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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

Contattami per saperne di più o per fissare una consulenza, il mio numero è il 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: concentrazione, performance, sport

Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.

La gestione delle emozioni è infatti un’abilità importante per riuscire a vivere una vita con soddisfazioni e un discreto benessere psico fisico. Può aiutare anche a gestire le nostre reazioni e comportamenti, rispondendo in maniera efficace ed efficiente rispetto a quanto ci succede interiormente. Quindi è possibile sottostimare un’emozione quando non è appropriata oppure sottolinearne un’altra quando necessario.

Come gestire le emozioni?

Il seguente approccio “stop, drop e process” può essere di grande aiuto per migliorare le nostre capacità di gestire le emozioni:

  • stop: questo può essere il più difficile di tutti e tre i passaggi perché vie la necessità di una grande forza di volontà. La prossima volta che le vostre emozioni sono così forti che sentite un forte bisogno di agire, rispetto al quale potreste pentirvi in seguito, fermatevi! E pensate! Iniziate a cercare spunti, pensieri e sentimenti che hanno aggravato quel comportamento.
  • Drop: è poi necessario impegnarsi in un’attività differente, che vi aiuterà a calmarvi. Senza far cadere l’intensità delle vostre emozioni potreste non essere mai in grado di pensare in modo chiaro e razionale.
  • Process: ora sarete in una posizione migliore per pensare a tutto e trovare una reazione appropriata. Prima di tutto, identificate le emozioni che sentite. Una volta che avete percepito con maggiore esattezza, quello che state provando, provate a pensare come mai vi trovate in quella particolare emozione. A questo punto diventerà più semplice anche trovare la reazione più adeguata a seconda della situazione e del contesto.

Se senti di essere in una situazione emotiva difficile, e di non riuscire a trovare soluzioni efficaci, per gestire le emozioni, contattami al 340.41.90.915 per avere maggiori informazioni, oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

Il vomiting – o sindrome da vomito – è una forma di disturbo alimentare basato sulla sequenza: consumo di grandi quantità di cibo e sua espulsione attraverso il vomito. Chi è affetto da questa patologia inizialmente usa il vomito come soluzione per non ingrassare pur continuando a mangiare in modo eccessivo, ma con la reiterazione del comportamento scopre rapidamente il piacere quasi sensuale del rituale “mangiare-vomitare”.

Conosciamo meglio cos’è il vomiting

Il vomiting è stato considerato una variante dell’anoressia e della bulimia, tuttavia, pur riconoscendo una base anoressica o bulimica, il soggetto percorre un particolare iter che lo porta ad abbuffarsi e vomitare per il puro piacere di farlo. Inizialmente queste persone usano il vomito come soluzione per cercare di controllare il proprio peso, infatti grazie a questa tecnica riescono a soddisfarsi di cibo, ad abbuffarsi, senza ingrassare.

Gradualmente, però, finisce col diventare un momento al quale la persona non riesce a rinunciare per la forma di compulsione basata sul piacere che la sequenza comporta. In primo luogo si anticipa con la fantasia ed il pensiero, il momento dell’abbuffata, poi si mangia il più possibile sino a sentirsi piena. Infine si espelle il cibo attraverso il vomito.

Queste fasi danno alla persona un piacere che nessun’altra attività è in grado di fornire e spesso un effetto del disturbo è proprio l’inibizione di tutti gli altri piaceri della propria vita, compreso quello sessuale.

La sequenza del Vomiting

Ma descriviamo con più attenzione le tre fasi della sindrome del vomito. La fase iniziale è detta fase eccitatoria, nella quale si proietta l’ immagine dell’abbuffata, ci si immagina cosa mangeremo; successivamente vi è la fase consumatoria durante la quale si ingurgita tutto il cibo messo a disposizione fino a riempirsi e a sentir il bisogno di espellere ciò che si è appena ingerito; ed infine, in ultima battuta, c’è la fase liberatoria, costituita appunto dal vomito.

Come si struttura il vomiting

Si possono identificare tre tipologie di persone affette dal disturbo:

  • Trasgressive inconsapevoli;
  • Trasgressive consapevoli e pentite;
  • Trasgressive consapevoli e compiaciute.

La persona “trasgressive inconsapevole” è di solito una persona giovane, cognitivamente ignara del piacere intrinseco del rituale; La “trasgressiva consapevole e pentita” invece si rende conto del meccanismo perverso di acquisizione del piacere fino a voler interrompere il rituale, ma non vi riesce. Come suggerisce la stessa definizione, una persona “trasgressiva consapevole e compiaciuta”, invece, è conscia del problema ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al piacere che il rituale induce.

Quale terapia scegliere?

Una delle terapie più efficaci nel trattamento del disturbo da vomiting, è la Terapia breve Strategica. Questa psicoterapia è incentrata sul qui ed ora, e cerca di favorire il superamento di tale problematica attraverso specifiche tecniche e strategie. La “sindrome da vomito” come già accennato, pur avendo delle somiglianze con le problematiche di anoressia e bulimia, è un vero e proprio disturbo a sé, per tale motivo è importante impostare una terapia specifica per tale tipo di problematica. La terapia breve strategica fornisce soluzioni efficaci ed efficienti per questo tipo di problematica.

Se vuoi saperne di più sul vomiting e sui disturbi del comportamento alimentare, oppure per fissare una consulenza, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure via mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

La concentrazione nello sport è la capacità di un atleta di mantenere il proprio compito. Per un atleta l’attenzione implica focalizzarsi sui segnali ambientali rilevanti e mantenere il giusto livello di tensione. Nell’ambito dello sport questa abilità è appunto chiamata concentrazione.

Concentrazione e segnali ambientali

Il modello di attenzione più popolare nello sport è stato sviluppato da Robert Niedeffer (Theory of Attentional and Personal Style), il quale propone due dimensioni di attenzione: uno relativo alla direzione (esterna o interna), l’altro all’ampiezza (estesa o ristretta).

Per un atleta i segnali ambientali possono essere sia esterni (avversario, allenatore, spettatori) che interni (pensieri, immagini, sensazioni fisiche) e la loro ampiezza può influire sulle modalità di percezione, ampliandone o limitandone l’intensità. I segnali esterni e interni forniscono all’atleta le informazioni necessarie per una prestazione ottimale. In ogni situazione sportiva, un numero enorme di segnali è disponibile per l’atleta, alcuni di essi sono estremamente rilevanti, altri sono irrilevanti e ne possono danneggiare le prestazioni. La concentrazione sui segnali irrilevanti può tradursi in una diminuzione della qualità delle sue prestazioni. 

Attenzione ed eccitazione

All’aumentare dell’eccitazione, l’attenzione dell’atleta inizia a restringersi. Quando l’atleta si trova nella sua zona di prestazione ottimale, è in grado di concentrarsi su segnali pertinenti e ignorare quelli irrilevanti. Pertanto, il restringimento dell’attenzione cancella tutti gli spunti irrilevanti e consente di mantenere il focus su quelli rilevanti. Se l’eccitazione aumenta ulteriormente, l’attenzione continua a restringersi e gli spunti rilevanti vengono disattivati, causando un calo delle prestazioni. Per contro, in condizioni di scarsa eccitazione, la concentrazione dell’attenzione è molto ampia e l’atleta raccoglie segnali sia pertinenti che irrilevanti.

Alti livelli di eccitazione possono anche essere fonte di distrazione. Infatti, oltre ad eliminare gli spunti rilevanti, un’eccitazione elevata può anche ridurre la capacità di un atleta di selezionare uno stimolo alla volta. Di conseguenza, la distrazione riduce la capacità dell’atleta di discriminare tra segnali rilevanti e irrilevanti e di concentrarsi su quelli rilevanti. Quando ciò accade, l’atleta tende a subire improvvisi e significativi cali di prestazione. 

Quindi la concentrazione è importante quando si pratica sport?

La risposta è ovviamente affermativa, essa ci mantiene focalizzati sul presente, ci dà la possibilità di ignorare le distrazioni, ci consente di gestire meglio l’ansia o l’eccitazione eccessiva, ci permette di vedere le cose in anticipo e di notare quei piccoli dettagli che possono fornire un vantaggio. La concentrazione si riferisce principalmente a quella condizione psicologica di attenzione in cui gli individui sono in grado di elaborare selettivamente alcune fonti di informazione, ignorandone altre.

L’interesse della ricerca sulla concentrazione si basa principalmente su due aree. La prima riguarda lo studio del fallimento delle abilità sotto pressione; ci sono prove evidenti che il fallimento delle abilità può derivare dal reinvestimento dei processi di controllo cosciente. In secondo luogo, i ricercatori hanno studiato l’efficacia degli stimoli dei focolai esterni ed interni dell’attenzione durante l’apprendimento e le prestazioni qualificate.

Il termine concentrazione incarna un elemento del costrutto multidimensionale dell’attenzione. Nella letteratura sulla psicologia dello sport, il termine è stato particolarmente importante nello studio del fallimento delle abilità sotto pressione e nel regno dell’acquisizione delle abilità. Le strategie di concentrazione sono una componente chiave delle routine mentali che le persone impiegano prima di eseguire abilità auto-stimolate.

Come migliorare la concentrazione?

Spesso pensiamo che per la concentrazione si possa ottenere solamente continuando ad applicarci e ad esercitarci. L’esercizio è sicuramente fondamentale in quanto ci permette di apprendere efficacemente una determinata una capacità. Tuttavia senza un costante esercizio rischiamo di perdere rapidamente la nuova competenza appresa. Se per alcune settimane non ripetiamo una particolare azione di gioco oppure un movimento tecnico, rischiamo di non riuscire a riproporlo con la stessa accuratezza con cui l’avevamo imparato. Tuttavia sarebbe necessario coordinare l’esercizio fisico con attività che possano distrarre da un eccesso di concentrazione. Altrimenti la performance rischia di non essere efficace, ma può diventare una vera e propria ossessione. E di conseguenza anche la concentrazione si riduce e non è più realmente funzionale.

L’esercizio deve essere concluso quando iniziamo a non avere buone prestazioni, la concentrazione deve quindi essere spostata in un’ottica di maggiore consapevolezza, facendo sedimentare nella mente l’intensità dell’emozione.

Approfondiremo le tematiche della performance e della concentrazione in ulteriori articoli del mio blog. Se vuoi saperne di più contattami al 340.41.90.915 o scrivimi nei miei contatti.

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Tag: concentrazione, performance, sport

Con Generazione Z (spesso abbreviata in Gen Z) si identifica la generazione che segue quella dei cosiddetti  Millennials ed è generalmente circoscritta ai i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, in particolare i giovani nati tra il 1995 e il 2012.

I millenials e la generazione Z

La generazione dei Millenials ha avuto il merito di avviare quella rivoluzione digitale che ha avuto un impatto devastante sulle abitudini e sui comportamenti dei giovani, e non solo. La successiva Generazione Z ha dilatato oltre ogni precedente limite l’impiego delle tecnologie digitali. Questa è la prima generazione che attraverso l’uso di internet incarna pienamente l’idea di globalizzazione: un mondo multiculturale e senza frontiere. 

I giovani Gen Z si trovano a proprio agio con la tecnologia digitale e i social media, hanno usato Internet sin da piccoli, spesso possiedono uno smartphone sin dall’età scolare (o addirittura pre-scolare), dimostrano grande dimestichezza con le app di messaggistica su dispositivi mobile o piattaforme online, in pratica non hanno mai visto il mondo senza Internet.

Come comunica la generazione Z

Stante queste premesse, i ragazzi sono abituati a comunicare in maniera rapida ed essenziale, la velocità è il parametro di riferimento primario e per questo la loro attenzione ha una soglia molto bassa, 8 secondi circa, il tempo cioè di un messaggino di pochi caratteri o di una immagine su Twitter o Instagram. Questo è anche uno dei motivi che spinge i pubblicitari a creare spot commerciali sempre più essenziali, basati sul potere evocatorio delle immagini e condite con un sottofondo musicale accattivante. Infatti le campagne di marketing mirate alla Generazione Z ruotano attorno alla narrazione, ai video esplicativi e ad altre sofisticate forme di visualizzazione.

Il multitasking è uno dei tratti positivi della Generazione Z. Grazie alla capacità di elaborare e assorbire molte informazioni in brevissimo tempo, i ragazzi della Gen Z possono facilmente gestire più attività contemporaneamente. Secondo uno studio il 44% degli adolescenti usa il computer per fare i compiti ed il 48% guarda video relativi alla scuola. Secondo le statistiche, dal 50% al 76% degli studenti di Gen Z riferisce di ascoltare musica, inviare messaggi di testo, guardare la TV o utilizzare i social media mentre fanno i compiti a casa. 

I Gen Zers preferiscono connettersi con i loro compagni studenti e insegnanti su siti di social media quali Facebook. Gli insegnanti possono trovare su Facebook le istruzioni sulle modalità migliori per insegnare ai “ragazzi digitali”; lo stesso social network raccomanda agli insegnanti di creare gruppi di chiusi per bambini e genitori per condividere non solo i compiti a casa, ma anche informazioni relative alla scuola, alle attività in classe, alle gite etc.. Il 55% riferisce inoltre che fare qualcos’altro insieme ai compiti a casa non influisce sulla loro produttività e in alcuni casi addirittura la aumenta. E’ un fatto assodato che questa è una generazione di self learner, ossia di soggetti che trovano più adatta alle loro caratteristiche la formazione online rispetto a quella tradizionale.

Una descrizione della Generazione Z

Essere indipendenti, sicuri di sé e autonomi sono alcune delle caratteristiche chiave della Generazione Z, che non si affida ai propri genitori come facevano le precedenti generazioni di adolescenti. Il motivo è che Internet e le tecnologie digitali consentono loro di iniziare a guadagnare molto prima rispetto ai millennial, le stesse abilità di multitasking li aiutano a combinare studio e lavoro. 

Spesso la famiglia si trova a non essere in grado di educare ad un uso consapevole del web, e soprattutto a come utilizzarlo. Anche gli adulti hanno spesso comportamenti poco adeguati ed un uso eccessivo della rete e dei social network. La cosa più pericolosa è la bassa consapevolezza dei rischi connessi alla rete e ai social in generale.

I ragazzi della Gen Z sono sicuramente attenti all’ambiente, stimano lo stile di vita ecologico e sano molto più di qualsiasi generazione precedente, sono partecipi nell’impegno sociale e consapevoli del loro ruolo, sono pieni di ambizioni ma anche di insicurezze riguardo alla possibilità di riuscire a cambiare il mondo.

Basterà tutto questo a preservarli dai rischi di un futuro ansioso e stressante? Cosa possiamo fare per aiutarli? E’ fondamentale parlare sempre di più del digitale, formarli ad usare le nuove tecnologie con criterio ed in maniera utile. Orientarli a seconda delle loro motivazioni e talenti. Come spesso dico durante i miei seminari, cercare di parlare la loro lingua, discutere, confrontarsi e fare in modo di far “girare i loro ingranaggi”. Usare il dialogo in modo che possano essere continuamente stimolati.

Se sei un genitore e vuoi maggiori informazioni contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

BIBLIOGRAFIA

“Generazione Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologici e iperconnessa” Ettore Guarnaccia.

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Tag: adolescenza, generazione Z, genitori, genitorialità

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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

Contattami per saperne di più o per fissare una consulenza, il mio numero è il 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: concentrazione, performance, sport

Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.

La gestione delle emozioni è infatti un’abilità importante per riuscire a vivere una vita con soddisfazioni e un discreto benessere psico fisico. Può aiutare anche a gestire le nostre reazioni e comportamenti, rispondendo in maniera efficace ed efficiente rispetto a quanto ci succede interiormente. Quindi è possibile sottostimare un’emozione quando non è appropriata oppure sottolinearne un’altra quando necessario.

Come gestire le emozioni?

Il seguente approccio “stop, drop e process” può essere di grande aiuto per migliorare le nostre capacità di gestire le emozioni:

  • stop: questo può essere il più difficile di tutti e tre i passaggi perché vie la necessità di una grande forza di volontà. La prossima volta che le vostre emozioni sono così forti che sentite un forte bisogno di agire, rispetto al quale potreste pentirvi in seguito, fermatevi! E pensate! Iniziate a cercare spunti, pensieri e sentimenti che hanno aggravato quel comportamento.
  • Drop: è poi necessario impegnarsi in un’attività differente, che vi aiuterà a calmarvi. Senza far cadere l’intensità delle vostre emozioni potreste non essere mai in grado di pensare in modo chiaro e razionale.
  • Process: ora sarete in una posizione migliore per pensare a tutto e trovare una reazione appropriata. Prima di tutto, identificate le emozioni che sentite. Una volta che avete percepito con maggiore esattezza, quello che state provando, provate a pensare come mai vi trovate in quella particolare emozione. A questo punto diventerà più semplice anche trovare la reazione più adeguata a seconda della situazione e del contesto.

Se senti di essere in una situazione emotiva difficile, e di non riuscire a trovare soluzioni efficaci, per gestire le emozioni, contattami al 340.41.90.915 per avere maggiori informazioni, oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

Il vomiting – o sindrome da vomito – è una forma di disturbo alimentare basato sulla sequenza: consumo di grandi quantità di cibo e sua espulsione attraverso il vomito. Chi è affetto da questa patologia inizialmente usa il vomito come soluzione per non ingrassare pur continuando a mangiare in modo eccessivo, ma con la reiterazione del comportamento scopre rapidamente il piacere quasi sensuale del rituale “mangiare-vomitare”.

Conosciamo meglio cos’è il vomiting

Il vomiting è stato considerato una variante dell’anoressia e della bulimia, tuttavia, pur riconoscendo una base anoressica o bulimica, il soggetto percorre un particolare iter che lo porta ad abbuffarsi e vomitare per il puro piacere di farlo. Inizialmente queste persone usano il vomito come soluzione per cercare di controllare il proprio peso, infatti grazie a questa tecnica riescono a soddisfarsi di cibo, ad abbuffarsi, senza ingrassare.

Gradualmente, però, finisce col diventare un momento al quale la persona non riesce a rinunciare per la forma di compulsione basata sul piacere che la sequenza comporta. In primo luogo si anticipa con la fantasia ed il pensiero, il momento dell’abbuffata, poi si mangia il più possibile sino a sentirsi piena. Infine si espelle il cibo attraverso il vomito.

Queste fasi danno alla persona un piacere che nessun’altra attività è in grado di fornire e spesso un effetto del disturbo è proprio l’inibizione di tutti gli altri piaceri della propria vita, compreso quello sessuale.

La sequenza del Vomiting

Ma descriviamo con più attenzione le tre fasi della sindrome del vomito. La fase iniziale è detta fase eccitatoria, nella quale si proietta l’ immagine dell’abbuffata, ci si immagina cosa mangeremo; successivamente vi è la fase consumatoria durante la quale si ingurgita tutto il cibo messo a disposizione fino a riempirsi e a sentir il bisogno di espellere ciò che si è appena ingerito; ed infine, in ultima battuta, c’è la fase liberatoria, costituita appunto dal vomito.

Come si struttura il vomiting

Si possono identificare tre tipologie di persone affette dal disturbo:

  • Trasgressive inconsapevoli;
  • Trasgressive consapevoli e pentite;
  • Trasgressive consapevoli e compiaciute.

La persona “trasgressive inconsapevole” è di solito una persona giovane, cognitivamente ignara del piacere intrinseco del rituale; La “trasgressiva consapevole e pentita” invece si rende conto del meccanismo perverso di acquisizione del piacere fino a voler interrompere il rituale, ma non vi riesce. Come suggerisce la stessa definizione, una persona “trasgressiva consapevole e compiaciuta”, invece, è conscia del problema ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al piacere che il rituale induce.

Quale terapia scegliere?

Una delle terapie più efficaci nel trattamento del disturbo da vomiting, è la Terapia breve Strategica. Questa psicoterapia è incentrata sul qui ed ora, e cerca di favorire il superamento di tale problematica attraverso specifiche tecniche e strategie. La “sindrome da vomito” come già accennato, pur avendo delle somiglianze con le problematiche di anoressia e bulimia, è un vero e proprio disturbo a sé, per tale motivo è importante impostare una terapia specifica per tale tipo di problematica. La terapia breve strategica fornisce soluzioni efficaci ed efficienti per questo tipo di problematica.

Se vuoi saperne di più sul vomiting e sui disturbi del comportamento alimentare, oppure per fissare una consulenza, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure via mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

La concentrazione nello sport è la capacità di un atleta di mantenere il proprio compito. Per un atleta l’attenzione implica focalizzarsi sui segnali ambientali rilevanti e mantenere il giusto livello di tensione. Nell’ambito dello sport questa abilità è appunto chiamata concentrazione.

Concentrazione e segnali ambientali

Il modello di attenzione più popolare nello sport è stato sviluppato da Robert Niedeffer (Theory of Attentional and Personal Style), il quale propone due dimensioni di attenzione: uno relativo alla direzione (esterna o interna), l’altro all’ampiezza (estesa o ristretta).

Per un atleta i segnali ambientali possono essere sia esterni (avversario, allenatore, spettatori) che interni (pensieri, immagini, sensazioni fisiche) e la loro ampiezza può influire sulle modalità di percezione, ampliandone o limitandone l’intensità. I segnali esterni e interni forniscono all’atleta le informazioni necessarie per una prestazione ottimale. In ogni situazione sportiva, un numero enorme di segnali è disponibile per l’atleta, alcuni di essi sono estremamente rilevanti, altri sono irrilevanti e ne possono danneggiare le prestazioni. La concentrazione sui segnali irrilevanti può tradursi in una diminuzione della qualità delle sue prestazioni. 

Attenzione ed eccitazione

All’aumentare dell’eccitazione, l’attenzione dell’atleta inizia a restringersi. Quando l’atleta si trova nella sua zona di prestazione ottimale, è in grado di concentrarsi su segnali pertinenti e ignorare quelli irrilevanti. Pertanto, il restringimento dell’attenzione cancella tutti gli spunti irrilevanti e consente di mantenere il focus su quelli rilevanti. Se l’eccitazione aumenta ulteriormente, l’attenzione continua a restringersi e gli spunti rilevanti vengono disattivati, causando un calo delle prestazioni. Per contro, in condizioni di scarsa eccitazione, la concentrazione dell’attenzione è molto ampia e l’atleta raccoglie segnali sia pertinenti che irrilevanti.

Alti livelli di eccitazione possono anche essere fonte di distrazione. Infatti, oltre ad eliminare gli spunti rilevanti, un’eccitazione elevata può anche ridurre la capacità di un atleta di selezionare uno stimolo alla volta. Di conseguenza, la distrazione riduce la capacità dell’atleta di discriminare tra segnali rilevanti e irrilevanti e di concentrarsi su quelli rilevanti. Quando ciò accade, l’atleta tende a subire improvvisi e significativi cali di prestazione. 

Quindi la concentrazione è importante quando si pratica sport?

La risposta è ovviamente affermativa, essa ci mantiene focalizzati sul presente, ci dà la possibilità di ignorare le distrazioni, ci consente di gestire meglio l’ansia o l’eccitazione eccessiva, ci permette di vedere le cose in anticipo e di notare quei piccoli dettagli che possono fornire un vantaggio. La concentrazione si riferisce principalmente a quella condizione psicologica di attenzione in cui gli individui sono in grado di elaborare selettivamente alcune fonti di informazione, ignorandone altre.

L’interesse della ricerca sulla concentrazione si basa principalmente su due aree. La prima riguarda lo studio del fallimento delle abilità sotto pressione; ci sono prove evidenti che il fallimento delle abilità può derivare dal reinvestimento dei processi di controllo cosciente. In secondo luogo, i ricercatori hanno studiato l’efficacia degli stimoli dei focolai esterni ed interni dell’attenzione durante l’apprendimento e le prestazioni qualificate.

Il termine concentrazione incarna un elemento del costrutto multidimensionale dell’attenzione. Nella letteratura sulla psicologia dello sport, il termine è stato particolarmente importante nello studio del fallimento delle abilità sotto pressione e nel regno dell’acquisizione delle abilità. Le strategie di concentrazione sono una componente chiave delle routine mentali che le persone impiegano prima di eseguire abilità auto-stimolate.

Come migliorare la concentrazione?

Spesso pensiamo che per la concentrazione si possa ottenere solamente continuando ad applicarci e ad esercitarci. L’esercizio è sicuramente fondamentale in quanto ci permette di apprendere efficacemente una determinata una capacità. Tuttavia senza un costante esercizio rischiamo di perdere rapidamente la nuova competenza appresa. Se per alcune settimane non ripetiamo una particolare azione di gioco oppure un movimento tecnico, rischiamo di non riuscire a riproporlo con la stessa accuratezza con cui l’avevamo imparato. Tuttavia sarebbe necessario coordinare l’esercizio fisico con attività che possano distrarre da un eccesso di concentrazione. Altrimenti la performance rischia di non essere efficace, ma può diventare una vera e propria ossessione. E di conseguenza anche la concentrazione si riduce e non è più realmente funzionale.

L’esercizio deve essere concluso quando iniziamo a non avere buone prestazioni, la concentrazione deve quindi essere spostata in un’ottica di maggiore consapevolezza, facendo sedimentare nella mente l’intensità dell’emozione.

Approfondiremo le tematiche della performance e della concentrazione in ulteriori articoli del mio blog. Se vuoi saperne di più contattami al 340.41.90.915 o scrivimi nei miei contatti.

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Tag: concentrazione, performance, sport

Con Generazione Z (spesso abbreviata in Gen Z) si identifica la generazione che segue quella dei cosiddetti  Millennials ed è generalmente circoscritta ai i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, in particolare i giovani nati tra il 1995 e il 2012.

I millenials e la generazione Z

La generazione dei Millenials ha avuto il merito di avviare quella rivoluzione digitale che ha avuto un impatto devastante sulle abitudini e sui comportamenti dei giovani, e non solo. La successiva Generazione Z ha dilatato oltre ogni precedente limite l’impiego delle tecnologie digitali. Questa è la prima generazione che attraverso l’uso di internet incarna pienamente l’idea di globalizzazione: un mondo multiculturale e senza frontiere. 

I giovani Gen Z si trovano a proprio agio con la tecnologia digitale e i social media, hanno usato Internet sin da piccoli, spesso possiedono uno smartphone sin dall’età scolare (o addirittura pre-scolare), dimostrano grande dimestichezza con le app di messaggistica su dispositivi mobile o piattaforme online, in pratica non hanno mai visto il mondo senza Internet.

Come comunica la generazione Z

Stante queste premesse, i ragazzi sono abituati a comunicare in maniera rapida ed essenziale, la velocità è il parametro di riferimento primario e per questo la loro attenzione ha una soglia molto bassa, 8 secondi circa, il tempo cioè di un messaggino di pochi caratteri o di una immagine su Twitter o Instagram. Questo è anche uno dei motivi che spinge i pubblicitari a creare spot commerciali sempre più essenziali, basati sul potere evocatorio delle immagini e condite con un sottofondo musicale accattivante. Infatti le campagne di marketing mirate alla Generazione Z ruotano attorno alla narrazione, ai video esplicativi e ad altre sofisticate forme di visualizzazione.

Il multitasking è uno dei tratti positivi della Generazione Z. Grazie alla capacità di elaborare e assorbire molte informazioni in brevissimo tempo, i ragazzi della Gen Z possono facilmente gestire più attività contemporaneamente. Secondo uno studio il 44% degli adolescenti usa il computer per fare i compiti ed il 48% guarda video relativi alla scuola. Secondo le statistiche, dal 50% al 76% degli studenti di Gen Z riferisce di ascoltare musica, inviare messaggi di testo, guardare la TV o utilizzare i social media mentre fanno i compiti a casa. 

I Gen Zers preferiscono connettersi con i loro compagni studenti e insegnanti su siti di social media quali Facebook. Gli insegnanti possono trovare su Facebook le istruzioni sulle modalità migliori per insegnare ai “ragazzi digitali”; lo stesso social network raccomanda agli insegnanti di creare gruppi di chiusi per bambini e genitori per condividere non solo i compiti a casa, ma anche informazioni relative alla scuola, alle attività in classe, alle gite etc.. Il 55% riferisce inoltre che fare qualcos’altro insieme ai compiti a casa non influisce sulla loro produttività e in alcuni casi addirittura la aumenta. E’ un fatto assodato che questa è una generazione di self learner, ossia di soggetti che trovano più adatta alle loro caratteristiche la formazione online rispetto a quella tradizionale.

Una descrizione della Generazione Z

Essere indipendenti, sicuri di sé e autonomi sono alcune delle caratteristiche chiave della Generazione Z, che non si affida ai propri genitori come facevano le precedenti generazioni di adolescenti. Il motivo è che Internet e le tecnologie digitali consentono loro di iniziare a guadagnare molto prima rispetto ai millennial, le stesse abilità di multitasking li aiutano a combinare studio e lavoro. 

Spesso la famiglia si trova a non essere in grado di educare ad un uso consapevole del web, e soprattutto a come utilizzarlo. Anche gli adulti hanno spesso comportamenti poco adeguati ed un uso eccessivo della rete e dei social network. La cosa più pericolosa è la bassa consapevolezza dei rischi connessi alla rete e ai social in generale.

I ragazzi della Gen Z sono sicuramente attenti all’ambiente, stimano lo stile di vita ecologico e sano molto più di qualsiasi generazione precedente, sono partecipi nell’impegno sociale e consapevoli del loro ruolo, sono pieni di ambizioni ma anche di insicurezze riguardo alla possibilità di riuscire a cambiare il mondo.

Basterà tutto questo a preservarli dai rischi di un futuro ansioso e stressante? Cosa possiamo fare per aiutarli? E’ fondamentale parlare sempre di più del digitale, formarli ad usare le nuove tecnologie con criterio ed in maniera utile. Orientarli a seconda delle loro motivazioni e talenti. Come spesso dico durante i miei seminari, cercare di parlare la loro lingua, discutere, confrontarsi e fare in modo di far “girare i loro ingranaggi”. Usare il dialogo in modo che possano essere continuamente stimolati.

Se sei un genitore e vuoi maggiori informazioni contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

BIBLIOGRAFIA

“Generazione Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologici e iperconnessa” Ettore Guarnaccia.

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Tag: adolescenza, generazione Z, genitori, genitorialità

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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

Contattami per saperne di più o per fissare una consulenza, il mio numero è il 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: concentrazione, performance, sport

Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.

La gestione delle emozioni è infatti un’abilità importante per riuscire a vivere una vita con soddisfazioni e un discreto benessere psico fisico. Può aiutare anche a gestire le nostre reazioni e comportamenti, rispondendo in maniera efficace ed efficiente rispetto a quanto ci succede interiormente. Quindi è possibile sottostimare un’emozione quando non è appropriata oppure sottolinearne un’altra quando necessario.

Come gestire le emozioni?

Il seguente approccio “stop, drop e process” può essere di grande aiuto per migliorare le nostre capacità di gestire le emozioni:

  • stop: questo può essere il più difficile di tutti e tre i passaggi perché vie la necessità di una grande forza di volontà. La prossima volta che le vostre emozioni sono così forti che sentite un forte bisogno di agire, rispetto al quale potreste pentirvi in seguito, fermatevi! E pensate! Iniziate a cercare spunti, pensieri e sentimenti che hanno aggravato quel comportamento.
  • Drop: è poi necessario impegnarsi in un’attività differente, che vi aiuterà a calmarvi. Senza far cadere l’intensità delle vostre emozioni potreste non essere mai in grado di pensare in modo chiaro e razionale.
  • Process: ora sarete in una posizione migliore per pensare a tutto e trovare una reazione appropriata. Prima di tutto, identificate le emozioni che sentite. Una volta che avete percepito con maggiore esattezza, quello che state provando, provate a pensare come mai vi trovate in quella particolare emozione. A questo punto diventerà più semplice anche trovare la reazione più adeguata a seconda della situazione e del contesto.

Se senti di essere in una situazione emotiva difficile, e di non riuscire a trovare soluzioni efficaci, per gestire le emozioni, contattami al 340.41.90.915 per avere maggiori informazioni, oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

Il vomiting – o sindrome da vomito – è una forma di disturbo alimentare basato sulla sequenza: consumo di grandi quantità di cibo e sua espulsione attraverso il vomito. Chi è affetto da questa patologia inizialmente usa il vomito come soluzione per non ingrassare pur continuando a mangiare in modo eccessivo, ma con la reiterazione del comportamento scopre rapidamente il piacere quasi sensuale del rituale “mangiare-vomitare”.

Conosciamo meglio cos’è il vomiting

Il vomiting è stato considerato una variante dell’anoressia e della bulimia, tuttavia, pur riconoscendo una base anoressica o bulimica, il soggetto percorre un particolare iter che lo porta ad abbuffarsi e vomitare per il puro piacere di farlo. Inizialmente queste persone usano il vomito come soluzione per cercare di controllare il proprio peso, infatti grazie a questa tecnica riescono a soddisfarsi di cibo, ad abbuffarsi, senza ingrassare.

Gradualmente, però, finisce col diventare un momento al quale la persona non riesce a rinunciare per la forma di compulsione basata sul piacere che la sequenza comporta. In primo luogo si anticipa con la fantasia ed il pensiero, il momento dell’abbuffata, poi si mangia il più possibile sino a sentirsi piena. Infine si espelle il cibo attraverso il vomito.

Queste fasi danno alla persona un piacere che nessun’altra attività è in grado di fornire e spesso un effetto del disturbo è proprio l’inibizione di tutti gli altri piaceri della propria vita, compreso quello sessuale.

La sequenza del Vomiting

Ma descriviamo con più attenzione le tre fasi della sindrome del vomito. La fase iniziale è detta fase eccitatoria, nella quale si proietta l’ immagine dell’abbuffata, ci si immagina cosa mangeremo; successivamente vi è la fase consumatoria durante la quale si ingurgita tutto il cibo messo a disposizione fino a riempirsi e a sentir il bisogno di espellere ciò che si è appena ingerito; ed infine, in ultima battuta, c’è la fase liberatoria, costituita appunto dal vomito.

Come si struttura il vomiting

Si possono identificare tre tipologie di persone affette dal disturbo:

  • Trasgressive inconsapevoli;
  • Trasgressive consapevoli e pentite;
  • Trasgressive consapevoli e compiaciute.

La persona “trasgressive inconsapevole” è di solito una persona giovane, cognitivamente ignara del piacere intrinseco del rituale; La “trasgressiva consapevole e pentita” invece si rende conto del meccanismo perverso di acquisizione del piacere fino a voler interrompere il rituale, ma non vi riesce. Come suggerisce la stessa definizione, una persona “trasgressiva consapevole e compiaciuta”, invece, è conscia del problema ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al piacere che il rituale induce.

Quale terapia scegliere?

Una delle terapie più efficaci nel trattamento del disturbo da vomiting, è la Terapia breve Strategica. Questa psicoterapia è incentrata sul qui ed ora, e cerca di favorire il superamento di tale problematica attraverso specifiche tecniche e strategie. La “sindrome da vomito” come già accennato, pur avendo delle somiglianze con le problematiche di anoressia e bulimia, è un vero e proprio disturbo a sé, per tale motivo è importante impostare una terapia specifica per tale tipo di problematica. La terapia breve strategica fornisce soluzioni efficaci ed efficienti per questo tipo di problematica.

Se vuoi saperne di più sul vomiting e sui disturbi del comportamento alimentare, oppure per fissare una consulenza, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure via mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

La concentrazione nello sport è la capacità di un atleta di mantenere il proprio compito. Per un atleta l’attenzione implica focalizzarsi sui segnali ambientali rilevanti e mantenere il giusto livello di tensione. Nell’ambito dello sport questa abilità è appunto chiamata concentrazione.

Concentrazione e segnali ambientali

Il modello di attenzione più popolare nello sport è stato sviluppato da Robert Niedeffer (Theory of Attentional and Personal Style), il quale propone due dimensioni di attenzione: uno relativo alla direzione (esterna o interna), l’altro all’ampiezza (estesa o ristretta).

Per un atleta i segnali ambientali possono essere sia esterni (avversario, allenatore, spettatori) che interni (pensieri, immagini, sensazioni fisiche) e la loro ampiezza può influire sulle modalità di percezione, ampliandone o limitandone l’intensità. I segnali esterni e interni forniscono all’atleta le informazioni necessarie per una prestazione ottimale. In ogni situazione sportiva, un numero enorme di segnali è disponibile per l’atleta, alcuni di essi sono estremamente rilevanti, altri sono irrilevanti e ne possono danneggiare le prestazioni. La concentrazione sui segnali irrilevanti può tradursi in una diminuzione della qualità delle sue prestazioni. 

Attenzione ed eccitazione

All’aumentare dell’eccitazione, l’attenzione dell’atleta inizia a restringersi. Quando l’atleta si trova nella sua zona di prestazione ottimale, è in grado di concentrarsi su segnali pertinenti e ignorare quelli irrilevanti. Pertanto, il restringimento dell’attenzione cancella tutti gli spunti irrilevanti e consente di mantenere il focus su quelli rilevanti. Se l’eccitazione aumenta ulteriormente, l’attenzione continua a restringersi e gli spunti rilevanti vengono disattivati, causando un calo delle prestazioni. Per contro, in condizioni di scarsa eccitazione, la concentrazione dell’attenzione è molto ampia e l’atleta raccoglie segnali sia pertinenti che irrilevanti.

Alti livelli di eccitazione possono anche essere fonte di distrazione. Infatti, oltre ad eliminare gli spunti rilevanti, un’eccitazione elevata può anche ridurre la capacità di un atleta di selezionare uno stimolo alla volta. Di conseguenza, la distrazione riduce la capacità dell’atleta di discriminare tra segnali rilevanti e irrilevanti e di concentrarsi su quelli rilevanti. Quando ciò accade, l’atleta tende a subire improvvisi e significativi cali di prestazione. 

Quindi la concentrazione è importante quando si pratica sport?

La risposta è ovviamente affermativa, essa ci mantiene focalizzati sul presente, ci dà la possibilità di ignorare le distrazioni, ci consente di gestire meglio l’ansia o l’eccitazione eccessiva, ci permette di vedere le cose in anticipo e di notare quei piccoli dettagli che possono fornire un vantaggio. La concentrazione si riferisce principalmente a quella condizione psicologica di attenzione in cui gli individui sono in grado di elaborare selettivamente alcune fonti di informazione, ignorandone altre.

L’interesse della ricerca sulla concentrazione si basa principalmente su due aree. La prima riguarda lo studio del fallimento delle abilità sotto pressione; ci sono prove evidenti che il fallimento delle abilità può derivare dal reinvestimento dei processi di controllo cosciente. In secondo luogo, i ricercatori hanno studiato l’efficacia degli stimoli dei focolai esterni ed interni dell’attenzione durante l’apprendimento e le prestazioni qualificate.

Il termine concentrazione incarna un elemento del costrutto multidimensionale dell’attenzione. Nella letteratura sulla psicologia dello sport, il termine è stato particolarmente importante nello studio del fallimento delle abilità sotto pressione e nel regno dell’acquisizione delle abilità. Le strategie di concentrazione sono una componente chiave delle routine mentali che le persone impiegano prima di eseguire abilità auto-stimolate.

Come migliorare la concentrazione?

Spesso pensiamo che per la concentrazione si possa ottenere solamente continuando ad applicarci e ad esercitarci. L’esercizio è sicuramente fondamentale in quanto ci permette di apprendere efficacemente una determinata una capacità. Tuttavia senza un costante esercizio rischiamo di perdere rapidamente la nuova competenza appresa. Se per alcune settimane non ripetiamo una particolare azione di gioco oppure un movimento tecnico, rischiamo di non riuscire a riproporlo con la stessa accuratezza con cui l’avevamo imparato. Tuttavia sarebbe necessario coordinare l’esercizio fisico con attività che possano distrarre da un eccesso di concentrazione. Altrimenti la performance rischia di non essere efficace, ma può diventare una vera e propria ossessione. E di conseguenza anche la concentrazione si riduce e non è più realmente funzionale.

L’esercizio deve essere concluso quando iniziamo a non avere buone prestazioni, la concentrazione deve quindi essere spostata in un’ottica di maggiore consapevolezza, facendo sedimentare nella mente l’intensità dell’emozione.

Approfondiremo le tematiche della performance e della concentrazione in ulteriori articoli del mio blog. Se vuoi saperne di più contattami al 340.41.90.915 o scrivimi nei miei contatti.

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Tag: concentrazione, performance, sport

Con Generazione Z (spesso abbreviata in Gen Z) si identifica la generazione che segue quella dei cosiddetti  Millennials ed è generalmente circoscritta ai i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, in particolare i giovani nati tra il 1995 e il 2012.

I millenials e la generazione Z

La generazione dei Millenials ha avuto il merito di avviare quella rivoluzione digitale che ha avuto un impatto devastante sulle abitudini e sui comportamenti dei giovani, e non solo. La successiva Generazione Z ha dilatato oltre ogni precedente limite l’impiego delle tecnologie digitali. Questa è la prima generazione che attraverso l’uso di internet incarna pienamente l’idea di globalizzazione: un mondo multiculturale e senza frontiere. 

I giovani Gen Z si trovano a proprio agio con la tecnologia digitale e i social media, hanno usato Internet sin da piccoli, spesso possiedono uno smartphone sin dall’età scolare (o addirittura pre-scolare), dimostrano grande dimestichezza con le app di messaggistica su dispositivi mobile o piattaforme online, in pratica non hanno mai visto il mondo senza Internet.

Come comunica la generazione Z

Stante queste premesse, i ragazzi sono abituati a comunicare in maniera rapida ed essenziale, la velocità è il parametro di riferimento primario e per questo la loro attenzione ha una soglia molto bassa, 8 secondi circa, il tempo cioè di un messaggino di pochi caratteri o di una immagine su Twitter o Instagram. Questo è anche uno dei motivi che spinge i pubblicitari a creare spot commerciali sempre più essenziali, basati sul potere evocatorio delle immagini e condite con un sottofondo musicale accattivante. Infatti le campagne di marketing mirate alla Generazione Z ruotano attorno alla narrazione, ai video esplicativi e ad altre sofisticate forme di visualizzazione.

Il multitasking è uno dei tratti positivi della Generazione Z. Grazie alla capacità di elaborare e assorbire molte informazioni in brevissimo tempo, i ragazzi della Gen Z possono facilmente gestire più attività contemporaneamente. Secondo uno studio il 44% degli adolescenti usa il computer per fare i compiti ed il 48% guarda video relativi alla scuola. Secondo le statistiche, dal 50% al 76% degli studenti di Gen Z riferisce di ascoltare musica, inviare messaggi di testo, guardare la TV o utilizzare i social media mentre fanno i compiti a casa. 

I Gen Zers preferiscono connettersi con i loro compagni studenti e insegnanti su siti di social media quali Facebook. Gli insegnanti possono trovare su Facebook le istruzioni sulle modalità migliori per insegnare ai “ragazzi digitali”; lo stesso social network raccomanda agli insegnanti di creare gruppi di chiusi per bambini e genitori per condividere non solo i compiti a casa, ma anche informazioni relative alla scuola, alle attività in classe, alle gite etc.. Il 55% riferisce inoltre che fare qualcos’altro insieme ai compiti a casa non influisce sulla loro produttività e in alcuni casi addirittura la aumenta. E’ un fatto assodato che questa è una generazione di self learner, ossia di soggetti che trovano più adatta alle loro caratteristiche la formazione online rispetto a quella tradizionale.

Una descrizione della Generazione Z

Essere indipendenti, sicuri di sé e autonomi sono alcune delle caratteristiche chiave della Generazione Z, che non si affida ai propri genitori come facevano le precedenti generazioni di adolescenti. Il motivo è che Internet e le tecnologie digitali consentono loro di iniziare a guadagnare molto prima rispetto ai millennial, le stesse abilità di multitasking li aiutano a combinare studio e lavoro. 

Spesso la famiglia si trova a non essere in grado di educare ad un uso consapevole del web, e soprattutto a come utilizzarlo. Anche gli adulti hanno spesso comportamenti poco adeguati ed un uso eccessivo della rete e dei social network. La cosa più pericolosa è la bassa consapevolezza dei rischi connessi alla rete e ai social in generale.

I ragazzi della Gen Z sono sicuramente attenti all’ambiente, stimano lo stile di vita ecologico e sano molto più di qualsiasi generazione precedente, sono partecipi nell’impegno sociale e consapevoli del loro ruolo, sono pieni di ambizioni ma anche di insicurezze riguardo alla possibilità di riuscire a cambiare il mondo.

Basterà tutto questo a preservarli dai rischi di un futuro ansioso e stressante? Cosa possiamo fare per aiutarli? E’ fondamentale parlare sempre di più del digitale, formarli ad usare le nuove tecnologie con criterio ed in maniera utile. Orientarli a seconda delle loro motivazioni e talenti. Come spesso dico durante i miei seminari, cercare di parlare la loro lingua, discutere, confrontarsi e fare in modo di far “girare i loro ingranaggi”. Usare il dialogo in modo che possano essere continuamente stimolati.

Se sei un genitore e vuoi maggiori informazioni contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

BIBLIOGRAFIA

“Generazione Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologici e iperconnessa” Ettore Guarnaccia.

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Tag: adolescenza, generazione Z, genitori, genitorialità

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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

Contattami per saperne di più o per fissare una consulenza, il mio numero è il 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: concentrazione, performance, sport

Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.

La gestione delle emozioni è infatti un’abilità importante per riuscire a vivere una vita con soddisfazioni e un discreto benessere psico fisico. Può aiutare anche a gestire le nostre reazioni e comportamenti, rispondendo in maniera efficace ed efficiente rispetto a quanto ci succede interiormente. Quindi è possibile sottostimare un’emozione quando non è appropriata oppure sottolinearne un’altra quando necessario.

Come gestire le emozioni?

Il seguente approccio “stop, drop e process” può essere di grande aiuto per migliorare le nostre capacità di gestire le emozioni:

  • stop: questo può essere il più difficile di tutti e tre i passaggi perché vie la necessità di una grande forza di volontà. La prossima volta che le vostre emozioni sono così forti che sentite un forte bisogno di agire, rispetto al quale potreste pentirvi in seguito, fermatevi! E pensate! Iniziate a cercare spunti, pensieri e sentimenti che hanno aggravato quel comportamento.
  • Drop: è poi necessario impegnarsi in un’attività differente, che vi aiuterà a calmarvi. Senza far cadere l’intensità delle vostre emozioni potreste non essere mai in grado di pensare in modo chiaro e razionale.
  • Process: ora sarete in una posizione migliore per pensare a tutto e trovare una reazione appropriata. Prima di tutto, identificate le emozioni che sentite. Una volta che avete percepito con maggiore esattezza, quello che state provando, provate a pensare come mai vi trovate in quella particolare emozione. A questo punto diventerà più semplice anche trovare la reazione più adeguata a seconda della situazione e del contesto.

Se senti di essere in una situazione emotiva difficile, e di non riuscire a trovare soluzioni efficaci, per gestire le emozioni, contattami al 340.41.90.915 per avere maggiori informazioni, oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

Il vomiting – o sindrome da vomito – è una forma di disturbo alimentare basato sulla sequenza: consumo di grandi quantità di cibo e sua espulsione attraverso il vomito. Chi è affetto da questa patologia inizialmente usa il vomito come soluzione per non ingrassare pur continuando a mangiare in modo eccessivo, ma con la reiterazione del comportamento scopre rapidamente il piacere quasi sensuale del rituale “mangiare-vomitare”.

Conosciamo meglio cos’è il vomiting

Il vomiting è stato considerato una variante dell’anoressia e della bulimia, tuttavia, pur riconoscendo una base anoressica o bulimica, il soggetto percorre un particolare iter che lo porta ad abbuffarsi e vomitare per il puro piacere di farlo. Inizialmente queste persone usano il vomito come soluzione per cercare di controllare il proprio peso, infatti grazie a questa tecnica riescono a soddisfarsi di cibo, ad abbuffarsi, senza ingrassare.

Gradualmente, però, finisce col diventare un momento al quale la persona non riesce a rinunciare per la forma di compulsione basata sul piacere che la sequenza comporta. In primo luogo si anticipa con la fantasia ed il pensiero, il momento dell’abbuffata, poi si mangia il più possibile sino a sentirsi piena. Infine si espelle il cibo attraverso il vomito.

Queste fasi danno alla persona un piacere che nessun’altra attività è in grado di fornire e spesso un effetto del disturbo è proprio l’inibizione di tutti gli altri piaceri della propria vita, compreso quello sessuale.

La sequenza del Vomiting

Ma descriviamo con più attenzione le tre fasi della sindrome del vomito. La fase iniziale è detta fase eccitatoria, nella quale si proietta l’ immagine dell’abbuffata, ci si immagina cosa mangeremo; successivamente vi è la fase consumatoria durante la quale si ingurgita tutto il cibo messo a disposizione fino a riempirsi e a sentir il bisogno di espellere ciò che si è appena ingerito; ed infine, in ultima battuta, c’è la fase liberatoria, costituita appunto dal vomito.

Come si struttura il vomiting

Si possono identificare tre tipologie di persone affette dal disturbo:

  • Trasgressive inconsapevoli;
  • Trasgressive consapevoli e pentite;
  • Trasgressive consapevoli e compiaciute.

La persona “trasgressive inconsapevole” è di solito una persona giovane, cognitivamente ignara del piacere intrinseco del rituale; La “trasgressiva consapevole e pentita” invece si rende conto del meccanismo perverso di acquisizione del piacere fino a voler interrompere il rituale, ma non vi riesce. Come suggerisce la stessa definizione, una persona “trasgressiva consapevole e compiaciuta”, invece, è conscia del problema ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al piacere che il rituale induce.

Quale terapia scegliere?

Una delle terapie più efficaci nel trattamento del disturbo da vomiting, è la Terapia breve Strategica. Questa psicoterapia è incentrata sul qui ed ora, e cerca di favorire il superamento di tale problematica attraverso specifiche tecniche e strategie. La “sindrome da vomito” come già accennato, pur avendo delle somiglianze con le problematiche di anoressia e bulimia, è un vero e proprio disturbo a sé, per tale motivo è importante impostare una terapia specifica per tale tipo di problematica. La terapia breve strategica fornisce soluzioni efficaci ed efficienti per questo tipo di problematica.

Se vuoi saperne di più sul vomiting e sui disturbi del comportamento alimentare, oppure per fissare una consulenza, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure via mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

La concentrazione nello sport è la capacità di un atleta di mantenere il proprio compito. Per un atleta l’attenzione implica focalizzarsi sui segnali ambientali rilevanti e mantenere il giusto livello di tensione. Nell’ambito dello sport questa abilità è appunto chiamata concentrazione.

Concentrazione e segnali ambientali

Il modello di attenzione più popolare nello sport è stato sviluppato da Robert Niedeffer (Theory of Attentional and Personal Style), il quale propone due dimensioni di attenzione: uno relativo alla direzione (esterna o interna), l’altro all’ampiezza (estesa o ristretta).

Per un atleta i segnali ambientali possono essere sia esterni (avversario, allenatore, spettatori) che interni (pensieri, immagini, sensazioni fisiche) e la loro ampiezza può influire sulle modalità di percezione, ampliandone o limitandone l’intensità. I segnali esterni e interni forniscono all’atleta le informazioni necessarie per una prestazione ottimale. In ogni situazione sportiva, un numero enorme di segnali è disponibile per l’atleta, alcuni di essi sono estremamente rilevanti, altri sono irrilevanti e ne possono danneggiare le prestazioni. La concentrazione sui segnali irrilevanti può tradursi in una diminuzione della qualità delle sue prestazioni. 

Attenzione ed eccitazione

All’aumentare dell’eccitazione, l’attenzione dell’atleta inizia a restringersi. Quando l’atleta si trova nella sua zona di prestazione ottimale, è in grado di concentrarsi su segnali pertinenti e ignorare quelli irrilevanti. Pertanto, il restringimento dell’attenzione cancella tutti gli spunti irrilevanti e consente di mantenere il focus su quelli rilevanti. Se l’eccitazione aumenta ulteriormente, l’attenzione continua a restringersi e gli spunti rilevanti vengono disattivati, causando un calo delle prestazioni. Per contro, in condizioni di scarsa eccitazione, la concentrazione dell’attenzione è molto ampia e l’atleta raccoglie segnali sia pertinenti che irrilevanti.

Alti livelli di eccitazione possono anche essere fonte di distrazione. Infatti, oltre ad eliminare gli spunti rilevanti, un’eccitazione elevata può anche ridurre la capacità di un atleta di selezionare uno stimolo alla volta. Di conseguenza, la distrazione riduce la capacità dell’atleta di discriminare tra segnali rilevanti e irrilevanti e di concentrarsi su quelli rilevanti. Quando ciò accade, l’atleta tende a subire improvvisi e significativi cali di prestazione. 

Quindi la concentrazione è importante quando si pratica sport?

La risposta è ovviamente affermativa, essa ci mantiene focalizzati sul presente, ci dà la possibilità di ignorare le distrazioni, ci consente di gestire meglio l’ansia o l’eccitazione eccessiva, ci permette di vedere le cose in anticipo e di notare quei piccoli dettagli che possono fornire un vantaggio. La concentrazione si riferisce principalmente a quella condizione psicologica di attenzione in cui gli individui sono in grado di elaborare selettivamente alcune fonti di informazione, ignorandone altre.

L’interesse della ricerca sulla concentrazione si basa principalmente su due aree. La prima riguarda lo studio del fallimento delle abilità sotto pressione; ci sono prove evidenti che il fallimento delle abilità può derivare dal reinvestimento dei processi di controllo cosciente. In secondo luogo, i ricercatori hanno studiato l’efficacia degli stimoli dei focolai esterni ed interni dell’attenzione durante l’apprendimento e le prestazioni qualificate.

Il termine concentrazione incarna un elemento del costrutto multidimensionale dell’attenzione. Nella letteratura sulla psicologia dello sport, il termine è stato particolarmente importante nello studio del fallimento delle abilità sotto pressione e nel regno dell’acquisizione delle abilità. Le strategie di concentrazione sono una componente chiave delle routine mentali che le persone impiegano prima di eseguire abilità auto-stimolate.

Come migliorare la concentrazione?

Spesso pensiamo che per la concentrazione si possa ottenere solamente continuando ad applicarci e ad esercitarci. L’esercizio è sicuramente fondamentale in quanto ci permette di apprendere efficacemente una determinata una capacità. Tuttavia senza un costante esercizio rischiamo di perdere rapidamente la nuova competenza appresa. Se per alcune settimane non ripetiamo una particolare azione di gioco oppure un movimento tecnico, rischiamo di non riuscire a riproporlo con la stessa accuratezza con cui l’avevamo imparato. Tuttavia sarebbe necessario coordinare l’esercizio fisico con attività che possano distrarre da un eccesso di concentrazione. Altrimenti la performance rischia di non essere efficace, ma può diventare una vera e propria ossessione. E di conseguenza anche la concentrazione si riduce e non è più realmente funzionale.

L’esercizio deve essere concluso quando iniziamo a non avere buone prestazioni, la concentrazione deve quindi essere spostata in un’ottica di maggiore consapevolezza, facendo sedimentare nella mente l’intensità dell’emozione.

Approfondiremo le tematiche della performance e della concentrazione in ulteriori articoli del mio blog. Se vuoi saperne di più contattami al 340.41.90.915 o scrivimi nei miei contatti.

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Tag: concentrazione, performance, sport

Con Generazione Z (spesso abbreviata in Gen Z) si identifica la generazione che segue quella dei cosiddetti  Millennials ed è generalmente circoscritta ai i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, in particolare i giovani nati tra il 1995 e il 2012.

I millenials e la generazione Z

La generazione dei Millenials ha avuto il merito di avviare quella rivoluzione digitale che ha avuto un impatto devastante sulle abitudini e sui comportamenti dei giovani, e non solo. La successiva Generazione Z ha dilatato oltre ogni precedente limite l’impiego delle tecnologie digitali. Questa è la prima generazione che attraverso l’uso di internet incarna pienamente l’idea di globalizzazione: un mondo multiculturale e senza frontiere. 

I giovani Gen Z si trovano a proprio agio con la tecnologia digitale e i social media, hanno usato Internet sin da piccoli, spesso possiedono uno smartphone sin dall’età scolare (o addirittura pre-scolare), dimostrano grande dimestichezza con le app di messaggistica su dispositivi mobile o piattaforme online, in pratica non hanno mai visto il mondo senza Internet.

Come comunica la generazione Z

Stante queste premesse, i ragazzi sono abituati a comunicare in maniera rapida ed essenziale, la velocità è il parametro di riferimento primario e per questo la loro attenzione ha una soglia molto bassa, 8 secondi circa, il tempo cioè di un messaggino di pochi caratteri o di una immagine su Twitter o Instagram. Questo è anche uno dei motivi che spinge i pubblicitari a creare spot commerciali sempre più essenziali, basati sul potere evocatorio delle immagini e condite con un sottofondo musicale accattivante. Infatti le campagne di marketing mirate alla Generazione Z ruotano attorno alla narrazione, ai video esplicativi e ad altre sofisticate forme di visualizzazione.

Il multitasking è uno dei tratti positivi della Generazione Z. Grazie alla capacità di elaborare e assorbire molte informazioni in brevissimo tempo, i ragazzi della Gen Z possono facilmente gestire più attività contemporaneamente. Secondo uno studio il 44% degli adolescenti usa il computer per fare i compiti ed il 48% guarda video relativi alla scuola. Secondo le statistiche, dal 50% al 76% degli studenti di Gen Z riferisce di ascoltare musica, inviare messaggi di testo, guardare la TV o utilizzare i social media mentre fanno i compiti a casa. 

I Gen Zers preferiscono connettersi con i loro compagni studenti e insegnanti su siti di social media quali Facebook. Gli insegnanti possono trovare su Facebook le istruzioni sulle modalità migliori per insegnare ai “ragazzi digitali”; lo stesso social network raccomanda agli insegnanti di creare gruppi di chiusi per bambini e genitori per condividere non solo i compiti a casa, ma anche informazioni relative alla scuola, alle attività in classe, alle gite etc.. Il 55% riferisce inoltre che fare qualcos’altro insieme ai compiti a casa non influisce sulla loro produttività e in alcuni casi addirittura la aumenta. E’ un fatto assodato che questa è una generazione di self learner, ossia di soggetti che trovano più adatta alle loro caratteristiche la formazione online rispetto a quella tradizionale.

Una descrizione della Generazione Z

Essere indipendenti, sicuri di sé e autonomi sono alcune delle caratteristiche chiave della Generazione Z, che non si affida ai propri genitori come facevano le precedenti generazioni di adolescenti. Il motivo è che Internet e le tecnologie digitali consentono loro di iniziare a guadagnare molto prima rispetto ai millennial, le stesse abilità di multitasking li aiutano a combinare studio e lavoro. 

Spesso la famiglia si trova a non essere in grado di educare ad un uso consapevole del web, e soprattutto a come utilizzarlo. Anche gli adulti hanno spesso comportamenti poco adeguati ed un uso eccessivo della rete e dei social network. La cosa più pericolosa è la bassa consapevolezza dei rischi connessi alla rete e ai social in generale.

I ragazzi della Gen Z sono sicuramente attenti all’ambiente, stimano lo stile di vita ecologico e sano molto più di qualsiasi generazione precedente, sono partecipi nell’impegno sociale e consapevoli del loro ruolo, sono pieni di ambizioni ma anche di insicurezze riguardo alla possibilità di riuscire a cambiare il mondo.

Basterà tutto questo a preservarli dai rischi di un futuro ansioso e stressante? Cosa possiamo fare per aiutarli? E’ fondamentale parlare sempre di più del digitale, formarli ad usare le nuove tecnologie con criterio ed in maniera utile. Orientarli a seconda delle loro motivazioni e talenti. Come spesso dico durante i miei seminari, cercare di parlare la loro lingua, discutere, confrontarsi e fare in modo di far “girare i loro ingranaggi”. Usare il dialogo in modo che possano essere continuamente stimolati.

Se sei un genitore e vuoi maggiori informazioni contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

BIBLIOGRAFIA

“Generazione Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologici e iperconnessa” Ettore Guarnaccia.

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Tag: adolescenza, generazione Z, genitori, genitorialità

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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

Contattami per saperne di più o per fissare una consulenza, il mio numero è il 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: concentrazione, performance, sport

Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.

La gestione delle emozioni è infatti un’abilità importante per riuscire a vivere una vita con soddisfazioni e un discreto benessere psico fisico. Può aiutare anche a gestire le nostre reazioni e comportamenti, rispondendo in maniera efficace ed efficiente rispetto a quanto ci succede interiormente. Quindi è possibile sottostimare un’emozione quando non è appropriata oppure sottolinearne un’altra quando necessario.

Come gestire le emozioni?

Il seguente approccio “stop, drop e process” può essere di grande aiuto per migliorare le nostre capacità di gestire le emozioni:

  • stop: questo può essere il più difficile di tutti e tre i passaggi perché vie la necessità di una grande forza di volontà. La prossima volta che le vostre emozioni sono così forti che sentite un forte bisogno di agire, rispetto al quale potreste pentirvi in seguito, fermatevi! E pensate! Iniziate a cercare spunti, pensieri e sentimenti che hanno aggravato quel comportamento.
  • Drop: è poi necessario impegnarsi in un’attività differente, che vi aiuterà a calmarvi. Senza far cadere l’intensità delle vostre emozioni potreste non essere mai in grado di pensare in modo chiaro e razionale.
  • Process: ora sarete in una posizione migliore per pensare a tutto e trovare una reazione appropriata. Prima di tutto, identificate le emozioni che sentite. Una volta che avete percepito con maggiore esattezza, quello che state provando, provate a pensare come mai vi trovate in quella particolare emozione. A questo punto diventerà più semplice anche trovare la reazione più adeguata a seconda della situazione e del contesto.

Se senti di essere in una situazione emotiva difficile, e di non riuscire a trovare soluzioni efficaci, per gestire le emozioni, contattami al 340.41.90.915 per avere maggiori informazioni, oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

Il vomiting – o sindrome da vomito – è una forma di disturbo alimentare basato sulla sequenza: consumo di grandi quantità di cibo e sua espulsione attraverso il vomito. Chi è affetto da questa patologia inizialmente usa il vomito come soluzione per non ingrassare pur continuando a mangiare in modo eccessivo, ma con la reiterazione del comportamento scopre rapidamente il piacere quasi sensuale del rituale “mangiare-vomitare”.

Conosciamo meglio cos’è il vomiting

Il vomiting è stato considerato una variante dell’anoressia e della bulimia, tuttavia, pur riconoscendo una base anoressica o bulimica, il soggetto percorre un particolare iter che lo porta ad abbuffarsi e vomitare per il puro piacere di farlo. Inizialmente queste persone usano il vomito come soluzione per cercare di controllare il proprio peso, infatti grazie a questa tecnica riescono a soddisfarsi di cibo, ad abbuffarsi, senza ingrassare.

Gradualmente, però, finisce col diventare un momento al quale la persona non riesce a rinunciare per la forma di compulsione basata sul piacere che la sequenza comporta. In primo luogo si anticipa con la fantasia ed il pensiero, il momento dell’abbuffata, poi si mangia il più possibile sino a sentirsi piena. Infine si espelle il cibo attraverso il vomito.

Queste fasi danno alla persona un piacere che nessun’altra attività è in grado di fornire e spesso un effetto del disturbo è proprio l’inibizione di tutti gli altri piaceri della propria vita, compreso quello sessuale.

La sequenza del Vomiting

Ma descriviamo con più attenzione le tre fasi della sindrome del vomito. La fase iniziale è detta fase eccitatoria, nella quale si proietta l’ immagine dell’abbuffata, ci si immagina cosa mangeremo; successivamente vi è la fase consumatoria durante la quale si ingurgita tutto il cibo messo a disposizione fino a riempirsi e a sentir il bisogno di espellere ciò che si è appena ingerito; ed infine, in ultima battuta, c’è la fase liberatoria, costituita appunto dal vomito.

Come si struttura il vomiting

Si possono identificare tre tipologie di persone affette dal disturbo:

  • Trasgressive inconsapevoli;
  • Trasgressive consapevoli e pentite;
  • Trasgressive consapevoli e compiaciute.

La persona “trasgressive inconsapevole” è di solito una persona giovane, cognitivamente ignara del piacere intrinseco del rituale; La “trasgressiva consapevole e pentita” invece si rende conto del meccanismo perverso di acquisizione del piacere fino a voler interrompere il rituale, ma non vi riesce. Come suggerisce la stessa definizione, una persona “trasgressiva consapevole e compiaciuta”, invece, è conscia del problema ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al piacere che il rituale induce.

Quale terapia scegliere?

Una delle terapie più efficaci nel trattamento del disturbo da vomiting, è la Terapia breve Strategica. Questa psicoterapia è incentrata sul qui ed ora, e cerca di favorire il superamento di tale problematica attraverso specifiche tecniche e strategie. La “sindrome da vomito” come già accennato, pur avendo delle somiglianze con le problematiche di anoressia e bulimia, è un vero e proprio disturbo a sé, per tale motivo è importante impostare una terapia specifica per tale tipo di problematica. La terapia breve strategica fornisce soluzioni efficaci ed efficienti per questo tipo di problematica.

Se vuoi saperne di più sul vomiting e sui disturbi del comportamento alimentare, oppure per fissare una consulenza, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure via mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

La concentrazione nello sport è la capacità di un atleta di mantenere il proprio compito. Per un atleta l’attenzione implica focalizzarsi sui segnali ambientali rilevanti e mantenere il giusto livello di tensione. Nell’ambito dello sport questa abilità è appunto chiamata concentrazione.

Concentrazione e segnali ambientali

Il modello di attenzione più popolare nello sport è stato sviluppato da Robert Niedeffer (Theory of Attentional and Personal Style), il quale propone due dimensioni di attenzione: uno relativo alla direzione (esterna o interna), l’altro all’ampiezza (estesa o ristretta).

Per un atleta i segnali ambientali possono essere sia esterni (avversario, allenatore, spettatori) che interni (pensieri, immagini, sensazioni fisiche) e la loro ampiezza può influire sulle modalità di percezione, ampliandone o limitandone l’intensità. I segnali esterni e interni forniscono all’atleta le informazioni necessarie per una prestazione ottimale. In ogni situazione sportiva, un numero enorme di segnali è disponibile per l’atleta, alcuni di essi sono estremamente rilevanti, altri sono irrilevanti e ne possono danneggiare le prestazioni. La concentrazione sui segnali irrilevanti può tradursi in una diminuzione della qualità delle sue prestazioni. 

Attenzione ed eccitazione

All’aumentare dell’eccitazione, l’attenzione dell’atleta inizia a restringersi. Quando l’atleta si trova nella sua zona di prestazione ottimale, è in grado di concentrarsi su segnali pertinenti e ignorare quelli irrilevanti. Pertanto, il restringimento dell’attenzione cancella tutti gli spunti irrilevanti e consente di mantenere il focus su quelli rilevanti. Se l’eccitazione aumenta ulteriormente, l’attenzione continua a restringersi e gli spunti rilevanti vengono disattivati, causando un calo delle prestazioni. Per contro, in condizioni di scarsa eccitazione, la concentrazione dell’attenzione è molto ampia e l’atleta raccoglie segnali sia pertinenti che irrilevanti.

Alti livelli di eccitazione possono anche essere fonte di distrazione. Infatti, oltre ad eliminare gli spunti rilevanti, un’eccitazione elevata può anche ridurre la capacità di un atleta di selezionare uno stimolo alla volta. Di conseguenza, la distrazione riduce la capacità dell’atleta di discriminare tra segnali rilevanti e irrilevanti e di concentrarsi su quelli rilevanti. Quando ciò accade, l’atleta tende a subire improvvisi e significativi cali di prestazione. 

Quindi la concentrazione è importante quando si pratica sport?

La risposta è ovviamente affermativa, essa ci mantiene focalizzati sul presente, ci dà la possibilità di ignorare le distrazioni, ci consente di gestire meglio l’ansia o l’eccitazione eccessiva, ci permette di vedere le cose in anticipo e di notare quei piccoli dettagli che possono fornire un vantaggio. La concentrazione si riferisce principalmente a quella condizione psicologica di attenzione in cui gli individui sono in grado di elaborare selettivamente alcune fonti di informazione, ignorandone altre.

L’interesse della ricerca sulla concentrazione si basa principalmente su due aree. La prima riguarda lo studio del fallimento delle abilità sotto pressione; ci sono prove evidenti che il fallimento delle abilità può derivare dal reinvestimento dei processi di controllo cosciente. In secondo luogo, i ricercatori hanno studiato l’efficacia degli stimoli dei focolai esterni ed interni dell’attenzione durante l’apprendimento e le prestazioni qualificate.

Il termine concentrazione incarna un elemento del costrutto multidimensionale dell’attenzione. Nella letteratura sulla psicologia dello sport, il termine è stato particolarmente importante nello studio del fallimento delle abilità sotto pressione e nel regno dell’acquisizione delle abilità. Le strategie di concentrazione sono una componente chiave delle routine mentali che le persone impiegano prima di eseguire abilità auto-stimolate.

Come migliorare la concentrazione?

Spesso pensiamo che per la concentrazione si possa ottenere solamente continuando ad applicarci e ad esercitarci. L’esercizio è sicuramente fondamentale in quanto ci permette di apprendere efficacemente una determinata una capacità. Tuttavia senza un costante esercizio rischiamo di perdere rapidamente la nuova competenza appresa. Se per alcune settimane non ripetiamo una particolare azione di gioco oppure un movimento tecnico, rischiamo di non riuscire a riproporlo con la stessa accuratezza con cui l’avevamo imparato. Tuttavia sarebbe necessario coordinare l’esercizio fisico con attività che possano distrarre da un eccesso di concentrazione. Altrimenti la performance rischia di non essere efficace, ma può diventare una vera e propria ossessione. E di conseguenza anche la concentrazione si riduce e non è più realmente funzionale.

L’esercizio deve essere concluso quando iniziamo a non avere buone prestazioni, la concentrazione deve quindi essere spostata in un’ottica di maggiore consapevolezza, facendo sedimentare nella mente l’intensità dell’emozione.

Approfondiremo le tematiche della performance e della concentrazione in ulteriori articoli del mio blog. Se vuoi saperne di più contattami al 340.41.90.915 o scrivimi nei miei contatti.

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Tag: concentrazione, performance, sport

Con Generazione Z (spesso abbreviata in Gen Z) si identifica la generazione che segue quella dei cosiddetti  Millennials ed è generalmente circoscritta ai i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, in particolare i giovani nati tra il 1995 e il 2012.

I millenials e la generazione Z

La generazione dei Millenials ha avuto il merito di avviare quella rivoluzione digitale che ha avuto un impatto devastante sulle abitudini e sui comportamenti dei giovani, e non solo. La successiva Generazione Z ha dilatato oltre ogni precedente limite l’impiego delle tecnologie digitali. Questa è la prima generazione che attraverso l’uso di internet incarna pienamente l’idea di globalizzazione: un mondo multiculturale e senza frontiere. 

I giovani Gen Z si trovano a proprio agio con la tecnologia digitale e i social media, hanno usato Internet sin da piccoli, spesso possiedono uno smartphone sin dall’età scolare (o addirittura pre-scolare), dimostrano grande dimestichezza con le app di messaggistica su dispositivi mobile o piattaforme online, in pratica non hanno mai visto il mondo senza Internet.

Come comunica la generazione Z

Stante queste premesse, i ragazzi sono abituati a comunicare in maniera rapida ed essenziale, la velocità è il parametro di riferimento primario e per questo la loro attenzione ha una soglia molto bassa, 8 secondi circa, il tempo cioè di un messaggino di pochi caratteri o di una immagine su Twitter o Instagram. Questo è anche uno dei motivi che spinge i pubblicitari a creare spot commerciali sempre più essenziali, basati sul potere evocatorio delle immagini e condite con un sottofondo musicale accattivante. Infatti le campagne di marketing mirate alla Generazione Z ruotano attorno alla narrazione, ai video esplicativi e ad altre sofisticate forme di visualizzazione.

Il multitasking è uno dei tratti positivi della Generazione Z. Grazie alla capacità di elaborare e assorbire molte informazioni in brevissimo tempo, i ragazzi della Gen Z possono facilmente gestire più attività contemporaneamente. Secondo uno studio il 44% degli adolescenti usa il computer per fare i compiti ed il 48% guarda video relativi alla scuola. Secondo le statistiche, dal 50% al 76% degli studenti di Gen Z riferisce di ascoltare musica, inviare messaggi di testo, guardare la TV o utilizzare i social media mentre fanno i compiti a casa. 

I Gen Zers preferiscono connettersi con i loro compagni studenti e insegnanti su siti di social media quali Facebook. Gli insegnanti possono trovare su Facebook le istruzioni sulle modalità migliori per insegnare ai “ragazzi digitali”; lo stesso social network raccomanda agli insegnanti di creare gruppi di chiusi per bambini e genitori per condividere non solo i compiti a casa, ma anche informazioni relative alla scuola, alle attività in classe, alle gite etc.. Il 55% riferisce inoltre che fare qualcos’altro insieme ai compiti a casa non influisce sulla loro produttività e in alcuni casi addirittura la aumenta. E’ un fatto assodato che questa è una generazione di self learner, ossia di soggetti che trovano più adatta alle loro caratteristiche la formazione online rispetto a quella tradizionale.

Una descrizione della Generazione Z

Essere indipendenti, sicuri di sé e autonomi sono alcune delle caratteristiche chiave della Generazione Z, che non si affida ai propri genitori come facevano le precedenti generazioni di adolescenti. Il motivo è che Internet e le tecnologie digitali consentono loro di iniziare a guadagnare molto prima rispetto ai millennial, le stesse abilità di multitasking li aiutano a combinare studio e lavoro. 

Spesso la famiglia si trova a non essere in grado di educare ad un uso consapevole del web, e soprattutto a come utilizzarlo. Anche gli adulti hanno spesso comportamenti poco adeguati ed un uso eccessivo della rete e dei social network. La cosa più pericolosa è la bassa consapevolezza dei rischi connessi alla rete e ai social in generale.

I ragazzi della Gen Z sono sicuramente attenti all’ambiente, stimano lo stile di vita ecologico e sano molto più di qualsiasi generazione precedente, sono partecipi nell’impegno sociale e consapevoli del loro ruolo, sono pieni di ambizioni ma anche di insicurezze riguardo alla possibilità di riuscire a cambiare il mondo.

Basterà tutto questo a preservarli dai rischi di un futuro ansioso e stressante? Cosa possiamo fare per aiutarli? E’ fondamentale parlare sempre di più del digitale, formarli ad usare le nuove tecnologie con criterio ed in maniera utile. Orientarli a seconda delle loro motivazioni e talenti. Come spesso dico durante i miei seminari, cercare di parlare la loro lingua, discutere, confrontarsi e fare in modo di far “girare i loro ingranaggi”. Usare il dialogo in modo che possano essere continuamente stimolati.

Se sei un genitore e vuoi maggiori informazioni contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

BIBLIOGRAFIA

“Generazione Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologici e iperconnessa” Ettore Guarnaccia.

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Tag: adolescenza, generazione Z, genitori, genitorialità

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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

Contattami per saperne di più o per fissare una consulenza, il mio numero è il 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: concentrazione, performance, sport

Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.

La gestione delle emozioni è infatti un’abilità importante per riuscire a vivere una vita con soddisfazioni e un discreto benessere psico fisico. Può aiutare anche a gestire le nostre reazioni e comportamenti, rispondendo in maniera efficace ed efficiente rispetto a quanto ci succede interiormente. Quindi è possibile sottostimare un’emozione quando non è appropriata oppure sottolinearne un’altra quando necessario.

Come gestire le emozioni?

Il seguente approccio “stop, drop e process” può essere di grande aiuto per migliorare le nostre capacità di gestire le emozioni:

  • stop: questo può essere il più difficile di tutti e tre i passaggi perché vie la necessità di una grande forza di volontà. La prossima volta che le vostre emozioni sono così forti che sentite un forte bisogno di agire, rispetto al quale potreste pentirvi in seguito, fermatevi! E pensate! Iniziate a cercare spunti, pensieri e sentimenti che hanno aggravato quel comportamento.
  • Drop: è poi necessario impegnarsi in un’attività differente, che vi aiuterà a calmarvi. Senza far cadere l’intensità delle vostre emozioni potreste non essere mai in grado di pensare in modo chiaro e razionale.
  • Process: ora sarete in una posizione migliore per pensare a tutto e trovare una reazione appropriata. Prima di tutto, identificate le emozioni che sentite. Una volta che avete percepito con maggiore esattezza, quello che state provando, provate a pensare come mai vi trovate in quella particolare emozione. A questo punto diventerà più semplice anche trovare la reazione più adeguata a seconda della situazione e del contesto.

Se senti di essere in una situazione emotiva difficile, e di non riuscire a trovare soluzioni efficaci, per gestire le emozioni, contattami al 340.41.90.915 per avere maggiori informazioni, oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

Il vomiting – o sindrome da vomito – è una forma di disturbo alimentare basato sulla sequenza: consumo di grandi quantità di cibo e sua espulsione attraverso il vomito. Chi è affetto da questa patologia inizialmente usa il vomito come soluzione per non ingrassare pur continuando a mangiare in modo eccessivo, ma con la reiterazione del comportamento scopre rapidamente il piacere quasi sensuale del rituale “mangiare-vomitare”.

Conosciamo meglio cos’è il vomiting

Il vomiting è stato considerato una variante dell’anoressia e della bulimia, tuttavia, pur riconoscendo una base anoressica o bulimica, il soggetto percorre un particolare iter che lo porta ad abbuffarsi e vomitare per il puro piacere di farlo. Inizialmente queste persone usano il vomito come soluzione per cercare di controllare il proprio peso, infatti grazie a questa tecnica riescono a soddisfarsi di cibo, ad abbuffarsi, senza ingrassare.

Gradualmente, però, finisce col diventare un momento al quale la persona non riesce a rinunciare per la forma di compulsione basata sul piacere che la sequenza comporta. In primo luogo si anticipa con la fantasia ed il pensiero, il momento dell’abbuffata, poi si mangia il più possibile sino a sentirsi piena. Infine si espelle il cibo attraverso il vomito.

Queste fasi danno alla persona un piacere che nessun’altra attività è in grado di fornire e spesso un effetto del disturbo è proprio l’inibizione di tutti gli altri piaceri della propria vita, compreso quello sessuale.

La sequenza del Vomiting

Ma descriviamo con più attenzione le tre fasi della sindrome del vomito. La fase iniziale è detta fase eccitatoria, nella quale si proietta l’ immagine dell’abbuffata, ci si immagina cosa mangeremo; successivamente vi è la fase consumatoria durante la quale si ingurgita tutto il cibo messo a disposizione fino a riempirsi e a sentir il bisogno di espellere ciò che si è appena ingerito; ed infine, in ultima battuta, c’è la fase liberatoria, costituita appunto dal vomito.

Come si struttura il vomiting

Si possono identificare tre tipologie di persone affette dal disturbo:

  • Trasgressive inconsapevoli;
  • Trasgressive consapevoli e pentite;
  • Trasgressive consapevoli e compiaciute.

La persona “trasgressive inconsapevole” è di solito una persona giovane, cognitivamente ignara del piacere intrinseco del rituale; La “trasgressiva consapevole e pentita” invece si rende conto del meccanismo perverso di acquisizione del piacere fino a voler interrompere il rituale, ma non vi riesce. Come suggerisce la stessa definizione, una persona “trasgressiva consapevole e compiaciuta”, invece, è conscia del problema ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al piacere che il rituale induce.

Quale terapia scegliere?

Una delle terapie più efficaci nel trattamento del disturbo da vomiting, è la Terapia breve Strategica. Questa psicoterapia è incentrata sul qui ed ora, e cerca di favorire il superamento di tale problematica attraverso specifiche tecniche e strategie. La “sindrome da vomito” come già accennato, pur avendo delle somiglianze con le problematiche di anoressia e bulimia, è un vero e proprio disturbo a sé, per tale motivo è importante impostare una terapia specifica per tale tipo di problematica. La terapia breve strategica fornisce soluzioni efficaci ed efficienti per questo tipo di problematica.

Se vuoi saperne di più sul vomiting e sui disturbi del comportamento alimentare, oppure per fissare una consulenza, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure via mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

La concentrazione nello sport è la capacità di un atleta di mantenere il proprio compito. Per un atleta l’attenzione implica focalizzarsi sui segnali ambientali rilevanti e mantenere il giusto livello di tensione. Nell’ambito dello sport questa abilità è appunto chiamata concentrazione.

Concentrazione e segnali ambientali

Il modello di attenzione più popolare nello sport è stato sviluppato da Robert Niedeffer (Theory of Attentional and Personal Style), il quale propone due dimensioni di attenzione: uno relativo alla direzione (esterna o interna), l’altro all’ampiezza (estesa o ristretta).

Per un atleta i segnali ambientali possono essere sia esterni (avversario, allenatore, spettatori) che interni (pensieri, immagini, sensazioni fisiche) e la loro ampiezza può influire sulle modalità di percezione, ampliandone o limitandone l’intensità. I segnali esterni e interni forniscono all’atleta le informazioni necessarie per una prestazione ottimale. In ogni situazione sportiva, un numero enorme di segnali è disponibile per l’atleta, alcuni di essi sono estremamente rilevanti, altri sono irrilevanti e ne possono danneggiare le prestazioni. La concentrazione sui segnali irrilevanti può tradursi in una diminuzione della qualità delle sue prestazioni. 

Attenzione ed eccitazione

All’aumentare dell’eccitazione, l’attenzione dell’atleta inizia a restringersi. Quando l’atleta si trova nella sua zona di prestazione ottimale, è in grado di concentrarsi su segnali pertinenti e ignorare quelli irrilevanti. Pertanto, il restringimento dell’attenzione cancella tutti gli spunti irrilevanti e consente di mantenere il focus su quelli rilevanti. Se l’eccitazione aumenta ulteriormente, l’attenzione continua a restringersi e gli spunti rilevanti vengono disattivati, causando un calo delle prestazioni. Per contro, in condizioni di scarsa eccitazione, la concentrazione dell’attenzione è molto ampia e l’atleta raccoglie segnali sia pertinenti che irrilevanti.

Alti livelli di eccitazione possono anche essere fonte di distrazione. Infatti, oltre ad eliminare gli spunti rilevanti, un’eccitazione elevata può anche ridurre la capacità di un atleta di selezionare uno stimolo alla volta. Di conseguenza, la distrazione riduce la capacità dell’atleta di discriminare tra segnali rilevanti e irrilevanti e di concentrarsi su quelli rilevanti. Quando ciò accade, l’atleta tende a subire improvvisi e significativi cali di prestazione. 

Quindi la concentrazione è importante quando si pratica sport?

La risposta è ovviamente affermativa, essa ci mantiene focalizzati sul presente, ci dà la possibilità di ignorare le distrazioni, ci consente di gestire meglio l’ansia o l’eccitazione eccessiva, ci permette di vedere le cose in anticipo e di notare quei piccoli dettagli che possono fornire un vantaggio. La concentrazione si riferisce principalmente a quella condizione psicologica di attenzione in cui gli individui sono in grado di elaborare selettivamente alcune fonti di informazione, ignorandone altre.

L’interesse della ricerca sulla concentrazione si basa principalmente su due aree. La prima riguarda lo studio del fallimento delle abilità sotto pressione; ci sono prove evidenti che il fallimento delle abilità può derivare dal reinvestimento dei processi di controllo cosciente. In secondo luogo, i ricercatori hanno studiato l’efficacia degli stimoli dei focolai esterni ed interni dell’attenzione durante l’apprendimento e le prestazioni qualificate.

Il termine concentrazione incarna un elemento del costrutto multidimensionale dell’attenzione. Nella letteratura sulla psicologia dello sport, il termine è stato particolarmente importante nello studio del fallimento delle abilità sotto pressione e nel regno dell’acquisizione delle abilità. Le strategie di concentrazione sono una componente chiave delle routine mentali che le persone impiegano prima di eseguire abilità auto-stimolate.

Come migliorare la concentrazione?

Spesso pensiamo che per la concentrazione si possa ottenere solamente continuando ad applicarci e ad esercitarci. L’esercizio è sicuramente fondamentale in quanto ci permette di apprendere efficacemente una determinata una capacità. Tuttavia senza un costante esercizio rischiamo di perdere rapidamente la nuova competenza appresa. Se per alcune settimane non ripetiamo una particolare azione di gioco oppure un movimento tecnico, rischiamo di non riuscire a riproporlo con la stessa accuratezza con cui l’avevamo imparato. Tuttavia sarebbe necessario coordinare l’esercizio fisico con attività che possano distrarre da un eccesso di concentrazione. Altrimenti la performance rischia di non essere efficace, ma può diventare una vera e propria ossessione. E di conseguenza anche la concentrazione si riduce e non è più realmente funzionale.

L’esercizio deve essere concluso quando iniziamo a non avere buone prestazioni, la concentrazione deve quindi essere spostata in un’ottica di maggiore consapevolezza, facendo sedimentare nella mente l’intensità dell’emozione.

Approfondiremo le tematiche della performance e della concentrazione in ulteriori articoli del mio blog. Se vuoi saperne di più contattami al 340.41.90.915 o scrivimi nei miei contatti.

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Tag: concentrazione, performance, sport

Con Generazione Z (spesso abbreviata in Gen Z) si identifica la generazione che segue quella dei cosiddetti  Millennials ed è generalmente circoscritta ai i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, in particolare i giovani nati tra il 1995 e il 2012.

I millenials e la generazione Z

La generazione dei Millenials ha avuto il merito di avviare quella rivoluzione digitale che ha avuto un impatto devastante sulle abitudini e sui comportamenti dei giovani, e non solo. La successiva Generazione Z ha dilatato oltre ogni precedente limite l’impiego delle tecnologie digitali. Questa è la prima generazione che attraverso l’uso di internet incarna pienamente l’idea di globalizzazione: un mondo multiculturale e senza frontiere. 

I giovani Gen Z si trovano a proprio agio con la tecnologia digitale e i social media, hanno usato Internet sin da piccoli, spesso possiedono uno smartphone sin dall’età scolare (o addirittura pre-scolare), dimostrano grande dimestichezza con le app di messaggistica su dispositivi mobile o piattaforme online, in pratica non hanno mai visto il mondo senza Internet.

Come comunica la generazione Z

Stante queste premesse, i ragazzi sono abituati a comunicare in maniera rapida ed essenziale, la velocità è il parametro di riferimento primario e per questo la loro attenzione ha una soglia molto bassa, 8 secondi circa, il tempo cioè di un messaggino di pochi caratteri o di una immagine su Twitter o Instagram. Questo è anche uno dei motivi che spinge i pubblicitari a creare spot commerciali sempre più essenziali, basati sul potere evocatorio delle immagini e condite con un sottofondo musicale accattivante. Infatti le campagne di marketing mirate alla Generazione Z ruotano attorno alla narrazione, ai video esplicativi e ad altre sofisticate forme di visualizzazione.

Il multitasking è uno dei tratti positivi della Generazione Z. Grazie alla capacità di elaborare e assorbire molte informazioni in brevissimo tempo, i ragazzi della Gen Z possono facilmente gestire più attività contemporaneamente. Secondo uno studio il 44% degli adolescenti usa il computer per fare i compiti ed il 48% guarda video relativi alla scuola. Secondo le statistiche, dal 50% al 76% degli studenti di Gen Z riferisce di ascoltare musica, inviare messaggi di testo, guardare la TV o utilizzare i social media mentre fanno i compiti a casa. 

I Gen Zers preferiscono connettersi con i loro compagni studenti e insegnanti su siti di social media quali Facebook. Gli insegnanti possono trovare su Facebook le istruzioni sulle modalità migliori per insegnare ai “ragazzi digitali”; lo stesso social network raccomanda agli insegnanti di creare gruppi di chiusi per bambini e genitori per condividere non solo i compiti a casa, ma anche informazioni relative alla scuola, alle attività in classe, alle gite etc.. Il 55% riferisce inoltre che fare qualcos’altro insieme ai compiti a casa non influisce sulla loro produttività e in alcuni casi addirittura la aumenta. E’ un fatto assodato che questa è una generazione di self learner, ossia di soggetti che trovano più adatta alle loro caratteristiche la formazione online rispetto a quella tradizionale.

Una descrizione della Generazione Z

Essere indipendenti, sicuri di sé e autonomi sono alcune delle caratteristiche chiave della Generazione Z, che non si affida ai propri genitori come facevano le precedenti generazioni di adolescenti. Il motivo è che Internet e le tecnologie digitali consentono loro di iniziare a guadagnare molto prima rispetto ai millennial, le stesse abilità di multitasking li aiutano a combinare studio e lavoro. 

Spesso la famiglia si trova a non essere in grado di educare ad un uso consapevole del web, e soprattutto a come utilizzarlo. Anche gli adulti hanno spesso comportamenti poco adeguati ed un uso eccessivo della rete e dei social network. La cosa più pericolosa è la bassa consapevolezza dei rischi connessi alla rete e ai social in generale.

I ragazzi della Gen Z sono sicuramente attenti all’ambiente, stimano lo stile di vita ecologico e sano molto più di qualsiasi generazione precedente, sono partecipi nell’impegno sociale e consapevoli del loro ruolo, sono pieni di ambizioni ma anche di insicurezze riguardo alla possibilità di riuscire a cambiare il mondo.

Basterà tutto questo a preservarli dai rischi di un futuro ansioso e stressante? Cosa possiamo fare per aiutarli? E’ fondamentale parlare sempre di più del digitale, formarli ad usare le nuove tecnologie con criterio ed in maniera utile. Orientarli a seconda delle loro motivazioni e talenti. Come spesso dico durante i miei seminari, cercare di parlare la loro lingua, discutere, confrontarsi e fare in modo di far “girare i loro ingranaggi”. Usare il dialogo in modo che possano essere continuamente stimolati.

Se sei un genitore e vuoi maggiori informazioni contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

BIBLIOGRAFIA

“Generazione Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologici e iperconnessa” Ettore Guarnaccia.

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Tag: adolescenza, generazione Z, genitori, genitorialità

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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

Contattami per saperne di più o per fissare una consulenza, il mio numero è il 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: concentrazione, performance, sport

Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.

La gestione delle emozioni è infatti un’abilità importante per riuscire a vivere una vita con soddisfazioni e un discreto benessere psico fisico. Può aiutare anche a gestire le nostre reazioni e comportamenti, rispondendo in maniera efficace ed efficiente rispetto a quanto ci succede interiormente. Quindi è possibile sottostimare un’emozione quando non è appropriata oppure sottolinearne un’altra quando necessario.

Come gestire le emozioni?

Il seguente approccio “stop, drop e process” può essere di grande aiuto per migliorare le nostre capacità di gestire le emozioni:

  • stop: questo può essere il più difficile di tutti e tre i passaggi perché vie la necessità di una grande forza di volontà. La prossima volta che le vostre emozioni sono così forti che sentite un forte bisogno di agire, rispetto al quale potreste pentirvi in seguito, fermatevi! E pensate! Iniziate a cercare spunti, pensieri e sentimenti che hanno aggravato quel comportamento.
  • Drop: è poi necessario impegnarsi in un’attività differente, che vi aiuterà a calmarvi. Senza far cadere l’intensità delle vostre emozioni potreste non essere mai in grado di pensare in modo chiaro e razionale.
  • Process: ora sarete in una posizione migliore per pensare a tutto e trovare una reazione appropriata. Prima di tutto, identificate le emozioni che sentite. Una volta che avete percepito con maggiore esattezza, quello che state provando, provate a pensare come mai vi trovate in quella particolare emozione. A questo punto diventerà più semplice anche trovare la reazione più adeguata a seconda della situazione e del contesto.

Se senti di essere in una situazione emotiva difficile, e di non riuscire a trovare soluzioni efficaci, per gestire le emozioni, contattami al 340.41.90.915 per avere maggiori informazioni, oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

Il vomiting – o sindrome da vomito – è una forma di disturbo alimentare basato sulla sequenza: consumo di grandi quantità di cibo e sua espulsione attraverso il vomito. Chi è affetto da questa patologia inizialmente usa il vomito come soluzione per non ingrassare pur continuando a mangiare in modo eccessivo, ma con la reiterazione del comportamento scopre rapidamente il piacere quasi sensuale del rituale “mangiare-vomitare”.

Conosciamo meglio cos’è il vomiting

Il vomiting è stato considerato una variante dell’anoressia e della bulimia, tuttavia, pur riconoscendo una base anoressica o bulimica, il soggetto percorre un particolare iter che lo porta ad abbuffarsi e vomitare per il puro piacere di farlo. Inizialmente queste persone usano il vomito come soluzione per cercare di controllare il proprio peso, infatti grazie a questa tecnica riescono a soddisfarsi di cibo, ad abbuffarsi, senza ingrassare.

Gradualmente, però, finisce col diventare un momento al quale la persona non riesce a rinunciare per la forma di compulsione basata sul piacere che la sequenza comporta. In primo luogo si anticipa con la fantasia ed il pensiero, il momento dell’abbuffata, poi si mangia il più possibile sino a sentirsi piena. Infine si espelle il cibo attraverso il vomito.

Queste fasi danno alla persona un piacere che nessun’altra attività è in grado di fornire e spesso un effetto del disturbo è proprio l’inibizione di tutti gli altri piaceri della propria vita, compreso quello sessuale.

La sequenza del Vomiting

Ma descriviamo con più attenzione le tre fasi della sindrome del vomito. La fase iniziale è detta fase eccitatoria, nella quale si proietta l’ immagine dell’abbuffata, ci si immagina cosa mangeremo; successivamente vi è la fase consumatoria durante la quale si ingurgita tutto il cibo messo a disposizione fino a riempirsi e a sentir il bisogno di espellere ciò che si è appena ingerito; ed infine, in ultima battuta, c’è la fase liberatoria, costituita appunto dal vomito.

Come si struttura il vomiting

Si possono identificare tre tipologie di persone affette dal disturbo:

  • Trasgressive inconsapevoli;
  • Trasgressive consapevoli e pentite;
  • Trasgressive consapevoli e compiaciute.

La persona “trasgressive inconsapevole” è di solito una persona giovane, cognitivamente ignara del piacere intrinseco del rituale; La “trasgressiva consapevole e pentita” invece si rende conto del meccanismo perverso di acquisizione del piacere fino a voler interrompere il rituale, ma non vi riesce. Come suggerisce la stessa definizione, una persona “trasgressiva consapevole e compiaciuta”, invece, è conscia del problema ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al piacere che il rituale induce.

Quale terapia scegliere?

Una delle terapie più efficaci nel trattamento del disturbo da vomiting, è la Terapia breve Strategica. Questa psicoterapia è incentrata sul qui ed ora, e cerca di favorire il superamento di tale problematica attraverso specifiche tecniche e strategie. La “sindrome da vomito” come già accennato, pur avendo delle somiglianze con le problematiche di anoressia e bulimia, è un vero e proprio disturbo a sé, per tale motivo è importante impostare una terapia specifica per tale tipo di problematica. La terapia breve strategica fornisce soluzioni efficaci ed efficienti per questo tipo di problematica.

Se vuoi saperne di più sul vomiting e sui disturbi del comportamento alimentare, oppure per fissare una consulenza, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure via mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

La concentrazione nello sport è la capacità di un atleta di mantenere il proprio compito. Per un atleta l’attenzione implica focalizzarsi sui segnali ambientali rilevanti e mantenere il giusto livello di tensione. Nell’ambito dello sport questa abilità è appunto chiamata concentrazione.

Concentrazione e segnali ambientali

Il modello di attenzione più popolare nello sport è stato sviluppato da Robert Niedeffer (Theory of Attentional and Personal Style), il quale propone due dimensioni di attenzione: uno relativo alla direzione (esterna o interna), l’altro all’ampiezza (estesa o ristretta).

Per un atleta i segnali ambientali possono essere sia esterni (avversario, allenatore, spettatori) che interni (pensieri, immagini, sensazioni fisiche) e la loro ampiezza può influire sulle modalità di percezione, ampliandone o limitandone l’intensità. I segnali esterni e interni forniscono all’atleta le informazioni necessarie per una prestazione ottimale. In ogni situazione sportiva, un numero enorme di segnali è disponibile per l’atleta, alcuni di essi sono estremamente rilevanti, altri sono irrilevanti e ne possono danneggiare le prestazioni. La concentrazione sui segnali irrilevanti può tradursi in una diminuzione della qualità delle sue prestazioni. 

Attenzione ed eccitazione

All’aumentare dell’eccitazione, l’attenzione dell’atleta inizia a restringersi. Quando l’atleta si trova nella sua zona di prestazione ottimale, è in grado di concentrarsi su segnali pertinenti e ignorare quelli irrilevanti. Pertanto, il restringimento dell’attenzione cancella tutti gli spunti irrilevanti e consente di mantenere il focus su quelli rilevanti. Se l’eccitazione aumenta ulteriormente, l’attenzione continua a restringersi e gli spunti rilevanti vengono disattivati, causando un calo delle prestazioni. Per contro, in condizioni di scarsa eccitazione, la concentrazione dell’attenzione è molto ampia e l’atleta raccoglie segnali sia pertinenti che irrilevanti.

Alti livelli di eccitazione possono anche essere fonte di distrazione. Infatti, oltre ad eliminare gli spunti rilevanti, un’eccitazione elevata può anche ridurre la capacità di un atleta di selezionare uno stimolo alla volta. Di conseguenza, la distrazione riduce la capacità dell’atleta di discriminare tra segnali rilevanti e irrilevanti e di concentrarsi su quelli rilevanti. Quando ciò accade, l’atleta tende a subire improvvisi e significativi cali di prestazione. 

Quindi la concentrazione è importante quando si pratica sport?

La risposta è ovviamente affermativa, essa ci mantiene focalizzati sul presente, ci dà la possibilità di ignorare le distrazioni, ci consente di gestire meglio l’ansia o l’eccitazione eccessiva, ci permette di vedere le cose in anticipo e di notare quei piccoli dettagli che possono fornire un vantaggio. La concentrazione si riferisce principalmente a quella condizione psicologica di attenzione in cui gli individui sono in grado di elaborare selettivamente alcune fonti di informazione, ignorandone altre.

L’interesse della ricerca sulla concentrazione si basa principalmente su due aree. La prima riguarda lo studio del fallimento delle abilità sotto pressione; ci sono prove evidenti che il fallimento delle abilità può derivare dal reinvestimento dei processi di controllo cosciente. In secondo luogo, i ricercatori hanno studiato l’efficacia degli stimoli dei focolai esterni ed interni dell’attenzione durante l’apprendimento e le prestazioni qualificate.

Il termine concentrazione incarna un elemento del costrutto multidimensionale dell’attenzione. Nella letteratura sulla psicologia dello sport, il termine è stato particolarmente importante nello studio del fallimento delle abilità sotto pressione e nel regno dell’acquisizione delle abilità. Le strategie di concentrazione sono una componente chiave delle routine mentali che le persone impiegano prima di eseguire abilità auto-stimolate.

Come migliorare la concentrazione?

Spesso pensiamo che per la concentrazione si possa ottenere solamente continuando ad applicarci e ad esercitarci. L’esercizio è sicuramente fondamentale in quanto ci permette di apprendere efficacemente una determinata una capacità. Tuttavia senza un costante esercizio rischiamo di perdere rapidamente la nuova competenza appresa. Se per alcune settimane non ripetiamo una particolare azione di gioco oppure un movimento tecnico, rischiamo di non riuscire a riproporlo con la stessa accuratezza con cui l’avevamo imparato. Tuttavia sarebbe necessario coordinare l’esercizio fisico con attività che possano distrarre da un eccesso di concentrazione. Altrimenti la performance rischia di non essere efficace, ma può diventare una vera e propria ossessione. E di conseguenza anche la concentrazione si riduce e non è più realmente funzionale.

L’esercizio deve essere concluso quando iniziamo a non avere buone prestazioni, la concentrazione deve quindi essere spostata in un’ottica di maggiore consapevolezza, facendo sedimentare nella mente l’intensità dell’emozione.

Approfondiremo le tematiche della performance e della concentrazione in ulteriori articoli del mio blog. Se vuoi saperne di più contattami al 340.41.90.915 o scrivimi nei miei contatti.

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Tag: concentrazione, performance, sport

Con Generazione Z (spesso abbreviata in Gen Z) si identifica la generazione che segue quella dei cosiddetti  Millennials ed è generalmente circoscritta ai i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, in particolare i giovani nati tra il 1995 e il 2012.

I millenials e la generazione Z

La generazione dei Millenials ha avuto il merito di avviare quella rivoluzione digitale che ha avuto un impatto devastante sulle abitudini e sui comportamenti dei giovani, e non solo. La successiva Generazione Z ha dilatato oltre ogni precedente limite l’impiego delle tecnologie digitali. Questa è la prima generazione che attraverso l’uso di internet incarna pienamente l’idea di globalizzazione: un mondo multiculturale e senza frontiere. 

I giovani Gen Z si trovano a proprio agio con la tecnologia digitale e i social media, hanno usato Internet sin da piccoli, spesso possiedono uno smartphone sin dall’età scolare (o addirittura pre-scolare), dimostrano grande dimestichezza con le app di messaggistica su dispositivi mobile o piattaforme online, in pratica non hanno mai visto il mondo senza Internet.

Come comunica la generazione Z

Stante queste premesse, i ragazzi sono abituati a comunicare in maniera rapida ed essenziale, la velocità è il parametro di riferimento primario e per questo la loro attenzione ha una soglia molto bassa, 8 secondi circa, il tempo cioè di un messaggino di pochi caratteri o di una immagine su Twitter o Instagram. Questo è anche uno dei motivi che spinge i pubblicitari a creare spot commerciali sempre più essenziali, basati sul potere evocatorio delle immagini e condite con un sottofondo musicale accattivante. Infatti le campagne di marketing mirate alla Generazione Z ruotano attorno alla narrazione, ai video esplicativi e ad altre sofisticate forme di visualizzazione.

Il multitasking è uno dei tratti positivi della Generazione Z. Grazie alla capacità di elaborare e assorbire molte informazioni in brevissimo tempo, i ragazzi della Gen Z possono facilmente gestire più attività contemporaneamente. Secondo uno studio il 44% degli adolescenti usa il computer per fare i compiti ed il 48% guarda video relativi alla scuola. Secondo le statistiche, dal 50% al 76% degli studenti di Gen Z riferisce di ascoltare musica, inviare messaggi di testo, guardare la TV o utilizzare i social media mentre fanno i compiti a casa. 

I Gen Zers preferiscono connettersi con i loro compagni studenti e insegnanti su siti di social media quali Facebook. Gli insegnanti possono trovare su Facebook le istruzioni sulle modalità migliori per insegnare ai “ragazzi digitali”; lo stesso social network raccomanda agli insegnanti di creare gruppi di chiusi per bambini e genitori per condividere non solo i compiti a casa, ma anche informazioni relative alla scuola, alle attività in classe, alle gite etc.. Il 55% riferisce inoltre che fare qualcos’altro insieme ai compiti a casa non influisce sulla loro produttività e in alcuni casi addirittura la aumenta. E’ un fatto assodato che questa è una generazione di self learner, ossia di soggetti che trovano più adatta alle loro caratteristiche la formazione online rispetto a quella tradizionale.

Una descrizione della Generazione Z

Essere indipendenti, sicuri di sé e autonomi sono alcune delle caratteristiche chiave della Generazione Z, che non si affida ai propri genitori come facevano le precedenti generazioni di adolescenti. Il motivo è che Internet e le tecnologie digitali consentono loro di iniziare a guadagnare molto prima rispetto ai millennial, le stesse abilità di multitasking li aiutano a combinare studio e lavoro. 

Spesso la famiglia si trova a non essere in grado di educare ad un uso consapevole del web, e soprattutto a come utilizzarlo. Anche gli adulti hanno spesso comportamenti poco adeguati ed un uso eccessivo della rete e dei social network. La cosa più pericolosa è la bassa consapevolezza dei rischi connessi alla rete e ai social in generale.

I ragazzi della Gen Z sono sicuramente attenti all’ambiente, stimano lo stile di vita ecologico e sano molto più di qualsiasi generazione precedente, sono partecipi nell’impegno sociale e consapevoli del loro ruolo, sono pieni di ambizioni ma anche di insicurezze riguardo alla possibilità di riuscire a cambiare il mondo.

Basterà tutto questo a preservarli dai rischi di un futuro ansioso e stressante? Cosa possiamo fare per aiutarli? E’ fondamentale parlare sempre di più del digitale, formarli ad usare le nuove tecnologie con criterio ed in maniera utile. Orientarli a seconda delle loro motivazioni e talenti. Come spesso dico durante i miei seminari, cercare di parlare la loro lingua, discutere, confrontarsi e fare in modo di far “girare i loro ingranaggi”. Usare il dialogo in modo che possano essere continuamente stimolati.

Se sei un genitore e vuoi maggiori informazioni contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

BIBLIOGRAFIA

“Generazione Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologici e iperconnessa” Ettore Guarnaccia.

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Tag: adolescenza, generazione Z, genitori, genitorialità

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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

Contattami per saperne di più o per fissare una consulenza, il mio numero è il 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: concentrazione, performance, sport

Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.

La gestione delle emozioni è infatti un’abilità importante per riuscire a vivere una vita con soddisfazioni e un discreto benessere psico fisico. Può aiutare anche a gestire le nostre reazioni e comportamenti, rispondendo in maniera efficace ed efficiente rispetto a quanto ci succede interiormente. Quindi è possibile sottostimare un’emozione quando non è appropriata oppure sottolinearne un’altra quando necessario.

Come gestire le emozioni?

Il seguente approccio “stop, drop e process” può essere di grande aiuto per migliorare le nostre capacità di gestire le emozioni:

  • stop: questo può essere il più difficile di tutti e tre i passaggi perché vie la necessità di una grande forza di volontà. La prossima volta che le vostre emozioni sono così forti che sentite un forte bisogno di agire, rispetto al quale potreste pentirvi in seguito, fermatevi! E pensate! Iniziate a cercare spunti, pensieri e sentimenti che hanno aggravato quel comportamento.
  • Drop: è poi necessario impegnarsi in un’attività differente, che vi aiuterà a calmarvi. Senza far cadere l’intensità delle vostre emozioni potreste non essere mai in grado di pensare in modo chiaro e razionale.
  • Process: ora sarete in una posizione migliore per pensare a tutto e trovare una reazione appropriata. Prima di tutto, identificate le emozioni che sentite. Una volta che avete percepito con maggiore esattezza, quello che state provando, provate a pensare come mai vi trovate in quella particolare emozione. A questo punto diventerà più semplice anche trovare la reazione più adeguata a seconda della situazione e del contesto.

Se senti di essere in una situazione emotiva difficile, e di non riuscire a trovare soluzioni efficaci, per gestire le emozioni, contattami al 340.41.90.915 per avere maggiori informazioni, oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

Il vomiting – o sindrome da vomito – è una forma di disturbo alimentare basato sulla sequenza: consumo di grandi quantità di cibo e sua espulsione attraverso il vomito. Chi è affetto da questa patologia inizialmente usa il vomito come soluzione per non ingrassare pur continuando a mangiare in modo eccessivo, ma con la reiterazione del comportamento scopre rapidamente il piacere quasi sensuale del rituale “mangiare-vomitare”.

Conosciamo meglio cos’è il vomiting

Il vomiting è stato considerato una variante dell’anoressia e della bulimia, tuttavia, pur riconoscendo una base anoressica o bulimica, il soggetto percorre un particolare iter che lo porta ad abbuffarsi e vomitare per il puro piacere di farlo. Inizialmente queste persone usano il vomito come soluzione per cercare di controllare il proprio peso, infatti grazie a questa tecnica riescono a soddisfarsi di cibo, ad abbuffarsi, senza ingrassare.

Gradualmente, però, finisce col diventare un momento al quale la persona non riesce a rinunciare per la forma di compulsione basata sul piacere che la sequenza comporta. In primo luogo si anticipa con la fantasia ed il pensiero, il momento dell’abbuffata, poi si mangia il più possibile sino a sentirsi piena. Infine si espelle il cibo attraverso il vomito.

Queste fasi danno alla persona un piacere che nessun’altra attività è in grado di fornire e spesso un effetto del disturbo è proprio l’inibizione di tutti gli altri piaceri della propria vita, compreso quello sessuale.

La sequenza del Vomiting

Ma descriviamo con più attenzione le tre fasi della sindrome del vomito. La fase iniziale è detta fase eccitatoria, nella quale si proietta l’ immagine dell’abbuffata, ci si immagina cosa mangeremo; successivamente vi è la fase consumatoria durante la quale si ingurgita tutto il cibo messo a disposizione fino a riempirsi e a sentir il bisogno di espellere ciò che si è appena ingerito; ed infine, in ultima battuta, c’è la fase liberatoria, costituita appunto dal vomito.

Come si struttura il vomiting

Si possono identificare tre tipologie di persone affette dal disturbo:

  • Trasgressive inconsapevoli;
  • Trasgressive consapevoli e pentite;
  • Trasgressive consapevoli e compiaciute.

La persona “trasgressive inconsapevole” è di solito una persona giovane, cognitivamente ignara del piacere intrinseco del rituale; La “trasgressiva consapevole e pentita” invece si rende conto del meccanismo perverso di acquisizione del piacere fino a voler interrompere il rituale, ma non vi riesce. Come suggerisce la stessa definizione, una persona “trasgressiva consapevole e compiaciuta”, invece, è conscia del problema ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al piacere che il rituale induce.

Quale terapia scegliere?

Una delle terapie più efficaci nel trattamento del disturbo da vomiting, è la Terapia breve Strategica. Questa psicoterapia è incentrata sul qui ed ora, e cerca di favorire il superamento di tale problematica attraverso specifiche tecniche e strategie. La “sindrome da vomito” come già accennato, pur avendo delle somiglianze con le problematiche di anoressia e bulimia, è un vero e proprio disturbo a sé, per tale motivo è importante impostare una terapia specifica per tale tipo di problematica. La terapia breve strategica fornisce soluzioni efficaci ed efficienti per questo tipo di problematica.

Se vuoi saperne di più sul vomiting e sui disturbi del comportamento alimentare, oppure per fissare una consulenza, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure via mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

La concentrazione nello sport è la capacità di un atleta di mantenere il proprio compito. Per un atleta l’attenzione implica focalizzarsi sui segnali ambientali rilevanti e mantenere il giusto livello di tensione. Nell’ambito dello sport questa abilità è appunto chiamata concentrazione.

Concentrazione e segnali ambientali

Il modello di attenzione più popolare nello sport è stato sviluppato da Robert Niedeffer (Theory of Attentional and Personal Style), il quale propone due dimensioni di attenzione: uno relativo alla direzione (esterna o interna), l’altro all’ampiezza (estesa o ristretta).

Per un atleta i segnali ambientali possono essere sia esterni (avversario, allenatore, spettatori) che interni (pensieri, immagini, sensazioni fisiche) e la loro ampiezza può influire sulle modalità di percezione, ampliandone o limitandone l’intensità. I segnali esterni e interni forniscono all’atleta le informazioni necessarie per una prestazione ottimale. In ogni situazione sportiva, un numero enorme di segnali è disponibile per l’atleta, alcuni di essi sono estremamente rilevanti, altri sono irrilevanti e ne possono danneggiare le prestazioni. La concentrazione sui segnali irrilevanti può tradursi in una diminuzione della qualità delle sue prestazioni. 

Attenzione ed eccitazione

All’aumentare dell’eccitazione, l’attenzione dell’atleta inizia a restringersi. Quando l’atleta si trova nella sua zona di prestazione ottimale, è in grado di concentrarsi su segnali pertinenti e ignorare quelli irrilevanti. Pertanto, il restringimento dell’attenzione cancella tutti gli spunti irrilevanti e consente di mantenere il focus su quelli rilevanti. Se l’eccitazione aumenta ulteriormente, l’attenzione continua a restringersi e gli spunti rilevanti vengono disattivati, causando un calo delle prestazioni. Per contro, in condizioni di scarsa eccitazione, la concentrazione dell’attenzione è molto ampia e l’atleta raccoglie segnali sia pertinenti che irrilevanti.

Alti livelli di eccitazione possono anche essere fonte di distrazione. Infatti, oltre ad eliminare gli spunti rilevanti, un’eccitazione elevata può anche ridurre la capacità di un atleta di selezionare uno stimolo alla volta. Di conseguenza, la distrazione riduce la capacità dell’atleta di discriminare tra segnali rilevanti e irrilevanti e di concentrarsi su quelli rilevanti. Quando ciò accade, l’atleta tende a subire improvvisi e significativi cali di prestazione. 

Quindi la concentrazione è importante quando si pratica sport?

La risposta è ovviamente affermativa, essa ci mantiene focalizzati sul presente, ci dà la possibilità di ignorare le distrazioni, ci consente di gestire meglio l’ansia o l’eccitazione eccessiva, ci permette di vedere le cose in anticipo e di notare quei piccoli dettagli che possono fornire un vantaggio. La concentrazione si riferisce principalmente a quella condizione psicologica di attenzione in cui gli individui sono in grado di elaborare selettivamente alcune fonti di informazione, ignorandone altre.

L’interesse della ricerca sulla concentrazione si basa principalmente su due aree. La prima riguarda lo studio del fallimento delle abilità sotto pressione; ci sono prove evidenti che il fallimento delle abilità può derivare dal reinvestimento dei processi di controllo cosciente. In secondo luogo, i ricercatori hanno studiato l’efficacia degli stimoli dei focolai esterni ed interni dell’attenzione durante l’apprendimento e le prestazioni qualificate.

Il termine concentrazione incarna un elemento del costrutto multidimensionale dell’attenzione. Nella letteratura sulla psicologia dello sport, il termine è stato particolarmente importante nello studio del fallimento delle abilità sotto pressione e nel regno dell’acquisizione delle abilità. Le strategie di concentrazione sono una componente chiave delle routine mentali che le persone impiegano prima di eseguire abilità auto-stimolate.

Come migliorare la concentrazione?

Spesso pensiamo che per la concentrazione si possa ottenere solamente continuando ad applicarci e ad esercitarci. L’esercizio è sicuramente fondamentale in quanto ci permette di apprendere efficacemente una determinata una capacità. Tuttavia senza un costante esercizio rischiamo di perdere rapidamente la nuova competenza appresa. Se per alcune settimane non ripetiamo una particolare azione di gioco oppure un movimento tecnico, rischiamo di non riuscire a riproporlo con la stessa accuratezza con cui l’avevamo imparato. Tuttavia sarebbe necessario coordinare l’esercizio fisico con attività che possano distrarre da un eccesso di concentrazione. Altrimenti la performance rischia di non essere efficace, ma può diventare una vera e propria ossessione. E di conseguenza anche la concentrazione si riduce e non è più realmente funzionale.

L’esercizio deve essere concluso quando iniziamo a non avere buone prestazioni, la concentrazione deve quindi essere spostata in un’ottica di maggiore consapevolezza, facendo sedimentare nella mente l’intensità dell’emozione.

Approfondiremo le tematiche della performance e della concentrazione in ulteriori articoli del mio blog. Se vuoi saperne di più contattami al 340.41.90.915 o scrivimi nei miei contatti.

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Tag: concentrazione, performance, sport

Con Generazione Z (spesso abbreviata in Gen Z) si identifica la generazione che segue quella dei cosiddetti  Millennials ed è generalmente circoscritta ai i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, in particolare i giovani nati tra il 1995 e il 2012.

I millenials e la generazione Z

La generazione dei Millenials ha avuto il merito di avviare quella rivoluzione digitale che ha avuto un impatto devastante sulle abitudini e sui comportamenti dei giovani, e non solo. La successiva Generazione Z ha dilatato oltre ogni precedente limite l’impiego delle tecnologie digitali. Questa è la prima generazione che attraverso l’uso di internet incarna pienamente l’idea di globalizzazione: un mondo multiculturale e senza frontiere. 

I giovani Gen Z si trovano a proprio agio con la tecnologia digitale e i social media, hanno usato Internet sin da piccoli, spesso possiedono uno smartphone sin dall’età scolare (o addirittura pre-scolare), dimostrano grande dimestichezza con le app di messaggistica su dispositivi mobile o piattaforme online, in pratica non hanno mai visto il mondo senza Internet.

Come comunica la generazione Z

Stante queste premesse, i ragazzi sono abituati a comunicare in maniera rapida ed essenziale, la velocità è il parametro di riferimento primario e per questo la loro attenzione ha una soglia molto bassa, 8 secondi circa, il tempo cioè di un messaggino di pochi caratteri o di una immagine su Twitter o Instagram. Questo è anche uno dei motivi che spinge i pubblicitari a creare spot commerciali sempre più essenziali, basati sul potere evocatorio delle immagini e condite con un sottofondo musicale accattivante. Infatti le campagne di marketing mirate alla Generazione Z ruotano attorno alla narrazione, ai video esplicativi e ad altre sofisticate forme di visualizzazione.

Il multitasking è uno dei tratti positivi della Generazione Z. Grazie alla capacità di elaborare e assorbire molte informazioni in brevissimo tempo, i ragazzi della Gen Z possono facilmente gestire più attività contemporaneamente. Secondo uno studio il 44% degli adolescenti usa il computer per fare i compiti ed il 48% guarda video relativi alla scuola. Secondo le statistiche, dal 50% al 76% degli studenti di Gen Z riferisce di ascoltare musica, inviare messaggi di testo, guardare la TV o utilizzare i social media mentre fanno i compiti a casa. 

I Gen Zers preferiscono connettersi con i loro compagni studenti e insegnanti su siti di social media quali Facebook. Gli insegnanti possono trovare su Facebook le istruzioni sulle modalità migliori per insegnare ai “ragazzi digitali”; lo stesso social network raccomanda agli insegnanti di creare gruppi di chiusi per bambini e genitori per condividere non solo i compiti a casa, ma anche informazioni relative alla scuola, alle attività in classe, alle gite etc.. Il 55% riferisce inoltre che fare qualcos’altro insieme ai compiti a casa non influisce sulla loro produttività e in alcuni casi addirittura la aumenta. E’ un fatto assodato che questa è una generazione di self learner, ossia di soggetti che trovano più adatta alle loro caratteristiche la formazione online rispetto a quella tradizionale.

Una descrizione della Generazione Z

Essere indipendenti, sicuri di sé e autonomi sono alcune delle caratteristiche chiave della Generazione Z, che non si affida ai propri genitori come facevano le precedenti generazioni di adolescenti. Il motivo è che Internet e le tecnologie digitali consentono loro di iniziare a guadagnare molto prima rispetto ai millennial, le stesse abilità di multitasking li aiutano a combinare studio e lavoro. 

Spesso la famiglia si trova a non essere in grado di educare ad un uso consapevole del web, e soprattutto a come utilizzarlo. Anche gli adulti hanno spesso comportamenti poco adeguati ed un uso eccessivo della rete e dei social network. La cosa più pericolosa è la bassa consapevolezza dei rischi connessi alla rete e ai social in generale.

I ragazzi della Gen Z sono sicuramente attenti all’ambiente, stimano lo stile di vita ecologico e sano molto più di qualsiasi generazione precedente, sono partecipi nell’impegno sociale e consapevoli del loro ruolo, sono pieni di ambizioni ma anche di insicurezze riguardo alla possibilità di riuscire a cambiare il mondo.

Basterà tutto questo a preservarli dai rischi di un futuro ansioso e stressante? Cosa possiamo fare per aiutarli? E’ fondamentale parlare sempre di più del digitale, formarli ad usare le nuove tecnologie con criterio ed in maniera utile. Orientarli a seconda delle loro motivazioni e talenti. Come spesso dico durante i miei seminari, cercare di parlare la loro lingua, discutere, confrontarsi e fare in modo di far “girare i loro ingranaggi”. Usare il dialogo in modo che possano essere continuamente stimolati.

Se sei un genitore e vuoi maggiori informazioni contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

BIBLIOGRAFIA

“Generazione Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologici e iperconnessa” Ettore Guarnaccia.

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Tag: adolescenza, generazione Z, genitori, genitorialità

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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

Contattami per saperne di più o per fissare una consulenza, il mio numero è il 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: concentrazione, performance, sport

Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.

La gestione delle emozioni è infatti un’abilità importante per riuscire a vivere una vita con soddisfazioni e un discreto benessere psico fisico. Può aiutare anche a gestire le nostre reazioni e comportamenti, rispondendo in maniera efficace ed efficiente rispetto a quanto ci succede interiormente. Quindi è possibile sottostimare un’emozione quando non è appropriata oppure sottolinearne un’altra quando necessario.

Come gestire le emozioni?

Il seguente approccio “stop, drop e process” può essere di grande aiuto per migliorare le nostre capacità di gestire le emozioni:

  • stop: questo può essere il più difficile di tutti e tre i passaggi perché vie la necessità di una grande forza di volontà. La prossima volta che le vostre emozioni sono così forti che sentite un forte bisogno di agire, rispetto al quale potreste pentirvi in seguito, fermatevi! E pensate! Iniziate a cercare spunti, pensieri e sentimenti che hanno aggravato quel comportamento.
  • Drop: è poi necessario impegnarsi in un’attività differente, che vi aiuterà a calmarvi. Senza far cadere l’intensità delle vostre emozioni potreste non essere mai in grado di pensare in modo chiaro e razionale.
  • Process: ora sarete in una posizione migliore per pensare a tutto e trovare una reazione appropriata. Prima di tutto, identificate le emozioni che sentite. Una volta che avete percepito con maggiore esattezza, quello che state provando, provate a pensare come mai vi trovate in quella particolare emozione. A questo punto diventerà più semplice anche trovare la reazione più adeguata a seconda della situazione e del contesto.

Se senti di essere in una situazione emotiva difficile, e di non riuscire a trovare soluzioni efficaci, per gestire le emozioni, contattami al 340.41.90.915 per avere maggiori informazioni, oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

Il vomiting – o sindrome da vomito – è una forma di disturbo alimentare basato sulla sequenza: consumo di grandi quantità di cibo e sua espulsione attraverso il vomito. Chi è affetto da questa patologia inizialmente usa il vomito come soluzione per non ingrassare pur continuando a mangiare in modo eccessivo, ma con la reiterazione del comportamento scopre rapidamente il piacere quasi sensuale del rituale “mangiare-vomitare”.

Conosciamo meglio cos’è il vomiting

Il vomiting è stato considerato una variante dell’anoressia e della bulimia, tuttavia, pur riconoscendo una base anoressica o bulimica, il soggetto percorre un particolare iter che lo porta ad abbuffarsi e vomitare per il puro piacere di farlo. Inizialmente queste persone usano il vomito come soluzione per cercare di controllare il proprio peso, infatti grazie a questa tecnica riescono a soddisfarsi di cibo, ad abbuffarsi, senza ingrassare.

Gradualmente, però, finisce col diventare un momento al quale la persona non riesce a rinunciare per la forma di compulsione basata sul piacere che la sequenza comporta. In primo luogo si anticipa con la fantasia ed il pensiero, il momento dell’abbuffata, poi si mangia il più possibile sino a sentirsi piena. Infine si espelle il cibo attraverso il vomito.

Queste fasi danno alla persona un piacere che nessun’altra attività è in grado di fornire e spesso un effetto del disturbo è proprio l’inibizione di tutti gli altri piaceri della propria vita, compreso quello sessuale.

La sequenza del Vomiting

Ma descriviamo con più attenzione le tre fasi della sindrome del vomito. La fase iniziale è detta fase eccitatoria, nella quale si proietta l’ immagine dell’abbuffata, ci si immagina cosa mangeremo; successivamente vi è la fase consumatoria durante la quale si ingurgita tutto il cibo messo a disposizione fino a riempirsi e a sentir il bisogno di espellere ciò che si è appena ingerito; ed infine, in ultima battuta, c’è la fase liberatoria, costituita appunto dal vomito.

Come si struttura il vomiting

Si possono identificare tre tipologie di persone affette dal disturbo:

  • Trasgressive inconsapevoli;
  • Trasgressive consapevoli e pentite;
  • Trasgressive consapevoli e compiaciute.

La persona “trasgressive inconsapevole” è di solito una persona giovane, cognitivamente ignara del piacere intrinseco del rituale; La “trasgressiva consapevole e pentita” invece si rende conto del meccanismo perverso di acquisizione del piacere fino a voler interrompere il rituale, ma non vi riesce. Come suggerisce la stessa definizione, una persona “trasgressiva consapevole e compiaciuta”, invece, è conscia del problema ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al piacere che il rituale induce.

Quale terapia scegliere?

Una delle terapie più efficaci nel trattamento del disturbo da vomiting, è la Terapia breve Strategica. Questa psicoterapia è incentrata sul qui ed ora, e cerca di favorire il superamento di tale problematica attraverso specifiche tecniche e strategie. La “sindrome da vomito” come già accennato, pur avendo delle somiglianze con le problematiche di anoressia e bulimia, è un vero e proprio disturbo a sé, per tale motivo è importante impostare una terapia specifica per tale tipo di problematica. La terapia breve strategica fornisce soluzioni efficaci ed efficienti per questo tipo di problematica.

Se vuoi saperne di più sul vomiting e sui disturbi del comportamento alimentare, oppure per fissare una consulenza, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure via mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

La concentrazione nello sport è la capacità di un atleta di mantenere il proprio compito. Per un atleta l’attenzione implica focalizzarsi sui segnali ambientali rilevanti e mantenere il giusto livello di tensione. Nell’ambito dello sport questa abilità è appunto chiamata concentrazione.

Concentrazione e segnali ambientali

Il modello di attenzione più popolare nello sport è stato sviluppato da Robert Niedeffer (Theory of Attentional and Personal Style), il quale propone due dimensioni di attenzione: uno relativo alla direzione (esterna o interna), l’altro all’ampiezza (estesa o ristretta).

Per un atleta i segnali ambientali possono essere sia esterni (avversario, allenatore, spettatori) che interni (pensieri, immagini, sensazioni fisiche) e la loro ampiezza può influire sulle modalità di percezione, ampliandone o limitandone l’intensità. I segnali esterni e interni forniscono all’atleta le informazioni necessarie per una prestazione ottimale. In ogni situazione sportiva, un numero enorme di segnali è disponibile per l’atleta, alcuni di essi sono estremamente rilevanti, altri sono irrilevanti e ne possono danneggiare le prestazioni. La concentrazione sui segnali irrilevanti può tradursi in una diminuzione della qualità delle sue prestazioni. 

Attenzione ed eccitazione

All’aumentare dell’eccitazione, l’attenzione dell’atleta inizia a restringersi. Quando l’atleta si trova nella sua zona di prestazione ottimale, è in grado di concentrarsi su segnali pertinenti e ignorare quelli irrilevanti. Pertanto, il restringimento dell’attenzione cancella tutti gli spunti irrilevanti e consente di mantenere il focus su quelli rilevanti. Se l’eccitazione aumenta ulteriormente, l’attenzione continua a restringersi e gli spunti rilevanti vengono disattivati, causando un calo delle prestazioni. Per contro, in condizioni di scarsa eccitazione, la concentrazione dell’attenzione è molto ampia e l’atleta raccoglie segnali sia pertinenti che irrilevanti.

Alti livelli di eccitazione possono anche essere fonte di distrazione. Infatti, oltre ad eliminare gli spunti rilevanti, un’eccitazione elevata può anche ridurre la capacità di un atleta di selezionare uno stimolo alla volta. Di conseguenza, la distrazione riduce la capacità dell’atleta di discriminare tra segnali rilevanti e irrilevanti e di concentrarsi su quelli rilevanti. Quando ciò accade, l’atleta tende a subire improvvisi e significativi cali di prestazione. 

Quindi la concentrazione è importante quando si pratica sport?

La risposta è ovviamente affermativa, essa ci mantiene focalizzati sul presente, ci dà la possibilità di ignorare le distrazioni, ci consente di gestire meglio l’ansia o l’eccitazione eccessiva, ci permette di vedere le cose in anticipo e di notare quei piccoli dettagli che possono fornire un vantaggio. La concentrazione si riferisce principalmente a quella condizione psicologica di attenzione in cui gli individui sono in grado di elaborare selettivamente alcune fonti di informazione, ignorandone altre.

L’interesse della ricerca sulla concentrazione si basa principalmente su due aree. La prima riguarda lo studio del fallimento delle abilità sotto pressione; ci sono prove evidenti che il fallimento delle abilità può derivare dal reinvestimento dei processi di controllo cosciente. In secondo luogo, i ricercatori hanno studiato l’efficacia degli stimoli dei focolai esterni ed interni dell’attenzione durante l’apprendimento e le prestazioni qualificate.

Il termine concentrazione incarna un elemento del costrutto multidimensionale dell’attenzione. Nella letteratura sulla psicologia dello sport, il termine è stato particolarmente importante nello studio del fallimento delle abilità sotto pressione e nel regno dell’acquisizione delle abilità. Le strategie di concentrazione sono una componente chiave delle routine mentali che le persone impiegano prima di eseguire abilità auto-stimolate.

Come migliorare la concentrazione?

Spesso pensiamo che per la concentrazione si possa ottenere solamente continuando ad applicarci e ad esercitarci. L’esercizio è sicuramente fondamentale in quanto ci permette di apprendere efficacemente una determinata una capacità. Tuttavia senza un costante esercizio rischiamo di perdere rapidamente la nuova competenza appresa. Se per alcune settimane non ripetiamo una particolare azione di gioco oppure un movimento tecnico, rischiamo di non riuscire a riproporlo con la stessa accuratezza con cui l’avevamo imparato. Tuttavia sarebbe necessario coordinare l’esercizio fisico con attività che possano distrarre da un eccesso di concentrazione. Altrimenti la performance rischia di non essere efficace, ma può diventare una vera e propria ossessione. E di conseguenza anche la concentrazione si riduce e non è più realmente funzionale.

L’esercizio deve essere concluso quando iniziamo a non avere buone prestazioni, la concentrazione deve quindi essere spostata in un’ottica di maggiore consapevolezza, facendo sedimentare nella mente l’intensità dell’emozione.

Approfondiremo le tematiche della performance e della concentrazione in ulteriori articoli del mio blog. Se vuoi saperne di più contattami al 340.41.90.915 o scrivimi nei miei contatti.

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Tag: concentrazione, performance, sport

Con Generazione Z (spesso abbreviata in Gen Z) si identifica la generazione che segue quella dei cosiddetti  Millennials ed è generalmente circoscritta ai i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, in particolare i giovani nati tra il 1995 e il 2012.

I millenials e la generazione Z

La generazione dei Millenials ha avuto il merito di avviare quella rivoluzione digitale che ha avuto un impatto devastante sulle abitudini e sui comportamenti dei giovani, e non solo. La successiva Generazione Z ha dilatato oltre ogni precedente limite l’impiego delle tecnologie digitali. Questa è la prima generazione che attraverso l’uso di internet incarna pienamente l’idea di globalizzazione: un mondo multiculturale e senza frontiere. 

I giovani Gen Z si trovano a proprio agio con la tecnologia digitale e i social media, hanno usato Internet sin da piccoli, spesso possiedono uno smartphone sin dall’età scolare (o addirittura pre-scolare), dimostrano grande dimestichezza con le app di messaggistica su dispositivi mobile o piattaforme online, in pratica non hanno mai visto il mondo senza Internet.

Come comunica la generazione Z

Stante queste premesse, i ragazzi sono abituati a comunicare in maniera rapida ed essenziale, la velocità è il parametro di riferimento primario e per questo la loro attenzione ha una soglia molto bassa, 8 secondi circa, il tempo cioè di un messaggino di pochi caratteri o di una immagine su Twitter o Instagram. Questo è anche uno dei motivi che spinge i pubblicitari a creare spot commerciali sempre più essenziali, basati sul potere evocatorio delle immagini e condite con un sottofondo musicale accattivante. Infatti le campagne di marketing mirate alla Generazione Z ruotano attorno alla narrazione, ai video esplicativi e ad altre sofisticate forme di visualizzazione.

Il multitasking è uno dei tratti positivi della Generazione Z. Grazie alla capacità di elaborare e assorbire molte informazioni in brevissimo tempo, i ragazzi della Gen Z possono facilmente gestire più attività contemporaneamente. Secondo uno studio il 44% degli adolescenti usa il computer per fare i compiti ed il 48% guarda video relativi alla scuola. Secondo le statistiche, dal 50% al 76% degli studenti di Gen Z riferisce di ascoltare musica, inviare messaggi di testo, guardare la TV o utilizzare i social media mentre fanno i compiti a casa. 

I Gen Zers preferiscono connettersi con i loro compagni studenti e insegnanti su siti di social media quali Facebook. Gli insegnanti possono trovare su Facebook le istruzioni sulle modalità migliori per insegnare ai “ragazzi digitali”; lo stesso social network raccomanda agli insegnanti di creare gruppi di chiusi per bambini e genitori per condividere non solo i compiti a casa, ma anche informazioni relative alla scuola, alle attività in classe, alle gite etc.. Il 55% riferisce inoltre che fare qualcos’altro insieme ai compiti a casa non influisce sulla loro produttività e in alcuni casi addirittura la aumenta. E’ un fatto assodato che questa è una generazione di self learner, ossia di soggetti che trovano più adatta alle loro caratteristiche la formazione online rispetto a quella tradizionale.

Una descrizione della Generazione Z

Essere indipendenti, sicuri di sé e autonomi sono alcune delle caratteristiche chiave della Generazione Z, che non si affida ai propri genitori come facevano le precedenti generazioni di adolescenti. Il motivo è che Internet e le tecnologie digitali consentono loro di iniziare a guadagnare molto prima rispetto ai millennial, le stesse abilità di multitasking li aiutano a combinare studio e lavoro. 

Spesso la famiglia si trova a non essere in grado di educare ad un uso consapevole del web, e soprattutto a come utilizzarlo. Anche gli adulti hanno spesso comportamenti poco adeguati ed un uso eccessivo della rete e dei social network. La cosa più pericolosa è la bassa consapevolezza dei rischi connessi alla rete e ai social in generale.

I ragazzi della Gen Z sono sicuramente attenti all’ambiente, stimano lo stile di vita ecologico e sano molto più di qualsiasi generazione precedente, sono partecipi nell’impegno sociale e consapevoli del loro ruolo, sono pieni di ambizioni ma anche di insicurezze riguardo alla possibilità di riuscire a cambiare il mondo.

Basterà tutto questo a preservarli dai rischi di un futuro ansioso e stressante? Cosa possiamo fare per aiutarli? E’ fondamentale parlare sempre di più del digitale, formarli ad usare le nuove tecnologie con criterio ed in maniera utile. Orientarli a seconda delle loro motivazioni e talenti. Come spesso dico durante i miei seminari, cercare di parlare la loro lingua, discutere, confrontarsi e fare in modo di far “girare i loro ingranaggi”. Usare il dialogo in modo che possano essere continuamente stimolati.

Se sei un genitore e vuoi maggiori informazioni contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

BIBLIOGRAFIA

“Generazione Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologici e iperconnessa” Ettore Guarnaccia.

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Tag: adolescenza, generazione Z, genitori, genitorialità

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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

Contattami per saperne di più o per fissare una consulenza, il mio numero è il 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: concentrazione, performance, sport

Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.

La gestione delle emozioni è infatti un’abilità importante per riuscire a vivere una vita con soddisfazioni e un discreto benessere psico fisico. Può aiutare anche a gestire le nostre reazioni e comportamenti, rispondendo in maniera efficace ed efficiente rispetto a quanto ci succede interiormente. Quindi è possibile sottostimare un’emozione quando non è appropriata oppure sottolinearne un’altra quando necessario.

Come gestire le emozioni?

Il seguente approccio “stop, drop e process” può essere di grande aiuto per migliorare le nostre capacità di gestire le emozioni:

  • stop: questo può essere il più difficile di tutti e tre i passaggi perché vie la necessità di una grande forza di volontà. La prossima volta che le vostre emozioni sono così forti che sentite un forte bisogno di agire, rispetto al quale potreste pentirvi in seguito, fermatevi! E pensate! Iniziate a cercare spunti, pensieri e sentimenti che hanno aggravato quel comportamento.
  • Drop: è poi necessario impegnarsi in un’attività differente, che vi aiuterà a calmarvi. Senza far cadere l’intensità delle vostre emozioni potreste non essere mai in grado di pensare in modo chiaro e razionale.
  • Process: ora sarete in una posizione migliore per pensare a tutto e trovare una reazione appropriata. Prima di tutto, identificate le emozioni che sentite. Una volta che avete percepito con maggiore esattezza, quello che state provando, provate a pensare come mai vi trovate in quella particolare emozione. A questo punto diventerà più semplice anche trovare la reazione più adeguata a seconda della situazione e del contesto.

Se senti di essere in una situazione emotiva difficile, e di non riuscire a trovare soluzioni efficaci, per gestire le emozioni, contattami al 340.41.90.915 per avere maggiori informazioni, oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

Il vomiting – o sindrome da vomito – è una forma di disturbo alimentare basato sulla sequenza: consumo di grandi quantità di cibo e sua espulsione attraverso il vomito. Chi è affetto da questa patologia inizialmente usa il vomito come soluzione per non ingrassare pur continuando a mangiare in modo eccessivo, ma con la reiterazione del comportamento scopre rapidamente il piacere quasi sensuale del rituale “mangiare-vomitare”.

Conosciamo meglio cos’è il vomiting

Il vomiting è stato considerato una variante dell’anoressia e della bulimia, tuttavia, pur riconoscendo una base anoressica o bulimica, il soggetto percorre un particolare iter che lo porta ad abbuffarsi e vomitare per il puro piacere di farlo. Inizialmente queste persone usano il vomito come soluzione per cercare di controllare il proprio peso, infatti grazie a questa tecnica riescono a soddisfarsi di cibo, ad abbuffarsi, senza ingrassare.

Gradualmente, però, finisce col diventare un momento al quale la persona non riesce a rinunciare per la forma di compulsione basata sul piacere che la sequenza comporta. In primo luogo si anticipa con la fantasia ed il pensiero, il momento dell’abbuffata, poi si mangia il più possibile sino a sentirsi piena. Infine si espelle il cibo attraverso il vomito.

Queste fasi danno alla persona un piacere che nessun’altra attività è in grado di fornire e spesso un effetto del disturbo è proprio l’inibizione di tutti gli altri piaceri della propria vita, compreso quello sessuale.

La sequenza del Vomiting

Ma descriviamo con più attenzione le tre fasi della sindrome del vomito. La fase iniziale è detta fase eccitatoria, nella quale si proietta l’ immagine dell’abbuffata, ci si immagina cosa mangeremo; successivamente vi è la fase consumatoria durante la quale si ingurgita tutto il cibo messo a disposizione fino a riempirsi e a sentir il bisogno di espellere ciò che si è appena ingerito; ed infine, in ultima battuta, c’è la fase liberatoria, costituita appunto dal vomito.

Come si struttura il vomiting

Si possono identificare tre tipologie di persone affette dal disturbo:

  • Trasgressive inconsapevoli;
  • Trasgressive consapevoli e pentite;
  • Trasgressive consapevoli e compiaciute.

La persona “trasgressive inconsapevole” è di solito una persona giovane, cognitivamente ignara del piacere intrinseco del rituale; La “trasgressiva consapevole e pentita” invece si rende conto del meccanismo perverso di acquisizione del piacere fino a voler interrompere il rituale, ma non vi riesce. Come suggerisce la stessa definizione, una persona “trasgressiva consapevole e compiaciuta”, invece, è conscia del problema ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al piacere che il rituale induce.

Quale terapia scegliere?

Una delle terapie più efficaci nel trattamento del disturbo da vomiting, è la Terapia breve Strategica. Questa psicoterapia è incentrata sul qui ed ora, e cerca di favorire il superamento di tale problematica attraverso specifiche tecniche e strategie. La “sindrome da vomito” come già accennato, pur avendo delle somiglianze con le problematiche di anoressia e bulimia, è un vero e proprio disturbo a sé, per tale motivo è importante impostare una terapia specifica per tale tipo di problematica. La terapia breve strategica fornisce soluzioni efficaci ed efficienti per questo tipo di problematica.

Se vuoi saperne di più sul vomiting e sui disturbi del comportamento alimentare, oppure per fissare una consulenza, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure via mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

La concentrazione nello sport è la capacità di un atleta di mantenere il proprio compito. Per un atleta l’attenzione implica focalizzarsi sui segnali ambientali rilevanti e mantenere il giusto livello di tensione. Nell’ambito dello sport questa abilità è appunto chiamata concentrazione.

Concentrazione e segnali ambientali

Il modello di attenzione più popolare nello sport è stato sviluppato da Robert Niedeffer (Theory of Attentional and Personal Style), il quale propone due dimensioni di attenzione: uno relativo alla direzione (esterna o interna), l’altro all’ampiezza (estesa o ristretta).

Per un atleta i segnali ambientali possono essere sia esterni (avversario, allenatore, spettatori) che interni (pensieri, immagini, sensazioni fisiche) e la loro ampiezza può influire sulle modalità di percezione, ampliandone o limitandone l’intensità. I segnali esterni e interni forniscono all’atleta le informazioni necessarie per una prestazione ottimale. In ogni situazione sportiva, un numero enorme di segnali è disponibile per l’atleta, alcuni di essi sono estremamente rilevanti, altri sono irrilevanti e ne possono danneggiare le prestazioni. La concentrazione sui segnali irrilevanti può tradursi in una diminuzione della qualità delle sue prestazioni. 

Attenzione ed eccitazione

All’aumentare dell’eccitazione, l’attenzione dell’atleta inizia a restringersi. Quando l’atleta si trova nella sua zona di prestazione ottimale, è in grado di concentrarsi su segnali pertinenti e ignorare quelli irrilevanti. Pertanto, il restringimento dell’attenzione cancella tutti gli spunti irrilevanti e consente di mantenere il focus su quelli rilevanti. Se l’eccitazione aumenta ulteriormente, l’attenzione continua a restringersi e gli spunti rilevanti vengono disattivati, causando un calo delle prestazioni. Per contro, in condizioni di scarsa eccitazione, la concentrazione dell’attenzione è molto ampia e l’atleta raccoglie segnali sia pertinenti che irrilevanti.

Alti livelli di eccitazione possono anche essere fonte di distrazione. Infatti, oltre ad eliminare gli spunti rilevanti, un’eccitazione elevata può anche ridurre la capacità di un atleta di selezionare uno stimolo alla volta. Di conseguenza, la distrazione riduce la capacità dell’atleta di discriminare tra segnali rilevanti e irrilevanti e di concentrarsi su quelli rilevanti. Quando ciò accade, l’atleta tende a subire improvvisi e significativi cali di prestazione. 

Quindi la concentrazione è importante quando si pratica sport?

La risposta è ovviamente affermativa, essa ci mantiene focalizzati sul presente, ci dà la possibilità di ignorare le distrazioni, ci consente di gestire meglio l’ansia o l’eccitazione eccessiva, ci permette di vedere le cose in anticipo e di notare quei piccoli dettagli che possono fornire un vantaggio. La concentrazione si riferisce principalmente a quella condizione psicologica di attenzione in cui gli individui sono in grado di elaborare selettivamente alcune fonti di informazione, ignorandone altre.

L’interesse della ricerca sulla concentrazione si basa principalmente su due aree. La prima riguarda lo studio del fallimento delle abilità sotto pressione; ci sono prove evidenti che il fallimento delle abilità può derivare dal reinvestimento dei processi di controllo cosciente. In secondo luogo, i ricercatori hanno studiato l’efficacia degli stimoli dei focolai esterni ed interni dell’attenzione durante l’apprendimento e le prestazioni qualificate.

Il termine concentrazione incarna un elemento del costrutto multidimensionale dell’attenzione. Nella letteratura sulla psicologia dello sport, il termine è stato particolarmente importante nello studio del fallimento delle abilità sotto pressione e nel regno dell’acquisizione delle abilità. Le strategie di concentrazione sono una componente chiave delle routine mentali che le persone impiegano prima di eseguire abilità auto-stimolate.

Come migliorare la concentrazione?

Spesso pensiamo che per la concentrazione si possa ottenere solamente continuando ad applicarci e ad esercitarci. L’esercizio è sicuramente fondamentale in quanto ci permette di apprendere efficacemente una determinata una capacità. Tuttavia senza un costante esercizio rischiamo di perdere rapidamente la nuova competenza appresa. Se per alcune settimane non ripetiamo una particolare azione di gioco oppure un movimento tecnico, rischiamo di non riuscire a riproporlo con la stessa accuratezza con cui l’avevamo imparato. Tuttavia sarebbe necessario coordinare l’esercizio fisico con attività che possano distrarre da un eccesso di concentrazione. Altrimenti la performance rischia di non essere efficace, ma può diventare una vera e propria ossessione. E di conseguenza anche la concentrazione si riduce e non è più realmente funzionale.

L’esercizio deve essere concluso quando iniziamo a non avere buone prestazioni, la concentrazione deve quindi essere spostata in un’ottica di maggiore consapevolezza, facendo sedimentare nella mente l’intensità dell’emozione.

Approfondiremo le tematiche della performance e della concentrazione in ulteriori articoli del mio blog. Se vuoi saperne di più contattami al 340.41.90.915 o scrivimi nei miei contatti.

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Tag: concentrazione, performance, sport

Con Generazione Z (spesso abbreviata in Gen Z) si identifica la generazione che segue quella dei cosiddetti  Millennials ed è generalmente circoscritta ai i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, in particolare i giovani nati tra il 1995 e il 2012.

I millenials e la generazione Z

La generazione dei Millenials ha avuto il merito di avviare quella rivoluzione digitale che ha avuto un impatto devastante sulle abitudini e sui comportamenti dei giovani, e non solo. La successiva Generazione Z ha dilatato oltre ogni precedente limite l’impiego delle tecnologie digitali. Questa è la prima generazione che attraverso l’uso di internet incarna pienamente l’idea di globalizzazione: un mondo multiculturale e senza frontiere. 

I giovani Gen Z si trovano a proprio agio con la tecnologia digitale e i social media, hanno usato Internet sin da piccoli, spesso possiedono uno smartphone sin dall’età scolare (o addirittura pre-scolare), dimostrano grande dimestichezza con le app di messaggistica su dispositivi mobile o piattaforme online, in pratica non hanno mai visto il mondo senza Internet.

Come comunica la generazione Z

Stante queste premesse, i ragazzi sono abituati a comunicare in maniera rapida ed essenziale, la velocità è il parametro di riferimento primario e per questo la loro attenzione ha una soglia molto bassa, 8 secondi circa, il tempo cioè di un messaggino di pochi caratteri o di una immagine su Twitter o Instagram. Questo è anche uno dei motivi che spinge i pubblicitari a creare spot commerciali sempre più essenziali, basati sul potere evocatorio delle immagini e condite con un sottofondo musicale accattivante. Infatti le campagne di marketing mirate alla Generazione Z ruotano attorno alla narrazione, ai video esplicativi e ad altre sofisticate forme di visualizzazione.

Il multitasking è uno dei tratti positivi della Generazione Z. Grazie alla capacità di elaborare e assorbire molte informazioni in brevissimo tempo, i ragazzi della Gen Z possono facilmente gestire più attività contemporaneamente. Secondo uno studio il 44% degli adolescenti usa il computer per fare i compiti ed il 48% guarda video relativi alla scuola. Secondo le statistiche, dal 50% al 76% degli studenti di Gen Z riferisce di ascoltare musica, inviare messaggi di testo, guardare la TV o utilizzare i social media mentre fanno i compiti a casa. 

I Gen Zers preferiscono connettersi con i loro compagni studenti e insegnanti su siti di social media quali Facebook. Gli insegnanti possono trovare su Facebook le istruzioni sulle modalità migliori per insegnare ai “ragazzi digitali”; lo stesso social network raccomanda agli insegnanti di creare gruppi di chiusi per bambini e genitori per condividere non solo i compiti a casa, ma anche informazioni relative alla scuola, alle attività in classe, alle gite etc.. Il 55% riferisce inoltre che fare qualcos’altro insieme ai compiti a casa non influisce sulla loro produttività e in alcuni casi addirittura la aumenta. E’ un fatto assodato che questa è una generazione di self learner, ossia di soggetti che trovano più adatta alle loro caratteristiche la formazione online rispetto a quella tradizionale.

Una descrizione della Generazione Z

Essere indipendenti, sicuri di sé e autonomi sono alcune delle caratteristiche chiave della Generazione Z, che non si affida ai propri genitori come facevano le precedenti generazioni di adolescenti. Il motivo è che Internet e le tecnologie digitali consentono loro di iniziare a guadagnare molto prima rispetto ai millennial, le stesse abilità di multitasking li aiutano a combinare studio e lavoro. 

Spesso la famiglia si trova a non essere in grado di educare ad un uso consapevole del web, e soprattutto a come utilizzarlo. Anche gli adulti hanno spesso comportamenti poco adeguati ed un uso eccessivo della rete e dei social network. La cosa più pericolosa è la bassa consapevolezza dei rischi connessi alla rete e ai social in generale.

I ragazzi della Gen Z sono sicuramente attenti all’ambiente, stimano lo stile di vita ecologico e sano molto più di qualsiasi generazione precedente, sono partecipi nell’impegno sociale e consapevoli del loro ruolo, sono pieni di ambizioni ma anche di insicurezze riguardo alla possibilità di riuscire a cambiare il mondo.

Basterà tutto questo a preservarli dai rischi di un futuro ansioso e stressante? Cosa possiamo fare per aiutarli? E’ fondamentale parlare sempre di più del digitale, formarli ad usare le nuove tecnologie con criterio ed in maniera utile. Orientarli a seconda delle loro motivazioni e talenti. Come spesso dico durante i miei seminari, cercare di parlare la loro lingua, discutere, confrontarsi e fare in modo di far “girare i loro ingranaggi”. Usare il dialogo in modo che possano essere continuamente stimolati.

Se sei un genitore e vuoi maggiori informazioni contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

BIBLIOGRAFIA

“Generazione Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologici e iperconnessa” Ettore Guarnaccia.

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Tag: adolescenza, generazione Z, genitori, genitorialità

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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

Contattami per saperne di più o per fissare una consulenza, il mio numero è il 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: concentrazione, performance, sport

Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.

La gestione delle emozioni è infatti un’abilità importante per riuscire a vivere una vita con soddisfazioni e un discreto benessere psico fisico. Può aiutare anche a gestire le nostre reazioni e comportamenti, rispondendo in maniera efficace ed efficiente rispetto a quanto ci succede interiormente. Quindi è possibile sottostimare un’emozione quando non è appropriata oppure sottolinearne un’altra quando necessario.

Come gestire le emozioni?

Il seguente approccio “stop, drop e process” può essere di grande aiuto per migliorare le nostre capacità di gestire le emozioni:

  • stop: questo può essere il più difficile di tutti e tre i passaggi perché vie la necessità di una grande forza di volontà. La prossima volta che le vostre emozioni sono così forti che sentite un forte bisogno di agire, rispetto al quale potreste pentirvi in seguito, fermatevi! E pensate! Iniziate a cercare spunti, pensieri e sentimenti che hanno aggravato quel comportamento.
  • Drop: è poi necessario impegnarsi in un’attività differente, che vi aiuterà a calmarvi. Senza far cadere l’intensità delle vostre emozioni potreste non essere mai in grado di pensare in modo chiaro e razionale.
  • Process: ora sarete in una posizione migliore per pensare a tutto e trovare una reazione appropriata. Prima di tutto, identificate le emozioni che sentite. Una volta che avete percepito con maggiore esattezza, quello che state provando, provate a pensare come mai vi trovate in quella particolare emozione. A questo punto diventerà più semplice anche trovare la reazione più adeguata a seconda della situazione e del contesto.

Se senti di essere in una situazione emotiva difficile, e di non riuscire a trovare soluzioni efficaci, per gestire le emozioni, contattami al 340.41.90.915 per avere maggiori informazioni, oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

Il vomiting – o sindrome da vomito – è una forma di disturbo alimentare basato sulla sequenza: consumo di grandi quantità di cibo e sua espulsione attraverso il vomito. Chi è affetto da questa patologia inizialmente usa il vomito come soluzione per non ingrassare pur continuando a mangiare in modo eccessivo, ma con la reiterazione del comportamento scopre rapidamente il piacere quasi sensuale del rituale “mangiare-vomitare”.

Conosciamo meglio cos’è il vomiting

Il vomiting è stato considerato una variante dell’anoressia e della bulimia, tuttavia, pur riconoscendo una base anoressica o bulimica, il soggetto percorre un particolare iter che lo porta ad abbuffarsi e vomitare per il puro piacere di farlo. Inizialmente queste persone usano il vomito come soluzione per cercare di controllare il proprio peso, infatti grazie a questa tecnica riescono a soddisfarsi di cibo, ad abbuffarsi, senza ingrassare.

Gradualmente, però, finisce col diventare un momento al quale la persona non riesce a rinunciare per la forma di compulsione basata sul piacere che la sequenza comporta. In primo luogo si anticipa con la fantasia ed il pensiero, il momento dell’abbuffata, poi si mangia il più possibile sino a sentirsi piena. Infine si espelle il cibo attraverso il vomito.

Queste fasi danno alla persona un piacere che nessun’altra attività è in grado di fornire e spesso un effetto del disturbo è proprio l’inibizione di tutti gli altri piaceri della propria vita, compreso quello sessuale.

La sequenza del Vomiting

Ma descriviamo con più attenzione le tre fasi della sindrome del vomito. La fase iniziale è detta fase eccitatoria, nella quale si proietta l’ immagine dell’abbuffata, ci si immagina cosa mangeremo; successivamente vi è la fase consumatoria durante la quale si ingurgita tutto il cibo messo a disposizione fino a riempirsi e a sentir il bisogno di espellere ciò che si è appena ingerito; ed infine, in ultima battuta, c’è la fase liberatoria, costituita appunto dal vomito.

Come si struttura il vomiting

Si possono identificare tre tipologie di persone affette dal disturbo:

  • Trasgressive inconsapevoli;
  • Trasgressive consapevoli e pentite;
  • Trasgressive consapevoli e compiaciute.

La persona “trasgressive inconsapevole” è di solito una persona giovane, cognitivamente ignara del piacere intrinseco del rituale; La “trasgressiva consapevole e pentita” invece si rende conto del meccanismo perverso di acquisizione del piacere fino a voler interrompere il rituale, ma non vi riesce. Come suggerisce la stessa definizione, una persona “trasgressiva consapevole e compiaciuta”, invece, è conscia del problema ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al piacere che il rituale induce.

Quale terapia scegliere?

Una delle terapie più efficaci nel trattamento del disturbo da vomiting, è la Terapia breve Strategica. Questa psicoterapia è incentrata sul qui ed ora, e cerca di favorire il superamento di tale problematica attraverso specifiche tecniche e strategie. La “sindrome da vomito” come già accennato, pur avendo delle somiglianze con le problematiche di anoressia e bulimia, è un vero e proprio disturbo a sé, per tale motivo è importante impostare una terapia specifica per tale tipo di problematica. La terapia breve strategica fornisce soluzioni efficaci ed efficienti per questo tipo di problematica.

Se vuoi saperne di più sul vomiting e sui disturbi del comportamento alimentare, oppure per fissare una consulenza, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure via mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

La concentrazione nello sport è la capacità di un atleta di mantenere il proprio compito. Per un atleta l’attenzione implica focalizzarsi sui segnali ambientali rilevanti e mantenere il giusto livello di tensione. Nell’ambito dello sport questa abilità è appunto chiamata concentrazione.

Concentrazione e segnali ambientali

Il modello di attenzione più popolare nello sport è stato sviluppato da Robert Niedeffer (Theory of Attentional and Personal Style), il quale propone due dimensioni di attenzione: uno relativo alla direzione (esterna o interna), l’altro all’ampiezza (estesa o ristretta).

Per un atleta i segnali ambientali possono essere sia esterni (avversario, allenatore, spettatori) che interni (pensieri, immagini, sensazioni fisiche) e la loro ampiezza può influire sulle modalità di percezione, ampliandone o limitandone l’intensità. I segnali esterni e interni forniscono all’atleta le informazioni necessarie per una prestazione ottimale. In ogni situazione sportiva, un numero enorme di segnali è disponibile per l’atleta, alcuni di essi sono estremamente rilevanti, altri sono irrilevanti e ne possono danneggiare le prestazioni. La concentrazione sui segnali irrilevanti può tradursi in una diminuzione della qualità delle sue prestazioni. 

Attenzione ed eccitazione

All’aumentare dell’eccitazione, l’attenzione dell’atleta inizia a restringersi. Quando l’atleta si trova nella sua zona di prestazione ottimale, è in grado di concentrarsi su segnali pertinenti e ignorare quelli irrilevanti. Pertanto, il restringimento dell’attenzione cancella tutti gli spunti irrilevanti e consente di mantenere il focus su quelli rilevanti. Se l’eccitazione aumenta ulteriormente, l’attenzione continua a restringersi e gli spunti rilevanti vengono disattivati, causando un calo delle prestazioni. Per contro, in condizioni di scarsa eccitazione, la concentrazione dell’attenzione è molto ampia e l’atleta raccoglie segnali sia pertinenti che irrilevanti.

Alti livelli di eccitazione possono anche essere fonte di distrazione. Infatti, oltre ad eliminare gli spunti rilevanti, un’eccitazione elevata può anche ridurre la capacità di un atleta di selezionare uno stimolo alla volta. Di conseguenza, la distrazione riduce la capacità dell’atleta di discriminare tra segnali rilevanti e irrilevanti e di concentrarsi su quelli rilevanti. Quando ciò accade, l’atleta tende a subire improvvisi e significativi cali di prestazione. 

Quindi la concentrazione è importante quando si pratica sport?

La risposta è ovviamente affermativa, essa ci mantiene focalizzati sul presente, ci dà la possibilità di ignorare le distrazioni, ci consente di gestire meglio l’ansia o l’eccitazione eccessiva, ci permette di vedere le cose in anticipo e di notare quei piccoli dettagli che possono fornire un vantaggio. La concentrazione si riferisce principalmente a quella condizione psicologica di attenzione in cui gli individui sono in grado di elaborare selettivamente alcune fonti di informazione, ignorandone altre.

L’interesse della ricerca sulla concentrazione si basa principalmente su due aree. La prima riguarda lo studio del fallimento delle abilità sotto pressione; ci sono prove evidenti che il fallimento delle abilità può derivare dal reinvestimento dei processi di controllo cosciente. In secondo luogo, i ricercatori hanno studiato l’efficacia degli stimoli dei focolai esterni ed interni dell’attenzione durante l’apprendimento e le prestazioni qualificate.

Il termine concentrazione incarna un elemento del costrutto multidimensionale dell’attenzione. Nella letteratura sulla psicologia dello sport, il termine è stato particolarmente importante nello studio del fallimento delle abilità sotto pressione e nel regno dell’acquisizione delle abilità. Le strategie di concentrazione sono una componente chiave delle routine mentali che le persone impiegano prima di eseguire abilità auto-stimolate.

Come migliorare la concentrazione?

Spesso pensiamo che per la concentrazione si possa ottenere solamente continuando ad applicarci e ad esercitarci. L’esercizio è sicuramente fondamentale in quanto ci permette di apprendere efficacemente una determinata una capacità. Tuttavia senza un costante esercizio rischiamo di perdere rapidamente la nuova competenza appresa. Se per alcune settimane non ripetiamo una particolare azione di gioco oppure un movimento tecnico, rischiamo di non riuscire a riproporlo con la stessa accuratezza con cui l’avevamo imparato. Tuttavia sarebbe necessario coordinare l’esercizio fisico con attività che possano distrarre da un eccesso di concentrazione. Altrimenti la performance rischia di non essere efficace, ma può diventare una vera e propria ossessione. E di conseguenza anche la concentrazione si riduce e non è più realmente funzionale.

L’esercizio deve essere concluso quando iniziamo a non avere buone prestazioni, la concentrazione deve quindi essere spostata in un’ottica di maggiore consapevolezza, facendo sedimentare nella mente l’intensità dell’emozione.

Approfondiremo le tematiche della performance e della concentrazione in ulteriori articoli del mio blog. Se vuoi saperne di più contattami al 340.41.90.915 o scrivimi nei miei contatti.

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Tag: concentrazione, performance, sport

Con Generazione Z (spesso abbreviata in Gen Z) si identifica la generazione che segue quella dei cosiddetti  Millennials ed è generalmente circoscritta ai i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, in particolare i giovani nati tra il 1995 e il 2012.

I millenials e la generazione Z

La generazione dei Millenials ha avuto il merito di avviare quella rivoluzione digitale che ha avuto un impatto devastante sulle abitudini e sui comportamenti dei giovani, e non solo. La successiva Generazione Z ha dilatato oltre ogni precedente limite l’impiego delle tecnologie digitali. Questa è la prima generazione che attraverso l’uso di internet incarna pienamente l’idea di globalizzazione: un mondo multiculturale e senza frontiere. 

I giovani Gen Z si trovano a proprio agio con la tecnologia digitale e i social media, hanno usato Internet sin da piccoli, spesso possiedono uno smartphone sin dall’età scolare (o addirittura pre-scolare), dimostrano grande dimestichezza con le app di messaggistica su dispositivi mobile o piattaforme online, in pratica non hanno mai visto il mondo senza Internet.

Come comunica la generazione Z

Stante queste premesse, i ragazzi sono abituati a comunicare in maniera rapida ed essenziale, la velocità è il parametro di riferimento primario e per questo la loro attenzione ha una soglia molto bassa, 8 secondi circa, il tempo cioè di un messaggino di pochi caratteri o di una immagine su Twitter o Instagram. Questo è anche uno dei motivi che spinge i pubblicitari a creare spot commerciali sempre più essenziali, basati sul potere evocatorio delle immagini e condite con un sottofondo musicale accattivante. Infatti le campagne di marketing mirate alla Generazione Z ruotano attorno alla narrazione, ai video esplicativi e ad altre sofisticate forme di visualizzazione.

Il multitasking è uno dei tratti positivi della Generazione Z. Grazie alla capacità di elaborare e assorbire molte informazioni in brevissimo tempo, i ragazzi della Gen Z possono facilmente gestire più attività contemporaneamente. Secondo uno studio il 44% degli adolescenti usa il computer per fare i compiti ed il 48% guarda video relativi alla scuola. Secondo le statistiche, dal 50% al 76% degli studenti di Gen Z riferisce di ascoltare musica, inviare messaggi di testo, guardare la TV o utilizzare i social media mentre fanno i compiti a casa. 

I Gen Zers preferiscono connettersi con i loro compagni studenti e insegnanti su siti di social media quali Facebook. Gli insegnanti possono trovare su Facebook le istruzioni sulle modalità migliori per insegnare ai “ragazzi digitali”; lo stesso social network raccomanda agli insegnanti di creare gruppi di chiusi per bambini e genitori per condividere non solo i compiti a casa, ma anche informazioni relative alla scuola, alle attività in classe, alle gite etc.. Il 55% riferisce inoltre che fare qualcos’altro insieme ai compiti a casa non influisce sulla loro produttività e in alcuni casi addirittura la aumenta. E’ un fatto assodato che questa è una generazione di self learner, ossia di soggetti che trovano più adatta alle loro caratteristiche la formazione online rispetto a quella tradizionale.

Una descrizione della Generazione Z

Essere indipendenti, sicuri di sé e autonomi sono alcune delle caratteristiche chiave della Generazione Z, che non si affida ai propri genitori come facevano le precedenti generazioni di adolescenti. Il motivo è che Internet e le tecnologie digitali consentono loro di iniziare a guadagnare molto prima rispetto ai millennial, le stesse abilità di multitasking li aiutano a combinare studio e lavoro. 

Spesso la famiglia si trova a non essere in grado di educare ad un uso consapevole del web, e soprattutto a come utilizzarlo. Anche gli adulti hanno spesso comportamenti poco adeguati ed un uso eccessivo della rete e dei social network. La cosa più pericolosa è la bassa consapevolezza dei rischi connessi alla rete e ai social in generale.

I ragazzi della Gen Z sono sicuramente attenti all’ambiente, stimano lo stile di vita ecologico e sano molto più di qualsiasi generazione precedente, sono partecipi nell’impegno sociale e consapevoli del loro ruolo, sono pieni di ambizioni ma anche di insicurezze riguardo alla possibilità di riuscire a cambiare il mondo.

Basterà tutto questo a preservarli dai rischi di un futuro ansioso e stressante? Cosa possiamo fare per aiutarli? E’ fondamentale parlare sempre di più del digitale, formarli ad usare le nuove tecnologie con criterio ed in maniera utile. Orientarli a seconda delle loro motivazioni e talenti. Come spesso dico durante i miei seminari, cercare di parlare la loro lingua, discutere, confrontarsi e fare in modo di far “girare i loro ingranaggi”. Usare il dialogo in modo che possano essere continuamente stimolati.

Se sei un genitore e vuoi maggiori informazioni contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

BIBLIOGRAFIA

“Generazione Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologici e iperconnessa” Ettore Guarnaccia.

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Tag: adolescenza, generazione Z, genitori, genitorialità

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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

Contattami per saperne di più o per fissare una consulenza, il mio numero è il 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: concentrazione, performance, sport

Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.

La gestione delle emozioni è infatti un’abilità importante per riuscire a vivere una vita con soddisfazioni e un discreto benessere psico fisico. Può aiutare anche a gestire le nostre reazioni e comportamenti, rispondendo in maniera efficace ed efficiente rispetto a quanto ci succede interiormente. Quindi è possibile sottostimare un’emozione quando non è appropriata oppure sottolinearne un’altra quando necessario.

Come gestire le emozioni?

Il seguente approccio “stop, drop e process” può essere di grande aiuto per migliorare le nostre capacità di gestire le emozioni:

  • stop: questo può essere il più difficile di tutti e tre i passaggi perché vie la necessità di una grande forza di volontà. La prossima volta che le vostre emozioni sono così forti che sentite un forte bisogno di agire, rispetto al quale potreste pentirvi in seguito, fermatevi! E pensate! Iniziate a cercare spunti, pensieri e sentimenti che hanno aggravato quel comportamento.
  • Drop: è poi necessario impegnarsi in un’attività differente, che vi aiuterà a calmarvi. Senza far cadere l’intensità delle vostre emozioni potreste non essere mai in grado di pensare in modo chiaro e razionale.
  • Process: ora sarete in una posizione migliore per pensare a tutto e trovare una reazione appropriata. Prima di tutto, identificate le emozioni che sentite. Una volta che avete percepito con maggiore esattezza, quello che state provando, provate a pensare come mai vi trovate in quella particolare emozione. A questo punto diventerà più semplice anche trovare la reazione più adeguata a seconda della situazione e del contesto.

Se senti di essere in una situazione emotiva difficile, e di non riuscire a trovare soluzioni efficaci, per gestire le emozioni, contattami al 340.41.90.915 per avere maggiori informazioni, oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

Il vomiting – o sindrome da vomito – è una forma di disturbo alimentare basato sulla sequenza: consumo di grandi quantità di cibo e sua espulsione attraverso il vomito. Chi è affetto da questa patologia inizialmente usa il vomito come soluzione per non ingrassare pur continuando a mangiare in modo eccessivo, ma con la reiterazione del comportamento scopre rapidamente il piacere quasi sensuale del rituale “mangiare-vomitare”.

Conosciamo meglio cos’è il vomiting

Il vomiting è stato considerato una variante dell’anoressia e della bulimia, tuttavia, pur riconoscendo una base anoressica o bulimica, il soggetto percorre un particolare iter che lo porta ad abbuffarsi e vomitare per il puro piacere di farlo. Inizialmente queste persone usano il vomito come soluzione per cercare di controllare il proprio peso, infatti grazie a questa tecnica riescono a soddisfarsi di cibo, ad abbuffarsi, senza ingrassare.

Gradualmente, però, finisce col diventare un momento al quale la persona non riesce a rinunciare per la forma di compulsione basata sul piacere che la sequenza comporta. In primo luogo si anticipa con la fantasia ed il pensiero, il momento dell’abbuffata, poi si mangia il più possibile sino a sentirsi piena. Infine si espelle il cibo attraverso il vomito.

Queste fasi danno alla persona un piacere che nessun’altra attività è in grado di fornire e spesso un effetto del disturbo è proprio l’inibizione di tutti gli altri piaceri della propria vita, compreso quello sessuale.

La sequenza del Vomiting

Ma descriviamo con più attenzione le tre fasi della sindrome del vomito. La fase iniziale è detta fase eccitatoria, nella quale si proietta l’ immagine dell’abbuffata, ci si immagina cosa mangeremo; successivamente vi è la fase consumatoria durante la quale si ingurgita tutto il cibo messo a disposizione fino a riempirsi e a sentir il bisogno di espellere ciò che si è appena ingerito; ed infine, in ultima battuta, c’è la fase liberatoria, costituita appunto dal vomito.

Come si struttura il vomiting

Si possono identificare tre tipologie di persone affette dal disturbo:

  • Trasgressive inconsapevoli;
  • Trasgressive consapevoli e pentite;
  • Trasgressive consapevoli e compiaciute.

La persona “trasgressive inconsapevole” è di solito una persona giovane, cognitivamente ignara del piacere intrinseco del rituale; La “trasgressiva consapevole e pentita” invece si rende conto del meccanismo perverso di acquisizione del piacere fino a voler interrompere il rituale, ma non vi riesce. Come suggerisce la stessa definizione, una persona “trasgressiva consapevole e compiaciuta”, invece, è conscia del problema ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al piacere che il rituale induce.

Quale terapia scegliere?

Una delle terapie più efficaci nel trattamento del disturbo da vomiting, è la Terapia breve Strategica. Questa psicoterapia è incentrata sul qui ed ora, e cerca di favorire il superamento di tale problematica attraverso specifiche tecniche e strategie. La “sindrome da vomito” come già accennato, pur avendo delle somiglianze con le problematiche di anoressia e bulimia, è un vero e proprio disturbo a sé, per tale motivo è importante impostare una terapia specifica per tale tipo di problematica. La terapia breve strategica fornisce soluzioni efficaci ed efficienti per questo tipo di problematica.

Se vuoi saperne di più sul vomiting e sui disturbi del comportamento alimentare, oppure per fissare una consulenza, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure via mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

La concentrazione nello sport è la capacità di un atleta di mantenere il proprio compito. Per un atleta l’attenzione implica focalizzarsi sui segnali ambientali rilevanti e mantenere il giusto livello di tensione. Nell’ambito dello sport questa abilità è appunto chiamata concentrazione.

Concentrazione e segnali ambientali

Il modello di attenzione più popolare nello sport è stato sviluppato da Robert Niedeffer (Theory of Attentional and Personal Style), il quale propone due dimensioni di attenzione: uno relativo alla direzione (esterna o interna), l’altro all’ampiezza (estesa o ristretta).

Per un atleta i segnali ambientali possono essere sia esterni (avversario, allenatore, spettatori) che interni (pensieri, immagini, sensazioni fisiche) e la loro ampiezza può influire sulle modalità di percezione, ampliandone o limitandone l’intensità. I segnali esterni e interni forniscono all’atleta le informazioni necessarie per una prestazione ottimale. In ogni situazione sportiva, un numero enorme di segnali è disponibile per l’atleta, alcuni di essi sono estremamente rilevanti, altri sono irrilevanti e ne possono danneggiare le prestazioni. La concentrazione sui segnali irrilevanti può tradursi in una diminuzione della qualità delle sue prestazioni. 

Attenzione ed eccitazione

All’aumentare dell’eccitazione, l’attenzione dell’atleta inizia a restringersi. Quando l’atleta si trova nella sua zona di prestazione ottimale, è in grado di concentrarsi su segnali pertinenti e ignorare quelli irrilevanti. Pertanto, il restringimento dell’attenzione cancella tutti gli spunti irrilevanti e consente di mantenere il focus su quelli rilevanti. Se l’eccitazione aumenta ulteriormente, l’attenzione continua a restringersi e gli spunti rilevanti vengono disattivati, causando un calo delle prestazioni. Per contro, in condizioni di scarsa eccitazione, la concentrazione dell’attenzione è molto ampia e l’atleta raccoglie segnali sia pertinenti che irrilevanti.

Alti livelli di eccitazione possono anche essere fonte di distrazione. Infatti, oltre ad eliminare gli spunti rilevanti, un’eccitazione elevata può anche ridurre la capacità di un atleta di selezionare uno stimolo alla volta. Di conseguenza, la distrazione riduce la capacità dell’atleta di discriminare tra segnali rilevanti e irrilevanti e di concentrarsi su quelli rilevanti. Quando ciò accade, l’atleta tende a subire improvvisi e significativi cali di prestazione. 

Quindi la concentrazione è importante quando si pratica sport?

La risposta è ovviamente affermativa, essa ci mantiene focalizzati sul presente, ci dà la possibilità di ignorare le distrazioni, ci consente di gestire meglio l’ansia o l’eccitazione eccessiva, ci permette di vedere le cose in anticipo e di notare quei piccoli dettagli che possono fornire un vantaggio. La concentrazione si riferisce principalmente a quella condizione psicologica di attenzione in cui gli individui sono in grado di elaborare selettivamente alcune fonti di informazione, ignorandone altre.

L’interesse della ricerca sulla concentrazione si basa principalmente su due aree. La prima riguarda lo studio del fallimento delle abilità sotto pressione; ci sono prove evidenti che il fallimento delle abilità può derivare dal reinvestimento dei processi di controllo cosciente. In secondo luogo, i ricercatori hanno studiato l’efficacia degli stimoli dei focolai esterni ed interni dell’attenzione durante l’apprendimento e le prestazioni qualificate.

Il termine concentrazione incarna un elemento del costrutto multidimensionale dell’attenzione. Nella letteratura sulla psicologia dello sport, il termine è stato particolarmente importante nello studio del fallimento delle abilità sotto pressione e nel regno dell’acquisizione delle abilità. Le strategie di concentrazione sono una componente chiave delle routine mentali che le persone impiegano prima di eseguire abilità auto-stimolate.

Come migliorare la concentrazione?

Spesso pensiamo che per la concentrazione si possa ottenere solamente continuando ad applicarci e ad esercitarci. L’esercizio è sicuramente fondamentale in quanto ci permette di apprendere efficacemente una determinata una capacità. Tuttavia senza un costante esercizio rischiamo di perdere rapidamente la nuova competenza appresa. Se per alcune settimane non ripetiamo una particolare azione di gioco oppure un movimento tecnico, rischiamo di non riuscire a riproporlo con la stessa accuratezza con cui l’avevamo imparato. Tuttavia sarebbe necessario coordinare l’esercizio fisico con attività che possano distrarre da un eccesso di concentrazione. Altrimenti la performance rischia di non essere efficace, ma può diventare una vera e propria ossessione. E di conseguenza anche la concentrazione si riduce e non è più realmente funzionale.

L’esercizio deve essere concluso quando iniziamo a non avere buone prestazioni, la concentrazione deve quindi essere spostata in un’ottica di maggiore consapevolezza, facendo sedimentare nella mente l’intensità dell’emozione.

Approfondiremo le tematiche della performance e della concentrazione in ulteriori articoli del mio blog. Se vuoi saperne di più contattami al 340.41.90.915 o scrivimi nei miei contatti.

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Tag: concentrazione, performance, sport

Con Generazione Z (spesso abbreviata in Gen Z) si identifica la generazione che segue quella dei cosiddetti  Millennials ed è generalmente circoscritta ai i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, in particolare i giovani nati tra il 1995 e il 2012.

I millenials e la generazione Z

La generazione dei Millenials ha avuto il merito di avviare quella rivoluzione digitale che ha avuto un impatto devastante sulle abitudini e sui comportamenti dei giovani, e non solo. La successiva Generazione Z ha dilatato oltre ogni precedente limite l’impiego delle tecnologie digitali. Questa è la prima generazione che attraverso l’uso di internet incarna pienamente l’idea di globalizzazione: un mondo multiculturale e senza frontiere. 

I giovani Gen Z si trovano a proprio agio con la tecnologia digitale e i social media, hanno usato Internet sin da piccoli, spesso possiedono uno smartphone sin dall’età scolare (o addirittura pre-scolare), dimostrano grande dimestichezza con le app di messaggistica su dispositivi mobile o piattaforme online, in pratica non hanno mai visto il mondo senza Internet.

Come comunica la generazione Z

Stante queste premesse, i ragazzi sono abituati a comunicare in maniera rapida ed essenziale, la velocità è il parametro di riferimento primario e per questo la loro attenzione ha una soglia molto bassa, 8 secondi circa, il tempo cioè di un messaggino di pochi caratteri o di una immagine su Twitter o Instagram. Questo è anche uno dei motivi che spinge i pubblicitari a creare spot commerciali sempre più essenziali, basati sul potere evocatorio delle immagini e condite con un sottofondo musicale accattivante. Infatti le campagne di marketing mirate alla Generazione Z ruotano attorno alla narrazione, ai video esplicativi e ad altre sofisticate forme di visualizzazione.

Il multitasking è uno dei tratti positivi della Generazione Z. Grazie alla capacità di elaborare e assorbire molte informazioni in brevissimo tempo, i ragazzi della Gen Z possono facilmente gestire più attività contemporaneamente. Secondo uno studio il 44% degli adolescenti usa il computer per fare i compiti ed il 48% guarda video relativi alla scuola. Secondo le statistiche, dal 50% al 76% degli studenti di Gen Z riferisce di ascoltare musica, inviare messaggi di testo, guardare la TV o utilizzare i social media mentre fanno i compiti a casa. 

I Gen Zers preferiscono connettersi con i loro compagni studenti e insegnanti su siti di social media quali Facebook. Gli insegnanti possono trovare su Facebook le istruzioni sulle modalità migliori per insegnare ai “ragazzi digitali”; lo stesso social network raccomanda agli insegnanti di creare gruppi di chiusi per bambini e genitori per condividere non solo i compiti a casa, ma anche informazioni relative alla scuola, alle attività in classe, alle gite etc.. Il 55% riferisce inoltre che fare qualcos’altro insieme ai compiti a casa non influisce sulla loro produttività e in alcuni casi addirittura la aumenta. E’ un fatto assodato che questa è una generazione di self learner, ossia di soggetti che trovano più adatta alle loro caratteristiche la formazione online rispetto a quella tradizionale.

Una descrizione della Generazione Z

Essere indipendenti, sicuri di sé e autonomi sono alcune delle caratteristiche chiave della Generazione Z, che non si affida ai propri genitori come facevano le precedenti generazioni di adolescenti. Il motivo è che Internet e le tecnologie digitali consentono loro di iniziare a guadagnare molto prima rispetto ai millennial, le stesse abilità di multitasking li aiutano a combinare studio e lavoro. 

Spesso la famiglia si trova a non essere in grado di educare ad un uso consapevole del web, e soprattutto a come utilizzarlo. Anche gli adulti hanno spesso comportamenti poco adeguati ed un uso eccessivo della rete e dei social network. La cosa più pericolosa è la bassa consapevolezza dei rischi connessi alla rete e ai social in generale.

I ragazzi della Gen Z sono sicuramente attenti all’ambiente, stimano lo stile di vita ecologico e sano molto più di qualsiasi generazione precedente, sono partecipi nell’impegno sociale e consapevoli del loro ruolo, sono pieni di ambizioni ma anche di insicurezze riguardo alla possibilità di riuscire a cambiare il mondo.

Basterà tutto questo a preservarli dai rischi di un futuro ansioso e stressante? Cosa possiamo fare per aiutarli? E’ fondamentale parlare sempre di più del digitale, formarli ad usare le nuove tecnologie con criterio ed in maniera utile. Orientarli a seconda delle loro motivazioni e talenti. Come spesso dico durante i miei seminari, cercare di parlare la loro lingua, discutere, confrontarsi e fare in modo di far “girare i loro ingranaggi”. Usare il dialogo in modo che possano essere continuamente stimolati.

Se sei un genitore e vuoi maggiori informazioni contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

BIBLIOGRAFIA

“Generazione Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologici e iperconnessa” Ettore Guarnaccia.

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Tag: adolescenza, generazione Z, genitori, genitorialità

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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

Contattami per saperne di più o per fissare una consulenza, il mio numero è il 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: concentrazione, performance, sport

Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.

La gestione delle emozioni è infatti un’abilità importante per riuscire a vivere una vita con soddisfazioni e un discreto benessere psico fisico. Può aiutare anche a gestire le nostre reazioni e comportamenti, rispondendo in maniera efficace ed efficiente rispetto a quanto ci succede interiormente. Quindi è possibile sottostimare un’emozione quando non è appropriata oppure sottolinearne un’altra quando necessario.

Come gestire le emozioni?

Il seguente approccio “stop, drop e process” può essere di grande aiuto per migliorare le nostre capacità di gestire le emozioni:

  • stop: questo può essere il più difficile di tutti e tre i passaggi perché vie la necessità di una grande forza di volontà. La prossima volta che le vostre emozioni sono così forti che sentite un forte bisogno di agire, rispetto al quale potreste pentirvi in seguito, fermatevi! E pensate! Iniziate a cercare spunti, pensieri e sentimenti che hanno aggravato quel comportamento.
  • Drop: è poi necessario impegnarsi in un’attività differente, che vi aiuterà a calmarvi. Senza far cadere l’intensità delle vostre emozioni potreste non essere mai in grado di pensare in modo chiaro e razionale.
  • Process: ora sarete in una posizione migliore per pensare a tutto e trovare una reazione appropriata. Prima di tutto, identificate le emozioni che sentite. Una volta che avete percepito con maggiore esattezza, quello che state provando, provate a pensare come mai vi trovate in quella particolare emozione. A questo punto diventerà più semplice anche trovare la reazione più adeguata a seconda della situazione e del contesto.

Se senti di essere in una situazione emotiva difficile, e di non riuscire a trovare soluzioni efficaci, per gestire le emozioni, contattami al 340.41.90.915 per avere maggiori informazioni, oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

Il vomiting – o sindrome da vomito – è una forma di disturbo alimentare basato sulla sequenza: consumo di grandi quantità di cibo e sua espulsione attraverso il vomito. Chi è affetto da questa patologia inizialmente usa il vomito come soluzione per non ingrassare pur continuando a mangiare in modo eccessivo, ma con la reiterazione del comportamento scopre rapidamente il piacere quasi sensuale del rituale “mangiare-vomitare”.

Conosciamo meglio cos’è il vomiting

Il vomiting è stato considerato una variante dell’anoressia e della bulimia, tuttavia, pur riconoscendo una base anoressica o bulimica, il soggetto percorre un particolare iter che lo porta ad abbuffarsi e vomitare per il puro piacere di farlo. Inizialmente queste persone usano il vomito come soluzione per cercare di controllare il proprio peso, infatti grazie a questa tecnica riescono a soddisfarsi di cibo, ad abbuffarsi, senza ingrassare.

Gradualmente, però, finisce col diventare un momento al quale la persona non riesce a rinunciare per la forma di compulsione basata sul piacere che la sequenza comporta. In primo luogo si anticipa con la fantasia ed il pensiero, il momento dell’abbuffata, poi si mangia il più possibile sino a sentirsi piena. Infine si espelle il cibo attraverso il vomito.

Queste fasi danno alla persona un piacere che nessun’altra attività è in grado di fornire e spesso un effetto del disturbo è proprio l’inibizione di tutti gli altri piaceri della propria vita, compreso quello sessuale.

La sequenza del Vomiting

Ma descriviamo con più attenzione le tre fasi della sindrome del vomito. La fase iniziale è detta fase eccitatoria, nella quale si proietta l’ immagine dell’abbuffata, ci si immagina cosa mangeremo; successivamente vi è la fase consumatoria durante la quale si ingurgita tutto il cibo messo a disposizione fino a riempirsi e a sentir il bisogno di espellere ciò che si è appena ingerito; ed infine, in ultima battuta, c’è la fase liberatoria, costituita appunto dal vomito.

Come si struttura il vomiting

Si possono identificare tre tipologie di persone affette dal disturbo:

  • Trasgressive inconsapevoli;
  • Trasgressive consapevoli e pentite;
  • Trasgressive consapevoli e compiaciute.

La persona “trasgressive inconsapevole” è di solito una persona giovane, cognitivamente ignara del piacere intrinseco del rituale; La “trasgressiva consapevole e pentita” invece si rende conto del meccanismo perverso di acquisizione del piacere fino a voler interrompere il rituale, ma non vi riesce. Come suggerisce la stessa definizione, una persona “trasgressiva consapevole e compiaciuta”, invece, è conscia del problema ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al piacere che il rituale induce.

Quale terapia scegliere?

Una delle terapie più efficaci nel trattamento del disturbo da vomiting, è la Terapia breve Strategica. Questa psicoterapia è incentrata sul qui ed ora, e cerca di favorire il superamento di tale problematica attraverso specifiche tecniche e strategie. La “sindrome da vomito” come già accennato, pur avendo delle somiglianze con le problematiche di anoressia e bulimia, è un vero e proprio disturbo a sé, per tale motivo è importante impostare una terapia specifica per tale tipo di problematica. La terapia breve strategica fornisce soluzioni efficaci ed efficienti per questo tipo di problematica.

Se vuoi saperne di più sul vomiting e sui disturbi del comportamento alimentare, oppure per fissare una consulenza, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure via mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

La concentrazione nello sport è la capacità di un atleta di mantenere il proprio compito. Per un atleta l’attenzione implica focalizzarsi sui segnali ambientali rilevanti e mantenere il giusto livello di tensione. Nell’ambito dello sport questa abilità è appunto chiamata concentrazione.

Concentrazione e segnali ambientali

Il modello di attenzione più popolare nello sport è stato sviluppato da Robert Niedeffer (Theory of Attentional and Personal Style), il quale propone due dimensioni di attenzione: uno relativo alla direzione (esterna o interna), l’altro all’ampiezza (estesa o ristretta).

Per un atleta i segnali ambientali possono essere sia esterni (avversario, allenatore, spettatori) che interni (pensieri, immagini, sensazioni fisiche) e la loro ampiezza può influire sulle modalità di percezione, ampliandone o limitandone l’intensità. I segnali esterni e interni forniscono all’atleta le informazioni necessarie per una prestazione ottimale. In ogni situazione sportiva, un numero enorme di segnali è disponibile per l’atleta, alcuni di essi sono estremamente rilevanti, altri sono irrilevanti e ne possono danneggiare le prestazioni. La concentrazione sui segnali irrilevanti può tradursi in una diminuzione della qualità delle sue prestazioni. 

Attenzione ed eccitazione

All’aumentare dell’eccitazione, l’attenzione dell’atleta inizia a restringersi. Quando l’atleta si trova nella sua zona di prestazione ottimale, è in grado di concentrarsi su segnali pertinenti e ignorare quelli irrilevanti. Pertanto, il restringimento dell’attenzione cancella tutti gli spunti irrilevanti e consente di mantenere il focus su quelli rilevanti. Se l’eccitazione aumenta ulteriormente, l’attenzione continua a restringersi e gli spunti rilevanti vengono disattivati, causando un calo delle prestazioni. Per contro, in condizioni di scarsa eccitazione, la concentrazione dell’attenzione è molto ampia e l’atleta raccoglie segnali sia pertinenti che irrilevanti.

Alti livelli di eccitazione possono anche essere fonte di distrazione. Infatti, oltre ad eliminare gli spunti rilevanti, un’eccitazione elevata può anche ridurre la capacità di un atleta di selezionare uno stimolo alla volta. Di conseguenza, la distrazione riduce la capacità dell’atleta di discriminare tra segnali rilevanti e irrilevanti e di concentrarsi su quelli rilevanti. Quando ciò accade, l’atleta tende a subire improvvisi e significativi cali di prestazione. 

Quindi la concentrazione è importante quando si pratica sport?

La risposta è ovviamente affermativa, essa ci mantiene focalizzati sul presente, ci dà la possibilità di ignorare le distrazioni, ci consente di gestire meglio l’ansia o l’eccitazione eccessiva, ci permette di vedere le cose in anticipo e di notare quei piccoli dettagli che possono fornire un vantaggio. La concentrazione si riferisce principalmente a quella condizione psicologica di attenzione in cui gli individui sono in grado di elaborare selettivamente alcune fonti di informazione, ignorandone altre.

L’interesse della ricerca sulla concentrazione si basa principalmente su due aree. La prima riguarda lo studio del fallimento delle abilità sotto pressione; ci sono prove evidenti che il fallimento delle abilità può derivare dal reinvestimento dei processi di controllo cosciente. In secondo luogo, i ricercatori hanno studiato l’efficacia degli stimoli dei focolai esterni ed interni dell’attenzione durante l’apprendimento e le prestazioni qualificate.

Il termine concentrazione incarna un elemento del costrutto multidimensionale dell’attenzione. Nella letteratura sulla psicologia dello sport, il termine è stato particolarmente importante nello studio del fallimento delle abilità sotto pressione e nel regno dell’acquisizione delle abilità. Le strategie di concentrazione sono una componente chiave delle routine mentali che le persone impiegano prima di eseguire abilità auto-stimolate.

Come migliorare la concentrazione?

Spesso pensiamo che per la concentrazione si possa ottenere solamente continuando ad applicarci e ad esercitarci. L’esercizio è sicuramente fondamentale in quanto ci permette di apprendere efficacemente una determinata una capacità. Tuttavia senza un costante esercizio rischiamo di perdere rapidamente la nuova competenza appresa. Se per alcune settimane non ripetiamo una particolare azione di gioco oppure un movimento tecnico, rischiamo di non riuscire a riproporlo con la stessa accuratezza con cui l’avevamo imparato. Tuttavia sarebbe necessario coordinare l’esercizio fisico con attività che possano distrarre da un eccesso di concentrazione. Altrimenti la performance rischia di non essere efficace, ma può diventare una vera e propria ossessione. E di conseguenza anche la concentrazione si riduce e non è più realmente funzionale.

L’esercizio deve essere concluso quando iniziamo a non avere buone prestazioni, la concentrazione deve quindi essere spostata in un’ottica di maggiore consapevolezza, facendo sedimentare nella mente l’intensità dell’emozione.

Approfondiremo le tematiche della performance e della concentrazione in ulteriori articoli del mio blog. Se vuoi saperne di più contattami al 340.41.90.915 o scrivimi nei miei contatti.

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Tag: concentrazione, performance, sport

Con Generazione Z (spesso abbreviata in Gen Z) si identifica la generazione che segue quella dei cosiddetti  Millennials ed è generalmente circoscritta ai i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, in particolare i giovani nati tra il 1995 e il 2012.

I millenials e la generazione Z

La generazione dei Millenials ha avuto il merito di avviare quella rivoluzione digitale che ha avuto un impatto devastante sulle abitudini e sui comportamenti dei giovani, e non solo. La successiva Generazione Z ha dilatato oltre ogni precedente limite l’impiego delle tecnologie digitali. Questa è la prima generazione che attraverso l’uso di internet incarna pienamente l’idea di globalizzazione: un mondo multiculturale e senza frontiere. 

I giovani Gen Z si trovano a proprio agio con la tecnologia digitale e i social media, hanno usato Internet sin da piccoli, spesso possiedono uno smartphone sin dall’età scolare (o addirittura pre-scolare), dimostrano grande dimestichezza con le app di messaggistica su dispositivi mobile o piattaforme online, in pratica non hanno mai visto il mondo senza Internet.

Come comunica la generazione Z

Stante queste premesse, i ragazzi sono abituati a comunicare in maniera rapida ed essenziale, la velocità è il parametro di riferimento primario e per questo la loro attenzione ha una soglia molto bassa, 8 secondi circa, il tempo cioè di un messaggino di pochi caratteri o di una immagine su Twitter o Instagram. Questo è anche uno dei motivi che spinge i pubblicitari a creare spot commerciali sempre più essenziali, basati sul potere evocatorio delle immagini e condite con un sottofondo musicale accattivante. Infatti le campagne di marketing mirate alla Generazione Z ruotano attorno alla narrazione, ai video esplicativi e ad altre sofisticate forme di visualizzazione.

Il multitasking è uno dei tratti positivi della Generazione Z. Grazie alla capacità di elaborare e assorbire molte informazioni in brevissimo tempo, i ragazzi della Gen Z possono facilmente gestire più attività contemporaneamente. Secondo uno studio il 44% degli adolescenti usa il computer per fare i compiti ed il 48% guarda video relativi alla scuola. Secondo le statistiche, dal 50% al 76% degli studenti di Gen Z riferisce di ascoltare musica, inviare messaggi di testo, guardare la TV o utilizzare i social media mentre fanno i compiti a casa. 

I Gen Zers preferiscono connettersi con i loro compagni studenti e insegnanti su siti di social media quali Facebook. Gli insegnanti possono trovare su Facebook le istruzioni sulle modalità migliori per insegnare ai “ragazzi digitali”; lo stesso social network raccomanda agli insegnanti di creare gruppi di chiusi per bambini e genitori per condividere non solo i compiti a casa, ma anche informazioni relative alla scuola, alle attività in classe, alle gite etc.. Il 55% riferisce inoltre che fare qualcos’altro insieme ai compiti a casa non influisce sulla loro produttività e in alcuni casi addirittura la aumenta. E’ un fatto assodato che questa è una generazione di self learner, ossia di soggetti che trovano più adatta alle loro caratteristiche la formazione online rispetto a quella tradizionale.

Una descrizione della Generazione Z

Essere indipendenti, sicuri di sé e autonomi sono alcune delle caratteristiche chiave della Generazione Z, che non si affida ai propri genitori come facevano le precedenti generazioni di adolescenti. Il motivo è che Internet e le tecnologie digitali consentono loro di iniziare a guadagnare molto prima rispetto ai millennial, le stesse abilità di multitasking li aiutano a combinare studio e lavoro. 

Spesso la famiglia si trova a non essere in grado di educare ad un uso consapevole del web, e soprattutto a come utilizzarlo. Anche gli adulti hanno spesso comportamenti poco adeguati ed un uso eccessivo della rete e dei social network. La cosa più pericolosa è la bassa consapevolezza dei rischi connessi alla rete e ai social in generale.

I ragazzi della Gen Z sono sicuramente attenti all’ambiente, stimano lo stile di vita ecologico e sano molto più di qualsiasi generazione precedente, sono partecipi nell’impegno sociale e consapevoli del loro ruolo, sono pieni di ambizioni ma anche di insicurezze riguardo alla possibilità di riuscire a cambiare il mondo.

Basterà tutto questo a preservarli dai rischi di un futuro ansioso e stressante? Cosa possiamo fare per aiutarli? E’ fondamentale parlare sempre di più del digitale, formarli ad usare le nuove tecnologie con criterio ed in maniera utile. Orientarli a seconda delle loro motivazioni e talenti. Come spesso dico durante i miei seminari, cercare di parlare la loro lingua, discutere, confrontarsi e fare in modo di far “girare i loro ingranaggi”. Usare il dialogo in modo che possano essere continuamente stimolati.

Se sei un genitore e vuoi maggiori informazioni contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

BIBLIOGRAFIA

“Generazione Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologici e iperconnessa” Ettore Guarnaccia.

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Tag: adolescenza, generazione Z, genitori, genitorialità

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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

Contattami per saperne di più o per fissare una consulenza, il mio numero è il 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: concentrazione, performance, sport

Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.

La gestione delle emozioni è infatti un’abilità importante per riuscire a vivere una vita con soddisfazioni e un discreto benessere psico fisico. Può aiutare anche a gestire le nostre reazioni e comportamenti, rispondendo in maniera efficace ed efficiente rispetto a quanto ci succede interiormente. Quindi è possibile sottostimare un’emozione quando non è appropriata oppure sottolinearne un’altra quando necessario.

Come gestire le emozioni?

Il seguente approccio “stop, drop e process” può essere di grande aiuto per migliorare le nostre capacità di gestire le emozioni:

  • stop: questo può essere il più difficile di tutti e tre i passaggi perché vie la necessità di una grande forza di volontà. La prossima volta che le vostre emozioni sono così forti che sentite un forte bisogno di agire, rispetto al quale potreste pentirvi in seguito, fermatevi! E pensate! Iniziate a cercare spunti, pensieri e sentimenti che hanno aggravato quel comportamento.
  • Drop: è poi necessario impegnarsi in un’attività differente, che vi aiuterà a calmarvi. Senza far cadere l’intensità delle vostre emozioni potreste non essere mai in grado di pensare in modo chiaro e razionale.
  • Process: ora sarete in una posizione migliore per pensare a tutto e trovare una reazione appropriata. Prima di tutto, identificate le emozioni che sentite. Una volta che avete percepito con maggiore esattezza, quello che state provando, provate a pensare come mai vi trovate in quella particolare emozione. A questo punto diventerà più semplice anche trovare la reazione più adeguata a seconda della situazione e del contesto.

Se senti di essere in una situazione emotiva difficile, e di non riuscire a trovare soluzioni efficaci, per gestire le emozioni, contattami al 340.41.90.915 per avere maggiori informazioni, oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

Il vomiting – o sindrome da vomito – è una forma di disturbo alimentare basato sulla sequenza: consumo di grandi quantità di cibo e sua espulsione attraverso il vomito. Chi è affetto da questa patologia inizialmente usa il vomito come soluzione per non ingrassare pur continuando a mangiare in modo eccessivo, ma con la reiterazione del comportamento scopre rapidamente il piacere quasi sensuale del rituale “mangiare-vomitare”.

Conosciamo meglio cos’è il vomiting

Il vomiting è stato considerato una variante dell’anoressia e della bulimia, tuttavia, pur riconoscendo una base anoressica o bulimica, il soggetto percorre un particolare iter che lo porta ad abbuffarsi e vomitare per il puro piacere di farlo. Inizialmente queste persone usano il vomito come soluzione per cercare di controllare il proprio peso, infatti grazie a questa tecnica riescono a soddisfarsi di cibo, ad abbuffarsi, senza ingrassare.

Gradualmente, però, finisce col diventare un momento al quale la persona non riesce a rinunciare per la forma di compulsione basata sul piacere che la sequenza comporta. In primo luogo si anticipa con la fantasia ed il pensiero, il momento dell’abbuffata, poi si mangia il più possibile sino a sentirsi piena. Infine si espelle il cibo attraverso il vomito.

Queste fasi danno alla persona un piacere che nessun’altra attività è in grado di fornire e spesso un effetto del disturbo è proprio l’inibizione di tutti gli altri piaceri della propria vita, compreso quello sessuale.

La sequenza del Vomiting

Ma descriviamo con più attenzione le tre fasi della sindrome del vomito. La fase iniziale è detta fase eccitatoria, nella quale si proietta l’ immagine dell’abbuffata, ci si immagina cosa mangeremo; successivamente vi è la fase consumatoria durante la quale si ingurgita tutto il cibo messo a disposizione fino a riempirsi e a sentir il bisogno di espellere ciò che si è appena ingerito; ed infine, in ultima battuta, c’è la fase liberatoria, costituita appunto dal vomito.

Come si struttura il vomiting

Si possono identificare tre tipologie di persone affette dal disturbo:

  • Trasgressive inconsapevoli;
  • Trasgressive consapevoli e pentite;
  • Trasgressive consapevoli e compiaciute.

La persona “trasgressive inconsapevole” è di solito una persona giovane, cognitivamente ignara del piacere intrinseco del rituale; La “trasgressiva consapevole e pentita” invece si rende conto del meccanismo perverso di acquisizione del piacere fino a voler interrompere il rituale, ma non vi riesce. Come suggerisce la stessa definizione, una persona “trasgressiva consapevole e compiaciuta”, invece, è conscia del problema ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al piacere che il rituale induce.

Quale terapia scegliere?

Una delle terapie più efficaci nel trattamento del disturbo da vomiting, è la Terapia breve Strategica. Questa psicoterapia è incentrata sul qui ed ora, e cerca di favorire il superamento di tale problematica attraverso specifiche tecniche e strategie. La “sindrome da vomito” come già accennato, pur avendo delle somiglianze con le problematiche di anoressia e bulimia, è un vero e proprio disturbo a sé, per tale motivo è importante impostare una terapia specifica per tale tipo di problematica. La terapia breve strategica fornisce soluzioni efficaci ed efficienti per questo tipo di problematica.

Se vuoi saperne di più sul vomiting e sui disturbi del comportamento alimentare, oppure per fissare una consulenza, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure via mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

La concentrazione nello sport è la capacità di un atleta di mantenere il proprio compito. Per un atleta l’attenzione implica focalizzarsi sui segnali ambientali rilevanti e mantenere il giusto livello di tensione. Nell’ambito dello sport questa abilità è appunto chiamata concentrazione.

Concentrazione e segnali ambientali

Il modello di attenzione più popolare nello sport è stato sviluppato da Robert Niedeffer (Theory of Attentional and Personal Style), il quale propone due dimensioni di attenzione: uno relativo alla direzione (esterna o interna), l’altro all’ampiezza (estesa o ristretta).

Per un atleta i segnali ambientali possono essere sia esterni (avversario, allenatore, spettatori) che interni (pensieri, immagini, sensazioni fisiche) e la loro ampiezza può influire sulle modalità di percezione, ampliandone o limitandone l’intensità. I segnali esterni e interni forniscono all’atleta le informazioni necessarie per una prestazione ottimale. In ogni situazione sportiva, un numero enorme di segnali è disponibile per l’atleta, alcuni di essi sono estremamente rilevanti, altri sono irrilevanti e ne possono danneggiare le prestazioni. La concentrazione sui segnali irrilevanti può tradursi in una diminuzione della qualità delle sue prestazioni. 

Attenzione ed eccitazione

All’aumentare dell’eccitazione, l’attenzione dell’atleta inizia a restringersi. Quando l’atleta si trova nella sua zona di prestazione ottimale, è in grado di concentrarsi su segnali pertinenti e ignorare quelli irrilevanti. Pertanto, il restringimento dell’attenzione cancella tutti gli spunti irrilevanti e consente di mantenere il focus su quelli rilevanti. Se l’eccitazione aumenta ulteriormente, l’attenzione continua a restringersi e gli spunti rilevanti vengono disattivati, causando un calo delle prestazioni. Per contro, in condizioni di scarsa eccitazione, la concentrazione dell’attenzione è molto ampia e l’atleta raccoglie segnali sia pertinenti che irrilevanti.

Alti livelli di eccitazione possono anche essere fonte di distrazione. Infatti, oltre ad eliminare gli spunti rilevanti, un’eccitazione elevata può anche ridurre la capacità di un atleta di selezionare uno stimolo alla volta. Di conseguenza, la distrazione riduce la capacità dell’atleta di discriminare tra segnali rilevanti e irrilevanti e di concentrarsi su quelli rilevanti. Quando ciò accade, l’atleta tende a subire improvvisi e significativi cali di prestazione. 

Quindi la concentrazione è importante quando si pratica sport?

La risposta è ovviamente affermativa, essa ci mantiene focalizzati sul presente, ci dà la possibilità di ignorare le distrazioni, ci consente di gestire meglio l’ansia o l’eccitazione eccessiva, ci permette di vedere le cose in anticipo e di notare quei piccoli dettagli che possono fornire un vantaggio. La concentrazione si riferisce principalmente a quella condizione psicologica di attenzione in cui gli individui sono in grado di elaborare selettivamente alcune fonti di informazione, ignorandone altre.

L’interesse della ricerca sulla concentrazione si basa principalmente su due aree. La prima riguarda lo studio del fallimento delle abilità sotto pressione; ci sono prove evidenti che il fallimento delle abilità può derivare dal reinvestimento dei processi di controllo cosciente. In secondo luogo, i ricercatori hanno studiato l’efficacia degli stimoli dei focolai esterni ed interni dell’attenzione durante l’apprendimento e le prestazioni qualificate.

Il termine concentrazione incarna un elemento del costrutto multidimensionale dell’attenzione. Nella letteratura sulla psicologia dello sport, il termine è stato particolarmente importante nello studio del fallimento delle abilità sotto pressione e nel regno dell’acquisizione delle abilità. Le strategie di concentrazione sono una componente chiave delle routine mentali che le persone impiegano prima di eseguire abilità auto-stimolate.

Come migliorare la concentrazione?

Spesso pensiamo che per la concentrazione si possa ottenere solamente continuando ad applicarci e ad esercitarci. L’esercizio è sicuramente fondamentale in quanto ci permette di apprendere efficacemente una determinata una capacità. Tuttavia senza un costante esercizio rischiamo di perdere rapidamente la nuova competenza appresa. Se per alcune settimane non ripetiamo una particolare azione di gioco oppure un movimento tecnico, rischiamo di non riuscire a riproporlo con la stessa accuratezza con cui l’avevamo imparato. Tuttavia sarebbe necessario coordinare l’esercizio fisico con attività che possano distrarre da un eccesso di concentrazione. Altrimenti la performance rischia di non essere efficace, ma può diventare una vera e propria ossessione. E di conseguenza anche la concentrazione si riduce e non è più realmente funzionale.

L’esercizio deve essere concluso quando iniziamo a non avere buone prestazioni, la concentrazione deve quindi essere spostata in un’ottica di maggiore consapevolezza, facendo sedimentare nella mente l’intensità dell’emozione.

Approfondiremo le tematiche della performance e della concentrazione in ulteriori articoli del mio blog. Se vuoi saperne di più contattami al 340.41.90.915 o scrivimi nei miei contatti.

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Tag: concentrazione, performance, sport

Con Generazione Z (spesso abbreviata in Gen Z) si identifica la generazione che segue quella dei cosiddetti  Millennials ed è generalmente circoscritta ai i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, in particolare i giovani nati tra il 1995 e il 2012.

I millenials e la generazione Z

La generazione dei Millenials ha avuto il merito di avviare quella rivoluzione digitale che ha avuto un impatto devastante sulle abitudini e sui comportamenti dei giovani, e non solo. La successiva Generazione Z ha dilatato oltre ogni precedente limite l’impiego delle tecnologie digitali. Questa è la prima generazione che attraverso l’uso di internet incarna pienamente l’idea di globalizzazione: un mondo multiculturale e senza frontiere. 

I giovani Gen Z si trovano a proprio agio con la tecnologia digitale e i social media, hanno usato Internet sin da piccoli, spesso possiedono uno smartphone sin dall’età scolare (o addirittura pre-scolare), dimostrano grande dimestichezza con le app di messaggistica su dispositivi mobile o piattaforme online, in pratica non hanno mai visto il mondo senza Internet.

Come comunica la generazione Z

Stante queste premesse, i ragazzi sono abituati a comunicare in maniera rapida ed essenziale, la velocità è il parametro di riferimento primario e per questo la loro attenzione ha una soglia molto bassa, 8 secondi circa, il tempo cioè di un messaggino di pochi caratteri o di una immagine su Twitter o Instagram. Questo è anche uno dei motivi che spinge i pubblicitari a creare spot commerciali sempre più essenziali, basati sul potere evocatorio delle immagini e condite con un sottofondo musicale accattivante. Infatti le campagne di marketing mirate alla Generazione Z ruotano attorno alla narrazione, ai video esplicativi e ad altre sofisticate forme di visualizzazione.

Il multitasking è uno dei tratti positivi della Generazione Z. Grazie alla capacità di elaborare e assorbire molte informazioni in brevissimo tempo, i ragazzi della Gen Z possono facilmente gestire più attività contemporaneamente. Secondo uno studio il 44% degli adolescenti usa il computer per fare i compiti ed il 48% guarda video relativi alla scuola. Secondo le statistiche, dal 50% al 76% degli studenti di Gen Z riferisce di ascoltare musica, inviare messaggi di testo, guardare la TV o utilizzare i social media mentre fanno i compiti a casa. 

I Gen Zers preferiscono connettersi con i loro compagni studenti e insegnanti su siti di social media quali Facebook. Gli insegnanti possono trovare su Facebook le istruzioni sulle modalità migliori per insegnare ai “ragazzi digitali”; lo stesso social network raccomanda agli insegnanti di creare gruppi di chiusi per bambini e genitori per condividere non solo i compiti a casa, ma anche informazioni relative alla scuola, alle attività in classe, alle gite etc.. Il 55% riferisce inoltre che fare qualcos’altro insieme ai compiti a casa non influisce sulla loro produttività e in alcuni casi addirittura la aumenta. E’ un fatto assodato che questa è una generazione di self learner, ossia di soggetti che trovano più adatta alle loro caratteristiche la formazione online rispetto a quella tradizionale.

Una descrizione della Generazione Z

Essere indipendenti, sicuri di sé e autonomi sono alcune delle caratteristiche chiave della Generazione Z, che non si affida ai propri genitori come facevano le precedenti generazioni di adolescenti. Il motivo è che Internet e le tecnologie digitali consentono loro di iniziare a guadagnare molto prima rispetto ai millennial, le stesse abilità di multitasking li aiutano a combinare studio e lavoro. 

Spesso la famiglia si trova a non essere in grado di educare ad un uso consapevole del web, e soprattutto a come utilizzarlo. Anche gli adulti hanno spesso comportamenti poco adeguati ed un uso eccessivo della rete e dei social network. La cosa più pericolosa è la bassa consapevolezza dei rischi connessi alla rete e ai social in generale.

I ragazzi della Gen Z sono sicuramente attenti all’ambiente, stimano lo stile di vita ecologico e sano molto più di qualsiasi generazione precedente, sono partecipi nell’impegno sociale e consapevoli del loro ruolo, sono pieni di ambizioni ma anche di insicurezze riguardo alla possibilità di riuscire a cambiare il mondo.

Basterà tutto questo a preservarli dai rischi di un futuro ansioso e stressante? Cosa possiamo fare per aiutarli? E’ fondamentale parlare sempre di più del digitale, formarli ad usare le nuove tecnologie con criterio ed in maniera utile. Orientarli a seconda delle loro motivazioni e talenti. Come spesso dico durante i miei seminari, cercare di parlare la loro lingua, discutere, confrontarsi e fare in modo di far “girare i loro ingranaggi”. Usare il dialogo in modo che possano essere continuamente stimolati.

Se sei un genitore e vuoi maggiori informazioni contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

BIBLIOGRAFIA

“Generazione Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologici e iperconnessa” Ettore Guarnaccia.

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Tag: adolescenza, generazione Z, genitori, genitorialità

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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

Contattami per saperne di più o per fissare una consulenza, il mio numero è il 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: concentrazione, performance, sport

Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.

La gestione delle emozioni è infatti un’abilità importante per riuscire a vivere una vita con soddisfazioni e un discreto benessere psico fisico. Può aiutare anche a gestire le nostre reazioni e comportamenti, rispondendo in maniera efficace ed efficiente rispetto a quanto ci succede interiormente. Quindi è possibile sottostimare un’emozione quando non è appropriata oppure sottolinearne un’altra quando necessario.

Come gestire le emozioni?

Il seguente approccio “stop, drop e process” può essere di grande aiuto per migliorare le nostre capacità di gestire le emozioni:

  • stop: questo può essere il più difficile di tutti e tre i passaggi perché vie la necessità di una grande forza di volontà. La prossima volta che le vostre emozioni sono così forti che sentite un forte bisogno di agire, rispetto al quale potreste pentirvi in seguito, fermatevi! E pensate! Iniziate a cercare spunti, pensieri e sentimenti che hanno aggravato quel comportamento.
  • Drop: è poi necessario impegnarsi in un’attività differente, che vi aiuterà a calmarvi. Senza far cadere l’intensità delle vostre emozioni potreste non essere mai in grado di pensare in modo chiaro e razionale.
  • Process: ora sarete in una posizione migliore per pensare a tutto e trovare una reazione appropriata. Prima di tutto, identificate le emozioni che sentite. Una volta che avete percepito con maggiore esattezza, quello che state provando, provate a pensare come mai vi trovate in quella particolare emozione. A questo punto diventerà più semplice anche trovare la reazione più adeguata a seconda della situazione e del contesto.

Se senti di essere in una situazione emotiva difficile, e di non riuscire a trovare soluzioni efficaci, per gestire le emozioni, contattami al 340.41.90.915 per avere maggiori informazioni, oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

Il vomiting – o sindrome da vomito – è una forma di disturbo alimentare basato sulla sequenza: consumo di grandi quantità di cibo e sua espulsione attraverso il vomito. Chi è affetto da questa patologia inizialmente usa il vomito come soluzione per non ingrassare pur continuando a mangiare in modo eccessivo, ma con la reiterazione del comportamento scopre rapidamente il piacere quasi sensuale del rituale “mangiare-vomitare”.

Conosciamo meglio cos’è il vomiting

Il vomiting è stato considerato una variante dell’anoressia e della bulimia, tuttavia, pur riconoscendo una base anoressica o bulimica, il soggetto percorre un particolare iter che lo porta ad abbuffarsi e vomitare per il puro piacere di farlo. Inizialmente queste persone usano il vomito come soluzione per cercare di controllare il proprio peso, infatti grazie a questa tecnica riescono a soddisfarsi di cibo, ad abbuffarsi, senza ingrassare.

Gradualmente, però, finisce col diventare un momento al quale la persona non riesce a rinunciare per la forma di compulsione basata sul piacere che la sequenza comporta. In primo luogo si anticipa con la fantasia ed il pensiero, il momento dell’abbuffata, poi si mangia il più possibile sino a sentirsi piena. Infine si espelle il cibo attraverso il vomito.

Queste fasi danno alla persona un piacere che nessun’altra attività è in grado di fornire e spesso un effetto del disturbo è proprio l’inibizione di tutti gli altri piaceri della propria vita, compreso quello sessuale.

La sequenza del Vomiting

Ma descriviamo con più attenzione le tre fasi della sindrome del vomito. La fase iniziale è detta fase eccitatoria, nella quale si proietta l’ immagine dell’abbuffata, ci si immagina cosa mangeremo; successivamente vi è la fase consumatoria durante la quale si ingurgita tutto il cibo messo a disposizione fino a riempirsi e a sentir il bisogno di espellere ciò che si è appena ingerito; ed infine, in ultima battuta, c’è la fase liberatoria, costituita appunto dal vomito.

Come si struttura il vomiting

Si possono identificare tre tipologie di persone affette dal disturbo:

  • Trasgressive inconsapevoli;
  • Trasgressive consapevoli e pentite;
  • Trasgressive consapevoli e compiaciute.

La persona “trasgressive inconsapevole” è di solito una persona giovane, cognitivamente ignara del piacere intrinseco del rituale; La “trasgressiva consapevole e pentita” invece si rende conto del meccanismo perverso di acquisizione del piacere fino a voler interrompere il rituale, ma non vi riesce. Come suggerisce la stessa definizione, una persona “trasgressiva consapevole e compiaciuta”, invece, è conscia del problema ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al piacere che il rituale induce.

Quale terapia scegliere?

Una delle terapie più efficaci nel trattamento del disturbo da vomiting, è la Terapia breve Strategica. Questa psicoterapia è incentrata sul qui ed ora, e cerca di favorire il superamento di tale problematica attraverso specifiche tecniche e strategie. La “sindrome da vomito” come già accennato, pur avendo delle somiglianze con le problematiche di anoressia e bulimia, è un vero e proprio disturbo a sé, per tale motivo è importante impostare una terapia specifica per tale tipo di problematica. La terapia breve strategica fornisce soluzioni efficaci ed efficienti per questo tipo di problematica.

Se vuoi saperne di più sul vomiting e sui disturbi del comportamento alimentare, oppure per fissare una consulenza, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure via mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

La concentrazione nello sport è la capacità di un atleta di mantenere il proprio compito. Per un atleta l’attenzione implica focalizzarsi sui segnali ambientali rilevanti e mantenere il giusto livello di tensione. Nell’ambito dello sport questa abilità è appunto chiamata concentrazione.

Concentrazione e segnali ambientali

Il modello di attenzione più popolare nello sport è stato sviluppato da Robert Niedeffer (Theory of Attentional and Personal Style), il quale propone due dimensioni di attenzione: uno relativo alla direzione (esterna o interna), l’altro all’ampiezza (estesa o ristretta).

Per un atleta i segnali ambientali possono essere sia esterni (avversario, allenatore, spettatori) che interni (pensieri, immagini, sensazioni fisiche) e la loro ampiezza può influire sulle modalità di percezione, ampliandone o limitandone l’intensità. I segnali esterni e interni forniscono all’atleta le informazioni necessarie per una prestazione ottimale. In ogni situazione sportiva, un numero enorme di segnali è disponibile per l’atleta, alcuni di essi sono estremamente rilevanti, altri sono irrilevanti e ne possono danneggiare le prestazioni. La concentrazione sui segnali irrilevanti può tradursi in una diminuzione della qualità delle sue prestazioni. 

Attenzione ed eccitazione

All’aumentare dell’eccitazione, l’attenzione dell’atleta inizia a restringersi. Quando l’atleta si trova nella sua zona di prestazione ottimale, è in grado di concentrarsi su segnali pertinenti e ignorare quelli irrilevanti. Pertanto, il restringimento dell’attenzione cancella tutti gli spunti irrilevanti e consente di mantenere il focus su quelli rilevanti. Se l’eccitazione aumenta ulteriormente, l’attenzione continua a restringersi e gli spunti rilevanti vengono disattivati, causando un calo delle prestazioni. Per contro, in condizioni di scarsa eccitazione, la concentrazione dell’attenzione è molto ampia e l’atleta raccoglie segnali sia pertinenti che irrilevanti.

Alti livelli di eccitazione possono anche essere fonte di distrazione. Infatti, oltre ad eliminare gli spunti rilevanti, un’eccitazione elevata può anche ridurre la capacità di un atleta di selezionare uno stimolo alla volta. Di conseguenza, la distrazione riduce la capacità dell’atleta di discriminare tra segnali rilevanti e irrilevanti e di concentrarsi su quelli rilevanti. Quando ciò accade, l’atleta tende a subire improvvisi e significativi cali di prestazione. 

Quindi la concentrazione è importante quando si pratica sport?

La risposta è ovviamente affermativa, essa ci mantiene focalizzati sul presente, ci dà la possibilità di ignorare le distrazioni, ci consente di gestire meglio l’ansia o l’eccitazione eccessiva, ci permette di vedere le cose in anticipo e di notare quei piccoli dettagli che possono fornire un vantaggio. La concentrazione si riferisce principalmente a quella condizione psicologica di attenzione in cui gli individui sono in grado di elaborare selettivamente alcune fonti di informazione, ignorandone altre.

L’interesse della ricerca sulla concentrazione si basa principalmente su due aree. La prima riguarda lo studio del fallimento delle abilità sotto pressione; ci sono prove evidenti che il fallimento delle abilità può derivare dal reinvestimento dei processi di controllo cosciente. In secondo luogo, i ricercatori hanno studiato l’efficacia degli stimoli dei focolai esterni ed interni dell’attenzione durante l’apprendimento e le prestazioni qualificate.

Il termine concentrazione incarna un elemento del costrutto multidimensionale dell’attenzione. Nella letteratura sulla psicologia dello sport, il termine è stato particolarmente importante nello studio del fallimento delle abilità sotto pressione e nel regno dell’acquisizione delle abilità. Le strategie di concentrazione sono una componente chiave delle routine mentali che le persone impiegano prima di eseguire abilità auto-stimolate.

Come migliorare la concentrazione?

Spesso pensiamo che per la concentrazione si possa ottenere solamente continuando ad applicarci e ad esercitarci. L’esercizio è sicuramente fondamentale in quanto ci permette di apprendere efficacemente una determinata una capacità. Tuttavia senza un costante esercizio rischiamo di perdere rapidamente la nuova competenza appresa. Se per alcune settimane non ripetiamo una particolare azione di gioco oppure un movimento tecnico, rischiamo di non riuscire a riproporlo con la stessa accuratezza con cui l’avevamo imparato. Tuttavia sarebbe necessario coordinare l’esercizio fisico con attività che possano distrarre da un eccesso di concentrazione. Altrimenti la performance rischia di non essere efficace, ma può diventare una vera e propria ossessione. E di conseguenza anche la concentrazione si riduce e non è più realmente funzionale.

L’esercizio deve essere concluso quando iniziamo a non avere buone prestazioni, la concentrazione deve quindi essere spostata in un’ottica di maggiore consapevolezza, facendo sedimentare nella mente l’intensità dell’emozione.

Approfondiremo le tematiche della performance e della concentrazione in ulteriori articoli del mio blog. Se vuoi saperne di più contattami al 340.41.90.915 o scrivimi nei miei contatti.

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Tag: concentrazione, performance, sport

Con Generazione Z (spesso abbreviata in Gen Z) si identifica la generazione che segue quella dei cosiddetti  Millennials ed è generalmente circoscritta ai i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, in particolare i giovani nati tra il 1995 e il 2012.

I millenials e la generazione Z

La generazione dei Millenials ha avuto il merito di avviare quella rivoluzione digitale che ha avuto un impatto devastante sulle abitudini e sui comportamenti dei giovani, e non solo. La successiva Generazione Z ha dilatato oltre ogni precedente limite l’impiego delle tecnologie digitali. Questa è la prima generazione che attraverso l’uso di internet incarna pienamente l’idea di globalizzazione: un mondo multiculturale e senza frontiere. 

I giovani Gen Z si trovano a proprio agio con la tecnologia digitale e i social media, hanno usato Internet sin da piccoli, spesso possiedono uno smartphone sin dall’età scolare (o addirittura pre-scolare), dimostrano grande dimestichezza con le app di messaggistica su dispositivi mobile o piattaforme online, in pratica non hanno mai visto il mondo senza Internet.

Come comunica la generazione Z

Stante queste premesse, i ragazzi sono abituati a comunicare in maniera rapida ed essenziale, la velocità è il parametro di riferimento primario e per questo la loro attenzione ha una soglia molto bassa, 8 secondi circa, il tempo cioè di un messaggino di pochi caratteri o di una immagine su Twitter o Instagram. Questo è anche uno dei motivi che spinge i pubblicitari a creare spot commerciali sempre più essenziali, basati sul potere evocatorio delle immagini e condite con un sottofondo musicale accattivante. Infatti le campagne di marketing mirate alla Generazione Z ruotano attorno alla narrazione, ai video esplicativi e ad altre sofisticate forme di visualizzazione.

Il multitasking è uno dei tratti positivi della Generazione Z. Grazie alla capacità di elaborare e assorbire molte informazioni in brevissimo tempo, i ragazzi della Gen Z possono facilmente gestire più attività contemporaneamente. Secondo uno studio il 44% degli adolescenti usa il computer per fare i compiti ed il 48% guarda video relativi alla scuola. Secondo le statistiche, dal 50% al 76% degli studenti di Gen Z riferisce di ascoltare musica, inviare messaggi di testo, guardare la TV o utilizzare i social media mentre fanno i compiti a casa. 

I Gen Zers preferiscono connettersi con i loro compagni studenti e insegnanti su siti di social media quali Facebook. Gli insegnanti possono trovare su Facebook le istruzioni sulle modalità migliori per insegnare ai “ragazzi digitali”; lo stesso social network raccomanda agli insegnanti di creare gruppi di chiusi per bambini e genitori per condividere non solo i compiti a casa, ma anche informazioni relative alla scuola, alle attività in classe, alle gite etc.. Il 55% riferisce inoltre che fare qualcos’altro insieme ai compiti a casa non influisce sulla loro produttività e in alcuni casi addirittura la aumenta. E’ un fatto assodato che questa è una generazione di self learner, ossia di soggetti che trovano più adatta alle loro caratteristiche la formazione online rispetto a quella tradizionale.

Una descrizione della Generazione Z

Essere indipendenti, sicuri di sé e autonomi sono alcune delle caratteristiche chiave della Generazione Z, che non si affida ai propri genitori come facevano le precedenti generazioni di adolescenti. Il motivo è che Internet e le tecnologie digitali consentono loro di iniziare a guadagnare molto prima rispetto ai millennial, le stesse abilità di multitasking li aiutano a combinare studio e lavoro. 

Spesso la famiglia si trova a non essere in grado di educare ad un uso consapevole del web, e soprattutto a come utilizzarlo. Anche gli adulti hanno spesso comportamenti poco adeguati ed un uso eccessivo della rete e dei social network. La cosa più pericolosa è la bassa consapevolezza dei rischi connessi alla rete e ai social in generale.

I ragazzi della Gen Z sono sicuramente attenti all’ambiente, stimano lo stile di vita ecologico e sano molto più di qualsiasi generazione precedente, sono partecipi nell’impegno sociale e consapevoli del loro ruolo, sono pieni di ambizioni ma anche di insicurezze riguardo alla possibilità di riuscire a cambiare il mondo.

Basterà tutto questo a preservarli dai rischi di un futuro ansioso e stressante? Cosa possiamo fare per aiutarli? E’ fondamentale parlare sempre di più del digitale, formarli ad usare le nuove tecnologie con criterio ed in maniera utile. Orientarli a seconda delle loro motivazioni e talenti. Come spesso dico durante i miei seminari, cercare di parlare la loro lingua, discutere, confrontarsi e fare in modo di far “girare i loro ingranaggi”. Usare il dialogo in modo che possano essere continuamente stimolati.

Se sei un genitore e vuoi maggiori informazioni contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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“Generazione Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologici e iperconnessa” Ettore Guarnaccia.

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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

Contattami per saperne di più o per fissare una consulenza, il mio numero è il 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: concentrazione, performance, sport

Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.

La gestione delle emozioni è infatti un’abilità importante per riuscire a vivere una vita con soddisfazioni e un discreto benessere psico fisico. Può aiutare anche a gestire le nostre reazioni e comportamenti, rispondendo in maniera efficace ed efficiente rispetto a quanto ci succede interiormente. Quindi è possibile sottostimare un’emozione quando non è appropriata oppure sottolinearne un’altra quando necessario.

Come gestire le emozioni?

Il seguente approccio “stop, drop e process” può essere di grande aiuto per migliorare le nostre capacità di gestire le emozioni:

  • stop: questo può essere il più difficile di tutti e tre i passaggi perché vie la necessità di una grande forza di volontà. La prossima volta che le vostre emozioni sono così forti che sentite un forte bisogno di agire, rispetto al quale potreste pentirvi in seguito, fermatevi! E pensate! Iniziate a cercare spunti, pensieri e sentimenti che hanno aggravato quel comportamento.
  • Drop: è poi necessario impegnarsi in un’attività differente, che vi aiuterà a calmarvi. Senza far cadere l’intensità delle vostre emozioni potreste non essere mai in grado di pensare in modo chiaro e razionale.
  • Process: ora sarete in una posizione migliore per pensare a tutto e trovare una reazione appropriata. Prima di tutto, identificate le emozioni che sentite. Una volta che avete percepito con maggiore esattezza, quello che state provando, provate a pensare come mai vi trovate in quella particolare emozione. A questo punto diventerà più semplice anche trovare la reazione più adeguata a seconda della situazione e del contesto.

Se senti di essere in una situazione emotiva difficile, e di non riuscire a trovare soluzioni efficaci, per gestire le emozioni, contattami al 340.41.90.915 per avere maggiori informazioni, oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

Il vomiting – o sindrome da vomito – è una forma di disturbo alimentare basato sulla sequenza: consumo di grandi quantità di cibo e sua espulsione attraverso il vomito. Chi è affetto da questa patologia inizialmente usa il vomito come soluzione per non ingrassare pur continuando a mangiare in modo eccessivo, ma con la reiterazione del comportamento scopre rapidamente il piacere quasi sensuale del rituale “mangiare-vomitare”.

Conosciamo meglio cos’è il vomiting

Il vomiting è stato considerato una variante dell’anoressia e della bulimia, tuttavia, pur riconoscendo una base anoressica o bulimica, il soggetto percorre un particolare iter che lo porta ad abbuffarsi e vomitare per il puro piacere di farlo. Inizialmente queste persone usano il vomito come soluzione per cercare di controllare il proprio peso, infatti grazie a questa tecnica riescono a soddisfarsi di cibo, ad abbuffarsi, senza ingrassare.

Gradualmente, però, finisce col diventare un momento al quale la persona non riesce a rinunciare per la forma di compulsione basata sul piacere che la sequenza comporta. In primo luogo si anticipa con la fantasia ed il pensiero, il momento dell’abbuffata, poi si mangia il più possibile sino a sentirsi piena. Infine si espelle il cibo attraverso il vomito.

Queste fasi danno alla persona un piacere che nessun’altra attività è in grado di fornire e spesso un effetto del disturbo è proprio l’inibizione di tutti gli altri piaceri della propria vita, compreso quello sessuale.

La sequenza del Vomiting

Ma descriviamo con più attenzione le tre fasi della sindrome del vomito. La fase iniziale è detta fase eccitatoria, nella quale si proietta l’ immagine dell’abbuffata, ci si immagina cosa mangeremo; successivamente vi è la fase consumatoria durante la quale si ingurgita tutto il cibo messo a disposizione fino a riempirsi e a sentir il bisogno di espellere ciò che si è appena ingerito; ed infine, in ultima battuta, c’è la fase liberatoria, costituita appunto dal vomito.

Come si struttura il vomiting

Si possono identificare tre tipologie di persone affette dal disturbo:

  • Trasgressive inconsapevoli;
  • Trasgressive consapevoli e pentite;
  • Trasgressive consapevoli e compiaciute.

La persona “trasgressive inconsapevole” è di solito una persona giovane, cognitivamente ignara del piacere intrinseco del rituale; La “trasgressiva consapevole e pentita” invece si rende conto del meccanismo perverso di acquisizione del piacere fino a voler interrompere il rituale, ma non vi riesce. Come suggerisce la stessa definizione, una persona “trasgressiva consapevole e compiaciuta”, invece, è conscia del problema ma non ha alcuna intenzione di rinunciare al piacere che il rituale induce.

Quale terapia scegliere?

Una delle terapie più efficaci nel trattamento del disturbo da vomiting, è la Terapia breve Strategica. Questa psicoterapia è incentrata sul qui ed ora, e cerca di favorire il superamento di tale problematica attraverso specifiche tecniche e strategie. La “sindrome da vomito” come già accennato, pur avendo delle somiglianze con le problematiche di anoressia e bulimia, è un vero e proprio disturbo a sé, per tale motivo è importante impostare una terapia specifica per tale tipo di problematica. La terapia breve strategica fornisce soluzioni efficaci ed efficienti per questo tipo di problematica.

Se vuoi saperne di più sul vomiting e sui disturbi del comportamento alimentare, oppure per fissare una consulenza, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure via mail a studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, vomiting

La concentrazione nello sport è la capacità di un atleta di mantenere il proprio compito. Per un atleta l’attenzione implica focalizzarsi sui segnali ambientali rilevanti e mantenere il giusto livello di tensione. Nell’ambito dello sport questa abilità è appunto chiamata concentrazione.

Concentrazione e segnali ambientali

Il modello di attenzione più popolare nello sport è stato sviluppato da Robert Niedeffer (Theory of Attentional and Personal Style), il quale propone due dimensioni di attenzione: uno relativo alla direzione (esterna o interna), l’altro all’ampiezza (estesa o ristretta).

Per un atleta i segnali ambientali possono essere sia esterni (avversario, allenatore, spettatori) che interni (pensieri, immagini, sensazioni fisiche) e la loro ampiezza può influire sulle modalità di percezione, ampliandone o limitandone l’intensità. I segnali esterni e interni forniscono all’atleta le informazioni necessarie per una prestazione ottimale. In ogni situazione sportiva, un numero enorme di segnali è disponibile per l’atleta, alcuni di essi sono estremamente rilevanti, altri sono irrilevanti e ne possono danneggiare le prestazioni. La concentrazione sui segnali irrilevanti può tradursi in una diminuzione della qualità delle sue prestazioni. 

Attenzione ed eccitazione

All’aumentare dell’eccitazione, l’attenzione dell’atleta inizia a restringersi. Quando l’atleta si trova nella sua zona di prestazione ottimale, è in grado di concentrarsi su segnali pertinenti e ignorare quelli irrilevanti. Pertanto, il restringimento dell’attenzione cancella tutti gli spunti irrilevanti e consente di mantenere il focus su quelli rilevanti. Se l’eccitazione aumenta ulteriormente, l’attenzione continua a restringersi e gli spunti rilevanti vengono disattivati, causando un calo delle prestazioni. Per contro, in condizioni di scarsa eccitazione, la concentrazione dell’attenzione è molto ampia e l’atleta raccoglie segnali sia pertinenti che irrilevanti.

Alti livelli di eccitazione possono anche essere fonte di distrazione. Infatti, oltre ad eliminare gli spunti rilevanti, un’eccitazione elevata può anche ridurre la capacità di un atleta di selezionare uno stimolo alla volta. Di conseguenza, la distrazione riduce la capacità dell’atleta di discriminare tra segnali rilevanti e irrilevanti e di concentrarsi su quelli rilevanti. Quando ciò accade, l’atleta tende a subire improvvisi e significativi cali di prestazione. 

Quindi la concentrazione è importante quando si pratica sport?

La risposta è ovviamente affermativa, essa ci mantiene focalizzati sul presente, ci dà la possibilità di ignorare le distrazioni, ci consente di gestire meglio l’ansia o l’eccitazione eccessiva, ci permette di vedere le cose in anticipo e di notare quei piccoli dettagli che possono fornire un vantaggio. La concentrazione si riferisce principalmente a quella condizione psicologica di attenzione in cui gli individui sono in grado di elaborare selettivamente alcune fonti di informazione, ignorandone altre.

L’interesse della ricerca sulla concentrazione si basa principalmente su due aree. La prima riguarda lo studio del fallimento delle abilità sotto pressione; ci sono prove evidenti che il fallimento delle abilità può derivare dal reinvestimento dei processi di controllo cosciente. In secondo luogo, i ricercatori hanno studiato l’efficacia degli stimoli dei focolai esterni ed interni dell’attenzione durante l’apprendimento e le prestazioni qualificate.

Il termine concentrazione incarna un elemento del costrutto multidimensionale dell’attenzione. Nella letteratura sulla psicologia dello sport, il termine è stato particolarmente importante nello studio del fallimento delle abilità sotto pressione e nel regno dell’acquisizione delle abilità. Le strategie di concentrazione sono una componente chiave delle routine mentali che le persone impiegano prima di eseguire abilità auto-stimolate.

Come migliorare la concentrazione?

Spesso pensiamo che per la concentrazione si possa ottenere solamente continuando ad applicarci e ad esercitarci. L’esercizio è sicuramente fondamentale in quanto ci permette di apprendere efficacemente una determinata una capacità. Tuttavia senza un costante esercizio rischiamo di perdere rapidamente la nuova competenza appresa. Se per alcune settimane non ripetiamo una particolare azione di gioco oppure un movimento tecnico, rischiamo di non riuscire a riproporlo con la stessa accuratezza con cui l’avevamo imparato. Tuttavia sarebbe necessario coordinare l’esercizio fisico con attività che possano distrarre da un eccesso di concentrazione. Altrimenti la performance rischia di non essere efficace, ma può diventare una vera e propria ossessione. E di conseguenza anche la concentrazione si riduce e non è più realmente funzionale.

L’esercizio deve essere concluso quando iniziamo a non avere buone prestazioni, la concentrazione deve quindi essere spostata in un’ottica di maggiore consapevolezza, facendo sedimentare nella mente l’intensità dell’emozione.

Approfondiremo le tematiche della performance e della concentrazione in ulteriori articoli del mio blog. Se vuoi saperne di più contattami al 340.41.90.915 o scrivimi nei miei contatti.

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Tag: concentrazione, performance, sport

Con Generazione Z (spesso abbreviata in Gen Z) si identifica la generazione che segue quella dei cosiddetti  Millennials ed è generalmente circoscritta ai i nati tra la seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000, in particolare i giovani nati tra il 1995 e il 2012.

I millenials e la generazione Z

La generazione dei Millenials ha avuto il merito di avviare quella rivoluzione digitale che ha avuto un impatto devastante sulle abitudini e sui comportamenti dei giovani, e non solo. La successiva Generazione Z ha dilatato oltre ogni precedente limite l’impiego delle tecnologie digitali. Questa è la prima generazione che attraverso l’uso di internet incarna pienamente l’idea di globalizzazione: un mondo multiculturale e senza frontiere. 

I giovani Gen Z si trovano a proprio agio con la tecnologia digitale e i social media, hanno usato Internet sin da piccoli, spesso possiedono uno smartphone sin dall’età scolare (o addirittura pre-scolare), dimostrano grande dimestichezza con le app di messaggistica su dispositivi mobile o piattaforme online, in pratica non hanno mai visto il mondo senza Internet.

Come comunica la generazione Z

Stante queste premesse, i ragazzi sono abituati a comunicare in maniera rapida ed essenziale, la velocità è il parametro di riferimento primario e per questo la loro attenzione ha una soglia molto bassa, 8 secondi circa, il tempo cioè di un messaggino di pochi caratteri o di una immagine su Twitter o Instagram. Questo è anche uno dei motivi che spinge i pubblicitari a creare spot commerciali sempre più essenziali, basati sul potere evocatorio delle immagini e condite con un sottofondo musicale accattivante. Infatti le campagne di marketing mirate alla Generazione Z ruotano attorno alla narrazione, ai video esplicativi e ad altre sofisticate forme di visualizzazione.

Il multitasking è uno dei tratti positivi della Generazione Z. Grazie alla capacità di elaborare e assorbire molte informazioni in brevissimo tempo, i ragazzi della Gen Z possono facilmente gestire più attività contemporaneamente. Secondo uno studio il 44% degli adolescenti usa il computer per fare i compiti ed il 48% guarda video relativi alla scuola. Secondo le statistiche, dal 50% al 76% degli studenti di Gen Z riferisce di ascoltare musica, inviare messaggi di testo, guardare la TV o utilizzare i social media mentre fanno i compiti a casa. 

I Gen Zers preferiscono connettersi con i loro compagni studenti e insegnanti su siti di social media quali Facebook. Gli insegnanti possono trovare su Facebook le istruzioni sulle modalità migliori per insegnare ai “ragazzi digitali”; lo stesso social network raccomanda agli insegnanti di creare gruppi di chiusi per bambini e genitori per condividere non solo i compiti a casa, ma anche informazioni relative alla scuola, alle attività in classe, alle gite etc.. Il 55% riferisce inoltre che fare qualcos’altro insieme ai compiti a casa non influisce sulla loro produttività e in alcuni casi addirittura la aumenta. E’ un fatto assodato che questa è una generazione di self learner, ossia di soggetti che trovano più adatta alle loro caratteristiche la formazione online rispetto a quella tradizionale.

Una descrizione della Generazione Z

Essere indipendenti, sicuri di sé e autonomi sono alcune delle caratteristiche chiave della Generazione Z, che non si affida ai propri genitori come facevano le precedenti generazioni di adolescenti. Il motivo è che Internet e le tecnologie digitali consentono loro di iniziare a guadagnare molto prima rispetto ai millennial, le stesse abilità di multitasking li aiutano a combinare studio e lavoro. 

Spesso la famiglia si trova a non essere in grado di educare ad un uso consapevole del web, e soprattutto a come utilizzarlo. Anche gli adulti hanno spesso comportamenti poco adeguati ed un uso eccessivo della rete e dei social network. La cosa più pericolosa è la bassa consapevolezza dei rischi connessi alla rete e ai social in generale.

I ragazzi della Gen Z sono sicuramente attenti all’ambiente, stimano lo stile di vita ecologico e sano molto più di qualsiasi generazione precedente, sono partecipi nell’impegno sociale e consapevoli del loro ruolo, sono pieni di ambizioni ma anche di insicurezze riguardo alla possibilità di riuscire a cambiare il mondo.

Basterà tutto questo a preservarli dai rischi di un futuro ansioso e stressante? Cosa possiamo fare per aiutarli? E’ fondamentale parlare sempre di più del digitale, formarli ad usare le nuove tecnologie con criterio ed in maniera utile. Orientarli a seconda delle loro motivazioni e talenti. Come spesso dico durante i miei seminari, cercare di parlare la loro lingua, discutere, confrontarsi e fare in modo di far “girare i loro ingranaggi”. Usare il dialogo in modo che possano essere continuamente stimolati.

Se sei un genitore e vuoi maggiori informazioni contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi una mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

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“Generazione Z. Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologici e iperconnessa” Ettore Guarnaccia.

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“Ho paura di amare ma non so come uscirne”

11 Febbraio 2020

I sintomi della bulimia sono di solito associati a grandi difficoltà dal punto di vista emotivo. Spesso nella pratica clinica mi sono trovato ad affrontare situazioni nelle quali il cibo diventa un potente strumento per la gestione delle emozioni. Una paziente recentemente ha descritto il cibo e l’abbuffarsi come l’unico momento importante della sua giornata, il momento in cui

finalmente è possibile lasciarsi andare e perdere il controllo”.

L’assunzione smodata di cibo viene percepita come un modo per stare bene, per sentirsi meglio, tuttavia questo momento di pace e rifugio può diventare un vero e proprio momento di tribolazione in conseguenza del fatto di non essere in grado di gestire il proprio comportamento. Attraverso l’articolo vedremo cosa si intende per bulimia, descrivendo nello specifico i sintomi che la caratterizzano.

Bulimia sintomi e aspetti fondamentali

Come già sottolineato, spesso il cibo può diventare un vero e proprio rifugio, l’unico momento di reale tranquillità, il momento nel quale il soggetto ha la sensazione che l’assunzione di cibo permetta di gestire e controllare le emozioni. La dinamica che può venire ad instaurarsi nel soggetto bulimico è una sfrenata tendenza ad abbuffarsi, ad ingurgitare qualsiasi tipo di alimento in maniera incontrollabile, provando piacere nel gustare il cibo e nell’ingozzarsi. Tuttavia aleggia sempre in lui la sensazione di una discreta e continua paura di poter perdere il controllo, di non essere in grado di esercitare un freno o una qualche forma di autodisciplina. Nel soggetto bulimico si svolge una costante battaglia per tentare di controllare il desiderio di mangiare, ma in realtà ottiene solo l’effetto contraddittorio e paradossale di lasciarsi andare a vere proprie abbuffate. 

In altre parole più si cerca di controllare il piacere nei confronti del cibo e più si ottiene l’effetto contrario di una perdita di controllo, e quindi il rischio di abbuffarsi. 

Una paziente sottolinea che spesso durante la giornata pensa al momento in cui potrà abbuffarsi in pace appena finito il lavoro; si controlla durante tutto il pomeriggio, per poi potersi lasciare andare nell’orario serale una volta rientrata a casa. Le emozioni che vive sono contrastanti, da un lato una sorta di senso di colpa, mitigato però dal sentirsi piena e soddisfatta dopo aver mangiato un po’ di tutto: sia dolce che salato. Questa sensazione di tranquillità che si vive dopo un’abbuffata è proprio quello che viene ricercato: un rifugio, un momento di serenità rispetto alle proprie difficoltà ed insicurezze. 

Quali tipologie di bulimia?

Per rispondere a questa domanda, facciamo riferimento agli studi condotti dal Prof. Giorgio Nardone presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. A seguito del lavoro di ricerca le forme di bulimia sono state distinte in:

Bulimia Boteriana: richiamati dal nome del celebre pittore e dagli altrettanto celebri personaggi sovrappeso dei suoi dipinti, in questa categoria rientrano i soggetti che si possono definire “obesi”, nei quali sono presenti anche disfunzioni di carattere organico oltre che psicologico. Solitamente si tratta di persone ben adattate alla loro situazione, che proprio per il fatto di avere accettato la propria condizione, il proprio aspetto fisico, si sentono incapaci di mettersi a dieta e vivono con soddisfazione la dipendenza dal cibo. Ritroviamo in loro il regime di disordine alimentare che richiama la sequenza classica sopra descritta: l’incapacità di riuscire a gestire le proprie reazioni, una sorta di perdita di controllo dei propri comportamenti, il cibo come strumento per trovare serenità e non provare sentimenti ed emozioni negative. 

“Carciofo”: è una categoria nella quale ritroviamo soggetti che periodicamente tentano di mettersi a dieta ma non resistono per molto tempo e ricadono regolarmente in abbuffate. Sono persone che vedono nell’essere sovrappeso una sorta di difesa naturale rispetto al mondo esterno: il cibo e l’aspetto fisico come “protezione relazionale”.

Yo- Yo: all’interno di questa categoria ritroviamo quelle persone che passano alternativamente ed in maniera conscia dal peso forma ai chili in eccesso, alternando periodi di dieta a periodi di stravizi. Spesso questi soggetti riescono a rimanere a dieta per alcuni periodi ristretti, per poi perdere completamente il controllo, concedersi il piacere del cibo e riacquistare il peso. Si alterna quindi una sorta di “controllo” a momenti in cui vi è una quasi totale “perdita di controllo”. Recentemente una paziente ha descritto in maniera chiara questo tipo comportamento:

Avrei voluto evitare di mangiare il dolce portato a scuola dai miei alunni, ero a dieta, ma non ho resistito e l’ho mangiato. Non ho rispettato la dieta e poi tornata a casa ho continuato a mangiare senza freni”. 

In alcune situazioni la bulimia può essere anche accompagnata da comportamenti che cercano di ridurre e prevenire l’aumento di peso, ad esempio auto-inducendosi il vomito, oppure assumendo lassativi o diuretici, oppure attraverso un eccessivo aumento dell’esercizio fisico, oppure ancora attraverso momenti di vero e proprio digiuno. 

Bulimia e terapia

La Terapia Breve Strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira, con tecniche personalizzate, a favorire un riappropriarsi del piacere del cibo, senza costrizioni ma attraverso una logica del tutto paradossale. Per spiegarmi meglio, le tecniche che vengono utilizzate in un percorso strategico breve lavorano in modo che la persona possa riacquistare nuovamente il piacere nei confronti con il cibo, senza rimanerne schiava, favorendo anzi lo sblocco della sintomatologia ed il ritrovamento di una modalità funzionale nei confronti del cibo. 

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Tag: bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

La concentrazione nello sport è un aspetto chiave che va “allenato” così come si allenano e si curano la preparazione fisica, gli aspetti tecnici, tattici e quelli di squadra. Per poter ottenere prestazioni speciali non basta raggiungere il top nella performance in una sola occasione, è necessario e fondamentale mantenere i risultati nel tempo. Solo attraverso una costante applicazione, un impegno continuo ed il superamento dei limiti personali è possibile ottenere e mantenere prestazioni di assoluto livello. L’articolo di oggi mira a porre in primo piano i ruoli della concentrazione e della motivazione, all’interno della prestazione sportiva.(

Concentrazione e sport

La concentrazione può essere definita come la capacità di focalizzare e mantenere la percezione di una certa realtà su uno specifico aspetto di quella stessa realtà. Inoltre si tratta della capacità che ci permette di essere flessibili, di selezionare i vari stimoli che quella particolare realtà ci trasmette e di fornire risposte in maniera efficace a livello comportamentale. Attraverso la concentrazione siamo quindi in grado di percepire e di interagire con la realtà in tempi rapidi, consentendo risposte ottimali nella prestazione sportiva. L’atleta attraverso la concentrazione utilizza le risorse necessarie per ottenere la migliore performance.

Una mente poco allenata farà fatica a leggere una situazione di gioco oppure a capire quanto sta succedendo nel corso della partita. Se invece la mente è allenata e riesce ad ottenere e a mantenere in tempi rapidi la giusta dose di concentrazione, non troverà difficoltà a concentrarsi su quanto sta accadendo nel qui ed orae renderà la prestazione davvero produttiva.

Concentrazione e determinazione

Per spingersi ad ottenere prestazioni davvero efficaci non si può fare a meno di parlare della determinazione. Riuscire a resistere alle difficoltà che si incontrano, superare gli ostacoli che potrebbero apparire insormontabili: solo un’alta motivazione permette di raggiungere grandi risultati e la determinazione è lo stimolo che la sollecita e la mantiene viva. Spesso la determinazione passa attraverso l’esperienza, perché affrontando difficoltà e problematiche si sviluppa una capacità di resilienza e una motivazione sempre maggiore.

Come migliorare la concentrazione

Per comprendere meglio il meccanismo della concentrazione è necessario introdurre il concetto di emozione. Nel corso di una prestazione sportiva i nostri sensi si concentrano sulla realtà (il “qui ed ora”), determinando lo sviluppo di una ben specifica emozione in funzione di quanto percepito. Tale emozione andrà ad influenzare in maniera inconscia la nostra reazione a quanto sta succedendo (cioè alla realtà) e di conseguenza nel contempo influenzerà anche la nostra concentrazione. Ogni emozione può favorire una diversa modalità di reazione alla realtà.

Ad esempio la paura. La paura è un’emozione anche positiva, una sensazione che ci allerta e ci stimola in qualche modo a “sentire e vedere” aspetti della realtà che se fossimo tranquilli potremmo non percepire. La paura può dare scariche di adrenalina positive, che spingono a reazioni di maggiore concentrazione e a prestazioni superiori. In altre parole: è il modo in cui noi viviamo una specifica emozione che può rivelarsi un limite o una risorsa, che può aumentare o diminuire la nostra concentrazione e di conseguenza la nostra performance sportiva.

Concentrazione e pensieri

Un’altra discriminante nella gestione delle prestazioni sportive viene anche dalle modalità di gestione dei nostri pensieri. Esercitarsi nel focalizzare i pensieri in un’unica direzione, senza alimentare quelli negativi, lasciando che il fluire del pensiero sia costruttivo e positivo, è fondamentale ai fini di una performance di successo. Vi consiglio di provare a concentrare i pensieri più invasivi in piccole porzioni di tempo pre-gara. Ad esempio, se siete molto preoccupati per la partita del pomeriggio, già a partire dalla mattinata impegnate cinque minuti ogni due ore e provate a concentrare i pensieri negativi che vi scoraggiano. Concentrare i pensieri aiuta a fare in modo che non siano presenti tutto il tempo pre-gara, inoltre calarsi in questi pensieri crea una reazione paradossale, più ci pensiamo e meno fanno realmente paura. “Pensare i pensieri” aiuta a ridurne l’impatto negativo sulla gara.

Se vuoi saperne di più su come prepararti prima di una gara o di una partita, o come concentrarti per ottenere una performance di successo, contattami in privato al 340.41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Lemetofobia, meglio nota come fobia del vomito, è l’esagerato illogico timore di essere improvvisamente soggetti ad una crisi di vomito o di vedere una persona vomitare. Si tratta di una condizione invalidante che rischia di limitare fortemente la vita di una persona, visto che può presentarsi sia nell’infanzia che nell’età adulta.

Fobie ed emetofobia

Le fobie e le monofobie, la paura irrazionale nei confronti di una particolare realtà, possono insorgere a qualsiasi età e può anche essere correlata ad altre paure, come la paura del cibo, i disturbi alimentari e i disturbi ossessivo-compulsivi. La paura del vomito è spesso, ma non sempre, innescata da un’esperienza negativa con il vomito. Il rischio di una crisi può essere maggiore quando un soggetto ricorda di aver vomitato in pubblico o di aver vissuto una lunga esperienza di vomito incontrollabile

Alcuni esperti ritengono che l’emetofobia possa essere collegata all’ansia che accompagna la sensazione di nausea e alla paura di perdita di controllo. Quando il soggetto si trova in compagnia di altre persone o in un luogo molto frequentato (come ad esempio un supermercato, il treno, un mezzo pubblico, il cinema) una crisi di nausea può addirittura sfociare in un attacco di panico. 

Emetofobia e schemi di comportamento

Chi soffre di emetofobia spesso sviluppa alcuni schemi comportamentali molto particolari nel tentativo di proteggersi, ad esempio tenendo un asciugamano vicino al letto durante la notte o identificando il percorso più breve per raggiungere i servizi, quando si trova in un luogo diverso da quelli che frequenta abitualmente.

Molte persone affette da emetofobia avvertono frequenti sintomi di nausea e disturbi digestivi; questi sono sintomi estremamente comuni di ansia e possono portare a un ciclo autoreplicante, nel senso che la paura di vomitare provoca nausea e mal di stomaco che a loro volta stimolano la sensazione di necessità di vomitare.

Le soluzioni disfunzionali

Nel tempo, i soggetti possono arrivare a sviluppare ulteriori paure o ossessioni (ad esempio la paura che gli alimenti non vengano cotti o conservati correttamente, con il rischio di possibili intossicazioni alimentari), oppure a limitare drasticamente la loro dieta o addirittura a rifiutarsi di mangiare per paura di vomitare. In casi estremi, le persone potrebbero persino sviluppare tendenze verso l’anoressia. 

Molte persone che soffrono di emetofobia sviluppano anche sintomi di agorafobia (paura di trovarsi in posti dai quali è difficile scappare o trovare aiuto) o persino di ansia sociale perché possono essere riluttanti a trascorrere del tempo con altre persone per paura di vomitare davanti a loro. E non è nemmeno escluso che possano avere paura che qualcuno vomiti in loro presenza.

Un soggetto emetofobico attraversa un ciclo ripetitivo che è abbastanza simile al ciclo del disturbo da panico; egli infatti mette in atto una “tentata soluzione”, che può comportare sia il tentativo di evitare ad ogni costo la situazione considerata a rischio, oppure rivolgere una richiesta di aiuto ad una persona considerata di fiducia. Questi tentativi di superare la situazione problematica, invece di risolvere il problema lo alimentano e mantengono.

La terapia breve strategica

L’emetofobia può essere trattata con successo con la terapia breve strategica. Un approccio pratico che mira, attraverso specifiche strategie d’intervento, a superare questa problematica e questa paura illogica.

Nella terapia breve strategica non vi è un’esposizione al vomito stesso. La persona affronterà le situazioni e le attività che potrebbero indurlo al vomito, solo una volta superata questa paura. Il lavoro sull’ansia e sulla riduzione della paura, favorisce un riappropriarsi della propria vita, ed affrontare dunque tutte quelle situazioni che in cui potrebbe essere indotto a provare nausea e voglia di vomitare, come sedersi sul sedile posteriore di un’auto, mangiare ai tavoli di un buffet, e così via.

Il vomito è quasi sempre abbastanza spiacevole e il trattamento non cerca di modificarne la percezione; piuttosto, lo scopo del trattamento è quello di aiutare le persone a vivere la propria vita e ad impegnarsi in attività importanti per loro, senza essere limitati da un’eccessiva fobia del vomito.

Se senti di soffrire per una paura eccessiva legata alla sensazione e ansia per il vomito, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi alla mail studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni oppure possiamo fissare un incontro di consulenza.

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Tag: fobie, monofobie, paura, paura di vomitare, Terapia Breve Strategica

La capacità di gestire le emozioni ci permette di realizzare, accettare prontamente e affrontare con successo i sentimenti, in ogni situazione della nostra vita. Quante volte vi sarà capitato di concludere una giornata con una sorta di dispiacere di fondo, magari per non essere riusciti a concludere il lavoro che avevate iniziato. Lo sconforto derivante proprio da tale emozione può diventare ingestibile, portando a vivere male l’intera serata, nascondendo anche quanto di buono fatto, durante la giornata. le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita, comprenderle, gestirle ed imparare a viverle diversamente è di primaria importanza per la nostra crescita personale.

Cosa s’intende per gestione delle emozioni

Molto semplicemente, la capacità di gestione delle emozioni, si riferisce alla capacità di dominare le proprie emozioni. Per sviluppare tale capacità, essere aperti ai propri pensieri e sentimenti non è sufficiente. E’ invece necessaria una flessibilità, nel comprendere i propri pensieri e sentimenti, che vengono generati ogni qual volta i propri valori vengono messi in discussione dalle azioni di una persona o da un evento. Questo è importante perché il cambiamento, del modo di sentire i propri pensieri e vivere i sentimenti, è ciò che aiuta a cambiare le proprie emozioni.

Come reagite a situazioni stressanti? 

Immaginatevi in una di quelle situazioni in cui avete lavorato duramente per settimane, per scoprire che il progetto è stato annullato. Oppure quando vi vengono assegnati molti nuovi incarichi mentre siete già pieni di lavoro. O ancora dover sopportare le provocazioni di un collega particolarmente teso. Riuscire a mantenere il “sangue freddo” in queste situazioni può non essere semplice. Ma proprio per tale motivo è fondamentale gestire le nostre emozioni e reazioni, nella maniera migliore.