagire e rialzarsi. 

Oggi Tommaso ha iniziato un programma di disintossicazione presso una clinica, è motivato a smettere di bere ma è anche piuttosto lucido nel riconoscere i propri limiti. Il consumo di alcol nella sua vita è stato così importante che egli teme di non poter stare senza bere e di non riuscire ad affrontare i lati oscuri della sua personalità e del suo carattere. Ha iniziato una nuova avventura, ma sente di aver perso molto nella sua vita, sa che purtroppo a 59 anni non si può tornare indietro e il bagaglio di esperienze negative sono ancora vivide e fanno male.

T. ha voluto condividere la sua storia per stimolare tutte le persone a farsi un esame di coscienza e a comprendere come la dipendenza dall’alcol non sia qualcosa da sottovalutare, ma sia un problema da prendere in esame al più presto in modo tale da avere il tempo per affrontarlo e sconfiggerlo prima che i danni diventino irreparabili.

Se pensi di avere un problema con l’alcol o se qualcuno della tua famiglia presenta sintomi di dipendenza da bevande alcoliche contattami per una consulenza o per avere maggiori informazioni.

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Tag: alcoldipendenza, dipendenza da alcol, storie di dipendenza

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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: adolescenza, difficoltà scolastiche, genitorialità, studio

La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

Se vuoi saperne di più sull’ansia puoi scaricare il mio e-book al seguente link:

“Ansia e paura. Breve guida sulle diverse patologie fobiche
e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Contattami per maggiori informazioni o una consulenza al 340.41.90.915 oppure clicca nel link per vedere tutti i miei contatti.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto il Phenibut abbia compromesso ed indebolito la sua consapevolezza e le sue personali sicurezze.

Mi occupo da più di dieci anni di dipendenze patologiche, se pensi di avere un problema con le smart drugs o con altre sostanze d’abuso, contattami telefonicamente per maggiori info al 340.41.90.915 oppure scrivimi via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza, dipendenza da droghe, smart drugs, storie di dipendenza

Perché e da dove vengono le nostre ossessioni? Qual’è la causa? Come faccio ad uscirne del tutto? Sono le domande che molto spesso mi vengono rivolte da un paziente; la risposta non è così semplice ed immediata perché il fenomeno psicologico è complesso.

Se vuoi saperne di più su paura, panico, ossessioni e fobie scarica il mio e-book gratuito:

“ANSIA E PAURA. Breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico”

Viviamo in una società iper-controllante, la nostra tendenza è quella di avere sempre tutto sotto controllo, di riuscire a prevedere ogni cosa, sul lavoro, a casa, nel tempo libero. Purtroppo tutto ciò è impossibile, ed è proprio di fronte a questa impossibilità che molto spesso incontriamo l’ossessione e ne veniamo “imprigionati”. La conseguenza è che non riusciamo più a vivere serenamente ma al contrario sviluppiamo uno stato continuo di allerta, ansia e tensione.

Ossessioni e pensieri ossessivi

Semplificando il contesto, possiamo immaginare le ossessioni come un “chiodo fisso”, qualcosa al quale vorremmo smettere di pensare ma più cerchiamo di smettere e più ci ritorna in mente. Si tratta insomma di idee e/o rappresentazioni mentali (pensieri, immagini, impulsi, parole, frasi) che in maniera non volontaria si presentano alla nostra mente in maniera ricorrente e persistente, malgrado ogni tentativo di ignorarle, accompagnate da sensazioni di ansia e agitazione. In alcuni casi il pensiero ossessivo può dare vita a disturbi ossessivo-compulsivi complicando ulteriormente la vita del soggetto.

Le ossessioni dunque tendono ad essere ripetitive e a complicare non poco il vissuto quotidiano. La difficoltà principale sta proprio nel cercare di pensare e ragionare in maniera lucida, senza essere viziati dall’effetto disturbante ed eccessivo della rappresentazione ossessiva. 

Perché siamo vittima delle ossessioni?

L’ossessione nasce in genere da una preoccupazione. Se ad esempio ho paura del prossimo esame all’università oppure di superare un colloquio di lavoro o di portare a termine una vendita, è probabile che nasca in me un pensiero negativo: posso iniziare a pensare ripetutamente che qualcosa andrà male. E più continuo a pensare che andrà male, più la tensione aumenterà. E all’interno di una spirale senza fine: più la mia ansia aumenta e più il pensiero ricorrente invierà immagini negative: l’esame non verrà superato, il colloquio di lavoro sarà pessimo, la vendita non andrà a buon fine. Come è facile intuire è proprio l’arrovellarsi del pensiero stesso che rende l’ossessione pregnante di significato. Spesso accade che le persone che vivono forti sensi di colpa possano essere maggiormente esposte a cadere nel vortice delle ossessioni. 

Un esempio di come si struttura un’ossessione

Oggi vi porto l’esempio di un caro collega che, durante l’ultimo anno, ha riconosciuto di vivere molto spesso intense sensazioni ossessive. Davide (nome di fantasia) ogni qual volta si trova a dover prendere delle decisioni importanti per i propri dipendenti viene colto da una sensazione come se fosse sotto tortura

E’ lui stesso a spiegare che per prendere qualsiasi decisione deve prima porsi mille domande. La paura di sbagliare, di non trovare le giuste soluzioni per i suoi collaboratori, genera una spirale di pensieri, idee e scenari su come le cose potrebbero evolvere in maniera negativa. E’ proprio questo circolo vizioso di domande e di immagini che non gli permette di vedere le cose realmente in maniera lucida. Davide ha ormai realizzato che questa modalità di pensiero non è più efficace, anzi lo limita e lo lascia stanco e nervoso anche fuori dal contesto lavorativo. Come se lo seguisse anche a casa. In realtà D. sta sperimentando l’invasività del pensiero ricorrente, il risvolto ansiogeno che ne deriva e la tenacità di un disturbo difficile da contrastare senza un aiuto esterno.

La Terapia Breve Strategica consente interventi, strategie e soluzioni efficaci per superare le ossessioni ed i disturbi ossessivo-compulsivi ad esse collegati.

Contattami al 340.41.90.915 per saperne di più o per fissare un incontro di consulenza.

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Tag: ossessioni, Terapia Breve Strategica

La storia di un alcolista che voglio presentare oggi non ha un lieto fine.  Ho deciso di presentare questa esperienza di vita solo perché il soggetto coinvolto ha espresso il desiderio di poter diffondere la sua personale storia di dipendenza dall’alcol. L’obiettivo non è quello di demonizzare l’alcol o le bevande alcoliche in generale, anzi vuole essere motivo di riflessione e spunto per poter leggere il fenomeno alcol anche da un diverso punto di vista. La prospettiva dalla quale prenderemo in esame il fenomeno alcolismo è quella della dipendenza, ovvero dell’assoluto bisogno di bere che provoca sintomi di forte astinenza se e quando non si ha l’alcol a disposizione. Un vortice nel quale una volta entrati si fa fatica a trovare soluzioni efficaci e ad uscirne.

La storia di Tommaso 

Tommaso (nome di fantasia) ha 59 anni e beve da quando ne ha dieci. La nonna quando era piccino usava dargli piccole quantità di liquore a fine pasto, racconta lui, per rinvigorirlo e farlo crescere più forte. Non possiamo dedurre che la sua dipendenza sia effettivamente iniziata per il prematuro contatto con l’alcol, tuttavia sappiamo benissimo come questo tipo di abitudine sia in realtà particolarmente dannosa. L’alcol sotto qualsiasi forma non fa bene ai bambini anzi è pericoloso e del tutto inadatto durante il percorso di crescita. 

Tommaso racconta di aver iniziato a prendere le prime sbronze in età preadolescenziale, con gli amici. Inizia a lavorare molto presto all’età di sedici anni, durante le pause pranzo era solito bere insieme ai colleghi e anche alla fine del lavoro il bar era il luogo che frequentava assiduamente. Non ricorda periodi di distacco, di astinenza, l’alcol è sempre stato presente nella sua vita, anche se solo negli ultimi dieci anni ha avvertito un deciso peggioramento e ha iniziato a viverne la dipendenzacome un problema. 

Quando l’alcol diventa un problema

Tommaso definisce il “bere” come  qualcosa di normale, un’abitudine, un’azione come tante nel corso della giornata. Le sensazioni che genera l’alcol gli consentivano di mitigare la rabbia covata durante gli anni per le ingiustizie della società, perché Tommaso ha sempre lavorato duro e si sente in debito con la fortuna. La sua attività di artigiano ha subito un forte peggioramento con la crisi, tanto da portarlo a perdere tutto e a vendere l’attività. Contemporaneamente il consumo di alcol ha visto un progressivo aumento, soprattutto nel periodo di difficoltà economica e lavorativa. T. sentiva il bisogno di spegnere le emozioni negative, di non avvertirela sofferenza per aver perso la cosa a cui più teneva: il suo lavoro. Questo declino lavorativo ha avuto anche un risvolto personale ancora più buio a seguito dell’addio della fidanzata, stufa del consumo di alcolici da parte di T. e le sue difficoltà a reagire e rialzarsi. 

Oggi Tommaso ha iniziato un programma di disintossicazione presso una clinica, è motivato a smettere di bere ma è anche piuttosto lucido nel riconoscere i propri limiti. Il consumo di alcol nella sua vita è stato così importante che egli teme di non poter stare senza bere e di non riuscire ad affrontare i lati oscuri della sua personalità e del suo carattere. Ha iniziato una nuova avventura, ma sente di aver perso molto nella sua vita, sa che purtroppo a 59 anni non si può tornare indietro e il bagaglio di esperienze negative sono ancora vivide e fanno male.

T. ha voluto condividere la sua storia per stimolare tutte le persone a farsi un esame di coscienza e a comprendere come la dipendenza dall’alcol non sia qualcosa da sottovalutare, ma sia un problema da prendere in esame al più presto in modo tale da avere il tempo per affrontarlo e sconfiggerlo prima che i danni diventino irreparabili.

Se pensi di avere un problema con l’alcol o se qualcuno della tua famiglia presenta sintomi di dipendenza da bevande alcoliche contattami per una consulenza o per avere maggiori informazioni.

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Tag: alcoldipendenza, dipendenza da alcol, storie di dipendenza

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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: adolescenza, difficoltà scolastiche, genitorialità, studio

La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

Se vuoi saperne di più sull’ansia puoi scaricare il mio e-book al seguente link:

“Ansia e paura. Breve guida sulle diverse patologie fobiche
e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto il Phenibut abbia compromesso ed indebolito la sua consapevolezza e le sue personali sicurezze.

Mi occupo da più di dieci anni di dipendenze patologiche, se pensi di avere un problema con le smart drugs o con altre sostanze d’abuso, contattami telefonicamente per maggiori info al 340.41.90.915 oppure scrivimi via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza, dipendenza da droghe, smart drugs, storie di dipendenza

Perché e da dove vengono le nostre ossessioni? Qual’è la causa? Come faccio ad uscirne del tutto? Sono le domande che molto spesso mi vengono rivolte da un paziente; la risposta non è così semplice ed immediata perché il fenomeno psicologico è complesso.

Se vuoi saperne di più su paura, panico, ossessioni e fobie scarica il mio e-book gratuito:

“ANSIA E PAURA. Breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico”

Viviamo in una società iper-controllante, la nostra tendenza è quella di avere sempre tutto sotto controllo, di riuscire a prevedere ogni cosa, sul lavoro, a casa, nel tempo libero. Purtroppo tutto ciò è impossibile, ed è proprio di fronte a questa impossibilità che molto spesso incontriamo l’ossessione e ne veniamo “imprigionati”. La conseguenza è che non riusciamo più a vivere serenamente ma al contrario sviluppiamo uno stato continuo di allerta, ansia e tensione.

Ossessioni e pensieri ossessivi

Semplificando il contesto, possiamo immaginare le ossessioni come un “chiodo fisso”, qualcosa al quale vorremmo smettere di pensare ma più cerchiamo di smettere e più ci ritorna in mente. Si tratta insomma di idee e/o rappresentazioni mentali (pensieri, immagini, impulsi, parole, frasi) che in maniera non volontaria si presentano alla nostra mente in maniera ricorrente e persistente, malgrado ogni tentativo di ignorarle, accompagnate da sensazioni di ansia e agitazione. In alcuni casi il pensiero ossessivo può dare vita a disturbi ossessivo-compulsivi complicando ulteriormente la vita del soggetto.

Le ossessioni dunque tendono ad essere ripetitive e a complicare non poco il vissuto quotidiano. La difficoltà principale sta proprio nel cercare di pensare e ragionare in maniera lucida, senza essere viziati dall’effetto disturbante ed eccessivo della rappresentazione ossessiva. 

Perché siamo vittima delle ossessioni?

L’ossessione nasce in genere da una preoccupazione. Se ad esempio ho paura del prossimo esame all’università oppure di superare un colloquio di lavoro o di portare a termine una vendita, è probabile che nasca in me un pensiero negativo: posso iniziare a pensare ripetutamente che qualcosa andrà male. E più continuo a pensare che andrà male, più la tensione aumenterà. E all’interno di una spirale senza fine: più la mia ansia aumenta e più il pensiero ricorrente invierà immagini negative: l’esame non verrà superato, il colloquio di lavoro sarà pessimo, la vendita non andrà a buon fine. Come è facile intuire è proprio l’arrovellarsi del pensiero stesso che rende l’ossessione pregnante di significato. Spesso accade che le persone che vivono forti sensi di colpa possano essere maggiormente esposte a cadere nel vortice delle ossessioni. 

Un esempio di come si struttura un’ossessione

Oggi vi porto l’esempio di un caro collega che, durante l’ultimo anno, ha riconosciuto di vivere molto spesso intense sensazioni ossessive. Davide (nome di fantasia) ogni qual volta si trova a dover prendere delle decisioni importanti per i propri dipendenti viene colto da una sensazione come se fosse sotto tortura

E’ lui stesso a spiegare che per prendere qualsiasi decisione deve prima porsi mille domande. La paura di sbagliare, di non trovare le giuste soluzioni per i suoi collaboratori, genera una spirale di pensieri, idee e scenari su come le cose potrebbero evolvere in maniera negativa. E’ proprio questo circolo vizioso di domande e di immagini che non gli permette di vedere le cose realmente in maniera lucida. Davide ha ormai realizzato che questa modalità di pensiero non è più efficace, anzi lo limita e lo lascia stanco e nervoso anche fuori dal contesto lavorativo. Come se lo seguisse anche a casa. In realtà D. sta sperimentando l’invasività del pensiero ricorrente, il risvolto ansiogeno che ne deriva e la tenacità di un disturbo difficile da contrastare senza un aiuto esterno.

La Terapia Breve Strategica consente interventi, strategie e soluzioni efficaci per superare le ossessioni ed i disturbi ossessivo-compulsivi ad esse collegati.

Contattami al 340.41.90.915 per saperne di più o per fissare un incontro di consulenza.

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Tag: ossessioni, Terapia Breve Strategica

La storia di un alcolista che voglio presentare oggi non ha un lieto fine.  Ho deciso di presentare questa esperienza di vita solo perché il soggetto coinvolto ha espresso il desiderio di poter diffondere la sua personale storia di dipendenza dall’alcol. L’obiettivo non è quello di demonizzare l’alcol o le bevande alcoliche in generale, anzi vuole essere motivo di riflessione e spunto per poter leggere il fenomeno alcol anche da un diverso punto di vista. La prospettiva dalla quale prenderemo in esame il fenomeno alcolismo è quella della dipendenza, ovvero dell’assoluto bisogno di bere che provoca sintomi di forte astinenza se e quando non si ha l’alcol a disposizione. Un vortice nel quale una volta entrati si fa fatica a trovare soluzioni efficaci e ad uscirne.

La storia di Tommaso 

Tommaso (nome di fantasia) ha 59 anni e beve da quando ne ha dieci. La nonna quando era piccino usava dargli piccole quantità di liquore a fine pasto, racconta lui, per rinvigorirlo e farlo crescere più forte. Non possiamo dedurre che la sua dipendenza sia effettivamente iniziata per il prematuro contatto con l’alcol, tuttavia sappiamo benissimo come questo tipo di abitudine sia in realtà particolarmente dannosa. L’alcol sotto qualsiasi forma non fa bene ai bambini anzi è pericoloso e del tutto inadatto durante il percorso di crescita. 

Tommaso racconta di aver iniziato a prendere le prime sbronze in età preadolescenziale, con gli amici. Inizia a lavorare molto presto all’età di sedici anni, durante le pause pranzo era solito bere insieme ai colleghi e anche alla fine del lavoro il bar era il luogo che frequentava assiduamente. Non ricorda periodi di distacco, di astinenza, l’alcol è sempre stato presente nella sua vita, anche se solo negli ultimi dieci anni ha avvertito un deciso peggioramento e ha iniziato a viverne la dipendenzacome un problema. 

Quando l’alcol diventa un problema

Tommaso definisce il “bere” come  qualcosa di normale, un’abitudine, un’azione come tante nel corso della giornata. Le sensazioni che genera l’alcol gli consentivano di mitigare la rabbia covata durante gli anni per le ingiustizie della società, perché Tommaso ha sempre lavorato duro e si sente in debito con la fortuna. La sua attività di artigiano ha subito un forte peggioramento con la crisi, tanto da portarlo a perdere tutto e a vendere l’attività. Contemporaneamente il consumo di alcol ha visto un progressivo aumento, soprattutto nel periodo di difficoltà economica e lavorativa. T. sentiva il bisogno di spegnere le emozioni negative, di non avvertirela sofferenza per aver perso la cosa a cui più teneva: il suo lavoro. Questo declino lavorativo ha avuto anche un risvolto personale ancora più buio a seguito dell’addio della fidanzata, stufa del consumo di alcolici da parte di T. e le sue difficoltà a reagire e rialzarsi. 

Oggi Tommaso ha iniziato un programma di disintossicazione presso una clinica, è motivato a smettere di bere ma è anche piuttosto lucido nel riconoscere i propri limiti. Il consumo di alcol nella sua vita è stato così importante che egli teme di non poter stare senza bere e di non riuscire ad affrontare i lati oscuri della sua personalità e del suo carattere. Ha iniziato una nuova avventura, ma sente di aver perso molto nella sua vita, sa che purtroppo a 59 anni non si può tornare indietro e il bagaglio di esperienze negative sono ancora vivide e fanno male.

T. ha voluto condividere la sua storia per stimolare tutte le persone a farsi un esame di coscienza e a comprendere come la dipendenza dall’alcol non sia qualcosa da sottovalutare, ma sia un problema da prendere in esame al più presto in modo tale da avere il tempo per affrontarlo e sconfiggerlo prima che i danni diventino irreparabili.

Se pensi di avere un problema con l’alcol o se qualcuno della tua famiglia presenta sintomi di dipendenza da bevande alcoliche contattami per una consulenza o per avere maggiori informazioni.

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Tag: alcoldipendenza, dipendenza da alcol, storie di dipendenza

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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: adolescenza, difficoltà scolastiche, genitorialità, studio

La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

Se vuoi saperne di più sull’ansia puoi scaricare il mio e-book al seguente link:

“Ansia e paura. Breve guida sulle diverse patologie fobiche
e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Contattami per maggiori informazioni o una consulenza al 340.41.90.915 oppure clicca nel link per vedere tutti i miei contatti.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto il Phenibut abbia compromesso ed indebolito la sua consapevolezza e le sue personali sicurezze.

Mi occupo da più di dieci anni di dipendenze patologiche, se pensi di avere un problema con le smart drugs o con altre sostanze d’abuso, contattami telefonicamente per maggiori info al 340.41.90.915 oppure scrivimi via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Perché e da dove vengono le nostre ossessioni? Qual’è la causa? Come faccio ad uscirne del tutto? Sono le domande che molto spesso mi vengono rivolte da un paziente; la risposta non è così semplice ed immediata perché il fenomeno psicologico è complesso.

Se vuoi saperne di più su paura, panico, ossessioni e fobie scarica il mio e-book gratuito:

“ANSIA E PAURA. Breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico”

Viviamo in una società iper-controllante, la nostra tendenza è quella di avere sempre tutto sotto controllo, di riuscire a prevedere ogni cosa, sul lavoro, a casa, nel tempo libero. Purtroppo tutto ciò è impossibile, ed è proprio di fronte a questa impossibilità che molto spesso incontriamo l’ossessione e ne veniamo “imprigionati”. La conseguenza è che non riusciamo più a vivere serenamente ma al contrario sviluppiamo uno stato continuo di allerta, ansia e tensione.

Ossessioni e pensieri ossessivi

Semplificando il contesto, possiamo immaginare le ossessioni come un “chiodo fisso”, qualcosa al quale vorremmo smettere di pensare ma più cerchiamo di smettere e più ci ritorna in mente. Si tratta insomma di idee e/o rappresentazioni mentali (pensieri, immagini, impulsi, parole, frasi) che in maniera non volontaria si presentano alla nostra mente in maniera ricorrente e persistente, malgrado ogni tentativo di ignorarle, accompagnate da sensazioni di ansia e agitazione. In alcuni casi il pensiero ossessivo può dare vita a disturbi ossessivo-compulsivi complicando ulteriormente la vita del soggetto.

Le ossessioni dunque tendono ad essere ripetitive e a complicare non poco il vissuto quotidiano. La difficoltà principale sta proprio nel cercare di pensare e ragionare in maniera lucida, senza essere viziati dall’effetto disturbante ed eccessivo della rappresentazione ossessiva. 

Perché siamo vittima delle ossessioni?

L’ossessione nasce in genere da una preoccupazione. Se ad esempio ho paura del prossimo esame all’università oppure di superare un colloquio di lavoro o di portare a termine una vendita, è probabile che nasca in me un pensiero negativo: posso iniziare a pensare ripetutamente che qualcosa andrà male. E più continuo a pensare che andrà male, più la tensione aumenterà. E all’interno di una spirale senza fine: più la mia ansia aumenta e più il pensiero ricorrente invierà immagini negative: l’esame non verrà superato, il colloquio di lavoro sarà pessimo, la vendita non andrà a buon fine. Come è facile intuire è proprio l’arrovellarsi del pensiero stesso che rende l’ossessione pregnante di significato. Spesso accade che le persone che vivono forti sensi di colpa possano essere maggiormente esposte a cadere nel vortice delle ossessioni. 

Un esempio di come si struttura un’ossessione

Oggi vi porto l’esempio di un caro collega che, durante l’ultimo anno, ha riconosciuto di vivere molto spesso intense sensazioni ossessive. Davide (nome di fantasia) ogni qual volta si trova a dover prendere delle decisioni importanti per i propri dipendenti viene colto da una sensazione come se fosse sotto tortura

E’ lui stesso a spiegare che per prendere qualsiasi decisione deve prima porsi mille domande. La paura di sbagliare, di non trovare le giuste soluzioni per i suoi collaboratori, genera una spirale di pensieri, idee e scenari su come le cose potrebbero evolvere in maniera negativa. E’ proprio questo circolo vizioso di domande e di immagini che non gli permette di vedere le cose realmente in maniera lucida. Davide ha ormai realizzato che questa modalità di pensiero non è più efficace, anzi lo limita e lo lascia stanco e nervoso anche fuori dal contesto lavorativo. Come se lo seguisse anche a casa. In realtà D. sta sperimentando l’invasività del pensiero ricorrente, il risvolto ansiogeno che ne deriva e la tenacità di un disturbo difficile da contrastare senza un aiuto esterno.

La Terapia Breve Strategica consente interventi, strategie e soluzioni efficaci per superare le ossessioni ed i disturbi ossessivo-compulsivi ad esse collegati.

Contattami al 340.41.90.915 per saperne di più o per fissare un incontro di consulenza.

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Tag: ossessioni, Terapia Breve Strategica

La storia di un alcolista che voglio presentare oggi non ha un lieto fine.  Ho deciso di presentare questa esperienza di vita solo perché il soggetto coinvolto ha espresso il desiderio di poter diffondere la sua personale storia di dipendenza dall’alcol. L’obiettivo non è quello di demonizzare l’alcol o le bevande alcoliche in generale, anzi vuole essere motivo di riflessione e spunto per poter leggere il fenomeno alcol anche da un diverso punto di vista. La prospettiva dalla quale prenderemo in esame il fenomeno alcolismo è quella della dipendenza, ovvero dell’assoluto bisogno di bere che provoca sintomi di forte astinenza se e quando non si ha l’alcol a disposizione. Un vortice nel quale una volta entrati si fa fatica a trovare soluzioni efficaci e ad uscirne.

La storia di Tommaso 

Tommaso (nome di fantasia) ha 59 anni e beve da quando ne ha dieci. La nonna quando era piccino usava dargli piccole quantità di liquore a fine pasto, racconta lui, per rinvigorirlo e farlo crescere più forte. Non possiamo dedurre che la sua dipendenza sia effettivamente iniziata per il prematuro contatto con l’alcol, tuttavia sappiamo benissimo come questo tipo di abitudine sia in realtà particolarmente dannosa. L’alcol sotto qualsiasi forma non fa bene ai bambini anzi è pericoloso e del tutto inadatto durante il percorso di crescita. 

Tommaso racconta di aver iniziato a prendere le prime sbronze in età preadolescenziale, con gli amici. Inizia a lavorare molto presto all’età di sedici anni, durante le pause pranzo era solito bere insieme ai colleghi e anche alla fine del lavoro il bar era il luogo che frequentava assiduamente. Non ricorda periodi di distacco, di astinenza, l’alcol è sempre stato presente nella sua vita, anche se solo negli ultimi dieci anni ha avvertito un deciso peggioramento e ha iniziato a viverne la dipendenzacome un problema. 

Quando l’alcol diventa un problema

Tommaso definisce il “bere” come  qualcosa di normale, un’abitudine, un’azione come tante nel corso della giornata. Le sensazioni che genera l’alcol gli consentivano di mitigare la rabbia covata durante gli anni per le ingiustizie della società, perché Tommaso ha sempre lavorato duro e si sente in debito con la fortuna. La sua attività di artigiano ha subito un forte peggioramento con la crisi, tanto da portarlo a perdere tutto e a vendere l’attività. Contemporaneamente il consumo di alcol ha visto un progressivo aumento, soprattutto nel periodo di difficoltà economica e lavorativa. T. sentiva il bisogno di spegnere le emozioni negative, di non avvertirela sofferenza per aver perso la cosa a cui più teneva: il suo lavoro. Questo declino lavorativo ha avuto anche un risvolto personale ancora più buio a seguito dell’addio della fidanzata, stufa del consumo di alcolici da parte di T. e le sue difficoltà a reagire e rialzarsi. 

Oggi Tommaso ha iniziato un programma di disintossicazione presso una clinica, è motivato a smettere di bere ma è anche piuttosto lucido nel riconoscere i propri limiti. Il consumo di alcol nella sua vita è stato così importante che egli teme di non poter stare senza bere e di non riuscire ad affrontare i lati oscuri della sua personalità e del suo carattere. Ha iniziato una nuova avventura, ma sente di aver perso molto nella sua vita, sa che purtroppo a 59 anni non si può tornare indietro e il bagaglio di esperienze negative sono ancora vivide e fanno male.

T. ha voluto condividere la sua storia per stimolare tutte le persone a farsi un esame di coscienza e a comprendere come la dipendenza dall’alcol non sia qualcosa da sottovalutare, ma sia un problema da prendere in esame al più presto in modo tale da avere il tempo per affrontarlo e sconfiggerlo prima che i danni diventino irreparabili.

Se pensi di avere un problema con l’alcol o se qualcuno della tua famiglia presenta sintomi di dipendenza da bevande alcoliche contattami per una consulenza o per avere maggiori informazioni.

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Tag: alcoldipendenza, dipendenza da alcol, storie di dipendenza

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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: adolescenza, difficoltà scolastiche, genitorialità, studio

La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

Se vuoi saperne di più sull’ansia puoi scaricare il mio e-book al seguente link:

“Ansia e paura. Breve guida sulle diverse patologie fobiche
e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Contattami per maggiori informazioni o una consulenza al 340.41.90.915 oppure clicca nel link per vedere tutti i miei contatti.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto il Phenibut abbia compromesso ed indebolito la sua consapevolezza e le sue personali sicurezze.

Mi occupo da più di dieci anni di dipendenze patologiche, se pensi di avere un problema con le smart drugs o con altre sostanze d’abuso, contattami telefonicamente per maggiori info al 340.41.90.915 oppure scrivimi via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Perché e da dove vengono le nostre ossessioni? Qual’è la causa? Come faccio ad uscirne del tutto? Sono le domande che molto spesso mi vengono rivolte da un paziente; la risposta non è così semplice ed immediata perché il fenomeno psicologico è complesso.

Se vuoi saperne di più su paura, panico, ossessioni e fobie scarica il mio e-book gratuito:

“ANSIA E PAURA. Breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico”

Viviamo in una società iper-controllante, la nostra tendenza è quella di avere sempre tutto sotto controllo, di riuscire a prevedere ogni cosa, sul lavoro, a casa, nel tempo libero. Purtroppo tutto ciò è impossibile, ed è proprio di fronte a questa impossibilità che molto spesso incontriamo l’ossessione e ne veniamo “imprigionati”. La conseguenza è che non riusciamo più a vivere serenamente ma al contrario sviluppiamo uno stato continuo di allerta, ansia e tensione.

Ossessioni e pensieri ossessivi

Semplificando il contesto, possiamo immaginare le ossessioni come un “chiodo fisso”, qualcosa al quale vorremmo smettere di pensare ma più cerchiamo di smettere e più ci ritorna in mente. Si tratta insomma di idee e/o rappresentazioni mentali (pensieri, immagini, impulsi, parole, frasi) che in maniera non volontaria si presentano alla nostra mente in maniera ricorrente e persistente, malgrado ogni tentativo di ignorarle, accompagnate da sensazioni di ansia e agitazione. In alcuni casi il pensiero ossessivo può dare vita a disturbi ossessivo-compulsivi complicando ulteriormente la vita del soggetto.

Le ossessioni dunque tendono ad essere ripetitive e a complicare non poco il vissuto quotidiano. La difficoltà principale sta proprio nel cercare di pensare e ragionare in maniera lucida, senza essere viziati dall’effetto disturbante ed eccessivo della rappresentazione ossessiva. 

Perché siamo vittima delle ossessioni?

L’ossessione nasce in genere da una preoccupazione. Se ad esempio ho paura del prossimo esame all’università oppure di superare un colloquio di lavoro o di portare a termine una vendita, è probabile che nasca in me un pensiero negativo: posso iniziare a pensare ripetutamente che qualcosa andrà male. E più continuo a pensare che andrà male, più la tensione aumenterà. E all’interno di una spirale senza fine: più la mia ansia aumenta e più il pensiero ricorrente invierà immagini negative: l’esame non verrà superato, il colloquio di lavoro sarà pessimo, la vendita non andrà a buon fine. Come è facile intuire è proprio l’arrovellarsi del pensiero stesso che rende l’ossessione pregnante di significato. Spesso accade che le persone che vivono forti sensi di colpa possano essere maggiormente esposte a cadere nel vortice delle ossessioni. 

Un esempio di come si struttura un’ossessione

Oggi vi porto l’esempio di un caro collega che, durante l’ultimo anno, ha riconosciuto di vivere molto spesso intense sensazioni ossessive. Davide (nome di fantasia) ogni qual volta si trova a dover prendere delle decisioni importanti per i propri dipendenti viene colto da una sensazione come se fosse sotto tortura

E’ lui stesso a spiegare che per prendere qualsiasi decisione deve prima porsi mille domande. La paura di sbagliare, di non trovare le giuste soluzioni per i suoi collaboratori, genera una spirale di pensieri, idee e scenari su come le cose potrebbero evolvere in maniera negativa. E’ proprio questo circolo vizioso di domande e di immagini che non gli permette di vedere le cose realmente in maniera lucida. Davide ha ormai realizzato che questa modalità di pensiero non è più efficace, anzi lo limita e lo lascia stanco e nervoso anche fuori dal contesto lavorativo. Come se lo seguisse anche a casa. In realtà D. sta sperimentando l’invasività del pensiero ricorrente, il risvolto ansiogeno che ne deriva e la tenacità di un disturbo difficile da contrastare senza un aiuto esterno.

La Terapia Breve Strategica consente interventi, strategie e soluzioni efficaci per superare le ossessioni ed i disturbi ossessivo-compulsivi ad esse collegati.

Contattami al 340.41.90.915 per saperne di più o per fissare un incontro di consulenza.

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Tag: ossessioni, Terapia Breve Strategica

La storia di un alcolista che voglio presentare oggi non ha un lieto fine.  Ho deciso di presentare questa esperienza di vita solo perché il soggetto coinvolto ha espresso il desiderio di poter diffondere la sua personale storia di dipendenza dall’alcol. L’obiettivo non è quello di demonizzare l’alcol o le bevande alcoliche in generale, anzi vuole essere motivo di riflessione e spunto per poter leggere il fenomeno alcol anche da un diverso punto di vista. La prospettiva dalla quale prenderemo in esame il fenomeno alcolismo è quella della dipendenza, ovvero dell’assoluto bisogno di bere che provoca sintomi di forte astinenza se e quando non si ha l’alcol a disposizione. Un vortice nel quale una volta entrati si fa fatica a trovare soluzioni efficaci e ad uscirne.

La storia di Tommaso 

Tommaso (nome di fantasia) ha 59 anni e beve da quando ne ha dieci. La nonna quando era piccino usava dargli piccole quantità di liquore a fine pasto, racconta lui, per rinvigorirlo e farlo crescere più forte. Non possiamo dedurre che la sua dipendenza sia effettivamente iniziata per il prematuro contatto con l’alcol, tuttavia sappiamo benissimo come questo tipo di abitudine sia in realtà particolarmente dannosa. L’alcol sotto qualsiasi forma non fa bene ai bambini anzi è pericoloso e del tutto inadatto durante il percorso di crescita. 

Tommaso racconta di aver iniziato a prendere le prime sbronze in età preadolescenziale, con gli amici. Inizia a lavorare molto presto all’età di sedici anni, durante le pause pranzo era solito bere insieme ai colleghi e anche alla fine del lavoro il bar era il luogo che frequentava assiduamente. Non ricorda periodi di distacco, di astinenza, l’alcol è sempre stato presente nella sua vita, anche se solo negli ultimi dieci anni ha avvertito un deciso peggioramento e ha iniziato a viverne la dipendenzacome un problema. 

Quando l’alcol diventa un problema

Tommaso definisce il “bere” come  qualcosa di normale, un’abitudine, un’azione come tante nel corso della giornata. Le sensazioni che genera l’alcol gli consentivano di mitigare la rabbia covata durante gli anni per le ingiustizie della società, perché Tommaso ha sempre lavorato duro e si sente in debito con la fortuna. La sua attività di artigiano ha subito un forte peggioramento con la crisi, tanto da portarlo a perdere tutto e a vendere l’attività. Contemporaneamente il consumo di alcol ha visto un progressivo aumento, soprattutto nel periodo di difficoltà economica e lavorativa. T. sentiva il bisogno di spegnere le emozioni negative, di non avvertirela sofferenza per aver perso la cosa a cui più teneva: il suo lavoro. Questo declino lavorativo ha avuto anche un risvolto personale ancora più buio a seguito dell’addio della fidanzata, stufa del consumo di alcolici da parte di T. e le sue difficoltà a reagire e rialzarsi. 

Oggi Tommaso ha iniziato un programma di disintossicazione presso una clinica, è motivato a smettere di bere ma è anche piuttosto lucido nel riconoscere i propri limiti. Il consumo di alcol nella sua vita è stato così importante che egli teme di non poter stare senza bere e di non riuscire ad affrontare i lati oscuri della sua personalità e del suo carattere. Ha iniziato una nuova avventura, ma sente di aver perso molto nella sua vita, sa che purtroppo a 59 anni non si può tornare indietro e il bagaglio di esperienze negative sono ancora vivide e fanno male.

T. ha voluto condividere la sua storia per stimolare tutte le persone a farsi un esame di coscienza e a comprendere come la dipendenza dall’alcol non sia qualcosa da sottovalutare, ma sia un problema da prendere in esame al più presto in modo tale da avere il tempo per affrontarlo e sconfiggerlo prima che i danni diventino irreparabili.

Se pensi di avere un problema con l’alcol o se qualcuno della tua famiglia presenta sintomi di dipendenza da bevande alcoliche contattami per una consulenza o per avere maggiori informazioni.

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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: adolescenza, difficoltà scolastiche, genitorialità, studio

La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

Se vuoi saperne di più sull’ansia puoi scaricare il mio e-book al seguente link:

“Ansia e paura. Breve guida sulle diverse patologie fobiche
e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Contattami per maggiori informazioni o una consulenza al 340.41.90.915 oppure clicca nel link per vedere tutti i miei contatti.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto il Phenibut abbia compromesso ed indebolito la sua consapevolezza e le sue personali sicurezze.

Mi occupo da più di dieci anni di dipendenze patologiche, se pensi di avere un problema con le smart drugs o con altre sostanze d’abuso, contattami telefonicamente per maggiori info al 340.41.90.915 oppure scrivimi via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza, dipendenza da droghe, smart drugs, storie di dipendenza

Perché e da dove vengono le nostre ossessioni? Qual’è la causa? Come faccio ad uscirne del tutto? Sono le domande che molto spesso mi vengono rivolte da un paziente; la risposta non è così semplice ed immediata perché il fenomeno psicologico è complesso.

Se vuoi saperne di più su paura, panico, ossessioni e fobie scarica il mio e-book gratuito:

“ANSIA E PAURA. Breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico”

Viviamo in una società iper-controllante, la nostra tendenza è quella di avere sempre tutto sotto controllo, di riuscire a prevedere ogni cosa, sul lavoro, a casa, nel tempo libero. Purtroppo tutto ciò è impossibile, ed è proprio di fronte a questa impossibilità che molto spesso incontriamo l’ossessione e ne veniamo “imprigionati”. La conseguenza è che non riusciamo più a vivere serenamente ma al contrario sviluppiamo uno stato continuo di allerta, ansia e tensione.

Ossessioni e pensieri ossessivi

Semplificando il contesto, possiamo immaginare le ossessioni come un “chiodo fisso”, qualcosa al quale vorremmo smettere di pensare ma più cerchiamo di smettere e più ci ritorna in mente. Si tratta insomma di idee e/o rappresentazioni mentali (pensieri, immagini, impulsi, parole, frasi) che in maniera non volontaria si presentano alla nostra mente in maniera ricorrente e persistente, malgrado ogni tentativo di ignorarle, accompagnate da sensazioni di ansia e agitazione. In alcuni casi il pensiero ossessivo può dare vita a disturbi ossessivo-compulsivi complicando ulteriormente la vita del soggetto.

Le ossessioni dunque tendono ad essere ripetitive e a complicare non poco il vissuto quotidiano. La difficoltà principale sta proprio nel cercare di pensare e ragionare in maniera lucida, senza essere viziati dall’effetto disturbante ed eccessivo della rappresentazione ossessiva. 

Perché siamo vittima delle ossessioni?

L’ossessione nasce in genere da una preoccupazione. Se ad esempio ho paura del prossimo esame all’università oppure di superare un colloquio di lavoro o di portare a termine una vendita, è probabile che nasca in me un pensiero negativo: posso iniziare a pensare ripetutamente che qualcosa andrà male. E più continuo a pensare che andrà male, più la tensione aumenterà. E all’interno di una spirale senza fine: più la mia ansia aumenta e più il pensiero ricorrente invierà immagini negative: l’esame non verrà superato, il colloquio di lavoro sarà pessimo, la vendita non andrà a buon fine. Come è facile intuire è proprio l’arrovellarsi del pensiero stesso che rende l’ossessione pregnante di significato. Spesso accade che le persone che vivono forti sensi di colpa possano essere maggiormente esposte a cadere nel vortice delle ossessioni. 

Un esempio di come si struttura un’ossessione

Oggi vi porto l’esempio di un caro collega che, durante l’ultimo anno, ha riconosciuto di vivere molto spesso intense sensazioni ossessive. Davide (nome di fantasia) ogni qual volta si trova a dover prendere delle decisioni importanti per i propri dipendenti viene colto da una sensazione come se fosse sotto tortura

E’ lui stesso a spiegare che per prendere qualsiasi decisione deve prima porsi mille domande. La paura di sbagliare, di non trovare le giuste soluzioni per i suoi collaboratori, genera una spirale di pensieri, idee e scenari su come le cose potrebbero evolvere in maniera negativa. E’ proprio questo circolo vizioso di domande e di immagini che non gli permette di vedere le cose realmente in maniera lucida. Davide ha ormai realizzato che questa modalità di pensiero non è più efficace, anzi lo limita e lo lascia stanco e nervoso anche fuori dal contesto lavorativo. Come se lo seguisse anche a casa. In realtà D. sta sperimentando l’invasività del pensiero ricorrente, il risvolto ansiogeno che ne deriva e la tenacità di un disturbo difficile da contrastare senza un aiuto esterno.

La Terapia Breve Strategica consente interventi, strategie e soluzioni efficaci per superare le ossessioni ed i disturbi ossessivo-compulsivi ad esse collegati.

Contattami al 340.41.90.915 per saperne di più o per fissare un incontro di consulenza.

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Tag: ossessioni, Terapia Breve Strategica

La storia di un alcolista che voglio presentare oggi non ha un lieto fine.  Ho deciso di presentare questa esperienza di vita solo perché il soggetto coinvolto ha espresso il desiderio di poter diffondere la sua personale storia di dipendenza dall’alcol. L’obiettivo non è quello di demonizzare l’alcol o le bevande alcoliche in generale, anzi vuole essere motivo di riflessione e spunto per poter leggere il fenomeno alcol anche da un diverso punto di vista. La prospettiva dalla quale prenderemo in esame il fenomeno alcolismo è quella della dipendenza, ovvero dell’assoluto bisogno di bere che provoca sintomi di forte astinenza se e quando non si ha l’alcol a disposizione. Un vortice nel quale una volta entrati si fa fatica a trovare soluzioni efficaci e ad uscirne.

La storia di Tommaso 

Tommaso (nome di fantasia) ha 59 anni e beve da quando ne ha dieci. La nonna quando era piccino usava dargli piccole quantità di liquore a fine pasto, racconta lui, per rinvigorirlo e farlo crescere più forte. Non possiamo dedurre che la sua dipendenza sia effettivamente iniziata per il prematuro contatto con l’alcol, tuttavia sappiamo benissimo come questo tipo di abitudine sia in realtà particolarmente dannosa. L’alcol sotto qualsiasi forma non fa bene ai bambini anzi è pericoloso e del tutto inadatto durante il percorso di crescita. 

Tommaso racconta di aver iniziato a prendere le prime sbronze in età preadolescenziale, con gli amici. Inizia a lavorare molto presto all’età di sedici anni, durante le pause pranzo era solito bere insieme ai colleghi e anche alla fine del lavoro il bar era il luogo che frequentava assiduamente. Non ricorda periodi di distacco, di astinenza, l’alcol è sempre stato presente nella sua vita, anche se solo negli ultimi dieci anni ha avvertito un deciso peggioramento e ha iniziato a viverne la dipendenzacome un problema. 

Quando l’alcol diventa un problema

Tommaso definisce il “bere” come  qualcosa di normale, un’abitudine, un’azione come tante nel corso della giornata. Le sensazioni che genera l’alcol gli consentivano di mitigare la rabbia covata durante gli anni per le ingiustizie della società, perché Tommaso ha sempre lavorato duro e si sente in debito con la fortuna. La sua attività di artigiano ha subito un forte peggioramento con la crisi, tanto da portarlo a perdere tutto e a vendere l’attività. Contemporaneamente il consumo di alcol ha visto un progressivo aumento, soprattutto nel periodo di difficoltà economica e lavorativa. T. sentiva il bisogno di spegnere le emozioni negative, di non avvertirela sofferenza per aver perso la cosa a cui più teneva: il suo lavoro. Questo declino lavorativo ha avuto anche un risvolto personale ancora più buio a seguito dell’addio della fidanzata, stufa del consumo di alcolici da parte di T. e le sue difficoltà a reagire e rialzarsi. 

Oggi Tommaso ha iniziato un programma di disintossicazione presso una clinica, è motivato a smettere di bere ma è anche piuttosto lucido nel riconoscere i propri limiti. Il consumo di alcol nella sua vita è stato così importante che egli teme di non poter stare senza bere e di non riuscire ad affrontare i lati oscuri della sua personalità e del suo carattere. Ha iniziato una nuova avventura, ma sente di aver perso molto nella sua vita, sa che purtroppo a 59 anni non si può tornare indietro e il bagaglio di esperienze negative sono ancora vivide e fanno male.

T. ha voluto condividere la sua storia per stimolare tutte le persone a farsi un esame di coscienza e a comprendere come la dipendenza dall’alcol non sia qualcosa da sottovalutare, ma sia un problema da prendere in esame al più presto in modo tale da avere il tempo per affrontarlo e sconfiggerlo prima che i danni diventino irreparabili.

Se pensi di avere un problema con l’alcol o se qualcuno della tua famiglia presenta sintomi di dipendenza da bevande alcoliche contattami per una consulenza o per avere maggiori informazioni.

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Tag: alcoldipendenza, dipendenza da alcol, storie di dipendenza

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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: adolescenza, difficoltà scolastiche, genitorialità, studio

La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

Se vuoi saperne di più sull’ansia puoi scaricare il mio e-book al seguente link:

“Ansia e paura. Breve guida sulle diverse patologie fobiche
e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Contattami per maggiori informazioni o una consulenza al 340.41.90.915 oppure clicca nel link per vedere tutti i miei contatti.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto il Phenibut abbia compromesso ed indebolito la sua consapevolezza e le sue personali sicurezze.

Mi occupo da più di dieci anni di dipendenze patologiche, se pensi di avere un problema con le smart drugs o con altre sostanze d’abuso, contattami telefonicamente per maggiori info al 340.41.90.915 oppure scrivimi via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza, dipendenza da droghe, smart drugs, storie di dipendenza

Perché e da dove vengono le nostre ossessioni? Qual’è la causa? Come faccio ad uscirne del tutto? Sono le domande che molto spesso mi vengono rivolte da un paziente; la risposta non è così semplice ed immediata perché il fenomeno psicologico è complesso.

Se vuoi saperne di più su paura, panico, ossessioni e fobie scarica il mio e-book gratuito:

“ANSIA E PAURA. Breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico”

Viviamo in una società iper-controllante, la nostra tendenza è quella di avere sempre tutto sotto controllo, di riuscire a prevedere ogni cosa, sul lavoro, a casa, nel tempo libero. Purtroppo tutto ciò è impossibile, ed è proprio di fronte a questa impossibilità che molto spesso incontriamo l’ossessione e ne veniamo “imprigionati”. La conseguenza è che non riusciamo più a vivere serenamente ma al contrario sviluppiamo uno stato continuo di allerta, ansia e tensione.

Ossessioni e pensieri ossessivi

Semplificando il contesto, possiamo immaginare le ossessioni come un “chiodo fisso”, qualcosa al quale vorremmo smettere di pensare ma più cerchiamo di smettere e più ci ritorna in mente. Si tratta insomma di idee e/o rappresentazioni mentali (pensieri, immagini, impulsi, parole, frasi) che in maniera non volontaria si presentano alla nostra mente in maniera ricorrente e persistente, malgrado ogni tentativo di ignorarle, accompagnate da sensazioni di ansia e agitazione. In alcuni casi il pensiero ossessivo può dare vita a disturbi ossessivo-compulsivi complicando ulteriormente la vita del soggetto.

Le ossessioni dunque tendono ad essere ripetitive e a complicare non poco il vissuto quotidiano. La difficoltà principale sta proprio nel cercare di pensare e ragionare in maniera lucida, senza essere viziati dall’effetto disturbante ed eccessivo della rappresentazione ossessiva. 

Perché siamo vittima delle ossessioni?

L’ossessione nasce in genere da una preoccupazione. Se ad esempio ho paura del prossimo esame all’università oppure di superare un colloquio di lavoro o di portare a termine una vendita, è probabile che nasca in me un pensiero negativo: posso iniziare a pensare ripetutamente che qualcosa andrà male. E più continuo a pensare che andrà male, più la tensione aumenterà. E all’interno di una spirale senza fine: più la mia ansia aumenta e più il pensiero ricorrente invierà immagini negative: l’esame non verrà superato, il colloquio di lavoro sarà pessimo, la vendita non andrà a buon fine. Come è facile intuire è proprio l’arrovellarsi del pensiero stesso che rende l’ossessione pregnante di significato. Spesso accade che le persone che vivono forti sensi di colpa possano essere maggiormente esposte a cadere nel vortice delle ossessioni. 

Un esempio di come si struttura un’ossessione

Oggi vi porto l’esempio di un caro collega che, durante l’ultimo anno, ha riconosciuto di vivere molto spesso intense sensazioni ossessive. Davide (nome di fantasia) ogni qual volta si trova a dover prendere delle decisioni importanti per i propri dipendenti viene colto da una sensazione come se fosse sotto tortura

E’ lui stesso a spiegare che per prendere qualsiasi decisione deve prima porsi mille domande. La paura di sbagliare, di non trovare le giuste soluzioni per i suoi collaboratori, genera una spirale di pensieri, idee e scenari su come le cose potrebbero evolvere in maniera negativa. E’ proprio questo circolo vizioso di domande e di immagini che non gli permette di vedere le cose realmente in maniera lucida. Davide ha ormai realizzato che questa modalità di pensiero non è più efficace, anzi lo limita e lo lascia stanco e nervoso anche fuori dal contesto lavorativo. Come se lo seguisse anche a casa. In realtà D. sta sperimentando l’invasività del pensiero ricorrente, il risvolto ansiogeno che ne deriva e la tenacità di un disturbo difficile da contrastare senza un aiuto esterno.

La Terapia Breve Strategica consente interventi, strategie e soluzioni efficaci per superare le ossessioni ed i disturbi ossessivo-compulsivi ad esse collegati.

Contattami al 340.41.90.915 per saperne di più o per fissare un incontro di consulenza.

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Tag: ossessioni, Terapia Breve Strategica

La storia di un alcolista che voglio presentare oggi non ha un lieto fine.  Ho deciso di presentare questa esperienza di vita solo perché il soggetto coinvolto ha espresso il desiderio di poter diffondere la sua personale storia di dipendenza dall’alcol. L’obiettivo non è quello di demonizzare l’alcol o le bevande alcoliche in generale, anzi vuole essere motivo di riflessione e spunto per poter leggere il fenomeno alcol anche da un diverso punto di vista. La prospettiva dalla quale prenderemo in esame il fenomeno alcolismo è quella della dipendenza, ovvero dell’assoluto bisogno di bere che provoca sintomi di forte astinenza se e quando non si ha l’alcol a disposizione. Un vortice nel quale una volta entrati si fa fatica a trovare soluzioni efficaci e ad uscirne.

La storia di Tommaso 

Tommaso (nome di fantasia) ha 59 anni e beve da quando ne ha dieci. La nonna quando era piccino usava dargli piccole quantità di liquore a fine pasto, racconta lui, per rinvigorirlo e farlo crescere più forte. Non possiamo dedurre che la sua dipendenza sia effettivamente iniziata per il prematuro contatto con l’alcol, tuttavia sappiamo benissimo come questo tipo di abitudine sia in realtà particolarmente dannosa. L’alcol sotto qualsiasi forma non fa bene ai bambini anzi è pericoloso e del tutto inadatto durante il percorso di crescita. 

Tommaso racconta di aver iniziato a prendere le prime sbronze in età preadolescenziale, con gli amici. Inizia a lavorare molto presto all’età di sedici anni, durante le pause pranzo era solito bere insieme ai colleghi e anche alla fine del lavoro il bar era il luogo che frequentava assiduamente. Non ricorda periodi di distacco, di astinenza, l’alcol è sempre stato presente nella sua vita, anche se solo negli ultimi dieci anni ha avvertito un deciso peggioramento e ha iniziato a viverne la dipendenzacome un problema. 

Quando l’alcol diventa un problema

Tommaso definisce il “bere” come  qualcosa di normale, un’abitudine, un’azione come tante nel corso della giornata. Le sensazioni che genera l’alcol gli consentivano di mitigare la rabbia covata durante gli anni per le ingiustizie della società, perché Tommaso ha sempre lavorato duro e si sente in debito con la fortuna. La sua attività di artigiano ha subito un forte peggioramento con la crisi, tanto da portarlo a perdere tutto e a vendere l’attività. Contemporaneamente il consumo di alcol ha visto un progressivo aumento, soprattutto nel periodo di difficoltà economica e lavorativa. T. sentiva il bisogno di spegnere le emozioni negative, di non avvertirela sofferenza per aver perso la cosa a cui più teneva: il suo lavoro. Questo declino lavorativo ha avuto anche un risvolto personale ancora più buio a seguito dell’addio della fidanzata, stufa del consumo di alcolici da parte di T. e le sue difficoltà a reagire e rialzarsi. 

Oggi Tommaso ha iniziato un programma di disintossicazione presso una clinica, è motivato a smettere di bere ma è anche piuttosto lucido nel riconoscere i propri limiti. Il consumo di alcol nella sua vita è stato così importante che egli teme di non poter stare senza bere e di non riuscire ad affrontare i lati oscuri della sua personalità e del suo carattere. Ha iniziato una nuova avventura, ma sente di aver perso molto nella sua vita, sa che purtroppo a 59 anni non si può tornare indietro e il bagaglio di esperienze negative sono ancora vivide e fanno male.

T. ha voluto condividere la sua storia per stimolare tutte le persone a farsi un esame di coscienza e a comprendere come la dipendenza dall’alcol non sia qualcosa da sottovalutare, ma sia un problema da prendere in esame al più presto in modo tale da avere il tempo per affrontarlo e sconfiggerlo prima che i danni diventino irreparabili.

Se pensi di avere un problema con l’alcol o se qualcuno della tua famiglia presenta sintomi di dipendenza da bevande alcoliche contattami per una consulenza o per avere maggiori informazioni.

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Tag: alcoldipendenza, dipendenza da alcol, storie di dipendenza

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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: adolescenza, difficoltà scolastiche, genitorialità, studio

La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

Se vuoi saperne di più sull’ansia puoi scaricare il mio e-book al seguente link:

“Ansia e paura. Breve guida sulle diverse patologie fobiche
e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Contattami per maggiori informazioni o una consulenza al 340.41.90.915 oppure clicca nel link per vedere tutti i miei contatti.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto il Phenibut abbia compromesso ed indebolito la sua consapevolezza e le sue personali sicurezze.

Mi occupo da più di dieci anni di dipendenze patologiche, se pensi di avere un problema con le smart drugs o con altre sostanze d’abuso, contattami telefonicamente per maggiori info al 340.41.90.915 oppure scrivimi via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza, dipendenza da droghe, smart drugs, storie di dipendenza

Perché e da dove vengono le nostre ossessioni? Qual’è la causa? Come faccio ad uscirne del tutto? Sono le domande che molto spesso mi vengono rivolte da un paziente; la risposta non è così semplice ed immediata perché il fenomeno psicologico è complesso.

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“ANSIA E PAURA. Breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico”

Viviamo in una società iper-controllante, la nostra tendenza è quella di avere sempre tutto sotto controllo, di riuscire a prevedere ogni cosa, sul lavoro, a casa, nel tempo libero. Purtroppo tutto ciò è impossibile, ed è proprio di fronte a questa impossibilità che molto spesso incontriamo l’ossessione e ne veniamo “imprigionati”. La conseguenza è che non riusciamo più a vivere serenamente ma al contrario sviluppiamo uno stato continuo di allerta, ansia e tensione.

Ossessioni e pensieri ossessivi

Semplificando il contesto, possiamo immaginare le ossessioni come un “chiodo fisso”, qualcosa al quale vorremmo smettere di pensare ma più cerchiamo di smettere e più ci ritorna in mente. Si tratta insomma di idee e/o rappresentazioni mentali (pensieri, immagini, impulsi, parole, frasi) che in maniera non volontaria si presentano alla nostra mente in maniera ricorrente e persistente, malgrado ogni tentativo di ignorarle, accompagnate da sensazioni di ansia e agitazione. In alcuni casi il pensiero ossessivo può dare vita a disturbi ossessivo-compulsivi complicando ulteriormente la vita del soggetto.

Le ossessioni dunque tendono ad essere ripetitive e a complicare non poco il vissuto quotidiano. La difficoltà principale sta proprio nel cercare di pensare e ragionare in maniera lucida, senza essere viziati dall’effetto disturbante ed eccessivo della rappresentazione ossessiva. 

Perché siamo vittima delle ossessioni?

L’ossessione nasce in genere da una preoccupazione. Se ad esempio ho paura del prossimo esame all’università oppure di superare un colloquio di lavoro o di portare a termine una vendita, è probabile che nasca in me un pensiero negativo: posso iniziare a pensare ripetutamente che qualcosa andrà male. E più continuo a pensare che andrà male, più la tensione aumenterà. E all’interno di una spirale senza fine: più la mia ansia aumenta e più il pensiero ricorrente invierà immagini negative: l’esame non verrà superato, il colloquio di lavoro sarà pessimo, la vendita non andrà a buon fine. Come è facile intuire è proprio l’arrovellarsi del pensiero stesso che rende l’ossessione pregnante di significato. Spesso accade che le persone che vivono forti sensi di colpa possano essere maggiormente esposte a cadere nel vortice delle ossessioni. 

Un esempio di come si struttura un’ossessione

Oggi vi porto l’esempio di un caro collega che, durante l’ultimo anno, ha riconosciuto di vivere molto spesso intense sensazioni ossessive. Davide (nome di fantasia) ogni qual volta si trova a dover prendere delle decisioni importanti per i propri dipendenti viene colto da una sensazione come se fosse sotto tortura

E’ lui stesso a spiegare che per prendere qualsiasi decisione deve prima porsi mille domande. La paura di sbagliare, di non trovare le giuste soluzioni per i suoi collaboratori, genera una spirale di pensieri, idee e scenari su come le cose potrebbero evolvere in maniera negativa. E’ proprio questo circolo vizioso di domande e di immagini che non gli permette di vedere le cose realmente in maniera lucida. Davide ha ormai realizzato che questa modalità di pensiero non è più efficace, anzi lo limita e lo lascia stanco e nervoso anche fuori dal contesto lavorativo. Come se lo seguisse anche a casa. In realtà D. sta sperimentando l’invasività del pensiero ricorrente, il risvolto ansiogeno che ne deriva e la tenacità di un disturbo difficile da contrastare senza un aiuto esterno.

La Terapia Breve Strategica consente interventi, strategie e soluzioni efficaci per superare le ossessioni ed i disturbi ossessivo-compulsivi ad esse collegati.

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Tag: ossessioni, Terapia Breve Strategica

La storia di un alcolista che voglio presentare oggi non ha un lieto fine.  Ho deciso di presentare questa esperienza di vita solo perché il soggetto coinvolto ha espresso il desiderio di poter diffondere la sua personale storia di dipendenza dall’alcol. L’obiettivo non è quello di demonizzare l’alcol o le bevande alcoliche in generale, anzi vuole essere motivo di riflessione e spunto per poter leggere il fenomeno alcol anche da un diverso punto di vista. La prospettiva dalla quale prenderemo in esame il fenomeno alcolismo è quella della dipendenza, ovvero dell’assoluto bisogno di bere che provoca sintomi di forte astinenza se e quando non si ha l’alcol a disposizione. Un vortice nel quale una volta entrati si fa fatica a trovare soluzioni efficaci e ad uscirne.

La storia di Tommaso 

Tommaso (nome di fantasia) ha 59 anni e beve da quando ne ha dieci. La nonna quando era piccino usava dargli piccole quantità di liquore a fine pasto, racconta lui, per rinvigorirlo e farlo crescere più forte. Non possiamo dedurre che la sua dipendenza sia effettivamente iniziata per il prematuro contatto con l’alcol, tuttavia sappiamo benissimo come questo tipo di abitudine sia in realtà particolarmente dannosa. L’alcol sotto qualsiasi forma non fa bene ai bambini anzi è pericoloso e del tutto inadatto durante il percorso di crescita. 

Tommaso racconta di aver iniziato a prendere le prime sbronze in età preadolescenziale, con gli amici. Inizia a lavorare molto presto all’età di sedici anni, durante le pause pranzo era solito bere insieme ai colleghi e anche alla fine del lavoro il bar era il luogo che frequentava assiduamente. Non ricorda periodi di distacco, di astinenza, l’alcol è sempre stato presente nella sua vita, anche se solo negli ultimi dieci anni ha avvertito un deciso peggioramento e ha iniziato a viverne la dipendenzacome un problema. 

Quando l’alcol diventa un problema

Tommaso definisce il “bere” come  qualcosa di normale, un’abitudine, un’azione come tante nel corso della giornata. Le sensazioni che genera l’alcol gli consentivano di mitigare la rabbia covata durante gli anni per le ingiustizie della società, perché Tommaso ha sempre lavorato duro e si sente in debito con la fortuna. La sua attività di artigiano ha subito un forte peggioramento con la crisi, tanto da portarlo a perdere tutto e a vendere l’attività. Contemporaneamente il consumo di alcol ha visto un progressivo aumento, soprattutto nel periodo di difficoltà economica e lavorativa. T. sentiva il bisogno di spegnere le emozioni negative, di non avvertirela sofferenza per aver perso la cosa a cui più teneva: il suo lavoro. Questo declino lavorativo ha avuto anche un risvolto personale ancora più buio a seguito dell’addio della fidanzata, stufa del consumo di alcolici da parte di T. e le sue difficoltà a reagire e rialzarsi. 

Oggi Tommaso ha iniziato un programma di disintossicazione presso una clinica, è motivato a smettere di bere ma è anche piuttosto lucido nel riconoscere i propri limiti. Il consumo di alcol nella sua vita è stato così importante che egli teme di non poter stare senza bere e di non riuscire ad affrontare i lati oscuri della sua personalità e del suo carattere. Ha iniziato una nuova avventura, ma sente di aver perso molto nella sua vita, sa che purtroppo a 59 anni non si può tornare indietro e il bagaglio di esperienze negative sono ancora vivide e fanno male.

T. ha voluto condividere la sua storia per stimolare tutte le persone a farsi un esame di coscienza e a comprendere come la dipendenza dall’alcol non sia qualcosa da sottovalutare, ma sia un problema da prendere in esame al più presto in modo tale da avere il tempo per affrontarlo e sconfiggerlo prima che i danni diventino irreparabili.

Se pensi di avere un problema con l’alcol o se qualcuno della tua famiglia presenta sintomi di dipendenza da bevande alcoliche contattami per una consulenza o per avere maggiori informazioni.

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Tag: alcoldipendenza, dipendenza da alcol, storie di dipendenza

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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: adolescenza, difficoltà scolastiche, genitorialità, studio

La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

Se vuoi saperne di più sull’ansia puoi scaricare il mio e-book al seguente link:

“Ansia e paura. Breve guida sulle diverse patologie fobiche
e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto il Phenibut abbia compromesso ed indebolito la sua consapevolezza e le sue personali sicurezze.

Mi occupo da più di dieci anni di dipendenze patologiche, se pensi di avere un problema con le smart drugs o con altre sostanze d’abuso, contattami telefonicamente per maggiori info al 340.41.90.915 oppure scrivimi via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza, dipendenza da droghe, smart drugs, storie di dipendenza

Perché e da dove vengono le nostre ossessioni? Qual’è la causa? Come faccio ad uscirne del tutto? Sono le domande che molto spesso mi vengono rivolte da un paziente; la risposta non è così semplice ed immediata perché il fenomeno psicologico è complesso.

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Viviamo in una società iper-controllante, la nostra tendenza è quella di avere sempre tutto sotto controllo, di riuscire a prevedere ogni cosa, sul lavoro, a casa, nel tempo libero. Purtroppo tutto ciò è impossibile, ed è proprio di fronte a questa impossibilità che molto spesso incontriamo l’ossessione e ne veniamo “imprigionati”. La conseguenza è che non riusciamo più a vivere serenamente ma al contrario sviluppiamo uno stato continuo di allerta, ansia e tensione.

Ossessioni e pensieri ossessivi

Semplificando il contesto, possiamo immaginare le ossessioni come un “chiodo fisso”, qualcosa al quale vorremmo smettere di pensare ma più cerchiamo di smettere e più ci ritorna in mente. Si tratta insomma di idee e/o rappresentazioni mentali (pensieri, immagini, impulsi, parole, frasi) che in maniera non volontaria si presentano alla nostra mente in maniera ricorrente e persistente, malgrado ogni tentativo di ignorarle, accompagnate da sensazioni di ansia e agitazione. In alcuni casi il pensiero ossessivo può dare vita a disturbi ossessivo-compulsivi complicando ulteriormente la vita del soggetto.

Le ossessioni dunque tendono ad essere ripetitive e a complicare non poco il vissuto quotidiano. La difficoltà principale sta proprio nel cercare di pensare e ragionare in maniera lucida, senza essere viziati dall’effetto disturbante ed eccessivo della rappresentazione ossessiva. 

Perché siamo vittima delle ossessioni?

L’ossessione nasce in genere da una preoccupazione. Se ad esempio ho paura del prossimo esame all’università oppure di superare un colloquio di lavoro o di portare a termine una vendita, è probabile che nasca in me un pensiero negativo: posso iniziare a pensare ripetutamente che qualcosa andrà male. E più continuo a pensare che andrà male, più la tensione aumenterà. E all’interno di una spirale senza fine: più la mia ansia aumenta e più il pensiero ricorrente invierà immagini negative: l’esame non verrà superato, il colloquio di lavoro sarà pessimo, la vendita non andrà a buon fine. Come è facile intuire è proprio l’arrovellarsi del pensiero stesso che rende l’ossessione pregnante di significato. Spesso accade che le persone che vivono forti sensi di colpa possano essere maggiormente esposte a cadere nel vortice delle ossessioni. 

Un esempio di come si struttura un’ossessione

Oggi vi porto l’esempio di un caro collega che, durante l’ultimo anno, ha riconosciuto di vivere molto spesso intense sensazioni ossessive. Davide (nome di fantasia) ogni qual volta si trova a dover prendere delle decisioni importanti per i propri dipendenti viene colto da una sensazione come se fosse sotto tortura

E’ lui stesso a spiegare che per prendere qualsiasi decisione deve prima porsi mille domande. La paura di sbagliare, di non trovare le giuste soluzioni per i suoi collaboratori, genera una spirale di pensieri, idee e scenari su come le cose potrebbero evolvere in maniera negativa. E’ proprio questo circolo vizioso di domande e di immagini che non gli permette di vedere le cose realmente in maniera lucida. Davide ha ormai realizzato che questa modalità di pensiero non è più efficace, anzi lo limita e lo lascia stanco e nervoso anche fuori dal contesto lavorativo. Come se lo seguisse anche a casa. In realtà D. sta sperimentando l’invasività del pensiero ricorrente, il risvolto ansiogeno che ne deriva e la tenacità di un disturbo difficile da contrastare senza un aiuto esterno.

La Terapia Breve Strategica consente interventi, strategie e soluzioni efficaci per superare le ossessioni ed i disturbi ossessivo-compulsivi ad esse collegati.

Contattami al 340.41.90.915 per saperne di più o per fissare un incontro di consulenza.

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Tag: ossessioni, Terapia Breve Strategica

La storia di un alcolista che voglio presentare oggi non ha un lieto fine.  Ho deciso di presentare questa esperienza di vita solo perché il soggetto coinvolto ha espresso il desiderio di poter diffondere la sua personale storia di dipendenza dall’alcol. L’obiettivo non è quello di demonizzare l’alcol o le bevande alcoliche in generale, anzi vuole essere motivo di riflessione e spunto per poter leggere il fenomeno alcol anche da un diverso punto di vista. La prospettiva dalla quale prenderemo in esame il fenomeno alcolismo è quella della dipendenza, ovvero dell’assoluto bisogno di bere che provoca sintomi di forte astinenza se e quando non si ha l’alcol a disposizione. Un vortice nel quale una volta entrati si fa fatica a trovare soluzioni efficaci e ad uscirne.

La storia di Tommaso 

Tommaso (nome di fantasia) ha 59 anni e beve da quando ne ha dieci. La nonna quando era piccino usava dargli piccole quantità di liquore a fine pasto, racconta lui, per rinvigorirlo e farlo crescere più forte. Non possiamo dedurre che la sua dipendenza sia effettivamente iniziata per il prematuro contatto con l’alcol, tuttavia sappiamo benissimo come questo tipo di abitudine sia in realtà particolarmente dannosa. L’alcol sotto qualsiasi forma non fa bene ai bambini anzi è pericoloso e del tutto inadatto durante il percorso di crescita. 

Tommaso racconta di aver iniziato a prendere le prime sbronze in età preadolescenziale, con gli amici. Inizia a lavorare molto presto all’età di sedici anni, durante le pause pranzo era solito bere insieme ai colleghi e anche alla fine del lavoro il bar era il luogo che frequentava assiduamente. Non ricorda periodi di distacco, di astinenza, l’alcol è sempre stato presente nella sua vita, anche se solo negli ultimi dieci anni ha avvertito un deciso peggioramento e ha iniziato a viverne la dipendenzacome un problema. 

Quando l’alcol diventa un problema

Tommaso definisce il “bere” come  qualcosa di normale, un’abitudine, un’azione come tante nel corso della giornata. Le sensazioni che genera l’alcol gli consentivano di mitigare la rabbia covata durante gli anni per le ingiustizie della società, perché Tommaso ha sempre lavorato duro e si sente in debito con la fortuna. La sua attività di artigiano ha subito un forte peggioramento con la crisi, tanto da portarlo a perdere tutto e a vendere l’attività. Contemporaneamente il consumo di alcol ha visto un progressivo aumento, soprattutto nel periodo di difficoltà economica e lavorativa. T. sentiva il bisogno di spegnere le emozioni negative, di non avvertirela sofferenza per aver perso la cosa a cui più teneva: il suo lavoro. Questo declino lavorativo ha avuto anche un risvolto personale ancora più buio a seguito dell’addio della fidanzata, stufa del consumo di alcolici da parte di T. e le sue difficoltà a reagire e rialzarsi. 

Oggi Tommaso ha iniziato un programma di disintossicazione presso una clinica, è motivato a smettere di bere ma è anche piuttosto lucido nel riconoscere i propri limiti. Il consumo di alcol nella sua vita è stato così importante che egli teme di non poter stare senza bere e di non riuscire ad affrontare i lati oscuri della sua personalità e del suo carattere. Ha iniziato una nuova avventura, ma sente di aver perso molto nella sua vita, sa che purtroppo a 59 anni non si può tornare indietro e il bagaglio di esperienze negative sono ancora vivide e fanno male.

T. ha voluto condividere la sua storia per stimolare tutte le persone a farsi un esame di coscienza e a comprendere come la dipendenza dall’alcol non sia qualcosa da sottovalutare, ma sia un problema da prendere in esame al più presto in modo tale da avere il tempo per affrontarlo e sconfiggerlo prima che i danni diventino irreparabili.

Se pensi di avere un problema con l’alcol o se qualcuno della tua famiglia presenta sintomi di dipendenza da bevande alcoliche contattami per una consulenza o per avere maggiori informazioni.

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Tag: alcoldipendenza, dipendenza da alcol, storie di dipendenza

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Cos’è l’ansia?

18 Novembre 2019

Le difficoltà scolastiche fanno ormai parte della vita di molti giovani, sia alle scuole superiori che anche all’università. Un buon rapporto con la scuola e gli insegnanti oppure i docenti, può aiutare i ragazzi a risolvere molte difficoltà. L’insorgere di problemi scolastici ci porta a riflettere sul loro riconoscimento, in modo tale da prenderne veramente consapevolezza e poterli prontamente affrontare. Nell’articolo di oggi vedremo le principali difficoltà che si possono incontrare con lo studio, e quali possono essere le tecniche utili a studiare in maniera efficace.

I segnali predittivi di problemi scolastici

A volte i problemi a scuola non sono facili da individuare e anche gli insegnanti potrebbero non coglierne  gli indizi, soprattutto se il ragazzo/a è molto assente o comunque poco propositivo.  Ci sono però alcuni segnali che possono aiutarci:

  • trova scuse  per non andare a scuola o addirittura salta la scuola a insaputa del genitore;
  • non vuole parlare di scuola o sembra critico o scomodo quando si parla di scuola;
  • potrebbe non essere interessato ad attività extracurricolari o potrebbe avere pochissimi amici;
  • sembra a corto di fiducia o autostima, si rifiuta di fare i compiti, parla raramente di compiti a casa, o sembra annoiato;
  • sta ottenendo voti più bassi del solito.

L’aspetto emotivo gioca un ruolo fondamentale nella vita dello studente. È molto importante gestire e riconoscere ansie e preoccupazioni cosi da trasformarle invece in uno stimolo per un buon lavoro.

Quale metodo di studio?

Creare un proprio metodo di studio quindi diventa fondamentale per evitare che l’ansia prenda il sopravvento nello studente. Imparare a studiare è davvero molto importante anche se trovare un metodo di studio non è cosa semplice. Per un efficace metodo di studio occorre l’organizzazione ed una migliore gestione del tempo. Imparare a studiare infatti significa capire come gestire il tempo a disposizione trovando strategie concrete per ottimizzare i tempi e le energie.

A disposizione di ogni studente vi sono anche moltissimi strumenti: sottolineare, schematizzare e annotare sono solo alcuni dei mezzi che i ragazzi hanno a disposizione. Capire come utilizzarli in maniera strategica è molto importante per evitare lo studio a memoria, che richiede molte energie e non è per nulla efficace.

Studiare a memoria non ci permette di comprendere appieno i concetti, di creare collegamenti e fare schemi. Per studiare in maniera realmente utile per la nostra memoria è fondamentale una rielaborazione personale che crei connessioni nella nostra mente.

Tips per studiare in maniera efficace

Creare una propria visione del materiale studiato è fondamentale per riuscire ad apprendere e memorizzare. Si possono creare appunti validi, studiare con i compagni di classe, in modo da confrontarsi e trovare maggiori spunti di riflessione. Questo approccio può avere successo ma,  per eccellere, è meglio confrontare anche diverse fonti (libri, presentazioni, video e così via) e combinarle insieme creando il proprio materiale di studio personale.

Un altro aiuto potrebbe essere quello di  fare piccoli verifiche e test regolarmente dall’inizio dello studio. Se riesci ad abituarti a questo e a incorporarlo nella tua routine di studio, avrai un’idea molto più chiara di come stai progredendo e di eventuali aree in cui dovresti ripassare. In pratica dopo aver studiato mettiti alla prova, con domande generali, esercizi specifici oppure test e verifiche già svolte. In questo modo quello che hai studiato diventa

Esistono comunque delle tecniche di memoria che possono esserci utili a fissare i concetti in maniera veramente efficace. Ne è un esempio l’associazione con le immagini mentali. Ad esempio creando un’immagine mentale per ogni ingrediente della nostra spesa, riusciremo ad andare al supermercato senza la lista. Partendo dalla colazione sino alla cena, immaginare i pasti con diversi piatti che ricordano gli ingredienti che abbiamo bisogno per comporre le ricette, ci permette di costruire una storia che diventa la nostra lista della spesa perfetta.

Senti di non riuscire a studiare con efficacia? Sei bloccato e non sai come uscirne? Contattami per avere maggiori informazioni o per una consulenza al 340.41.90.915 oppure alla seguente mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: adolescenza, difficoltà scolastiche, genitorialità, studio

La paura di sudare in pubblico è una tipologia di problematica che non va sottovalutata, la paura patologica può prendere strade irrazionali che spesso neanche immaginiamo. La percezione di situazioni “minacciose” che ci preoccupano e spaventano può accentuare in modo significativo i sintomi fisiologici dell’ansia. Questi sintomi complicano la qualità della nostra vita e per riflesso tendono a farci evitare situazioni e contesti in cui la paura, ed in particolare la paura di sudare, può diventare un problema.

Se vuoi saperne di più sull’ansia puoi scaricare il mio e-book al seguente link:

“Ansia e paura. Breve guida sulle diverse patologie fobiche
e sulle strategie per superare ansia e panico.”

Sudorazione e ansia

Il nostro corpo attiva in maniera naturale il processo di sudorazione allo scopo di regolarne la temperatura (processo di termoregolazione) rilasciando dei liquidi ricchi di sali minerali. Un’eccessiva sudorazione (iperidrosi) può essere causata da diversi fattori, ad esempio: aspetti genetici e biologici, un’intensa attività fisica, oppure semplicemente quando nelle calde domeniche estive la temperatura esterna è particolarmente alta. La sudorazione può anche essere derivata da fattori emotivi, in presenza di stati di tensione; alcune condizioni di ansia e/o stress sono fattori psicologici che influenzano notevolmente la sudorazione (es. sudare per la paura).

La sudorazione è uno dei sintomi tipici dell’ansia, ovviamente ve ne sono anche altri, quali palpitazioni, nausea, vomito, che possono influenzare negativamente la vita di una persona. Oggi ci concentreremo sulla sudorazione e su come questo fenomeno possa diventare fonte di imbarazzo nel corso della normale attività quotidiana. 

Una storia

La storia che vorrei raccontarvi oggi è quella di Antonio (nome di fantasia),un manager che da circa vent’anni svolge con grande successo attività di consulenza per una importante società italiana. Se non fosse stato per la sua lungimiranza e per le sue capacità di consulente, l’azienda non avrebbe conseguito miglioramenti così significativi. 

A partire da circa un anno Antonio ha iniziato a perdere la sua classica serenità, la caratteristica personale che lo rendeva il migliore sul mercato. Tutti erano soliti affermare che con la sua sola presenza ed il sorriso cordiale era in grado di mettere a proprio agio le persone, trasmettendo un’idea di calma e di fiducia.

Purtroppo, a seguito di una importante consulenza non andata a buon fine, per lui è iniziato un vero e proprio calvario. In quella particolare occasione Antonio ha accusato per la prima volta una forte tensione a livello addominale ed un conseguente inizio di sudorazione abbondante, come se fosse stata una vera e propria doccia. Al termine dell’incontro ha dovuto tornare a casa a cambiarsi gli abiti, completamente bagnati di sudore. 

Sul momento non si è spiegato l’accaduto e ha continuato a lavorare senza particolari problemi, ma sempre più spesso si presentava questa insolita fastidiosa reazione fisica. Pur rendendosi conto che dal punto di vista relazionale la sudorazione eccessiva non era un vantaggio, tuttavia Antonio ha pensato che comunque le cose prima o poi si sarebbero sistemate. Portava sempre con sé un cambio di abito e provava ad affrontare la situazione, anche se a livello più profondo avvertiva l’impressione di perdere il controllo e di sentirsi morire. 

Purtroppo la situazione è andata peggiorando quando il fenomeno di iper-sudorazione (iperidrosi) ha preso il sopravvento anche nella sua vita personale, ad esempio quando si trovavaa cena con amici. 

Resosi conto che il problema andava affrontato e risolto in modo definitivo, Antonio ha infine deciso di sottoporsi ad un percorso di psicoterapia. Nel suo caso specifico il processo di sudorazione è il meccanismo di risposta fisiologica agli stimoli della paura, una reazione che innesca uno stato di ansia eccessiva, fuori dal comune. 

La terapia breve strategica

Il percorso di terapia strategica si è incentrato nel favorire un progressivo avvicinamento alla paura attraverso il concetto che “la paura affrontata diventa coraggio”, e dunque con una lenta esposizione alla paura mediante mirate strategie specifiche d’intervento. In maniera irrazionale, lavorando su se stesso, guardando negli occhi la paura, quest’utima ha iniziato pian piano a ridurre i propri effetti negativi, comportando anche, di conseguenza, una riduzione del meccanismo di sudorazione. 

La storia di Antonio illustra in maniera paradigmatica come la reazione fisica di sudorazione, innescata da una iniziale sensazione di paura, abbia a sua volta l’effetto di far aumentare la tensione, portandola al culmine e generando una percezione di potenziale perdita di controllo. Inoltre ci fa capire come l’intervento di psicoterapia breve strategica, indirizzato in maniera funzionale alla problematica specifica, possa veramente essere risolutivo ed efficace. 

Contattami al 340490915 se vuoi maggiori informazioni sulle tematiche di ansia e paura patologica, oppure scrivimi per fissare una consulenza a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, paura, paura di sudare, Terapia Breve Strategica

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente.

Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

Arrampicata e consapevolezza

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia e a questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. 

La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Mente e arrampicata

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. 

Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Contattami per maggiori informazioni o una consulenza al 340.41.90.915 oppure clicca nel link per vedere tutti i miei contatti.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Trovare una dieta psicologica che ci permetta di dimagrire può sembrare un’impresa impossibile, quasi un controsenso. E poi soprattutto: che cosa si intende per dieta psicologica? Cosa aiuta la nostra mente a mangiare in maniera sana, equilibrata e soprattutto piacevole? Sono le domande alle quali proveremo a dare risposta in questo articolo.

La dieta contradditoria

Vorrei consigliare di iniziare la vostra mattinata con un pensiero insolito. Provate ad immaginare in maniera volontaria le pietanze e gli alimenti che vi piacciono maggiormente, pensare alle occasioni, l’ora ed il luogo in cui consumerete colazione, pranzo e cena. 

L’idea di base di questa visualizzazione” mentale, è quella di ricercare a priori le sensazioni dei cibi che si preferiscono. Riuscire ad evocare gli aspetti piacevoli del cibo li rende più appetibili: il loro odore, il gusto, l’aspetto (cioè ladinamica visiva), in questo modo diventa anche più facile sceglierli per i pasti della giornata. 

La “dieta” psicologica per dimagrire deve passare attraverso una sensazione di piacere, se il piacere non ci viene concesso può diventare irrinunciabile, di conseguenza si rischia di perdere il controllo sia a livello mentale che fisico e si rischia di mangiare senza limiti. 

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. Basta chiedersi: perché le diete a lungo andare non funzionano e l’esito finale è quasi sempre quello che si riprende a mangiare in maniera smodata o irregolare? La risposta è semplice: perché le diete poggiano su un meccanismo psicologico di controllo, di divieto, di sacrificio. Ma soprattutto contrastano con la percezione inconsapevole che noi abbiamo del cibo: la sensazione inconscia di piacereche il cibo stimola in noi. 

Ecco il motivo per agire psicologicamente sul meccanismo del “piacere di mangiare”, senza dimenticare che è opportuno assumere i cibi nella maniera più tranquilla e serena possibile.

Effetto trasgressione

Una delle problematiche principali delle diete tradizionali è rappresentata dal rischio di non riuscire a controllare le trasgressioni alimentari. Rinunciando completamente al piacere, limitando la dieta ad aspetti puramente restrittivi, si rischia facilmente di perdere il controllo e addirittura di mettere in atto comportamenti del tutto contraddittori, quali ad esempio abbuffarsi di cibo. La trasgressione, anche episodica, diventa un pericolo ed un problema a livello psicologico perché comporta sensi di colpa e grandi difficoltà a continuare la dieta in maniera efficace. 

La tecnica della dieta contradditoria ci permette di superare questa difficoltà perchè le tentazioni a livello alimentare diventano una scelta volontaria della persona e non una perdita di controllo. In questo modo si pianifica volontariamente come mangiare in maniera piacevole, rovesciando completamente il paradigma e riuscendo a “controllare” e “gestire” il piacere di mangiare.

Quando mangiare

La nostra “dieta” psicologica per dimagrire può diventare efficace solamente se lavoriamo anche sul contesto nel quale consumiamo i cibi. Diventa fondamentale scegliere in maniera accurata lo spazio nel quale mangiare e l’orario più adeguato in base alla nostra organizzazione giornaliera.

L’ideale è mantenere i tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Tuttavia può succedere che le nostre giornate siano ricche di impegni, lavorativi, scolastici o ricreativi. Dobbiamo ogni mattina immaginare cosa ci piace mangiare di più nei tre pasti, quale sarà il luogo nel quale preferiamo assumere ognuno dei tre pasti ed infine l’orario più adeguato nel quale consumarli. 

Il contesto

Vorrei soffermarmi proprio sull’importanza del contesto nel quale decidiamo di mangiare. L’indicazione è quella di curarlo il più possibile. Prestare attenzione a tutti i particolari della nostra tavola: usare le tovaglie preferite, impiattare i cibi in maniera gradevole, mangiare con calma e senza fretta, anche in compagnia di altre persone. Il piacere di mangiare è un’esperienza fondamentale e dobbiamo cercare di viverla completamente, altrimenti potrebbe rivelarsi solo una tortura. Certo, il ritmo frenetico della vita di oggi e le modalità di lavoro possono diventare un fattore ostativo in alcuni casi, tuttavia l’indicazione di prestare la massima attenzione possibile ai dettagli resta un punto importante della dieta psicologica. 

Se senti di non riuscire a metterti a dieta o se semplicemente vuoi approfondire qualche aspetto relativo alla dieta psicologica chiamami per una consulenza al 3404190915 o scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, dieta, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

Il Phenibut (acido beta-phenyl-gamma-amminobutirrico) è un inibitore del sistema nervoso centrale, con effetti ansiolitici e stimolanti, utilizzato nel trattamento di ansia, insonnia e numerose altre patologie. La  sostanza venne scoperta in Russia negli anni ’60 ed in funzione delle sue caratteristiche venne prescritta e somministrata ai cosmonauti russi per favorirne la concentrazione nei momenti di stress o di crisi. Pur agendo sulla dimensione ansiosa, il Phenibut non andava a danneggiare le competenze cognitive, determinando comunque una situazione di ottima performance dei cosmonauti. Sempre in Russia negli anni 60 il Phenibut veniva anche prescritto ai bambini con problemi psichiatrici, con funzione di calmante

La sostanza possiede anche interessanti caratteristiche positive, essendo in grado di aumentare la sensazione di benessere e stimolare la motivazione del soggetto; a dosi elevate può produrre sensazioni di euforia simili a quelle provocate dall’alcool, senza danneggiare le capacità cognitive.

Un farmaco quindi apparentemente utile ed importante, se usato in maniera funzionale per contrastare patologie specifiche.

Peraltro il Phenibut può diventare un vero e proprio problema se assunto in maniera scorretta come “smart drug”.

Smart drugs o Nootropi

Siamo soliti utilizzare il termine smart drugs (farmaci intelligenti) per indicare quelle sostanze, naturali oppure sintetizzate, in grado di determinare un importante cambiamento delle capacità cognitive della persona. Tuttavia è importante fare una precisazione: il termine più corretto scientificamente parlando non è quello entrato nell’uso corrente (smart drugs), bensì quello di Nootropi, ovvero sostanze in grado di agire sull’apporto di ossigeno al cervello, stimolandone la funzionalità e le abilità. Il termine deriva dal greco e letteralmente può essere tradotto in “mutare/cambiare la mente”.

Phenibut e dipendenza

Il phenibut potrebbe dunque essere considerato un farmaco particolarmente utile in quanto favorisce un miglioramento dell’apprendimento e della memoria ed aiuta a rafforzare la nostra mente di fronte a particolari situazioni di stress psico-fisico. Inoltre gli effetti collaterali, come la sedazione, sono ridotti a zero.

Il rischio collegato al consumo di Phenibut è quello di creare una forma di dipendenza mentale. Il fatto di migliorare alcune nostre prestazioni mentali – ed in parte anche fisiche- senza soffrire particolari effetti collaterali, può indurre a vivere in maniera difficoltosa la realtà in assenza di assunzione della sostanza. La realtà vissuta sotto effetto del farmaco diventa “distorta”, ovvero non lucida, e per tale motivo la difficoltà diventa quella di proseguire senza l’”aiutino” del farmaco, cioè con le proprie sole risorse. 

Una storia vera

La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di Maura (nome di fantasia) una giovane ragazza neolaureata. La preparazione della tesi è stata per lei un periodo particolarmente stressante, nel corso del quale ha scoperto su internet questo farmaco e ha deciso di provarlo, iniziandone l’assunzione. 

L’effetto stimolante non ha tardato a farsi sentire, fin da subito ha avvertito un senso di lucidità mai provato prima, i traguardi della tesi e della laurea sono stati realizzati con facilità, facendo appello all’energia e alle forze cognitive generate dal farmaco.

Il problema si è presentato dopo il conseguimento della laurea, nel momento in cui ha sospeso l’assunzione del Phenibut e ha iniziato a cercare lavoro. Senza l’apporto positivo della sostanza si è sentita persa; la lucidità e le capacità sperimentate sotto il suo effetto erano svanite e Maura ha iniziato a soffrire il peso della dipendenza.

La terapia adottata nel suo caso specifico è stata quella di affrontare primariamente gli aspetti legati alla dipendenza, cercando di aumentare la sua autostima, facendo emergere le risorse che lei stessa è in grado di mettere in campo senza l’uso di sostanze. Maura combatte ancora oggi la sua personale battaglia, ma è conscia di quanto