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Come smettere di drogarsi da soli

8 Maggio 2019

La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso sia in età adolescenziale che in età adulta. Spesso ne sono colpite le giovani adolescenti che trovano nel cibo una via di fuga dalle dinamiche emotive quotidiane; tuttavia anche in età adulta, sia nel genere femminile che in quello maschile, si riscontrano situazioni in cui il cibo viene utilizzato come “strumento” per sentirsi meglio. In realtà il soggetto bulimico non prova realmente fame, ma vive la sensazione psicologica di un desiderio incontrollabile di cibo.

La bulimia: cos’è?

Con il termine bulimia si indica un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal desiderio incontrollabile di cibo, una tendenza sfrenata ad abbuffarsi, ad ingurgitare compulsivamente qualsiasi alimento. La bulimia conduce fatalmente ad una totale perdita di controllo nei confronti del cibo stesso e di conseguenza alla sensazione di non essere in grado di gestire la propria condotta.

Il soggetto bulimico cerca di controllare il desiderio evitando di mangiare, ma quello che ottiene è l’esatto contrario, ossia più si sforza di non mangiare e più si lascia andare a momenti di vere e proprie abbuffate, concedendosi il cibo senza ritegno. Il bisogno di cibo viene vissuto come un modo di reagire alle difficoltà e alle insicurezze della quotidianità.

I sintomi della bulimia

Tra i principali sintomi della bulimia possiamo annoverare come già sottolineato le ricorrenti abbuffate, episodi che consistono nell’ingurgitare grandi quantità di cibo in tempi relativamente brevi. 

Come nel caso dell’anoressia – ma sotto la spinta di motivazioni psicologiche diverse – sovente tali situazioni sono seguite da comportamenti di compensazione per espellere l’eccesso di alimenti, come ad esempio l’uso di lassativi o la pratica del vomito autoindotto. Altri comportamenti di compensazione sono rappresentati dall’uso di diuretici o addirittura di enteroclismi; in molti casi il soggetto bulimico ricorre anche al digiuno temporaneo o ad un intenso esercizio fisico. 

Molto spesso coloro che circondano il soggetto in difficoltà cercano di spingerlo a mangiare meno, facendogli notare che sta mangiando eccessivamente ed in maniera smodata. Questa modalità di sottolineare le difficoltà (e la possibile patologia) invece che migliorare la situazione la peggiora, inducendo ancora di più nel soggetto uno strato di frustrazione e di rabbia che lo spingerà ad usare il cibo in maniera disfunzionale.

La Terapia Breve Strategica e le possibili soluzioni

Il concetto chiave sul quale impostare una terapia psicologica rispetto alla problematica bulimica è la messa a punto di soluzioni che modifichino le modalità di percezione del soggetto riguardo al cibo e alle dinamiche emotive che si trova ad affrontare ogni giorno. 

Una strategia molto efficace in questi casi è rappresentata dalla scrittura. Riuscire a mettere su carta tutte le dinamiche emotive che ci tormentano permette di “far emergere” gli aspetti emotivi e ci aiuta a ritrovare una maggiore chiarezza interiore. Si tratta comunque di un esercizio difficile al quale non siamo più abituati, perché ormai i messaggini di testo e le chat più o meno lunghe hanno sostituito la scrittura vera e propria. Naturalmente la scrittura dovrà essere accompagnata da una terapia psicologica condotta sotto la guida di uno psicologo esperto, che consenta di mettere in pratica anche quegli accorgimenti terapeutici specifici studiati ad hoc per il soggetto.

Un’altra strategia funzionale consiste nel cercare di riappropriarsi del piacere del cibo mangiando solo durante i tre pasti principali: colazione pranzo e cena. In particolare la cosa fondamentale è mangiare solamente le cose che piacciono di più; lo stratagemma terapeutico consiste nel far passare l’idea che se ci concediamo psicologicamente il piacere di mangiare vi possiamo anche rinunciare, mentre invece se non ce lo concediamo diventa irrinunciabile.

La terapia breve strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira a fornire tecniche personalizzate che consentano al soggetto di trovare soluzioni funzionali, aiutandolo a ritrovare contemporaneamente anche un rinnovato equilibrio emotivo. Il lavoro terapeutico si svolge sia durante le sedute in studio che a casa propria, attraverso l’applicazione di compiti pratici.

Nei prossimi articoli svilupperemo meglio queste tecniche e strategie, nel frattempo continua a seguire il mio blog o per maggiori info contattami

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare

Essere genitore di un figlio ansioso non è semplice. Quali sono i comportamenti funzionali che ci aiutano a gestire l’eccessiva paura dei nostri figli rispetto alla scuola, agli amici o all’attività sportiva? La risposta non è semplice, i consigli che arrivano attraverso la televisione, i giornali, i media in generale, sono spesso contraddittori e buoni per ogni situazione, ma di solito la nostra è una situazione differente. 

Approfondiamo alcuni suggerimenti che i genitori possono iniziare a mettere in atto fin da subito, accorgimenti utili a migliorare la situazione e a gestire con più efficacia le paure dei propri figli. Impariamo a capire cos’è meglio fare e cosa evitare.

Primo: Non rassicurare

La rassicurazione non fa altro che alimentare la paura dei vostri figli; pur volendo aiutarli in ogni modo e farli sentire capiti e compresi, la rassicurazione funziona in ottica disfunzionale, ossia esattamente all’opposto. Più voi lo rassicurate e più vostro figlio in realtà continuerà a provare paura! E’ sicuramente fondamentale fargli sentire che lo capiamo e che stiamo tentando di sintonizzarci con lui, tuttavia rassicurandolo otteniamo l’effetto contrario di mantenere intatte le sue paure e le sue preoccupazioni. 

E’ fondamentale esserci e fargli sentire la vostra presenza, ma dichiarare “Non devi aver paura qua ci sono io” non funziona e rischia di peggiorare la situazione. Vostro figlio si chiederà come potrà fare quando sarà solo o comunque fuori dalle rassicuranti mura domestiche, con il gruppo dei suoi pari, gli amici, a scuola. Può accadere, infatti, che quando vostro figlio si trova a scuola e viene assalito dalla paura, arrivi addirittura a chiamare i genitori per farsi venire a prendere, e di solito il genitore accorre prontamente e si attiva con un comportamento affettivo di rassicurazione. 

Aiuta tuo figlio ad avere uno spazio per le preoccupazioni

Invece di rassicurare, vi consiglio di provare a ricavare uno spazio giornaliero di 15 o 30 minuti, durante il quale chiedere a vostro figlio quali possono essere le sue preoccupazioni per la giornata successiva. Se ad esempio c’è una verifica particolarmente temuta, invece di rassicurarlo provate a fare il contrario e a chiedergli di sviscerare tutti i possibili motivi che lo preoccupano: perché pensa che la verifica potrà andare male, quali possibili stati d’animo vivrà durante lo svolgimento del compito in classe. Quello che potrà accadere, quasi per magia, è che vostro figlio invece di vivere una sensazione negativa di malessere proverà una condizione di tranquillità totalmente nuova per lui. Più ci caliamo nelle nostre peggiori paure e più queste spariscono:la paura affrontata diventa coraggio.

Evita di evitare

Cercatedi fare in modo che vostro figlio impari ad “evitare di evitare”. Ogni “evitamento”- cioè ogni situazione nella quale si tenta di aggirare un ostacolo – può far aumentare la paura, generando una spirale di situazioni che porteranno il ragazzo a non trovare più una via d’uscita dall’ansia. Il primo caso “classico” di evitamento è quello dei banchi di scuola, dove spesso la sensazione di paura e di disagio si acuisce e spinge l’adolescente ad allontanarsi dalla classe e dalla scuola, per rifugiarsi nel tranquillo porto della propria casa. 

Aiutatelo ad “evitare di evitare” facendogli vivere piccole frustrazioni, facendogli sentire che ci siete ma che può farcela ancheda solo, facendogli intravvedere anche i lati positivi di quello che sta facendo e di come “non evitando”le cose possono funzionare anche meglio.

Tre tecniche efficaci, all’apparenza piuttosto semplici ma in realtà molto difficili da applicare perchè controintuitive e paradossali, tre tecniche che ogni genitore con figli ansiosi dovrebbe provare a mettere in atto, se necessario anche con l’aiuto di un terapeuta, nell’ottica di rigenerare lo stato disalute e di benessere del figlio.

Se credi che tuo figlio possa avere una problematica ansiosa che non riesce ad affrontare da solo e rispetto alla quale non riesci ad essere efficace, contattami per maggiori info.

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Tag: adolescenza, ansia, Attacchi di Panico, genitorialità

La Ketamina è un farmaco anestetico parente chimico della fenciclidina, meglio conosciuta come “polvere d’angelo”, segnalata dalla World Health Organization nella “lista dei farmaci essenziali” indispensabili per un ospedale. Come sembrerà chiaro la Ketamina è principalmente un farmaco, i suoi effetti si esplicano sul Sistema Nervoso Centrale (SNC) influenzando la percezione del dolore e stimolando particolari sensazioni.

Il suo impiego principale è come anestetico e proprio per queste sue spiccate caratteristiche fu ampiamente impiegato dagli americani nella guerra del Vietnam.  Recenti studi indicano che bassi dosaggi di Ketamina possono essere addirittura impiegati su pazienti affetti da depressione, per ottenere un miglioramento del tono dell’umore. Tuttavia esiste un’altra faccia della medaglia, legata alla problematicità derivante dall’uso “ricreativo”che viene fatto di tale farmaco.

Comprare droga è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la vita.

Jim Morrison

Ketamina: cos’è e quali effetti esercita.

La Ketamina, formula chimica 2-(2-clorofenil)-2-(metilammino) cicloesanone, è una sostanza liquida, molto simile all’acqua, che può essere ingerita o iniettata per via endovenosa. Per uso ricreativo può essere riscaldata fino ad ottenere per evaporazione una polvere biancastra da sniffare o da ingerire, se compressa in pastiglie.  A seconda del dosaggio si possono sperimentare diversi tipi di effetti. Si passa dalla leggera stimolazione, all’euforia simile a quella causata dal consumo di alcolici, sino a sperimentare uno stato completamente dissociativo molto intenso, che può portare a forti allucinazioni. Il suo uso prolungato può indurre dipendenza.

Come per altre sostanze allucinogene, l’utilizzo della ketamina può condurre ad una profonda esperienza interiore ed onirica, un vero e proprio “viaggio interiore”, una sorta di ingresso in un’altra realtà. Per questo motivo la ketamina viene anche definita sostanza enteogena, ossia sostanza psicoattiva in grado di esercitare un effetto psichedelico o allucinogeno tale da favorire esperienze mistiche e spirituali. Come è facile intuire, quando si vive una esperienza visionaria tale da procurare stati di allucinazione dissociativi tra mente e corpo, il rischio a livello psicologico diventa enorme.

Storia di un abuso

Raccontiamo l’esperienza di consumo di Ketamina di un paziente, Mario (nome di fantasia), che ancora oggi ricorda quei momenti con estrema preoccupazione. Mario era solito frequentare “rave party”, feste di musica autogestite ed illegali, spesso organizzate in aree industriali abbandonate o in spazi aperti come boschi, cave, foreste, con una durata variabile che può arrivare anche ad una settimana. 

Mario racconta che durante i “rave” consumava grandi quantità di sostanze psicotrope, ecstasy, anfetamine e cocaina. Nell’ultimo periodo aveva cominciato ad assumere anche Ketamina e tutto sommato l’esperienza non gli era dispiaciuta, anzi aveva contribuito ad aumentare le sensazioni interiori di viaggio spirituale nella musica. Poi una volta di colpo l’esperienza si è rivelata troppo intensa e da quel momento Mario ha realizzato che era necessario smettere. Era giorno, mattina presto, improvvisamenteMario ha cominciato a vederetutto nero, non c’era più nessuno intorno a lui. D’un tratto dal buio sono comparse delle striscioline verdi, come strani geroglifici; guardandoli meglio si è reso conto che erano gli stessi codici di Matrix, un famoso film di fantascienza di fine anni novanta.

Senza neanche rendersene conto si è sentito leggero e ha iniziato una strana danza, una serie di movimenti istintivi che non riusciva a smettere, in un contesto in cui aveva perso completamente la concezione del rapporto spazio-tempo. Visti dall’esterno, alcuni amici hanno descritto i movimenti di Mario come quelli tipici di un’arte marziale, al punto che al termine della sua esibizione Mario avrebbe dichiarato “sono un maestro di kung fu”. In realtà Mario aveva giocato a pallone da ragazzo e non aveva mai frequentato alcuna palestra di arti marziali. 

Questa esperienza “drogastica” lo aveva lasciato incerto e confuso, disorientato al punto tale di faticare a comprendere la sua reale identità. E’ da quel momento che Mario ha deciso di smettere e dopo alcuni mesi iniziare un percorso di psicoterapia.

Ketamina e dipendenza

La storia di Mario ci fa capire il rischio psicologico nel consumo di Ketamina e la forte dipendenza che può creare a livello mentale questa sostanza. Agendo sui principali centri cerebrali, la Ketamina crea una percezione distorta della realtà, il rischio è che tale distorsione possa permanere anche dopo l’assunzione. La ricerca di realtà alternative a quella nella quale il soggetto vive, rischia di determinare un evitamento della realtà e una difficoltà di gestione delle emozioni e della vita in generale, innescando uno stile di vita totalmente disfunzionale. 

Se senti di avere una problematica con la Ketamina o con altre sostanze d’abuso contattami per avere maggiori informazioni al 340.41.90.915 oppure scrivimi nel form contatti cliccando qui.

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Tag: Ketamina, storie di dipendenza, Terapia Breve Strategica

Essere genitori al giorno d’oggi nasconde numerose insidie, inutile negarlo. I genitori sono sempre più soggetti passivi di un bombardamento mediatico che fornisce informazioni spesso contrastanti e non sempre corrette. Queste informazioni possono facilmente portare il genitore fuori strada, non consentendogli di interpretare con chiarezza il proprio ruolo e di prendere le decisioni più opportune. Nell’articolo di oggi vorrei portare testimonianza dell’intervento di formazione rivolto alla genitorialità da me svolto venerdì della scorsa settimana presso la sede dell’IKEA di Padova, di fronte ad un folto pubblico di genitori.

Il ruolo del genitore

All’inizio dell’intervento ho posto le basi per una migliore comprensione del ruolo genitoriale, sottolineandone l’importanza di un ruolo attivo: attraverso cioè l’apprendimento di strumenti pratici e di competenze “organizzative” esso può diventare un vero e proprio punto di riferimento per i figli. La famiglia come ogni tipo di sistema organizzato necessita di regole, entrambi i genitori devono cercare di costruire un sistema di principi, di direttive, che possa essere il più possibile caratterizzato da una linea comune. Senza un’uniformità nell’organizzazione famigliare si corre il rischio di creare dei circoli viziosi disfunzionali, nell’ambito dei quali i figli approfittano di uno dei due genitori per poter ottenere quello che vogliono, in una prospettiva davvero poco educativa. 

Spesso le problematiche che si vengono a creare con i nostri figli possono essere ridotte oppure completamente risolte attivando due importanti tipologie di risposta:

  • adottando strategie e manovre specifiche per risolvere lo specifico problema;
  • bloccando i tentativi fallimentari che stiamo mettendo in atto, che in realtà non portano alcun beneficio alla soluzione del problema.

La comunicazione

Per risolvere i piccoli problemi che incontriamo con i nostri figli, una possibile soluzione funzionale può essere anche quella di considerare in maniera più accurata ogni scambio comunicativo. La comunicazione ha un ruolo fondamentale per aiutare il genitore ad essere efficace a livello relazionale e per costruire la sintonia affettivo-emotiva più adeguata con il proprio figlio. Chiaramente un genitore che assume una posizione più “morbida” e flessibile potrà attendersi esiti differenti rispetto ad un genitore che manifesta una modalità relazionale autoritaria. Ciò non significa che in alcune situazione non vi sia la necessità di essere maggiormente “direttivi” a fronte di alcune trasgressioni. La cosa fondamentale è quella di trovare una giusta sintonia, “danzando” fra diverse posizioni relazionali a seconda delle differenti situazioni che si vengono a creare nell’interazione con i figli.

I modelli famigliari

Avere consapevolezza di come funziona il proprio sistema famigliare ci può essere d’aiuto per disattivare quei tentativi di soluzione disfunzionali nei confronti dei nostri figli, o meglio per attivare quelli più opportuni a seconda delle situazioni. Attraverso le ricerche condotte dal prof. G. Nardone durante gli anni ‘90 è stato possibile individuare alcuni caratteristici modelli di famiglia, il cui funzionamento può influire negativamente sulla crescita ideale e funzionale dei propri figli. Di seguito i principali modelli di famiglia e genitorialità:

Modello iperprotettivo: i genitori fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per far sì che il proprio figlio possa star bene, anticipandone spesso i bisogni, risolvendo le difficoltà e sostituendosi a lui in tutto e per tutto; 

Modello democratico permissivo: il rapporto è completamente improntato suldialogo tra i componenti della famiglia, vi è una completa parità fra i suoi membri, i genitori svolgono un ruolo quasi di confidenti, di amici dei propri figli; 

Modello sacrificante: i genitori si sentono chiamati ad un ruolo di arrendevolezza e di rinuncia, a sacrificarsi per il benessere dei figli, pensando che poi ne verranno in qualche modo ricompensati in futuro;

Modello intermittente: i genitori mettono in attoun comportamento ambivalente, con rapidi cambiamenti delle posizioni relazionali, altalenando momenti di eccessiva comprensione a momenti di autorità, oscillando trauna relazione affettiva ed una anaffettiva e fredda;

Modello delegante: i genitori delegano il loro ruolo alla famiglia allargata, ad esempio ai nonni, generando una dinamica di competizione;abdicando alle proprie responsabilità essi inducono nei figli la sensazione di persone deboli e poco convincenti;

Modello autoritario: il tentativoda parte di un genitore (a volte di entrambi) di esercitare il proprio potere attraversouna ricerca costante di disciplina e di controllo delle decisioni.

Ognuno di questi modelli è caratterizzato da una serie peculiare di regole e di dinamiche comunicative: essere genitore al giorno d’oggi è sicuramente un ruolo molto complesso che secondo me può anche rivelarsi un momento affascinante (oserei dire quasi magico) di relazione affettiva.

La prospettiva che ho cercato di trasmettere è quella che il genitore ha un ruolo attivo nell’educazione e nella gestione del proprio figlio; è attraverso la scoperta delle soluzioni che si riesce a risolvere e a spiegare i problemi. 

Se quest’ultima affermazione ti sembra un paradosso, se hai qualche curiosità particolare riguardo alla tipologia di famiglia in cui pensi di riconoscerti o sei vuoi approfondire le tue conoscenze e capire come affrontare uno specifico problema, contattami al numero 340.41.90.915 oppure scrivi nel form contatti.

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Tag: adolescenza, famiglie, genitori, genitorialità, Terapia Breve Strategica

L’agorafobia è una monofobia molto comune che si può riscontrare in molteplici situazioni e che può risultare alquanto invalidante. Durante una prima seduta una paziente ha descritto l’agorafobia come la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione in cui si trovava, quasi come di morire. Si trovava con amici ad un concerto e per la prima volta ha sentito sopraggiungere il panico. Sul momento non si era resa bene conto di cosa stesse succedendo, ma da quella volta in poi ha realizzato in maniera cosciente che tutte le situazioni fuori di casa ed in pubblico potevano rivelarsi in qualche modo minacciose.

Agorafobia, cos’è.

Dal punto di vista etimologico la parola agorafobia si traduce in “paura della piazza” dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), una paura quindi di tutti gli spazi aperti. L’unico rifugio in situazioni gravi, diventa solamente la propria casa, che si trasforma in una sorta di “grotta” protettiva, nella quale trovare difesa contro le minacce provenienti da quell’esterno vissuto come minaccioso e pericoloso. 

Le situazioni che il soggetto tende ad evitare sono molte: in primo luogo il rischio di trovarsi in mezzo alle persone all’aperto: ad esempio in un corteo, allo stadio o semplicemente in piazza a chiacchierare con amici. In secondo luogo, non solo vengono avvertiti come minacciosi gli spazi aperti, ma molto spesso anche alcuni spazi “chiusi” come ad esempio l’interno di un bar, i mezzi pubblici (treno, autobus, metro) o un supermercato.

Tutte quelle situazioni nelle quali vi è un’interazione fuori dalle mura domestiche possono essere vissute come potenzialmente pericolose, la persona può sentirsi male fisicamente fino ad provare sensazioni di ansietà o di panico vero e proprio.

Agorafobia, alcune caratteristiche

Di regola il soggetto agorafobico tenta di evitare quelle situazioni pubbliche nelle quali potrebbe sentirsi male ed incapace di affrontare il proprio disagio. Tale soluzione (tecnicamente si parla di evitamento) porta mano a mano alla costruzione di una catena di paure sempre più diffuse e pervasive che rischiano di travolgere il soggetto, innescando un meccanismo irrefrenabile di tentate soluzioni quali appunto l’evitamento o la richiesta di aiuto. 

Nello specifico, l’agorafobico giunge a provare una sorta di paura del giudizio che le altre persone potrebbero avere nei suoi confronti; il giudizio degli altri, anche se non espresso palesemente, pesa ed influisce sul suo sistema percettivo-reattivo. Il solo pensiero di non riuscire a “controllare” le proprie sensazioni psicofisiche, e di conseguenza di non essere in grado di gestire la situazione di difficoltà in uno spazio aperto, induce nel soggetto la paura di essere giudicato. Di conseguenza la soluzione più facile ed immediata è quella di non recarsi in luoghi aperti, alla presenza di molte persone, innescando quel circolo vizioso di tentate soluzioni (evitamento e/o richiesta di aiuto) che alimentano la patologia agorafobica stessa.

Le sensazioni dell’agorafobia

La sensazione che vive la persona che soffre di agorafobia è quella di perdere il controllo della situazione che sta vivendo, la paura di potersi sentire male, di svenire, di vivere una sensazione drammatica, come se stesse impazzendo. Queste sensazioni sono accompagnate da reazioni fisiologiche di somatizzazione ansiosa, con sintomi quali tremori, tachicardia, sudori freddi, nodo in gola, paura di morire.

Spesso per combattere queste sensazioni l’agorafobico adotta la soluzione di ricorrere all’aiuto di una persona di fiducia: un famigliare, un amico, il proprio compagno o la propria compagna, tuttavia anche in questo caso, come nel caso dell’evitamento, la soluzione non è per nulla funzionale. Il rischio è che possano passare due messaggi contraddittori: uno che la persona che ci aiuta ci vuole bene e ci sta aiutando, l’altro invece che da soli non possiamo farcela e avremo sempre bisogno di un aiuto. In realtà l’aiuto di qualcuno per affrontare la fobia degli spazi aperti non è risolutivo, può forse essere di supporto nel momento del bisogno, ma mantiene inalterata la problematica e rischia addirittura di alimentarla e di renderla ulteriormente pervasiva.

Se vuoi saperne di più sull’agorafobia e su tutte le altre patologie relative all’ansia puoi sfogliare il mio blog o il mio sito.

Se senti di avere una problematica di ansia e/o di agorafobia contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

“Dottore sono un cocainomane” così si è presentato la prima volta Francesco (nome di fantasia). Ha iniziato il consumo di cocaina quando aveva trent’anni, per caso, nello spogliatoio del basket. Alcuni compagni erano soliti farsi qualche riga prima e dopo gli allenamenti. Alla classica pizza post allenamento, oltre ai fiumi di alcol, anche Francesco aveva iniziato a tirare alcuni grammi in compagnia. Rientrava tardi e non riusciva a dormire, ma al mattino non avvertiva postumi negativi e andava al lavoro senza complicazioni.

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In una prima fase di consumo la cocaina non si era dimostrata particolarmente “invasiva”, era quasi un passatempo, un momento per “stare fuori”, per spezzare la routine, lo aiutava a non pensare e sentirsi più tranquillo. Tuttavia ad un certo momento il problema si è manifestato ed è andato peggiorando con il passare del tempo.

La dipendenza da cocaina

Il consumo ha iniziato a prendere una piega eccessiva quando dopo il lavoro Francesco, prima di rientrare a casa, preferiva passare da uno spacciatore amico di un suo compagno di squadra. “Compravo un paio di grammi, me li facevo in un paio di sere, a casa dopo cena, la mia compagna non si accorgeva di niente, passavo la nottata in taverna, guardando film o davanti al computer”. Era iniziato un periodo in cui la sola idea del consumo lo tranquillizzava, le sere in cui consumava, erano come una valvola di sfogo, gli permettevano di non pensare a nulla e distaccare dalla monotonia quotidiana.

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Nel giro di sei mesi, a fine stagione cestistica, Francesco era diventato completamente dipendente, il consumo si era fatto regolare, ogni giorno, tutte le sere, e la compagna aveva cominciato a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto.

La rottura

Dopo ulteriori sei mesi ed un consumo giornaliero F. è sempre più in difficoltà, anche sul lavoro, tanto da rischiare quasi di perdere il posto. Capisce che da solo non può farcela, decide finalmente, ma non senza difficoltà, di uscire allo scoperto e di farsi aiutare. In situazioni come questa la difficoltà principale è quella di essere trasparenti e sinceri.F. per prima cosa si apre con la compagna ma i famigliari spesso faticano a comprendere le difficoltà di chi consuma sostanza, e anche in questo caso la fidanzata ne esce distrutta. Decidono allora di chiedere aiuto ad uno specialista per affrontare nella maniera giustala situazione e trovare una via d’uscita.

La psicoterapia

In una situazione come quella di Francesco il lavoro terapeutico è stato impostato sin dal primo momento sulla ricerca di una trasparenza totale nei confronti della compagna e del terapeuta. Inoltre è stato di fondamentale importanza lavorare sulla sua motivazione, stimolando la ricerca di una reazione“interna” forte: una ragione che lo possa convincere a non consumare più, una sorta di bussola, che deve sempre presa in mano nei momenti in cui il desiderio di sostanza tenta di prendere il sopravvento e di compromettere la salute psicofisica.

 

Nel caso specifico di Francesco la motivazione è stata quella di voler ritrovare se stesso, la propria lucidità, la forza diaffrontare la realtà a testa alta e di assumersi la responsabilità di essere un compagno a tutti gli effetti, tornando ad essere la persona partecipativa e presente di prima.

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Questo è stato il primo non facile “mattoncino di base” che ha permesso di costruire un percorso di successo, durante il quale F. è riuscito a mantenersi astinente e a credere nell’astinenza da cocaina. Le fasi successive del lavoro di terapia hanno dato i frutti sperati: Francesco ha ritrovato infine la propria lucidità e la propria serenità, lontano dagli stimoli artificiali e passeggeri regalati dal consumo di sostanza.

Se senti di avere un problema con la cocaina e vuoi maggiori informazioni scrivimi in privato all’indirizzo studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 340.41.90.915. Oppure contattami attraverso il form contatti del sito cliccando qua.

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Tag: cocaina, cocainomane, dipendenza da cocaina, Terapia Breve Strategica

La psicoterapia breve strategica è un approccio che è stato formulato da Paul Watzlawick, per poi evolversi con il Prof. Giorgio Nardone, che nel corso degli ultimi venticinque anni ha elaborato e formulato numerosi protocolli d’intervento, per le diverse patologie psicologiche e comportamentali. L’articolo di oggi mira ad entrare più in contatto con la terapia breve strategica, e con le sue modalità d’intervento. Capita talvolta che un paziente, per semplice curiosità o per capire meglio l’importanza della terapia che sta affrontando, chieda al terapeuta:

“Dottore ma in parole semplici, in cosa consiste essenzialmente la Psicoterapia Breve Strategica?”

La risposta si può riassumere in poche avare parole: “Si tratta di un approccio di tipo strategico che attraverso la comprensione di “come” funziona il suo problema, consente di mettere a punto una soluzione rapida e definitiva. L’attenzione si concentra fondamentalmente sul come funziona il problema e non sul ”perché” esiste il problema”.

La psicoterapia breve strategica come funziona.

In genere questa risposta soddisfa la curiosità del paziente, tuttavia il costrutto scientifico della Terapia Breve Strategica (TBS) è ben più complesso ed articolato. Proviamo a fornire una risposta più tecnica. La TBS è una teoria epistemologica di matrice costruttivista, che basa la propria logica sugli obiettivi da raggiungere, e proprio per questo viene definita “strategica”. In altre parole ogni tattica, manovra e sequenza terapeutica viene definita in funzione del problema in analisi, in modo da mettere a punto la giusta soluzione per lo specifico problema. Questo è appunto l’approccio strategico.

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Rispetto alle forme classiche di terapia, la TBS presenta la particolarità di adattarsi al paziente e non viceversa, garantendo quella flessibilità necessaria ad orientare positivamente il rapporto fra il paziente e il suo terapeuta. I protocolli di trattamento vengono di volta in volta adattati in funzione delle caratteristiche del paziente. La struttura dell’intervento nelle sue diverse fasi rimane sempre la stessa, quello che cambia sono la comunicazione e l’interazione fra terapeuta e paziente.

Il terapeuta

Il trasferimento dell’approccio dal “perché” al “come” funziona, l’intervento si focalizza non sulla ricerca lunga e infruttuosa sulle sue origini (le “cause”), quanto invece sulle modalità di percezione da parte del soggetto. Si evince immediatamente l’importanza del dialogo terapeuta-paziente quando si pensa che l’acquisizione delle informazioni – e quindi la definizione del problema – avviene attraverso la descrizione che ne viene fatta dal paziente o dai suoi parenti. Il dialogo terapeutico è indispensabile alla comprensione e alla condivisione con il paziente di quello che è realmente il problema da risolvere, per poter raggiungere il cambiamento sperato.

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Da qui si comprende l’importanza della figura del terapeuta, che deve ad un tempo possedere doti di grande comunicabilità e di profonda conoscenza della materia, oltre ad una riconosciuta etica professionale. Le manovre terapeutiche nella loro apparente semplicità sono in realtà il punto di arrivo di lunghi studi e di faticoso affinamento continuo.

Epsitemologia della psicoterapia breve strategica

I fondamenti epistemologici della Psicoterapia Breve Strategica si fondano sul sistema percettivo-reattivo, ossia sulle nostre modalità di percezione della realtà e sulle conseguenti modalità di reazione comportamentale. Ogni cambiamento comportamentale, per avere successo duraturo nel tempo, deve essere preceduto da un cambiamento delle modalità percettive. Questo è uno dei fondamenti essenziali che distingue la TBS dalle terapie classiche: l’intervento terapeutico dovrà essere in grado di modificare anche quegli aspetti emozionali che sono alla base dei comportamenti sotto esame, ristrutturandoli sulla base delle esperienze emozionali nuove vissute dallo stesso paziente durante il percorso terapeutico.

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Tag: Terapia Breve Strategica

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Come smettere di drogarsi da soli

8 Maggio 2019

La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso sia in età adolescenziale che in età adulta. Spesso ne sono colpite le giovani adolescenti che trovano nel cibo una via di fuga dalle dinamiche emotive quotidiane; tuttavia anche in età adulta, sia nel genere femminile che in quello maschile, si riscontrano situazioni in cui il cibo viene utilizzato come “strumento” per sentirsi meglio. In realtà il soggetto bulimico non prova realmente fame, ma vive la sensazione psicologica di un desiderio incontrollabile di cibo.

La bulimia: cos’è?

Con il termine bulimia si indica un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal desiderio incontrollabile di cibo, una tendenza sfrenata ad abbuffarsi, ad ingurgitare compulsivamente qualsiasi alimento. La bulimia conduce fatalmente ad una totale perdita di controllo nei confronti del cibo stesso e di conseguenza alla sensazione di non essere in grado di gestire la propria condotta.

Il soggetto bulimico cerca di controllare il desiderio evitando di mangiare, ma quello che ottiene è l’esatto contrario, ossia più si sforza di non mangiare e più si lascia andare a momenti di vere e proprie abbuffate, concedendosi il cibo senza ritegno. Il bisogno di cibo viene vissuto come un modo di reagire alle difficoltà e alle insicurezze della quotidianità.

I sintomi della bulimia

Tra i principali sintomi della bulimia possiamo annoverare come già sottolineato le ricorrenti abbuffate, episodi che consistono nell’ingurgitare grandi quantità di cibo in tempi relativamente brevi. 

Come nel caso dell’anoressia – ma sotto la spinta di motivazioni psicologiche diverse – sovente tali situazioni sono seguite da comportamenti di compensazione per espellere l’eccesso di alimenti, come ad esempio l’uso di lassativi o la pratica del vomito autoindotto. Altri comportamenti di compensazione sono rappresentati dall’uso di diuretici o addirittura di enteroclismi; in molti casi il soggetto bulimico ricorre anche al digiuno temporaneo o ad un intenso esercizio fisico. 

Molto spesso coloro che circondano il soggetto in difficoltà cercano di spingerlo a mangiare meno, facendogli notare che sta mangiando eccessivamente ed in maniera smodata. Questa modalità di sottolineare le difficoltà (e la possibile patologia) invece che migliorare la situazione la peggiora, inducendo ancora di più nel soggetto uno strato di frustrazione e di rabbia che lo spingerà ad usare il cibo in maniera disfunzionale.

La Terapia Breve Strategica e le possibili soluzioni

Il concetto chiave sul quale impostare una terapia psicologica rispetto alla problematica bulimica è la messa a punto di soluzioni che modifichino le modalità di percezione del soggetto riguardo al cibo e alle dinamiche emotive che si trova ad affrontare ogni giorno. 

Una strategia molto efficace in questi casi è rappresentata dalla scrittura. Riuscire a mettere su carta tutte le dinamiche emotive che ci tormentano permette di “far emergere” gli aspetti emotivi e ci aiuta a ritrovare una maggiore chiarezza interiore. Si tratta comunque di un esercizio difficile al quale non siamo più abituati, perché ormai i messaggini di testo e le chat più o meno lunghe hanno sostituito la scrittura vera e propria. Naturalmente la scrittura dovrà essere accompagnata da una terapia psicologica condotta sotto la guida di uno psicologo esperto, che consenta di mettere in pratica anche quegli accorgimenti terapeutici specifici studiati ad hoc per il soggetto.

Un’altra strategia funzionale consiste nel cercare di riappropriarsi del piacere del cibo mangiando solo durante i tre pasti principali: colazione pranzo e cena. In particolare la cosa fondamentale è mangiare solamente le cose che piacciono di più; lo stratagemma terapeutico consiste nel far passare l’idea che se ci concediamo psicologicamente il piacere di mangiare vi possiamo anche rinunciare, mentre invece se non ce lo concediamo diventa irrinunciabile.

La terapia breve strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira a fornire tecniche personalizzate che consentano al soggetto di trovare soluzioni funzionali, aiutandolo a ritrovare contemporaneamente anche un rinnovato equilibrio emotivo. Il lavoro terapeutico si svolge sia durante le sedute in studio che a casa propria, attraverso l’applicazione di compiti pratici.

Nei prossimi articoli svilupperemo meglio queste tecniche e strategie, nel frattempo continua a seguire il mio blog o per maggiori info contattami

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare

Essere genitore di un figlio ansioso non è semplice. Quali sono i comportamenti funzionali che ci aiutano a gestire l’eccessiva paura dei nostri figli rispetto alla scuola, agli amici o all’attività sportiva? La risposta non è semplice, i consigli che arrivano attraverso la televisione, i giornali, i media in generale, sono spesso contraddittori e buoni per ogni situazione, ma di solito la nostra è una situazione differente. 

Approfondiamo alcuni suggerimenti che i genitori possono iniziare a mettere in atto fin da subito, accorgimenti utili a migliorare la situazione e a gestire con più efficacia le paure dei propri figli. Impariamo a capire cos’è meglio fare e cosa evitare.

Primo: Non rassicurare

La rassicurazione non fa altro che alimentare la paura dei vostri figli; pur volendo aiutarli in ogni modo e farli sentire capiti e compresi, la rassicurazione funziona in ottica disfunzionale, ossia esattamente all’opposto. Più voi lo rassicurate e più vostro figlio in realtà continuerà a provare paura! E’ sicuramente fondamentale fargli sentire che lo capiamo e che stiamo tentando di sintonizzarci con lui, tuttavia rassicurandolo otteniamo l’effetto contrario di mantenere intatte le sue paure e le sue preoccupazioni. 

E’ fondamentale esserci e fargli sentire la vostra presenza, ma dichiarare “Non devi aver paura qua ci sono io” non funziona e rischia di peggiorare la situazione. Vostro figlio si chiederà come potrà fare quando sarà solo o comunque fuori dalle rassicuranti mura domestiche, con il gruppo dei suoi pari, gli amici, a scuola. Può accadere, infatti, che quando vostro figlio si trova a scuola e viene assalito dalla paura, arrivi addirittura a chiamare i genitori per farsi venire a prendere, e di solito il genitore accorre prontamente e si attiva con un comportamento affettivo di rassicurazione. 

Aiuta tuo figlio ad avere uno spazio per le preoccupazioni

Invece di rassicurare, vi consiglio di provare a ricavare uno spazio giornaliero di 15 o 30 minuti, durante il quale chiedere a vostro figlio quali possono essere le sue preoccupazioni per la giornata successiva. Se ad esempio c’è una verifica particolarmente temuta, invece di rassicurarlo provate a fare il contrario e a chiedergli di sviscerare tutti i possibili motivi che lo preoccupano: perché pensa che la verifica potrà andare male, quali possibili stati d’animo vivrà durante lo svolgimento del compito in classe. Quello che potrà accadere, quasi per magia, è che vostro figlio invece di vivere una sensazione negativa di malessere proverà una condizione di tranquillità totalmente nuova per lui. Più ci caliamo nelle nostre peggiori paure e più queste spariscono:la paura affrontata diventa coraggio.

Evita di evitare

Cercatedi fare in modo che vostro figlio impari ad “evitare di evitare”. Ogni “evitamento”- cioè ogni situazione nella quale si tenta di aggirare un ostacolo – può far aumentare la paura, generando una spirale di situazioni che porteranno il ragazzo a non trovare più una via d’uscita dall’ansia. Il primo caso “classico” di evitamento è quello dei banchi di scuola, dove spesso la sensazione di paura e di disagio si acuisce e spinge l’adolescente ad allontanarsi dalla classe e dalla scuola, per rifugiarsi nel tranquillo porto della propria casa. 

Aiutatelo ad “evitare di evitare” facendogli vivere piccole frustrazioni, facendogli sentire che ci siete ma che può farcela ancheda solo, facendogli intravvedere anche i lati positivi di quello che sta facendo e di come “non evitando”le cose possono funzionare anche meglio.

Tre tecniche efficaci, all’apparenza piuttosto semplici ma in realtà molto difficili da applicare perchè controintuitive e paradossali, tre tecniche che ogni genitore con figli ansiosi dovrebbe provare a mettere in atto, se necessario anche con l’aiuto di un terapeuta, nell’ottica di rigenerare lo stato disalute e di benessere del figlio.

Se credi che tuo figlio possa avere una problematica ansiosa che non riesce ad affrontare da solo e rispetto alla quale non riesci ad essere efficace, contattami per maggiori info.

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Tag: adolescenza, ansia, Attacchi di Panico, genitorialità

La Ketamina è un farmaco anestetico parente chimico della fenciclidina, meglio conosciuta come “polvere d’angelo”, segnalata dalla World Health Organization nella “lista dei farmaci essenziali” indispensabili per un ospedale. Come sembrerà chiaro la Ketamina è principalmente un farmaco, i suoi effetti si esplicano sul Sistema Nervoso Centrale (SNC) influenzando la percezione del dolore e stimolando particolari sensazioni.

Il suo impiego principale è come anestetico e proprio per queste sue spiccate caratteristiche fu ampiamente impiegato dagli americani nella guerra del Vietnam.  Recenti studi indicano che bassi dosaggi di Ketamina possono essere addirittura impiegati su pazienti affetti da depressione, per ottenere un miglioramento del tono dell’umore. Tuttavia esiste un’altra faccia della medaglia, legata alla problematicità derivante dall’uso “ricreativo”che viene fatto di tale farmaco.

Comprare droga è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la vita.

Jim Morrison

Ketamina: cos’è e quali effetti esercita.

La Ketamina, formula chimica 2-(2-clorofenil)-2-(metilammino) cicloesanone, è una sostanza liquida, molto simile all’acqua, che può essere ingerita o iniettata per via endovenosa. Per uso ricreativo può essere riscaldata fino ad ottenere per evaporazione una polvere biancastra da sniffare o da ingerire, se compressa in pastiglie.  A seconda del dosaggio si possono sperimentare diversi tipi di effetti. Si passa dalla leggera stimolazione, all’euforia simile a quella causata dal consumo di alcolici, sino a sperimentare uno stato completamente dissociativo molto intenso, che può portare a forti allucinazioni. Il suo uso prolungato può indurre dipendenza.

Come per altre sostanze allucinogene, l’utilizzo della ketamina può condurre ad una profonda esperienza interiore ed onirica, un vero e proprio “viaggio interiore”, una sorta di ingresso in un’altra realtà. Per questo motivo la ketamina viene anche definita sostanza enteogena, ossia sostanza psicoattiva in grado di esercitare un effetto psichedelico o allucinogeno tale da favorire esperienze mistiche e spirituali. Come è facile intuire, quando si vive una esperienza visionaria tale da procurare stati di allucinazione dissociativi tra mente e corpo, il rischio a livello psicologico diventa enorme.

Storia di un abuso

Raccontiamo l’esperienza di consumo di Ketamina di un paziente, Mario (nome di fantasia), che ancora oggi ricorda quei momenti con estrema preoccupazione. Mario era solito frequentare “rave party”, feste di musica autogestite ed illegali, spesso organizzate in aree industriali abbandonate o in spazi aperti come boschi, cave, foreste, con una durata variabile che può arrivare anche ad una settimana. 

Mario racconta che durante i “rave” consumava grandi quantità di sostanze psicotrope, ecstasy, anfetamine e cocaina. Nell’ultimo periodo aveva cominciato ad assumere anche Ketamina e tutto sommato l’esperienza non gli era dispiaciuta, anzi aveva contribuito ad aumentare le sensazioni interiori di viaggio spirituale nella musica. Poi una volta di colpo l’esperienza si è rivelata troppo intensa e da quel momento Mario ha realizzato che era necessario smettere. Era giorno, mattina presto, improvvisamenteMario ha cominciato a vederetutto nero, non c’era più nessuno intorno a lui. D’un tratto dal buio sono comparse delle striscioline verdi, come strani geroglifici; guardandoli meglio si è reso conto che erano gli stessi codici di Matrix, un famoso film di fantascienza di fine anni novanta.

Senza neanche rendersene conto si è sentito leggero e ha iniziato una strana danza, una serie di movimenti istintivi che non riusciva a smettere, in un contesto in cui aveva perso completamente la concezione del rapporto spazio-tempo. Visti dall’esterno, alcuni amici hanno descritto i movimenti di Mario come quelli tipici di un’arte marziale, al punto che al termine della sua esibizione Mario avrebbe dichiarato “sono un maestro di kung fu”. In realtà Mario aveva giocato a pallone da ragazzo e non aveva mai frequentato alcuna palestra di arti marziali. 

Questa esperienza “drogastica” lo aveva lasciato incerto e confuso, disorientato al punto tale di faticare a comprendere la sua reale identità. E’ da quel momento che Mario ha deciso di smettere e dopo alcuni mesi iniziare un percorso di psicoterapia.

Ketamina e dipendenza

La storia di Mario ci fa capire il rischio psicologico nel consumo di Ketamina e la forte dipendenza che può creare a livello mentale questa sostanza. Agendo sui principali centri cerebrali, la Ketamina crea una percezione distorta della realtà, il rischio è che tale distorsione possa permanere anche dopo l’assunzione. La ricerca di realtà alternative a quella nella quale il soggetto vive, rischia di determinare un evitamento della realtà e una difficoltà di gestione delle emozioni e della vita in generale, innescando uno stile di vita totalmente disfunzionale. 

Se senti di avere una problematica con la Ketamina o con altre sostanze d’abuso contattami per avere maggiori informazioni al 340.41.90.915 oppure scrivimi nel form contatti cliccando qui.

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Tag: Ketamina, storie di dipendenza, Terapia Breve Strategica

Essere genitori al giorno d’oggi nasconde numerose insidie, inutile negarlo. I genitori sono sempre più soggetti passivi di un bombardamento mediatico che fornisce informazioni spesso contrastanti e non sempre corrette. Queste informazioni possono facilmente portare il genitore fuori strada, non consentendogli di interpretare con chiarezza il proprio ruolo e di prendere le decisioni più opportune. Nell’articolo di oggi vorrei portare testimonianza dell’intervento di formazione rivolto alla genitorialità da me svolto venerdì della scorsa settimana presso la sede dell’IKEA di Padova, di fronte ad un folto pubblico di genitori.

Il ruolo del genitore

All’inizio dell’intervento ho posto le basi per una migliore comprensione del ruolo genitoriale, sottolineandone l’importanza di un ruolo attivo: attraverso cioè l’apprendimento di strumenti pratici e di competenze “organizzative” esso può diventare un vero e proprio punto di riferimento per i figli. La famiglia come ogni tipo di sistema organizzato necessita di regole, entrambi i genitori devono cercare di costruire un sistema di principi, di direttive, che possa essere il più possibile caratterizzato da una linea comune. Senza un’uniformità nell’organizzazione famigliare si corre il rischio di creare dei circoli viziosi disfunzionali, nell’ambito dei quali i figli approfittano di uno dei due genitori per poter ottenere quello che vogliono, in una prospettiva davvero poco educativa. 

Spesso le problematiche che si vengono a creare con i nostri figli possono essere ridotte oppure completamente risolte attivando due importanti tipologie di risposta:

  • adottando strategie e manovre specifiche per risolvere lo specifico problema;
  • bloccando i tentativi fallimentari che stiamo mettendo in atto, che in realtà non portano alcun beneficio alla soluzione del problema.

La comunicazione

Per risolvere i piccoli problemi che incontriamo con i nostri figli, una possibile soluzione funzionale può essere anche quella di considerare in maniera più accurata ogni scambio comunicativo. La comunicazione ha un ruolo fondamentale per aiutare il genitore ad essere efficace a livello relazionale e per costruire la sintonia affettivo-emotiva più adeguata con il proprio figlio. Chiaramente un genitore che assume una posizione più “morbida” e flessibile potrà attendersi esiti differenti rispetto ad un genitore che manifesta una modalità relazionale autoritaria. Ciò non significa che in alcune situazione non vi sia la necessità di essere maggiormente “direttivi” a fronte di alcune trasgressioni. La cosa fondamentale è quella di trovare una giusta sintonia, “danzando” fra diverse posizioni relazionali a seconda delle differenti situazioni che si vengono a creare nell’interazione con i figli.

I modelli famigliari

Avere consapevolezza di come funziona il proprio sistema famigliare ci può essere d’aiuto per disattivare quei tentativi di soluzione disfunzionali nei confronti dei nostri figli, o meglio per attivare quelli più opportuni a seconda delle situazioni. Attraverso le ricerche condotte dal prof. G. Nardone durante gli anni ‘90 è stato possibile individuare alcuni caratteristici modelli di famiglia, il cui funzionamento può influire negativamente sulla crescita ideale e funzionale dei propri figli. Di seguito i principali modelli di famiglia e genitorialità:

Modello iperprotettivo: i genitori fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per far sì che il proprio figlio possa star bene, anticipandone spesso i bisogni, risolvendo le difficoltà e sostituendosi a lui in tutto e per tutto; 

Modello democratico permissivo: il rapporto è completamente improntato suldialogo tra i componenti della famiglia, vi è una completa parità fra i suoi membri, i genitori svolgono un ruolo quasi di confidenti, di amici dei propri figli; 

Modello sacrificante: i genitori si sentono chiamati ad un ruolo di arrendevolezza e di rinuncia, a sacrificarsi per il benessere dei figli, pensando che poi ne verranno in qualche modo ricompensati in futuro;

Modello intermittente: i genitori mettono in attoun comportamento ambivalente, con rapidi cambiamenti delle posizioni relazionali, altalenando momenti di eccessiva comprensione a momenti di autorità, oscillando trauna relazione affettiva ed una anaffettiva e fredda;

Modello delegante: i genitori delegano il loro ruolo alla famiglia allargata, ad esempio ai nonni, generando una dinamica di competizione;abdicando alle proprie responsabilità essi inducono nei figli la sensazione di persone deboli e poco convincenti;

Modello autoritario: il tentativoda parte di un genitore (a volte di entrambi) di esercitare il proprio potere attraversouna ricerca costante di disciplina e di controllo delle decisioni.

Ognuno di questi modelli è caratterizzato da una serie peculiare di regole e di dinamiche comunicative: essere genitore al giorno d’oggi è sicuramente un ruolo molto complesso che secondo me può anche rivelarsi un momento affascinante (oserei dire quasi magico) di relazione affettiva.

La prospettiva che ho cercato di trasmettere è quella che il genitore ha un ruolo attivo nell’educazione e nella gestione del proprio figlio; è attraverso la scoperta delle soluzioni che si riesce a risolvere e a spiegare i problemi. 

Se quest’ultima affermazione ti sembra un paradosso, se hai qualche curiosità particolare riguardo alla tipologia di famiglia in cui pensi di riconoscerti o sei vuoi approfondire le tue conoscenze e capire come affrontare uno specifico problema, contattami al numero 340.41.90.915 oppure scrivi nel form contatti.

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Tag: adolescenza, famiglie, genitori, genitorialità, Terapia Breve Strategica

L’agorafobia è una monofobia molto comune che si può riscontrare in molteplici situazioni e che può risultare alquanto invalidante. Durante una prima seduta una paziente ha descritto l’agorafobia come la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione in cui si trovava, quasi come di morire. Si trovava con amici ad un concerto e per la prima volta ha sentito sopraggiungere il panico. Sul momento non si era resa bene conto di cosa stesse succedendo, ma da quella volta in poi ha realizzato in maniera cosciente che tutte le situazioni fuori di casa ed in pubblico potevano rivelarsi in qualche modo minacciose.

Agorafobia, cos’è.

Dal punto di vista etimologico la parola agorafobia si traduce in “paura della piazza” dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), una paura quindi di tutti gli spazi aperti. L’unico rifugio in situazioni gravi, diventa solamente la propria casa, che si trasforma in una sorta di “grotta” protettiva, nella quale trovare difesa contro le minacce provenienti da quell’esterno vissuto come minaccioso e pericoloso. 

Le situazioni che il soggetto tende ad evitare sono molte: in primo luogo il rischio di trovarsi in mezzo alle persone all’aperto: ad esempio in un corteo, allo stadio o semplicemente in piazza a chiacchierare con amici. In secondo luogo, non solo vengono avvertiti come minacciosi gli spazi aperti, ma molto spesso anche alcuni spazi “chiusi” come ad esempio l’interno di un bar, i mezzi pubblici (treno, autobus, metro) o un supermercato.

Tutte quelle situazioni nelle quali vi è un’interazione fuori dalle mura domestiche possono essere vissute come potenzialmente pericolose, la persona può sentirsi male fisicamente fino ad provare sensazioni di ansietà o di panico vero e proprio.

Agorafobia, alcune caratteristiche

Di regola il soggetto agorafobico tenta di evitare quelle situazioni pubbliche nelle quali potrebbe sentirsi male ed incapace di affrontare il proprio disagio. Tale soluzione (tecnicamente si parla di evitamento) porta mano a mano alla costruzione di una catena di paure sempre più diffuse e pervasive che rischiano di travolgere il soggetto, innescando un meccanismo irrefrenabile di tentate soluzioni quali appunto l’evitamento o la richiesta di aiuto. 

Nello specifico, l’agorafobico giunge a provare una sorta di paura del giudizio che le altre persone potrebbero avere nei suoi confronti; il giudizio degli altri, anche se non espresso palesemente, pesa ed influisce sul suo sistema percettivo-reattivo. Il solo pensiero di non riuscire a “controllare” le proprie sensazioni psicofisiche, e di conseguenza di non essere in grado di gestire la situazione di difficoltà in uno spazio aperto, induce nel soggetto la paura di essere giudicato. Di conseguenza la soluzione più facile ed immediata è quella di non recarsi in luoghi aperti, alla presenza di molte persone, innescando quel circolo vizioso di tentate soluzioni (evitamento e/o richiesta di aiuto) che alimentano la patologia agorafobica stessa.

Le sensazioni dell’agorafobia

La sensazione che vive la persona che soffre di agorafobia è quella di perdere il controllo della situazione che sta vivendo, la paura di potersi sentire male, di svenire, di vivere una sensazione drammatica, come se stesse impazzendo. Queste sensazioni sono accompagnate da reazioni fisiologiche di somatizzazione ansiosa, con sintomi quali tremori, tachicardia, sudori freddi, nodo in gola, paura di morire.

Spesso per combattere queste sensazioni l’agorafobico adotta la soluzione di ricorrere all’aiuto di una persona di fiducia: un famigliare, un amico, il proprio compagno o la propria compagna, tuttavia anche in questo caso, come nel caso dell’evitamento, la soluzione non è per nulla funzionale. Il rischio è che possano passare due messaggi contraddittori: uno che la persona che ci aiuta ci vuole bene e ci sta aiutando, l’altro invece che da soli non possiamo farcela e avremo sempre bisogno di un aiuto. In realtà l’aiuto di qualcuno per affrontare la fobia degli spazi aperti non è risolutivo, può forse essere di supporto nel momento del bisogno, ma mantiene inalterata la problematica e rischia addirittura di alimentarla e di renderla ulteriormente pervasiva.

Se vuoi saperne di più sull’agorafobia e su tutte le altre patologie relative all’ansia puoi sfogliare il mio blog o il mio sito.

Se senti di avere una problematica di ansia e/o di agorafobia contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

“Dottore sono un cocainomane” così si è presentato la prima volta Francesco (nome di fantasia). Ha iniziato il consumo di cocaina quando aveva trent’anni, per caso, nello spogliatoio del basket. Alcuni compagni erano soliti farsi qualche riga prima e dopo gli allenamenti. Alla classica pizza post allenamento, oltre ai fiumi di alcol, anche Francesco aveva iniziato a tirare alcuni grammi in compagnia. Rientrava tardi e non riusciva a dormire, ma al mattino non avvertiva postumi negativi e andava al lavoro senza complicazioni.

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In una prima fase di consumo la cocaina non si era dimostrata particolarmente “invasiva”, era quasi un passatempo, un momento per “stare fuori”, per spezzare la routine, lo aiutava a non pensare e sentirsi più tranquillo. Tuttavia ad un certo momento il problema si è manifestato ed è andato peggiorando con il passare del tempo.

La dipendenza da cocaina

Il consumo ha iniziato a prendere una piega eccessiva quando dopo il lavoro Francesco, prima di rientrare a casa, preferiva passare da uno spacciatore amico di un suo compagno di squadra. “Compravo un paio di grammi, me li facevo in un paio di sere, a casa dopo cena, la mia compagna non si accorgeva di niente, passavo la nottata in taverna, guardando film o davanti al computer”. Era iniziato un periodo in cui la sola idea del consumo lo tranquillizzava, le sere in cui consumava, erano come una valvola di sfogo, gli permettevano di non pensare a nulla e distaccare dalla monotonia quotidiana.

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Nel giro di sei mesi, a fine stagione cestistica, Francesco era diventato completamente dipendente, il consumo si era fatto regolare, ogni giorno, tutte le sere, e la compagna aveva cominciato a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto.

La rottura

Dopo ulteriori sei mesi ed un consumo giornaliero F. è sempre più in difficoltà, anche sul lavoro, tanto da rischiare quasi di perdere il posto. Capisce che da solo non può farcela, decide finalmente, ma non senza difficoltà, di uscire allo scoperto e di farsi aiutare. In situazioni come questa la difficoltà principale è quella di essere trasparenti e sinceri.F. per prima cosa si apre con la compagna ma i famigliari spesso faticano a comprendere le difficoltà di chi consuma sostanza, e anche in questo caso la fidanzata ne esce distrutta. Decidono allora di chiedere aiuto ad uno specialista per affrontare nella maniera giustala situazione e trovare una via d’uscita.

La psicoterapia

In una situazione come quella di Francesco il lavoro terapeutico è stato impostato sin dal primo momento sulla ricerca di una trasparenza totale nei confronti della compagna e del terapeuta. Inoltre è stato di fondamentale importanza lavorare sulla sua motivazione, stimolando la ricerca di una reazione“interna” forte: una ragione che lo possa convincere a non consumare più, una sorta di bussola, che deve sempre presa in mano nei momenti in cui il desiderio di sostanza tenta di prendere il sopravvento e di compromettere la salute psicofisica.

 

Nel caso specifico di Francesco la motivazione è stata quella di voler ritrovare se stesso, la propria lucidità, la forza diaffrontare la realtà a testa alta e di assumersi la responsabilità di essere un compagno a tutti gli effetti, tornando ad essere la persona partecipativa e presente di prima.

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Questo è stato il primo non facile “mattoncino di base” che ha permesso di costruire un percorso di successo, durante il quale F. è riuscito a mantenersi astinente e a credere nell’astinenza da cocaina. Le fasi successive del lavoro di terapia hanno dato i frutti sperati: Francesco ha ritrovato infine la propria lucidità e la propria serenità, lontano dagli stimoli artificiali e passeggeri regalati dal consumo di sostanza.

Se senti di avere un problema con la cocaina e vuoi maggiori informazioni scrivimi in privato all’indirizzo studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 340.41.90.915. Oppure contattami attraverso il form contatti del sito cliccando qua.

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Tag: cocaina, cocainomane, dipendenza da cocaina, Terapia Breve Strategica

La psicoterapia breve strategica è un approccio che è stato formulato da Paul Watzlawick, per poi evolversi con il Prof. Giorgio Nardone, che nel corso degli ultimi venticinque anni ha elaborato e formulato numerosi protocolli d’intervento, per le diverse patologie psicologiche e comportamentali. L’articolo di oggi mira ad entrare più in contatto con la terapia breve strategica, e con le sue modalità d’intervento. Capita talvolta che un paziente, per semplice curiosità o per capire meglio l’importanza della terapia che sta affrontando, chieda al terapeuta:

“Dottore ma in parole semplici, in cosa consiste essenzialmente la Psicoterapia Breve Strategica?”

La risposta si può riassumere in poche avare parole: “Si tratta di un approccio di tipo strategico che attraverso la comprensione di “come” funziona il suo problema, consente di mettere a punto una soluzione rapida e definitiva. L’attenzione si concentra fondamentalmente sul come funziona il problema e non sul ”perché” esiste il problema”.

La psicoterapia breve strategica come funziona.

In genere questa risposta soddisfa la curiosità del paziente, tuttavia il costrutto scientifico della Terapia Breve Strategica (TBS) è ben più complesso ed articolato. Proviamo a fornire una risposta più tecnica. La TBS è una teoria epistemologica di matrice costruttivista, che basa la propria logica sugli obiettivi da raggiungere, e proprio per questo viene definita “strategica”. In altre parole ogni tattica, manovra e sequenza terapeutica viene definita in funzione del problema in analisi, in modo da mettere a punto la giusta soluzione per lo specifico problema. Questo è appunto l’approccio strategico.

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Rispetto alle forme classiche di terapia, la TBS presenta la particolarità di adattarsi al paziente e non viceversa, garantendo quella flessibilità necessaria ad orientare positivamente il rapporto fra il paziente e il suo terapeuta. I protocolli di trattamento vengono di volta in volta adattati in funzione delle caratteristiche del paziente. La struttura dell’intervento nelle sue diverse fasi rimane sempre la stessa, quello che cambia sono la comunicazione e l’interazione fra terapeuta e paziente.

Il terapeuta

Il trasferimento dell’approccio dal “perché” al “come” funziona, l’intervento si focalizza non sulla ricerca lunga e infruttuosa sulle sue origini (le “cause”), quanto invece sulle modalità di percezione da parte del soggetto. Si evince immediatamente l’importanza del dialogo terapeuta-paziente quando si pensa che l’acquisizione delle informazioni – e quindi la definizione del problema – avviene attraverso la descrizione che ne viene fatta dal paziente o dai suoi parenti. Il dialogo terapeutico è indispensabile alla comprensione e alla condivisione con il paziente di quello che è realmente il problema da risolvere, per poter raggiungere il cambiamento sperato.

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Da qui si comprende l’importanza della figura del terapeuta, che deve ad un tempo possedere doti di grande comunicabilità e di profonda conoscenza della materia, oltre ad una riconosciuta etica professionale. Le manovre terapeutiche nella loro apparente semplicità sono in realtà il punto di arrivo di lunghi studi e di faticoso affinamento continuo.

Epsitemologia della psicoterapia breve strategica

I fondamenti epistemologici della Psicoterapia Breve Strategica si fondano sul sistema percettivo-reattivo, ossia sulle nostre modalità di percezione della realtà e sulle conseguenti modalità di reazione comportamentale. Ogni cambiamento comportamentale, per avere successo duraturo nel tempo, deve essere preceduto da un cambiamento delle modalità percettive. Questo è uno dei fondamenti essenziali che distingue la TBS dalle terapie classiche: l’intervento terapeutico dovrà essere in grado di modificare anche quegli aspetti emozionali che sono alla base dei comportamenti sotto esame, ristrutturandoli sulla base delle esperienze emozionali nuove vissute dallo stesso paziente durante il percorso terapeutico.

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Tag: Terapia Breve Strategica

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Come smettere di drogarsi da soli

8 Maggio 2019

La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso sia in età adolescenziale che in età adulta. Spesso ne sono colpite le giovani adolescenti che trovano nel cibo una via di fuga dalle dinamiche emotive quotidiane; tuttavia anche in età adulta, sia nel genere femminile che in quello maschile, si riscontrano situazioni in cui il cibo viene utilizzato come “strumento” per sentirsi meglio. In realtà il soggetto bulimico non prova realmente fame, ma vive la sensazione psicologica di un desiderio incontrollabile di cibo.

La bulimia: cos’è?

Con il termine bulimia si indica un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal desiderio incontrollabile di cibo, una tendenza sfrenata ad abbuffarsi, ad ingurgitare compulsivamente qualsiasi alimento. La bulimia conduce fatalmente ad una totale perdita di controllo nei confronti del cibo stesso e di conseguenza alla sensazione di non essere in grado di gestire la propria condotta.

Il soggetto bulimico cerca di controllare il desiderio evitando di mangiare, ma quello che ottiene è l’esatto contrario, ossia più si sforza di non mangiare e più si lascia andare a momenti di vere e proprie abbuffate, concedendosi il cibo senza ritegno. Il bisogno di cibo viene vissuto come un modo di reagire alle difficoltà e alle insicurezze della quotidianità.

I sintomi della bulimia

Tra i principali sintomi della bulimia possiamo annoverare come già sottolineato le ricorrenti abbuffate, episodi che consistono nell’ingurgitare grandi quantità di cibo in tempi relativamente brevi. 

Come nel caso dell’anoressia – ma sotto la spinta di motivazioni psicologiche diverse – sovente tali situazioni sono seguite da comportamenti di compensazione per espellere l’eccesso di alimenti, come ad esempio l’uso di lassativi o la pratica del vomito autoindotto. Altri comportamenti di compensazione sono rappresentati dall’uso di diuretici o addirittura di enteroclismi; in molti casi il soggetto bulimico ricorre anche al digiuno temporaneo o ad un intenso esercizio fisico. 

Molto spesso coloro che circondano il soggetto in difficoltà cercano di spingerlo a mangiare meno, facendogli notare che sta mangiando eccessivamente ed in maniera smodata. Questa modalità di sottolineare le difficoltà (e la possibile patologia) invece che migliorare la situazione la peggiora, inducendo ancora di più nel soggetto uno strato di frustrazione e di rabbia che lo spingerà ad usare il cibo in maniera disfunzionale.

La Terapia Breve Strategica e le possibili soluzioni

Il concetto chiave sul quale impostare una terapia psicologica rispetto alla problematica bulimica è la messa a punto di soluzioni che modifichino le modalità di percezione del soggetto riguardo al cibo e alle dinamiche emotive che si trova ad affrontare ogni giorno. 

Una strategia molto efficace in questi casi è rappresentata dalla scrittura. Riuscire a mettere su carta tutte le dinamiche emotive che ci tormentano permette di “far emergere” gli aspetti emotivi e ci aiuta a ritrovare una maggiore chiarezza interiore. Si tratta comunque di un esercizio difficile al quale non siamo più abituati, perché ormai i messaggini di testo e le chat più o meno lunghe hanno sostituito la scrittura vera e propria. Naturalmente la scrittura dovrà essere accompagnata da una terapia psicologica condotta sotto la guida di uno psicologo esperto, che consenta di mettere in pratica anche quegli accorgimenti terapeutici specifici studiati ad hoc per il soggetto.

Un’altra strategia funzionale consiste nel cercare di riappropriarsi del piacere del cibo mangiando solo durante i tre pasti principali: colazione pranzo e cena. In particolare la cosa fondamentale è mangiare solamente le cose che piacciono di più; lo stratagemma terapeutico consiste nel far passare l’idea che se ci concediamo psicologicamente il piacere di mangiare vi possiamo anche rinunciare, mentre invece se non ce lo concediamo diventa irrinunciabile.

La terapia breve strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira a fornire tecniche personalizzate che consentano al soggetto di trovare soluzioni funzionali, aiutandolo a ritrovare contemporaneamente anche un rinnovato equilibrio emotivo. Il lavoro terapeutico si svolge sia durante le sedute in studio che a casa propria, attraverso l’applicazione di compiti pratici.

Nei prossimi articoli svilupperemo meglio queste tecniche e strategie, nel frattempo continua a seguire il mio blog o per maggiori info contattami

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare

Essere genitore di un figlio ansioso non è semplice. Quali sono i comportamenti funzionali che ci aiutano a gestire l’eccessiva paura dei nostri figli rispetto alla scuola, agli amici o all’attività sportiva? La risposta non è semplice, i consigli che arrivano attraverso la televisione, i giornali, i media in generale, sono spesso contraddittori e buoni per ogni situazione, ma di solito la nostra è una situazione differente. 

Approfondiamo alcuni suggerimenti che i genitori possono iniziare a mettere in atto fin da subito, accorgimenti utili a migliorare la situazione e a gestire con più efficacia le paure dei propri figli. Impariamo a capire cos’è meglio fare e cosa evitare.

Primo: Non rassicurare

La rassicurazione non fa altro che alimentare la paura dei vostri figli; pur volendo aiutarli in ogni modo e farli sentire capiti e compresi, la rassicurazione funziona in ottica disfunzionale, ossia esattamente all’opposto. Più voi lo rassicurate e più vostro figlio in realtà continuerà a provare paura! E’ sicuramente fondamentale fargli sentire che lo capiamo e che stiamo tentando di sintonizzarci con lui, tuttavia rassicurandolo otteniamo l’effetto contrario di mantenere intatte le sue paure e le sue preoccupazioni. 

E’ fondamentale esserci e fargli sentire la vostra presenza, ma dichiarare “Non devi aver paura qua ci sono io” non funziona e rischia di peggiorare la situazione. Vostro figlio si chiederà come potrà fare quando sarà solo o comunque fuori dalle rassicuranti mura domestiche, con il gruppo dei suoi pari, gli amici, a scuola. Può accadere, infatti, che quando vostro figlio si trova a scuola e viene assalito dalla paura, arrivi addirittura a chiamare i genitori per farsi venire a prendere, e di solito il genitore accorre prontamente e si attiva con un comportamento affettivo di rassicurazione. 

Aiuta tuo figlio ad avere uno spazio per le preoccupazioni

Invece di rassicurare, vi consiglio di provare a ricavare uno spazio giornaliero di 15 o 30 minuti, durante il quale chiedere a vostro figlio quali possono essere le sue preoccupazioni per la giornata successiva. Se ad esempio c’è una verifica particolarmente temuta, invece di rassicurarlo provate a fare il contrario e a chiedergli di sviscerare tutti i possibili motivi che lo preoccupano: perché pensa che la verifica potrà andare male, quali possibili stati d’animo vivrà durante lo svolgimento del compito in classe. Quello che potrà accadere, quasi per magia, è che vostro figlio invece di vivere una sensazione negativa di malessere proverà una condizione di tranquillità totalmente nuova per lui. Più ci caliamo nelle nostre peggiori paure e più queste spariscono:la paura affrontata diventa coraggio.

Evita di evitare

Cercatedi fare in modo che vostro figlio impari ad “evitare di evitare”. Ogni “evitamento”- cioè ogni situazione nella quale si tenta di aggirare un ostacolo – può far aumentare la paura, generando una spirale di situazioni che porteranno il ragazzo a non trovare più una via d’uscita dall’ansia. Il primo caso “classico” di evitamento è quello dei banchi di scuola, dove spesso la sensazione di paura e di disagio si acuisce e spinge l’adolescente ad allontanarsi dalla classe e dalla scuola, per rifugiarsi nel tranquillo porto della propria casa. 

Aiutatelo ad “evitare di evitare” facendogli vivere piccole frustrazioni, facendogli sentire che ci siete ma che può farcela ancheda solo, facendogli intravvedere anche i lati positivi di quello che sta facendo e di come “non evitando”le cose possono funzionare anche meglio.

Tre tecniche efficaci, all’apparenza piuttosto semplici ma in realtà molto difficili da applicare perchè controintuitive e paradossali, tre tecniche che ogni genitore con figli ansiosi dovrebbe provare a mettere in atto, se necessario anche con l’aiuto di un terapeuta, nell’ottica di rigenerare lo stato disalute e di benessere del figlio.

Se credi che tuo figlio possa avere una problematica ansiosa che non riesce ad affrontare da solo e rispetto alla quale non riesci ad essere efficace, contattami per maggiori info.

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Tag: adolescenza, ansia, Attacchi di Panico, genitorialità

La Ketamina è un farmaco anestetico parente chimico della fenciclidina, meglio conosciuta come “polvere d’angelo”, segnalata dalla World Health Organization nella “lista dei farmaci essenziali” indispensabili per un ospedale. Come sembrerà chiaro la Ketamina è principalmente un farmaco, i suoi effetti si esplicano sul Sistema Nervoso Centrale (SNC) influenzando la percezione del dolore e stimolando particolari sensazioni.

Il suo impiego principale è come anestetico e proprio per queste sue spiccate caratteristiche fu ampiamente impiegato dagli americani nella guerra del Vietnam.  Recenti studi indicano che bassi dosaggi di Ketamina possono essere addirittura impiegati su pazienti affetti da depressione, per ottenere un miglioramento del tono dell’umore. Tuttavia esiste un’altra faccia della medaglia, legata alla problematicità derivante dall’uso “ricreativo”che viene fatto di tale farmaco.

Comprare droga è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la vita.

Jim Morrison

Ketamina: cos’è e quali effetti esercita.

La Ketamina, formula chimica 2-(2-clorofenil)-2-(metilammino) cicloesanone, è una sostanza liquida, molto simile all’acqua, che può essere ingerita o iniettata per via endovenosa. Per uso ricreativo può essere riscaldata fino ad ottenere per evaporazione una polvere biancastra da sniffare o da ingerire, se compressa in pastiglie.  A seconda del dosaggio si possono sperimentare diversi tipi di effetti. Si passa dalla leggera stimolazione, all’euforia simile a quella causata dal consumo di alcolici, sino a sperimentare uno stato completamente dissociativo molto intenso, che può portare a forti allucinazioni. Il suo uso prolungato può indurre dipendenza.

Come per altre sostanze allucinogene, l’utilizzo della ketamina può condurre ad una profonda esperienza interiore ed onirica, un vero e proprio “viaggio interiore”, una sorta di ingresso in un’altra realtà. Per questo motivo la ketamina viene anche definita sostanza enteogena, ossia sostanza psicoattiva in grado di esercitare un effetto psichedelico o allucinogeno tale da favorire esperienze mistiche e spirituali. Come è facile intuire, quando si vive una esperienza visionaria tale da procurare stati di allucinazione dissociativi tra mente e corpo, il rischio a livello psicologico diventa enorme.

Storia di un abuso

Raccontiamo l’esperienza di consumo di Ketamina di un paziente, Mario (nome di fantasia), che ancora oggi ricorda quei momenti con estrema preoccupazione. Mario era solito frequentare “rave party”, feste di musica autogestite ed illegali, spesso organizzate in aree industriali abbandonate o in spazi aperti come boschi, cave, foreste, con una durata variabile che può arrivare anche ad una settimana. 

Mario racconta che durante i “rave” consumava grandi quantità di sostanze psicotrope, ecstasy, anfetamine e cocaina. Nell’ultimo periodo aveva cominciato ad assumere anche Ketamina e tutto sommato l’esperienza non gli era dispiaciuta, anzi aveva contribuito ad aumentare le sensazioni interiori di viaggio spirituale nella musica. Poi una volta di colpo l’esperienza si è rivelata troppo intensa e da quel momento Mario ha realizzato che era necessario smettere. Era giorno, mattina presto, improvvisamenteMario ha cominciato a vederetutto nero, non c’era più nessuno intorno a lui. D’un tratto dal buio sono comparse delle striscioline verdi, come strani geroglifici; guardandoli meglio si è reso conto che erano gli stessi codici di Matrix, un famoso film di fantascienza di fine anni novanta.

Senza neanche rendersene conto si è sentito leggero e ha iniziato una strana danza, una serie di movimenti istintivi che non riusciva a smettere, in un contesto in cui aveva perso completamente la concezione del rapporto spazio-tempo. Visti dall’esterno, alcuni amici hanno descritto i movimenti di Mario come quelli tipici di un’arte marziale, al punto che al termine della sua esibizione Mario avrebbe dichiarato “sono un maestro di kung fu”. In realtà Mario aveva giocato a pallone da ragazzo e non aveva mai frequentato alcuna palestra di arti marziali. 

Questa esperienza “drogastica” lo aveva lasciato incerto e confuso, disorientato al punto tale di faticare a comprendere la sua reale identità. E’ da quel momento che Mario ha deciso di smettere e dopo alcuni mesi iniziare un percorso di psicoterapia.

Ketamina e dipendenza

La storia di Mario ci fa capire il rischio psicologico nel consumo di Ketamina e la forte dipendenza che può creare a livello mentale questa sostanza. Agendo sui principali centri cerebrali, la Ketamina crea una percezione distorta della realtà, il rischio è che tale distorsione possa permanere anche dopo l’assunzione. La ricerca di realtà alternative a quella nella quale il soggetto vive, rischia di determinare un evitamento della realtà e una difficoltà di gestione delle emozioni e della vita in generale, innescando uno stile di vita totalmente disfunzionale. 

Se senti di avere una problematica con la Ketamina o con altre sostanze d’abuso contattami per avere maggiori informazioni al 340.41.90.915 oppure scrivimi nel form contatti cliccando qui.

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Tag: Ketamina, storie di dipendenza, Terapia Breve Strategica

Essere genitori al giorno d’oggi nasconde numerose insidie, inutile negarlo. I genitori sono sempre più soggetti passivi di un bombardamento mediatico che fornisce informazioni spesso contrastanti e non sempre corrette. Queste informazioni possono facilmente portare il genitore fuori strada, non consentendogli di interpretare con chiarezza il proprio ruolo e di prendere le decisioni più opportune. Nell’articolo di oggi vorrei portare testimonianza dell’intervento di formazione rivolto alla genitorialità da me svolto venerdì della scorsa settimana presso la sede dell’IKEA di Padova, di fronte ad un folto pubblico di genitori.

Il ruolo del genitore

All’inizio dell’intervento ho posto le basi per una migliore comprensione del ruolo genitoriale, sottolineandone l’importanza di un ruolo attivo: attraverso cioè l’apprendimento di strumenti pratici e di competenze “organizzative” esso può diventare un vero e proprio punto di riferimento per i figli. La famiglia come ogni tipo di sistema organizzato necessita di regole, entrambi i genitori devono cercare di costruire un sistema di principi, di direttive, che possa essere il più possibile caratterizzato da una linea comune. Senza un’uniformità nell’organizzazione famigliare si corre il rischio di creare dei circoli viziosi disfunzionali, nell’ambito dei quali i figli approfittano di uno dei due genitori per poter ottenere quello che vogliono, in una prospettiva davvero poco educativa. 

Spesso le problematiche che si vengono a creare con i nostri figli possono essere ridotte oppure completamente risolte attivando due importanti tipologie di risposta:

  • adottando strategie e manovre specifiche per risolvere lo specifico problema;
  • bloccando i tentativi fallimentari che stiamo mettendo in atto, che in realtà non portano alcun beneficio alla soluzione del problema.

La comunicazione

Per risolvere i piccoli problemi che incontriamo con i nostri figli, una possibile soluzione funzionale può essere anche quella di considerare in maniera più accurata ogni scambio comunicativo. La comunicazione ha un ruolo fondamentale per aiutare il genitore ad essere efficace a livello relazionale e per costruire la sintonia affettivo-emotiva più adeguata con il proprio figlio. Chiaramente un genitore che assume una posizione più “morbida” e flessibile potrà attendersi esiti differenti rispetto ad un genitore che manifesta una modalità relazionale autoritaria. Ciò non significa che in alcune situazione non vi sia la necessità di essere maggiormente “direttivi” a fronte di alcune trasgressioni. La cosa fondamentale è quella di trovare una giusta sintonia, “danzando” fra diverse posizioni relazionali a seconda delle differenti situazioni che si vengono a creare nell’interazione con i figli.

I modelli famigliari

Avere consapevolezza di come funziona il proprio sistema famigliare ci può essere d’aiuto per disattivare quei tentativi di soluzione disfunzionali nei confronti dei nostri figli, o meglio per attivare quelli più opportuni a seconda delle situazioni. Attraverso le ricerche condotte dal prof. G. Nardone durante gli anni ‘90 è stato possibile individuare alcuni caratteristici modelli di famiglia, il cui funzionamento può influire negativamente sulla crescita ideale e funzionale dei propri figli. Di seguito i principali modelli di famiglia e genitorialità:

Modello iperprotettivo: i genitori fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per far sì che il proprio figlio possa star bene, anticipandone spesso i bisogni, risolvendo le difficoltà e sostituendosi a lui in tutto e per tutto; 

Modello democratico permissivo: il rapporto è completamente improntato suldialogo tra i componenti della famiglia, vi è una completa parità fra i suoi membri, i genitori svolgono un ruolo quasi di confidenti, di amici dei propri figli; 

Modello sacrificante: i genitori si sentono chiamati ad un ruolo di arrendevolezza e di rinuncia, a sacrificarsi per il benessere dei figli, pensando che poi ne verranno in qualche modo ricompensati in futuro;

Modello intermittente: i genitori mettono in attoun comportamento ambivalente, con rapidi cambiamenti delle posizioni relazionali, altalenando momenti di eccessiva comprensione a momenti di autorità, oscillando trauna relazione affettiva ed una anaffettiva e fredda;

Modello delegante: i genitori delegano il loro ruolo alla famiglia allargata, ad esempio ai nonni, generando una dinamica di competizione;abdicando alle proprie responsabilità essi inducono nei figli la sensazione di persone deboli e poco convincenti;

Modello autoritario: il tentativoda parte di un genitore (a volte di entrambi) di esercitare il proprio potere attraversouna ricerca costante di disciplina e di controllo delle decisioni.

Ognuno di questi modelli è caratterizzato da una serie peculiare di regole e di dinamiche comunicative: essere genitore al giorno d’oggi è sicuramente un ruolo molto complesso che secondo me può anche rivelarsi un momento affascinante (oserei dire quasi magico) di relazione affettiva.

La prospettiva che ho cercato di trasmettere è quella che il genitore ha un ruolo attivo nell’educazione e nella gestione del proprio figlio; è attraverso la scoperta delle soluzioni che si riesce a risolvere e a spiegare i problemi. 

Se quest’ultima affermazione ti sembra un paradosso, se hai qualche curiosità particolare riguardo alla tipologia di famiglia in cui pensi di riconoscerti o sei vuoi approfondire le tue conoscenze e capire come affrontare uno specifico problema, contattami al numero 340.41.90.915 oppure scrivi nel form contatti.

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Tag: adolescenza, famiglie, genitori, genitorialità, Terapia Breve Strategica

L’agorafobia è una monofobia molto comune che si può riscontrare in molteplici situazioni e che può risultare alquanto invalidante. Durante una prima seduta una paziente ha descritto l’agorafobia come la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione in cui si trovava, quasi come di morire. Si trovava con amici ad un concerto e per la prima volta ha sentito sopraggiungere il panico. Sul momento non si era resa bene conto di cosa stesse succedendo, ma da quella volta in poi ha realizzato in maniera cosciente che tutte le situazioni fuori di casa ed in pubblico potevano rivelarsi in qualche modo minacciose.

Agorafobia, cos’è.

Dal punto di vista etimologico la parola agorafobia si traduce in “paura della piazza” dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), una paura quindi di tutti gli spazi aperti. L’unico rifugio in situazioni gravi, diventa solamente la propria casa, che si trasforma in una sorta di “grotta” protettiva, nella quale trovare difesa contro le minacce provenienti da quell’esterno vissuto come minaccioso e pericoloso. 

Le situazioni che il soggetto tende ad evitare sono molte: in primo luogo il rischio di trovarsi in mezzo alle persone all’aperto: ad esempio in un corteo, allo stadio o semplicemente in piazza a chiacchierare con amici. In secondo luogo, non solo vengono avvertiti come minacciosi gli spazi aperti, ma molto spesso anche alcuni spazi “chiusi” come ad esempio l’interno di un bar, i mezzi pubblici (treno, autobus, metro) o un supermercato.

Tutte quelle situazioni nelle quali vi è un’interazione fuori dalle mura domestiche possono essere vissute come potenzialmente pericolose, la persona può sentirsi male fisicamente fino ad provare sensazioni di ansietà o di panico vero e proprio.

Agorafobia, alcune caratteristiche

Di regola il soggetto agorafobico tenta di evitare quelle situazioni pubbliche nelle quali potrebbe sentirsi male ed incapace di affrontare il proprio disagio. Tale soluzione (tecnicamente si parla di evitamento) porta mano a mano alla costruzione di una catena di paure sempre più diffuse e pervasive che rischiano di travolgere il soggetto, innescando un meccanismo irrefrenabile di tentate soluzioni quali appunto l’evitamento o la richiesta di aiuto. 

Nello specifico, l’agorafobico giunge a provare una sorta di paura del giudizio che le altre persone potrebbero avere nei suoi confronti; il giudizio degli altri, anche se non espresso palesemente, pesa ed influisce sul suo sistema percettivo-reattivo. Il solo pensiero di non riuscire a “controllare” le proprie sensazioni psicofisiche, e di conseguenza di non essere in grado di gestire la situazione di difficoltà in uno spazio aperto, induce nel soggetto la paura di essere giudicato. Di conseguenza la soluzione più facile ed immediata è quella di non recarsi in luoghi aperti, alla presenza di molte persone, innescando quel circolo vizioso di tentate soluzioni (evitamento e/o richiesta di aiuto) che alimentano la patologia agorafobica stessa.

Le sensazioni dell’agorafobia

La sensazione che vive la persona che soffre di agorafobia è quella di perdere il controllo della situazione che sta vivendo, la paura di potersi sentire male, di svenire, di vivere una sensazione drammatica, come se stesse impazzendo. Queste sensazioni sono accompagnate da reazioni fisiologiche di somatizzazione ansiosa, con sintomi quali tremori, tachicardia, sudori freddi, nodo in gola, paura di morire.

Spesso per combattere queste sensazioni l’agorafobico adotta la soluzione di ricorrere all’aiuto di una persona di fiducia: un famigliare, un amico, il proprio compagno o la propria compagna, tuttavia anche in questo caso, come nel caso dell’evitamento, la soluzione non è per nulla funzionale. Il rischio è che possano passare due messaggi contraddittori: uno che la persona che ci aiuta ci vuole bene e ci sta aiutando, l’altro invece che da soli non possiamo farcela e avremo sempre bisogno di un aiuto. In realtà l’aiuto di qualcuno per affrontare la fobia degli spazi aperti non è risolutivo, può forse essere di supporto nel momento del bisogno, ma mantiene inalterata la problematica e rischia addirittura di alimentarla e di renderla ulteriormente pervasiva.

Se vuoi saperne di più sull’agorafobia e su tutte le altre patologie relative all’ansia puoi sfogliare il mio blog o il mio sito.

Se senti di avere una problematica di ansia e/o di agorafobia contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

“Dottore sono un cocainomane” così si è presentato la prima volta Francesco (nome di fantasia). Ha iniziato il consumo di cocaina quando aveva trent’anni, per caso, nello spogliatoio del basket. Alcuni compagni erano soliti farsi qualche riga prima e dopo gli allenamenti. Alla classica pizza post allenamento, oltre ai fiumi di alcol, anche Francesco aveva iniziato a tirare alcuni grammi in compagnia. Rientrava tardi e non riusciva a dormire, ma al mattino non avvertiva postumi negativi e andava al lavoro senza complicazioni.

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In una prima fase di consumo la cocaina non si era dimostrata particolarmente “invasiva”, era quasi un passatempo, un momento per “stare fuori”, per spezzare la routine, lo aiutava a non pensare e sentirsi più tranquillo. Tuttavia ad un certo momento il problema si è manifestato ed è andato peggiorando con il passare del tempo.

La dipendenza da cocaina

Il consumo ha iniziato a prendere una piega eccessiva quando dopo il lavoro Francesco, prima di rientrare a casa, preferiva passare da uno spacciatore amico di un suo compagno di squadra. “Compravo un paio di grammi, me li facevo in un paio di sere, a casa dopo cena, la mia compagna non si accorgeva di niente, passavo la nottata in taverna, guardando film o davanti al computer”. Era iniziato un periodo in cui la sola idea del consumo lo tranquillizzava, le sere in cui consumava, erano come una valvola di sfogo, gli permettevano di non pensare a nulla e distaccare dalla monotonia quotidiana.

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Nel giro di sei mesi, a fine stagione cestistica, Francesco era diventato completamente dipendente, il consumo si era fatto regolare, ogni giorno, tutte le sere, e la compagna aveva cominciato a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto.

La rottura

Dopo ulteriori sei mesi ed un consumo giornaliero F. è sempre più in difficoltà, anche sul lavoro, tanto da rischiare quasi di perdere il posto. Capisce che da solo non può farcela, decide finalmente, ma non senza difficoltà, di uscire allo scoperto e di farsi aiutare. In situazioni come questa la difficoltà principale è quella di essere trasparenti e sinceri.F. per prima cosa si apre con la compagna ma i famigliari spesso faticano a comprendere le difficoltà di chi consuma sostanza, e anche in questo caso la fidanzata ne esce distrutta. Decidono allora di chiedere aiuto ad uno specialista per affrontare nella maniera giustala situazione e trovare una via d’uscita.

La psicoterapia

In una situazione come quella di Francesco il lavoro terapeutico è stato impostato sin dal primo momento sulla ricerca di una trasparenza totale nei confronti della compagna e del terapeuta. Inoltre è stato di fondamentale importanza lavorare sulla sua motivazione, stimolando la ricerca di una reazione“interna” forte: una ragione che lo possa convincere a non consumare più, una sorta di bussola, che deve sempre presa in mano nei momenti in cui il desiderio di sostanza tenta di prendere il sopravvento e di compromettere la salute psicofisica.

 

Nel caso specifico di Francesco la motivazione è stata quella di voler ritrovare se stesso, la propria lucidità, la forza diaffrontare la realtà a testa alta e di assumersi la responsabilità di essere un compagno a tutti gli effetti, tornando ad essere la persona partecipativa e presente di prima.

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Questo è stato il primo non facile “mattoncino di base” che ha permesso di costruire un percorso di successo, durante il quale F. è riuscito a mantenersi astinente e a credere nell’astinenza da cocaina. Le fasi successive del lavoro di terapia hanno dato i frutti sperati: Francesco ha ritrovato infine la propria lucidità e la propria serenità, lontano dagli stimoli artificiali e passeggeri regalati dal consumo di sostanza.

Se senti di avere un problema con la cocaina e vuoi maggiori informazioni scrivimi in privato all’indirizzo studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 340.41.90.915. Oppure contattami attraverso il form contatti del sito cliccando qua.

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Tag: cocaina, cocainomane, dipendenza da cocaina, Terapia Breve Strategica

La psicoterapia breve strategica è un approccio che è stato formulato da Paul Watzlawick, per poi evolversi con il Prof. Giorgio Nardone, che nel corso degli ultimi venticinque anni ha elaborato e formulato numerosi protocolli d’intervento, per le diverse patologie psicologiche e comportamentali. L’articolo di oggi mira ad entrare più in contatto con la terapia breve strategica, e con le sue modalità d’intervento. Capita talvolta che un paziente, per semplice curiosità o per capire meglio l’importanza della terapia che sta affrontando, chieda al terapeuta:

“Dottore ma in parole semplici, in cosa consiste essenzialmente la Psicoterapia Breve Strategica?”

La risposta si può riassumere in poche avare parole: “Si tratta di un approccio di tipo strategico che attraverso la comprensione di “come” funziona il suo problema, consente di mettere a punto una soluzione rapida e definitiva. L’attenzione si concentra fondamentalmente sul come funziona il problema e non sul ”perché” esiste il problema”.

La psicoterapia breve strategica come funziona.

In genere questa risposta soddisfa la curiosità del paziente, tuttavia il costrutto scientifico della Terapia Breve Strategica (TBS) è ben più complesso ed articolato. Proviamo a fornire una risposta più tecnica. La TBS è una teoria epistemologica di matrice costruttivista, che basa la propria logica sugli obiettivi da raggiungere, e proprio per questo viene definita “strategica”. In altre parole ogni tattica, manovra e sequenza terapeutica viene definita in funzione del problema in analisi, in modo da mettere a punto la giusta soluzione per lo specifico problema. Questo è appunto l’approccio strategico.

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Rispetto alle forme classiche di terapia, la TBS presenta la particolarità di adattarsi al paziente e non viceversa, garantendo quella flessibilità necessaria ad orientare positivamente il rapporto fra il paziente e il suo terapeuta. I protocolli di trattamento vengono di volta in volta adattati in funzione delle caratteristiche del paziente. La struttura dell’intervento nelle sue diverse fasi rimane sempre la stessa, quello che cambia sono la comunicazione e l’interazione fra terapeuta e paziente.

Il terapeuta

Il trasferimento dell’approccio dal “perché” al “come” funziona, l’intervento si focalizza non sulla ricerca lunga e infruttuosa sulle sue origini (le “cause”), quanto invece sulle modalità di percezione da parte del soggetto. Si evince immediatamente l’importanza del dialogo terapeuta-paziente quando si pensa che l’acquisizione delle informazioni – e quindi la definizione del problema – avviene attraverso la descrizione che ne viene fatta dal paziente o dai suoi parenti. Il dialogo terapeutico è indispensabile alla comprensione e alla condivisione con il paziente di quello che è realmente il problema da risolvere, per poter raggiungere il cambiamento sperato.

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Da qui si comprende l’importanza della figura del terapeuta, che deve ad un tempo possedere doti di grande comunicabilità e di profonda conoscenza della materia, oltre ad una riconosciuta etica professionale. Le manovre terapeutiche nella loro apparente semplicità sono in realtà il punto di arrivo di lunghi studi e di faticoso affinamento continuo.

Epsitemologia della psicoterapia breve strategica

I fondamenti epistemologici della Psicoterapia Breve Strategica si fondano sul sistema percettivo-reattivo, ossia sulle nostre modalità di percezione della realtà e sulle conseguenti modalità di reazione comportamentale. Ogni cambiamento comportamentale, per avere successo duraturo nel tempo, deve essere preceduto da un cambiamento delle modalità percettive. Questo è uno dei fondamenti essenziali che distingue la TBS dalle terapie classiche: l’intervento terapeutico dovrà essere in grado di modificare anche quegli aspetti emozionali che sono alla base dei comportamenti sotto esame, ristrutturandoli sulla base delle esperienze emozionali nuove vissute dallo stesso paziente durante il percorso terapeutico.

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Tag: Terapia Breve Strategica

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Come smettere di drogarsi da soli

8 Maggio 2019

La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso sia in età adolescenziale che in età adulta. Spesso ne sono colpite le giovani adolescenti che trovano nel cibo una via di fuga dalle dinamiche emotive quotidiane; tuttavia anche in età adulta, sia nel genere femminile che in quello maschile, si riscontrano situazioni in cui il cibo viene utilizzato come “strumento” per sentirsi meglio. In realtà il soggetto bulimico non prova realmente fame, ma vive la sensazione psicologica di un desiderio incontrollabile di cibo.

La bulimia: cos’è?

Con il termine bulimia si indica un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal desiderio incontrollabile di cibo, una tendenza sfrenata ad abbuffarsi, ad ingurgitare compulsivamente qualsiasi alimento. La bulimia conduce fatalmente ad una totale perdita di controllo nei confronti del cibo stesso e di conseguenza alla sensazione di non essere in grado di gestire la propria condotta.

Il soggetto bulimico cerca di controllare il desiderio evitando di mangiare, ma quello che ottiene è l’esatto contrario, ossia più si sforza di non mangiare e più si lascia andare a momenti di vere e proprie abbuffate, concedendosi il cibo senza ritegno. Il bisogno di cibo viene vissuto come un modo di reagire alle difficoltà e alle insicurezze della quotidianità.

I sintomi della bulimia

Tra i principali sintomi della bulimia possiamo annoverare come già sottolineato le ricorrenti abbuffate, episodi che consistono nell’ingurgitare grandi quantità di cibo in tempi relativamente brevi. 

Come nel caso dell’anoressia – ma sotto la spinta di motivazioni psicologiche diverse – sovente tali situazioni sono seguite da comportamenti di compensazione per espellere l’eccesso di alimenti, come ad esempio l’uso di lassativi o la pratica del vomito autoindotto. Altri comportamenti di compensazione sono rappresentati dall’uso di diuretici o addirittura di enteroclismi; in molti casi il soggetto bulimico ricorre anche al digiuno temporaneo o ad un intenso esercizio fisico. 

Molto spesso coloro che circondano il soggetto in difficoltà cercano di spingerlo a mangiare meno, facendogli notare che sta mangiando eccessivamente ed in maniera smodata. Questa modalità di sottolineare le difficoltà (e la possibile patologia) invece che migliorare la situazione la peggiora, inducendo ancora di più nel soggetto uno strato di frustrazione e di rabbia che lo spingerà ad usare il cibo in maniera disfunzionale.

La Terapia Breve Strategica e le possibili soluzioni

Il concetto chiave sul quale impostare una terapia psicologica rispetto alla problematica bulimica è la messa a punto di soluzioni che modifichino le modalità di percezione del soggetto riguardo al cibo e alle dinamiche emotive che si trova ad affrontare ogni giorno. 

Una strategia molto efficace in questi casi è rappresentata dalla scrittura. Riuscire a mettere su carta tutte le dinamiche emotive che ci tormentano permette di “far emergere” gli aspetti emotivi e ci aiuta a ritrovare una maggiore chiarezza interiore. Si tratta comunque di un esercizio difficile al quale non siamo più abituati, perché ormai i messaggini di testo e le chat più o meno lunghe hanno sostituito la scrittura vera e propria. Naturalmente la scrittura dovrà essere accompagnata da una terapia psicologica condotta sotto la guida di uno psicologo esperto, che consenta di mettere in pratica anche quegli accorgimenti terapeutici specifici studiati ad hoc per il soggetto.

Un’altra strategia funzionale consiste nel cercare di riappropriarsi del piacere del cibo mangiando solo durante i tre pasti principali: colazione pranzo e cena. In particolare la cosa fondamentale è mangiare solamente le cose che piacciono di più; lo stratagemma terapeutico consiste nel far passare l’idea che se ci concediamo psicologicamente il piacere di mangiare vi possiamo anche rinunciare, mentre invece se non ce lo concediamo diventa irrinunciabile.

La terapia breve strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira a fornire tecniche personalizzate che consentano al soggetto di trovare soluzioni funzionali, aiutandolo a ritrovare contemporaneamente anche un rinnovato equilibrio emotivo. Il lavoro terapeutico si svolge sia durante le sedute in studio che a casa propria, attraverso l’applicazione di compiti pratici.

Nei prossimi articoli svilupperemo meglio queste tecniche e strategie, nel frattempo continua a seguire il mio blog o per maggiori info contattami

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare

Essere genitore di un figlio ansioso non è semplice. Quali sono i comportamenti funzionali che ci aiutano a gestire l’eccessiva paura dei nostri figli rispetto alla scuola, agli amici o all’attività sportiva? La risposta non è semplice, i consigli che arrivano attraverso la televisione, i giornali, i media in generale, sono spesso contraddittori e buoni per ogni situazione, ma di solito la nostra è una situazione differente. 

Approfondiamo alcuni suggerimenti che i genitori possono iniziare a mettere in atto fin da subito, accorgimenti utili a migliorare la situazione e a gestire con più efficacia le paure dei propri figli. Impariamo a capire cos’è meglio fare e cosa evitare.

Primo: Non rassicurare

La rassicurazione non fa altro che alimentare la paura dei vostri figli; pur volendo aiutarli in ogni modo e farli sentire capiti e compresi, la rassicurazione funziona in ottica disfunzionale, ossia esattamente all’opposto. Più voi lo rassicurate e più vostro figlio in realtà continuerà a provare paura! E’ sicuramente fondamentale fargli sentire che lo capiamo e che stiamo tentando di sintonizzarci con lui, tuttavia rassicurandolo otteniamo l’effetto contrario di mantenere intatte le sue paure e le sue preoccupazioni. 

E’ fondamentale esserci e fargli sentire la vostra presenza, ma dichiarare “Non devi aver paura qua ci sono io” non funziona e rischia di peggiorare la situazione. Vostro figlio si chiederà come potrà fare quando sarà solo o comunque fuori dalle rassicuranti mura domestiche, con il gruppo dei suoi pari, gli amici, a scuola. Può accadere, infatti, che quando vostro figlio si trova a scuola e viene assalito dalla paura, arrivi addirittura a chiamare i genitori per farsi venire a prendere, e di solito il genitore accorre prontamente e si attiva con un comportamento affettivo di rassicurazione. 

Aiuta tuo figlio ad avere uno spazio per le preoccupazioni

Invece di rassicurare, vi consiglio di provare a ricavare uno spazio giornaliero di 15 o 30 minuti, durante il quale chiedere a vostro figlio quali possono essere le sue preoccupazioni per la giornata successiva. Se ad esempio c’è una verifica particolarmente temuta, invece di rassicurarlo provate a fare il contrario e a chiedergli di sviscerare tutti i possibili motivi che lo preoccupano: perché pensa che la verifica potrà andare male, quali possibili stati d’animo vivrà durante lo svolgimento del compito in classe. Quello che potrà accadere, quasi per magia, è che vostro figlio invece di vivere una sensazione negativa di malessere proverà una condizione di tranquillità totalmente nuova per lui. Più ci caliamo nelle nostre peggiori paure e più queste spariscono:la paura affrontata diventa coraggio.

Evita di evitare

Cercatedi fare in modo che vostro figlio impari ad “evitare di evitare”. Ogni “evitamento”- cioè ogni situazione nella quale si tenta di aggirare un ostacolo – può far aumentare la paura, generando una spirale di situazioni che porteranno il ragazzo a non trovare più una via d’uscita dall’ansia. Il primo caso “classico” di evitamento è quello dei banchi di scuola, dove spesso la sensazione di paura e di disagio si acuisce e spinge l’adolescente ad allontanarsi dalla classe e dalla scuola, per rifugiarsi nel tranquillo porto della propria casa. 

Aiutatelo ad “evitare di evitare” facendogli vivere piccole frustrazioni, facendogli sentire che ci siete ma che può farcela ancheda solo, facendogli intravvedere anche i lati positivi di quello che sta facendo e di come “non evitando”le cose possono funzionare anche meglio.

Tre tecniche efficaci, all’apparenza piuttosto semplici ma in realtà molto difficili da applicare perchè controintuitive e paradossali, tre tecniche che ogni genitore con figli ansiosi dovrebbe provare a mettere in atto, se necessario anche con l’aiuto di un terapeuta, nell’ottica di rigenerare lo stato disalute e di benessere del figlio.

Se credi che tuo figlio possa avere una problematica ansiosa che non riesce ad affrontare da solo e rispetto alla quale non riesci ad essere efficace, contattami per maggiori info.

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Tag: adolescenza, ansia, Attacchi di Panico, genitorialità

La Ketamina è un farmaco anestetico parente chimico della fenciclidina, meglio conosciuta come “polvere d’angelo”, segnalata dalla World Health Organization nella “lista dei farmaci essenziali” indispensabili per un ospedale. Come sembrerà chiaro la Ketamina è principalmente un farmaco, i suoi effetti si esplicano sul Sistema Nervoso Centrale (SNC) influenzando la percezione del dolore e stimolando particolari sensazioni.

Il suo impiego principale è come anestetico e proprio per queste sue spiccate caratteristiche fu ampiamente impiegato dagli americani nella guerra del Vietnam.  Recenti studi indicano che bassi dosaggi di Ketamina possono essere addirittura impiegati su pazienti affetti da depressione, per ottenere un miglioramento del tono dell’umore. Tuttavia esiste un’altra faccia della medaglia, legata alla problematicità derivante dall’uso “ricreativo”che viene fatto di tale farmaco.

Comprare droga è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la vita.

Jim Morrison

Ketamina: cos’è e quali effetti esercita.

La Ketamina, formula chimica 2-(2-clorofenil)-2-(metilammino) cicloesanone, è una sostanza liquida, molto simile all’acqua, che può essere ingerita o iniettata per via endovenosa. Per uso ricreativo può essere riscaldata fino ad ottenere per evaporazione una polvere biancastra da sniffare o da ingerire, se compressa in pastiglie.  A seconda del dosaggio si possono sperimentare diversi tipi di effetti. Si passa dalla leggera stimolazione, all’euforia simile a quella causata dal consumo di alcolici, sino a sperimentare uno stato completamente dissociativo molto intenso, che può portare a forti allucinazioni. Il suo uso prolungato può indurre dipendenza.

Come per altre sostanze allucinogene, l’utilizzo della ketamina può condurre ad una profonda esperienza interiore ed onirica, un vero e proprio “viaggio interiore”, una sorta di ingresso in un’altra realtà. Per questo motivo la ketamina viene anche definita sostanza enteogena, ossia sostanza psicoattiva in grado di esercitare un effetto psichedelico o allucinogeno tale da favorire esperienze mistiche e spirituali. Come è facile intuire, quando si vive una esperienza visionaria tale da procurare stati di allucinazione dissociativi tra mente e corpo, il rischio a livello psicologico diventa enorme.

Storia di un abuso

Raccontiamo l’esperienza di consumo di Ketamina di un paziente, Mario (nome di fantasia), che ancora oggi ricorda quei momenti con estrema preoccupazione. Mario era solito frequentare “rave party”, feste di musica autogestite ed illegali, spesso organizzate in aree industriali abbandonate o in spazi aperti come boschi, cave, foreste, con una durata variabile che può arrivare anche ad una settimana. 

Mario racconta che durante i “rave” consumava grandi quantità di sostanze psicotrope, ecstasy, anfetamine e cocaina. Nell’ultimo periodo aveva cominciato ad assumere anche Ketamina e tutto sommato l’esperienza non gli era dispiaciuta, anzi aveva contribuito ad aumentare le sensazioni interiori di viaggio spirituale nella musica. Poi una volta di colpo l’esperienza si è rivelata troppo intensa e da quel momento Mario ha realizzato che era necessario smettere. Era giorno, mattina presto, improvvisamenteMario ha cominciato a vederetutto nero, non c’era più nessuno intorno a lui. D’un tratto dal buio sono comparse delle striscioline verdi, come strani geroglifici; guardandoli meglio si è reso conto che erano gli stessi codici di Matrix, un famoso film di fantascienza di fine anni novanta.

Senza neanche rendersene conto si è sentito leggero e ha iniziato una strana danza, una serie di movimenti istintivi che non riusciva a smettere, in un contesto in cui aveva perso completamente la concezione del rapporto spazio-tempo. Visti dall’esterno, alcuni amici hanno descritto i movimenti di Mario come quelli tipici di un’arte marziale, al punto che al termine della sua esibizione Mario avrebbe dichiarato “sono un maestro di kung fu”. In realtà Mario aveva giocato a pallone da ragazzo e non aveva mai frequentato alcuna palestra di arti marziali. 

Questa esperienza “drogastica” lo aveva lasciato incerto e confuso, disorientato al punto tale di faticare a comprendere la sua reale identità. E’ da quel momento che Mario ha deciso di smettere e dopo alcuni mesi iniziare un percorso di psicoterapia.

Ketamina e dipendenza

La storia di Mario ci fa capire il rischio psicologico nel consumo di Ketamina e la forte dipendenza che può creare a livello mentale questa sostanza. Agendo sui principali centri cerebrali, la Ketamina crea una percezione distorta della realtà, il rischio è che tale distorsione possa permanere anche dopo l’assunzione. La ricerca di realtà alternative a quella nella quale il soggetto vive, rischia di determinare un evitamento della realtà e una difficoltà di gestione delle emozioni e della vita in generale, innescando uno stile di vita totalmente disfunzionale. 

Se senti di avere una problematica con la Ketamina o con altre sostanze d’abuso contattami per avere maggiori informazioni al 340.41.90.915 oppure scrivimi nel form contatti cliccando qui.

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Tag: Ketamina, storie di dipendenza, Terapia Breve Strategica

Essere genitori al giorno d’oggi nasconde numerose insidie, inutile negarlo. I genitori sono sempre più soggetti passivi di un bombardamento mediatico che fornisce informazioni spesso contrastanti e non sempre corrette. Queste informazioni possono facilmente portare il genitore fuori strada, non consentendogli di interpretare con chiarezza il proprio ruolo e di prendere le decisioni più opportune. Nell’articolo di oggi vorrei portare testimonianza dell’intervento di formazione rivolto alla genitorialità da me svolto venerdì della scorsa settimana presso la sede dell’IKEA di Padova, di fronte ad un folto pubblico di genitori.

Il ruolo del genitore

All’inizio dell’intervento ho posto le basi per una migliore comprensione del ruolo genitoriale, sottolineandone l’importanza di un ruolo attivo: attraverso cioè l’apprendimento di strumenti pratici e di competenze “organizzative” esso può diventare un vero e proprio punto di riferimento per i figli. La famiglia come ogni tipo di sistema organizzato necessita di regole, entrambi i genitori devono cercare di costruire un sistema di principi, di direttive, che possa essere il più possibile caratterizzato da una linea comune. Senza un’uniformità nell’organizzazione famigliare si corre il rischio di creare dei circoli viziosi disfunzionali, nell’ambito dei quali i figli approfittano di uno dei due genitori per poter ottenere quello che vogliono, in una prospettiva davvero poco educativa. 

Spesso le problematiche che si vengono a creare con i nostri figli possono essere ridotte oppure completamente risolte attivando due importanti tipologie di risposta:

  • adottando strategie e manovre specifiche per risolvere lo specifico problema;
  • bloccando i tentativi fallimentari che stiamo mettendo in atto, che in realtà non portano alcun beneficio alla soluzione del problema.

La comunicazione

Per risolvere i piccoli problemi che incontriamo con i nostri figli, una possibile soluzione funzionale può essere anche quella di considerare in maniera più accurata ogni scambio comunicativo. La comunicazione ha un ruolo fondamentale per aiutare il genitore ad essere efficace a livello relazionale e per costruire la sintonia affettivo-emotiva più adeguata con il proprio figlio. Chiaramente un genitore che assume una posizione più “morbida” e flessibile potrà attendersi esiti differenti rispetto ad un genitore che manifesta una modalità relazionale autoritaria. Ciò non significa che in alcune situazione non vi sia la necessità di essere maggiormente “direttivi” a fronte di alcune trasgressioni. La cosa fondamentale è quella di trovare una giusta sintonia, “danzando” fra diverse posizioni relazionali a seconda delle differenti situazioni che si vengono a creare nell’interazione con i figli.

I modelli famigliari

Avere consapevolezza di come funziona il proprio sistema famigliare ci può essere d’aiuto per disattivare quei tentativi di soluzione disfunzionali nei confronti dei nostri figli, o meglio per attivare quelli più opportuni a seconda delle situazioni. Attraverso le ricerche condotte dal prof. G. Nardone durante gli anni ‘90 è stato possibile individuare alcuni caratteristici modelli di famiglia, il cui funzionamento può influire negativamente sulla crescita ideale e funzionale dei propri figli. Di seguito i principali modelli di famiglia e genitorialità:

Modello iperprotettivo: i genitori fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per far sì che il proprio figlio possa star bene, anticipandone spesso i bisogni, risolvendo le difficoltà e sostituendosi a lui in tutto e per tutto; 

Modello democratico permissivo: il rapporto è completamente improntato suldialogo tra i componenti della famiglia, vi è una completa parità fra i suoi membri, i genitori svolgono un ruolo quasi di confidenti, di amici dei propri figli; 

Modello sacrificante: i genitori si sentono chiamati ad un ruolo di arrendevolezza e di rinuncia, a sacrificarsi per il benessere dei figli, pensando che poi ne verranno in qualche modo ricompensati in futuro;

Modello intermittente: i genitori mettono in attoun comportamento ambivalente, con rapidi cambiamenti delle posizioni relazionali, altalenando momenti di eccessiva comprensione a momenti di autorità, oscillando trauna relazione affettiva ed una anaffettiva e fredda;

Modello delegante: i genitori delegano il loro ruolo alla famiglia allargata, ad esempio ai nonni, generando una dinamica di competizione;abdicando alle proprie responsabilità essi inducono nei figli la sensazione di persone deboli e poco convincenti;

Modello autoritario: il tentativoda parte di un genitore (a volte di entrambi) di esercitare il proprio potere attraversouna ricerca costante di disciplina e di controllo delle decisioni.

Ognuno di questi modelli è caratterizzato da una serie peculiare di regole e di dinamiche comunicative: essere genitore al giorno d’oggi è sicuramente un ruolo molto complesso che secondo me può anche rivelarsi un momento affascinante (oserei dire quasi magico) di relazione affettiva.

La prospettiva che ho cercato di trasmettere è quella che il genitore ha un ruolo attivo nell’educazione e nella gestione del proprio figlio; è attraverso la scoperta delle soluzioni che si riesce a risolvere e a spiegare i problemi. 

Se quest’ultima affermazione ti sembra un paradosso, se hai qualche curiosità particolare riguardo alla tipologia di famiglia in cui pensi di riconoscerti o sei vuoi approfondire le tue conoscenze e capire come affrontare uno specifico problema, contattami al numero 340.41.90.915 oppure scrivi nel form contatti.

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Tag: adolescenza, famiglie, genitori, genitorialità, Terapia Breve Strategica

L’agorafobia è una monofobia molto comune che si può riscontrare in molteplici situazioni e che può risultare alquanto invalidante. Durante una prima seduta una paziente ha descritto l’agorafobia come la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione in cui si trovava, quasi come di morire. Si trovava con amici ad un concerto e per la prima volta ha sentito sopraggiungere il panico. Sul momento non si era resa bene conto di cosa stesse succedendo, ma da quella volta in poi ha realizzato in maniera cosciente che tutte le situazioni fuori di casa ed in pubblico potevano rivelarsi in qualche modo minacciose.

Agorafobia, cos’è.

Dal punto di vista etimologico la parola agorafobia si traduce in “paura della piazza” dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), una paura quindi di tutti gli spazi aperti. L’unico rifugio in situazioni gravi, diventa solamente la propria casa, che si trasforma in una sorta di “grotta” protettiva, nella quale trovare difesa contro le minacce provenienti da quell’esterno vissuto come minaccioso e pericoloso. 

Le situazioni che il soggetto tende ad evitare sono molte: in primo luogo il rischio di trovarsi in mezzo alle persone all’aperto: ad esempio in un corteo, allo stadio o semplicemente in piazza a chiacchierare con amici. In secondo luogo, non solo vengono avvertiti come minacciosi gli spazi aperti, ma molto spesso anche alcuni spazi “chiusi” come ad esempio l’interno di un bar, i mezzi pubblici (treno, autobus, metro) o un supermercato.

Tutte quelle situazioni nelle quali vi è un’interazione fuori dalle mura domestiche possono essere vissute come potenzialmente pericolose, la persona può sentirsi male fisicamente fino ad provare sensazioni di ansietà o di panico vero e proprio.

Agorafobia, alcune caratteristiche

Di regola il soggetto agorafobico tenta di evitare quelle situazioni pubbliche nelle quali potrebbe sentirsi male ed incapace di affrontare il proprio disagio. Tale soluzione (tecnicamente si parla di evitamento) porta mano a mano alla costruzione di una catena di paure sempre più diffuse e pervasive che rischiano di travolgere il soggetto, innescando un meccanismo irrefrenabile di tentate soluzioni quali appunto l’evitamento o la richiesta di aiuto. 

Nello specifico, l’agorafobico giunge a provare una sorta di paura del giudizio che le altre persone potrebbero avere nei suoi confronti; il giudizio degli altri, anche se non espresso palesemente, pesa ed influisce sul suo sistema percettivo-reattivo. Il solo pensiero di non riuscire a “controllare” le proprie sensazioni psicofisiche, e di conseguenza di non essere in grado di gestire la situazione di difficoltà in uno spazio aperto, induce nel soggetto la paura di essere giudicato. Di conseguenza la soluzione più facile ed immediata è quella di non recarsi in luoghi aperti, alla presenza di molte persone, innescando quel circolo vizioso di tentate soluzioni (evitamento e/o richiesta di aiuto) che alimentano la patologia agorafobica stessa.

Le sensazioni dell’agorafobia

La sensazione che vive la persona che soffre di agorafobia è quella di perdere il controllo della situazione che sta vivendo, la paura di potersi sentire male, di svenire, di vivere una sensazione drammatica, come se stesse impazzendo. Queste sensazioni sono accompagnate da reazioni fisiologiche di somatizzazione ansiosa, con sintomi quali tremori, tachicardia, sudori freddi, nodo in gola, paura di morire.

Spesso per combattere queste sensazioni l’agorafobico adotta la soluzione di ricorrere all’aiuto di una persona di fiducia: un famigliare, un amico, il proprio compagno o la propria compagna, tuttavia anche in questo caso, come nel caso dell’evitamento, la soluzione non è per nulla funzionale. Il rischio è che possano passare due messaggi contraddittori: uno che la persona che ci aiuta ci vuole bene e ci sta aiutando, l’altro invece che da soli non possiamo farcela e avremo sempre bisogno di un aiuto. In realtà l’aiuto di qualcuno per affrontare la fobia degli spazi aperti non è risolutivo, può forse essere di supporto nel momento del bisogno, ma mantiene inalterata la problematica e rischia addirittura di alimentarla e di renderla ulteriormente pervasiva.

Se vuoi saperne di più sull’agorafobia e su tutte le altre patologie relative all’ansia puoi sfogliare il mio blog o il mio sito.

Se senti di avere una problematica di ansia e/o di agorafobia contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

“Dottore sono un cocainomane” così si è presentato la prima volta Francesco (nome di fantasia). Ha iniziato il consumo di cocaina quando aveva trent’anni, per caso, nello spogliatoio del basket. Alcuni compagni erano soliti farsi qualche riga prima e dopo gli allenamenti. Alla classica pizza post allenamento, oltre ai fiumi di alcol, anche Francesco aveva iniziato a tirare alcuni grammi in compagnia. Rientrava tardi e non riusciva a dormire, ma al mattino non avvertiva postumi negativi e andava al lavoro senza complicazioni.

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In una prima fase di consumo la cocaina non si era dimostrata particolarmente “invasiva”, era quasi un passatempo, un momento per “stare fuori”, per spezzare la routine, lo aiutava a non pensare e sentirsi più tranquillo. Tuttavia ad un certo momento il problema si è manifestato ed è andato peggiorando con il passare del tempo.

La dipendenza da cocaina

Il consumo ha iniziato a prendere una piega eccessiva quando dopo il lavoro Francesco, prima di rientrare a casa, preferiva passare da uno spacciatore amico di un suo compagno di squadra. “Compravo un paio di grammi, me li facevo in un paio di sere, a casa dopo cena, la mia compagna non si accorgeva di niente, passavo la nottata in taverna, guardando film o davanti al computer”. Era iniziato un periodo in cui la sola idea del consumo lo tranquillizzava, le sere in cui consumava, erano come una valvola di sfogo, gli permettevano di non pensare a nulla e distaccare dalla monotonia quotidiana.

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Nel giro di sei mesi, a fine stagione cestistica, Francesco era diventato completamente dipendente, il consumo si era fatto regolare, ogni giorno, tutte le sere, e la compagna aveva cominciato a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto.

La rottura

Dopo ulteriori sei mesi ed un consumo giornaliero F. è sempre più in difficoltà, anche sul lavoro, tanto da rischiare quasi di perdere il posto. Capisce che da solo non può farcela, decide finalmente, ma non senza difficoltà, di uscire allo scoperto e di farsi aiutare. In situazioni come questa la difficoltà principale è quella di essere trasparenti e sinceri.F. per prima cosa si apre con la compagna ma i famigliari spesso faticano a comprendere le difficoltà di chi consuma sostanza, e anche in questo caso la fidanzata ne esce distrutta. Decidono allora di chiedere aiuto ad uno specialista per affrontare nella maniera giustala situazione e trovare una via d’uscita.

La psicoterapia

In una situazione come quella di Francesco il lavoro terapeutico è stato impostato sin dal primo momento sulla ricerca di una trasparenza totale nei confronti della compagna e del terapeuta. Inoltre è stato di fondamentale importanza lavorare sulla sua motivazione, stimolando la ricerca di una reazione“interna” forte: una ragione che lo possa convincere a non consumare più, una sorta di bussola, che deve sempre presa in mano nei momenti in cui il desiderio di sostanza tenta di prendere il sopravvento e di compromettere la salute psicofisica.

 

Nel caso specifico di Francesco la motivazione è stata quella di voler ritrovare se stesso, la propria lucidità, la forza diaffrontare la realtà a testa alta e di assumersi la responsabilità di essere un compagno a tutti gli effetti, tornando ad essere la persona partecipativa e presente di prima.

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Questo è stato il primo non facile “mattoncino di base” che ha permesso di costruire un percorso di successo, durante il quale F. è riuscito a mantenersi astinente e a credere nell’astinenza da cocaina. Le fasi successive del lavoro di terapia hanno dato i frutti sperati: Francesco ha ritrovato infine la propria lucidità e la propria serenità, lontano dagli stimoli artificiali e passeggeri regalati dal consumo di sostanza.

Se senti di avere un problema con la cocaina e vuoi maggiori informazioni scrivimi in privato all’indirizzo studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 340.41.90.915. Oppure contattami attraverso il form contatti del sito cliccando qua.

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Tag: cocaina, cocainomane, dipendenza da cocaina, Terapia Breve Strategica

La psicoterapia breve strategica è un approccio che è stato formulato da Paul Watzlawick, per poi evolversi con il Prof. Giorgio Nardone, che nel corso degli ultimi venticinque anni ha elaborato e formulato numerosi protocolli d’intervento, per le diverse patologie psicologiche e comportamentali. L’articolo di oggi mira ad entrare più in contatto con la terapia breve strategica, e con le sue modalità d’intervento. Capita talvolta che un paziente, per semplice curiosità o per capire meglio l’importanza della terapia che sta affrontando, chieda al terapeuta:

“Dottore ma in parole semplici, in cosa consiste essenzialmente la Psicoterapia Breve Strategica?”

La risposta si può riassumere in poche avare parole: “Si tratta di un approccio di tipo strategico che attraverso la comprensione di “come” funziona il suo problema, consente di mettere a punto una soluzione rapida e definitiva. L’attenzione si concentra fondamentalmente sul come funziona il problema e non sul ”perché” esiste il problema”.

La psicoterapia breve strategica come funziona.

In genere questa risposta soddisfa la curiosità del paziente, tuttavia il costrutto scientifico della Terapia Breve Strategica (TBS) è ben più complesso ed articolato. Proviamo a fornire una risposta più tecnica. La TBS è una teoria epistemologica di matrice costruttivista, che basa la propria logica sugli obiettivi da raggiungere, e proprio per questo viene definita “strategica”. In altre parole ogni tattica, manovra e sequenza terapeutica viene definita in funzione del problema in analisi, in modo da mettere a punto la giusta soluzione per lo specifico problema. Questo è appunto l’approccio strategico.

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Rispetto alle forme classiche di terapia, la TBS presenta la particolarità di adattarsi al paziente e non viceversa, garantendo quella flessibilità necessaria ad orientare positivamente il rapporto fra il paziente e il suo terapeuta. I protocolli di trattamento vengono di volta in volta adattati in funzione delle caratteristiche del paziente. La struttura dell’intervento nelle sue diverse fasi rimane sempre la stessa, quello che cambia sono la comunicazione e l’interazione fra terapeuta e paziente.

Il terapeuta

Il trasferimento dell’approccio dal “perché” al “come” funziona, l’intervento si focalizza non sulla ricerca lunga e infruttuosa sulle sue origini (le “cause”), quanto invece sulle modalità di percezione da parte del soggetto. Si evince immediatamente l’importanza del dialogo terapeuta-paziente quando si pensa che l’acquisizione delle informazioni – e quindi la definizione del problema – avviene attraverso la descrizione che ne viene fatta dal paziente o dai suoi parenti. Il dialogo terapeutico è indispensabile alla comprensione e alla condivisione con il paziente di quello che è realmente il problema da risolvere, per poter raggiungere il cambiamento sperato.

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Da qui si comprende l’importanza della figura del terapeuta, che deve ad un tempo possedere doti di grande comunicabilità e di profonda conoscenza della materia, oltre ad una riconosciuta etica professionale. Le manovre terapeutiche nella loro apparente semplicità sono in realtà il punto di arrivo di lunghi studi e di faticoso affinamento continuo.

Epsitemologia della psicoterapia breve strategica

I fondamenti epistemologici della Psicoterapia Breve Strategica si fondano sul sistema percettivo-reattivo, ossia sulle nostre modalità di percezione della realtà e sulle conseguenti modalità di reazione comportamentale. Ogni cambiamento comportamentale, per avere successo duraturo nel tempo, deve essere preceduto da un cambiamento delle modalità percettive. Questo è uno dei fondamenti essenziali che distingue la TBS dalle terapie classiche: l’intervento terapeutico dovrà essere in grado di modificare anche quegli aspetti emozionali che sono alla base dei comportamenti sotto esame, ristrutturandoli sulla base delle esperienze emozionali nuove vissute dallo stesso paziente durante il percorso terapeutico.

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Tag: Terapia Breve Strategica

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Come smettere di drogarsi da soli

8 Maggio 2019

La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso sia in età adolescenziale che in età adulta. Spesso ne sono colpite le giovani adolescenti che trovano nel cibo una via di fuga dalle dinamiche emotive quotidiane; tuttavia anche in età adulta, sia nel genere femminile che in quello maschile, si riscontrano situazioni in cui il cibo viene utilizzato come “strumento” per sentirsi meglio. In realtà il soggetto bulimico non prova realmente fame, ma vive la sensazione psicologica di un desiderio incontrollabile di cibo.

La bulimia: cos’è?

Con il termine bulimia si indica un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal desiderio incontrollabile di cibo, una tendenza sfrenata ad abbuffarsi, ad ingurgitare compulsivamente qualsiasi alimento. La bulimia conduce fatalmente ad una totale perdita di controllo nei confronti del cibo stesso e di conseguenza alla sensazione di non essere in grado di gestire la propria condotta.

Il soggetto bulimico cerca di controllare il desiderio evitando di mangiare, ma quello che ottiene è l’esatto contrario, ossia più si sforza di non mangiare e più si lascia andare a momenti di vere e proprie abbuffate, concedendosi il cibo senza ritegno. Il bisogno di cibo viene vissuto come un modo di reagire alle difficoltà e alle insicurezze della quotidianità.

I sintomi della bulimia

Tra i principali sintomi della bulimia possiamo annoverare come già sottolineato le ricorrenti abbuffate, episodi che consistono nell’ingurgitare grandi quantità di cibo in tempi relativamente brevi. 

Come nel caso dell’anoressia – ma sotto la spinta di motivazioni psicologiche diverse – sovente tali situazioni sono seguite da comportamenti di compensazione per espellere l’eccesso di alimenti, come ad esempio l’uso di lassativi o la pratica del vomito autoindotto. Altri comportamenti di compensazione sono rappresentati dall’uso di diuretici o addirittura di enteroclismi; in molti casi il soggetto bulimico ricorre anche al digiuno temporaneo o ad un intenso esercizio fisico. 

Molto spesso coloro che circondano il soggetto in difficoltà cercano di spingerlo a mangiare meno, facendogli notare che sta mangiando eccessivamente ed in maniera smodata. Questa modalità di sottolineare le difficoltà (e la possibile patologia) invece che migliorare la situazione la peggiora, inducendo ancora di più nel soggetto uno strato di frustrazione e di rabbia che lo spingerà ad usare il cibo in maniera disfunzionale.

La Terapia Breve Strategica e le possibili soluzioni

Il concetto chiave sul quale impostare una terapia psicologica rispetto alla problematica bulimica è la messa a punto di soluzioni che modifichino le modalità di percezione del soggetto riguardo al cibo e alle dinamiche emotive che si trova ad affrontare ogni giorno. 

Una strategia molto efficace in questi casi è rappresentata dalla scrittura. Riuscire a mettere su carta tutte le dinamiche emotive che ci tormentano permette di “far emergere” gli aspetti emotivi e ci aiuta a ritrovare una maggiore chiarezza interiore. Si tratta comunque di un esercizio difficile al quale non siamo più abituati, perché ormai i messaggini di testo e le chat più o meno lunghe hanno sostituito la scrittura vera e propria. Naturalmente la scrittura dovrà essere accompagnata da una terapia psicologica condotta sotto la guida di uno psicologo esperto, che consenta di mettere in pratica anche quegli accorgimenti terapeutici specifici studiati ad hoc per il soggetto.

Un’altra strategia funzionale consiste nel cercare di riappropriarsi del piacere del cibo mangiando solo durante i tre pasti principali: colazione pranzo e cena. In particolare la cosa fondamentale è mangiare solamente le cose che piacciono di più; lo stratagemma terapeutico consiste nel far passare l’idea che se ci concediamo psicologicamente il piacere di mangiare vi possiamo anche rinunciare, mentre invece se non ce lo concediamo diventa irrinunciabile.

La terapia breve strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira a fornire tecniche personalizzate che consentano al soggetto di trovare soluzioni funzionali, aiutandolo a ritrovare contemporaneamente anche un rinnovato equilibrio emotivo. Il lavoro terapeutico si svolge sia durante le sedute in studio che a casa propria, attraverso l’applicazione di compiti pratici.

Nei prossimi articoli svilupperemo meglio queste tecniche e strategie, nel frattempo continua a seguire il mio blog o per maggiori info contattami

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare

Essere genitore di un figlio ansioso non è semplice. Quali sono i comportamenti funzionali che ci aiutano a gestire l’eccessiva paura dei nostri figli rispetto alla scuola, agli amici o all’attività sportiva? La risposta non è semplice, i consigli che arrivano attraverso la televisione, i giornali, i media in generale, sono spesso contraddittori e buoni per ogni situazione, ma di solito la nostra è una situazione differente. 

Approfondiamo alcuni suggerimenti che i genitori possono iniziare a mettere in atto fin da subito, accorgimenti utili a migliorare la situazione e a gestire con più efficacia le paure dei propri figli. Impariamo a capire cos’è meglio fare e cosa evitare.

Primo: Non rassicurare

La rassicurazione non fa altro che alimentare la paura dei vostri figli; pur volendo aiutarli in ogni modo e farli sentire capiti e compresi, la rassicurazione funziona in ottica disfunzionale, ossia esattamente all’opposto. Più voi lo rassicurate e più vostro figlio in realtà continuerà a provare paura! E’ sicuramente fondamentale fargli sentire che lo capiamo e che stiamo tentando di sintonizzarci con lui, tuttavia rassicurandolo otteniamo l’effetto contrario di mantenere intatte le sue paure e le sue preoccupazioni. 

E’ fondamentale esserci e fargli sentire la vostra presenza, ma dichiarare “Non devi aver paura qua ci sono io” non funziona e rischia di peggiorare la situazione. Vostro figlio si chiederà come potrà fare quando sarà solo o comunque fuori dalle rassicuranti mura domestiche, con il gruppo dei suoi pari, gli amici, a scuola. Può accadere, infatti, che quando vostro figlio si trova a scuola e viene assalito dalla paura, arrivi addirittura a chiamare i genitori per farsi venire a prendere, e di solito il genitore accorre prontamente e si attiva con un comportamento affettivo di rassicurazione. 

Aiuta tuo figlio ad avere uno spazio per le preoccupazioni

Invece di rassicurare, vi consiglio di provare a ricavare uno spazio giornaliero di 15 o 30 minuti, durante il quale chiedere a vostro figlio quali possono essere le sue preoccupazioni per la giornata successiva. Se ad esempio c’è una verifica particolarmente temuta, invece di rassicurarlo provate a fare il contrario e a chiedergli di sviscerare tutti i possibili motivi che lo preoccupano: perché pensa che la verifica potrà andare male, quali possibili stati d’animo vivrà durante lo svolgimento del compito in classe. Quello che potrà accadere, quasi per magia, è che vostro figlio invece di vivere una sensazione negativa di malessere proverà una condizione di tranquillità totalmente nuova per lui. Più ci caliamo nelle nostre peggiori paure e più queste spariscono:la paura affrontata diventa coraggio.

Evita di evitare

Cercatedi fare in modo che vostro figlio impari ad “evitare di evitare”. Ogni “evitamento”- cioè ogni situazione nella quale si tenta di aggirare un ostacolo – può far aumentare la paura, generando una spirale di situazioni che porteranno il ragazzo a non trovare più una via d’uscita dall’ansia. Il primo caso “classico” di evitamento è quello dei banchi di scuola, dove spesso la sensazione di paura e di disagio si acuisce e spinge l’adolescente ad allontanarsi dalla classe e dalla scuola, per rifugiarsi nel tranquillo porto della propria casa. 

Aiutatelo ad “evitare di evitare” facendogli vivere piccole frustrazioni, facendogli sentire che ci siete ma che può farcela ancheda solo, facendogli intravvedere anche i lati positivi di quello che sta facendo e di come “non evitando”le cose possono funzionare anche meglio.

Tre tecniche efficaci, all’apparenza piuttosto semplici ma in realtà molto difficili da applicare perchè controintuitive e paradossali, tre tecniche che ogni genitore con figli ansiosi dovrebbe provare a mettere in atto, se necessario anche con l’aiuto di un terapeuta, nell’ottica di rigenerare lo stato disalute e di benessere del figlio.

Se credi che tuo figlio possa avere una problematica ansiosa che non riesce ad affrontare da solo e rispetto alla quale non riesci ad essere efficace, contattami per maggiori info.

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Tag: adolescenza, ansia, Attacchi di Panico, genitorialità

La Ketamina è un farmaco anestetico parente chimico della fenciclidina, meglio conosciuta come “polvere d’angelo”, segnalata dalla World Health Organization nella “lista dei farmaci essenziali” indispensabili per un ospedale. Come sembrerà chiaro la Ketamina è principalmente un farmaco, i suoi effetti si esplicano sul Sistema Nervoso Centrale (SNC) influenzando la percezione del dolore e stimolando particolari sensazioni.

Il suo impiego principale è come anestetico e proprio per queste sue spiccate caratteristiche fu ampiamente impiegato dagli americani nella guerra del Vietnam.  Recenti studi indicano che bassi dosaggi di Ketamina possono essere addirittura impiegati su pazienti affetti da depressione, per ottenere un miglioramento del tono dell’umore. Tuttavia esiste un’altra faccia della medaglia, legata alla problematicità derivante dall’uso “ricreativo”che viene fatto di tale farmaco.

Comprare droga è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la vita.

Jim Morrison

Ketamina: cos’è e quali effetti esercita.

La Ketamina, formula chimica 2-(2-clorofenil)-2-(metilammino) cicloesanone, è una sostanza liquida, molto simile all’acqua, che può essere ingerita o iniettata per via endovenosa. Per uso ricreativo può essere riscaldata fino ad ottenere per evaporazione una polvere biancastra da sniffare o da ingerire, se compressa in pastiglie.  A seconda del dosaggio si possono sperimentare diversi tipi di effetti. Si passa dalla leggera stimolazione, all’euforia simile a quella causata dal consumo di alcolici, sino a sperimentare uno stato completamente dissociativo molto intenso, che può portare a forti allucinazioni. Il suo uso prolungato può indurre dipendenza.

Come per altre sostanze allucinogene, l’utilizzo della ketamina può condurre ad una profonda esperienza interiore ed onirica, un vero e proprio “viaggio interiore”, una sorta di ingresso in un’altra realtà. Per questo motivo la ketamina viene anche definita sostanza enteogena, ossia sostanza psicoattiva in grado di esercitare un effetto psichedelico o allucinogeno tale da favorire esperienze mistiche e spirituali. Come è facile intuire, quando si vive una esperienza visionaria tale da procurare stati di allucinazione dissociativi tra mente e corpo, il rischio a livello psicologico diventa enorme.

Storia di un abuso

Raccontiamo l’esperienza di consumo di Ketamina di un paziente, Mario (nome di fantasia), che ancora oggi ricorda quei momenti con estrema preoccupazione. Mario era solito frequentare “rave party”, feste di musica autogestite ed illegali, spesso organizzate in aree industriali abbandonate o in spazi aperti come boschi, cave, foreste, con una durata variabile che può arrivare anche ad una settimana. 

Mario racconta che durante i “rave” consumava grandi quantità di sostanze psicotrope, ecstasy, anfetamine e cocaina. Nell’ultimo periodo aveva cominciato ad assumere anche Ketamina e tutto sommato l’esperienza non gli era dispiaciuta, anzi aveva contribuito ad aumentare le sensazioni interiori di viaggio spirituale nella musica. Poi una volta di colpo l’esperienza si è rivelata troppo intensa e da quel momento Mario ha realizzato che era necessario smettere. Era giorno, mattina presto, improvvisamenteMario ha cominciato a vederetutto nero, non c’era più nessuno intorno a lui. D’un tratto dal buio sono comparse delle striscioline verdi, come strani geroglifici; guardandoli meglio si è reso conto che erano gli stessi codici di Matrix, un famoso film di fantascienza di fine anni novanta.

Senza neanche rendersene conto si è sentito leggero e ha iniziato una strana danza, una serie di movimenti istintivi che non riusciva a smettere, in un contesto in cui aveva perso completamente la concezione del rapporto spazio-tempo. Visti dall’esterno, alcuni amici hanno descritto i movimenti di Mario come quelli tipici di un’arte marziale, al punto che al termine della sua esibizione Mario avrebbe dichiarato “sono un maestro di kung fu”. In realtà Mario aveva giocato a pallone da ragazzo e non aveva mai frequentato alcuna palestra di arti marziali. 

Questa esperienza “drogastica” lo aveva lasciato incerto e confuso, disorientato al punto tale di faticare a comprendere la sua reale identità. E’ da quel momento che Mario ha deciso di smettere e dopo alcuni mesi iniziare un percorso di psicoterapia.

Ketamina e dipendenza

La storia di Mario ci fa capire il rischio psicologico nel consumo di Ketamina e la forte dipendenza che può creare a livello mentale questa sostanza. Agendo sui principali centri cerebrali, la Ketamina crea una percezione distorta della realtà, il rischio è che tale distorsione possa permanere anche dopo l’assunzione. La ricerca di realtà alternative a quella nella quale il soggetto vive, rischia di determinare un evitamento della realtà e una difficoltà di gestione delle emozioni e della vita in generale, innescando uno stile di vita totalmente disfunzionale. 

Se senti di avere una problematica con la Ketamina o con altre sostanze d’abuso contattami per avere maggiori informazioni al 340.41.90.915 oppure scrivimi nel form contatti cliccando qui.

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Tag: Ketamina, storie di dipendenza, Terapia Breve Strategica

Essere genitori al giorno d’oggi nasconde numerose insidie, inutile negarlo. I genitori sono sempre più soggetti passivi di un bombardamento mediatico che fornisce informazioni spesso contrastanti e non sempre corrette. Queste informazioni possono facilmente portare il genitore fuori strada, non consentendogli di interpretare con chiarezza il proprio ruolo e di prendere le decisioni più opportune. Nell’articolo di oggi vorrei portare testimonianza dell’intervento di formazione rivolto alla genitorialità da me svolto venerdì della scorsa settimana presso la sede dell’IKEA di Padova, di fronte ad un folto pubblico di genitori.

Il ruolo del genitore

All’inizio dell’intervento ho posto le basi per una migliore comprensione del ruolo genitoriale, sottolineandone l’importanza di un ruolo attivo: attraverso cioè l’apprendimento di strumenti pratici e di competenze “organizzative” esso può diventare un vero e proprio punto di riferimento per i figli. La famiglia come ogni tipo di sistema organizzato necessita di regole, entrambi i genitori devono cercare di costruire un sistema di principi, di direttive, che possa essere il più possibile caratterizzato da una linea comune. Senza un’uniformità nell’organizzazione famigliare si corre il rischio di creare dei circoli viziosi disfunzionali, nell’ambito dei quali i figli approfittano di uno dei due genitori per poter ottenere quello che vogliono, in una prospettiva davvero poco educativa. 

Spesso le problematiche che si vengono a creare con i nostri figli possono essere ridotte oppure completamente risolte attivando due importanti tipologie di risposta:

  • adottando strategie e manovre specifiche per risolvere lo specifico problema;
  • bloccando i tentativi fallimentari che stiamo mettendo in atto, che in realtà non portano alcun beneficio alla soluzione del problema.

La comunicazione

Per risolvere i piccoli problemi che incontriamo con i nostri figli, una possibile soluzione funzionale può essere anche quella di considerare in maniera più accurata ogni scambio comunicativo. La comunicazione ha un ruolo fondamentale per aiutare il genitore ad essere efficace a livello relazionale e per costruire la sintonia affettivo-emotiva più adeguata con il proprio figlio. Chiaramente un genitore che assume una posizione più “morbida” e flessibile potrà attendersi esiti differenti rispetto ad un genitore che manifesta una modalità relazionale autoritaria. Ciò non significa che in alcune situazione non vi sia la necessità di essere maggiormente “direttivi” a fronte di alcune trasgressioni. La cosa fondamentale è quella di trovare una giusta sintonia, “danzando” fra diverse posizioni relazionali a seconda delle differenti situazioni che si vengono a creare nell’interazione con i figli.

I modelli famigliari

Avere consapevolezza di come funziona il proprio sistema famigliare ci può essere d’aiuto per disattivare quei tentativi di soluzione disfunzionali nei confronti dei nostri figli, o meglio per attivare quelli più opportuni a seconda delle situazioni. Attraverso le ricerche condotte dal prof. G. Nardone durante gli anni ‘90 è stato possibile individuare alcuni caratteristici modelli di famiglia, il cui funzionamento può influire negativamente sulla crescita ideale e funzionale dei propri figli. Di seguito i principali modelli di famiglia e genitorialità:

Modello iperprotettivo: i genitori fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per far sì che il proprio figlio possa star bene, anticipandone spesso i bisogni, risolvendo le difficoltà e sostituendosi a lui in tutto e per tutto; 

Modello democratico permissivo: il rapporto è completamente improntato suldialogo tra i componenti della famiglia, vi è una completa parità fra i suoi membri, i genitori svolgono un ruolo quasi di confidenti, di amici dei propri figli; 

Modello sacrificante: i genitori si sentono chiamati ad un ruolo di arrendevolezza e di rinuncia, a sacrificarsi per il benessere dei figli, pensando che poi ne verranno in qualche modo ricompensati in futuro;

Modello intermittente: i genitori mettono in attoun comportamento ambivalente, con rapidi cambiamenti delle posizioni relazionali, altalenando momenti di eccessiva comprensione a momenti di autorità, oscillando trauna relazione affettiva ed una anaffettiva e fredda;

Modello delegante: i genitori delegano il loro ruolo alla famiglia allargata, ad esempio ai nonni, generando una dinamica di competizione;abdicando alle proprie responsabilità essi inducono nei figli la sensazione di persone deboli e poco convincenti;

Modello autoritario: il tentativoda parte di un genitore (a volte di entrambi) di esercitare il proprio potere attraversouna ricerca costante di disciplina e di controllo delle decisioni.

Ognuno di questi modelli è caratterizzato da una serie peculiare di regole e di dinamiche comunicative: essere genitore al giorno d’oggi è sicuramente un ruolo molto complesso che secondo me può anche rivelarsi un momento affascinante (oserei dire quasi magico) di relazione affettiva.

La prospettiva che ho cercato di trasmettere è quella che il genitore ha un ruolo attivo nell’educazione e nella gestione del proprio figlio; è attraverso la scoperta delle soluzioni che si riesce a risolvere e a spiegare i problemi. 

Se quest’ultima affermazione ti sembra un paradosso, se hai qualche curiosità particolare riguardo alla tipologia di famiglia in cui pensi di riconoscerti o sei vuoi approfondire le tue conoscenze e capire come affrontare uno specifico problema, contattami al numero 340.41.90.915 oppure scrivi nel form contatti.

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Tag: adolescenza, famiglie, genitori, genitorialità, Terapia Breve Strategica

L’agorafobia è una monofobia molto comune che si può riscontrare in molteplici situazioni e che può risultare alquanto invalidante. Durante una prima seduta una paziente ha descritto l’agorafobia come la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione in cui si trovava, quasi come di morire. Si trovava con amici ad un concerto e per la prima volta ha sentito sopraggiungere il panico. Sul momento non si era resa bene conto di cosa stesse succedendo, ma da quella volta in poi ha realizzato in maniera cosciente che tutte le situazioni fuori di casa ed in pubblico potevano rivelarsi in qualche modo minacciose.

Agorafobia, cos’è.

Dal punto di vista etimologico la parola agorafobia si traduce in “paura della piazza” dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), una paura quindi di tutti gli spazi aperti. L’unico rifugio in situazioni gravi, diventa solamente la propria casa, che si trasforma in una sorta di “grotta” protettiva, nella quale trovare difesa contro le minacce provenienti da quell’esterno vissuto come minaccioso e pericoloso. 

Le situazioni che il soggetto tende ad evitare sono molte: in primo luogo il rischio di trovarsi in mezzo alle persone all’aperto: ad esempio in un corteo, allo stadio o semplicemente in piazza a chiacchierare con amici. In secondo luogo, non solo vengono avvertiti come minacciosi gli spazi aperti, ma molto spesso anche alcuni spazi “chiusi” come ad esempio l’interno di un bar, i mezzi pubblici (treno, autobus, metro) o un supermercato.

Tutte quelle situazioni nelle quali vi è un’interazione fuori dalle mura domestiche possono essere vissute come potenzialmente pericolose, la persona può sentirsi male fisicamente fino ad provare sensazioni di ansietà o di panico vero e proprio.

Agorafobia, alcune caratteristiche

Di regola il soggetto agorafobico tenta di evitare quelle situazioni pubbliche nelle quali potrebbe sentirsi male ed incapace di affrontare il proprio disagio. Tale soluzione (tecnicamente si parla di evitamento) porta mano a mano alla costruzione di una catena di paure sempre più diffuse e pervasive che rischiano di travolgere il soggetto, innescando un meccanismo irrefrenabile di tentate soluzioni quali appunto l’evitamento o la richiesta di aiuto. 

Nello specifico, l’agorafobico giunge a provare una sorta di paura del giudizio che le altre persone potrebbero avere nei suoi confronti; il giudizio degli altri, anche se non espresso palesemente, pesa ed influisce sul suo sistema percettivo-reattivo. Il solo pensiero di non riuscire a “controllare” le proprie sensazioni psicofisiche, e di conseguenza di non essere in grado di gestire la situazione di difficoltà in uno spazio aperto, induce nel soggetto la paura di essere giudicato. Di conseguenza la soluzione più facile ed immediata è quella di non recarsi in luoghi aperti, alla presenza di molte persone, innescando quel circolo vizioso di tentate soluzioni (evitamento e/o richiesta di aiuto) che alimentano la patologia agorafobica stessa.

Le sensazioni dell’agorafobia

La sensazione che vive la persona che soffre di agorafobia è quella di perdere il controllo della situazione che sta vivendo, la paura di potersi sentire male, di svenire, di vivere una sensazione drammatica, come se stesse impazzendo. Queste sensazioni sono accompagnate da reazioni fisiologiche di somatizzazione ansiosa, con sintomi quali tremori, tachicardia, sudori freddi, nodo in gola, paura di morire.

Spesso per combattere queste sensazioni l’agorafobico adotta la soluzione di ricorrere all’aiuto di una persona di fiducia: un famigliare, un amico, il proprio compagno o la propria compagna, tuttavia anche in questo caso, come nel caso dell’evitamento, la soluzione non è per nulla funzionale. Il rischio è che possano passare due messaggi contraddittori: uno che la persona che ci aiuta ci vuole bene e ci sta aiutando, l’altro invece che da soli non possiamo farcela e avremo sempre bisogno di un aiuto. In realtà l’aiuto di qualcuno per affrontare la fobia degli spazi aperti non è risolutivo, può forse essere di supporto nel momento del bisogno, ma mantiene inalterata la problematica e rischia addirittura di alimentarla e di renderla ulteriormente pervasiva.

Se vuoi saperne di più sull’agorafobia e su tutte le altre patologie relative all’ansia puoi sfogliare il mio blog o il mio sito.

Se senti di avere una problematica di ansia e/o di agorafobia contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

“Dottore sono un cocainomane” così si è presentato la prima volta Francesco (nome di fantasia). Ha iniziato il consumo di cocaina quando aveva trent’anni, per caso, nello spogliatoio del basket. Alcuni compagni erano soliti farsi qualche riga prima e dopo gli allenamenti. Alla classica pizza post allenamento, oltre ai fiumi di alcol, anche Francesco aveva iniziato a tirare alcuni grammi in compagnia. Rientrava tardi e non riusciva a dormire, ma al mattino non avvertiva postumi negativi e andava al lavoro senza complicazioni.

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In una prima fase di consumo la cocaina non si era dimostrata particolarmente “invasiva”, era quasi un passatempo, un momento per “stare fuori”, per spezzare la routine, lo aiutava a non pensare e sentirsi più tranquillo. Tuttavia ad un certo momento il problema si è manifestato ed è andato peggiorando con il passare del tempo.

La dipendenza da cocaina

Il consumo ha iniziato a prendere una piega eccessiva quando dopo il lavoro Francesco, prima di rientrare a casa, preferiva passare da uno spacciatore amico di un suo compagno di squadra. “Compravo un paio di grammi, me li facevo in un paio di sere, a casa dopo cena, la mia compagna non si accorgeva di niente, passavo la nottata in taverna, guardando film o davanti al computer”. Era iniziato un periodo in cui la sola idea del consumo lo tranquillizzava, le sere in cui consumava, erano come una valvola di sfogo, gli permettevano di non pensare a nulla e distaccare dalla monotonia quotidiana.

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Nel giro di sei mesi, a fine stagione cestistica, Francesco era diventato completamente dipendente, il consumo si era fatto regolare, ogni giorno, tutte le sere, e la compagna aveva cominciato a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto.

La rottura

Dopo ulteriori sei mesi ed un consumo giornaliero F. è sempre più in difficoltà, anche sul lavoro, tanto da rischiare quasi di perdere il posto. Capisce che da solo non può farcela, decide finalmente, ma non senza difficoltà, di uscire allo scoperto e di farsi aiutare. In situazioni come questa la difficoltà principale è quella di essere trasparenti e sinceri.F. per prima cosa si apre con la compagna ma i famigliari spesso faticano a comprendere le difficoltà di chi consuma sostanza, e anche in questo caso la fidanzata ne esce distrutta. Decidono allora di chiedere aiuto ad uno specialista per affrontare nella maniera giustala situazione e trovare una via d’uscita.

La psicoterapia

In una situazione come quella di Francesco il lavoro terapeutico è stato impostato sin dal primo momento sulla ricerca di una trasparenza totale nei confronti della compagna e del terapeuta. Inoltre è stato di fondamentale importanza lavorare sulla sua motivazione, stimolando la ricerca di una reazione“interna” forte: una ragione che lo possa convincere a non consumare più, una sorta di bussola, che deve sempre presa in mano nei momenti in cui il desiderio di sostanza tenta di prendere il sopravvento e di compromettere la salute psicofisica.

 

Nel caso specifico di Francesco la motivazione è stata quella di voler ritrovare se stesso, la propria lucidità, la forza diaffrontare la realtà a testa alta e di assumersi la responsabilità di essere un compagno a tutti gli effetti, tornando ad essere la persona partecipativa e presente di prima.

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Questo è stato il primo non facile “mattoncino di base” che ha permesso di costruire un percorso di successo, durante il quale F. è riuscito a mantenersi astinente e a credere nell’astinenza da cocaina. Le fasi successive del lavoro di terapia hanno dato i frutti sperati: Francesco ha ritrovato infine la propria lucidità e la propria serenità, lontano dagli stimoli artificiali e passeggeri regalati dal consumo di sostanza.

Se senti di avere un problema con la cocaina e vuoi maggiori informazioni scrivimi in privato all’indirizzo studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 340.41.90.915. Oppure contattami attraverso il form contatti del sito cliccando qua.

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Tag: cocaina, cocainomane, dipendenza da cocaina, Terapia Breve Strategica

La psicoterapia breve strategica è un approccio che è stato formulato da Paul Watzlawick, per poi evolversi con il Prof. Giorgio Nardone, che nel corso degli ultimi venticinque anni ha elaborato e formulato numerosi protocolli d’intervento, per le diverse patologie psicologiche e comportamentali. L’articolo di oggi mira ad entrare più in contatto con la terapia breve strategica, e con le sue modalità d’intervento. Capita talvolta che un paziente, per semplice curiosità o per capire meglio l’importanza della terapia che sta affrontando, chieda al terapeuta:

“Dottore ma in parole semplici, in cosa consiste essenzialmente la Psicoterapia Breve Strategica?”

La risposta si può riassumere in poche avare parole: “Si tratta di un approccio di tipo strategico che attraverso la comprensione di “come” funziona il suo problema, consente di mettere a punto una soluzione rapida e definitiva. L’attenzione si concentra fondamentalmente sul come funziona il problema e non sul ”perché” esiste il problema”.

La psicoterapia breve strategica come funziona.

In genere questa risposta soddisfa la curiosità del paziente, tuttavia il costrutto scientifico della Terapia Breve Strategica (TBS) è ben più complesso ed articolato. Proviamo a fornire una risposta più tecnica. La TBS è una teoria epistemologica di matrice costruttivista, che basa la propria logica sugli obiettivi da raggiungere, e proprio per questo viene definita “strategica”. In altre parole ogni tattica, manovra e sequenza terapeutica viene definita in funzione del problema in analisi, in modo da mettere a punto la giusta soluzione per lo specifico problema. Questo è appunto l’approccio strategico.

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Rispetto alle forme classiche di terapia, la TBS presenta la particolarità di adattarsi al paziente e non viceversa, garantendo quella flessibilità necessaria ad orientare positivamente il rapporto fra il paziente e il suo terapeuta. I protocolli di trattamento vengono di volta in volta adattati in funzione delle caratteristiche del paziente. La struttura dell’intervento nelle sue diverse fasi rimane sempre la stessa, quello che cambia sono la comunicazione e l’interazione fra terapeuta e paziente.

Il terapeuta

Il trasferimento dell’approccio dal “perché” al “come” funziona, l’intervento si focalizza non sulla ricerca lunga e infruttuosa sulle sue origini (le “cause”), quanto invece sulle modalità di percezione da parte del soggetto. Si evince immediatamente l’importanza del dialogo terapeuta-paziente quando si pensa che l’acquisizione delle informazioni – e quindi la definizione del problema – avviene attraverso la descrizione che ne viene fatta dal paziente o dai suoi parenti. Il dialogo terapeutico è indispensabile alla comprensione e alla condivisione con il paziente di quello che è realmente il problema da risolvere, per poter raggiungere il cambiamento sperato.

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Da qui si comprende l’importanza della figura del terapeuta, che deve ad un tempo possedere doti di grande comunicabilità e di profonda conoscenza della materia, oltre ad una riconosciuta etica professionale. Le manovre terapeutiche nella loro apparente semplicità sono in realtà il punto di arrivo di lunghi studi e di faticoso affinamento continuo.

Epsitemologia della psicoterapia breve strategica

I fondamenti epistemologici della Psicoterapia Breve Strategica si fondano sul sistema percettivo-reattivo, ossia sulle nostre modalità di percezione della realtà e sulle conseguenti modalità di reazione comportamentale. Ogni cambiamento comportamentale, per avere successo duraturo nel tempo, deve essere preceduto da un cambiamento delle modalità percettive. Questo è uno dei fondamenti essenziali che distingue la TBS dalle terapie classiche: l’intervento terapeutico dovrà essere in grado di modificare anche quegli aspetti emozionali che sono alla base dei comportamenti sotto esame, ristrutturandoli sulla base delle esperienze emozionali nuove vissute dallo stesso paziente durante il percorso terapeutico.

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Tag: Terapia Breve Strategica

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Come smettere di drogarsi da soli

8 Maggio 2019

La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso sia in età adolescenziale che in età adulta. Spesso ne sono colpite le giovani adolescenti che trovano nel cibo una via di fuga dalle dinamiche emotive quotidiane; tuttavia anche in età adulta, sia nel genere femminile che in quello maschile, si riscontrano situazioni in cui il cibo viene utilizzato come “strumento” per sentirsi meglio. In realtà il soggetto bulimico non prova realmente fame, ma vive la sensazione psicologica di un desiderio incontrollabile di cibo.

La bulimia: cos’è?

Con il termine bulimia si indica un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal desiderio incontrollabile di cibo, una tendenza sfrenata ad abbuffarsi, ad ingurgitare compulsivamente qualsiasi alimento. La bulimia conduce fatalmente ad una totale perdita di controllo nei confronti del cibo stesso e di conseguenza alla sensazione di non essere in grado di gestire la propria condotta.

Il soggetto bulimico cerca di controllare il desiderio evitando di mangiare, ma quello che ottiene è l’esatto contrario, ossia più si sforza di non mangiare e più si lascia andare a momenti di vere e proprie abbuffate, concedendosi il cibo senza ritegno. Il bisogno di cibo viene vissuto come un modo di reagire alle difficoltà e alle insicurezze della quotidianità.

I sintomi della bulimia

Tra i principali sintomi della bulimia possiamo annoverare come già sottolineato le ricorrenti abbuffate, episodi che consistono nell’ingurgitare grandi quantità di cibo in tempi relativamente brevi. 

Come nel caso dell’anoressia – ma sotto la spinta di motivazioni psicologiche diverse – sovente tali situazioni sono seguite da comportamenti di compensazione per espellere l’eccesso di alimenti, come ad esempio l’uso di lassativi o la pratica del vomito autoindotto. Altri comportamenti di compensazione sono rappresentati dall’uso di diuretici o addirittura di enteroclismi; in molti casi il soggetto bulimico ricorre anche al digiuno temporaneo o ad un intenso esercizio fisico. 

Molto spesso coloro che circondano il soggetto in difficoltà cercano di spingerlo a mangiare meno, facendogli notare che sta mangiando eccessivamente ed in maniera smodata. Questa modalità di sottolineare le difficoltà (e la possibile patologia) invece che migliorare la situazione la peggiora, inducendo ancora di più nel soggetto uno strato di frustrazione e di rabbia che lo spingerà ad usare il cibo in maniera disfunzionale.

La Terapia Breve Strategica e le possibili soluzioni

Il concetto chiave sul quale impostare una terapia psicologica rispetto alla problematica bulimica è la messa a punto di soluzioni che modifichino le modalità di percezione del soggetto riguardo al cibo e alle dinamiche emotive che si trova ad affrontare ogni giorno. 

Una strategia molto efficace in questi casi è rappresentata dalla scrittura. Riuscire a mettere su carta tutte le dinamiche emotive che ci tormentano permette di “far emergere” gli aspetti emotivi e ci aiuta a ritrovare una maggiore chiarezza interiore. Si tratta comunque di un esercizio difficile al quale non siamo più abituati, perché ormai i messaggini di testo e le chat più o meno lunghe hanno sostituito la scrittura vera e propria. Naturalmente la scrittura dovrà essere accompagnata da una terapia psicologica condotta sotto la guida di uno psicologo esperto, che consenta di mettere in pratica anche quegli accorgimenti terapeutici specifici studiati ad hoc per il soggetto.

Un’altra strategia funzionale consiste nel cercare di riappropriarsi del piacere del cibo mangiando solo durante i tre pasti principali: colazione pranzo e cena. In particolare la cosa fondamentale è mangiare solamente le cose che piacciono di più; lo stratagemma terapeutico consiste nel far passare l’idea che se ci concediamo psicologicamente il piacere di mangiare vi possiamo anche rinunciare, mentre invece se non ce lo concediamo diventa irrinunciabile.

La terapia breve strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira a fornire tecniche personalizzate che consentano al soggetto di trovare soluzioni funzionali, aiutandolo a ritrovare contemporaneamente anche un rinnovato equilibrio emotivo. Il lavoro terapeutico si svolge sia durante le sedute in studio che a casa propria, attraverso l’applicazione di compiti pratici.

Nei prossimi articoli svilupperemo meglio queste tecniche e strategie, nel frattempo continua a seguire il mio blog o per maggiori info contattami

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare

Essere genitore di un figlio ansioso non è semplice. Quali sono i comportamenti funzionali che ci aiutano a gestire l’eccessiva paura dei nostri figli rispetto alla scuola, agli amici o all’attività sportiva? La risposta non è semplice, i consigli che arrivano attraverso la televisione, i giornali, i media in generale, sono spesso contraddittori e buoni per ogni situazione, ma di solito la nostra è una situazione differente. 

Approfondiamo alcuni suggerimenti che i genitori possono iniziare a mettere in atto fin da subito, accorgimenti utili a migliorare la situazione e a gestire con più efficacia le paure dei propri figli. Impariamo a capire cos’è meglio fare e cosa evitare.

Primo: Non rassicurare

La rassicurazione non fa altro che alimentare la paura dei vostri figli; pur volendo aiutarli in ogni modo e farli sentire capiti e compresi, la rassicurazione funziona in ottica disfunzionale, ossia esattamente all’opposto. Più voi lo rassicurate e più vostro figlio in realtà continuerà a provare paura! E’ sicuramente fondamentale fargli sentire che lo capiamo e che stiamo tentando di sintonizzarci con lui, tuttavia rassicurandolo otteniamo l’effetto contrario di mantenere intatte le sue paure e le sue preoccupazioni. 

E’ fondamentale esserci e fargli sentire la vostra presenza, ma dichiarare “Non devi aver paura qua ci sono io” non funziona e rischia di peggiorare la situazione. Vostro figlio si chiederà come potrà fare quando sarà solo o comunque fuori dalle rassicuranti mura domestiche, con il gruppo dei suoi pari, gli amici, a scuola. Può accadere, infatti, che quando vostro figlio si trova a scuola e viene assalito dalla paura, arrivi addirittura a chiamare i genitori per farsi venire a prendere, e di solito il genitore accorre prontamente e si attiva con un comportamento affettivo di rassicurazione. 

Aiuta tuo figlio ad avere uno spazio per le preoccupazioni

Invece di rassicurare, vi consiglio di provare a ricavare uno spazio giornaliero di 15 o 30 minuti, durante il quale chiedere a vostro figlio quali possono essere le sue preoccupazioni per la giornata successiva. Se ad esempio c’è una verifica particolarmente temuta, invece di rassicurarlo provate a fare il contrario e a chiedergli di sviscerare tutti i possibili motivi che lo preoccupano: perché pensa che la verifica potrà andare male, quali possibili stati d’animo vivrà durante lo svolgimento del compito in classe. Quello che potrà accadere, quasi per magia, è che vostro figlio invece di vivere una sensazione negativa di malessere proverà una condizione di tranquillità totalmente nuova per lui. Più ci caliamo nelle nostre peggiori paure e più queste spariscono:la paura affrontata diventa coraggio.

Evita di evitare

Cercatedi fare in modo che vostro figlio impari ad “evitare di evitare”. Ogni “evitamento”- cioè ogni situazione nella quale si tenta di aggirare un ostacolo – può far aumentare la paura, generando una spirale di situazioni che porteranno il ragazzo a non trovare più una via d’uscita dall’ansia. Il primo caso “classico” di evitamento è quello dei banchi di scuola, dove spesso la sensazione di paura e di disagio si acuisce e spinge l’adolescente ad allontanarsi dalla classe e dalla scuola, per rifugiarsi nel tranquillo porto della propria casa. 

Aiutatelo ad “evitare di evitare” facendogli vivere piccole frustrazioni, facendogli sentire che ci siete ma che può farcela ancheda solo, facendogli intravvedere anche i lati positivi di quello che sta facendo e di come “non evitando”le cose possono funzionare anche meglio.

Tre tecniche efficaci, all’apparenza piuttosto semplici ma in realtà molto difficili da applicare perchè controintuitive e paradossali, tre tecniche che ogni genitore con figli ansiosi dovrebbe provare a mettere in atto, se necessario anche con l’aiuto di un terapeuta, nell’ottica di rigenerare lo stato disalute e di benessere del figlio.

Se credi che tuo figlio possa avere una problematica ansiosa che non riesce ad affrontare da solo e rispetto alla quale non riesci ad essere efficace, contattami per maggiori info.

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Tag: adolescenza, ansia, Attacchi di Panico, genitorialità

La Ketamina è un farmaco anestetico parente chimico della fenciclidina, meglio conosciuta come “polvere d’angelo”, segnalata dalla World Health Organization nella “lista dei farmaci essenziali” indispensabili per un ospedale. Come sembrerà chiaro la Ketamina è principalmente un farmaco, i suoi effetti si esplicano sul Sistema Nervoso Centrale (SNC) influenzando la percezione del dolore e stimolando particolari sensazioni.

Il suo impiego principale è come anestetico e proprio per queste sue spiccate caratteristiche fu ampiamente impiegato dagli americani nella guerra del Vietnam.  Recenti studi indicano che bassi dosaggi di Ketamina possono essere addirittura impiegati su pazienti affetti da depressione, per ottenere un miglioramento del tono dell’umore. Tuttavia esiste un’altra faccia della medaglia, legata alla problematicità derivante dall’uso “ricreativo”che viene fatto di tale farmaco.

Comprare droga è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la vita.

Jim Morrison

Ketamina: cos’è e quali effetti esercita.

La Ketamina, formula chimica 2-(2-clorofenil)-2-(metilammino) cicloesanone, è una sostanza liquida, molto simile all’acqua, che può essere ingerita o iniettata per via endovenosa. Per uso ricreativo può essere riscaldata fino ad ottenere per evaporazione una polvere biancastra da sniffare o da ingerire, se compressa in pastiglie.  A seconda del dosaggio si possono sperimentare diversi tipi di effetti. Si passa dalla leggera stimolazione, all’euforia simile a quella causata dal consumo di alcolici, sino a sperimentare uno stato completamente dissociativo molto intenso, che può portare a forti allucinazioni. Il suo uso prolungato può indurre dipendenza.

Come per altre sostanze allucinogene, l’utilizzo della ketamina può condurre ad una profonda esperienza interiore ed onirica, un vero e proprio “viaggio interiore”, una sorta di ingresso in un’altra realtà. Per questo motivo la ketamina viene anche definita sostanza enteogena, ossia sostanza psicoattiva in grado di esercitare un effetto psichedelico o allucinogeno tale da favorire esperienze mistiche e spirituali. Come è facile intuire, quando si vive una esperienza visionaria tale da procurare stati di allucinazione dissociativi tra mente e corpo, il rischio a livello psicologico diventa enorme.

Storia di un abuso

Raccontiamo l’esperienza di consumo di Ketamina di un paziente, Mario (nome di fantasia), che ancora oggi ricorda quei momenti con estrema preoccupazione. Mario era solito frequentare “rave party”, feste di musica autogestite ed illegali, spesso organizzate in aree industriali abbandonate o in spazi aperti come boschi, cave, foreste, con una durata variabile che può arrivare anche ad una settimana. 

Mario racconta che durante i “rave” consumava grandi quantità di sostanze psicotrope, ecstasy, anfetamine e cocaina. Nell’ultimo periodo aveva cominciato ad assumere anche Ketamina e tutto sommato l’esperienza non gli era dispiaciuta, anzi aveva contribuito ad aumentare le sensazioni interiori di viaggio spirituale nella musica. Poi una volta di colpo l’esperienza si è rivelata troppo intensa e da quel momento Mario ha realizzato che era necessario smettere. Era giorno, mattina presto, improvvisamenteMario ha cominciato a vederetutto nero, non c’era più nessuno intorno a lui. D’un tratto dal buio sono comparse delle striscioline verdi, come strani geroglifici; guardandoli meglio si è reso conto che erano gli stessi codici di Matrix, un famoso film di fantascienza di fine anni novanta.

Senza neanche rendersene conto si è sentito leggero e ha iniziato una strana danza, una serie di movimenti istintivi che non riusciva a smettere, in un contesto in cui aveva perso completamente la concezione del rapporto spazio-tempo. Visti dall’esterno, alcuni amici hanno descritto i movimenti di Mario come quelli tipici di un’arte marziale, al punto che al termine della sua esibizione Mario avrebbe dichiarato “sono un maestro di kung fu”. In realtà Mario aveva giocato a pallone da ragazzo e non aveva mai frequentato alcuna palestra di arti marziali. 

Questa esperienza “drogastica” lo aveva lasciato incerto e confuso, disorientato al punto tale di faticare a comprendere la sua reale identità. E’ da quel momento che Mario ha deciso di smettere e dopo alcuni mesi iniziare un percorso di psicoterapia.

Ketamina e dipendenza

La storia di Mario ci fa capire il rischio psicologico nel consumo di Ketamina e la forte dipendenza che può creare a livello mentale questa sostanza. Agendo sui principali centri cerebrali, la Ketamina crea una percezione distorta della realtà, il rischio è che tale distorsione possa permanere anche dopo l’assunzione. La ricerca di realtà alternative a quella nella quale il soggetto vive, rischia di determinare un evitamento della realtà e una difficoltà di gestione delle emozioni e della vita in generale, innescando uno stile di vita totalmente disfunzionale. 

Se senti di avere una problematica con la Ketamina o con altre sostanze d’abuso contattami per avere maggiori informazioni al 340.41.90.915 oppure scrivimi nel form contatti cliccando qui.

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Tag: Ketamina, storie di dipendenza, Terapia Breve Strategica

Essere genitori al giorno d’oggi nasconde numerose insidie, inutile negarlo. I genitori sono sempre più soggetti passivi di un bombardamento mediatico che fornisce informazioni spesso contrastanti e non sempre corrette. Queste informazioni possono facilmente portare il genitore fuori strada, non consentendogli di interpretare con chiarezza il proprio ruolo e di prendere le decisioni più opportune. Nell’articolo di oggi vorrei portare testimonianza dell’intervento di formazione rivolto alla genitorialità da me svolto venerdì della scorsa settimana presso la sede dell’IKEA di Padova, di fronte ad un folto pubblico di genitori.

Il ruolo del genitore

All’inizio dell’intervento ho posto le basi per una migliore comprensione del ruolo genitoriale, sottolineandone l’importanza di un ruolo attivo: attraverso cioè l’apprendimento di strumenti pratici e di competenze “organizzative” esso può diventare un vero e proprio punto di riferimento per i figli. La famiglia come ogni tipo di sistema organizzato necessita di regole, entrambi i genitori devono cercare di costruire un sistema di principi, di direttive, che possa essere il più possibile caratterizzato da una linea comune. Senza un’uniformità nell’organizzazione famigliare si corre il rischio di creare dei circoli viziosi disfunzionali, nell’ambito dei quali i figli approfittano di uno dei due genitori per poter ottenere quello che vogliono, in una prospettiva davvero poco educativa. 

Spesso le problematiche che si vengono a creare con i nostri figli possono essere ridotte oppure completamente risolte attivando due importanti tipologie di risposta:

  • adottando strategie e manovre specifiche per risolvere lo specifico problema;
  • bloccando i tentativi fallimentari che stiamo mettendo in atto, che in realtà non portano alcun beneficio alla soluzione del problema.

La comunicazione

Per risolvere i piccoli problemi che incontriamo con i nostri figli, una possibile soluzione funzionale può essere anche quella di considerare in maniera più accurata ogni scambio comunicativo. La comunicazione ha un ruolo fondamentale per aiutare il genitore ad essere efficace a livello relazionale e per costruire la sintonia affettivo-emotiva più adeguata con il proprio figlio. Chiaramente un genitore che assume una posizione più “morbida” e flessibile potrà attendersi esiti differenti rispetto ad un genitore che manifesta una modalità relazionale autoritaria. Ciò non significa che in alcune situazione non vi sia la necessità di essere maggiormente “direttivi” a fronte di alcune trasgressioni. La cosa fondamentale è quella di trovare una giusta sintonia, “danzando” fra diverse posizioni relazionali a seconda delle differenti situazioni che si vengono a creare nell’interazione con i figli.

I modelli famigliari

Avere consapevolezza di come funziona il proprio sistema famigliare ci può essere d’aiuto per disattivare quei tentativi di soluzione disfunzionali nei confronti dei nostri figli, o meglio per attivare quelli più opportuni a seconda delle situazioni. Attraverso le ricerche condotte dal prof. G. Nardone durante gli anni ‘90 è stato possibile individuare alcuni caratteristici modelli di famiglia, il cui funzionamento può influire negativamente sulla crescita ideale e funzionale dei propri figli. Di seguito i principali modelli di famiglia e genitorialità:

Modello iperprotettivo: i genitori fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per far sì che il proprio figlio possa star bene, anticipandone spesso i bisogni, risolvendo le difficoltà e sostituendosi a lui in tutto e per tutto; 

Modello democratico permissivo: il rapporto è completamente improntato suldialogo tra i componenti della famiglia, vi è una completa parità fra i suoi membri, i genitori svolgono un ruolo quasi di confidenti, di amici dei propri figli; 

Modello sacrificante: i genitori si sentono chiamati ad un ruolo di arrendevolezza e di rinuncia, a sacrificarsi per il benessere dei figli, pensando che poi ne verranno in qualche modo ricompensati in futuro;

Modello intermittente: i genitori mettono in attoun comportamento ambivalente, con rapidi cambiamenti delle posizioni relazionali, altalenando momenti di eccessiva comprensione a momenti di autorità, oscillando trauna relazione affettiva ed una anaffettiva e fredda;

Modello delegante: i genitori delegano il loro ruolo alla famiglia allargata, ad esempio ai nonni, generando una dinamica di competizione;abdicando alle proprie responsabilità essi inducono nei figli la sensazione di persone deboli e poco convincenti;

Modello autoritario: il tentativoda parte di un genitore (a volte di entrambi) di esercitare il proprio potere attraversouna ricerca costante di disciplina e di controllo delle decisioni.

Ognuno di questi modelli è caratterizzato da una serie peculiare di regole e di dinamiche comunicative: essere genitore al giorno d’oggi è sicuramente un ruolo molto complesso che secondo me può anche rivelarsi un momento affascinante (oserei dire quasi magico) di relazione affettiva.

La prospettiva che ho cercato di trasmettere è quella che il genitore ha un ruolo attivo nell’educazione e nella gestione del proprio figlio; è attraverso la scoperta delle soluzioni che si riesce a risolvere e a spiegare i problemi. 

Se quest’ultima affermazione ti sembra un paradosso, se hai qualche curiosità particolare riguardo alla tipologia di famiglia in cui pensi di riconoscerti o sei vuoi approfondire le tue conoscenze e capire come affrontare uno specifico problema, contattami al numero 340.41.90.915 oppure scrivi nel form contatti.

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Tag: adolescenza, famiglie, genitori, genitorialità, Terapia Breve Strategica

L’agorafobia è una monofobia molto comune che si può riscontrare in molteplici situazioni e che può risultare alquanto invalidante. Durante una prima seduta una paziente ha descritto l’agorafobia come la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione in cui si trovava, quasi come di morire. Si trovava con amici ad un concerto e per la prima volta ha sentito sopraggiungere il panico. Sul momento non si era resa bene conto di cosa stesse succedendo, ma da quella volta in poi ha realizzato in maniera cosciente che tutte le situazioni fuori di casa ed in pubblico potevano rivelarsi in qualche modo minacciose.

Agorafobia, cos’è.

Dal punto di vista etimologico la parola agorafobia si traduce in “paura della piazza” dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), una paura quindi di tutti gli spazi aperti. L’unico rifugio in situazioni gravi, diventa solamente la propria casa, che si trasforma in una sorta di “grotta” protettiva, nella quale trovare difesa contro le minacce provenienti da quell’esterno vissuto come minaccioso e pericoloso. 

Le situazioni che il soggetto tende ad evitare sono molte: in primo luogo il rischio di trovarsi in mezzo alle persone all’aperto: ad esempio in un corteo, allo stadio o semplicemente in piazza a chiacchierare con amici. In secondo luogo, non solo vengono avvertiti come minacciosi gli spazi aperti, ma molto spesso anche alcuni spazi “chiusi” come ad esempio l’interno di un bar, i mezzi pubblici (treno, autobus, metro) o un supermercato.

Tutte quelle situazioni nelle quali vi è un’interazione fuori dalle mura domestiche possono essere vissute come potenzialmente pericolose, la persona può sentirsi male fisicamente fino ad provare sensazioni di ansietà o di panico vero e proprio.

Agorafobia, alcune caratteristiche

Di regola il soggetto agorafobico tenta di evitare quelle situazioni pubbliche nelle quali potrebbe sentirsi male ed incapace di affrontare il proprio disagio. Tale soluzione (tecnicamente si parla di evitamento) porta mano a mano alla costruzione di una catena di paure sempre più diffuse e pervasive che rischiano di travolgere il soggetto, innescando un meccanismo irrefrenabile di tentate soluzioni quali appunto l’evitamento o la richiesta di aiuto. 

Nello specifico, l’agorafobico giunge a provare una sorta di paura del giudizio che le altre persone potrebbero avere nei suoi confronti; il giudizio degli altri, anche se non espresso palesemente, pesa ed influisce sul suo sistema percettivo-reattivo. Il solo pensiero di non riuscire a “controllare” le proprie sensazioni psicofisiche, e di conseguenza di non essere in grado di gestire la situazione di difficoltà in uno spazio aperto, induce nel soggetto la paura di essere giudicato. Di conseguenza la soluzione più facile ed immediata è quella di non recarsi in luoghi aperti, alla presenza di molte persone, innescando quel circolo vizioso di tentate soluzioni (evitamento e/o richiesta di aiuto) che alimentano la patologia agorafobica stessa.

Le sensazioni dell’agorafobia

La sensazione che vive la persona che soffre di agorafobia è quella di perdere il controllo della situazione che sta vivendo, la paura di potersi sentire male, di svenire, di vivere una sensazione drammatica, come se stesse impazzendo. Queste sensazioni sono accompagnate da reazioni fisiologiche di somatizzazione ansiosa, con sintomi quali tremori, tachicardia, sudori freddi, nodo in gola, paura di morire.

Spesso per combattere queste sensazioni l’agorafobico adotta la soluzione di ricorrere all’aiuto di una persona di fiducia: un famigliare, un amico, il proprio compagno o la propria compagna, tuttavia anche in questo caso, come nel caso dell’evitamento, la soluzione non è per nulla funzionale. Il rischio è che possano passare due messaggi contraddittori: uno che la persona che ci aiuta ci vuole bene e ci sta aiutando, l’altro invece che da soli non possiamo farcela e avremo sempre bisogno di un aiuto. In realtà l’aiuto di qualcuno per affrontare la fobia degli spazi aperti non è risolutivo, può forse essere di supporto nel momento del bisogno, ma mantiene inalterata la problematica e rischia addirittura di alimentarla e di renderla ulteriormente pervasiva.

Se vuoi saperne di più sull’agorafobia e su tutte le altre patologie relative all’ansia puoi sfogliare il mio blog o il mio sito.

Se senti di avere una problematica di ansia e/o di agorafobia contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

“Dottore sono un cocainomane” così si è presentato la prima volta Francesco (nome di fantasia). Ha iniziato il consumo di cocaina quando aveva trent’anni, per caso, nello spogliatoio del basket. Alcuni compagni erano soliti farsi qualche riga prima e dopo gli allenamenti. Alla classica pizza post allenamento, oltre ai fiumi di alcol, anche Francesco aveva iniziato a tirare alcuni grammi in compagnia. Rientrava tardi e non riusciva a dormire, ma al mattino non avvertiva postumi negativi e andava al lavoro senza complicazioni.

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In una prima fase di consumo la cocaina non si era dimostrata particolarmente “invasiva”, era quasi un passatempo, un momento per “stare fuori”, per spezzare la routine, lo aiutava a non pensare e sentirsi più tranquillo. Tuttavia ad un certo momento il problema si è manifestato ed è andato peggiorando con il passare del tempo.

La dipendenza da cocaina

Il consumo ha iniziato a prendere una piega eccessiva quando dopo il lavoro Francesco, prima di rientrare a casa, preferiva passare da uno spacciatore amico di un suo compagno di squadra. “Compravo un paio di grammi, me li facevo in un paio di sere, a casa dopo cena, la mia compagna non si accorgeva di niente, passavo la nottata in taverna, guardando film o davanti al computer”. Era iniziato un periodo in cui la sola idea del consumo lo tranquillizzava, le sere in cui consumava, erano come una valvola di sfogo, gli permettevano di non pensare a nulla e distaccare dalla monotonia quotidiana.

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Nel giro di sei mesi, a fine stagione cestistica, Francesco era diventato completamente dipendente, il consumo si era fatto regolare, ogni giorno, tutte le sere, e la compagna aveva cominciato a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto.

La rottura

Dopo ulteriori sei mesi ed un consumo giornaliero F. è sempre più in difficoltà, anche sul lavoro, tanto da rischiare quasi di perdere il posto. Capisce che da solo non può farcela, decide finalmente, ma non senza difficoltà, di uscire allo scoperto e di farsi aiutare. In situazioni come questa la difficoltà principale è quella di essere trasparenti e sinceri.F. per prima cosa si apre con la compagna ma i famigliari spesso faticano a comprendere le difficoltà di chi consuma sostanza, e anche in questo caso la fidanzata ne esce distrutta. Decidono allora di chiedere aiuto ad uno specialista per affrontare nella maniera giustala situazione e trovare una via d’uscita.

La psicoterapia

In una situazione come quella di Francesco il lavoro terapeutico è stato impostato sin dal primo momento sulla ricerca di una trasparenza totale nei confronti della compagna e del terapeuta. Inoltre è stato di fondamentale importanza lavorare sulla sua motivazione, stimolando la ricerca di una reazione“interna” forte: una ragione che lo possa convincere a non consumare più, una sorta di bussola, che deve sempre presa in mano nei momenti in cui il desiderio di sostanza tenta di prendere il sopravvento e di compromettere la salute psicofisica.

 

Nel caso specifico di Francesco la motivazione è stata quella di voler ritrovare se stesso, la propria lucidità, la forza diaffrontare la realtà a testa alta e di assumersi la responsabilità di essere un compagno a tutti gli effetti, tornando ad essere la persona partecipativa e presente di prima.

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Questo è stato il primo non facile “mattoncino di base” che ha permesso di costruire un percorso di successo, durante il quale F. è riuscito a mantenersi astinente e a credere nell’astinenza da cocaina. Le fasi successive del lavoro di terapia hanno dato i frutti sperati: Francesco ha ritrovato infine la propria lucidità e la propria serenità, lontano dagli stimoli artificiali e passeggeri regalati dal consumo di sostanza.

Se senti di avere un problema con la cocaina e vuoi maggiori informazioni scrivimi in privato all’indirizzo studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 340.41.90.915. Oppure contattami attraverso il form contatti del sito cliccando qua.

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Tag: cocaina, cocainomane, dipendenza da cocaina, Terapia Breve Strategica

La psicoterapia breve strategica è un approccio che è stato formulato da Paul Watzlawick, per poi evolversi con il Prof. Giorgio Nardone, che nel corso degli ultimi venticinque anni ha elaborato e formulato numerosi protocolli d’intervento, per le diverse patologie psicologiche e comportamentali. L’articolo di oggi mira ad entrare più in contatto con la terapia breve strategica, e con le sue modalità d’intervento. Capita talvolta che un paziente, per semplice curiosità o per capire meglio l’importanza della terapia che sta affrontando, chieda al terapeuta:

“Dottore ma in parole semplici, in cosa consiste essenzialmente la Psicoterapia Breve Strategica?”

La risposta si può riassumere in poche avare parole: “Si tratta di un approccio di tipo strategico che attraverso la comprensione di “come” funziona il suo problema, consente di mettere a punto una soluzione rapida e definitiva. L’attenzione si concentra fondamentalmente sul come funziona il problema e non sul ”perché” esiste il problema”.

La psicoterapia breve strategica come funziona.

In genere questa risposta soddisfa la curiosità del paziente, tuttavia il costrutto scientifico della Terapia Breve Strategica (TBS) è ben più complesso ed articolato. Proviamo a fornire una risposta più tecnica. La TBS è una teoria epistemologica di matrice costruttivista, che basa la propria logica sugli obiettivi da raggiungere, e proprio per questo viene definita “strategica”. In altre parole ogni tattica, manovra e sequenza terapeutica viene definita in funzione del problema in analisi, in modo da mettere a punto la giusta soluzione per lo specifico problema. Questo è appunto l’approccio strategico.

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Rispetto alle forme classiche di terapia, la TBS presenta la particolarità di adattarsi al paziente e non viceversa, garantendo quella flessibilità necessaria ad orientare positivamente il rapporto fra il paziente e il suo terapeuta. I protocolli di trattamento vengono di volta in volta adattati in funzione delle caratteristiche del paziente. La struttura dell’intervento nelle sue diverse fasi rimane sempre la stessa, quello che cambia sono la comunicazione e l’interazione fra terapeuta e paziente.

Il terapeuta

Il trasferimento dell’approccio dal “perché” al “come” funziona, l’intervento si focalizza non sulla ricerca lunga e infruttuosa sulle sue origini (le “cause”), quanto invece sulle modalità di percezione da parte del soggetto. Si evince immediatamente l’importanza del dialogo terapeuta-paziente quando si pensa che l’acquisizione delle informazioni – e quindi la definizione del problema – avviene attraverso la descrizione che ne viene fatta dal paziente o dai suoi parenti. Il dialogo terapeutico è indispensabile alla comprensione e alla condivisione con il paziente di quello che è realmente il problema da risolvere, per poter raggiungere il cambiamento sperato.

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Da qui si comprende l’importanza della figura del terapeuta, che deve ad un tempo possedere doti di grande comunicabilità e di profonda conoscenza della materia, oltre ad una riconosciuta etica professionale. Le manovre terapeutiche nella loro apparente semplicità sono in realtà il punto di arrivo di lunghi studi e di faticoso affinamento continuo.

Epsitemologia della psicoterapia breve strategica

I fondamenti epistemologici della Psicoterapia Breve Strategica si fondano sul sistema percettivo-reattivo, ossia sulle nostre modalità di percezione della realtà e sulle conseguenti modalità di reazione comportamentale. Ogni cambiamento comportamentale, per avere successo duraturo nel tempo, deve essere preceduto da un cambiamento delle modalità percettive. Questo è uno dei fondamenti essenziali che distingue la TBS dalle terapie classiche: l’intervento terapeutico dovrà essere in grado di modificare anche quegli aspetti emozionali che sono alla base dei comportamenti sotto esame, ristrutturandoli sulla base delle esperienze emozionali nuove vissute dallo stesso paziente durante il percorso terapeutico.

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Tag: Terapia Breve Strategica

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Come smettere di drogarsi da soli

8 Maggio 2019

La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso sia in età adolescenziale che in età adulta. Spesso ne sono colpite le giovani adolescenti che trovano nel cibo una via di fuga dalle dinamiche emotive quotidiane; tuttavia anche in età adulta, sia nel genere femminile che in quello maschile, si riscontrano situazioni in cui il cibo viene utilizzato come “strumento” per sentirsi meglio. In realtà il soggetto bulimico non prova realmente fame, ma vive la sensazione psicologica di un desiderio incontrollabile di cibo.

La bulimia: cos’è?

Con il termine bulimia si indica un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal desiderio incontrollabile di cibo, una tendenza sfrenata ad abbuffarsi, ad ingurgitare compulsivamente qualsiasi alimento. La bulimia conduce fatalmente ad una totale perdita di controllo nei confronti del cibo stesso e di conseguenza alla sensazione di non essere in grado di gestire la propria condotta.

Il soggetto bulimico cerca di controllare il desiderio evitando di mangiare, ma quello che ottiene è l’esatto contrario, ossia più si sforza di non mangiare e più si lascia andare a momenti di vere e proprie abbuffate, concedendosi il cibo senza ritegno. Il bisogno di cibo viene vissuto come un modo di reagire alle difficoltà e alle insicurezze della quotidianità.

I sintomi della bulimia

Tra i principali sintomi della bulimia possiamo annoverare come già sottolineato le ricorrenti abbuffate, episodi che consistono nell’ingurgitare grandi quantità di cibo in tempi relativamente brevi. 

Come nel caso dell’anoressia – ma sotto la spinta di motivazioni psicologiche diverse – sovente tali situazioni sono seguite da comportamenti di compensazione per espellere l’eccesso di alimenti, come ad esempio l’uso di lassativi o la pratica del vomito autoindotto. Altri comportamenti di compensazione sono rappresentati dall’uso di diuretici o addirittura di enteroclismi; in molti casi il soggetto bulimico ricorre anche al digiuno temporaneo o ad un intenso esercizio fisico. 

Molto spesso coloro che circondano il soggetto in difficoltà cercano di spingerlo a mangiare meno, facendogli notare che sta mangiando eccessivamente ed in maniera smodata. Questa modalità di sottolineare le difficoltà (e la possibile patologia) invece che migliorare la situazione la peggiora, inducendo ancora di più nel soggetto uno strato di frustrazione e di rabbia che lo spingerà ad usare il cibo in maniera disfunzionale.

La Terapia Breve Strategica e le possibili soluzioni

Il concetto chiave sul quale impostare una terapia psicologica rispetto alla problematica bulimica è la messa a punto di soluzioni che modifichino le modalità di percezione del soggetto riguardo al cibo e alle dinamiche emotive che si trova ad affrontare ogni giorno. 

Una strategia molto efficace in questi casi è rappresentata dalla scrittura. Riuscire a mettere su carta tutte le dinamiche emotive che ci tormentano permette di “far emergere” gli aspetti emotivi e ci aiuta a ritrovare una maggiore chiarezza interiore. Si tratta comunque di un esercizio difficile al quale non siamo più abituati, perché ormai i messaggini di testo e le chat più o meno lunghe hanno sostituito la scrittura vera e propria. Naturalmente la scrittura dovrà essere accompagnata da una terapia psicologica condotta sotto la guida di uno psicologo esperto, che consenta di mettere in pratica anche quegli accorgimenti terapeutici specifici studiati ad hoc per il soggetto.

Un’altra strategia funzionale consiste nel cercare di riappropriarsi del piacere del cibo mangiando solo durante i tre pasti principali: colazione pranzo e cena. In particolare la cosa fondamentale è mangiare solamente le cose che piacciono di più; lo stratagemma terapeutico consiste nel far passare l’idea che se ci concediamo psicologicamente il piacere di mangiare vi possiamo anche rinunciare, mentre invece se non ce lo concediamo diventa irrinunciabile.

La terapia breve strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira a fornire tecniche personalizzate che consentano al soggetto di trovare soluzioni funzionali, aiutandolo a ritrovare contemporaneamente anche un rinnovato equilibrio emotivo. Il lavoro terapeutico si svolge sia durante le sedute in studio che a casa propria, attraverso l’applicazione di compiti pratici.

Nei prossimi articoli svilupperemo meglio queste tecniche e strategie, nel frattempo continua a seguire il mio blog o per maggiori info contattami

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare

Essere genitore di un figlio ansioso non è semplice. Quali sono i comportamenti funzionali che ci aiutano a gestire l’eccessiva paura dei nostri figli rispetto alla scuola, agli amici o all’attività sportiva? La risposta non è semplice, i consigli che arrivano attraverso la televisione, i giornali, i media in generale, sono spesso contraddittori e buoni per ogni situazione, ma di solito la nostra è una situazione differente. 

Approfondiamo alcuni suggerimenti che i genitori possono iniziare a mettere in atto fin da subito, accorgimenti utili a migliorare la situazione e a gestire con più efficacia le paure dei propri figli. Impariamo a capire cos’è meglio fare e cosa evitare.

Primo: Non rassicurare

La rassicurazione non fa altro che alimentare la paura dei vostri figli; pur volendo aiutarli in ogni modo e farli sentire capiti e compresi, la rassicurazione funziona in ottica disfunzionale, ossia esattamente all’opposto. Più voi lo rassicurate e più vostro figlio in realtà continuerà a provare paura! E’ sicuramente fondamentale fargli sentire che lo capiamo e che stiamo tentando di sintonizzarci con lui, tuttavia rassicurandolo otteniamo l’effetto contrario di mantenere intatte le sue paure e le sue preoccupazioni. 

E’ fondamentale esserci e fargli sentire la vostra presenza, ma dichiarare “Non devi aver paura qua ci sono io” non funziona e rischia di peggiorare la situazione. Vostro figlio si chiederà come potrà fare quando sarà solo o comunque fuori dalle rassicuranti mura domestiche, con il gruppo dei suoi pari, gli amici, a scuola. Può accadere, infatti, che quando vostro figlio si trova a scuola e viene assalito dalla paura, arrivi addirittura a chiamare i genitori per farsi venire a prendere, e di solito il genitore accorre prontamente e si attiva con un comportamento affettivo di rassicurazione. 

Aiuta tuo figlio ad avere uno spazio per le preoccupazioni

Invece di rassicurare, vi consiglio di provare a ricavare uno spazio giornaliero di 15 o 30 minuti, durante il quale chiedere a vostro figlio quali possono essere le sue preoccupazioni per la giornata successiva. Se ad esempio c’è una verifica particolarmente temuta, invece di rassicurarlo provate a fare il contrario e a chiedergli di sviscerare tutti i possibili motivi che lo preoccupano: perché pensa che la verifica potrà andare male, quali possibili stati d’animo vivrà durante lo svolgimento del compito in classe. Quello che potrà accadere, quasi per magia, è che vostro figlio invece di vivere una sensazione negativa di malessere proverà una condizione di tranquillità totalmente nuova per lui. Più ci caliamo nelle nostre peggiori paure e più queste spariscono:la paura affrontata diventa coraggio.

Evita di evitare

Cercatedi fare in modo che vostro figlio impari ad “evitare di evitare”. Ogni “evitamento”- cioè ogni situazione nella quale si tenta di aggirare un ostacolo – può far aumentare la paura, generando una spirale di situazioni che porteranno il ragazzo a non trovare più una via d’uscita dall’ansia. Il primo caso “classico” di evitamento è quello dei banchi di scuola, dove spesso la sensazione di paura e di disagio si acuisce e spinge l’adolescente ad allontanarsi dalla classe e dalla scuola, per rifugiarsi nel tranquillo porto della propria casa. 

Aiutatelo ad “evitare di evitare” facendogli vivere piccole frustrazioni, facendogli sentire che ci siete ma che può farcela ancheda solo, facendogli intravvedere anche i lati positivi di quello che sta facendo e di come “non evitando”le cose possono funzionare anche meglio.

Tre tecniche efficaci, all’apparenza piuttosto semplici ma in realtà molto difficili da applicare perchè controintuitive e paradossali, tre tecniche che ogni genitore con figli ansiosi dovrebbe provare a mettere in atto, se necessario anche con l’aiuto di un terapeuta, nell’ottica di rigenerare lo stato disalute e di benessere del figlio.

Se credi che tuo figlio possa avere una problematica ansiosa che non riesce ad affrontare da solo e rispetto alla quale non riesci ad essere efficace, contattami per maggiori info.

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Tag: adolescenza, ansia, Attacchi di Panico, genitorialità

La Ketamina è un farmaco anestetico parente chimico della fenciclidina, meglio conosciuta come “polvere d’angelo”, segnalata dalla World Health Organization nella “lista dei farmaci essenziali” indispensabili per un ospedale. Come sembrerà chiaro la Ketamina è principalmente un farmaco, i suoi effetti si esplicano sul Sistema Nervoso Centrale (SNC) influenzando la percezione del dolore e stimolando particolari sensazioni.

Il suo impiego principale è come anestetico e proprio per queste sue spiccate caratteristiche fu ampiamente impiegato dagli americani nella guerra del Vietnam.  Recenti studi indicano che bassi dosaggi di Ketamina possono essere addirittura impiegati su pazienti affetti da depressione, per ottenere un miglioramento del tono dell’umore. Tuttavia esiste un’altra faccia della medaglia, legata alla problematicità derivante dall’uso “ricreativo”che viene fatto di tale farmaco.

Comprare droga è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la vita.

Jim Morrison

Ketamina: cos’è e quali effetti esercita.

La Ketamina, formula chimica 2-(2-clorofenil)-2-(metilammino) cicloesanone, è una sostanza liquida, molto simile all’acqua, che può essere ingerita o iniettata per via endovenosa. Per uso ricreativo può essere riscaldata fino ad ottenere per evaporazione una polvere biancastra da sniffare o da ingerire, se compressa in pastiglie.  A seconda del dosaggio si possono sperimentare diversi tipi di effetti. Si passa dalla leggera stimolazione, all’euforia simile a quella causata dal consumo di alcolici, sino a sperimentare uno stato completamente dissociativo molto intenso, che può portare a forti allucinazioni. Il suo uso prolungato può indurre dipendenza.

Come per altre sostanze allucinogene, l’utilizzo della ketamina può condurre ad una profonda esperienza interiore ed onirica, un vero e proprio “viaggio interiore”, una sorta di ingresso in un’altra realtà. Per questo motivo la ketamina viene anche definita sostanza enteogena, ossia sostanza psicoattiva in grado di esercitare un effetto psichedelico o allucinogeno tale da favorire esperienze mistiche e spirituali. Come è facile intuire, quando si vive una esperienza visionaria tale da procurare stati di allucinazione dissociativi tra mente e corpo, il rischio a livello psicologico diventa enorme.

Storia di un abuso

Raccontiamo l’esperienza di consumo di Ketamina di un paziente, Mario (nome di fantasia), che ancora oggi ricorda quei momenti con estrema preoccupazione. Mario era solito frequentare “rave party”, feste di musica autogestite ed illegali, spesso organizzate in aree industriali abbandonate o in spazi aperti come boschi, cave, foreste, con una durata variabile che può arrivare anche ad una settimana. 

Mario racconta che durante i “rave” consumava grandi quantità di sostanze psicotrope, ecstasy, anfetamine e cocaina. Nell’ultimo periodo aveva cominciato ad assumere anche Ketamina e tutto sommato l’esperienza non gli era dispiaciuta, anzi aveva contribuito ad aumentare le sensazioni interiori di viaggio spirituale nella musica. Poi una volta di colpo l’esperienza si è rivelata troppo intensa e da quel momento Mario ha realizzato che era necessario smettere. Era giorno, mattina presto, improvvisamenteMario ha cominciato a vederetutto nero, non c’era più nessuno intorno a lui. D’un tratto dal buio sono comparse delle striscioline verdi, come strani geroglifici; guardandoli meglio si è reso conto che erano gli stessi codici di Matrix, un famoso film di fantascienza di fine anni novanta.

Senza neanche rendersene conto si è sentito leggero e ha iniziato una strana danza, una serie di movimenti istintivi che non riusciva a smettere, in un contesto in cui aveva perso completamente la concezione del rapporto spazio-tempo. Visti dall’esterno, alcuni amici hanno descritto i movimenti di Mario come quelli tipici di un’arte marziale, al punto che al termine della sua esibizione Mario avrebbe dichiarato “sono un maestro di kung fu”. In realtà Mario aveva giocato a pallone da ragazzo e non aveva mai frequentato alcuna palestra di arti marziali. 

Questa esperienza “drogastica” lo aveva lasciato incerto e confuso, disorientato al punto tale di faticare a comprendere la sua reale identità. E’ da quel momento che Mario ha deciso di smettere e dopo alcuni mesi iniziare un percorso di psicoterapia.

Ketamina e dipendenza

La storia di Mario ci fa capire il rischio psicologico nel consumo di Ketamina e la forte dipendenza che può creare a livello mentale questa sostanza. Agendo sui principali centri cerebrali, la Ketamina crea una percezione distorta della realtà, il rischio è che tale distorsione possa permanere anche dopo l’assunzione. La ricerca di realtà alternative a quella nella quale il soggetto vive, rischia di determinare un evitamento della realtà e una difficoltà di gestione delle emozioni e della vita in generale, innescando uno stile di vita totalmente disfunzionale. 

Se senti di avere una problematica con la Ketamina o con altre sostanze d’abuso contattami per avere maggiori informazioni al 340.41.90.915 oppure scrivimi nel form contatti cliccando qui.

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Tag: Ketamina, storie di dipendenza, Terapia Breve Strategica

Essere genitori al giorno d’oggi nasconde numerose insidie, inutile negarlo. I genitori sono sempre più soggetti passivi di un bombardamento mediatico che fornisce informazioni spesso contrastanti e non sempre corrette. Queste informazioni possono facilmente portare il genitore fuori strada, non consentendogli di interpretare con chiarezza il proprio ruolo e di prendere le decisioni più opportune. Nell’articolo di oggi vorrei portare testimonianza dell’intervento di formazione rivolto alla genitorialità da me svolto venerdì della scorsa settimana presso la sede dell’IKEA di Padova, di fronte ad un folto pubblico di genitori.

Il ruolo del genitore

All’inizio dell’intervento ho posto le basi per una migliore comprensione del ruolo genitoriale, sottolineandone l’importanza di un ruolo attivo: attraverso cioè l’apprendimento di strumenti pratici e di competenze “organizzative” esso può diventare un vero e proprio punto di riferimento per i figli. La famiglia come ogni tipo di sistema organizzato necessita di regole, entrambi i genitori devono cercare di costruire un sistema di principi, di direttive, che possa essere il più possibile caratterizzato da una linea comune. Senza un’uniformità nell’organizzazione famigliare si corre il rischio di creare dei circoli viziosi disfunzionali, nell’ambito dei quali i figli approfittano di uno dei due genitori per poter ottenere quello che vogliono, in una prospettiva davvero poco educativa. 

Spesso le problematiche che si vengono a creare con i nostri figli possono essere ridotte oppure completamente risolte attivando due importanti tipologie di risposta:

  • adottando strategie e manovre specifiche per risolvere lo specifico problema;
  • bloccando i tentativi fallimentari che stiamo mettendo in atto, che in realtà non portano alcun beneficio alla soluzione del problema.

La comunicazione

Per risolvere i piccoli problemi che incontriamo con i nostri figli, una possibile soluzione funzionale può essere anche quella di considerare in maniera più accurata ogni scambio comunicativo. La comunicazione ha un ruolo fondamentale per aiutare il genitore ad essere efficace a livello relazionale e per costruire la sintonia affettivo-emotiva più adeguata con il proprio figlio. Chiaramente un genitore che assume una posizione più “morbida” e flessibile potrà attendersi esiti differenti rispetto ad un genitore che manifesta una modalità relazionale autoritaria. Ciò non significa che in alcune situazione non vi sia la necessità di essere maggiormente “direttivi” a fronte di alcune trasgressioni. La cosa fondamentale è quella di trovare una giusta sintonia, “danzando” fra diverse posizioni relazionali a seconda delle differenti situazioni che si vengono a creare nell’interazione con i figli.

I modelli famigliari

Avere consapevolezza di come funziona il proprio sistema famigliare ci può essere d’aiuto per disattivare quei tentativi di soluzione disfunzionali nei confronti dei nostri figli, o meglio per attivare quelli più opportuni a seconda delle situazioni. Attraverso le ricerche condotte dal prof. G. Nardone durante gli anni ‘90 è stato possibile individuare alcuni caratteristici modelli di famiglia, il cui funzionamento può influire negativamente sulla crescita ideale e funzionale dei propri figli. Di seguito i principali modelli di famiglia e genitorialità:

Modello iperprotettivo: i genitori fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per far sì che il proprio figlio possa star bene, anticipandone spesso i bisogni, risolvendo le difficoltà e sostituendosi a lui in tutto e per tutto; 

Modello democratico permissivo: il rapporto è completamente improntato suldialogo tra i componenti della famiglia, vi è una completa parità fra i suoi membri, i genitori svolgono un ruolo quasi di confidenti, di amici dei propri figli; 

Modello sacrificante: i genitori si sentono chiamati ad un ruolo di arrendevolezza e di rinuncia, a sacrificarsi per il benessere dei figli, pensando che poi ne verranno in qualche modo ricompensati in futuro;

Modello intermittente: i genitori mettono in attoun comportamento ambivalente, con rapidi cambiamenti delle posizioni relazionali, altalenando momenti di eccessiva comprensione a momenti di autorità, oscillando trauna relazione affettiva ed una anaffettiva e fredda;

Modello delegante: i genitori delegano il loro ruolo alla famiglia allargata, ad esempio ai nonni, generando una dinamica di competizione;abdicando alle proprie responsabilità essi inducono nei figli la sensazione di persone deboli e poco convincenti;

Modello autoritario: il tentativoda parte di un genitore (a volte di entrambi) di esercitare il proprio potere attraversouna ricerca costante di disciplina e di controllo delle decisioni.

Ognuno di questi modelli è caratterizzato da una serie peculiare di regole e di dinamiche comunicative: essere genitore al giorno d’oggi è sicuramente un ruolo molto complesso che secondo me può anche rivelarsi un momento affascinante (oserei dire quasi magico) di relazione affettiva.

La prospettiva che ho cercato di trasmettere è quella che il genitore ha un ruolo attivo nell’educazione e nella gestione del proprio figlio; è attraverso la scoperta delle soluzioni che si riesce a risolvere e a spiegare i problemi. 

Se quest’ultima affermazione ti sembra un paradosso, se hai qualche curiosità particolare riguardo alla tipologia di famiglia in cui pensi di riconoscerti o sei vuoi approfondire le tue conoscenze e capire come affrontare uno specifico problema, contattami al numero 340.41.90.915 oppure scrivi nel form contatti.

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Tag: adolescenza, famiglie, genitori, genitorialità, Terapia Breve Strategica

L’agorafobia è una monofobia molto comune che si può riscontrare in molteplici situazioni e che può risultare alquanto invalidante. Durante una prima seduta una paziente ha descritto l’agorafobia come la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione in cui si trovava, quasi come di morire. Si trovava con amici ad un concerto e per la prima volta ha sentito sopraggiungere il panico. Sul momento non si era resa bene conto di cosa stesse succedendo, ma da quella volta in poi ha realizzato in maniera cosciente che tutte le situazioni fuori di casa ed in pubblico potevano rivelarsi in qualche modo minacciose.

Agorafobia, cos’è.

Dal punto di vista etimologico la parola agorafobia si traduce in “paura della piazza” dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), una paura quindi di tutti gli spazi aperti. L’unico rifugio in situazioni gravi, diventa solamente la propria casa, che si trasforma in una sorta di “grotta” protettiva, nella quale trovare difesa contro le minacce provenienti da quell’esterno vissuto come minaccioso e pericoloso. 

Le situazioni che il soggetto tende ad evitare sono molte: in primo luogo il rischio di trovarsi in mezzo alle persone all’aperto: ad esempio in un corteo, allo stadio o semplicemente in piazza a chiacchierare con amici. In secondo luogo, non solo vengono avvertiti come minacciosi gli spazi aperti, ma molto spesso anche alcuni spazi “chiusi” come ad esempio l’interno di un bar, i mezzi pubblici (treno, autobus, metro) o un supermercato.

Tutte quelle situazioni nelle quali vi è un’interazione fuori dalle mura domestiche possono essere vissute come potenzialmente pericolose, la persona può sentirsi male fisicamente fino ad provare sensazioni di ansietà o di panico vero e proprio.

Agorafobia, alcune caratteristiche

Di regola il soggetto agorafobico tenta di evitare quelle situazioni pubbliche nelle quali potrebbe sentirsi male ed incapace di affrontare il proprio disagio. Tale soluzione (tecnicamente si parla di evitamento) porta mano a mano alla costruzione di una catena di paure sempre più diffuse e pervasive che rischiano di travolgere il soggetto, innescando un meccanismo irrefrenabile di tentate soluzioni quali appunto l’evitamento o la richiesta di aiuto. 

Nello specifico, l’agorafobico giunge a provare una sorta di paura del giudizio che le altre persone potrebbero avere nei suoi confronti; il giudizio degli altri, anche se non espresso palesemente, pesa ed influisce sul suo sistema percettivo-reattivo. Il solo pensiero di non riuscire a “controllare” le proprie sensazioni psicofisiche, e di conseguenza di non essere in grado di gestire la situazione di difficoltà in uno spazio aperto, induce nel soggetto la paura di essere giudicato. Di conseguenza la soluzione più facile ed immediata è quella di non recarsi in luoghi aperti, alla presenza di molte persone, innescando quel circolo vizioso di tentate soluzioni (evitamento e/o richiesta di aiuto) che alimentano la patologia agorafobica stessa.

Le sensazioni dell’agorafobia

La sensazione che vive la persona che soffre di agorafobia è quella di perdere il controllo della situazione che sta vivendo, la paura di potersi sentire male, di svenire, di vivere una sensazione drammatica, come se stesse impazzendo. Queste sensazioni sono accompagnate da reazioni fisiologiche di somatizzazione ansiosa, con sintomi quali tremori, tachicardia, sudori freddi, nodo in gola, paura di morire.

Spesso per combattere queste sensazioni l’agorafobico adotta la soluzione di ricorrere all’aiuto di una persona di fiducia: un famigliare, un amico, il proprio compagno o la propria compagna, tuttavia anche in questo caso, come nel caso dell’evitamento, la soluzione non è per nulla funzionale. Il rischio è che possano passare due messaggi contraddittori: uno che la persona che ci aiuta ci vuole bene e ci sta aiutando, l’altro invece che da soli non possiamo farcela e avremo sempre bisogno di un aiuto. In realtà l’aiuto di qualcuno per affrontare la fobia degli spazi aperti non è risolutivo, può forse essere di supporto nel momento del bisogno, ma mantiene inalterata la problematica e rischia addirittura di alimentarla e di renderla ulteriormente pervasiva.

Se vuoi saperne di più sull’agorafobia e su tutte le altre patologie relative all’ansia puoi sfogliare il mio blog o il mio sito.

Se senti di avere una problematica di ansia e/o di agorafobia contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

“Dottore sono un cocainomane” così si è presentato la prima volta Francesco (nome di fantasia). Ha iniziato il consumo di cocaina quando aveva trent’anni, per caso, nello spogliatoio del basket. Alcuni compagni erano soliti farsi qualche riga prima e dopo gli allenamenti. Alla classica pizza post allenamento, oltre ai fiumi di alcol, anche Francesco aveva iniziato a tirare alcuni grammi in compagnia. Rientrava tardi e non riusciva a dormire, ma al mattino non avvertiva postumi negativi e andava al lavoro senza complicazioni.

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In una prima fase di consumo la cocaina non si era dimostrata particolarmente “invasiva”, era quasi un passatempo, un momento per “stare fuori”, per spezzare la routine, lo aiutava a non pensare e sentirsi più tranquillo. Tuttavia ad un certo momento il problema si è manifestato ed è andato peggiorando con il passare del tempo.

La dipendenza da cocaina

Il consumo ha iniziato a prendere una piega eccessiva quando dopo il lavoro Francesco, prima di rientrare a casa, preferiva passare da uno spacciatore amico di un suo compagno di squadra. “Compravo un paio di grammi, me li facevo in un paio di sere, a casa dopo cena, la mia compagna non si accorgeva di niente, passavo la nottata in taverna, guardando film o davanti al computer”. Era iniziato un periodo in cui la sola idea del consumo lo tranquillizzava, le sere in cui consumava, erano come una valvola di sfogo, gli permettevano di non pensare a nulla e distaccare dalla monotonia quotidiana.

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Nel giro di sei mesi, a fine stagione cestistica, Francesco era diventato completamente dipendente, il consumo si era fatto regolare, ogni giorno, tutte le sere, e la compagna aveva cominciato a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto.

La rottura

Dopo ulteriori sei mesi ed un consumo giornaliero F. è sempre più in difficoltà, anche sul lavoro, tanto da rischiare quasi di perdere il posto. Capisce che da solo non può farcela, decide finalmente, ma non senza difficoltà, di uscire allo scoperto e di farsi aiutare. In situazioni come questa la difficoltà principale è quella di essere trasparenti e sinceri.F. per prima cosa si apre con la compagna ma i famigliari spesso faticano a comprendere le difficoltà di chi consuma sostanza, e anche in questo caso la fidanzata ne esce distrutta. Decidono allora di chiedere aiuto ad uno specialista per affrontare nella maniera giustala situazione e trovare una via d’uscita.

La psicoterapia

In una situazione come quella di Francesco il lavoro terapeutico è stato impostato sin dal primo momento sulla ricerca di una trasparenza totale nei confronti della compagna e del terapeuta. Inoltre è stato di fondamentale importanza lavorare sulla sua motivazione, stimolando la ricerca di una reazione“interna” forte: una ragione che lo possa convincere a non consumare più, una sorta di bussola, che deve sempre presa in mano nei momenti in cui il desiderio di sostanza tenta di prendere il sopravvento e di compromettere la salute psicofisica.

 

Nel caso specifico di Francesco la motivazione è stata quella di voler ritrovare se stesso, la propria lucidità, la forza diaffrontare la realtà a testa alta e di assumersi la responsabilità di essere un compagno a tutti gli effetti, tornando ad essere la persona partecipativa e presente di prima.

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Questo è stato il primo non facile “mattoncino di base” che ha permesso di costruire un percorso di successo, durante il quale F. è riuscito a mantenersi astinente e a credere nell’astinenza da cocaina. Le fasi successive del lavoro di terapia hanno dato i frutti sperati: Francesco ha ritrovato infine la propria lucidità e la propria serenità, lontano dagli stimoli artificiali e passeggeri regalati dal consumo di sostanza.

Se senti di avere un problema con la cocaina e vuoi maggiori informazioni scrivimi in privato all’indirizzo studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 340.41.90.915. Oppure contattami attraverso il form contatti del sito cliccando qua.

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Tag: cocaina, cocainomane, dipendenza da cocaina, Terapia Breve Strategica

La psicoterapia breve strategica è un approccio che è stato formulato da Paul Watzlawick, per poi evolversi con il Prof. Giorgio Nardone, che nel corso degli ultimi venticinque anni ha elaborato e formulato numerosi protocolli d’intervento, per le diverse patologie psicologiche e comportamentali. L’articolo di oggi mira ad entrare più in contatto con la terapia breve strategica, e con le sue modalità d’intervento. Capita talvolta che un paziente, per semplice curiosità o per capire meglio l’importanza della terapia che sta affrontando, chieda al terapeuta:

“Dottore ma in parole semplici, in cosa consiste essenzialmente la Psicoterapia Breve Strategica?”

La risposta si può riassumere in poche avare parole: “Si tratta di un approccio di tipo strategico che attraverso la comprensione di “come” funziona il suo problema, consente di mettere a punto una soluzione rapida e definitiva. L’attenzione si concentra fondamentalmente sul come funziona il problema e non sul ”perché” esiste il problema”.

La psicoterapia breve strategica come funziona.

In genere questa risposta soddisfa la curiosità del paziente, tuttavia il costrutto scientifico della Terapia Breve Strategica (TBS) è ben più complesso ed articolato. Proviamo a fornire una risposta più tecnica. La TBS è una teoria epistemologica di matrice costruttivista, che basa la propria logica sugli obiettivi da raggiungere, e proprio per questo viene definita “strategica”. In altre parole ogni tattica, manovra e sequenza terapeutica viene definita in funzione del problema in analisi, in modo da mettere a punto la giusta soluzione per lo specifico problema. Questo è appunto l’approccio strategico.

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Rispetto alle forme classiche di terapia, la TBS presenta la particolarità di adattarsi al paziente e non viceversa, garantendo quella flessibilità necessaria ad orientare positivamente il rapporto fra il paziente e il suo terapeuta. I protocolli di trattamento vengono di volta in volta adattati in funzione delle caratteristiche del paziente. La struttura dell’intervento nelle sue diverse fasi rimane sempre la stessa, quello che cambia sono la comunicazione e l’interazione fra terapeuta e paziente.

Il terapeuta

Il trasferimento dell’approccio dal “perché” al “come” funziona, l’intervento si focalizza non sulla ricerca lunga e infruttuosa sulle sue origini (le “cause”), quanto invece sulle modalità di percezione da parte del soggetto. Si evince immediatamente l’importanza del dialogo terapeuta-paziente quando si pensa che l’acquisizione delle informazioni – e quindi la definizione del problema – avviene attraverso la descrizione che ne viene fatta dal paziente o dai suoi parenti. Il dialogo terapeutico è indispensabile alla comprensione e alla condivisione con il paziente di quello che è realmente il problema da risolvere, per poter raggiungere il cambiamento sperato.

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Da qui si comprende l’importanza della figura del terapeuta, che deve ad un tempo possedere doti di grande comunicabilità e di profonda conoscenza della materia, oltre ad una riconosciuta etica professionale. Le manovre terapeutiche nella loro apparente semplicità sono in realtà il punto di arrivo di lunghi studi e di faticoso affinamento continuo.

Epsitemologia della psicoterapia breve strategica

I fondamenti epistemologici della Psicoterapia Breve Strategica si fondano sul sistema percettivo-reattivo, ossia sulle nostre modalità di percezione della realtà e sulle conseguenti modalità di reazione comportamentale. Ogni cambiamento comportamentale, per avere successo duraturo nel tempo, deve essere preceduto da un cambiamento delle modalità percettive. Questo è uno dei fondamenti essenziali che distingue la TBS dalle terapie classiche: l’intervento terapeutico dovrà essere in grado di modificare anche quegli aspetti emozionali che sono alla base dei comportamenti sotto esame, ristrutturandoli sulla base delle esperienze emozionali nuove vissute dallo stesso paziente durante il percorso terapeutico.

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Tag: Terapia Breve Strategica

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Come smettere di drogarsi da soli

8 Maggio 2019

La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso sia in età adolescenziale che in età adulta. Spesso ne sono colpite le giovani adolescenti che trovano nel cibo una via di fuga dalle dinamiche emotive quotidiane; tuttavia anche in età adulta, sia nel genere femminile che in quello maschile, si riscontrano situazioni in cui il cibo viene utilizzato come “strumento” per sentirsi meglio. In realtà il soggetto bulimico non prova realmente fame, ma vive la sensazione psicologica di un desiderio incontrollabile di cibo.

La bulimia: cos’è?

Con il termine bulimia si indica un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal desiderio incontrollabile di cibo, una tendenza sfrenata ad abbuffarsi, ad ingurgitare compulsivamente qualsiasi alimento. La bulimia conduce fatalmente ad una totale perdita di controllo nei confronti del cibo stesso e di conseguenza alla sensazione di non essere in grado di gestire la propria condotta.

Il soggetto bulimico cerca di controllare il desiderio evitando di mangiare, ma quello che ottiene è l’esatto contrario, ossia più si sforza di non mangiare e più si lascia andare a momenti di vere e proprie abbuffate, concedendosi il cibo senza ritegno. Il bisogno di cibo viene vissuto come un modo di reagire alle difficoltà e alle insicurezze della quotidianità.

I sintomi della bulimia

Tra i principali sintomi della bulimia possiamo annoverare come già sottolineato le ricorrenti abbuffate, episodi che consistono nell’ingurgitare grandi quantità di cibo in tempi relativamente brevi. 

Come nel caso dell’anoressia – ma sotto la spinta di motivazioni psicologiche diverse – sovente tali situazioni sono seguite da comportamenti di compensazione per espellere l’eccesso di alimenti, come ad esempio l’uso di lassativi o la pratica del vomito autoindotto. Altri comportamenti di compensazione sono rappresentati dall’uso di diuretici o addirittura di enteroclismi; in molti casi il soggetto bulimico ricorre anche al digiuno temporaneo o ad un intenso esercizio fisico. 

Molto spesso coloro che circondano il soggetto in difficoltà cercano di spingerlo a mangiare meno, facendogli notare che sta mangiando eccessivamente ed in maniera smodata. Questa modalità di sottolineare le difficoltà (e la possibile patologia) invece che migliorare la situazione la peggiora, inducendo ancora di più nel soggetto uno strato di frustrazione e di rabbia che lo spingerà ad usare il cibo in maniera disfunzionale.

La Terapia Breve Strategica e le possibili soluzioni

Il concetto chiave sul quale impostare una terapia psicologica rispetto alla problematica bulimica è la messa a punto di soluzioni che modifichino le modalità di percezione del soggetto riguardo al cibo e alle dinamiche emotive che si trova ad affrontare ogni giorno. 

Una strategia molto efficace in questi casi è rappresentata dalla scrittura. Riuscire a mettere su carta tutte le dinamiche emotive che ci tormentano permette di “far emergere” gli aspetti emotivi e ci aiuta a ritrovare una maggiore chiarezza interiore. Si tratta comunque di un esercizio difficile al quale non siamo più abituati, perché ormai i messaggini di testo e le chat più o meno lunghe hanno sostituito la scrittura vera e propria. Naturalmente la scrittura dovrà essere accompagnata da una terapia psicologica condotta sotto la guida di uno psicologo esperto, che consenta di mettere in pratica anche quegli accorgimenti terapeutici specifici studiati ad hoc per il soggetto.

Un’altra strategia funzionale consiste nel cercare di riappropriarsi del piacere del cibo mangiando solo durante i tre pasti principali: colazione pranzo e cena. In particolare la cosa fondamentale è mangiare solamente le cose che piacciono di più; lo stratagemma terapeutico consiste nel far passare l’idea che se ci concediamo psicologicamente il piacere di mangiare vi possiamo anche rinunciare, mentre invece se non ce lo concediamo diventa irrinunciabile.

La terapia breve strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira a fornire tecniche personalizzate che consentano al soggetto di trovare soluzioni funzionali, aiutandolo a ritrovare contemporaneamente anche un rinnovato equilibrio emotivo. Il lavoro terapeutico si svolge sia durante le sedute in studio che a casa propria, attraverso l’applicazione di compiti pratici.

Nei prossimi articoli svilupperemo meglio queste tecniche e strategie, nel frattempo continua a seguire il mio blog o per maggiori info contattami

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare

Essere genitore di un figlio ansioso non è semplice. Quali sono i comportamenti funzionali che ci aiutano a gestire l’eccessiva paura dei nostri figli rispetto alla scuola, agli amici o all’attività sportiva? La risposta non è semplice, i consigli che arrivano attraverso la televisione, i giornali, i media in generale, sono spesso contraddittori e buoni per ogni situazione, ma di solito la nostra è una situazione differente. 

Approfondiamo alcuni suggerimenti che i genitori possono iniziare a mettere in atto fin da subito, accorgimenti utili a migliorare la situazione e a gestire con più efficacia le paure dei propri figli. Impariamo a capire cos’è meglio fare e cosa evitare.

Primo: Non rassicurare

La rassicurazione non fa altro che alimentare la paura dei vostri figli; pur volendo aiutarli in ogni modo e farli sentire capiti e compresi, la rassicurazione funziona in ottica disfunzionale, ossia esattamente all’opposto. Più voi lo rassicurate e più vostro figlio in realtà continuerà a provare paura! E’ sicuramente fondamentale fargli sentire che lo capiamo e che stiamo tentando di sintonizzarci con lui, tuttavia rassicurandolo otteniamo l’effetto contrario di mantenere intatte le sue paure e le sue preoccupazioni. 

E’ fondamentale esserci e fargli sentire la vostra presenza, ma dichiarare “Non devi aver paura qua ci sono io” non funziona e rischia di peggiorare la situazione. Vostro figlio si chiederà come potrà fare quando sarà solo o comunque fuori dalle rassicuranti mura domestiche, con il gruppo dei suoi pari, gli amici, a scuola. Può accadere, infatti, che quando vostro figlio si trova a scuola e viene assalito dalla paura, arrivi addirittura a chiamare i genitori per farsi venire a prendere, e di solito il genitore accorre prontamente e si attiva con un comportamento affettivo di rassicurazione. 

Aiuta tuo figlio ad avere uno spazio per le preoccupazioni

Invece di rassicurare, vi consiglio di provare a ricavare uno spazio giornaliero di 15 o 30 minuti, durante il quale chiedere a vostro figlio quali possono essere le sue preoccupazioni per la giornata successiva. Se ad esempio c’è una verifica particolarmente temuta, invece di rassicurarlo provate a fare il contrario e a chiedergli di sviscerare tutti i possibili motivi che lo preoccupano: perché pensa che la verifica potrà andare male, quali possibili stati d’animo vivrà durante lo svolgimento del compito in classe. Quello che potrà accadere, quasi per magia, è che vostro figlio invece di vivere una sensazione negativa di malessere proverà una condizione di tranquillità totalmente nuova per lui. Più ci caliamo nelle nostre peggiori paure e più queste spariscono:la paura affrontata diventa coraggio.

Evita di evitare

Cercatedi fare in modo che vostro figlio impari ad “evitare di evitare”. Ogni “evitamento”- cioè ogni situazione nella quale si tenta di aggirare un ostacolo – può far aumentare la paura, generando una spirale di situazioni che porteranno il ragazzo a non trovare più una via d’uscita dall’ansia. Il primo caso “classico” di evitamento è quello dei banchi di scuola, dove spesso la sensazione di paura e di disagio si acuisce e spinge l’adolescente ad allontanarsi dalla classe e dalla scuola, per rifugiarsi nel tranquillo porto della propria casa. 

Aiutatelo ad “evitare di evitare” facendogli vivere piccole frustrazioni, facendogli sentire che ci siete ma che può farcela ancheda solo, facendogli intravvedere anche i lati positivi di quello che sta facendo e di come “non evitando”le cose possono funzionare anche meglio.

Tre tecniche efficaci, all’apparenza piuttosto semplici ma in realtà molto difficili da applicare perchè controintuitive e paradossali, tre tecniche che ogni genitore con figli ansiosi dovrebbe provare a mettere in atto, se necessario anche con l’aiuto di un terapeuta, nell’ottica di rigenerare lo stato disalute e di benessere del figlio.

Se credi che tuo figlio possa avere una problematica ansiosa che non riesce ad affrontare da solo e rispetto alla quale non riesci ad essere efficace, contattami per maggiori info.

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Tag: adolescenza, ansia, Attacchi di Panico, genitorialità

La Ketamina è un farmaco anestetico parente chimico della fenciclidina, meglio conosciuta come “polvere d’angelo”, segnalata dalla World Health Organization nella “lista dei farmaci essenziali” indispensabili per un ospedale. Come sembrerà chiaro la Ketamina è principalmente un farmaco, i suoi effetti si esplicano sul Sistema Nervoso Centrale (SNC) influenzando la percezione del dolore e stimolando particolari sensazioni.

Il suo impiego principale è come anestetico e proprio per queste sue spiccate caratteristiche fu ampiamente impiegato dagli americani nella guerra del Vietnam.  Recenti studi indicano che bassi dosaggi di Ketamina possono essere addirittura impiegati su pazienti affetti da depressione, per ottenere un miglioramento del tono dell’umore. Tuttavia esiste un’altra faccia della medaglia, legata alla problematicità derivante dall’uso “ricreativo”che viene fatto di tale farmaco.

Comprare droga è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la vita.

Jim Morrison

Ketamina: cos’è e quali effetti esercita.

La Ketamina, formula chimica 2-(2-clorofenil)-2-(metilammino) cicloesanone, è una sostanza liquida, molto simile all’acqua, che può essere ingerita o iniettata per via endovenosa. Per uso ricreativo può essere riscaldata fino ad ottenere per evaporazione una polvere biancastra da sniffare o da ingerire, se compressa in pastiglie.  A seconda del dosaggio si possono sperimentare diversi tipi di effetti. Si passa dalla leggera stimolazione, all’euforia simile a quella causata dal consumo di alcolici, sino a sperimentare uno stato completamente dissociativo molto intenso, che può portare a forti allucinazioni. Il suo uso prolungato può indurre dipendenza.

Come per altre sostanze allucinogene, l’utilizzo della ketamina può condurre ad una profonda esperienza interiore ed onirica, un vero e proprio “viaggio interiore”, una sorta di ingresso in un’altra realtà. Per questo motivo la ketamina viene anche definita sostanza enteogena, ossia sostanza psicoattiva in grado di esercitare un effetto psichedelico o allucinogeno tale da favorire esperienze mistiche e spirituali. Come è facile intuire, quando si vive una esperienza visionaria tale da procurare stati di allucinazione dissociativi tra mente e corpo, il rischio a livello psicologico diventa enorme.

Storia di un abuso

Raccontiamo l’esperienza di consumo di Ketamina di un paziente, Mario (nome di fantasia), che ancora oggi ricorda quei momenti con estrema preoccupazione. Mario era solito frequentare “rave party”, feste di musica autogestite ed illegali, spesso organizzate in aree industriali abbandonate o in spazi aperti come boschi, cave, foreste, con una durata variabile che può arrivare anche ad una settimana. 

Mario racconta che durante i “rave” consumava grandi quantità di sostanze psicotrope, ecstasy, anfetamine e cocaina. Nell’ultimo periodo aveva cominciato ad assumere anche Ketamina e tutto sommato l’esperienza non gli era dispiaciuta, anzi aveva contribuito ad aumentare le sensazioni interiori di viaggio spirituale nella musica. Poi una volta di colpo l’esperienza si è rivelata troppo intensa e da quel momento Mario ha realizzato che era necessario smettere. Era giorno, mattina presto, improvvisamenteMario ha cominciato a vederetutto nero, non c’era più nessuno intorno a lui. D’un tratto dal buio sono comparse delle striscioline verdi, come strani geroglifici; guardandoli meglio si è reso conto che erano gli stessi codici di Matrix, un famoso film di fantascienza di fine anni novanta.

Senza neanche rendersene conto si è sentito leggero e ha iniziato una strana danza, una serie di movimenti istintivi che non riusciva a smettere, in un contesto in cui aveva perso completamente la concezione del rapporto spazio-tempo. Visti dall’esterno, alcuni amici hanno descritto i movimenti di Mario come quelli tipici di un’arte marziale, al punto che al termine della sua esibizione Mario avrebbe dichiarato “sono un maestro di kung fu”. In realtà Mario aveva giocato a pallone da ragazzo e non aveva mai frequentato alcuna palestra di arti marziali. 

Questa esperienza “drogastica” lo aveva lasciato incerto e confuso, disorientato al punto tale di faticare a comprendere la sua reale identità. E’ da quel momento che Mario ha deciso di smettere e dopo alcuni mesi iniziare un percorso di psicoterapia.

Ketamina e dipendenza

La storia di Mario ci fa capire il rischio psicologico nel consumo di Ketamina e la forte dipendenza che può creare a livello mentale questa sostanza. Agendo sui principali centri cerebrali, la Ketamina crea una percezione distorta della realtà, il rischio è che tale distorsione possa permanere anche dopo l’assunzione. La ricerca di realtà alternative a quella nella quale il soggetto vive, rischia di determinare un evitamento della realtà e una difficoltà di gestione delle emozioni e della vita in generale, innescando uno stile di vita totalmente disfunzionale. 

Se senti di avere una problematica con la Ketamina o con altre sostanze d’abuso contattami per avere maggiori informazioni al 340.41.90.915 oppure scrivimi nel form contatti cliccando qui.

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Tag: Ketamina, storie di dipendenza, Terapia Breve Strategica

Essere genitori al giorno d’oggi nasconde numerose insidie, inutile negarlo. I genitori sono sempre più soggetti passivi di un bombardamento mediatico che fornisce informazioni spesso contrastanti e non sempre corrette. Queste informazioni possono facilmente portare il genitore fuori strada, non consentendogli di interpretare con chiarezza il proprio ruolo e di prendere le decisioni più opportune. Nell’articolo di oggi vorrei portare testimonianza dell’intervento di formazione rivolto alla genitorialità da me svolto venerdì della scorsa settimana presso la sede dell’IKEA di Padova, di fronte ad un folto pubblico di genitori.

Il ruolo del genitore

All’inizio dell’intervento ho posto le basi per una migliore comprensione del ruolo genitoriale, sottolineandone l’importanza di un ruolo attivo: attraverso cioè l’apprendimento di strumenti pratici e di competenze “organizzative” esso può diventare un vero e proprio punto di riferimento per i figli. La famiglia come ogni tipo di sistema organizzato necessita di regole, entrambi i genitori devono cercare di costruire un sistema di principi, di direttive, che possa essere il più possibile caratterizzato da una linea comune. Senza un’uniformità nell’organizzazione famigliare si corre il rischio di creare dei circoli viziosi disfunzionali, nell’ambito dei quali i figli approfittano di uno dei due genitori per poter ottenere quello che vogliono, in una prospettiva davvero poco educativa. 

Spesso le problematiche che si vengono a creare con i nostri figli possono essere ridotte oppure completamente risolte attivando due importanti tipologie di risposta:

  • adottando strategie e manovre specifiche per risolvere lo specifico problema;
  • bloccando i tentativi fallimentari che stiamo mettendo in atto, che in realtà non portano alcun beneficio alla soluzione del problema.

La comunicazione

Per risolvere i piccoli problemi che incontriamo con i nostri figli, una possibile soluzione funzionale può essere anche quella di considerare in maniera più accurata ogni scambio comunicativo. La comunicazione ha un ruolo fondamentale per aiutare il genitore ad essere efficace a livello relazionale e per costruire la sintonia affettivo-emotiva più adeguata con il proprio figlio. Chiaramente un genitore che assume una posizione più “morbida” e flessibile potrà attendersi esiti differenti rispetto ad un genitore che manifesta una modalità relazionale autoritaria. Ciò non significa che in alcune situazione non vi sia la necessità di essere maggiormente “direttivi” a fronte di alcune trasgressioni. La cosa fondamentale è quella di trovare una giusta sintonia, “danzando” fra diverse posizioni relazionali a seconda delle differenti situazioni che si vengono a creare nell’interazione con i figli.

I modelli famigliari

Avere consapevolezza di come funziona il proprio sistema famigliare ci può essere d’aiuto per disattivare quei tentativi di soluzione disfunzionali nei confronti dei nostri figli, o meglio per attivare quelli più opportuni a seconda delle situazioni. Attraverso le ricerche condotte dal prof. G. Nardone durante gli anni ‘90 è stato possibile individuare alcuni caratteristici modelli di famiglia, il cui funzionamento può influire negativamente sulla crescita ideale e funzionale dei propri figli. Di seguito i principali modelli di famiglia e genitorialità:

Modello iperprotettivo: i genitori fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per far sì che il proprio figlio possa star bene, anticipandone spesso i bisogni, risolvendo le difficoltà e sostituendosi a lui in tutto e per tutto; 

Modello democratico permissivo: il rapporto è completamente improntato suldialogo tra i componenti della famiglia, vi è una completa parità fra i suoi membri, i genitori svolgono un ruolo quasi di confidenti, di amici dei propri figli; 

Modello sacrificante: i genitori si sentono chiamati ad un ruolo di arrendevolezza e di rinuncia, a sacrificarsi per il benessere dei figli, pensando che poi ne verranno in qualche modo ricompensati in futuro;

Modello intermittente: i genitori mettono in attoun comportamento ambivalente, con rapidi cambiamenti delle posizioni relazionali, altalenando momenti di eccessiva comprensione a momenti di autorità, oscillando trauna relazione affettiva ed una anaffettiva e fredda;

Modello delegante: i genitori delegano il loro ruolo alla famiglia allargata, ad esempio ai nonni, generando una dinamica di competizione;abdicando alle proprie responsabilità essi inducono nei figli la sensazione di persone deboli e poco convincenti;

Modello autoritario: il tentativoda parte di un genitore (a volte di entrambi) di esercitare il proprio potere attraversouna ricerca costante di disciplina e di controllo delle decisioni.

Ognuno di questi modelli è caratterizzato da una serie peculiare di regole e di dinamiche comunicative: essere genitore al giorno d’oggi è sicuramente un ruolo molto complesso che secondo me può anche rivelarsi un momento affascinante (oserei dire quasi magico) di relazione affettiva.

La prospettiva che ho cercato di trasmettere è quella che il genitore ha un ruolo attivo nell’educazione e nella gestione del proprio figlio; è attraverso la scoperta delle soluzioni che si riesce a risolvere e a spiegare i problemi. 

Se quest’ultima affermazione ti sembra un paradosso, se hai qualche curiosità particolare riguardo alla tipologia di famiglia in cui pensi di riconoscerti o sei vuoi approfondire le tue conoscenze e capire come affrontare uno specifico problema, contattami al numero 340.41.90.915 oppure scrivi nel form contatti.

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Tag: adolescenza, famiglie, genitori, genitorialità, Terapia Breve Strategica

L’agorafobia è una monofobia molto comune che si può riscontrare in molteplici situazioni e che può risultare alquanto invalidante. Durante una prima seduta una paziente ha descritto l’agorafobia come la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione in cui si trovava, quasi come di morire. Si trovava con amici ad un concerto e per la prima volta ha sentito sopraggiungere il panico. Sul momento non si era resa bene conto di cosa stesse succedendo, ma da quella volta in poi ha realizzato in maniera cosciente che tutte le situazioni fuori di casa ed in pubblico potevano rivelarsi in qualche modo minacciose.

Agorafobia, cos’è.

Dal punto di vista etimologico la parola agorafobia si traduce in “paura della piazza” dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), una paura quindi di tutti gli spazi aperti. L’unico rifugio in situazioni gravi, diventa solamente la propria casa, che si trasforma in una sorta di “grotta” protettiva, nella quale trovare difesa contro le minacce provenienti da quell’esterno vissuto come minaccioso e pericoloso. 

Le situazioni che il soggetto tende ad evitare sono molte: in primo luogo il rischio di trovarsi in mezzo alle persone all’aperto: ad esempio in un corteo, allo stadio o semplicemente in piazza a chiacchierare con amici. In secondo luogo, non solo vengono avvertiti come minacciosi gli spazi aperti, ma molto spesso anche alcuni spazi “chiusi” come ad esempio l’interno di un bar, i mezzi pubblici (treno, autobus, metro) o un supermercato.

Tutte quelle situazioni nelle quali vi è un’interazione fuori dalle mura domestiche possono essere vissute come potenzialmente pericolose, la persona può sentirsi male fisicamente fino ad provare sensazioni di ansietà o di panico vero e proprio.

Agorafobia, alcune caratteristiche

Di regola il soggetto agorafobico tenta di evitare quelle situazioni pubbliche nelle quali potrebbe sentirsi male ed incapace di affrontare il proprio disagio. Tale soluzione (tecnicamente si parla di evitamento) porta mano a mano alla costruzione di una catena di paure sempre più diffuse e pervasive che rischiano di travolgere il soggetto, innescando un meccanismo irrefrenabile di tentate soluzioni quali appunto l’evitamento o la richiesta di aiuto. 

Nello specifico, l’agorafobico giunge a provare una sorta di paura del giudizio che le altre persone potrebbero avere nei suoi confronti; il giudizio degli altri, anche se non espresso palesemente, pesa ed influisce sul suo sistema percettivo-reattivo. Il solo pensiero di non riuscire a “controllare” le proprie sensazioni psicofisiche, e di conseguenza di non essere in grado di gestire la situazione di difficoltà in uno spazio aperto, induce nel soggetto la paura di essere giudicato. Di conseguenza la soluzione più facile ed immediata è quella di non recarsi in luoghi aperti, alla presenza di molte persone, innescando quel circolo vizioso di tentate soluzioni (evitamento e/o richiesta di aiuto) che alimentano la patologia agorafobica stessa.

Le sensazioni dell’agorafobia

La sensazione che vive la persona che soffre di agorafobia è quella di perdere il controllo della situazione che sta vivendo, la paura di potersi sentire male, di svenire, di vivere una sensazione drammatica, come se stesse impazzendo. Queste sensazioni sono accompagnate da reazioni fisiologiche di somatizzazione ansiosa, con sintomi quali tremori, tachicardia, sudori freddi, nodo in gola, paura di morire.

Spesso per combattere queste sensazioni l’agorafobico adotta la soluzione di ricorrere all’aiuto di una persona di fiducia: un famigliare, un amico, il proprio compagno o la propria compagna, tuttavia anche in questo caso, come nel caso dell’evitamento, la soluzione non è per nulla funzionale. Il rischio è che possano passare due messaggi contraddittori: uno che la persona che ci aiuta ci vuole bene e ci sta aiutando, l’altro invece che da soli non possiamo farcela e avremo sempre bisogno di un aiuto. In realtà l’aiuto di qualcuno per affrontare la fobia degli spazi aperti non è risolutivo, può forse essere di supporto nel momento del bisogno, ma mantiene inalterata la problematica e rischia addirittura di alimentarla e di renderla ulteriormente pervasiva.

Se vuoi saperne di più sull’agorafobia e su tutte le altre patologie relative all’ansia puoi sfogliare il mio blog o il mio sito.

Se senti di avere una problematica di ansia e/o di agorafobia contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

“Dottore sono un cocainomane” così si è presentato la prima volta Francesco (nome di fantasia). Ha iniziato il consumo di cocaina quando aveva trent’anni, per caso, nello spogliatoio del basket. Alcuni compagni erano soliti farsi qualche riga prima e dopo gli allenamenti. Alla classica pizza post allenamento, oltre ai fiumi di alcol, anche Francesco aveva iniziato a tirare alcuni grammi in compagnia. Rientrava tardi e non riusciva a dormire, ma al mattino non avvertiva postumi negativi e andava al lavoro senza complicazioni.

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In una prima fase di consumo la cocaina non si era dimostrata particolarmente “invasiva”, era quasi un passatempo, un momento per “stare fuori”, per spezzare la routine, lo aiutava a non pensare e sentirsi più tranquillo. Tuttavia ad un certo momento il problema si è manifestato ed è andato peggiorando con il passare del tempo.

La dipendenza da cocaina

Il consumo ha iniziato a prendere una piega eccessiva quando dopo il lavoro Francesco, prima di rientrare a casa, preferiva passare da uno spacciatore amico di un suo compagno di squadra. “Compravo un paio di grammi, me li facevo in un paio di sere, a casa dopo cena, la mia compagna non si accorgeva di niente, passavo la nottata in taverna, guardando film o davanti al computer”. Era iniziato un periodo in cui la sola idea del consumo lo tranquillizzava, le sere in cui consumava, erano come una valvola di sfogo, gli permettevano di non pensare a nulla e distaccare dalla monotonia quotidiana.

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Nel giro di sei mesi, a fine stagione cestistica, Francesco era diventato completamente dipendente, il consumo si era fatto regolare, ogni giorno, tutte le sere, e la compagna aveva cominciato a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto.

La rottura

Dopo ulteriori sei mesi ed un consumo giornaliero F. è sempre più in difficoltà, anche sul lavoro, tanto da rischiare quasi di perdere il posto. Capisce che da solo non può farcela, decide finalmente, ma non senza difficoltà, di uscire allo scoperto e di farsi aiutare. In situazioni come questa la difficoltà principale è quella di essere trasparenti e sinceri.F. per prima cosa si apre con la compagna ma i famigliari spesso faticano a comprendere le difficoltà di chi consuma sostanza, e anche in questo caso la fidanzata ne esce distrutta. Decidono allora di chiedere aiuto ad uno specialista per affrontare nella maniera giustala situazione e trovare una via d’uscita.

La psicoterapia

In una situazione come quella di Francesco il lavoro terapeutico è stato impostato sin dal primo momento sulla ricerca di una trasparenza totale nei confronti della compagna e del terapeuta. Inoltre è stato di fondamentale importanza lavorare sulla sua motivazione, stimolando la ricerca di una reazione“interna” forte: una ragione che lo possa convincere a non consumare più, una sorta di bussola, che deve sempre presa in mano nei momenti in cui il desiderio di sostanza tenta di prendere il sopravvento e di compromettere la salute psicofisica.

 

Nel caso specifico di Francesco la motivazione è stata quella di voler ritrovare se stesso, la propria lucidità, la forza diaffrontare la realtà a testa alta e di assumersi la responsabilità di essere un compagno a tutti gli effetti, tornando ad essere la persona partecipativa e presente di prima.

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Questo è stato il primo non facile “mattoncino di base” che ha permesso di costruire un percorso di successo, durante il quale F. è riuscito a mantenersi astinente e a credere nell’astinenza da cocaina. Le fasi successive del lavoro di terapia hanno dato i frutti sperati: Francesco ha ritrovato infine la propria lucidità e la propria serenità, lontano dagli stimoli artificiali e passeggeri regalati dal consumo di sostanza.

Se senti di avere un problema con la cocaina e vuoi maggiori informazioni scrivimi in privato all’indirizzo studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 340.41.90.915. Oppure contattami attraverso il form contatti del sito cliccando qua.

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Tag: cocaina, cocainomane, dipendenza da cocaina, Terapia Breve Strategica

La psicoterapia breve strategica è un approccio che è stato formulato da Paul Watzlawick, per poi evolversi con il Prof. Giorgio Nardone, che nel corso degli ultimi venticinque anni ha elaborato e formulato numerosi protocolli d’intervento, per le diverse patologie psicologiche e comportamentali. L’articolo di oggi mira ad entrare più in contatto con la terapia breve strategica, e con le sue modalità d’intervento. Capita talvolta che un paziente, per semplice curiosità o per capire meglio l’importanza della terapia che sta affrontando, chieda al terapeuta:

“Dottore ma in parole semplici, in cosa consiste essenzialmente la Psicoterapia Breve Strategica?”

La risposta si può riassumere in poche avare parole: “Si tratta di un approccio di tipo strategico che attraverso la comprensione di “come” funziona il suo problema, consente di mettere a punto una soluzione rapida e definitiva. L’attenzione si concentra fondamentalmente sul come funziona il problema e non sul ”perché” esiste il problema”.

La psicoterapia breve strategica come funziona.

In genere questa risposta soddisfa la curiosità del paziente, tuttavia il costrutto scientifico della Terapia Breve Strategica (TBS) è ben più complesso ed articolato. Proviamo a fornire una risposta più tecnica. La TBS è una teoria epistemologica di matrice costruttivista, che basa la propria logica sugli obiettivi da raggiungere, e proprio per questo viene definita “strategica”. In altre parole ogni tattica, manovra e sequenza terapeutica viene definita in funzione del problema in analisi, in modo da mettere a punto la giusta soluzione per lo specifico problema. Questo è appunto l’approccio strategico.

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Rispetto alle forme classiche di terapia, la TBS presenta la particolarità di adattarsi al paziente e non viceversa, garantendo quella flessibilità necessaria ad orientare positivamente il rapporto fra il paziente e il suo terapeuta. I protocolli di trattamento vengono di volta in volta adattati in funzione delle caratteristiche del paziente. La struttura dell’intervento nelle sue diverse fasi rimane sempre la stessa, quello che cambia sono la comunicazione e l’interazione fra terapeuta e paziente.

Il terapeuta

Il trasferimento dell’approccio dal “perché” al “come” funziona, l’intervento si focalizza non sulla ricerca lunga e infruttuosa sulle sue origini (le “cause”), quanto invece sulle modalità di percezione da parte del soggetto. Si evince immediatamente l’importanza del dialogo terapeuta-paziente quando si pensa che l’acquisizione delle informazioni – e quindi la definizione del problema – avviene attraverso la descrizione che ne viene fatta dal paziente o dai suoi parenti. Il dialogo terapeutico è indispensabile alla comprensione e alla condivisione con il paziente di quello che è realmente il problema da risolvere, per poter raggiungere il cambiamento sperato.

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Da qui si comprende l’importanza della figura del terapeuta, che deve ad un tempo possedere doti di grande comunicabilità e di profonda conoscenza della materia, oltre ad una riconosciuta etica professionale. Le manovre terapeutiche nella loro apparente semplicità sono in realtà il punto di arrivo di lunghi studi e di faticoso affinamento continuo.

Epsitemologia della psicoterapia breve strategica

I fondamenti epistemologici della Psicoterapia Breve Strategica si fondano sul sistema percettivo-reattivo, ossia sulle nostre modalità di percezione della realtà e sulle conseguenti modalità di reazione comportamentale. Ogni cambiamento comportamentale, per avere successo duraturo nel tempo, deve essere preceduto da un cambiamento delle modalità percettive. Questo è uno dei fondamenti essenziali che distingue la TBS dalle terapie classiche: l’intervento terapeutico dovrà essere in grado di modificare anche quegli aspetti emozionali che sono alla base dei comportamenti sotto esame, ristrutturandoli sulla base delle esperienze emozionali nuove vissute dallo stesso paziente durante il percorso terapeutico.

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Tag: Terapia Breve Strategica

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Come smettere di drogarsi da soli

8 Maggio 2019

La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso sia in età adolescenziale che in età adulta. Spesso ne sono colpite le giovani adolescenti che trovano nel cibo una via di fuga dalle dinamiche emotive quotidiane; tuttavia anche in età adulta, sia nel genere femminile che in quello maschile, si riscontrano situazioni in cui il cibo viene utilizzato come “strumento” per sentirsi meglio. In realtà il soggetto bulimico non prova realmente fame, ma vive la sensazione psicologica di un desiderio incontrollabile di cibo.

La bulimia: cos’è?

Con il termine bulimia si indica un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal desiderio incontrollabile di cibo, una tendenza sfrenata ad abbuffarsi, ad ingurgitare compulsivamente qualsiasi alimento. La bulimia conduce fatalmente ad una totale perdita di controllo nei confronti del cibo stesso e di conseguenza alla sensazione di non essere in grado di gestire la propria condotta.

Il soggetto bulimico cerca di controllare il desiderio evitando di mangiare, ma quello che ottiene è l’esatto contrario, ossia più si sforza di non mangiare e più si lascia andare a momenti di vere e proprie abbuffate, concedendosi il cibo senza ritegno. Il bisogno di cibo viene vissuto come un modo di reagire alle difficoltà e alle insicurezze della quotidianità.

I sintomi della bulimia

Tra i principali sintomi della bulimia possiamo annoverare come già sottolineato le ricorrenti abbuffate, episodi che consistono nell’ingurgitare grandi quantità di cibo in tempi relativamente brevi. 

Come nel caso dell’anoressia – ma sotto la spinta di motivazioni psicologiche diverse – sovente tali situazioni sono seguite da comportamenti di compensazione per espellere l’eccesso di alimenti, come ad esempio l’uso di lassativi o la pratica del vomito autoindotto. Altri comportamenti di compensazione sono rappresentati dall’uso di diuretici o addirittura di enteroclismi; in molti casi il soggetto bulimico ricorre anche al digiuno temporaneo o ad un intenso esercizio fisico. 

Molto spesso coloro che circondano il soggetto in difficoltà cercano di spingerlo a mangiare meno, facendogli notare che sta mangiando eccessivamente ed in maniera smodata. Questa modalità di sottolineare le difficoltà (e la possibile patologia) invece che migliorare la situazione la peggiora, inducendo ancora di più nel soggetto uno strato di frustrazione e di rabbia che lo spingerà ad usare il cibo in maniera disfunzionale.

La Terapia Breve Strategica e le possibili soluzioni

Il concetto chiave sul quale impostare una terapia psicologica rispetto alla problematica bulimica è la messa a punto di soluzioni che modifichino le modalità di percezione del soggetto riguardo al cibo e alle dinamiche emotive che si trova ad affrontare ogni giorno. 

Una strategia molto efficace in questi casi è rappresentata dalla scrittura. Riuscire a mettere su carta tutte le dinamiche emotive che ci tormentano permette di “far emergere” gli aspetti emotivi e ci aiuta a ritrovare una maggiore chiarezza interiore. Si tratta comunque di un esercizio difficile al quale non siamo più abituati, perché ormai i messaggini di testo e le chat più o meno lunghe hanno sostituito la scrittura vera e propria. Naturalmente la scrittura dovrà essere accompagnata da una terapia psicologica condotta sotto la guida di uno psicologo esperto, che consenta di mettere in pratica anche quegli accorgimenti terapeutici specifici studiati ad hoc per il soggetto.

Un’altra strategia funzionale consiste nel cercare di riappropriarsi del piacere del cibo mangiando solo durante i tre pasti principali: colazione pranzo e cena. In particolare la cosa fondamentale è mangiare solamente le cose che piacciono di più; lo stratagemma terapeutico consiste nel far passare l’idea che se ci concediamo psicologicamente il piacere di mangiare vi possiamo anche rinunciare, mentre invece se non ce lo concediamo diventa irrinunciabile.

La terapia breve strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira a fornire tecniche personalizzate che consentano al soggetto di trovare soluzioni funzionali, aiutandolo a ritrovare contemporaneamente anche un rinnovato equilibrio emotivo. Il lavoro terapeutico si svolge sia durante le sedute in studio che a casa propria, attraverso l’applicazione di compiti pratici.

Nei prossimi articoli svilupperemo meglio queste tecniche e strategie, nel frattempo continua a seguire il mio blog o per maggiori info contattami

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare

Essere genitore di un figlio ansioso non è semplice. Quali sono i comportamenti funzionali che ci aiutano a gestire l’eccessiva paura dei nostri figli rispetto alla scuola, agli amici o all’attività sportiva? La risposta non è semplice, i consigli che arrivano attraverso la televisione, i giornali, i media in generale, sono spesso contraddittori e buoni per ogni situazione, ma di solito la nostra è una situazione differente. 

Approfondiamo alcuni suggerimenti che i genitori possono iniziare a mettere in atto fin da subito, accorgimenti utili a migliorare la situazione e a gestire con più efficacia le paure dei propri figli. Impariamo a capire cos’è meglio fare e cosa evitare.

Primo: Non rassicurare

La rassicurazione non fa altro che alimentare la paura dei vostri figli; pur volendo aiutarli in ogni modo e farli sentire capiti e compresi, la rassicurazione funziona in ottica disfunzionale, ossia esattamente all’opposto. Più voi lo rassicurate e più vostro figlio in realtà continuerà a provare paura! E’ sicuramente fondamentale fargli sentire che lo capiamo e che stiamo tentando di sintonizzarci con lui, tuttavia rassicurandolo otteniamo l’effetto contrario di mantenere intatte le sue paure e le sue preoccupazioni. 

E’ fondamentale esserci e fargli sentire la vostra presenza, ma dichiarare “Non devi aver paura qua ci sono io” non funziona e rischia di peggiorare la situazione. Vostro figlio si chiederà come potrà fare quando sarà solo o comunque fuori dalle rassicuranti mura domestiche, con il gruppo dei suoi pari, gli amici, a scuola. Può accadere, infatti, che quando vostro figlio si trova a scuola e viene assalito dalla paura, arrivi addirittura a chiamare i genitori per farsi venire a prendere, e di solito il genitore accorre prontamente e si attiva con un comportamento affettivo di rassicurazione. 

Aiuta tuo figlio ad avere uno spazio per le preoccupazioni

Invece di rassicurare, vi consiglio di provare a ricavare uno spazio giornaliero di 15 o 30 minuti, durante il quale chiedere a vostro figlio quali possono essere le sue preoccupazioni per la giornata successiva. Se ad esempio c’è una verifica particolarmente temuta, invece di rassicurarlo provate a fare il contrario e a chiedergli di sviscerare tutti i possibili motivi che lo preoccupano: perché pensa che la verifica potrà andare male, quali possibili stati d’animo vivrà durante lo svolgimento del compito in classe. Quello che potrà accadere, quasi per magia, è che vostro figlio invece di vivere una sensazione negativa di malessere proverà una condizione di tranquillità totalmente nuova per lui. Più ci caliamo nelle nostre peggiori paure e più queste spariscono:la paura affrontata diventa coraggio.

Evita di evitare

Cercatedi fare in modo che vostro figlio impari ad “evitare di evitare”. Ogni “evitamento”- cioè ogni situazione nella quale si tenta di aggirare un ostacolo – può far aumentare la paura, generando una spirale di situazioni che porteranno il ragazzo a non trovare più una via d’uscita dall’ansia. Il primo caso “classico” di evitamento è quello dei banchi di scuola, dove spesso la sensazione di paura e di disagio si acuisce e spinge l’adolescente ad allontanarsi dalla classe e dalla scuola, per rifugiarsi nel tranquillo porto della propria casa. 

Aiutatelo ad “evitare di evitare” facendogli vivere piccole frustrazioni, facendogli sentire che ci siete ma che può farcela ancheda solo, facendogli intravvedere anche i lati positivi di quello che sta facendo e di come “non evitando”le cose possono funzionare anche meglio.

Tre tecniche efficaci, all’apparenza piuttosto semplici ma in realtà molto difficili da applicare perchè controintuitive e paradossali, tre tecniche che ogni genitore con figli ansiosi dovrebbe provare a mettere in atto, se necessario anche con l’aiuto di un terapeuta, nell’ottica di rigenerare lo stato disalute e di benessere del figlio.

Se credi che tuo figlio possa avere una problematica ansiosa che non riesce ad affrontare da solo e rispetto alla quale non riesci ad essere efficace, contattami per maggiori info.

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Tag: adolescenza, ansia, Attacchi di Panico, genitorialità

La Ketamina è un farmaco anestetico parente chimico della fenciclidina, meglio conosciuta come “polvere d’angelo”, segnalata dalla World Health Organization nella “lista dei farmaci essenziali” indispensabili per un ospedale. Come sembrerà chiaro la Ketamina è principalmente un farmaco, i suoi effetti si esplicano sul Sistema Nervoso Centrale (SNC) influenzando la percezione del dolore e stimolando particolari sensazioni.

Il suo impiego principale è come anestetico e proprio per queste sue spiccate caratteristiche fu ampiamente impiegato dagli americani nella guerra del Vietnam.  Recenti studi indicano che bassi dosaggi di Ketamina possono essere addirittura impiegati su pazienti affetti da depressione, per ottenere un miglioramento del tono dell’umore. Tuttavia esiste un’altra faccia della medaglia, legata alla problematicità derivante dall’uso “ricreativo”che viene fatto di tale farmaco.

Comprare droga è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la vita.

Jim Morrison

Ketamina: cos’è e quali effetti esercita.

La Ketamina, formula chimica 2-(2-clorofenil)-2-(metilammino) cicloesanone, è una sostanza liquida, molto simile all’acqua, che può essere ingerita o iniettata per via endovenosa. Per uso ricreativo può essere riscaldata fino ad ottenere per evaporazione una polvere biancastra da sniffare o da ingerire, se compressa in pastiglie.  A seconda del dosaggio si possono sperimentare diversi tipi di effetti. Si passa dalla leggera stimolazione, all’euforia simile a quella causata dal consumo di alcolici, sino a sperimentare uno stato completamente dissociativo molto intenso, che può portare a forti allucinazioni. Il suo uso prolungato può indurre dipendenza.

Come per altre sostanze allucinogene, l’utilizzo della ketamina può condurre ad una profonda esperienza interiore ed onirica, un vero e proprio “viaggio interiore”, una sorta di ingresso in un’altra realtà. Per questo motivo la ketamina viene anche definita sostanza enteogena, ossia sostanza psicoattiva in grado di esercitare un effetto psichedelico o allucinogeno tale da favorire esperienze mistiche e spirituali. Come è facile intuire, quando si vive una esperienza visionaria tale da procurare stati di allucinazione dissociativi tra mente e corpo, il rischio a livello psicologico diventa enorme.

Storia di un abuso

Raccontiamo l’esperienza di consumo di Ketamina di un paziente, Mario (nome di fantasia), che ancora oggi ricorda quei momenti con estrema preoccupazione. Mario era solito frequentare “rave party”, feste di musica autogestite ed illegali, spesso organizzate in aree industriali abbandonate o in spazi aperti come boschi, cave, foreste, con una durata variabile che può arrivare anche ad una settimana. 

Mario racconta che durante i “rave” consumava grandi quantità di sostanze psicotrope, ecstasy, anfetamine e cocaina. Nell’ultimo periodo aveva cominciato ad assumere anche Ketamina e tutto sommato l’esperienza non gli era dispiaciuta, anzi aveva contribuito ad aumentare le sensazioni interiori di viaggio spirituale nella musica. Poi una volta di colpo l’esperienza si è rivelata troppo intensa e da quel momento Mario ha realizzato che era necessario smettere. Era giorno, mattina presto, improvvisamenteMario ha cominciato a vederetutto nero, non c’era più nessuno intorno a lui. D’un tratto dal buio sono comparse delle striscioline verdi, come strani geroglifici; guardandoli meglio si è reso conto che erano gli stessi codici di Matrix, un famoso film di fantascienza di fine anni novanta.

Senza neanche rendersene conto si è sentito leggero e ha iniziato una strana danza, una serie di movimenti istintivi che non riusciva a smettere, in un contesto in cui aveva perso completamente la concezione del rapporto spazio-tempo. Visti dall’esterno, alcuni amici hanno descritto i movimenti di Mario come quelli tipici di un’arte marziale, al punto che al termine della sua esibizione Mario avrebbe dichiarato “sono un maestro di kung fu”. In realtà Mario aveva giocato a pallone da ragazzo e non aveva mai frequentato alcuna palestra di arti marziali. 

Questa esperienza “drogastica” lo aveva lasciato incerto e confuso, disorientato al punto tale di faticare a comprendere la sua reale identità. E’ da quel momento che Mario ha deciso di smettere e dopo alcuni mesi iniziare un percorso di psicoterapia.

Ketamina e dipendenza

La storia di Mario ci fa capire il rischio psicologico nel consumo di Ketamina e la forte dipendenza che può creare a livello mentale questa sostanza. Agendo sui principali centri cerebrali, la Ketamina crea una percezione distorta della realtà, il rischio è che tale distorsione possa permanere anche dopo l’assunzione. La ricerca di realtà alternative a quella nella quale il soggetto vive, rischia di determinare un evitamento della realtà e una difficoltà di gestione delle emozioni e della vita in generale, innescando uno stile di vita totalmente disfunzionale. 

Se senti di avere una problematica con la Ketamina o con altre sostanze d’abuso contattami per avere maggiori informazioni al 340.41.90.915 oppure scrivimi nel form contatti cliccando qui.

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Tag: Ketamina, storie di dipendenza, Terapia Breve Strategica

Essere genitori al giorno d’oggi nasconde numerose insidie, inutile negarlo. I genitori sono sempre più soggetti passivi di un bombardamento mediatico che fornisce informazioni spesso contrastanti e non sempre corrette. Queste informazioni possono facilmente portare il genitore fuori strada, non consentendogli di interpretare con chiarezza il proprio ruolo e di prendere le decisioni più opportune. Nell’articolo di oggi vorrei portare testimonianza dell’intervento di formazione rivolto alla genitorialità da me svolto venerdì della scorsa settimana presso la sede dell’IKEA di Padova, di fronte ad un folto pubblico di genitori.

Il ruolo del genitore

All’inizio dell’intervento ho posto le basi per una migliore comprensione del ruolo genitoriale, sottolineandone l’importanza di un ruolo attivo: attraverso cioè l’apprendimento di strumenti pratici e di competenze “organizzative” esso può diventare un vero e proprio punto di riferimento per i figli. La famiglia come ogni tipo di sistema organizzato necessita di regole, entrambi i genitori devono cercare di costruire un sistema di principi, di direttive, che possa essere il più possibile caratterizzato da una linea comune. Senza un’uniformità nell’organizzazione famigliare si corre il rischio di creare dei circoli viziosi disfunzionali, nell’ambito dei quali i figli approfittano di uno dei due genitori per poter ottenere quello che vogliono, in una prospettiva davvero poco educativa. 

Spesso le problematiche che si vengono a creare con i nostri figli possono essere ridotte oppure completamente risolte attivando due importanti tipologie di risposta:

  • adottando strategie e manovre specifiche per risolvere lo specifico problema;
  • bloccando i tentativi fallimentari che stiamo mettendo in atto, che in realtà non portano alcun beneficio alla soluzione del problema.

La comunicazione

Per risolvere i piccoli problemi che incontriamo con i nostri figli, una possibile soluzione funzionale può essere anche quella di considerare in maniera più accurata ogni scambio comunicativo. La comunicazione ha un ruolo fondamentale per aiutare il genitore ad essere efficace a livello relazionale e per costruire la sintonia affettivo-emotiva più adeguata con il proprio figlio. Chiaramente un genitore che assume una posizione più “morbida” e flessibile potrà attendersi esiti differenti rispetto ad un genitore che manifesta una modalità relazionale autoritaria. Ciò non significa che in alcune situazione non vi sia la necessità di essere maggiormente “direttivi” a fronte di alcune trasgressioni. La cosa fondamentale è quella di trovare una giusta sintonia, “danzando” fra diverse posizioni relazionali a seconda delle differenti situazioni che si vengono a creare nell’interazione con i figli.

I modelli famigliari

Avere consapevolezza di come funziona il proprio sistema famigliare ci può essere d’aiuto per disattivare quei tentativi di soluzione disfunzionali nei confronti dei nostri figli, o meglio per attivare quelli più opportuni a seconda delle situazioni. Attraverso le ricerche condotte dal prof. G. Nardone durante gli anni ‘90 è stato possibile individuare alcuni caratteristici modelli di famiglia, il cui funzionamento può influire negativamente sulla crescita ideale e funzionale dei propri figli. Di seguito i principali modelli di famiglia e genitorialità:

Modello iperprotettivo: i genitori fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per far sì che il proprio figlio possa star bene, anticipandone spesso i bisogni, risolvendo le difficoltà e sostituendosi a lui in tutto e per tutto; 

Modello democratico permissivo: il rapporto è completamente improntato suldialogo tra i componenti della famiglia, vi è una completa parità fra i suoi membri, i genitori svolgono un ruolo quasi di confidenti, di amici dei propri figli; 

Modello sacrificante: i genitori si sentono chiamati ad un ruolo di arrendevolezza e di rinuncia, a sacrificarsi per il benessere dei figli, pensando che poi ne verranno in qualche modo ricompensati in futuro;

Modello intermittente: i genitori mettono in attoun comportamento ambivalente, con rapidi cambiamenti delle posizioni relazionali, altalenando momenti di eccessiva comprensione a momenti di autorità, oscillando trauna relazione affettiva ed una anaffettiva e fredda;

Modello delegante: i genitori delegano il loro ruolo alla famiglia allargata, ad esempio ai nonni, generando una dinamica di competizione;abdicando alle proprie responsabilità essi inducono nei figli la sensazione di persone deboli e poco convincenti;

Modello autoritario: il tentativoda parte di un genitore (a volte di entrambi) di esercitare il proprio potere attraversouna ricerca costante di disciplina e di controllo delle decisioni.

Ognuno di questi modelli è caratterizzato da una serie peculiare di regole e di dinamiche comunicative: essere genitore al giorno d’oggi è sicuramente un ruolo molto complesso che secondo me può anche rivelarsi un momento affascinante (oserei dire quasi magico) di relazione affettiva.

La prospettiva che ho cercato di trasmettere è quella che il genitore ha un ruolo attivo nell’educazione e nella gestione del proprio figlio; è attraverso la scoperta delle soluzioni che si riesce a risolvere e a spiegare i problemi. 

Se quest’ultima affermazione ti sembra un paradosso, se hai qualche curiosità particolare riguardo alla tipologia di famiglia in cui pensi di riconoscerti o sei vuoi approfondire le tue conoscenze e capire come affrontare uno specifico problema, contattami al numero 340.41.90.915 oppure scrivi nel form contatti.

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Tag: adolescenza, famiglie, genitori, genitorialità, Terapia Breve Strategica

L’agorafobia è una monofobia molto comune che si può riscontrare in molteplici situazioni e che può risultare alquanto invalidante. Durante una prima seduta una paziente ha descritto l’agorafobia come la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione in cui si trovava, quasi come di morire. Si trovava con amici ad un concerto e per la prima volta ha sentito sopraggiungere il panico. Sul momento non si era resa bene conto di cosa stesse succedendo, ma da quella volta in poi ha realizzato in maniera cosciente che tutte le situazioni fuori di casa ed in pubblico potevano rivelarsi in qualche modo minacciose.

Agorafobia, cos’è.

Dal punto di vista etimologico la parola agorafobia si traduce in “paura della piazza” dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), una paura quindi di tutti gli spazi aperti. L’unico rifugio in situazioni gravi, diventa solamente la propria casa, che si trasforma in una sorta di “grotta” protettiva, nella quale trovare difesa contro le minacce provenienti da quell’esterno vissuto come minaccioso e pericoloso. 

Le situazioni che il soggetto tende ad evitare sono molte: in primo luogo il rischio di trovarsi in mezzo alle persone all’aperto: ad esempio in un corteo, allo stadio o semplicemente in piazza a chiacchierare con amici. In secondo luogo, non solo vengono avvertiti come minacciosi gli spazi aperti, ma molto spesso anche alcuni spazi “chiusi” come ad esempio l’interno di un bar, i mezzi pubblici (treno, autobus, metro) o un supermercato.

Tutte quelle situazioni nelle quali vi è un’interazione fuori dalle mura domestiche possono essere vissute come potenzialmente pericolose, la persona può sentirsi male fisicamente fino ad provare sensazioni di ansietà o di panico vero e proprio.

Agorafobia, alcune caratteristiche

Di regola il soggetto agorafobico tenta di evitare quelle situazioni pubbliche nelle quali potrebbe sentirsi male ed incapace di affrontare il proprio disagio. Tale soluzione (tecnicamente si parla di evitamento) porta mano a mano alla costruzione di una catena di paure sempre più diffuse e pervasive che rischiano di travolgere il soggetto, innescando un meccanismo irrefrenabile di tentate soluzioni quali appunto l’evitamento o la richiesta di aiuto. 

Nello specifico, l’agorafobico giunge a provare una sorta di paura del giudizio che le altre persone potrebbero avere nei suoi confronti; il giudizio degli altri, anche se non espresso palesemente, pesa ed influisce sul suo sistema percettivo-reattivo. Il solo pensiero di non riuscire a “controllare” le proprie sensazioni psicofisiche, e di conseguenza di non essere in grado di gestire la situazione di difficoltà in uno spazio aperto, induce nel soggetto la paura di essere giudicato. Di conseguenza la soluzione più facile ed immediata è quella di non recarsi in luoghi aperti, alla presenza di molte persone, innescando quel circolo vizioso di tentate soluzioni (evitamento e/o richiesta di aiuto) che alimentano la patologia agorafobica stessa.

Le sensazioni dell’agorafobia

La sensazione che vive la persona che soffre di agorafobia è quella di perdere il controllo della situazione che sta vivendo, la paura di potersi sentire male, di svenire, di vivere una sensazione drammatica, come se stesse impazzendo. Queste sensazioni sono accompagnate da reazioni fisiologiche di somatizzazione ansiosa, con sintomi quali tremori, tachicardia, sudori freddi, nodo in gola, paura di morire.

Spesso per combattere queste sensazioni l’agorafobico adotta la soluzione di ricorrere all’aiuto di una persona di fiducia: un famigliare, un amico, il proprio compagno o la propria compagna, tuttavia anche in questo caso, come nel caso dell’evitamento, la soluzione non è per nulla funzionale. Il rischio è che possano passare due messaggi contraddittori: uno che la persona che ci aiuta ci vuole bene e ci sta aiutando, l’altro invece che da soli non possiamo farcela e avremo sempre bisogno di un aiuto. In realtà l’aiuto di qualcuno per affrontare la fobia degli spazi aperti non è risolutivo, può forse essere di supporto nel momento del bisogno, ma mantiene inalterata la problematica e rischia addirittura di alimentarla e di renderla ulteriormente pervasiva.

Se vuoi saperne di più sull’agorafobia e su tutte le altre patologie relative all’ansia puoi sfogliare il mio blog o il mio sito.

Se senti di avere una problematica di ansia e/o di agorafobia contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

“Dottore sono un cocainomane” così si è presentato la prima volta Francesco (nome di fantasia). Ha iniziato il consumo di cocaina quando aveva trent’anni, per caso, nello spogliatoio del basket. Alcuni compagni erano soliti farsi qualche riga prima e dopo gli allenamenti. Alla classica pizza post allenamento, oltre ai fiumi di alcol, anche Francesco aveva iniziato a tirare alcuni grammi in compagnia. Rientrava tardi e non riusciva a dormire, ma al mattino non avvertiva postumi negativi e andava al lavoro senza complicazioni.

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In una prima fase di consumo la cocaina non si era dimostrata particolarmente “invasiva”, era quasi un passatempo, un momento per “stare fuori”, per spezzare la routine, lo aiutava a non pensare e sentirsi più tranquillo. Tuttavia ad un certo momento il problema si è manifestato ed è andato peggiorando con il passare del tempo.

La dipendenza da cocaina

Il consumo ha iniziato a prendere una piega eccessiva quando dopo il lavoro Francesco, prima di rientrare a casa, preferiva passare da uno spacciatore amico di un suo compagno di squadra. “Compravo un paio di grammi, me li facevo in un paio di sere, a casa dopo cena, la mia compagna non si accorgeva di niente, passavo la nottata in taverna, guardando film o davanti al computer”. Era iniziato un periodo in cui la sola idea del consumo lo tranquillizzava, le sere in cui consumava, erano come una valvola di sfogo, gli permettevano di non pensare a nulla e distaccare dalla monotonia quotidiana.

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Nel giro di sei mesi, a fine stagione cestistica, Francesco era diventato completamente dipendente, il consumo si era fatto regolare, ogni giorno, tutte le sere, e la compagna aveva cominciato a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto.

La rottura

Dopo ulteriori sei mesi ed un consumo giornaliero F. è sempre più in difficoltà, anche sul lavoro, tanto da rischiare quasi di perdere il posto. Capisce che da solo non può farcela, decide finalmente, ma non senza difficoltà, di uscire allo scoperto e di farsi aiutare. In situazioni come questa la difficoltà principale è quella di essere trasparenti e sinceri.F. per prima cosa si apre con la compagna ma i famigliari spesso faticano a comprendere le difficoltà di chi consuma sostanza, e anche in questo caso la fidanzata ne esce distrutta. Decidono allora di chiedere aiuto ad uno specialista per affrontare nella maniera giustala situazione e trovare una via d’uscita.

La psicoterapia

In una situazione come quella di Francesco il lavoro terapeutico è stato impostato sin dal primo momento sulla ricerca di una trasparenza totale nei confronti della compagna e del terapeuta. Inoltre è stato di fondamentale importanza lavorare sulla sua motivazione, stimolando la ricerca di una reazione“interna” forte: una ragione che lo possa convincere a non consumare più, una sorta di bussola, che deve sempre presa in mano nei momenti in cui il desiderio di sostanza tenta di prendere il sopravvento e di compromettere la salute psicofisica.

 

Nel caso specifico di Francesco la motivazione è stata quella di voler ritrovare se stesso, la propria lucidità, la forza diaffrontare la realtà a testa alta e di assumersi la responsabilità di essere un compagno a tutti gli effetti, tornando ad essere la persona partecipativa e presente di prima.

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Questo è stato il primo non facile “mattoncino di base” che ha permesso di costruire un percorso di successo, durante il quale F. è riuscito a mantenersi astinente e a credere nell’astinenza da cocaina. Le fasi successive del lavoro di terapia hanno dato i frutti sperati: Francesco ha ritrovato infine la propria lucidità e la propria serenità, lontano dagli stimoli artificiali e passeggeri regalati dal consumo di sostanza.

Se senti di avere un problema con la cocaina e vuoi maggiori informazioni scrivimi in privato all’indirizzo studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 340.41.90.915. Oppure contattami attraverso il form contatti del sito cliccando qua.

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Tag: cocaina, cocainomane, dipendenza da cocaina, Terapia Breve Strategica

La psicoterapia breve strategica è un approccio che è stato formulato da Paul Watzlawick, per poi evolversi con il Prof. Giorgio Nardone, che nel corso degli ultimi venticinque anni ha elaborato e formulato numerosi protocolli d’intervento, per le diverse patologie psicologiche e comportamentali. L’articolo di oggi mira ad entrare più in contatto con la terapia breve strategica, e con le sue modalità d’intervento. Capita talvolta che un paziente, per semplice curiosità o per capire meglio l’importanza della terapia che sta affrontando, chieda al terapeuta:

“Dottore ma in parole semplici, in cosa consiste essenzialmente la Psicoterapia Breve Strategica?”

La risposta si può riassumere in poche avare parole: “Si tratta di un approccio di tipo strategico che attraverso la comprensione di “come” funziona il suo problema, consente di mettere a punto una soluzione rapida e definitiva. L’attenzione si concentra fondamentalmente sul come funziona il problema e non sul ”perché” esiste il problema”.

La psicoterapia breve strategica come funziona.

In genere questa risposta soddisfa la curiosità del paziente, tuttavia il costrutto scientifico della Terapia Breve Strategica (TBS) è ben più complesso ed articolato. Proviamo a fornire una risposta più tecnica. La TBS è una teoria epistemologica di matrice costruttivista, che basa la propria logica sugli obiettivi da raggiungere, e proprio per questo viene definita “strategica”. In altre parole ogni tattica, manovra e sequenza terapeutica viene definita in funzione del problema in analisi, in modo da mettere a punto la giusta soluzione per lo specifico problema. Questo è appunto l’approccio strategico.

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Rispetto alle forme classiche di terapia, la TBS presenta la particolarità di adattarsi al paziente e non viceversa, garantendo quella flessibilità necessaria ad orientare positivamente il rapporto fra il paziente e il suo terapeuta. I protocolli di trattamento vengono di volta in volta adattati in funzione delle caratteristiche del paziente. La struttura dell’intervento nelle sue diverse fasi rimane sempre la stessa, quello che cambia sono la comunicazione e l’interazione fra terapeuta e paziente.

Il terapeuta

Il trasferimento dell’approccio dal “perché” al “come” funziona, l’intervento si focalizza non sulla ricerca lunga e infruttuosa sulle sue origini (le “cause”), quanto invece sulle modalità di percezione da parte del soggetto. Si evince immediatamente l’importanza del dialogo terapeuta-paziente quando si pensa che l’acquisizione delle informazioni – e quindi la definizione del problema – avviene attraverso la descrizione che ne viene fatta dal paziente o dai suoi parenti. Il dialogo terapeutico è indispensabile alla comprensione e alla condivisione con il paziente di quello che è realmente il problema da risolvere, per poter raggiungere il cambiamento sperato.

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Da qui si comprende l’importanza della figura del terapeuta, che deve ad un tempo possedere doti di grande comunicabilità e di profonda conoscenza della materia, oltre ad una riconosciuta etica professionale. Le manovre terapeutiche nella loro apparente semplicità sono in realtà il punto di arrivo di lunghi studi e di faticoso affinamento continuo.

Epsitemologia della psicoterapia breve strategica

I fondamenti epistemologici della Psicoterapia Breve Strategica si fondano sul sistema percettivo-reattivo, ossia sulle nostre modalità di percezione della realtà e sulle conseguenti modalità di reazione comportamentale. Ogni cambiamento comportamentale, per avere successo duraturo nel tempo, deve essere preceduto da un cambiamento delle modalità percettive. Questo è uno dei fondamenti essenziali che distingue la TBS dalle terapie classiche: l’intervento terapeutico dovrà essere in grado di modificare anche quegli aspetti emozionali che sono alla base dei comportamenti sotto esame, ristrutturandoli sulla base delle esperienze emozionali nuove vissute dallo stesso paziente durante il percorso terapeutico.

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Tag: Terapia Breve Strategica

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Come smettere di drogarsi da soli

8 Maggio 2019

La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso sia in età adolescenziale che in età adulta. Spesso ne sono colpite le giovani adolescenti che trovano nel cibo una via di fuga dalle dinamiche emotive quotidiane; tuttavia anche in età adulta, sia nel genere femminile che in quello maschile, si riscontrano situazioni in cui il cibo viene utilizzato come “strumento” per sentirsi meglio. In realtà il soggetto bulimico non prova realmente fame, ma vive la sensazione psicologica di un desiderio incontrollabile di cibo.

La bulimia: cos’è?

Con il termine bulimia si indica un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal desiderio incontrollabile di cibo, una tendenza sfrenata ad abbuffarsi, ad ingurgitare compulsivamente qualsiasi alimento. La bulimia conduce fatalmente ad una totale perdita di controllo nei confronti del cibo stesso e di conseguenza alla sensazione di non essere in grado di gestire la propria condotta.

Il soggetto bulimico cerca di controllare il desiderio evitando di mangiare, ma quello che ottiene è l’esatto contrario, ossia più si sforza di non mangiare e più si lascia andare a momenti di vere e proprie abbuffate, concedendosi il cibo senza ritegno. Il bisogno di cibo viene vissuto come un modo di reagire alle difficoltà e alle insicurezze della quotidianità.

I sintomi della bulimia

Tra i principali sintomi della bulimia possiamo annoverare come già sottolineato le ricorrenti abbuffate, episodi che consistono nell’ingurgitare grandi quantità di cibo in tempi relativamente brevi. 

Come nel caso dell’anoressia – ma sotto la spinta di motivazioni psicologiche diverse – sovente tali situazioni sono seguite da comportamenti di compensazione per espellere l’eccesso di alimenti, come ad esempio l’uso di lassativi o la pratica del vomito autoindotto. Altri comportamenti di compensazione sono rappresentati dall’uso di diuretici o addirittura di enteroclismi; in molti casi il soggetto bulimico ricorre anche al digiuno temporaneo o ad un intenso esercizio fisico. 

Molto spesso coloro che circondano il soggetto in difficoltà cercano di spingerlo a mangiare meno, facendogli notare che sta mangiando eccessivamente ed in maniera smodata. Questa modalità di sottolineare le difficoltà (e la possibile patologia) invece che migliorare la situazione la peggiora, inducendo ancora di più nel soggetto uno strato di frustrazione e di rabbia che lo spingerà ad usare il cibo in maniera disfunzionale.

La Terapia Breve Strategica e le possibili soluzioni

Il concetto chiave sul quale impostare una terapia psicologica rispetto alla problematica bulimica è la messa a punto di soluzioni che modifichino le modalità di percezione del soggetto riguardo al cibo e alle dinamiche emotive che si trova ad affrontare ogni giorno. 

Una strategia molto efficace in questi casi è rappresentata dalla scrittura. Riuscire a mettere su carta tutte le dinamiche emotive che ci tormentano permette di “far emergere” gli aspetti emotivi e ci aiuta a ritrovare una maggiore chiarezza interiore. Si tratta comunque di un esercizio difficile al quale non siamo più abituati, perché ormai i messaggini di testo e le chat più o meno lunghe hanno sostituito la scrittura vera e propria. Naturalmente la scrittura dovrà essere accompagnata da una terapia psicologica condotta sotto la guida di uno psicologo esperto, che consenta di mettere in pratica anche quegli accorgimenti terapeutici specifici studiati ad hoc per il soggetto.

Un’altra strategia funzionale consiste nel cercare di riappropriarsi del piacere del cibo mangiando solo durante i tre pasti principali: colazione pranzo e cena. In particolare la cosa fondamentale è mangiare solamente le cose che piacciono di più; lo stratagemma terapeutico consiste nel far passare l’idea che se ci concediamo psicologicamente il piacere di mangiare vi possiamo anche rinunciare, mentre invece se non ce lo concediamo diventa irrinunciabile.

La terapia breve strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira a fornire tecniche personalizzate che consentano al soggetto di trovare soluzioni funzionali, aiutandolo a ritrovare contemporaneamente anche un rinnovato equilibrio emotivo. Il lavoro terapeutico si svolge sia durante le sedute in studio che a casa propria, attraverso l’applicazione di compiti pratici.

Nei prossimi articoli svilupperemo meglio queste tecniche e strategie, nel frattempo continua a seguire il mio blog o per maggiori info contattami

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare

Essere genitore di un figlio ansioso non è semplice. Quali sono i comportamenti funzionali che ci aiutano a gestire l’eccessiva paura dei nostri figli rispetto alla scuola, agli amici o all’attività sportiva? La risposta non è semplice, i consigli che arrivano attraverso la televisione, i giornali, i media in generale, sono spesso contraddittori e buoni per ogni situazione, ma di solito la nostra è una situazione differente. 

Approfondiamo alcuni suggerimenti che i genitori possono iniziare a mettere in atto fin da subito, accorgimenti utili a migliorare la situazione e a gestire con più efficacia le paure dei propri figli. Impariamo a capire cos’è meglio fare e cosa evitare.

Primo: Non rassicurare

La rassicurazione non fa altro che alimentare la paura dei vostri figli; pur volendo aiutarli in ogni modo e farli sentire capiti e compresi, la rassicurazione funziona in ottica disfunzionale, ossia esattamente all’opposto. Più voi lo rassicurate e più vostro figlio in realtà continuerà a provare paura! E’ sicuramente fondamentale fargli sentire che lo capiamo e che stiamo tentando di sintonizzarci con lui, tuttavia rassicurandolo otteniamo l’effetto contrario di mantenere intatte le sue paure e le sue preoccupazioni. 

E’ fondamentale esserci e fargli sentire la vostra presenza, ma dichiarare “Non devi aver paura qua ci sono io” non funziona e rischia di peggiorare la situazione. Vostro figlio si chiederà come potrà fare quando sarà solo o comunque fuori dalle rassicuranti mura domestiche, con il gruppo dei suoi pari, gli amici, a scuola. Può accadere, infatti, che quando vostro figlio si trova a scuola e viene assalito dalla paura, arrivi addirittura a chiamare i genitori per farsi venire a prendere, e di solito il genitore accorre prontamente e si attiva con un comportamento affettivo di rassicurazione. 

Aiuta tuo figlio ad avere uno spazio per le preoccupazioni

Invece di rassicurare, vi consiglio di provare a ricavare uno spazio giornaliero di 15 o 30 minuti, durante il quale chiedere a vostro figlio quali possono essere le sue preoccupazioni per la giornata successiva. Se ad esempio c’è una verifica particolarmente temuta, invece di rassicurarlo provate a fare il contrario e a chiedergli di sviscerare tutti i possibili motivi che lo preoccupano: perché pensa che la verifica potrà andare male, quali possibili stati d’animo vivrà durante lo svolgimento del compito in classe. Quello che potrà accadere, quasi per magia, è che vostro figlio invece di vivere una sensazione negativa di malessere proverà una condizione di tranquillità totalmente nuova per lui. Più ci caliamo nelle nostre peggiori paure e più queste spariscono:la paura affrontata diventa coraggio.

Evita di evitare

Cercatedi fare in modo che vostro figlio impari ad “evitare di evitare”. Ogni “evitamento”- cioè ogni situazione nella quale si tenta di aggirare un ostacolo – può far aumentare la paura, generando una spirale di situazioni che porteranno il ragazzo a non trovare più una via d’uscita dall’ansia. Il primo caso “classico” di evitamento è quello dei banchi di scuola, dove spesso la sensazione di paura e di disagio si acuisce e spinge l’adolescente ad allontanarsi dalla classe e dalla scuola, per rifugiarsi nel tranquillo porto della propria casa. 

Aiutatelo ad “evitare di evitare” facendogli vivere piccole frustrazioni, facendogli sentire che ci siete ma che può farcela ancheda solo, facendogli intravvedere anche i lati positivi di quello che sta facendo e di come “non evitando”le cose possono funzionare anche meglio.

Tre tecniche efficaci, all’apparenza piuttosto semplici ma in realtà molto difficili da applicare perchè controintuitive e paradossali, tre tecniche che ogni genitore con figli ansiosi dovrebbe provare a mettere in atto, se necessario anche con l’aiuto di un terapeuta, nell’ottica di rigenerare lo stato disalute e di benessere del figlio.

Se credi che tuo figlio possa avere una problematica ansiosa che non riesce ad affrontare da solo e rispetto alla quale non riesci ad essere efficace, contattami per maggiori info.

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Tag: adolescenza, ansia, Attacchi di Panico, genitorialità

La Ketamina è un farmaco anestetico parente chimico della fenciclidina, meglio conosciuta come “polvere d’angelo”, segnalata dalla World Health Organization nella “lista dei farmaci essenziali” indispensabili per un ospedale. Come sembrerà chiaro la Ketamina è principalmente un farmaco, i suoi effetti si esplicano sul Sistema Nervoso Centrale (SNC) influenzando la percezione del dolore e stimolando particolari sensazioni.

Il suo impiego principale è come anestetico e proprio per queste sue spiccate caratteristiche fu ampiamente impiegato dagli americani nella guerra del Vietnam.  Recenti studi indicano che bassi dosaggi di Ketamina possono essere addirittura impiegati su pazienti affetti da depressione, per ottenere un miglioramento del tono dell’umore. Tuttavia esiste un’altra faccia della medaglia, legata alla problematicità derivante dall’uso “ricreativo”che viene fatto di tale farmaco.

Comprare droga è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la vita.

Jim Morrison

Ketamina: cos’è e quali effetti esercita.

La Ketamina, formula chimica 2-(2-clorofenil)-2-(metilammino) cicloesanone, è una sostanza liquida, molto simile all’acqua, che può essere ingerita o iniettata per via endovenosa. Per uso ricreativo può essere riscaldata fino ad ottenere per evaporazione una polvere biancastra da sniffare o da ingerire, se compressa in pastiglie.  A seconda del dosaggio si possono sperimentare diversi tipi di effetti. Si passa dalla leggera stimolazione, all’euforia simile a quella causata dal consumo di alcolici, sino a sperimentare uno stato completamente dissociativo molto intenso, che può portare a forti allucinazioni. Il suo uso prolungato può indurre dipendenza.

Come per altre sostanze allucinogene, l’utilizzo della ketamina può condurre ad una profonda esperienza interiore ed onirica, un vero e proprio “viaggio interiore”, una sorta di ingresso in un’altra realtà. Per questo motivo la ketamina viene anche definita sostanza enteogena, ossia sostanza psicoattiva in grado di esercitare un effetto psichedelico o allucinogeno tale da favorire esperienze mistiche e spirituali. Come è facile intuire, quando si vive una esperienza visionaria tale da procurare stati di allucinazione dissociativi tra mente e corpo, il rischio a livello psicologico diventa enorme.

Storia di un abuso

Raccontiamo l’esperienza di consumo di Ketamina di un paziente, Mario (nome di fantasia), che ancora oggi ricorda quei momenti con estrema preoccupazione. Mario era solito frequentare “rave party”, feste di musica autogestite ed illegali, spesso organizzate in aree industriali abbandonate o in spazi aperti come boschi, cave, foreste, con una durata variabile che può arrivare anche ad una settimana. 

Mario racconta che durante i “rave” consumava grandi quantità di sostanze psicotrope, ecstasy, anfetamine e cocaina. Nell’ultimo periodo aveva cominciato ad assumere anche Ketamina e tutto sommato l’esperienza non gli era dispiaciuta, anzi aveva contribuito ad aumentare le sensazioni interiori di viaggio spirituale nella musica. Poi una volta di colpo l’esperienza si è rivelata troppo intensa e da quel momento Mario ha realizzato che era necessario smettere. Era giorno, mattina presto, improvvisamenteMario ha cominciato a vederetutto nero, non c’era più nessuno intorno a lui. D’un tratto dal buio sono comparse delle striscioline verdi, come strani geroglifici; guardandoli meglio si è reso conto che erano gli stessi codici di Matrix, un famoso film di fantascienza di fine anni novanta.

Senza neanche rendersene conto si è sentito leggero e ha iniziato una strana danza, una serie di movimenti istintivi che non riusciva a smettere, in un contesto in cui aveva perso completamente la concezione del rapporto spazio-tempo. Visti dall’esterno, alcuni amici hanno descritto i movimenti di Mario come quelli tipici di un’arte marziale, al punto che al termine della sua esibizione Mario avrebbe dichiarato “sono un maestro di kung fu”. In realtà Mario aveva giocato a pallone da ragazzo e non aveva mai frequentato alcuna palestra di arti marziali. 

Questa esperienza “drogastica” lo aveva lasciato incerto e confuso, disorientato al punto tale di faticare a comprendere la sua reale identità. E’ da quel momento che Mario ha deciso di smettere e dopo alcuni mesi iniziare un percorso di psicoterapia.

Ketamina e dipendenza

La storia di Mario ci fa capire il rischio psicologico nel consumo di Ketamina e la forte dipendenza che può creare a livello mentale questa sostanza. Agendo sui principali centri cerebrali, la Ketamina crea una percezione distorta della realtà, il rischio è che tale distorsione possa permanere anche dopo l’assunzione. La ricerca di realtà alternative a quella nella quale il soggetto vive, rischia di determinare un evitamento della realtà e una difficoltà di gestione delle emozioni e della vita in generale, innescando uno stile di vita totalmente disfunzionale. 

Se senti di avere una problematica con la Ketamina o con altre sostanze d’abuso contattami per avere maggiori informazioni al 340.41.90.915 oppure scrivimi nel form contatti cliccando qui.

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Tag: Ketamina, storie di dipendenza, Terapia Breve Strategica

Essere genitori al giorno d’oggi nasconde numerose insidie, inutile negarlo. I genitori sono sempre più soggetti passivi di un bombardamento mediatico che fornisce informazioni spesso contrastanti e non sempre corrette. Queste informazioni possono facilmente portare il genitore fuori strada, non consentendogli di interpretare con chiarezza il proprio ruolo e di prendere le decisioni più opportune. Nell’articolo di oggi vorrei portare testimonianza dell’intervento di formazione rivolto alla genitorialità da me svolto venerdì della scorsa settimana presso la sede dell’IKEA di Padova, di fronte ad un folto pubblico di genitori.

Il ruolo del genitore

All’inizio dell’intervento ho posto le basi per una migliore comprensione del ruolo genitoriale, sottolineandone l’importanza di un ruolo attivo: attraverso cioè l’apprendimento di strumenti pratici e di competenze “organizzative” esso può diventare un vero e proprio punto di riferimento per i figli. La famiglia come ogni tipo di sistema organizzato necessita di regole, entrambi i genitori devono cercare di costruire un sistema di principi, di direttive, che possa essere il più possibile caratterizzato da una linea comune. Senza un’uniformità nell’organizzazione famigliare si corre il rischio di creare dei circoli viziosi disfunzionali, nell’ambito dei quali i figli approfittano di uno dei due genitori per poter ottenere quello che vogliono, in una prospettiva davvero poco educativa. 

Spesso le problematiche che si vengono a creare con i nostri figli possono essere ridotte oppure completamente risolte attivando due importanti tipologie di risposta:

  • adottando strategie e manovre specifiche per risolvere lo specifico problema;
  • bloccando i tentativi fallimentari che stiamo mettendo in atto, che in realtà non portano alcun beneficio alla soluzione del problema.

La comunicazione

Per risolvere i piccoli problemi che incontriamo con i nostri figli, una possibile soluzione funzionale può essere anche quella di considerare in maniera più accurata ogni scambio comunicativo. La comunicazione ha un ruolo fondamentale per aiutare il genitore ad essere efficace a livello relazionale e per costruire la sintonia affettivo-emotiva più adeguata con il proprio figlio. Chiaramente un genitore che assume una posizione più “morbida” e flessibile potrà attendersi esiti differenti rispetto ad un genitore che manifesta una modalità relazionale autoritaria. Ciò non significa che in alcune situazione non vi sia la necessità di essere maggiormente “direttivi” a fronte di alcune trasgressioni. La cosa fondamentale è quella di trovare una giusta sintonia, “danzando” fra diverse posizioni relazionali a seconda delle differenti situazioni che si vengono a creare nell’interazione con i figli.

I modelli famigliari

Avere consapevolezza di come funziona il proprio sistema famigliare ci può essere d’aiuto per disattivare quei tentativi di soluzione disfunzionali nei confronti dei nostri figli, o meglio per attivare quelli più opportuni a seconda delle situazioni. Attraverso le ricerche condotte dal prof. G. Nardone durante gli anni ‘90 è stato possibile individuare alcuni caratteristici modelli di famiglia, il cui funzionamento può influire negativamente sulla crescita ideale e funzionale dei propri figli. Di seguito i principali modelli di famiglia e genitorialità:

Modello iperprotettivo: i genitori fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per far sì che il proprio figlio possa star bene, anticipandone spesso i bisogni, risolvendo le difficoltà e sostituendosi a lui in tutto e per tutto; 

Modello democratico permissivo: il rapporto è completamente improntato suldialogo tra i componenti della famiglia, vi è una completa parità fra i suoi membri, i genitori svolgono un ruolo quasi di confidenti, di amici dei propri figli; 

Modello sacrificante: i genitori si sentono chiamati ad un ruolo di arrendevolezza e di rinuncia, a sacrificarsi per il benessere dei figli, pensando che poi ne verranno in qualche modo ricompensati in futuro;

Modello intermittente: i genitori mettono in attoun comportamento ambivalente, con rapidi cambiamenti delle posizioni relazionali, altalenando momenti di eccessiva comprensione a momenti di autorità, oscillando trauna relazione affettiva ed una anaffettiva e fredda;

Modello delegante: i genitori delegano il loro ruolo alla famiglia allargata, ad esempio ai nonni, generando una dinamica di competizione;abdicando alle proprie responsabilità essi inducono nei figli la sensazione di persone deboli e poco convincenti;

Modello autoritario: il tentativoda parte di un genitore (a volte di entrambi) di esercitare il proprio potere attraversouna ricerca costante di disciplina e di controllo delle decisioni.

Ognuno di questi modelli è caratterizzato da una serie peculiare di regole e di dinamiche comunicative: essere genitore al giorno d’oggi è sicuramente un ruolo molto complesso che secondo me può anche rivelarsi un momento affascinante (oserei dire quasi magico) di relazione affettiva.

La prospettiva che ho cercato di trasmettere è quella che il genitore ha un ruolo attivo nell’educazione e nella gestione del proprio figlio; è attraverso la scoperta delle soluzioni che si riesce a risolvere e a spiegare i problemi. 

Se quest’ultima affermazione ti sembra un paradosso, se hai qualche curiosità particolare riguardo alla tipologia di famiglia in cui pensi di riconoscerti o sei vuoi approfondire le tue conoscenze e capire come affrontare uno specifico problema, contattami al numero 340.41.90.915 oppure scrivi nel form contatti.

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Tag: adolescenza, famiglie, genitori, genitorialità, Terapia Breve Strategica

L’agorafobia è una monofobia molto comune che si può riscontrare in molteplici situazioni e che può risultare alquanto invalidante. Durante una prima seduta una paziente ha descritto l’agorafobia come la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione in cui si trovava, quasi come di morire. Si trovava con amici ad un concerto e per la prima volta ha sentito sopraggiungere il panico. Sul momento non si era resa bene conto di cosa stesse succedendo, ma da quella volta in poi ha realizzato in maniera cosciente che tutte le situazioni fuori di casa ed in pubblico potevano rivelarsi in qualche modo minacciose.

Agorafobia, cos’è.

Dal punto di vista etimologico la parola agorafobia si traduce in “paura della piazza” dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), una paura quindi di tutti gli spazi aperti. L’unico rifugio in situazioni gravi, diventa solamente la propria casa, che si trasforma in una sorta di “grotta” protettiva, nella quale trovare difesa contro le minacce provenienti da quell’esterno vissuto come minaccioso e pericoloso. 

Le situazioni che il soggetto tende ad evitare sono molte: in primo luogo il rischio di trovarsi in mezzo alle persone all’aperto: ad esempio in un corteo, allo stadio o semplicemente in piazza a chiacchierare con amici. In secondo luogo, non solo vengono avvertiti come minacciosi gli spazi aperti, ma molto spesso anche alcuni spazi “chiusi” come ad esempio l’interno di un bar, i mezzi pubblici (treno, autobus, metro) o un supermercato.

Tutte quelle situazioni nelle quali vi è un’interazione fuori dalle mura domestiche possono essere vissute come potenzialmente pericolose, la persona può sentirsi male fisicamente fino ad provare sensazioni di ansietà o di panico vero e proprio.

Agorafobia, alcune caratteristiche

Di regola il soggetto agorafobico tenta di evitare quelle situazioni pubbliche nelle quali potrebbe sentirsi male ed incapace di affrontare il proprio disagio. Tale soluzione (tecnicamente si parla di evitamento) porta mano a mano alla costruzione di una catena di paure sempre più diffuse e pervasive che rischiano di travolgere il soggetto, innescando un meccanismo irrefrenabile di tentate soluzioni quali appunto l’evitamento o la richiesta di aiuto. 

Nello specifico, l’agorafobico giunge a provare una sorta di paura del giudizio che le altre persone potrebbero avere nei suoi confronti; il giudizio degli altri, anche se non espresso palesemente, pesa ed influisce sul suo sistema percettivo-reattivo. Il solo pensiero di non riuscire a “controllare” le proprie sensazioni psicofisiche, e di conseguenza di non essere in grado di gestire la situazione di difficoltà in uno spazio aperto, induce nel soggetto la paura di essere giudicato. Di conseguenza la soluzione più facile ed immediata è quella di non recarsi in luoghi aperti, alla presenza di molte persone, innescando quel circolo vizioso di tentate soluzioni (evitamento e/o richiesta di aiuto) che alimentano la patologia agorafobica stessa.

Le sensazioni dell’agorafobia

La sensazione che vive la persona che soffre di agorafobia è quella di perdere il controllo della situazione che sta vivendo, la paura di potersi sentire male, di svenire, di vivere una sensazione drammatica, come se stesse impazzendo. Queste sensazioni sono accompagnate da reazioni fisiologiche di somatizzazione ansiosa, con sintomi quali tremori, tachicardia, sudori freddi, nodo in gola, paura di morire.

Spesso per combattere queste sensazioni l’agorafobico adotta la soluzione di ricorrere all’aiuto di una persona di fiducia: un famigliare, un amico, il proprio compagno o la propria compagna, tuttavia anche in questo caso, come nel caso dell’evitamento, la soluzione non è per nulla funzionale. Il rischio è che possano passare due messaggi contraddittori: uno che la persona che ci aiuta ci vuole bene e ci sta aiutando, l’altro invece che da soli non possiamo farcela e avremo sempre bisogno di un aiuto. In realtà l’aiuto di qualcuno per affrontare la fobia degli spazi aperti non è risolutivo, può forse essere di supporto nel momento del bisogno, ma mantiene inalterata la problematica e rischia addirittura di alimentarla e di renderla ulteriormente pervasiva.

Se vuoi saperne di più sull’agorafobia e su tutte le altre patologie relative all’ansia puoi sfogliare il mio blog o il mio sito.

Se senti di avere una problematica di ansia e/o di agorafobia contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

“Dottore sono un cocainomane” così si è presentato la prima volta Francesco (nome di fantasia). Ha iniziato il consumo di cocaina quando aveva trent’anni, per caso, nello spogliatoio del basket. Alcuni compagni erano soliti farsi qualche riga prima e dopo gli allenamenti. Alla classica pizza post allenamento, oltre ai fiumi di alcol, anche Francesco aveva iniziato a tirare alcuni grammi in compagnia. Rientrava tardi e non riusciva a dormire, ma al mattino non avvertiva postumi negativi e andava al lavoro senza complicazioni.

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In una prima fase di consumo la cocaina non si era dimostrata particolarmente “invasiva”, era quasi un passatempo, un momento per “stare fuori”, per spezzare la routine, lo aiutava a non pensare e sentirsi più tranquillo. Tuttavia ad un certo momento il problema si è manifestato ed è andato peggiorando con il passare del tempo.

La dipendenza da cocaina

Il consumo ha iniziato a prendere una piega eccessiva quando dopo il lavoro Francesco, prima di rientrare a casa, preferiva passare da uno spacciatore amico di un suo compagno di squadra. “Compravo un paio di grammi, me li facevo in un paio di sere, a casa dopo cena, la mia compagna non si accorgeva di niente, passavo la nottata in taverna, guardando film o davanti al computer”. Era iniziato un periodo in cui la sola idea del consumo lo tranquillizzava, le sere in cui consumava, erano come una valvola di sfogo, gli permettevano di non pensare a nulla e distaccare dalla monotonia quotidiana.

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Nel giro di sei mesi, a fine stagione cestistica, Francesco era diventato completamente dipendente, il consumo si era fatto regolare, ogni giorno, tutte le sere, e la compagna aveva cominciato a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto.

La rottura

Dopo ulteriori sei mesi ed un consumo giornaliero F. è sempre più in difficoltà, anche sul lavoro, tanto da rischiare quasi di perdere il posto. Capisce che da solo non può farcela, decide finalmente, ma non senza difficoltà, di uscire allo scoperto e di farsi aiutare. In situazioni come questa la difficoltà principale è quella di essere trasparenti e sinceri.F. per prima cosa si apre con la compagna ma i famigliari spesso faticano a comprendere le difficoltà di chi consuma sostanza, e anche in questo caso la fidanzata ne esce distrutta. Decidono allora di chiedere aiuto ad uno specialista per affrontare nella maniera giustala situazione e trovare una via d’uscita.

La psicoterapia

In una situazione come quella di Francesco il lavoro terapeutico è stato impostato sin dal primo momento sulla ricerca di una trasparenza totale nei confronti della compagna e del terapeuta. Inoltre è stato di fondamentale importanza lavorare sulla sua motivazione, stimolando la ricerca di una reazione“interna” forte: una ragione che lo possa convincere a non consumare più, una sorta di bussola, che deve sempre presa in mano nei momenti in cui il desiderio di sostanza tenta di prendere il sopravvento e di compromettere la salute psicofisica.

 

Nel caso specifico di Francesco la motivazione è stata quella di voler ritrovare se stesso, la propria lucidità, la forza diaffrontare la realtà a testa alta e di assumersi la responsabilità di essere un compagno a tutti gli effetti, tornando ad essere la persona partecipativa e presente di prima.

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Questo è stato il primo non facile “mattoncino di base” che ha permesso di costruire un percorso di successo, durante il quale F. è riuscito a mantenersi astinente e a credere nell’astinenza da cocaina. Le fasi successive del lavoro di terapia hanno dato i frutti sperati: Francesco ha ritrovato infine la propria lucidità e la propria serenità, lontano dagli stimoli artificiali e passeggeri regalati dal consumo di sostanza.

Se senti di avere un problema con la cocaina e vuoi maggiori informazioni scrivimi in privato all’indirizzo studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 340.41.90.915. Oppure contattami attraverso il form contatti del sito cliccando qua.

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Tag: cocaina, cocainomane, dipendenza da cocaina, Terapia Breve Strategica

La psicoterapia breve strategica è un approccio che è stato formulato da Paul Watzlawick, per poi evolversi con il Prof. Giorgio Nardone, che nel corso degli ultimi venticinque anni ha elaborato e formulato numerosi protocolli d’intervento, per le diverse patologie psicologiche e comportamentali. L’articolo di oggi mira ad entrare più in contatto con la terapia breve strategica, e con le sue modalità d’intervento. Capita talvolta che un paziente, per semplice curiosità o per capire meglio l’importanza della terapia che sta affrontando, chieda al terapeuta:

“Dottore ma in parole semplici, in cosa consiste essenzialmente la Psicoterapia Breve Strategica?”

La risposta si può riassumere in poche avare parole: “Si tratta di un approccio di tipo strategico che attraverso la comprensione di “come” funziona il suo problema, consente di mettere a punto una soluzione rapida e definitiva. L’attenzione si concentra fondamentalmente sul come funziona il problema e non sul ”perché” esiste il problema”.

La psicoterapia breve strategica come funziona.

In genere questa risposta soddisfa la curiosità del paziente, tuttavia il costrutto scientifico della Terapia Breve Strategica (TBS) è ben più complesso ed articolato. Proviamo a fornire una risposta più tecnica. La TBS è una teoria epistemologica di matrice costruttivista, che basa la propria logica sugli obiettivi da raggiungere, e proprio per questo viene definita “strategica”. In altre parole ogni tattica, manovra e sequenza terapeutica viene definita in funzione del problema in analisi, in modo da mettere a punto la giusta soluzione per lo specifico problema. Questo è appunto l’approccio strategico.

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Rispetto alle forme classiche di terapia, la TBS presenta la particolarità di adattarsi al paziente e non viceversa, garantendo quella flessibilità necessaria ad orientare positivamente il rapporto fra il paziente e il suo terapeuta. I protocolli di trattamento vengono di volta in volta adattati in funzione delle caratteristiche del paziente. La struttura dell’intervento nelle sue diverse fasi rimane sempre la stessa, quello che cambia sono la comunicazione e l’interazione fra terapeuta e paziente.

Il terapeuta

Il trasferimento dell’approccio dal “perché” al “come” funziona, l’intervento si focalizza non sulla ricerca lunga e infruttuosa sulle sue origini (le “cause”), quanto invece sulle modalità di percezione da parte del soggetto. Si evince immediatamente l’importanza del dialogo terapeuta-paziente quando si pensa che l’acquisizione delle informazioni – e quindi la definizione del problema – avviene attraverso la descrizione che ne viene fatta dal paziente o dai suoi parenti. Il dialogo terapeutico è indispensabile alla comprensione e alla condivisione con il paziente di quello che è realmente il problema da risolvere, per poter raggiungere il cambiamento sperato.

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Da qui si comprende l’importanza della figura del terapeuta, che deve ad un tempo possedere doti di grande comunicabilità e di profonda conoscenza della materia, oltre ad una riconosciuta etica professionale. Le manovre terapeutiche nella loro apparente semplicità sono in realtà il punto di arrivo di lunghi studi e di faticoso affinamento continuo.

Epsitemologia della psicoterapia breve strategica

I fondamenti epistemologici della Psicoterapia Breve Strategica si fondano sul sistema percettivo-reattivo, ossia sulle nostre modalità di percezione della realtà e sulle conseguenti modalità di reazione comportamentale. Ogni cambiamento comportamentale, per avere successo duraturo nel tempo, deve essere preceduto da un cambiamento delle modalità percettive. Questo è uno dei fondamenti essenziali che distingue la TBS dalle terapie classiche: l’intervento terapeutico dovrà essere in grado di modificare anche quegli aspetti emozionali che sono alla base dei comportamenti sotto esame, ristrutturandoli sulla base delle esperienze emozionali nuove vissute dallo stesso paziente durante il percorso terapeutico.

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Tag: Terapia Breve Strategica

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Come smettere di drogarsi da soli

8 Maggio 2019

La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso sia in età adolescenziale che in età adulta. Spesso ne sono colpite le giovani adolescenti che trovano nel cibo una via di fuga dalle dinamiche emotive quotidiane; tuttavia anche in età adulta, sia nel genere femminile che in quello maschile, si riscontrano situazioni in cui il cibo viene utilizzato come “strumento” per sentirsi meglio. In realtà il soggetto bulimico non prova realmente fame, ma vive la sensazione psicologica di un desiderio incontrollabile di cibo.

La bulimia: cos’è?

Con il termine bulimia si indica un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal desiderio incontrollabile di cibo, una tendenza sfrenata ad abbuffarsi, ad ingurgitare compulsivamente qualsiasi alimento. La bulimia conduce fatalmente ad una totale perdita di controllo nei confronti del cibo stesso e di conseguenza alla sensazione di non essere in grado di gestire la propria condotta.

Il soggetto bulimico cerca di controllare il desiderio evitando di mangiare, ma quello che ottiene è l’esatto contrario, ossia più si sforza di non mangiare e più si lascia andare a momenti di vere e proprie abbuffate, concedendosi il cibo senza ritegno. Il bisogno di cibo viene vissuto come un modo di reagire alle difficoltà e alle insicurezze della quotidianità.

I sintomi della bulimia

Tra i principali sintomi della bulimia possiamo annoverare come già sottolineato le ricorrenti abbuffate, episodi che consistono nell’ingurgitare grandi quantità di cibo in tempi relativamente brevi. 

Come nel caso dell’anoressia – ma sotto la spinta di motivazioni psicologiche diverse – sovente tali situazioni sono seguite da comportamenti di compensazione per espellere l’eccesso di alimenti, come ad esempio l’uso di lassativi o la pratica del vomito autoindotto. Altri comportamenti di compensazione sono rappresentati dall’uso di diuretici o addirittura di enteroclismi; in molti casi il soggetto bulimico ricorre anche al digiuno temporaneo o ad un intenso esercizio fisico. 

Molto spesso coloro che circondano il soggetto in difficoltà cercano di spingerlo a mangiare meno, facendogli notare che sta mangiando eccessivamente ed in maniera smodata. Questa modalità di sottolineare le difficoltà (e la possibile patologia) invece che migliorare la situazione la peggiora, inducendo ancora di più nel soggetto uno strato di frustrazione e di rabbia che lo spingerà ad usare il cibo in maniera disfunzionale.

La Terapia Breve Strategica e le possibili soluzioni

Il concetto chiave sul quale impostare una terapia psicologica rispetto alla problematica bulimica è la messa a punto di soluzioni che modifichino le modalità di percezione del soggetto riguardo al cibo e alle dinamiche emotive che si trova ad affrontare ogni giorno. 

Una strategia molto efficace in questi casi è rappresentata dalla scrittura. Riuscire a mettere su carta tutte le dinamiche emotive che ci tormentano permette di “far emergere” gli aspetti emotivi e ci aiuta a ritrovare una maggiore chiarezza interiore. Si tratta comunque di un esercizio difficile al quale non siamo più abituati, perché ormai i messaggini di testo e le chat più o meno lunghe hanno sostituito la scrittura vera e propria. Naturalmente la scrittura dovrà essere accompagnata da una terapia psicologica condotta sotto la guida di uno psicologo esperto, che consenta di mettere in pratica anche quegli accorgimenti terapeutici specifici studiati ad hoc per il soggetto.

Un’altra strategia funzionale consiste nel cercare di riappropriarsi del piacere del cibo mangiando solo durante i tre pasti principali: colazione pranzo e cena. In particolare la cosa fondamentale è mangiare solamente le cose che piacciono di più; lo stratagemma terapeutico consiste nel far passare l’idea che se ci concediamo psicologicamente il piacere di mangiare vi possiamo anche rinunciare, mentre invece se non ce lo concediamo diventa irrinunciabile.

La terapia breve strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira a fornire tecniche personalizzate che consentano al soggetto di trovare soluzioni funzionali, aiutandolo a ritrovare contemporaneamente anche un rinnovato equilibrio emotivo. Il lavoro terapeutico si svolge sia durante le sedute in studio che a casa propria, attraverso l’applicazione di compiti pratici.

Nei prossimi articoli svilupperemo meglio queste tecniche e strategie, nel frattempo continua a seguire il mio blog o per maggiori info contattami

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare

Essere genitore di un figlio ansioso non è semplice. Quali sono i comportamenti funzionali che ci aiutano a gestire l’eccessiva paura dei nostri figli rispetto alla scuola, agli amici o all’attività sportiva? La risposta non è semplice, i consigli che arrivano attraverso la televisione, i giornali, i media in generale, sono spesso contraddittori e buoni per ogni situazione, ma di solito la nostra è una situazione differente. 

Approfondiamo alcuni suggerimenti che i genitori possono iniziare a mettere in atto fin da subito, accorgimenti utili a migliorare la situazione e a gestire con più efficacia le paure dei propri figli. Impariamo a capire cos’è meglio fare e cosa evitare.

Primo: Non rassicurare

La rassicurazione non fa altro che alimentare la paura dei vostri figli; pur volendo aiutarli in ogni modo e farli sentire capiti e compresi, la rassicurazione funziona in ottica disfunzionale, ossia esattamente all’opposto. Più voi lo rassicurate e più vostro figlio in realtà continuerà a provare paura! E’ sicuramente fondamentale fargli sentire che lo capiamo e che stiamo tentando di sintonizzarci con lui, tuttavia rassicurandolo otteniamo l’effetto contrario di mantenere intatte le sue paure e le sue preoccupazioni. 

E’ fondamentale esserci e fargli sentire la vostra presenza, ma dichiarare “Non devi aver paura qua ci sono io” non funziona e rischia di peggiorare la situazione. Vostro figlio si chiederà come potrà fare quando sarà solo o comunque fuori dalle rassicuranti mura domestiche, con il gruppo dei suoi pari, gli amici, a scuola. Può accadere, infatti, che quando vostro figlio si trova a scuola e viene assalito dalla paura, arrivi addirittura a chiamare i genitori per farsi venire a prendere, e di solito il genitore accorre prontamente e si attiva con un comportamento affettivo di rassicurazione. 

Aiuta tuo figlio ad avere uno spazio per le preoccupazioni

Invece di rassicurare, vi consiglio di provare a ricavare uno spazio giornaliero di 15 o 30 minuti, durante il quale chiedere a vostro figlio quali possono essere le sue preoccupazioni per la giornata successiva. Se ad esempio c’è una verifica particolarmente temuta, invece di rassicurarlo provate a fare il contrario e a chiedergli di sviscerare tutti i possibili motivi che lo preoccupano: perché pensa che la verifica potrà andare male, quali possibili stati d’animo vivrà durante lo svolgimento del compito in classe. Quello che potrà accadere, quasi per magia, è che vostro figlio invece di vivere una sensazione negativa di malessere proverà una condizione di tranquillità totalmente nuova per lui. Più ci caliamo nelle nostre peggiori paure e più queste spariscono:la paura affrontata diventa coraggio.

Evita di evitare

Cercatedi fare in modo che vostro figlio impari ad “evitare di evitare”. Ogni “evitamento”- cioè ogni situazione nella quale si tenta di aggirare un ostacolo – può far aumentare la paura, generando una spirale di situazioni che porteranno il ragazzo a non trovare più una via d’uscita dall’ansia. Il primo caso “classico” di evitamento è quello dei banchi di scuola, dove spesso la sensazione di paura e di disagio si acuisce e spinge l’adolescente ad allontanarsi dalla classe e dalla scuola, per rifugiarsi nel tranquillo porto della propria casa. 

Aiutatelo ad “evitare di evitare” facendogli vivere piccole frustrazioni, facendogli sentire che ci siete ma che può farcela ancheda solo, facendogli intravvedere anche i lati positivi di quello che sta facendo e di come “non evitando”le cose possono funzionare anche meglio.

Tre tecniche efficaci, all’apparenza piuttosto semplici ma in realtà molto difficili da applicare perchè controintuitive e paradossali, tre tecniche che ogni genitore con figli ansiosi dovrebbe provare a mettere in atto, se necessario anche con l’aiuto di un terapeuta, nell’ottica di rigenerare lo stato disalute e di benessere del figlio.

Se credi che tuo figlio possa avere una problematica ansiosa che non riesce ad affrontare da solo e rispetto alla quale non riesci ad essere efficace, contattami per maggiori info.

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Tag: adolescenza, ansia, Attacchi di Panico, genitorialità

La Ketamina è un farmaco anestetico parente chimico della fenciclidina, meglio conosciuta come “polvere d’angelo”, segnalata dalla World Health Organization nella “lista dei farmaci essenziali” indispensabili per un ospedale. Come sembrerà chiaro la Ketamina è principalmente un farmaco, i suoi effetti si esplicano sul Sistema Nervoso Centrale (SNC) influenzando la percezione del dolore e stimolando particolari sensazioni.

Il suo impiego principale è come anestetico e proprio per queste sue spiccate caratteristiche fu ampiamente impiegato dagli americani nella guerra del Vietnam.  Recenti studi indicano che bassi dosaggi di Ketamina possono essere addirittura impiegati su pazienti affetti da depressione, per ottenere un miglioramento del tono dell’umore. Tuttavia esiste un’altra faccia della medaglia, legata alla problematicità derivante dall’uso “ricreativo”che viene fatto di tale farmaco.

Comprare droga è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la vita.

Jim Morrison

Ketamina: cos’è e quali effetti esercita.

La Ketamina, formula chimica 2-(2-clorofenil)-2-(metilammino) cicloesanone, è una sostanza liquida, molto simile all’acqua, che può essere ingerita o iniettata per via endovenosa. Per uso ricreativo può essere riscaldata fino ad ottenere per evaporazione una polvere biancastra da sniffare o da ingerire, se compressa in pastiglie.  A seconda del dosaggio si possono sperimentare diversi tipi di effetti. Si passa dalla leggera stimolazione, all’euforia simile a quella causata dal consumo di alcolici, sino a sperimentare uno stato completamente dissociativo molto intenso, che può portare a forti allucinazioni. Il suo uso prolungato può indurre dipendenza.

Come per altre sostanze allucinogene, l’utilizzo della ketamina può condurre ad una profonda esperienza interiore ed onirica, un vero e proprio “viaggio interiore”, una sorta di ingresso in un’altra realtà. Per questo motivo la ketamina viene anche definita sostanza enteogena, ossia sostanza psicoattiva in grado di esercitare un effetto psichedelico o allucinogeno tale da favorire esperienze mistiche e spirituali. Come è facile intuire, quando si vive una esperienza visionaria tale da procurare stati di allucinazione dissociativi tra mente e corpo, il rischio a livello psicologico diventa enorme.

Storia di un abuso

Raccontiamo l’esperienza di consumo di Ketamina di un paziente, Mario (nome di fantasia), che ancora oggi ricorda quei momenti con estrema preoccupazione. Mario era solito frequentare “rave party”, feste di musica autogestite ed illegali, spesso organizzate in aree industriali abbandonate o in spazi aperti come boschi, cave, foreste, con una durata variabile che può arrivare anche ad una settimana. 

Mario racconta che durante i “rave” consumava grandi quantità di sostanze psicotrope, ecstasy, anfetamine e cocaina. Nell’ultimo periodo aveva cominciato ad assumere anche Ketamina e tutto sommato l’esperienza non gli era dispiaciuta, anzi aveva contribuito ad aumentare le sensazioni interiori di viaggio spirituale nella musica. Poi una volta di colpo l’esperienza si è rivelata troppo intensa e da quel momento Mario ha realizzato che era necessario smettere. Era giorno, mattina presto, improvvisamenteMario ha cominciato a vederetutto nero, non c’era più nessuno intorno a lui. D’un tratto dal buio sono comparse delle striscioline verdi, come strani geroglifici; guardandoli meglio si è reso conto che erano gli stessi codici di Matrix, un famoso film di fantascienza di fine anni novanta.

Senza neanche rendersene conto si è sentito leggero e ha iniziato una strana danza, una serie di movimenti istintivi che non riusciva a smettere, in un contesto in cui aveva perso completamente la concezione del rapporto spazio-tempo. Visti dall’esterno, alcuni amici hanno descritto i movimenti di Mario come quelli tipici di un’arte marziale, al punto che al termine della sua esibizione Mario avrebbe dichiarato “sono un maestro di kung fu”. In realtà Mario aveva giocato a pallone da ragazzo e non aveva mai frequentato alcuna palestra di arti marziali. 

Questa esperienza “drogastica” lo aveva lasciato incerto e confuso, disorientato al punto tale di faticare a comprendere la sua reale identità. E’ da quel momento che Mario ha deciso di smettere e dopo alcuni mesi iniziare un percorso di psicoterapia.

Ketamina e dipendenza

La storia di Mario ci fa capire il rischio psicologico nel consumo di Ketamina e la forte dipendenza che può creare a livello mentale questa sostanza. Agendo sui principali centri cerebrali, la Ketamina crea una percezione distorta della realtà, il rischio è che tale distorsione possa permanere anche dopo l’assunzione. La ricerca di realtà alternative a quella nella quale il soggetto vive, rischia di determinare un evitamento della realtà e una difficoltà di gestione delle emozioni e della vita in generale, innescando uno stile di vita totalmente disfunzionale. 

Se senti di avere una problematica con la Ketamina o con altre sostanze d’abuso contattami per avere maggiori informazioni al 340.41.90.915 oppure scrivimi nel form contatti cliccando qui.

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Tag: Ketamina, storie di dipendenza, Terapia Breve Strategica

Essere genitori al giorno d’oggi nasconde numerose insidie, inutile negarlo. I genitori sono sempre più soggetti passivi di un bombardamento mediatico che fornisce informazioni spesso contrastanti e non sempre corrette. Queste informazioni possono facilmente portare il genitore fuori strada, non consentendogli di interpretare con chiarezza il proprio ruolo e di prendere le decisioni più opportune. Nell’articolo di oggi vorrei portare testimonianza dell’intervento di formazione rivolto alla genitorialità da me svolto venerdì della scorsa settimana presso la sede dell’IKEA di Padova, di fronte ad un folto pubblico di genitori.

Il ruolo del genitore

All’inizio dell’intervento ho posto le basi per una migliore comprensione del ruolo genitoriale, sottolineandone l’importanza di un ruolo attivo: attraverso cioè l’apprendimento di strumenti pratici e di competenze “organizzative” esso può diventare un vero e proprio punto di riferimento per i figli. La famiglia come ogni tipo di sistema organizzato necessita di regole, entrambi i genitori devono cercare di costruire un sistema di principi, di direttive, che possa essere il più possibile caratterizzato da una linea comune. Senza un’uniformità nell’organizzazione famigliare si corre il rischio di creare dei circoli viziosi disfunzionali, nell’ambito dei quali i figli approfittano di uno dei due genitori per poter ottenere quello che vogliono, in una prospettiva davvero poco educativa. 

Spesso le problematiche che si vengono a creare con i nostri figli possono essere ridotte oppure completamente risolte attivando due importanti tipologie di risposta:

  • adottando strategie e manovre specifiche per risolvere lo specifico problema;
  • bloccando i tentativi fallimentari che stiamo mettendo in atto, che in realtà non portano alcun beneficio alla soluzione del problema.

La comunicazione

Per risolvere i piccoli problemi che incontriamo con i nostri figli, una possibile soluzione funzionale può essere anche quella di considerare in maniera più accurata ogni scambio comunicativo. La comunicazione ha un ruolo fondamentale per aiutare il genitore ad essere efficace a livello relazionale e per costruire la sintonia affettivo-emotiva più adeguata con il proprio figlio. Chiaramente un genitore che assume una posizione più “morbida” e flessibile potrà attendersi esiti differenti rispetto ad un genitore che manifesta una modalità relazionale autoritaria. Ciò non significa che in alcune situazione non vi sia la necessità di essere maggiormente “direttivi” a fronte di alcune trasgressioni. La cosa fondamentale è quella di trovare una giusta sintonia, “danzando” fra diverse posizioni relazionali a seconda delle differenti situazioni che si vengono a creare nell’interazione con i figli.

I modelli famigliari

Avere consapevolezza di come funziona il proprio sistema famigliare ci può essere d’aiuto per disattivare quei tentativi di soluzione disfunzionali nei confronti dei nostri figli, o meglio per attivare quelli più opportuni a seconda delle situazioni. Attraverso le ricerche condotte dal prof. G. Nardone durante gli anni ‘90 è stato possibile individuare alcuni caratteristici modelli di famiglia, il cui funzionamento può influire negativamente sulla crescita ideale e funzionale dei propri figli. Di seguito i principali modelli di famiglia e genitorialità:

Modello iperprotettivo: i genitori fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per far sì che il proprio figlio possa star bene, anticipandone spesso i bisogni, risolvendo le difficoltà e sostituendosi a lui in tutto e per tutto; 

Modello democratico permissivo: il rapporto è completamente improntato suldialogo tra i componenti della famiglia, vi è una completa parità fra i suoi membri, i genitori svolgono un ruolo quasi di confidenti, di amici dei propri figli; 

Modello sacrificante: i genitori si sentono chiamati ad un ruolo di arrendevolezza e di rinuncia, a sacrificarsi per il benessere dei figli, pensando che poi ne verranno in qualche modo ricompensati in futuro;

Modello intermittente: i genitori mettono in attoun comportamento ambivalente, con rapidi cambiamenti delle posizioni relazionali, altalenando momenti di eccessiva comprensione a momenti di autorità, oscillando trauna relazione affettiva ed una anaffettiva e fredda;

Modello delegante: i genitori delegano il loro ruolo alla famiglia allargata, ad esempio ai nonni, generando una dinamica di competizione;abdicando alle proprie responsabilità essi inducono nei figli la sensazione di persone deboli e poco convincenti;

Modello autoritario: il tentativoda parte di un genitore (a volte di entrambi) di esercitare il proprio potere attraversouna ricerca costante di disciplina e di controllo delle decisioni.

Ognuno di questi modelli è caratterizzato da una serie peculiare di regole e di dinamiche comunicative: essere genitore al giorno d’oggi è sicuramente un ruolo molto complesso che secondo me può anche rivelarsi un momento affascinante (oserei dire quasi magico) di relazione affettiva.

La prospettiva che ho cercato di trasmettere è quella che il genitore ha un ruolo attivo nell’educazione e nella gestione del proprio figlio; è attraverso la scoperta delle soluzioni che si riesce a risolvere e a spiegare i problemi. 

Se quest’ultima affermazione ti sembra un paradosso, se hai qualche curiosità particolare riguardo alla tipologia di famiglia in cui pensi di riconoscerti o sei vuoi approfondire le tue conoscenze e capire come affrontare uno specifico problema, contattami al numero 340.41.90.915 oppure scrivi nel form contatti.

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Tag: adolescenza, famiglie, genitori, genitorialità, Terapia Breve Strategica

L’agorafobia è una monofobia molto comune che si può riscontrare in molteplici situazioni e che può risultare alquanto invalidante. Durante una prima seduta una paziente ha descritto l’agorafobia come la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione in cui si trovava, quasi come di morire. Si trovava con amici ad un concerto e per la prima volta ha sentito sopraggiungere il panico. Sul momento non si era resa bene conto di cosa stesse succedendo, ma da quella volta in poi ha realizzato in maniera cosciente che tutte le situazioni fuori di casa ed in pubblico potevano rivelarsi in qualche modo minacciose.

Agorafobia, cos’è.

Dal punto di vista etimologico la parola agorafobia si traduce in “paura della piazza” dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), una paura quindi di tutti gli spazi aperti. L’unico rifugio in situazioni gravi, diventa solamente la propria casa, che si trasforma in una sorta di “grotta” protettiva, nella quale trovare difesa contro le minacce provenienti da quell’esterno vissuto come minaccioso e pericoloso. 

Le situazioni che il soggetto tende ad evitare sono molte: in primo luogo il rischio di trovarsi in mezzo alle persone all’aperto: ad esempio in un corteo, allo stadio o semplicemente in piazza a chiacchierare con amici. In secondo luogo, non solo vengono avvertiti come minacciosi gli spazi aperti, ma molto spesso anche alcuni spazi “chiusi” come ad esempio l’interno di un bar, i mezzi pubblici (treno, autobus, metro) o un supermercato.

Tutte quelle situazioni nelle quali vi è un’interazione fuori dalle mura domestiche possono essere vissute come potenzialmente pericolose, la persona può sentirsi male fisicamente fino ad provare sensazioni di ansietà o di panico vero e proprio.

Agorafobia, alcune caratteristiche

Di regola il soggetto agorafobico tenta di evitare quelle situazioni pubbliche nelle quali potrebbe sentirsi male ed incapace di affrontare il proprio disagio. Tale soluzione (tecnicamente si parla di evitamento) porta mano a mano alla costruzione di una catena di paure sempre più diffuse e pervasive che rischiano di travolgere il soggetto, innescando un meccanismo irrefrenabile di tentate soluzioni quali appunto l’evitamento o la richiesta di aiuto. 

Nello specifico, l’agorafobico giunge a provare una sorta di paura del giudizio che le altre persone potrebbero avere nei suoi confronti; il giudizio degli altri, anche se non espresso palesemente, pesa ed influisce sul suo sistema percettivo-reattivo. Il solo pensiero di non riuscire a “controllare” le proprie sensazioni psicofisiche, e di conseguenza di non essere in grado di gestire la situazione di difficoltà in uno spazio aperto, induce nel soggetto la paura di essere giudicato. Di conseguenza la soluzione più facile ed immediata è quella di non recarsi in luoghi aperti, alla presenza di molte persone, innescando quel circolo vizioso di tentate soluzioni (evitamento e/o richiesta di aiuto) che alimentano la patologia agorafobica stessa.

Le sensazioni dell’agorafobia

La sensazione che vive la persona che soffre di agorafobia è quella di perdere il controllo della situazione che sta vivendo, la paura di potersi sentire male, di svenire, di vivere una sensazione drammatica, come se stesse impazzendo. Queste sensazioni sono accompagnate da reazioni fisiologiche di somatizzazione ansiosa, con sintomi quali tremori, tachicardia, sudori freddi, nodo in gola, paura di morire.

Spesso per combattere queste sensazioni l’agorafobico adotta la soluzione di ricorrere all’aiuto di una persona di fiducia: un famigliare, un amico, il proprio compagno o la propria compagna, tuttavia anche in questo caso, come nel caso dell’evitamento, la soluzione non è per nulla funzionale. Il rischio è che possano passare due messaggi contraddittori: uno che la persona che ci aiuta ci vuole bene e ci sta aiutando, l’altro invece che da soli non possiamo farcela e avremo sempre bisogno di un aiuto. In realtà l’aiuto di qualcuno per affrontare la fobia degli spazi aperti non è risolutivo, può forse essere di supporto nel momento del bisogno, ma mantiene inalterata la problematica e rischia addirittura di alimentarla e di renderla ulteriormente pervasiva.

Se vuoi saperne di più sull’agorafobia e su tutte le altre patologie relative all’ansia puoi sfogliare il mio blog o il mio sito.

Se senti di avere una problematica di ansia e/o di agorafobia contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

“Dottore sono un cocainomane” così si è presentato la prima volta Francesco (nome di fantasia). Ha iniziato il consumo di cocaina quando aveva trent’anni, per caso, nello spogliatoio del basket. Alcuni compagni erano soliti farsi qualche riga prima e dopo gli allenamenti. Alla classica pizza post allenamento, oltre ai fiumi di alcol, anche Francesco aveva iniziato a tirare alcuni grammi in compagnia. Rientrava tardi e non riusciva a dormire, ma al mattino non avvertiva postumi negativi e andava al lavoro senza complicazioni.

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In una prima fase di consumo la cocaina non si era dimostrata particolarmente “invasiva”, era quasi un passatempo, un momento per “stare fuori”, per spezzare la routine, lo aiutava a non pensare e sentirsi più tranquillo. Tuttavia ad un certo momento il problema si è manifestato ed è andato peggiorando con il passare del tempo.

La dipendenza da cocaina

Il consumo ha iniziato a prendere una piega eccessiva quando dopo il lavoro Francesco, prima di rientrare a casa, preferiva passare da uno spacciatore amico di un suo compagno di squadra. “Compravo un paio di grammi, me li facevo in un paio di sere, a casa dopo cena, la mia compagna non si accorgeva di niente, passavo la nottata in taverna, guardando film o davanti al computer”. Era iniziato un periodo in cui la sola idea del consumo lo tranquillizzava, le sere in cui consumava, erano come una valvola di sfogo, gli permettevano di non pensare a nulla e distaccare dalla monotonia quotidiana.

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Nel giro di sei mesi, a fine stagione cestistica, Francesco era diventato completamente dipendente, il consumo si era fatto regolare, ogni giorno, tutte le sere, e la compagna aveva cominciato a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto.

La rottura

Dopo ulteriori sei mesi ed un consumo giornaliero F. è sempre più in difficoltà, anche sul lavoro, tanto da rischiare quasi di perdere il posto. Capisce che da solo non può farcela, decide finalmente, ma non senza difficoltà, di uscire allo scoperto e di farsi aiutare. In situazioni come questa la difficoltà principale è quella di essere trasparenti e sinceri.F. per prima cosa si apre con la compagna ma i famigliari spesso faticano a comprendere le difficoltà di chi consuma sostanza, e anche in questo caso la fidanzata ne esce distrutta. Decidono allora di chiedere aiuto ad uno specialista per affrontare nella maniera giustala situazione e trovare una via d’uscita.

La psicoterapia

In una situazione come quella di Francesco il lavoro terapeutico è stato impostato sin dal primo momento sulla ricerca di una trasparenza totale nei confronti della compagna e del terapeuta. Inoltre è stato di fondamentale importanza lavorare sulla sua motivazione, stimolando la ricerca di una reazione“interna” forte: una ragione che lo possa convincere a non consumare più, una sorta di bussola, che deve sempre presa in mano nei momenti in cui il desiderio di sostanza tenta di prendere il sopravvento e di compromettere la salute psicofisica.

 

Nel caso specifico di Francesco la motivazione è stata quella di voler ritrovare se stesso, la propria lucidità, la forza diaffrontare la realtà a testa alta e di assumersi la responsabilità di essere un compagno a tutti gli effetti, tornando ad essere la persona partecipativa e presente di prima.

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Questo è stato il primo non facile “mattoncino di base” che ha permesso di costruire un percorso di successo, durante il quale F. è riuscito a mantenersi astinente e a credere nell’astinenza da cocaina. Le fasi successive del lavoro di terapia hanno dato i frutti sperati: Francesco ha ritrovato infine la propria lucidità e la propria serenità, lontano dagli stimoli artificiali e passeggeri regalati dal consumo di sostanza.

Se senti di avere un problema con la cocaina e vuoi maggiori informazioni scrivimi in privato all’indirizzo studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 340.41.90.915. Oppure contattami attraverso il form contatti del sito cliccando qua.

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Tag: cocaina, cocainomane, dipendenza da cocaina, Terapia Breve Strategica

La psicoterapia breve strategica è un approccio che è stato formulato da Paul Watzlawick, per poi evolversi con il Prof. Giorgio Nardone, che nel corso degli ultimi venticinque anni ha elaborato e formulato numerosi protocolli d’intervento, per le diverse patologie psicologiche e comportamentali. L’articolo di oggi mira ad entrare più in contatto con la terapia breve strategica, e con le sue modalità d’intervento. Capita talvolta che un paziente, per semplice curiosità o per capire meglio l’importanza della terapia che sta affrontando, chieda al terapeuta:

“Dottore ma in parole semplici, in cosa consiste essenzialmente la Psicoterapia Breve Strategica?”

La risposta si può riassumere in poche avare parole: “Si tratta di un approccio di tipo strategico che attraverso la comprensione di “come” funziona il suo problema, consente di mettere a punto una soluzione rapida e definitiva. L’attenzione si concentra fondamentalmente sul come funziona il problema e non sul ”perché” esiste il problema”.

La psicoterapia breve strategica come funziona.

In genere questa risposta soddisfa la curiosità del paziente, tuttavia il costrutto scientifico della Terapia Breve Strategica (TBS) è ben più complesso ed articolato. Proviamo a fornire una risposta più tecnica. La TBS è una teoria epistemologica di matrice costruttivista, che basa la propria logica sugli obiettivi da raggiungere, e proprio per questo viene definita “strategica”. In altre parole ogni tattica, manovra e sequenza terapeutica viene definita in funzione del problema in analisi, in modo da mettere a punto la giusta soluzione per lo specifico problema. Questo è appunto l’approccio strategico.

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Rispetto alle forme classiche di terapia, la TBS presenta la particolarità di adattarsi al paziente e non viceversa, garantendo quella flessibilità necessaria ad orientare positivamente il rapporto fra il paziente e il suo terapeuta. I protocolli di trattamento vengono di volta in volta adattati in funzione delle caratteristiche del paziente. La struttura dell’intervento nelle sue diverse fasi rimane sempre la stessa, quello che cambia sono la comunicazione e l’interazione fra terapeuta e paziente.

Il terapeuta

Il trasferimento dell’approccio dal “perché” al “come” funziona, l’intervento si focalizza non sulla ricerca lunga e infruttuosa sulle sue origini (le “cause”), quanto invece sulle modalità di percezione da parte del soggetto. Si evince immediatamente l’importanza del dialogo terapeuta-paziente quando si pensa che l’acquisizione delle informazioni – e quindi la definizione del problema – avviene attraverso la descrizione che ne viene fatta dal paziente o dai suoi parenti. Il dialogo terapeutico è indispensabile alla comprensione e alla condivisione con il paziente di quello che è realmente il problema da risolvere, per poter raggiungere il cambiamento sperato.

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Da qui si comprende l’importanza della figura del terapeuta, che deve ad un tempo possedere doti di grande comunicabilità e di profonda conoscenza della materia, oltre ad una riconosciuta etica professionale. Le manovre terapeutiche nella loro apparente semplicità sono in realtà il punto di arrivo di lunghi studi e di faticoso affinamento continuo.

Epsitemologia della psicoterapia breve strategica

I fondamenti epistemologici della Psicoterapia Breve Strategica si fondano sul sistema percettivo-reattivo, ossia sulle nostre modalità di percezione della realtà e sulle conseguenti modalità di reazione comportamentale. Ogni cambiamento comportamentale, per avere successo duraturo nel tempo, deve essere preceduto da un cambiamento delle modalità percettive. Questo è uno dei fondamenti essenziali che distingue la TBS dalle terapie classiche: l’intervento terapeutico dovrà essere in grado di modificare anche quegli aspetti emozionali che sono alla base dei comportamenti sotto esame, ristrutturandoli sulla base delle esperienze emozionali nuove vissute dallo stesso paziente durante il percorso terapeutico.

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Tag: Terapia Breve Strategica

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Come smettere di drogarsi da soli

8 Maggio 2019

La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso sia in età adolescenziale che in età adulta. Spesso ne sono colpite le giovani adolescenti che trovano nel cibo una via di fuga dalle dinamiche emotive quotidiane; tuttavia anche in età adulta, sia nel genere femminile che in quello maschile, si riscontrano situazioni in cui il cibo viene utilizzato come “strumento” per sentirsi meglio. In realtà il soggetto bulimico non prova realmente fame, ma vive la sensazione psicologica di un desiderio incontrollabile di cibo.

La bulimia: cos’è?

Con il termine bulimia si indica un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal desiderio incontrollabile di cibo, una tendenza sfrenata ad abbuffarsi, ad ingurgitare compulsivamente qualsiasi alimento. La bulimia conduce fatalmente ad una totale perdita di controllo nei confronti del cibo stesso e di conseguenza alla sensazione di non essere in grado di gestire la propria condotta.

Il soggetto bulimico cerca di controllare il desiderio evitando di mangiare, ma quello che ottiene è l’esatto contrario, ossia più si sforza di non mangiare e più si lascia andare a momenti di vere e proprie abbuffate, concedendosi il cibo senza ritegno. Il bisogno di cibo viene vissuto come un modo di reagire alle difficoltà e alle insicurezze della quotidianità.

I sintomi della bulimia

Tra i principali sintomi della bulimia possiamo annoverare come già sottolineato le ricorrenti abbuffate, episodi che consistono nell’ingurgitare grandi quantità di cibo in tempi relativamente brevi. 

Come nel caso dell’anoressia – ma sotto la spinta di motivazioni psicologiche diverse – sovente tali situazioni sono seguite da comportamenti di compensazione per espellere l’eccesso di alimenti, come ad esempio l’uso di lassativi o la pratica del vomito autoindotto. Altri comportamenti di compensazione sono rappresentati dall’uso di diuretici o addirittura di enteroclismi; in molti casi il soggetto bulimico ricorre anche al digiuno temporaneo o ad un intenso esercizio fisico. 

Molto spesso coloro che circondano il soggetto in difficoltà cercano di spingerlo a mangiare meno, facendogli notare che sta mangiando eccessivamente ed in maniera smodata. Questa modalità di sottolineare le difficoltà (e la possibile patologia) invece che migliorare la situazione la peggiora, inducendo ancora di più nel soggetto uno strato di frustrazione e di rabbia che lo spingerà ad usare il cibo in maniera disfunzionale.

La Terapia Breve Strategica e le possibili soluzioni

Il concetto chiave sul quale impostare una terapia psicologica rispetto alla problematica bulimica è la messa a punto di soluzioni che modifichino le modalità di percezione del soggetto riguardo al cibo e alle dinamiche emotive che si trova ad affrontare ogni giorno. 

Una strategia molto efficace in questi casi è rappresentata dalla scrittura. Riuscire a mettere su carta tutte le dinamiche emotive che ci tormentano permette di “far emergere” gli aspetti emotivi e ci aiuta a ritrovare una maggiore chiarezza interiore. Si tratta comunque di un esercizio difficile al quale non siamo più abituati, perché ormai i messaggini di testo e le chat più o meno lunghe hanno sostituito la scrittura vera e propria. Naturalmente la scrittura dovrà essere accompagnata da una terapia psicologica condotta sotto la guida di uno psicologo esperto, che consenta di mettere in pratica anche quegli accorgimenti terapeutici specifici studiati ad hoc per il soggetto.

Un’altra strategia funzionale consiste nel cercare di riappropriarsi del piacere del cibo mangiando solo durante i tre pasti principali: colazione pranzo e cena. In particolare la cosa fondamentale è mangiare solamente le cose che piacciono di più; lo stratagemma terapeutico consiste nel far passare l’idea che se ci concediamo psicologicamente il piacere di mangiare vi possiamo anche rinunciare, mentre invece se non ce lo concediamo diventa irrinunciabile.

La terapia breve strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira a fornire tecniche personalizzate che consentano al soggetto di trovare soluzioni funzionali, aiutandolo a ritrovare contemporaneamente anche un rinnovato equilibrio emotivo. Il lavoro terapeutico si svolge sia durante le sedute in studio che a casa propria, attraverso l’applicazione di compiti pratici.

Nei prossimi articoli svilupperemo meglio queste tecniche e strategie, nel frattempo continua a seguire il mio blog o per maggiori info contattami

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare

Essere genitore di un figlio ansioso non è semplice. Quali sono i comportamenti funzionali che ci aiutano a gestire l’eccessiva paura dei nostri figli rispetto alla scuola, agli amici o all’attività sportiva? La risposta non è semplice, i consigli che arrivano attraverso la televisione, i giornali, i media in generale, sono spesso contraddittori e buoni per ogni situazione, ma di solito la nostra è una situazione differente. 

Approfondiamo alcuni suggerimenti che i genitori possono iniziare a mettere in atto fin da subito, accorgimenti utili a migliorare la situazione e a gestire con più efficacia le paure dei propri figli. Impariamo a capire cos’è meglio fare e cosa evitare.

Primo: Non rassicurare

La rassicurazione non fa altro che alimentare la paura dei vostri figli; pur volendo aiutarli in ogni modo e farli sentire capiti e compresi, la rassicurazione funziona in ottica disfunzionale, ossia esattamente all’opposto. Più voi lo rassicurate e più vostro figlio in realtà continuerà a provare paura! E’ sicuramente fondamentale fargli sentire che lo capiamo e che stiamo tentando di sintonizzarci con lui, tuttavia rassicurandolo otteniamo l’effetto contrario di mantenere intatte le sue paure e le sue preoccupazioni. 

E’ fondamentale esserci e fargli sentire la vostra presenza, ma dichiarare “Non devi aver paura qua ci sono io” non funziona e rischia di peggiorare la situazione. Vostro figlio si chiederà come potrà fare quando sarà solo o comunque fuori dalle rassicuranti mura domestiche, con il gruppo dei suoi pari, gli amici, a scuola. Può accadere, infatti, che quando vostro figlio si trova a scuola e viene assalito dalla paura, arrivi addirittura a chiamare i genitori per farsi venire a prendere, e di solito il genitore accorre prontamente e si attiva con un comportamento affettivo di rassicurazione. 

Aiuta tuo figlio ad avere uno spazio per le preoccupazioni

Invece di rassicurare, vi consiglio di provare a ricavare uno spazio giornaliero di 15 o 30 minuti, durante il quale chiedere a vostro figlio quali possono essere le sue preoccupazioni per la giornata successiva. Se ad esempio c’è una verifica particolarmente temuta, invece di rassicurarlo provate a fare il contrario e a chiedergli di sviscerare tutti i possibili motivi che lo preoccupano: perché pensa che la verifica potrà andare male, quali possibili stati d’animo vivrà durante lo svolgimento del compito in classe. Quello che potrà accadere, quasi per magia, è che vostro figlio invece di vivere una sensazione negativa di malessere proverà una condizione di tranquillità totalmente nuova per lui. Più ci caliamo nelle nostre peggiori paure e più queste spariscono:la paura affrontata diventa coraggio.

Evita di evitare

Cercatedi fare in modo che vostro figlio impari ad “evitare di evitare”. Ogni “evitamento”- cioè ogni situazione nella quale si tenta di aggirare un ostacolo – può far aumentare la paura, generando una spirale di situazioni che porteranno il ragazzo a non trovare più una via d’uscita dall’ansia. Il primo caso “classico” di evitamento è quello dei banchi di scuola, dove spesso la sensazione di paura e di disagio si acuisce e spinge l’adolescente ad allontanarsi dalla classe e dalla scuola, per rifugiarsi nel tranquillo porto della propria casa. 

Aiutatelo ad “evitare di evitare” facendogli vivere piccole frustrazioni, facendogli sentire che ci siete ma che può farcela ancheda solo, facendogli intravvedere anche i lati positivi di quello che sta facendo e di come “non evitando”le cose possono funzionare anche meglio.

Tre tecniche efficaci, all’apparenza piuttosto semplici ma in realtà molto difficili da applicare perchè controintuitive e paradossali, tre tecniche che ogni genitore con figli ansiosi dovrebbe provare a mettere in atto, se necessario anche con l’aiuto di un terapeuta, nell’ottica di rigenerare lo stato disalute e di benessere del figlio.

Se credi che tuo figlio possa avere una problematica ansiosa che non riesce ad affrontare da solo e rispetto alla quale non riesci ad essere efficace, contattami per maggiori info.

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Tag: adolescenza, ansia, Attacchi di Panico, genitorialità

La Ketamina è un farmaco anestetico parente chimico della fenciclidina, meglio conosciuta come “polvere d’angelo”, segnalata dalla World Health Organization nella “lista dei farmaci essenziali” indispensabili per un ospedale. Come sembrerà chiaro la Ketamina è principalmente un farmaco, i suoi effetti si esplicano sul Sistema Nervoso Centrale (SNC) influenzando la percezione del dolore e stimolando particolari sensazioni.

Il suo impiego principale è come anestetico e proprio per queste sue spiccate caratteristiche fu ampiamente impiegato dagli americani nella guerra del Vietnam.  Recenti studi indicano che bassi dosaggi di Ketamina possono essere addirittura impiegati su pazienti affetti da depressione, per ottenere un miglioramento del tono dell’umore. Tuttavia esiste un’altra faccia della medaglia, legata alla problematicità derivante dall’uso “ricreativo”che viene fatto di tale farmaco.

Comprare droga è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la vita.

Jim Morrison

Ketamina: cos’è e quali effetti esercita.

La Ketamina, formula chimica 2-(2-clorofenil)-2-(metilammino) cicloesanone, è una sostanza liquida, molto simile all’acqua, che può essere ingerita o iniettata per via endovenosa. Per uso ricreativo può essere riscaldata fino ad ottenere per evaporazione una polvere biancastra da sniffare o da ingerire, se compressa in pastiglie.  A seconda del dosaggio si possono sperimentare diversi tipi di effetti. Si passa dalla leggera stimolazione, all’euforia simile a quella causata dal consumo di alcolici, sino a sperimentare uno stato completamente dissociativo molto intenso, che può portare a forti allucinazioni. Il suo uso prolungato può indurre dipendenza.

Come per altre sostanze allucinogene, l’utilizzo della ketamina può condurre ad una profonda esperienza interiore ed onirica, un vero e proprio “viaggio interiore”, una sorta di ingresso in un’altra realtà. Per questo motivo la ketamina viene anche definita sostanza enteogena, ossia sostanza psicoattiva in grado di esercitare un effetto psichedelico o allucinogeno tale da favorire esperienze mistiche e spirituali. Come è facile intuire, quando si vive una esperienza visionaria tale da procurare stati di allucinazione dissociativi tra mente e corpo, il rischio a livello psicologico diventa enorme.

Storia di un abuso

Raccontiamo l’esperienza di consumo di Ketamina di un paziente, Mario (nome di fantasia), che ancora oggi ricorda quei momenti con estrema preoccupazione. Mario era solito frequentare “rave party”, feste di musica autogestite ed illegali, spesso organizzate in aree industriali abbandonate o in spazi aperti come boschi, cave, foreste, con una durata variabile che può arrivare anche ad una settimana. 

Mario racconta che durante i “rave” consumava grandi quantità di sostanze psicotrope, ecstasy, anfetamine e cocaina. Nell’ultimo periodo aveva cominciato ad assumere anche Ketamina e tutto sommato l’esperienza non gli era dispiaciuta, anzi aveva contribuito ad aumentare le sensazioni interiori di viaggio spirituale nella musica. Poi una volta di colpo l’esperienza si è rivelata troppo intensa e da quel momento Mario ha realizzato che era necessario smettere. Era giorno, mattina presto, improvvisamenteMario ha cominciato a vederetutto nero, non c’era più nessuno intorno a lui. D’un tratto dal buio sono comparse delle striscioline verdi, come strani geroglifici; guardandoli meglio si è reso conto che erano gli stessi codici di Matrix, un famoso film di fantascienza di fine anni novanta.

Senza neanche rendersene conto si è sentito leggero e ha iniziato una strana danza, una serie di movimenti istintivi che non riusciva a smettere, in un contesto in cui aveva perso completamente la concezione del rapporto spazio-tempo. Visti dall’esterno, alcuni amici hanno descritto i movimenti di Mario come quelli tipici di un’arte marziale, al punto che al termine della sua esibizione Mario avrebbe dichiarato “sono un maestro di kung fu”. In realtà Mario aveva giocato a pallone da ragazzo e non aveva mai frequentato alcuna palestra di arti marziali. 

Questa esperienza “drogastica” lo aveva lasciato incerto e confuso, disorientato al punto tale di faticare a comprendere la sua reale identità. E’ da quel momento che Mario ha deciso di smettere e dopo alcuni mesi iniziare un percorso di psicoterapia.

Ketamina e dipendenza

La storia di Mario ci fa capire il rischio psicologico nel consumo di Ketamina e la forte dipendenza che può creare a livello mentale questa sostanza. Agendo sui principali centri cerebrali, la Ketamina crea una percezione distorta della realtà, il rischio è che tale distorsione possa permanere anche dopo l’assunzione. La ricerca di realtà alternative a quella nella quale il soggetto vive, rischia di determinare un evitamento della realtà e una difficoltà di gestione delle emozioni e della vita in generale, innescando uno stile di vita totalmente disfunzionale. 

Se senti di avere una problematica con la Ketamina o con altre sostanze d’abuso contattami per avere maggiori informazioni al 340.41.90.915 oppure scrivimi nel form contatti cliccando qui.

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Tag: Ketamina, storie di dipendenza, Terapia Breve Strategica

Essere genitori al giorno d’oggi nasconde numerose insidie, inutile negarlo. I genitori sono sempre più soggetti passivi di un bombardamento mediatico che fornisce informazioni spesso contrastanti e non sempre corrette. Queste informazioni possono facilmente portare il genitore fuori strada, non consentendogli di interpretare con chiarezza il proprio ruolo e di prendere le decisioni più opportune. Nell’articolo di oggi vorrei portare testimonianza dell’intervento di formazione rivolto alla genitorialità da me svolto venerdì della scorsa settimana presso la sede dell’IKEA di Padova, di fronte ad un folto pubblico di genitori.

Il ruolo del genitore

All’inizio dell’intervento ho posto le basi per una migliore comprensione del ruolo genitoriale, sottolineandone l’importanza di un ruolo attivo: attraverso cioè l’apprendimento di strumenti pratici e di competenze “organizzative” esso può diventare un vero e proprio punto di riferimento per i figli. La famiglia come ogni tipo di sistema organizzato necessita di regole, entrambi i genitori devono cercare di costruire un sistema di principi, di direttive, che possa essere il più possibile caratterizzato da una linea comune. Senza un’uniformità nell’organizzazione famigliare si corre il rischio di creare dei circoli viziosi disfunzionali, nell’ambito dei quali i figli approfittano di uno dei due genitori per poter ottenere quello che vogliono, in una prospettiva davvero poco educativa. 

Spesso le problematiche che si vengono a creare con i nostri figli possono essere ridotte oppure completamente risolte attivando due importanti tipologie di risposta:

  • adottando strategie e manovre specifiche per risolvere lo specifico problema;
  • bloccando i tentativi fallimentari che stiamo mettendo in atto, che in realtà non portano alcun beneficio alla soluzione del problema.

La comunicazione

Per risolvere i piccoli problemi che incontriamo con i nostri figli, una possibile soluzione funzionale può essere anche quella di considerare in maniera più accurata ogni scambio comunicativo. La comunicazione ha un ruolo fondamentale per aiutare il genitore ad essere efficace a livello relazionale e per costruire la sintonia affettivo-emotiva più adeguata con il proprio figlio. Chiaramente un genitore che assume una posizione più “morbida” e flessibile potrà attendersi esiti differenti rispetto ad un genitore che manifesta una modalità relazionale autoritaria. Ciò non significa che in alcune situazione non vi sia la necessità di essere maggiormente “direttivi” a fronte di alcune trasgressioni. La cosa fondamentale è quella di trovare una giusta sintonia, “danzando” fra diverse posizioni relazionali a seconda delle differenti situazioni che si vengono a creare nell’interazione con i figli.

I modelli famigliari

Avere consapevolezza di come funziona il proprio sistema famigliare ci può essere d’aiuto per disattivare quei tentativi di soluzione disfunzionali nei confronti dei nostri figli, o meglio per attivare quelli più opportuni a seconda delle situazioni. Attraverso le ricerche condotte dal prof. G. Nardone durante gli anni ‘90 è stato possibile individuare alcuni caratteristici modelli di famiglia, il cui funzionamento può influire negativamente sulla crescita ideale e funzionale dei propri figli. Di seguito i principali modelli di famiglia e genitorialità:

Modello iperprotettivo: i genitori fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per far sì che il proprio figlio possa star bene, anticipandone spesso i bisogni, risolvendo le difficoltà e sostituendosi a lui in tutto e per tutto; 

Modello democratico permissivo: il rapporto è completamente improntato suldialogo tra i componenti della famiglia, vi è una completa parità fra i suoi membri, i genitori svolgono un ruolo quasi di confidenti, di amici dei propri figli; 

Modello sacrificante: i genitori si sentono chiamati ad un ruolo di arrendevolezza e di rinuncia, a sacrificarsi per il benessere dei figli, pensando che poi ne verranno in qualche modo ricompensati in futuro;

Modello intermittente: i genitori mettono in attoun comportamento ambivalente, con rapidi cambiamenti delle posizioni relazionali, altalenando momenti di eccessiva comprensione a momenti di autorità, oscillando trauna relazione affettiva ed una anaffettiva e fredda;

Modello delegante: i genitori delegano il loro ruolo alla famiglia allargata, ad esempio ai nonni, generando una dinamica di competizione;abdicando alle proprie responsabilità essi inducono nei figli la sensazione di persone deboli e poco convincenti;

Modello autoritario: il tentativoda parte di un genitore (a volte di entrambi) di esercitare il proprio potere attraversouna ricerca costante di disciplina e di controllo delle decisioni.

Ognuno di questi modelli è caratterizzato da una serie peculiare di regole e di dinamiche comunicative: essere genitore al giorno d’oggi è sicuramente un ruolo molto complesso che secondo me può anche rivelarsi un momento affascinante (oserei dire quasi magico) di relazione affettiva.

La prospettiva che ho cercato di trasmettere è quella che il genitore ha un ruolo attivo nell’educazione e nella gestione del proprio figlio; è attraverso la scoperta delle soluzioni che si riesce a risolvere e a spiegare i problemi. 

Se quest’ultima affermazione ti sembra un paradosso, se hai qualche curiosità particolare riguardo alla tipologia di famiglia in cui pensi di riconoscerti o sei vuoi approfondire le tue conoscenze e capire come affrontare uno specifico problema, contattami al numero 340.41.90.915 oppure scrivi nel form contatti.

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Tag: adolescenza, famiglie, genitori, genitorialità, Terapia Breve Strategica

L’agorafobia è una monofobia molto comune che si può riscontrare in molteplici situazioni e che può risultare alquanto invalidante. Durante una prima seduta una paziente ha descritto l’agorafobia come la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione in cui si trovava, quasi come di morire. Si trovava con amici ad un concerto e per la prima volta ha sentito sopraggiungere il panico. Sul momento non si era resa bene conto di cosa stesse succedendo, ma da quella volta in poi ha realizzato in maniera cosciente che tutte le situazioni fuori di casa ed in pubblico potevano rivelarsi in qualche modo minacciose.

Agorafobia, cos’è.

Dal punto di vista etimologico la parola agorafobia si traduce in “paura della piazza” dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), una paura quindi di tutti gli spazi aperti. L’unico rifugio in situazioni gravi, diventa solamente la propria casa, che si trasforma in una sorta di “grotta” protettiva, nella quale trovare difesa contro le minacce provenienti da quell’esterno vissuto come minaccioso e pericoloso. 

Le situazioni che il soggetto tende ad evitare sono molte: in primo luogo il rischio di trovarsi in mezzo alle persone all’aperto: ad esempio in un corteo, allo stadio o semplicemente in piazza a chiacchierare con amici. In secondo luogo, non solo vengono avvertiti come minacciosi gli spazi aperti, ma molto spesso anche alcuni spazi “chiusi” come ad esempio l’interno di un bar, i mezzi pubblici (treno, autobus, metro) o un supermercato.

Tutte quelle situazioni nelle quali vi è un’interazione fuori dalle mura domestiche possono essere vissute come potenzialmente pericolose, la persona può sentirsi male fisicamente fino ad provare sensazioni di ansietà o di panico vero e proprio.

Agorafobia, alcune caratteristiche

Di regola il soggetto agorafobico tenta di evitare quelle situazioni pubbliche nelle quali potrebbe sentirsi male ed incapace di affrontare il proprio disagio. Tale soluzione (tecnicamente si parla di evitamento) porta mano a mano alla costruzione di una catena di paure sempre più diffuse e pervasive che rischiano di travolgere il soggetto, innescando un meccanismo irrefrenabile di tentate soluzioni quali appunto l’evitamento o la richiesta di aiuto. 

Nello specifico, l’agorafobico giunge a provare una sorta di paura del giudizio che le altre persone potrebbero avere nei suoi confronti; il giudizio degli altri, anche se non espresso palesemente, pesa ed influisce sul suo sistema percettivo-reattivo. Il solo pensiero di non riuscire a “controllare” le proprie sensazioni psicofisiche, e di conseguenza di non essere in grado di gestire la situazione di difficoltà in uno spazio aperto, induce nel soggetto la paura di essere giudicato. Di conseguenza la soluzione più facile ed immediata è quella di non recarsi in luoghi aperti, alla presenza di molte persone, innescando quel circolo vizioso di tentate soluzioni (evitamento e/o richiesta di aiuto) che alimentano la patologia agorafobica stessa.

Le sensazioni dell’agorafobia

La sensazione che vive la persona che soffre di agorafobia è quella di perdere il controllo della situazione che sta vivendo, la paura di potersi sentire male, di svenire, di vivere una sensazione drammatica, come se stesse impazzendo. Queste sensazioni sono accompagnate da reazioni fisiologiche di somatizzazione ansiosa, con sintomi quali tremori, tachicardia, sudori freddi, nodo in gola, paura di morire.

Spesso per combattere queste sensazioni l’agorafobico adotta la soluzione di ricorrere all’aiuto di una persona di fiducia: un famigliare, un amico, il proprio compagno o la propria compagna, tuttavia anche in questo caso, come nel caso dell’evitamento, la soluzione non è per nulla funzionale. Il rischio è che possano passare due messaggi contraddittori: uno che la persona che ci aiuta ci vuole bene e ci sta aiutando, l’altro invece che da soli non possiamo farcela e avremo sempre bisogno di un aiuto. In realtà l’aiuto di qualcuno per affrontare la fobia degli spazi aperti non è risolutivo, può forse essere di supporto nel momento del bisogno, ma mantiene inalterata la problematica e rischia addirittura di alimentarla e di renderla ulteriormente pervasiva.

Se vuoi saperne di più sull’agorafobia e su tutte le altre patologie relative all’ansia puoi sfogliare il mio blog o il mio sito.

Se senti di avere una problematica di ansia e/o di agorafobia contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

“Dottore sono un cocainomane” così si è presentato la prima volta Francesco (nome di fantasia). Ha iniziato il consumo di cocaina quando aveva trent’anni, per caso, nello spogliatoio del basket. Alcuni compagni erano soliti farsi qualche riga prima e dopo gli allenamenti. Alla classica pizza post allenamento, oltre ai fiumi di alcol, anche Francesco aveva iniziato a tirare alcuni grammi in compagnia. Rientrava tardi e non riusciva a dormire, ma al mattino non avvertiva postumi negativi e andava al lavoro senza complicazioni.

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In una prima fase di consumo la cocaina non si era dimostrata particolarmente “invasiva”, era quasi un passatempo, un momento per “stare fuori”, per spezzare la routine, lo aiutava a non pensare e sentirsi più tranquillo. Tuttavia ad un certo momento il problema si è manifestato ed è andato peggiorando con il passare del tempo.

La dipendenza da cocaina

Il consumo ha iniziato a prendere una piega eccessiva quando dopo il lavoro Francesco, prima di rientrare a casa, preferiva passare da uno spacciatore amico di un suo compagno di squadra. “Compravo un paio di grammi, me li facevo in un paio di sere, a casa dopo cena, la mia compagna non si accorgeva di niente, passavo la nottata in taverna, guardando film o davanti al computer”. Era iniziato un periodo in cui la sola idea del consumo lo tranquillizzava, le sere in cui consumava, erano come una valvola di sfogo, gli permettevano di non pensare a nulla e distaccare dalla monotonia quotidiana.

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Nel giro di sei mesi, a fine stagione cestistica, Francesco era diventato completamente dipendente, il consumo si era fatto regolare, ogni giorno, tutte le sere, e la compagna aveva cominciato a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto.

La rottura

Dopo ulteriori sei mesi ed un consumo giornaliero F. è sempre più in difficoltà, anche sul lavoro, tanto da rischiare quasi di perdere il posto. Capisce che da solo non può farcela, decide finalmente, ma non senza difficoltà, di uscire allo scoperto e di farsi aiutare. In situazioni come questa la difficoltà principale è quella di essere trasparenti e sinceri.F. per prima cosa si apre con la compagna ma i famigliari spesso faticano a comprendere le difficoltà di chi consuma sostanza, e anche in questo caso la fidanzata ne esce distrutta. Decidono allora di chiedere aiuto ad uno specialista per affrontare nella maniera giustala situazione e trovare una via d’uscita.

La psicoterapia

In una situazione come quella di Francesco il lavoro terapeutico è stato impostato sin dal primo momento sulla ricerca di una trasparenza totale nei confronti della compagna e del terapeuta. Inoltre è stato di fondamentale importanza lavorare sulla sua motivazione, stimolando la ricerca di una reazione“interna” forte: una ragione che lo possa convincere a non consumare più, una sorta di bussola, che deve sempre presa in mano nei momenti in cui il desiderio di sostanza tenta di prendere il sopravvento e di compromettere la salute psicofisica.

 

Nel caso specifico di Francesco la motivazione è stata quella di voler ritrovare se stesso, la propria lucidità, la forza diaffrontare la realtà a testa alta e di assumersi la responsabilità di essere un compagno a tutti gli effetti, tornando ad essere la persona partecipativa e presente di prima.

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Questo è stato il primo non facile “mattoncino di base” che ha permesso di costruire un percorso di successo, durante il quale F. è riuscito a mantenersi astinente e a credere nell’astinenza da cocaina. Le fasi successive del lavoro di terapia hanno dato i frutti sperati: Francesco ha ritrovato infine la propria lucidità e la propria serenità, lontano dagli stimoli artificiali e passeggeri regalati dal consumo di sostanza.

Se senti di avere un problema con la cocaina e vuoi maggiori informazioni scrivimi in privato all’indirizzo studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 340.41.90.915. Oppure contattami attraverso il form contatti del sito cliccando qua.

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Tag: cocaina, cocainomane, dipendenza da cocaina, Terapia Breve Strategica

La psicoterapia breve strategica è un approccio che è stato formulato da Paul Watzlawick, per poi evolversi con il Prof. Giorgio Nardone, che nel corso degli ultimi venticinque anni ha elaborato e formulato numerosi protocolli d’intervento, per le diverse patologie psicologiche e comportamentali. L’articolo di oggi mira ad entrare più in contatto con la terapia breve strategica, e con le sue modalità d’intervento. Capita talvolta che un paziente, per semplice curiosità o per capire meglio l’importanza della terapia che sta affrontando, chieda al terapeuta:

“Dottore ma in parole semplici, in cosa consiste essenzialmente la Psicoterapia Breve Strategica?”

La risposta si può riassumere in poche avare parole: “Si tratta di un approccio di tipo strategico che attraverso la comprensione di “come” funziona il suo problema, consente di mettere a punto una soluzione rapida e definitiva. L’attenzione si concentra fondamentalmente sul come funziona il problema e non sul ”perché” esiste il problema”.

La psicoterapia breve strategica come funziona.

In genere questa risposta soddisfa la curiosità del paziente, tuttavia il costrutto scientifico della Terapia Breve Strategica (TBS) è ben più complesso ed articolato. Proviamo a fornire una risposta più tecnica. La TBS è una teoria epistemologica di matrice costruttivista, che basa la propria logica sugli obiettivi da raggiungere, e proprio per questo viene definita “strategica”. In altre parole ogni tattica, manovra e sequenza terapeutica viene definita in funzione del problema in analisi, in modo da mettere a punto la giusta soluzione per lo specifico problema. Questo è appunto l’approccio strategico.

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Rispetto alle forme classiche di terapia, la TBS presenta la particolarità di adattarsi al paziente e non viceversa, garantendo quella flessibilità necessaria ad orientare positivamente il rapporto fra il paziente e il suo terapeuta. I protocolli di trattamento vengono di volta in volta adattati in funzione delle caratteristiche del paziente. La struttura dell’intervento nelle sue diverse fasi rimane sempre la stessa, quello che cambia sono la comunicazione e l’interazione fra terapeuta e paziente.

Il terapeuta

Il trasferimento dell’approccio dal “perché” al “come” funziona, l’intervento si focalizza non sulla ricerca lunga e infruttuosa sulle sue origini (le “cause”), quanto invece sulle modalità di percezione da parte del soggetto. Si evince immediatamente l’importanza del dialogo terapeuta-paziente quando si pensa che l’acquisizione delle informazioni – e quindi la definizione del problema – avviene attraverso la descrizione che ne viene fatta dal paziente o dai suoi parenti. Il dialogo terapeutico è indispensabile alla comprensione e alla condivisione con il paziente di quello che è realmente il problema da risolvere, per poter raggiungere il cambiamento sperato.

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Da qui si comprende l’importanza della figura del terapeuta, che deve ad un tempo possedere doti di grande comunicabilità e di profonda conoscenza della materia, oltre ad una riconosciuta etica professionale. Le manovre terapeutiche nella loro apparente semplicità sono in realtà il punto di arrivo di lunghi studi e di faticoso affinamento continuo.

Epsitemologia della psicoterapia breve strategica

I fondamenti epistemologici della Psicoterapia Breve Strategica si fondano sul sistema percettivo-reattivo, ossia sulle nostre modalità di percezione della realtà e sulle conseguenti modalità di reazione comportamentale. Ogni cambiamento comportamentale, per avere successo duraturo nel tempo, deve essere preceduto da un cambiamento delle modalità percettive. Questo è uno dei fondamenti essenziali che distingue la TBS dalle terapie classiche: l’intervento terapeutico dovrà essere in grado di modificare anche quegli aspetti emozionali che sono alla base dei comportamenti sotto esame, ristrutturandoli sulla base delle esperienze emozionali nuove vissute dallo stesso paziente durante il percorso terapeutico.

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Tag: Terapia Breve Strategica

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Come smettere di drogarsi da soli

8 Maggio 2019

La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso sia in età adolescenziale che in età adulta. Spesso ne sono colpite le giovani adolescenti che trovano nel cibo una via di fuga dalle dinamiche emotive quotidiane; tuttavia anche in età adulta, sia nel genere femminile che in quello maschile, si riscontrano situazioni in cui il cibo viene utilizzato come “strumento” per sentirsi meglio. In realtà il soggetto bulimico non prova realmente fame, ma vive la sensazione psicologica di un desiderio incontrollabile di cibo.

La bulimia: cos’è?

Con il termine bulimia si indica un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal desiderio incontrollabile di cibo, una tendenza sfrenata ad abbuffarsi, ad ingurgitare compulsivamente qualsiasi alimento. La bulimia conduce fatalmente ad una totale perdita di controllo nei confronti del cibo stesso e di conseguenza alla sensazione di non essere in grado di gestire la propria condotta.

Il soggetto bulimico cerca di controllare il desiderio evitando di mangiare, ma quello che ottiene è l’esatto contrario, ossia più si sforza di non mangiare e più si lascia andare a momenti di vere e proprie abbuffate, concedendosi il cibo senza ritegno. Il bisogno di cibo viene vissuto come un modo di reagire alle difficoltà e alle insicurezze della quotidianità.

I sintomi della bulimia

Tra i principali sintomi della bulimia possiamo annoverare come già sottolineato le ricorrenti abbuffate, episodi che consistono nell’ingurgitare grandi quantità di cibo in tempi relativamente brevi. 

Come nel caso dell’anoressia – ma sotto la spinta di motivazioni psicologiche diverse – sovente tali situazioni sono seguite da comportamenti di compensazione per espellere l’eccesso di alimenti, come ad esempio l’uso di lassativi o la pratica del vomito autoindotto. Altri comportamenti di compensazione sono rappresentati dall’uso di diuretici o addirittura di enteroclismi; in molti casi il soggetto bulimico ricorre anche al digiuno temporaneo o ad un intenso esercizio fisico. 

Molto spesso coloro che circondano il soggetto in difficoltà cercano di spingerlo a mangiare meno, facendogli notare che sta mangiando eccessivamente ed in maniera smodata. Questa modalità di sottolineare le difficoltà (e la possibile patologia) invece che migliorare la situazione la peggiora, inducendo ancora di più nel soggetto uno strato di frustrazione e di rabbia che lo spingerà ad usare il cibo in maniera disfunzionale.

La Terapia Breve Strategica e le possibili soluzioni

Il concetto chiave sul quale impostare una terapia psicologica rispetto alla problematica bulimica è la messa a punto di soluzioni che modifichino le modalità di percezione del soggetto riguardo al cibo e alle dinamiche emotive che si trova ad affrontare ogni giorno. 

Una strategia molto efficace in questi casi è rappresentata dalla scrittura. Riuscire a mettere su carta tutte le dinamiche emotive che ci tormentano permette di “far emergere” gli aspetti emotivi e ci aiuta a ritrovare una maggiore chiarezza interiore. Si tratta comunque di un esercizio difficile al quale non siamo più abituati, perché ormai i messaggini di testo e le chat più o meno lunghe hanno sostituito la scrittura vera e propria. Naturalmente la scrittura dovrà essere accompagnata da una terapia psicologica condotta sotto la guida di uno psicologo esperto, che consenta di mettere in pratica anche quegli accorgimenti terapeutici specifici studiati ad hoc per il soggetto.

Un’altra strategia funzionale consiste nel cercare di riappropriarsi del piacere del cibo mangiando solo durante i tre pasti principali: colazione pranzo e cena. In particolare la cosa fondamentale è mangiare solamente le cose che piacciono di più; lo stratagemma terapeutico consiste nel far passare l’idea che se ci concediamo psicologicamente il piacere di mangiare vi possiamo anche rinunciare, mentre invece se non ce lo concediamo diventa irrinunciabile.

La terapia breve strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira a fornire tecniche personalizzate che consentano al soggetto di trovare soluzioni funzionali, aiutandolo a ritrovare contemporaneamente anche un rinnovato equilibrio emotivo. Il lavoro terapeutico si svolge sia durante le sedute in studio che a casa propria, attraverso l’applicazione di compiti pratici.

Nei prossimi articoli svilupperemo meglio queste tecniche e strategie, nel frattempo continua a seguire il mio blog o per maggiori info contattami

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare

Essere genitore di un figlio ansioso non è semplice. Quali sono i comportamenti funzionali che ci aiutano a gestire l’eccessiva paura dei nostri figli rispetto alla scuola, agli amici o all’attività sportiva? La risposta non è semplice, i consigli che arrivano attraverso la televisione, i giornali, i media in generale, sono spesso contraddittori e buoni per ogni situazione, ma di solito la nostra è una situazione differente. 

Approfondiamo alcuni suggerimenti che i genitori possono iniziare a mettere in atto fin da subito, accorgimenti utili a migliorare la situazione e a gestire con più efficacia le paure dei propri figli. Impariamo a capire cos’è meglio fare e cosa evitare.

Primo: Non rassicurare

La rassicurazione non fa altro che alimentare la paura dei vostri figli; pur volendo aiutarli in ogni modo e farli sentire capiti e compresi, la rassicurazione funziona in ottica disfunzionale, ossia esattamente all’opposto. Più voi lo rassicurate e più vostro figlio in realtà continuerà a provare paura! E’ sicuramente fondamentale fargli sentire che lo capiamo e che stiamo tentando di sintonizzarci con lui, tuttavia rassicurandolo otteniamo l’effetto contrario di mantenere intatte le sue paure e le sue preoccupazioni. 

E’ fondamentale esserci e fargli sentire la vostra presenza, ma dichiarare “Non devi aver paura qua ci sono io” non funziona e rischia di peggiorare la situazione. Vostro figlio si chiederà come potrà fare quando sarà solo o comunque fuori dalle rassicuranti mura domestiche, con il gruppo dei suoi pari, gli amici, a scuola. Può accadere, infatti, che quando vostro figlio si trova a scuola e viene assalito dalla paura, arrivi addirittura a chiamare i genitori per farsi venire a prendere, e di solito il genitore accorre prontamente e si attiva con un comportamento affettivo di rassicurazione. 

Aiuta tuo figlio ad avere uno spazio per le preoccupazioni

Invece di rassicurare, vi consiglio di provare a ricavare uno spazio giornaliero di 15 o 30 minuti, durante il quale chiedere a vostro figlio quali possono essere le sue preoccupazioni per la giornata successiva. Se ad esempio c’è una verifica particolarmente temuta, invece di rassicurarlo provate a fare il contrario e a chiedergli di sviscerare tutti i possibili motivi che lo preoccupano: perché pensa che la verifica potrà andare male, quali possibili stati d’animo vivrà durante lo svolgimento del compito in classe. Quello che potrà accadere, quasi per magia, è che vostro figlio invece di vivere una sensazione negativa di malessere proverà una condizione di tranquillità totalmente nuova per lui. Più ci caliamo nelle nostre peggiori paure e più queste spariscono:la paura affrontata diventa coraggio.

Evita di evitare

Cercatedi fare in modo che vostro figlio impari ad “evitare di evitare”. Ogni “evitamento”- cioè ogni situazione nella quale si tenta di aggirare un ostacolo – può far aumentare la paura, generando una spirale di situazioni che porteranno il ragazzo a non trovare più una via d’uscita dall’ansia. Il primo caso “classico” di evitamento è quello dei banchi di scuola, dove spesso la sensazione di paura e di disagio si acuisce e spinge l’adolescente ad allontanarsi dalla classe e dalla scuola, per rifugiarsi nel tranquillo porto della propria casa. 

Aiutatelo ad “evitare di evitare” facendogli vivere piccole frustrazioni, facendogli sentire che ci siete ma che può farcela ancheda solo, facendogli intravvedere anche i lati positivi di quello che sta facendo e di come “non evitando”le cose possono funzionare anche meglio.

Tre tecniche efficaci, all’apparenza piuttosto semplici ma in realtà molto difficili da applicare perchè controintuitive e paradossali, tre tecniche che ogni genitore con figli ansiosi dovrebbe provare a mettere in atto, se necessario anche con l’aiuto di un terapeuta, nell’ottica di rigenerare lo stato disalute e di benessere del figlio.

Se credi che tuo figlio possa avere una problematica ansiosa che non riesce ad affrontare da solo e rispetto alla quale non riesci ad essere efficace, contattami per maggiori info.

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Tag: adolescenza, ansia, Attacchi di Panico, genitorialità

La Ketamina è un farmaco anestetico parente chimico della fenciclidina, meglio conosciuta come “polvere d’angelo”, segnalata dalla World Health Organization nella “lista dei farmaci essenziali” indispensabili per un ospedale. Come sembrerà chiaro la Ketamina è principalmente un farmaco, i suoi effetti si esplicano sul Sistema Nervoso Centrale (SNC) influenzando la percezione del dolore e stimolando particolari sensazioni.

Il suo impiego principale è come anestetico e proprio per queste sue spiccate caratteristiche fu ampiamente impiegato dagli americani nella guerra del Vietnam.  Recenti studi indicano che bassi dosaggi di Ketamina possono essere addirittura impiegati su pazienti affetti da depressione, per ottenere un miglioramento del tono dell’umore. Tuttavia esiste un’altra faccia della medaglia, legata alla problematicità derivante dall’uso “ricreativo”che viene fatto di tale farmaco.

Comprare droga è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la vita.

Jim Morrison

Ketamina: cos’è e quali effetti esercita.

La Ketamina, formula chimica 2-(2-clorofenil)-2-(metilammino) cicloesanone, è una sostanza liquida, molto simile all’acqua, che può essere ingerita o iniettata per via endovenosa. Per uso ricreativo può essere riscaldata fino ad ottenere per evaporazione una polvere biancastra da sniffare o da ingerire, se compressa in pastiglie.  A seconda del dosaggio si possono sperimentare diversi tipi di effetti. Si passa dalla leggera stimolazione, all’euforia simile a quella causata dal consumo di alcolici, sino a sperimentare uno stato completamente dissociativo molto intenso, che può portare a forti allucinazioni. Il suo uso prolungato può indurre dipendenza.

Come per altre sostanze allucinogene, l’utilizzo della ketamina può condurre ad una profonda esperienza interiore ed onirica, un vero e proprio “viaggio interiore”, una sorta di ingresso in un’altra realtà. Per questo motivo la ketamina viene anche definita sostanza enteogena, ossia sostanza psicoattiva in grado di esercitare un effetto psichedelico o allucinogeno tale da favorire esperienze mistiche e spirituali. Come è facile intuire, quando si vive una esperienza visionaria tale da procurare stati di allucinazione dissociativi tra mente e corpo, il rischio a livello psicologico diventa enorme.

Storia di un abuso

Raccontiamo l’esperienza di consumo di Ketamina di un paziente, Mario (nome di fantasia), che ancora oggi ricorda quei momenti con estrema preoccupazione. Mario era solito frequentare “rave party”, feste di musica autogestite ed illegali, spesso organizzate in aree industriali abbandonate o in spazi aperti come boschi, cave, foreste, con una durata variabile che può arrivare anche ad una settimana. 

Mario racconta che durante i “rave” consumava grandi quantità di sostanze psicotrope, ecstasy, anfetamine e cocaina. Nell’ultimo periodo aveva cominciato ad assumere anche Ketamina e tutto sommato l’esperienza non gli era dispiaciuta, anzi aveva contribuito ad aumentare le sensazioni interiori di viaggio spirituale nella musica. Poi una volta di colpo l’esperienza si è rivelata troppo intensa e da quel momento Mario ha realizzato che era necessario smettere. Era giorno, mattina presto, improvvisamenteMario ha cominciato a vederetutto nero, non c’era più nessuno intorno a lui. D’un tratto dal buio sono comparse delle striscioline verdi, come strani geroglifici; guardandoli meglio si è reso conto che erano gli stessi codici di Matrix, un famoso film di fantascienza di fine anni novanta.

Senza neanche rendersene conto si è sentito leggero e ha iniziato una strana danza, una serie di movimenti istintivi che non riusciva a smettere, in un contesto in cui aveva perso completamente la concezione del rapporto spazio-tempo. Visti dall’esterno, alcuni amici hanno descritto i movimenti di Mario come quelli tipici di un’arte marziale, al punto che al termine della sua esibizione Mario avrebbe dichiarato “sono un maestro di kung fu”. In realtà Mario aveva giocato a pallone da ragazzo e non aveva mai frequentato alcuna palestra di arti marziali. 

Questa esperienza “drogastica” lo aveva lasciato incerto e confuso, disorientato al punto tale di faticare a comprendere la sua reale identità. E’ da quel momento che Mario ha deciso di smettere e dopo alcuni mesi iniziare un percorso di psicoterapia.

Ketamina e dipendenza

La storia di Mario ci fa capire il rischio psicologico nel consumo di Ketamina e la forte dipendenza che può creare a livello mentale questa sostanza. Agendo sui principali centri cerebrali, la Ketamina crea una percezione distorta della realtà, il rischio è che tale distorsione possa permanere anche dopo l’assunzione. La ricerca di realtà alternative a quella nella quale il soggetto vive, rischia di determinare un evitamento della realtà e una difficoltà di gestione delle emozioni e della vita in generale, innescando uno stile di vita totalmente disfunzionale. 

Se senti di avere una problematica con la Ketamina o con altre sostanze d’abuso contattami per avere maggiori informazioni al 340.41.90.915 oppure scrivimi nel form contatti cliccando qui.

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Tag: Ketamina, storie di dipendenza, Terapia Breve Strategica

Essere genitori al giorno d’oggi nasconde numerose insidie, inutile negarlo. I genitori sono sempre più soggetti passivi di un bombardamento mediatico che fornisce informazioni spesso contrastanti e non sempre corrette. Queste informazioni possono facilmente portare il genitore fuori strada, non consentendogli di interpretare con chiarezza il proprio ruolo e di prendere le decisioni più opportune. Nell’articolo di oggi vorrei portare testimonianza dell’intervento di formazione rivolto alla genitorialità da me svolto venerdì della scorsa settimana presso la sede dell’IKEA di Padova, di fronte ad un folto pubblico di genitori.

Il ruolo del genitore

All’inizio dell’intervento ho posto le basi per una migliore comprensione del ruolo genitoriale, sottolineandone l’importanza di un ruolo attivo: attraverso cioè l’apprendimento di strumenti pratici e di competenze “organizzative” esso può diventare un vero e proprio punto di riferimento per i figli. La famiglia come ogni tipo di sistema organizzato necessita di regole, entrambi i genitori devono cercare di costruire un sistema di principi, di direttive, che possa essere il più possibile caratterizzato da una linea comune. Senza un’uniformità nell’organizzazione famigliare si corre il rischio di creare dei circoli viziosi disfunzionali, nell’ambito dei quali i figli approfittano di uno dei due genitori per poter ottenere quello che vogliono, in una prospettiva davvero poco educativa. 

Spesso le problematiche che si vengono a creare con i nostri figli possono essere ridotte oppure completamente risolte attivando due importanti tipologie di risposta:

  • adottando strategie e manovre specifiche per risolvere lo specifico problema;
  • bloccando i tentativi fallimentari che stiamo mettendo in atto, che in realtà non portano alcun beneficio alla soluzione del problema.

La comunicazione

Per risolvere i piccoli problemi che incontriamo con i nostri figli, una possibile soluzione funzionale può essere anche quella di considerare in maniera più accurata ogni scambio comunicativo. La comunicazione ha un ruolo fondamentale per aiutare il genitore ad essere efficace a livello relazionale e per costruire la sintonia affettivo-emotiva più adeguata con il proprio figlio. Chiaramente un genitore che assume una posizione più “morbida” e flessibile potrà attendersi esiti differenti rispetto ad un genitore che manifesta una modalità relazionale autoritaria. Ciò non significa che in alcune situazione non vi sia la necessità di essere maggiormente “direttivi” a fronte di alcune trasgressioni. La cosa fondamentale è quella di trovare una giusta sintonia, “danzando” fra diverse posizioni relazionali a seconda delle differenti situazioni che si vengono a creare nell’interazione con i figli.

I modelli famigliari

Avere consapevolezza di come funziona il proprio sistema famigliare ci può essere d’aiuto per disattivare quei tentativi di soluzione disfunzionali nei confronti dei nostri figli, o meglio per attivare quelli più opportuni a seconda delle situazioni. Attraverso le ricerche condotte dal prof. G. Nardone durante gli anni ‘90 è stato possibile individuare alcuni caratteristici modelli di famiglia, il cui funzionamento può influire negativamente sulla crescita ideale e funzionale dei propri figli. Di seguito i principali modelli di famiglia e genitorialità:

Modello iperprotettivo: i genitori fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per far sì che il proprio figlio possa star bene, anticipandone spesso i bisogni, risolvendo le difficoltà e sostituendosi a lui in tutto e per tutto; 

Modello democratico permissivo: il rapporto è completamente improntato suldialogo tra i componenti della famiglia, vi è una completa parità fra i suoi membri, i genitori svolgono un ruolo quasi di confidenti, di amici dei propri figli; 

Modello sacrificante: i genitori si sentono chiamati ad un ruolo di arrendevolezza e di rinuncia, a sacrificarsi per il benessere dei figli, pensando che poi ne verranno in qualche modo ricompensati in futuro;

Modello intermittente: i genitori mettono in attoun comportamento ambivalente, con rapidi cambiamenti delle posizioni relazionali, altalenando momenti di eccessiva comprensione a momenti di autorità, oscillando trauna relazione affettiva ed una anaffettiva e fredda;

Modello delegante: i genitori delegano il loro ruolo alla famiglia allargata, ad esempio ai nonni, generando una dinamica di competizione;abdicando alle proprie responsabilità essi inducono nei figli la sensazione di persone deboli e poco convincenti;

Modello autoritario: il tentativoda parte di un genitore (a volte di entrambi) di esercitare il proprio potere attraversouna ricerca costante di disciplina e di controllo delle decisioni.

Ognuno di questi modelli è caratterizzato da una serie peculiare di regole e di dinamiche comunicative: essere genitore al giorno d’oggi è sicuramente un ruolo molto complesso che secondo me può anche rivelarsi un momento affascinante (oserei dire quasi magico) di relazione affettiva.

La prospettiva che ho cercato di trasmettere è quella che il genitore ha un ruolo attivo nell’educazione e nella gestione del proprio figlio; è attraverso la scoperta delle soluzioni che si riesce a risolvere e a spiegare i problemi. 

Se quest’ultima affermazione ti sembra un paradosso, se hai qualche curiosità particolare riguardo alla tipologia di famiglia in cui pensi di riconoscerti o sei vuoi approfondire le tue conoscenze e capire come affrontare uno specifico problema, contattami al numero 340.41.90.915 oppure scrivi nel form contatti.

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Tag: adolescenza, famiglie, genitori, genitorialità, Terapia Breve Strategica

L’agorafobia è una monofobia molto comune che si può riscontrare in molteplici situazioni e che può risultare alquanto invalidante. Durante una prima seduta una paziente ha descritto l’agorafobia come la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione in cui si trovava, quasi come di morire. Si trovava con amici ad un concerto e per la prima volta ha sentito sopraggiungere il panico. Sul momento non si era resa bene conto di cosa stesse succedendo, ma da quella volta in poi ha realizzato in maniera cosciente che tutte le situazioni fuori di casa ed in pubblico potevano rivelarsi in qualche modo minacciose.

Agorafobia, cos’è.

Dal punto di vista etimologico la parola agorafobia si traduce in “paura della piazza” dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), una paura quindi di tutti gli spazi aperti. L’unico rifugio in situazioni gravi, diventa solamente la propria casa, che si trasforma in una sorta di “grotta” protettiva, nella quale trovare difesa contro le minacce provenienti da quell’esterno vissuto come minaccioso e pericoloso. 

Le situazioni che il soggetto tende ad evitare sono molte: in primo luogo il rischio di trovarsi in mezzo alle persone all’aperto: ad esempio in un corteo, allo stadio o semplicemente in piazza a chiacchierare con amici. In secondo luogo, non solo vengono avvertiti come minacciosi gli spazi aperti, ma molto spesso anche alcuni spazi “chiusi” come ad esempio l’interno di un bar, i mezzi pubblici (treno, autobus, metro) o un supermercato.

Tutte quelle situazioni nelle quali vi è un’interazione fuori dalle mura domestiche possono essere vissute come potenzialmente pericolose, la persona può sentirsi male fisicamente fino ad provare sensazioni di ansietà o di panico vero e proprio.

Agorafobia, alcune caratteristiche

Di regola il soggetto agorafobico tenta di evitare quelle situazioni pubbliche nelle quali potrebbe sentirsi male ed incapace di affrontare il proprio disagio. Tale soluzione (tecnicamente si parla di evitamento) porta mano a mano alla costruzione di una catena di paure sempre più diffuse e pervasive che rischiano di travolgere il soggetto, innescando un meccanismo irrefrenabile di tentate soluzioni quali appunto l’evitamento o la richiesta di aiuto. 

Nello specifico, l’agorafobico giunge a provare una sorta di paura del giudizio che le altre persone potrebbero avere nei suoi confronti; il giudizio degli altri, anche se non espresso palesemente, pesa ed influisce sul suo sistema percettivo-reattivo. Il solo pensiero di non riuscire a “controllare” le proprie sensazioni psicofisiche, e di conseguenza di non essere in grado di gestire la situazione di difficoltà in uno spazio aperto, induce nel soggetto la paura di essere giudicato. Di conseguenza la soluzione più facile ed immediata è quella di non recarsi in luoghi aperti, alla presenza di molte persone, innescando quel circolo vizioso di tentate soluzioni (evitamento e/o richiesta di aiuto) che alimentano la patologia agorafobica stessa.

Le sensazioni dell’agorafobia

La sensazione che vive la persona che soffre di agorafobia è quella di perdere il controllo della situazione che sta vivendo, la paura di potersi sentire male, di svenire, di vivere una sensazione drammatica, come se stesse impazzendo. Queste sensazioni sono accompagnate da reazioni fisiologiche di somatizzazione ansiosa, con sintomi quali tremori, tachicardia, sudori freddi, nodo in gola, paura di morire.

Spesso per combattere queste sensazioni l’agorafobico adotta la soluzione di ricorrere all’aiuto di una persona di fiducia: un famigliare, un amico, il proprio compagno o la propria compagna, tuttavia anche in questo caso, come nel caso dell’evitamento, la soluzione non è per nulla funzionale. Il rischio è che possano passare due messaggi contraddittori: uno che la persona che ci aiuta ci vuole bene e ci sta aiutando, l’altro invece che da soli non possiamo farcela e avremo sempre bisogno di un aiuto. In realtà l’aiuto di qualcuno per affrontare la fobia degli spazi aperti non è risolutivo, può forse essere di supporto nel momento del bisogno, ma mantiene inalterata la problematica e rischia addirittura di alimentarla e di renderla ulteriormente pervasiva.

Se vuoi saperne di più sull’agorafobia e su tutte le altre patologie relative all’ansia puoi sfogliare il mio blog o il mio sito.

Se senti di avere una problematica di ansia e/o di agorafobia contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

“Dottore sono un cocainomane” così si è presentato la prima volta Francesco (nome di fantasia). Ha iniziato il consumo di cocaina quando aveva trent’anni, per caso, nello spogliatoio del basket. Alcuni compagni erano soliti farsi qualche riga prima e dopo gli allenamenti. Alla classica pizza post allenamento, oltre ai fiumi di alcol, anche Francesco aveva iniziato a tirare alcuni grammi in compagnia. Rientrava tardi e non riusciva a dormire, ma al mattino non avvertiva postumi negativi e andava al lavoro senza complicazioni.

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In una prima fase di consumo la cocaina non si era dimostrata particolarmente “invasiva”, era quasi un passatempo, un momento per “stare fuori”, per spezzare la routine, lo aiutava a non pensare e sentirsi più tranquillo. Tuttavia ad un certo momento il problema si è manifestato ed è andato peggiorando con il passare del tempo.

La dipendenza da cocaina

Il consumo ha iniziato a prendere una piega eccessiva quando dopo il lavoro Francesco, prima di rientrare a casa, preferiva passare da uno spacciatore amico di un suo compagno di squadra. “Compravo un paio di grammi, me li facevo in un paio di sere, a casa dopo cena, la mia compagna non si accorgeva di niente, passavo la nottata in taverna, guardando film o davanti al computer”. Era iniziato un periodo in cui la sola idea del consumo lo tranquillizzava, le sere in cui consumava, erano come una valvola di sfogo, gli permettevano di non pensare a nulla e distaccare dalla monotonia quotidiana.

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Nel giro di sei mesi, a fine stagione cestistica, Francesco era diventato completamente dipendente, il consumo si era fatto regolare, ogni giorno, tutte le sere, e la compagna aveva cominciato a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto.

La rottura

Dopo ulteriori sei mesi ed un consumo giornaliero F. è sempre più in difficoltà, anche sul lavoro, tanto da rischiare quasi di perdere il posto. Capisce che da solo non può farcela, decide finalmente, ma non senza difficoltà, di uscire allo scoperto e di farsi aiutare. In situazioni come questa la difficoltà principale è quella di essere trasparenti e sinceri.F. per prima cosa si apre con la compagna ma i famigliari spesso faticano a comprendere le difficoltà di chi consuma sostanza, e anche in questo caso la fidanzata ne esce distrutta. Decidono allora di chiedere aiuto ad uno specialista per affrontare nella maniera giustala situazione e trovare una via d’uscita.

La psicoterapia

In una situazione come quella di Francesco il lavoro terapeutico è stato impostato sin dal primo momento sulla ricerca di una trasparenza totale nei confronti della compagna e del terapeuta. Inoltre è stato di fondamentale importanza lavorare sulla sua motivazione, stimolando la ricerca di una reazione“interna” forte: una ragione che lo possa convincere a non consumare più, una sorta di bussola, che deve sempre presa in mano nei momenti in cui il desiderio di sostanza tenta di prendere il sopravvento e di compromettere la salute psicofisica.

 

Nel caso specifico di Francesco la motivazione è stata quella di voler ritrovare se stesso, la propria lucidità, la forza diaffrontare la realtà a testa alta e di assumersi la responsabilità di essere un compagno a tutti gli effetti, tornando ad essere la persona partecipativa e presente di prima.

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Questo è stato il primo non facile “mattoncino di base” che ha permesso di costruire un percorso di successo, durante il quale F. è riuscito a mantenersi astinente e a credere nell’astinenza da cocaina. Le fasi successive del lavoro di terapia hanno dato i frutti sperati: Francesco ha ritrovato infine la propria lucidità e la propria serenità, lontano dagli stimoli artificiali e passeggeri regalati dal consumo di sostanza.

Se senti di avere un problema con la cocaina e vuoi maggiori informazioni scrivimi in privato all’indirizzo studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 340.41.90.915. Oppure contattami attraverso il form contatti del sito cliccando qua.

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Tag: cocaina, cocainomane, dipendenza da cocaina, Terapia Breve Strategica

La psicoterapia breve strategica è un approccio che è stato formulato da Paul Watzlawick, per poi evolversi con il Prof. Giorgio Nardone, che nel corso degli ultimi venticinque anni ha elaborato e formulato numerosi protocolli d’intervento, per le diverse patologie psicologiche e comportamentali. L’articolo di oggi mira ad entrare più in contatto con la terapia breve strategica, e con le sue modalità d’intervento. Capita talvolta che un paziente, per semplice curiosità o per capire meglio l’importanza della terapia che sta affrontando, chieda al terapeuta:

“Dottore ma in parole semplici, in cosa consiste essenzialmente la Psicoterapia Breve Strategica?”

La risposta si può riassumere in poche avare parole: “Si tratta di un approccio di tipo strategico che attraverso la comprensione di “come” funziona il suo problema, consente di mettere a punto una soluzione rapida e definitiva. L’attenzione si concentra fondamentalmente sul come funziona il problema e non sul ”perché” esiste il problema”.

La psicoterapia breve strategica come funziona.

In genere questa risposta soddisfa la curiosità del paziente, tuttavia il costrutto scientifico della Terapia Breve Strategica (TBS) è ben più complesso ed articolato. Proviamo a fornire una risposta più tecnica. La TBS è una teoria epistemologica di matrice costruttivista, che basa la propria logica sugli obiettivi da raggiungere, e proprio per questo viene definita “strategica”. In altre parole ogni tattica, manovra e sequenza terapeutica viene definita in funzione del problema in analisi, in modo da mettere a punto la giusta soluzione per lo specifico problema. Questo è appunto l’approccio strategico.

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Rispetto alle forme classiche di terapia, la TBS presenta la particolarità di adattarsi al paziente e non viceversa, garantendo quella flessibilità necessaria ad orientare positivamente il rapporto fra il paziente e il suo terapeuta. I protocolli di trattamento vengono di volta in volta adattati in funzione delle caratteristiche del paziente. La struttura dell’intervento nelle sue diverse fasi rimane sempre la stessa, quello che cambia sono la comunicazione e l’interazione fra terapeuta e paziente.

Il terapeuta

Il trasferimento dell’approccio dal “perché” al “come” funziona, l’intervento si focalizza non sulla ricerca lunga e infruttuosa sulle sue origini (le “cause”), quanto invece sulle modalità di percezione da parte del soggetto. Si evince immediatamente l’importanza del dialogo terapeuta-paziente quando si pensa che l’acquisizione delle informazioni – e quindi la definizione del problema – avviene attraverso la descrizione che ne viene fatta dal paziente o dai suoi parenti. Il dialogo terapeutico è indispensabile alla comprensione e alla condivisione con il paziente di quello che è realmente il problema da risolvere, per poter raggiungere il cambiamento sperato.

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Da qui si comprende l’importanza della figura del terapeuta, che deve ad un tempo possedere doti di grande comunicabilità e di profonda conoscenza della materia, oltre ad una riconosciuta etica professionale. Le manovre terapeutiche nella loro apparente semplicità sono in realtà il punto di arrivo di lunghi studi e di faticoso affinamento continuo.

Epsitemologia della psicoterapia breve strategica

I fondamenti epistemologici della Psicoterapia Breve Strategica si fondano sul sistema percettivo-reattivo, ossia sulle nostre modalità di percezione della realtà e sulle conseguenti modalità di reazione comportamentale. Ogni cambiamento comportamentale, per avere successo duraturo nel tempo, deve essere preceduto da un cambiamento delle modalità percettive. Questo è uno dei fondamenti essenziali che distingue la TBS dalle terapie classiche: l’intervento terapeutico dovrà essere in grado di modificare anche quegli aspetti emozionali che sono alla base dei comportamenti sotto esame, ristrutturandoli sulla base delle esperienze emozionali nuove vissute dallo stesso paziente durante il percorso terapeutico.

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Tag: Terapia Breve Strategica

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Come smettere di drogarsi da soli

8 Maggio 2019

La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso sia in età adolescenziale che in età adulta. Spesso ne sono colpite le giovani adolescenti che trovano nel cibo una via di fuga dalle dinamiche emotive quotidiane; tuttavia anche in età adulta, sia nel genere femminile che in quello maschile, si riscontrano situazioni in cui il cibo viene utilizzato come “strumento” per sentirsi meglio. In realtà il soggetto bulimico non prova realmente fame, ma vive la sensazione psicologica di un desiderio incontrollabile di cibo.

La bulimia: cos’è?

Con il termine bulimia si indica un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal desiderio incontrollabile di cibo, una tendenza sfrenata ad abbuffarsi, ad ingurgitare compulsivamente qualsiasi alimento. La bulimia conduce fatalmente ad una totale perdita di controllo nei confronti del cibo stesso e di conseguenza alla sensazione di non essere in grado di gestire la propria condotta.

Il soggetto bulimico cerca di controllare il desiderio evitando di mangiare, ma quello che ottiene è l’esatto contrario, ossia più si sforza di non mangiare e più si lascia andare a momenti di vere e proprie abbuffate, concedendosi il cibo senza ritegno. Il bisogno di cibo viene vissuto come un modo di reagire alle difficoltà e alle insicurezze della quotidianità.

I sintomi della bulimia

Tra i principali sintomi della bulimia possiamo annoverare come già sottolineato le ricorrenti abbuffate, episodi che consistono nell’ingurgitare grandi quantità di cibo in tempi relativamente brevi. 

Come nel caso dell’anoressia – ma sotto la spinta di motivazioni psicologiche diverse – sovente tali situazioni sono seguite da comportamenti di compensazione per espellere l’eccesso di alimenti, come ad esempio l’uso di lassativi o la pratica del vomito autoindotto. Altri comportamenti di compensazione sono rappresentati dall’uso di diuretici o addirittura di enteroclismi; in molti casi il soggetto bulimico ricorre anche al digiuno temporaneo o ad un intenso esercizio fisico. 

Molto spesso coloro che circondano il soggetto in difficoltà cercano di spingerlo a mangiare meno, facendogli notare che sta mangiando eccessivamente ed in maniera smodata. Questa modalità di sottolineare le difficoltà (e la possibile patologia) invece che migliorare la situazione la peggiora, inducendo ancora di più nel soggetto uno strato di frustrazione e di rabbia che lo spingerà ad usare il cibo in maniera disfunzionale.

La Terapia Breve Strategica e le possibili soluzioni

Il concetto chiave sul quale impostare una terapia psicologica rispetto alla problematica bulimica è la messa a punto di soluzioni che modifichino le modalità di percezione del soggetto riguardo al cibo e alle dinamiche emotive che si trova ad affrontare ogni giorno. 

Una strategia molto efficace in questi casi è rappresentata dalla scrittura. Riuscire a mettere su carta tutte le dinamiche emotive che ci tormentano permette di “far emergere” gli aspetti emotivi e ci aiuta a ritrovare una maggiore chiarezza interiore. Si tratta comunque di un esercizio difficile al quale non siamo più abituati, perché ormai i messaggini di testo e le chat più o meno lunghe hanno sostituito la scrittura vera e propria. Naturalmente la scrittura dovrà essere accompagnata da una terapia psicologica condotta sotto la guida di uno psicologo esperto, che consenta di mettere in pratica anche quegli accorgimenti terapeutici specifici studiati ad hoc per il soggetto.

Un’altra strategia funzionale consiste nel cercare di riappropriarsi del piacere del cibo mangiando solo durante i tre pasti principali: colazione pranzo e cena. In particolare la cosa fondamentale è mangiare solamente le cose che piacciono di più; lo stratagemma terapeutico consiste nel far passare l’idea che se ci concediamo psicologicamente il piacere di mangiare vi possiamo anche rinunciare, mentre invece se non ce lo concediamo diventa irrinunciabile.

La terapia breve strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira a fornire tecniche personalizzate che consentano al soggetto di trovare soluzioni funzionali, aiutandolo a ritrovare contemporaneamente anche un rinnovato equilibrio emotivo. Il lavoro terapeutico si svolge sia durante le sedute in studio che a casa propria, attraverso l’applicazione di compiti pratici.

Nei prossimi articoli svilupperemo meglio queste tecniche e strategie, nel frattempo continua a seguire il mio blog o per maggiori info contattami

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare

Essere genitore di un figlio ansioso non è semplice. Quali sono i comportamenti funzionali che ci aiutano a gestire l’eccessiva paura dei nostri figli rispetto alla scuola, agli amici o all’attività sportiva? La risposta non è semplice, i consigli che arrivano attraverso la televisione, i giornali, i media in generale, sono spesso contraddittori e buoni per ogni situazione, ma di solito la nostra è una situazione differente. 

Approfondiamo alcuni suggerimenti che i genitori possono iniziare a mettere in atto fin da subito, accorgimenti utili a migliorare la situazione e a gestire con più efficacia le paure dei propri figli. Impariamo a capire cos’è meglio fare e cosa evitare.

Primo: Non rassicurare

La rassicurazione non fa altro che alimentare la paura dei vostri figli; pur volendo aiutarli in ogni modo e farli sentire capiti e compresi, la rassicurazione funziona in ottica disfunzionale, ossia esattamente all’opposto. Più voi lo rassicurate e più vostro figlio in realtà continuerà a provare paura! E’ sicuramente fondamentale fargli sentire che lo capiamo e che stiamo tentando di sintonizzarci con lui, tuttavia rassicurandolo otteniamo l’effetto contrario di mantenere intatte le sue paure e le sue preoccupazioni. 

E’ fondamentale esserci e fargli sentire la vostra presenza, ma dichiarare “Non devi aver paura qua ci sono io” non funziona e rischia di peggiorare la situazione. Vostro figlio si chiederà come potrà fare quando sarà solo o comunque fuori dalle rassicuranti mura domestiche, con il gruppo dei suoi pari, gli amici, a scuola. Può accadere, infatti, che quando vostro figlio si trova a scuola e viene assalito dalla paura, arrivi addirittura a chiamare i genitori per farsi venire a prendere, e di solito il genitore accorre prontamente e si attiva con un comportamento affettivo di rassicurazione. 

Aiuta tuo figlio ad avere uno spazio per le preoccupazioni

Invece di rassicurare, vi consiglio di provare a ricavare uno spazio giornaliero di 15 o 30 minuti, durante il quale chiedere a vostro figlio quali possono essere le sue preoccupazioni per la giornata successiva. Se ad esempio c’è una verifica particolarmente temuta, invece di rassicurarlo provate a fare il contrario e a chiedergli di sviscerare tutti i possibili motivi che lo preoccupano: perché pensa che la verifica potrà andare male, quali possibili stati d’animo vivrà durante lo svolgimento del compito in classe. Quello che potrà accadere, quasi per magia, è che vostro figlio invece di vivere una sensazione negativa di malessere proverà una condizione di tranquillità totalmente nuova per lui. Più ci caliamo nelle nostre peggiori paure e più queste spariscono:la paura affrontata diventa coraggio.

Evita di evitare

Cercatedi fare in modo che vostro figlio impari ad “evitare di evitare”. Ogni “evitamento”- cioè ogni situazione nella quale si tenta di aggirare un ostacolo – può far aumentare la paura, generando una spirale di situazioni che porteranno il ragazzo a non trovare più una via d’uscita dall’ansia. Il primo caso “classico” di evitamento è quello dei banchi di scuola, dove spesso la sensazione di paura e di disagio si acuisce e spinge l’adolescente ad allontanarsi dalla classe e dalla scuola, per rifugiarsi nel tranquillo porto della propria casa. 

Aiutatelo ad “evitare di evitare” facendogli vivere piccole frustrazioni, facendogli sentire che ci siete ma che può farcela ancheda solo, facendogli intravvedere anche i lati positivi di quello che sta facendo e di come “non evitando”le cose possono funzionare anche meglio.

Tre tecniche efficaci, all’apparenza piuttosto semplici ma in realtà molto difficili da applicare perchè controintuitive e paradossali, tre tecniche che ogni genitore con figli ansiosi dovrebbe provare a mettere in atto, se necessario anche con l’aiuto di un terapeuta, nell’ottica di rigenerare lo stato disalute e di benessere del figlio.

Se credi che tuo figlio possa avere una problematica ansiosa che non riesce ad affrontare da solo e rispetto alla quale non riesci ad essere efficace, contattami per maggiori info.

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Tag: adolescenza, ansia, Attacchi di Panico, genitorialità

La Ketamina è un farmaco anestetico parente chimico della fenciclidina, meglio conosciuta come “polvere d’angelo”, segnalata dalla World Health Organization nella “lista dei farmaci essenziali” indispensabili per un ospedale. Come sembrerà chiaro la Ketamina è principalmente un farmaco, i suoi effetti si esplicano sul Sistema Nervoso Centrale (SNC) influenzando la percezione del dolore e stimolando particolari sensazioni.

Il suo impiego principale è come anestetico e proprio per queste sue spiccate caratteristiche fu ampiamente impiegato dagli americani nella guerra del Vietnam.  Recenti studi indicano che bassi dosaggi di Ketamina possono essere addirittura impiegati su pazienti affetti da depressione, per ottenere un miglioramento del tono dell’umore. Tuttavia esiste un’altra faccia della medaglia, legata alla problematicità derivante dall’uso “ricreativo”che viene fatto di tale farmaco.

Comprare droga è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la vita.

Jim Morrison

Ketamina: cos’è e quali effetti esercita.

La Ketamina, formula chimica 2-(2-clorofenil)-2-(metilammino) cicloesanone, è una sostanza liquida, molto simile all’acqua, che può essere ingerita o iniettata per via endovenosa. Per uso ricreativo può essere riscaldata fino ad ottenere per evaporazione una polvere biancastra da sniffare o da ingerire, se compressa in pastiglie.  A seconda del dosaggio si possono sperimentare diversi tipi di effetti. Si passa dalla leggera stimolazione, all’euforia simile a quella causata dal consumo di alcolici, sino a sperimentare uno stato completamente dissociativo molto intenso, che può portare a forti allucinazioni. Il suo uso prolungato può indurre dipendenza.

Come per altre sostanze allucinogene, l’utilizzo della ketamina può condurre ad una profonda esperienza interiore ed onirica, un vero e proprio “viaggio interiore”, una sorta di ingresso in un’altra realtà. Per questo motivo la ketamina viene anche definita sostanza enteogena, ossia sostanza psicoattiva in grado di esercitare un effetto psichedelico o allucinogeno tale da favorire esperienze mistiche e spirituali. Come è facile intuire, quando si vive una esperienza visionaria tale da procurare stati di allucinazione dissociativi tra mente e corpo, il rischio a livello psicologico diventa enorme.

Storia di un abuso

Raccontiamo l’esperienza di consumo di Ketamina di un paziente, Mario (nome di fantasia), che ancora oggi ricorda quei momenti con estrema preoccupazione. Mario era solito frequentare “rave party”, feste di musica autogestite ed illegali, spesso organizzate in aree industriali abbandonate o in spazi aperti come boschi, cave, foreste, con una durata variabile che può arrivare anche ad una settimana. 

Mario racconta che durante i “rave” consumava grandi quantità di sostanze psicotrope, ecstasy, anfetamine e cocaina. Nell’ultimo periodo aveva cominciato ad assumere anche Ketamina e tutto sommato l’esperienza non gli era dispiaciuta, anzi aveva contribuito ad aumentare le sensazioni interiori di viaggio spirituale nella musica. Poi una volta di colpo l’esperienza si è rivelata troppo intensa e da quel momento Mario ha realizzato che era necessario smettere. Era giorno, mattina presto, improvvisamenteMario ha cominciato a vederetutto nero, non c’era più nessuno intorno a lui. D’un tratto dal buio sono comparse delle striscioline verdi, come strani geroglifici; guardandoli meglio si è reso conto che erano gli stessi codici di Matrix, un famoso film di fantascienza di fine anni novanta.

Senza neanche rendersene conto si è sentito leggero e ha iniziato una strana danza, una serie di movimenti istintivi che non riusciva a smettere, in un contesto in cui aveva perso completamente la concezione del rapporto spazio-tempo. Visti dall’esterno, alcuni amici hanno descritto i movimenti di Mario come quelli tipici di un’arte marziale, al punto che al termine della sua esibizione Mario avrebbe dichiarato “sono un maestro di kung fu”. In realtà Mario aveva giocato a pallone da ragazzo e non aveva mai frequentato alcuna palestra di arti marziali. 

Questa esperienza “drogastica” lo aveva lasciato incerto e confuso, disorientato al punto tale di faticare a comprendere la sua reale identità. E’ da quel momento che Mario ha deciso di smettere e dopo alcuni mesi iniziare un percorso di psicoterapia.

Ketamina e dipendenza

La storia di Mario ci fa capire il rischio psicologico nel consumo di Ketamina e la forte dipendenza che può creare a livello mentale questa sostanza. Agendo sui principali centri cerebrali, la Ketamina crea una percezione distorta della realtà, il rischio è che tale distorsione possa permanere anche dopo l’assunzione. La ricerca di realtà alternative a quella nella quale il soggetto vive, rischia di determinare un evitamento della realtà e una difficoltà di gestione delle emozioni e della vita in generale, innescando uno stile di vita totalmente disfunzionale. 

Se senti di avere una problematica con la Ketamina o con altre sostanze d’abuso contattami per avere maggiori informazioni al 340.41.90.915 oppure scrivimi nel form contatti cliccando qui.

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Tag: Ketamina, storie di dipendenza, Terapia Breve Strategica

Essere genitori al giorno d’oggi nasconde numerose insidie, inutile negarlo. I genitori sono sempre più soggetti passivi di un bombardamento mediatico che fornisce informazioni spesso contrastanti e non sempre corrette. Queste informazioni possono facilmente portare il genitore fuori strada, non consentendogli di interpretare con chiarezza il proprio ruolo e di prendere le decisioni più opportune. Nell’articolo di oggi vorrei portare testimonianza dell’intervento di formazione rivolto alla genitorialità da me svolto venerdì della scorsa settimana presso la sede dell’IKEA di Padova, di fronte ad un folto pubblico di genitori.

Il ruolo del genitore

All’inizio dell’intervento ho posto le basi per una migliore comprensione del ruolo genitoriale, sottolineandone l’importanza di un ruolo attivo: attraverso cioè l’apprendimento di strumenti pratici e di competenze “organizzative” esso può diventare un vero e proprio punto di riferimento per i figli. La famiglia come ogni tipo di sistema organizzato necessita di regole, entrambi i genitori devono cercare di costruire un sistema di principi, di direttive, che possa essere il più possibile caratterizzato da una linea comune. Senza un’uniformità nell’organizzazione famigliare si corre il rischio di creare dei circoli viziosi disfunzionali, nell’ambito dei quali i figli approfittano di uno dei due genitori per poter ottenere quello che vogliono, in una prospettiva davvero poco educativa. 

Spesso le problematiche che si vengono a creare con i nostri figli possono essere ridotte oppure completamente risolte attivando due importanti tipologie di risposta:

  • adottando strategie e manovre specifiche per risolvere lo specifico problema;
  • bloccando i tentativi fallimentari che stiamo mettendo in atto, che in realtà non portano alcun beneficio alla soluzione del problema.

La comunicazione

Per risolvere i piccoli problemi che incontriamo con i nostri figli, una possibile soluzione funzionale può essere anche quella di considerare in maniera più accurata ogni scambio comunicativo. La comunicazione ha un ruolo fondamentale per aiutare il genitore ad essere efficace a livello relazionale e per costruire la sintonia affettivo-emotiva più adeguata con il proprio figlio. Chiaramente un genitore che assume una posizione più “morbida” e flessibile potrà attendersi esiti differenti rispetto ad un genitore che manifesta una modalità relazionale autoritaria. Ciò non significa che in alcune situazione non vi sia la necessità di essere maggiormente “direttivi” a fronte di alcune trasgressioni. La cosa fondamentale è quella di trovare una giusta sintonia, “danzando” fra diverse posizioni relazionali a seconda delle differenti situazioni che si vengono a creare nell’interazione con i figli.

I modelli famigliari

Avere consapevolezza di come funziona il proprio sistema famigliare ci può essere d’aiuto per disattivare quei tentativi di soluzione disfunzionali nei confronti dei nostri figli, o meglio per attivare quelli più opportuni a seconda delle situazioni. Attraverso le ricerche condotte dal prof. G. Nardone durante gli anni ‘90 è stato possibile individuare alcuni caratteristici modelli di famiglia, il cui funzionamento può influire negativamente sulla crescita ideale e funzionale dei propri figli. Di seguito i principali modelli di famiglia e genitorialità:

Modello iperprotettivo: i genitori fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per far sì che il proprio figlio possa star bene, anticipandone spesso i bisogni, risolvendo le difficoltà e sostituendosi a lui in tutto e per tutto; 

Modello democratico permissivo: il rapporto è completamente improntato suldialogo tra i componenti della famiglia, vi è una completa parità fra i suoi membri, i genitori svolgono un ruolo quasi di confidenti, di amici dei propri figli; 

Modello sacrificante: i genitori si sentono chiamati ad un ruolo di arrendevolezza e di rinuncia, a sacrificarsi per il benessere dei figli, pensando che poi ne verranno in qualche modo ricompensati in futuro;

Modello intermittente: i genitori mettono in attoun comportamento ambivalente, con rapidi cambiamenti delle posizioni relazionali, altalenando momenti di eccessiva comprensione a momenti di autorità, oscillando trauna relazione affettiva ed una anaffettiva e fredda;

Modello delegante: i genitori delegano il loro ruolo alla famiglia allargata, ad esempio ai nonni, generando una dinamica di competizione;abdicando alle proprie responsabilità essi inducono nei figli la sensazione di persone deboli e poco convincenti;

Modello autoritario: il tentativoda parte di un genitore (a volte di entrambi) di esercitare il proprio potere attraversouna ricerca costante di disciplina e di controllo delle decisioni.

Ognuno di questi modelli è caratterizzato da una serie peculiare di regole e di dinamiche comunicative: essere genitore al giorno d’oggi è sicuramente un ruolo molto complesso che secondo me può anche rivelarsi un momento affascinante (oserei dire quasi magico) di relazione affettiva.

La prospettiva che ho cercato di trasmettere è quella che il genitore ha un ruolo attivo nell’educazione e nella gestione del proprio figlio; è attraverso la scoperta delle soluzioni che si riesce a risolvere e a spiegare i problemi. 

Se quest’ultima affermazione ti sembra un paradosso, se hai qualche curiosità particolare riguardo alla tipologia di famiglia in cui pensi di riconoscerti o sei vuoi approfondire le tue conoscenze e capire come affrontare uno specifico problema, contattami al numero 340.41.90.915 oppure scrivi nel form contatti.

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Tag: adolescenza, famiglie, genitori, genitorialità, Terapia Breve Strategica

L’agorafobia è una monofobia molto comune che si può riscontrare in molteplici situazioni e che può risultare alquanto invalidante. Durante una prima seduta una paziente ha descritto l’agorafobia come la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione in cui si trovava, quasi come di morire. Si trovava con amici ad un concerto e per la prima volta ha sentito sopraggiungere il panico. Sul momento non si era resa bene conto di cosa stesse succedendo, ma da quella volta in poi ha realizzato in maniera cosciente che tutte le situazioni fuori di casa ed in pubblico potevano rivelarsi in qualche modo minacciose.

Agorafobia, cos’è.

Dal punto di vista etimologico la parola agorafobia si traduce in “paura della piazza” dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), una paura quindi di tutti gli spazi aperti. L’unico rifugio in situazioni gravi, diventa solamente la propria casa, che si trasforma in una sorta di “grotta” protettiva, nella quale trovare difesa contro le minacce provenienti da quell’esterno vissuto come minaccioso e pericoloso. 

Le situazioni che il soggetto tende ad evitare sono molte: in primo luogo il rischio di trovarsi in mezzo alle persone all’aperto: ad esempio in un corteo, allo stadio o semplicemente in piazza a chiacchierare con amici. In secondo luogo, non solo vengono avvertiti come minacciosi gli spazi aperti, ma molto spesso anche alcuni spazi “chiusi” come ad esempio l’interno di un bar, i mezzi pubblici (treno, autobus, metro) o un supermercato.

Tutte quelle situazioni nelle quali vi è un’interazione fuori dalle mura domestiche possono essere vissute come potenzialmente pericolose, la persona può sentirsi male fisicamente fino ad provare sensazioni di ansietà o di panico vero e proprio.

Agorafobia, alcune caratteristiche

Di regola il soggetto agorafobico tenta di evitare quelle situazioni pubbliche nelle quali potrebbe sentirsi male ed incapace di affrontare il proprio disagio. Tale soluzione (tecnicamente si parla di evitamento) porta mano a mano alla costruzione di una catena di paure sempre più diffuse e pervasive che rischiano di travolgere il soggetto, innescando un meccanismo irrefrenabile di tentate soluzioni quali appunto l’evitamento o la richiesta di aiuto. 

Nello specifico, l’agorafobico giunge a provare una sorta di paura del giudizio che le altre persone potrebbero avere nei suoi confronti; il giudizio degli altri, anche se non espresso palesemente, pesa ed influisce sul suo sistema percettivo-reattivo. Il solo pensiero di non riuscire a “controllare” le proprie sensazioni psicofisiche, e di conseguenza di non essere in grado di gestire la situazione di difficoltà in uno spazio aperto, induce nel soggetto la paura di essere giudicato. Di conseguenza la soluzione più facile ed immediata è quella di non recarsi in luoghi aperti, alla presenza di molte persone, innescando quel circolo vizioso di tentate soluzioni (evitamento e/o richiesta di aiuto) che alimentano la patologia agorafobica stessa.

Le sensazioni dell’agorafobia

La sensazione che vive la persona che soffre di agorafobia è quella di perdere il controllo della situazione che sta vivendo, la paura di potersi sentire male, di svenire, di vivere una sensazione drammatica, come se stesse impazzendo. Queste sensazioni sono accompagnate da reazioni fisiologiche di somatizzazione ansiosa, con sintomi quali tremori, tachicardia, sudori freddi, nodo in gola, paura di morire.

Spesso per combattere queste sensazioni l’agorafobico adotta la soluzione di ricorrere all’aiuto di una persona di fiducia: un famigliare, un amico, il proprio compagno o la propria compagna, tuttavia anche in questo caso, come nel caso dell’evitamento, la soluzione non è per nulla funzionale. Il rischio è che possano passare due messaggi contraddittori: uno che la persona che ci aiuta ci vuole bene e ci sta aiutando, l’altro invece che da soli non possiamo farcela e avremo sempre bisogno di un aiuto. In realtà l’aiuto di qualcuno per affrontare la fobia degli spazi aperti non è risolutivo, può forse essere di supporto nel momento del bisogno, ma mantiene inalterata la problematica e rischia addirittura di alimentarla e di renderla ulteriormente pervasiva.

Se vuoi saperne di più sull’agorafobia e su tutte le altre patologie relative all’ansia puoi sfogliare il mio blog o il mio sito.

Se senti di avere una problematica di ansia e/o di agorafobia contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

“Dottore sono un cocainomane” così si è presentato la prima volta Francesco (nome di fantasia). Ha iniziato il consumo di cocaina quando aveva trent’anni, per caso, nello spogliatoio del basket. Alcuni compagni erano soliti farsi qualche riga prima e dopo gli allenamenti. Alla classica pizza post allenamento, oltre ai fiumi di alcol, anche Francesco aveva iniziato a tirare alcuni grammi in compagnia. Rientrava tardi e non riusciva a dormire, ma al mattino non avvertiva postumi negativi e andava al lavoro senza complicazioni.

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In una prima fase di consumo la cocaina non si era dimostrata particolarmente “invasiva”, era quasi un passatempo, un momento per “stare fuori”, per spezzare la routine, lo aiutava a non pensare e sentirsi più tranquillo. Tuttavia ad un certo momento il problema si è manifestato ed è andato peggiorando con il passare del tempo.

La dipendenza da cocaina

Il consumo ha iniziato a prendere una piega eccessiva quando dopo il lavoro Francesco, prima di rientrare a casa, preferiva passare da uno spacciatore amico di un suo compagno di squadra. “Compravo un paio di grammi, me li facevo in un paio di sere, a casa dopo cena, la mia compagna non si accorgeva di niente, passavo la nottata in taverna, guardando film o davanti al computer”. Era iniziato un periodo in cui la sola idea del consumo lo tranquillizzava, le sere in cui consumava, erano come una valvola di sfogo, gli permettevano di non pensare a nulla e distaccare dalla monotonia quotidiana.

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Nel giro di sei mesi, a fine stagione cestistica, Francesco era diventato completamente dipendente, il consumo si era fatto regolare, ogni giorno, tutte le sere, e la compagna aveva cominciato a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto.

La rottura

Dopo ulteriori sei mesi ed un consumo giornaliero F. è sempre più in difficoltà, anche sul lavoro, tanto da rischiare quasi di perdere il posto. Capisce che da solo non può farcela, decide finalmente, ma non senza difficoltà, di uscire allo scoperto e di farsi aiutare. In situazioni come questa la difficoltà principale è quella di essere trasparenti e sinceri.F. per prima cosa si apre con la compagna ma i famigliari spesso faticano a comprendere le difficoltà di chi consuma sostanza, e anche in questo caso la fidanzata ne esce distrutta. Decidono allora di chiedere aiuto ad uno specialista per affrontare nella maniera giustala situazione e trovare una via d’uscita.

La psicoterapia

In una situazione come quella di Francesco il lavoro terapeutico è stato impostato sin dal primo momento sulla ricerca di una trasparenza totale nei confronti della compagna e del terapeuta. Inoltre è stato di fondamentale importanza lavorare sulla sua motivazione, stimolando la ricerca di una reazione“interna” forte: una ragione che lo possa convincere a non consumare più, una sorta di bussola, che deve sempre presa in mano nei momenti in cui il desiderio di sostanza tenta di prendere il sopravvento e di compromettere la salute psicofisica.

 

Nel caso specifico di Francesco la motivazione è stata quella di voler ritrovare se stesso, la propria lucidità, la forza diaffrontare la realtà a testa alta e di assumersi la responsabilità di essere un compagno a tutti gli effetti, tornando ad essere la persona partecipativa e presente di prima.

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Questo è stato il primo non facile “mattoncino di base” che ha permesso di costruire un percorso di successo, durante il quale F. è riuscito a mantenersi astinente e a credere nell’astinenza da cocaina. Le fasi successive del lavoro di terapia hanno dato i frutti sperati: Francesco ha ritrovato infine la propria lucidità e la propria serenità, lontano dagli stimoli artificiali e passeggeri regalati dal consumo di sostanza.

Se senti di avere un problema con la cocaina e vuoi maggiori informazioni scrivimi in privato all’indirizzo studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 340.41.90.915. Oppure contattami attraverso il form contatti del sito cliccando qua.

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Tag: cocaina, cocainomane, dipendenza da cocaina, Terapia Breve Strategica

La psicoterapia breve strategica è un approccio che è stato formulato da Paul Watzlawick, per poi evolversi con il Prof. Giorgio Nardone, che nel corso degli ultimi venticinque anni ha elaborato e formulato numerosi protocolli d’intervento, per le diverse patologie psicologiche e comportamentali. L’articolo di oggi mira ad entrare più in contatto con la terapia breve strategica, e con le sue modalità d’intervento. Capita talvolta che un paziente, per semplice curiosità o per capire meglio l’importanza della terapia che sta affrontando, chieda al terapeuta:

“Dottore ma in parole semplici, in cosa consiste essenzialmente la Psicoterapia Breve Strategica?”

La risposta si può riassumere in poche avare parole: “Si tratta di un approccio di tipo strategico che attraverso la comprensione di “come” funziona il suo problema, consente di mettere a punto una soluzione rapida e definitiva. L’attenzione si concentra fondamentalmente sul come funziona il problema e non sul ”perché” esiste il problema”.

La psicoterapia breve strategica come funziona.

In genere questa risposta soddisfa la curiosità del paziente, tuttavia il costrutto scientifico della Terapia Breve Strategica (TBS) è ben più complesso ed articolato. Proviamo a fornire una risposta più tecnica. La TBS è una teoria epistemologica di matrice costruttivista, che basa la propria logica sugli obiettivi da raggiungere, e proprio per questo viene definita “strategica”. In altre parole ogni tattica, manovra e sequenza terapeutica viene definita in funzione del problema in analisi, in modo da mettere a punto la giusta soluzione per lo specifico problema. Questo è appunto l’approccio strategico.

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Rispetto alle forme classiche di terapia, la TBS presenta la particolarità di adattarsi al paziente e non viceversa, garantendo quella flessibilità necessaria ad orientare positivamente il rapporto fra il paziente e il suo terapeuta. I protocolli di trattamento vengono di volta in volta adattati in funzione delle caratteristiche del paziente. La struttura dell’intervento nelle sue diverse fasi rimane sempre la stessa, quello che cambia sono la comunicazione e l’interazione fra terapeuta e paziente.

Il terapeuta

Il trasferimento dell’approccio dal “perché” al “come” funziona, l’intervento si focalizza non sulla ricerca lunga e infruttuosa sulle sue origini (le “cause”), quanto invece sulle modalità di percezione da parte del soggetto. Si evince immediatamente l’importanza del dialogo terapeuta-paziente quando si pensa che l’acquisizione delle informazioni – e quindi la definizione del problema – avviene attraverso la descrizione che ne viene fatta dal paziente o dai suoi parenti. Il dialogo terapeutico è indispensabile alla comprensione e alla condivisione con il paziente di quello che è realmente il problema da risolvere, per poter raggiungere il cambiamento sperato.

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Da qui si comprende l’importanza della figura del terapeuta, che deve ad un tempo possedere doti di grande comunicabilità e di profonda conoscenza della materia, oltre ad una riconosciuta etica professionale. Le manovre terapeutiche nella loro apparente semplicità sono in realtà il punto di arrivo di lunghi studi e di faticoso affinamento continuo.

Epsitemologia della psicoterapia breve strategica

I fondamenti epistemologici della Psicoterapia Breve Strategica si fondano sul sistema percettivo-reattivo, ossia sulle nostre modalità di percezione della realtà e sulle conseguenti modalità di reazione comportamentale. Ogni cambiamento comportamentale, per avere successo duraturo nel tempo, deve essere preceduto da un cambiamento delle modalità percettive. Questo è uno dei fondamenti essenziali che distingue la TBS dalle terapie classiche: l’intervento terapeutico dovrà essere in grado di modificare anche quegli aspetti emozionali che sono alla base dei comportamenti sotto esame, ristrutturandoli sulla base delle esperienze emozionali nuove vissute dallo stesso paziente durante il percorso terapeutico.

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Tag: Terapia Breve Strategica

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Come smettere di drogarsi da soli

8 Maggio 2019

La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso sia in età adolescenziale che in età adulta. Spesso ne sono colpite le giovani adolescenti che trovano nel cibo una via di fuga dalle dinamiche emotive quotidiane; tuttavia anche in età adulta, sia nel genere femminile che in quello maschile, si riscontrano situazioni in cui il cibo viene utilizzato come “strumento” per sentirsi meglio. In realtà il soggetto bulimico non prova realmente fame, ma vive la sensazione psicologica di un desiderio incontrollabile di cibo.

La bulimia: cos’è?

Con il termine bulimia si indica un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal desiderio incontrollabile di cibo, una tendenza sfrenata ad abbuffarsi, ad ingurgitare compulsivamente qualsiasi alimento. La bulimia conduce fatalmente ad una totale perdita di controllo nei confronti del cibo stesso e di conseguenza alla sensazione di non essere in grado di gestire la propria condotta.

Il soggetto bulimico cerca di controllare il desiderio evitando di mangiare, ma quello che ottiene è l’esatto contrario, ossia più si sforza di non mangiare e più si lascia andare a momenti di vere e proprie abbuffate, concedendosi il cibo senza ritegno. Il bisogno di cibo viene vissuto come un modo di reagire alle difficoltà e alle insicurezze della quotidianità.

I sintomi della bulimia

Tra i principali sintomi della bulimia possiamo annoverare come già sottolineato le ricorrenti abbuffate, episodi che consistono nell’ingurgitare grandi quantità di cibo in tempi relativamente brevi. 

Come nel caso dell’anoressia – ma sotto la spinta di motivazioni psicologiche diverse – sovente tali situazioni sono seguite da comportamenti di compensazione per espellere l’eccesso di alimenti, come ad esempio l’uso di lassativi o la pratica del vomito autoindotto. Altri comportamenti di compensazione sono rappresentati dall’uso di diuretici o addirittura di enteroclismi; in molti casi il soggetto bulimico ricorre anche al digiuno temporaneo o ad un intenso esercizio fisico. 

Molto spesso coloro che circondano il soggetto in difficoltà cercano di spingerlo a mangiare meno, facendogli notare che sta mangiando eccessivamente ed in maniera smodata. Questa modalità di sottolineare le difficoltà (e la possibile patologia) invece che migliorare la situazione la peggiora, inducendo ancora di più nel soggetto uno strato di frustrazione e di rabbia che lo spingerà ad usare il cibo in maniera disfunzionale.

La Terapia Breve Strategica e le possibili soluzioni

Il concetto chiave sul quale impostare una terapia psicologica rispetto alla problematica bulimica è la messa a punto di soluzioni che modifichino le modalità di percezione del soggetto riguardo al cibo e alle dinamiche emotive che si trova ad affrontare ogni giorno. 

Una strategia molto efficace in questi casi è rappresentata dalla scrittura. Riuscire a mettere su carta tutte le dinamiche emotive che ci tormentano permette di “far emergere” gli aspetti emotivi e ci aiuta a ritrovare una maggiore chiarezza interiore. Si tratta comunque di un esercizio difficile al quale non siamo più abituati, perché ormai i messaggini di testo e le chat più o meno lunghe hanno sostituito la scrittura vera e propria. Naturalmente la scrittura dovrà essere accompagnata da una terapia psicologica condotta sotto la guida di uno psicologo esperto, che consenta di mettere in pratica anche quegli accorgimenti terapeutici specifici studiati ad hoc per il soggetto.

Un’altra strategia funzionale consiste nel cercare di riappropriarsi del piacere del cibo mangiando solo durante i tre pasti principali: colazione pranzo e cena. In particolare la cosa fondamentale è mangiare solamente le cose che piacciono di più; lo stratagemma terapeutico consiste nel far passare l’idea che se ci concediamo psicologicamente il piacere di mangiare vi possiamo anche rinunciare, mentre invece se non ce lo concediamo diventa irrinunciabile.

La terapia breve strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira a fornire tecniche personalizzate che consentano al soggetto di trovare soluzioni funzionali, aiutandolo a ritrovare contemporaneamente anche un rinnovato equilibrio emotivo. Il lavoro terapeutico si svolge sia durante le sedute in studio che a casa propria, attraverso l’applicazione di compiti pratici.

Nei prossimi articoli svilupperemo meglio queste tecniche e strategie, nel frattempo continua a seguire il mio blog o per maggiori info contattami

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare

Essere genitore di un figlio ansioso non è semplice. Quali sono i comportamenti funzionali che ci aiutano a gestire l’eccessiva paura dei nostri figli rispetto alla scuola, agli amici o all’attività sportiva? La risposta non è semplice, i consigli che arrivano attraverso la televisione, i giornali, i media in generale, sono spesso contraddittori e buoni per ogni situazione, ma di solito la nostra è una situazione differente. 

Approfondiamo alcuni suggerimenti che i genitori possono iniziare a mettere in atto fin da subito, accorgimenti utili a migliorare la situazione e a gestire con più efficacia le paure dei propri figli. Impariamo a capire cos’è meglio fare e cosa evitare.

Primo: Non rassicurare

La rassicurazione non fa altro che alimentare la paura dei vostri figli; pur volendo aiutarli in ogni modo e farli sentire capiti e compresi, la rassicurazione funziona in ottica disfunzionale, ossia esattamente all’opposto. Più voi lo rassicurate e più vostro figlio in realtà continuerà a provare paura! E’ sicuramente fondamentale fargli sentire che lo capiamo e che stiamo tentando di sintonizzarci con lui, tuttavia rassicurandolo otteniamo l’effetto contrario di mantenere intatte le sue paure e le sue preoccupazioni. 

E’ fondamentale esserci e fargli sentire la vostra presenza, ma dichiarare “Non devi aver paura qua ci sono io” non funziona e rischia di peggiorare la situazione. Vostro figlio si chiederà come potrà fare quando sarà solo o comunque fuori dalle rassicuranti mura domestiche, con il gruppo dei suoi pari, gli amici, a scuola. Può accadere, infatti, che quando vostro figlio si trova a scuola e viene assalito dalla paura, arrivi addirittura a chiamare i genitori per farsi venire a prendere, e di solito il genitore accorre prontamente e si attiva con un comportamento affettivo di rassicurazione. 

Aiuta tuo figlio ad avere uno spazio per le preoccupazioni

Invece di rassicurare, vi consiglio di provare a ricavare uno spazio giornaliero di 15 o 30 minuti, durante il quale chiedere a vostro figlio quali possono essere le sue preoccupazioni per la giornata successiva. Se ad esempio c’è una verifica particolarmente temuta, invece di rassicurarlo provate a fare il contrario e a chiedergli di sviscerare tutti i possibili motivi che lo preoccupano: perché pensa che la verifica potrà andare male, quali possibili stati d’animo vivrà durante lo svolgimento del compito in classe. Quello che potrà accadere, quasi per magia, è che vostro figlio invece di vivere una sensazione negativa di malessere proverà una condizione di tranquillità totalmente nuova per lui. Più ci caliamo nelle nostre peggiori paure e più queste spariscono:la paura affrontata diventa coraggio.

Evita di evitare

Cercatedi fare in modo che vostro figlio impari ad “evitare di evitare”. Ogni “evitamento”- cioè ogni situazione nella quale si tenta di aggirare un ostacolo – può far aumentare la paura, generando una spirale di situazioni che porteranno il ragazzo a non trovare più una via d’uscita dall’ansia. Il primo caso “classico” di evitamento è quello dei banchi di scuola, dove spesso la sensazione di paura e di disagio si acuisce e spinge l’adolescente ad allontanarsi dalla classe e dalla scuola, per rifugiarsi nel tranquillo porto della propria casa. 

Aiutatelo ad “evitare di evitare” facendogli vivere piccole frustrazioni, facendogli sentire che ci siete ma che può farcela ancheda solo, facendogli intravvedere anche i lati positivi di quello che sta facendo e di come “non evitando”le cose possono funzionare anche meglio.

Tre tecniche efficaci, all’apparenza piuttosto semplici ma in realtà molto difficili da applicare perchè controintuitive e paradossali, tre tecniche che ogni genitore con figli ansiosi dovrebbe provare a mettere in atto, se necessario anche con l’aiuto di un terapeuta, nell’ottica di rigenerare lo stato disalute e di benessere del figlio.

Se credi che tuo figlio possa avere una problematica ansiosa che non riesce ad affrontare da solo e rispetto alla quale non riesci ad essere efficace, contattami per maggiori info.

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Tag: adolescenza, ansia, Attacchi di Panico, genitorialità

La Ketamina è un farmaco anestetico parente chimico della fenciclidina, meglio conosciuta come “polvere d’angelo”, segnalata dalla World Health Organization nella “lista dei farmaci essenziali” indispensabili per un ospedale. Come sembrerà chiaro la Ketamina è principalmente un farmaco, i suoi effetti si esplicano sul Sistema Nervoso Centrale (SNC) influenzando la percezione del dolore e stimolando particolari sensazioni.

Il suo impiego principale è come anestetico e proprio per queste sue spiccate caratteristiche fu ampiamente impiegato dagli americani nella guerra del Vietnam.  Recenti studi indicano che bassi dosaggi di Ketamina possono essere addirittura impiegati su pazienti affetti da depressione, per ottenere un miglioramento del tono dell’umore. Tuttavia esiste un’altra faccia della medaglia, legata alla problematicità derivante dall’uso “ricreativo”che viene fatto di tale farmaco.

Comprare droga è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la vita.

Jim Morrison

Ketamina: cos’è e quali effetti esercita.

La Ketamina, formula chimica 2-(2-clorofenil)-2-(metilammino) cicloesanone, è una sostanza liquida, molto simile all’acqua, che può essere ingerita o iniettata per via endovenosa. Per uso ricreativo può essere riscaldata fino ad ottenere per evaporazione una polvere biancastra da sniffare o da ingerire, se compressa in pastiglie.  A seconda del dosaggio si possono sperimentare diversi tipi di effetti. Si passa dalla leggera stimolazione, all’euforia simile a quella causata dal consumo di alcolici, sino a sperimentare uno stato completamente dissociativo molto intenso, che può portare a forti allucinazioni. Il suo uso prolungato può indurre dipendenza.

Come per altre sostanze allucinogene, l’utilizzo della ketamina può condurre ad una profonda esperienza interiore ed onirica, un vero e proprio “viaggio interiore”, una sorta di ingresso in un’altra realtà. Per questo motivo la ketamina viene anche definita sostanza enteogena, ossia sostanza psicoattiva in grado di esercitare un effetto psichedelico o allucinogeno tale da favorire esperienze mistiche e spirituali. Come è facile intuire, quando si vive una esperienza visionaria tale da procurare stati di allucinazione dissociativi tra mente e corpo, il rischio a livello psicologico diventa enorme.

Storia di un abuso

Raccontiamo l’esperienza di consumo di Ketamina di un paziente, Mario (nome di fantasia), che ancora oggi ricorda quei momenti con estrema preoccupazione. Mario era solito frequentare “rave party”, feste di musica autogestite ed illegali, spesso organizzate in aree industriali abbandonate o in spazi aperti come boschi, cave, foreste, con una durata variabile che può arrivare anche ad una settimana. 

Mario racconta che durante i “rave” consumava grandi quantità di sostanze psicotrope, ecstasy, anfetamine e cocaina. Nell’ultimo periodo aveva cominciato ad assumere anche Ketamina e tutto sommato l’esperienza non gli era dispiaciuta, anzi aveva contribuito ad aumentare le sensazioni interiori di viaggio spirituale nella musica. Poi una volta di colpo l’esperienza si è rivelata troppo intensa e da quel momento Mario ha realizzato che era necessario smettere. Era giorno, mattina presto, improvvisamenteMario ha cominciato a vederetutto nero, non c’era più nessuno intorno a lui. D’un tratto dal buio sono comparse delle striscioline verdi, come strani geroglifici; guardandoli meglio si è reso conto che erano gli stessi codici di Matrix, un famoso film di fantascienza di fine anni novanta.

Senza neanche rendersene conto si è sentito leggero e ha iniziato una strana danza, una serie di movimenti istintivi che non riusciva a smettere, in un contesto in cui aveva perso completamente la concezione del rapporto spazio-tempo. Visti dall’esterno, alcuni amici hanno descritto i movimenti di Mario come quelli tipici di un’arte marziale, al punto che al termine della sua esibizione Mario avrebbe dichiarato “sono un maestro di kung fu”. In realtà Mario aveva giocato a pallone da ragazzo e non aveva mai frequentato alcuna palestra di arti marziali. 

Questa esperienza “drogastica” lo aveva lasciato incerto e confuso, disorientato al punto tale di faticare a comprendere la sua reale identità. E’ da quel momento che Mario ha deciso di smettere e dopo alcuni mesi iniziare un percorso di psicoterapia.

Ketamina e dipendenza

La storia di Mario ci fa capire il rischio psicologico nel consumo di Ketamina e la forte dipendenza che può creare a livello mentale questa sostanza. Agendo sui principali centri cerebrali, la Ketamina crea una percezione distorta della realtà, il rischio è che tale distorsione possa permanere anche dopo l’assunzione. La ricerca di realtà alternative a quella nella quale il soggetto vive, rischia di determinare un evitamento della realtà e una difficoltà di gestione delle emozioni e della vita in generale, innescando uno stile di vita totalmente disfunzionale. 

Se senti di avere una problematica con la Ketamina o con altre sostanze d’abuso contattami per avere maggiori informazioni al 340.41.90.915 oppure scrivimi nel form contatti cliccando qui.

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Tag: Ketamina, storie di dipendenza, Terapia Breve Strategica

Essere genitori al giorno d’oggi nasconde numerose insidie, inutile negarlo. I genitori sono sempre più soggetti passivi di un bombardamento mediatico che fornisce informazioni spesso contrastanti e non sempre corrette. Queste informazioni possono facilmente portare il genitore fuori strada, non consentendogli di interpretare con chiarezza il proprio ruolo e di prendere le decisioni più opportune. Nell’articolo di oggi vorrei portare testimonianza dell’intervento di formazione rivolto alla genitorialità da me svolto venerdì della scorsa settimana presso la sede dell’IKEA di Padova, di fronte ad un folto pubblico di genitori.

Il ruolo del genitore

All’inizio dell’intervento ho posto le basi per una migliore comprensione del ruolo genitoriale, sottolineandone l’importanza di un ruolo attivo: attraverso cioè l’apprendimento di strumenti pratici e di competenze “organizzative” esso può diventare un vero e proprio punto di riferimento per i figli. La famiglia come ogni tipo di sistema organizzato necessita di regole, entrambi i genitori devono cercare di costruire un sistema di principi, di direttive, che possa essere il più possibile caratterizzato da una linea comune. Senza un’uniformità nell’organizzazione famigliare si corre il rischio di creare dei circoli viziosi disfunzionali, nell’ambito dei quali i figli approfittano di uno dei due genitori per poter ottenere quello che vogliono, in una prospettiva davvero poco educativa. 

Spesso le problematiche che si vengono a creare con i nostri figli possono essere ridotte oppure completamente risolte attivando due importanti tipologie di risposta:

  • adottando strategie e manovre specifiche per risolvere lo specifico problema;
  • bloccando i tentativi fallimentari che stiamo mettendo in atto, che in realtà non portano alcun beneficio alla soluzione del problema.

La comunicazione

Per risolvere i piccoli problemi che incontriamo con i nostri figli, una possibile soluzione funzionale può essere anche quella di considerare in maniera più accurata ogni scambio comunicativo. La comunicazione ha un ruolo fondamentale per aiutare il genitore ad essere efficace a livello relazionale e per costruire la sintonia affettivo-emotiva più adeguata con il proprio figlio. Chiaramente un genitore che assume una posizione più “morbida” e flessibile potrà attendersi esiti differenti rispetto ad un genitore che manifesta una modalità relazionale autoritaria. Ciò non significa che in alcune situazione non vi sia la necessità di essere maggiormente “direttivi” a fronte di alcune trasgressioni. La cosa fondamentale è quella di trovare una giusta sintonia, “danzando” fra diverse posizioni relazionali a seconda delle differenti situazioni che si vengono a creare nell’interazione con i figli.

I modelli famigliari

Avere consapevolezza di come funziona il proprio sistema famigliare ci può essere d’aiuto per disattivare quei tentativi di soluzione disfunzionali nei confronti dei nostri figli, o meglio per attivare quelli più opportuni a seconda delle situazioni. Attraverso le ricerche condotte dal prof. G. Nardone durante gli anni ‘90 è stato possibile individuare alcuni caratteristici modelli di famiglia, il cui funzionamento può influire negativamente sulla crescita ideale e funzionale dei propri figli. Di seguito i principali modelli di famiglia e genitorialità:

Modello iperprotettivo: i genitori fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per far sì che il proprio figlio possa star bene, anticipandone spesso i bisogni, risolvendo le difficoltà e sostituendosi a lui in tutto e per tutto; 

Modello democratico permissivo: il rapporto è completamente improntato suldialogo tra i componenti della famiglia, vi è una completa parità fra i suoi membri, i genitori svolgono un ruolo quasi di confidenti, di amici dei propri figli; 

Modello sacrificante: i genitori si sentono chiamati ad un ruolo di arrendevolezza e di rinuncia, a sacrificarsi per il benessere dei figli, pensando che poi ne verranno in qualche modo ricompensati in futuro;

Modello intermittente: i genitori mettono in attoun comportamento ambivalente, con rapidi cambiamenti delle posizioni relazionali, altalenando momenti di eccessiva comprensione a momenti di autorità, oscillando trauna relazione affettiva ed una anaffettiva e fredda;

Modello delegante: i genitori delegano il loro ruolo alla famiglia allargata, ad esempio ai nonni, generando una dinamica di competizione;abdicando alle proprie responsabilità essi inducono nei figli la sensazione di persone deboli e poco convincenti;

Modello autoritario: il tentativoda parte di un genitore (a volte di entrambi) di esercitare il proprio potere attraversouna ricerca costante di disciplina e di controllo delle decisioni.

Ognuno di questi modelli è caratterizzato da una serie peculiare di regole e di dinamiche comunicative: essere genitore al giorno d’oggi è sicuramente un ruolo molto complesso che secondo me può anche rivelarsi un momento affascinante (oserei dire quasi magico) di relazione affettiva.

La prospettiva che ho cercato di trasmettere è quella che il genitore ha un ruolo attivo nell’educazione e nella gestione del proprio figlio; è attraverso la scoperta delle soluzioni che si riesce a risolvere e a spiegare i problemi. 

Se quest’ultima affermazione ti sembra un paradosso, se hai qualche curiosità particolare riguardo alla tipologia di famiglia in cui pensi di riconoscerti o sei vuoi approfondire le tue conoscenze e capire come affrontare uno specifico problema, contattami al numero 340.41.90.915 oppure scrivi nel form contatti.

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Tag: adolescenza, famiglie, genitori, genitorialità, Terapia Breve Strategica

L’agorafobia è una monofobia molto comune che si può riscontrare in molteplici situazioni e che può risultare alquanto invalidante. Durante una prima seduta una paziente ha descritto l’agorafobia come la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione in cui si trovava, quasi come di morire. Si trovava con amici ad un concerto e per la prima volta ha sentito sopraggiungere il panico. Sul momento non si era resa bene conto di cosa stesse succedendo, ma da quella volta in poi ha realizzato in maniera cosciente che tutte le situazioni fuori di casa ed in pubblico potevano rivelarsi in qualche modo minacciose.

Agorafobia, cos’è.

Dal punto di vista etimologico la parola agorafobia si traduce in “paura della piazza” dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), una paura quindi di tutti gli spazi aperti. L’unico rifugio in situazioni gravi, diventa solamente la propria casa, che si trasforma in una sorta di “grotta” protettiva, nella quale trovare difesa contro le minacce provenienti da quell’esterno vissuto come minaccioso e pericoloso. 

Le situazioni che il soggetto tende ad evitare sono molte: in primo luogo il rischio di trovarsi in mezzo alle persone all’aperto: ad esempio in un corteo, allo stadio o semplicemente in piazza a chiacchierare con amici. In secondo luogo, non solo vengono avvertiti come minacciosi gli spazi aperti, ma molto spesso anche alcuni spazi “chiusi” come ad esempio l’interno di un bar, i mezzi pubblici (treno, autobus, metro) o un supermercato.

Tutte quelle situazioni nelle quali vi è un’interazione fuori dalle mura domestiche possono essere vissute come potenzialmente pericolose, la persona può sentirsi male fisicamente fino ad provare sensazioni di ansietà o di panico vero e proprio.

Agorafobia, alcune caratteristiche

Di regola il soggetto agorafobico tenta di evitare quelle situazioni pubbliche nelle quali potrebbe sentirsi male ed incapace di affrontare il proprio disagio. Tale soluzione (tecnicamente si parla di evitamento) porta mano a mano alla costruzione di una catena di paure sempre più diffuse e pervasive che rischiano di travolgere il soggetto, innescando un meccanismo irrefrenabile di tentate soluzioni quali appunto l’evitamento o la richiesta di aiuto. 

Nello specifico, l’agorafobico giunge a provare una sorta di paura del giudizio che le altre persone potrebbero avere nei suoi confronti; il giudizio degli altri, anche se non espresso palesemente, pesa ed influisce sul suo sistema percettivo-reattivo. Il solo pensiero di non riuscire a “controllare” le proprie sensazioni psicofisiche, e di conseguenza di non essere in grado di gestire la situazione di difficoltà in uno spazio aperto, induce nel soggetto la paura di essere giudicato. Di conseguenza la soluzione più facile ed immediata è quella di non recarsi in luoghi aperti, alla presenza di molte persone, innescando quel circolo vizioso di tentate soluzioni (evitamento e/o richiesta di aiuto) che alimentano la patologia agorafobica stessa.

Le sensazioni dell’agorafobia

La sensazione che vive la persona che soffre di agorafobia è quella di perdere il controllo della situazione che sta vivendo, la paura di potersi sentire male, di svenire, di vivere una sensazione drammatica, come se stesse impazzendo. Queste sensazioni sono accompagnate da reazioni fisiologiche di somatizzazione ansiosa, con sintomi quali tremori, tachicardia, sudori freddi, nodo in gola, paura di morire.

Spesso per combattere queste sensazioni l’agorafobico adotta la soluzione di ricorrere all’aiuto di una persona di fiducia: un famigliare, un amico, il proprio compagno o la propria compagna, tuttavia anche in questo caso, come nel caso dell’evitamento, la soluzione non è per nulla funzionale. Il rischio è che possano passare due messaggi contraddittori: uno che la persona che ci aiuta ci vuole bene e ci sta aiutando, l’altro invece che da soli non possiamo farcela e avremo sempre bisogno di un aiuto. In realtà l’aiuto di qualcuno per affrontare la fobia degli spazi aperti non è risolutivo, può forse essere di supporto nel momento del bisogno, ma mantiene inalterata la problematica e rischia addirittura di alimentarla e di renderla ulteriormente pervasiva.

Se vuoi saperne di più sull’agorafobia e su tutte le altre patologie relative all’ansia puoi sfogliare il mio blog o il mio sito.

Se senti di avere una problematica di ansia e/o di agorafobia contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

“Dottore sono un cocainomane” così si è presentato la prima volta Francesco (nome di fantasia). Ha iniziato il consumo di cocaina quando aveva trent’anni, per caso, nello spogliatoio del basket. Alcuni compagni erano soliti farsi qualche riga prima e dopo gli allenamenti. Alla classica pizza post allenamento, oltre ai fiumi di alcol, anche Francesco aveva iniziato a tirare alcuni grammi in compagnia. Rientrava tardi e non riusciva a dormire, ma al mattino non avvertiva postumi negativi e andava al lavoro senza complicazioni.

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In una prima fase di consumo la cocaina non si era dimostrata particolarmente “invasiva”, era quasi un passatempo, un momento per “stare fuori”, per spezzare la routine, lo aiutava a non pensare e sentirsi più tranquillo. Tuttavia ad un certo momento il problema si è manifestato ed è andato peggiorando con il passare del tempo.

La dipendenza da cocaina

Il consumo ha iniziato a prendere una piega eccessiva quando dopo il lavoro Francesco, prima di rientrare a casa, preferiva passare da uno spacciatore amico di un suo compagno di squadra. “Compravo un paio di grammi, me li facevo in un paio di sere, a casa dopo cena, la mia compagna non si accorgeva di niente, passavo la nottata in taverna, guardando film o davanti al computer”. Era iniziato un periodo in cui la sola idea del consumo lo tranquillizzava, le sere in cui consumava, erano come una valvola di sfogo, gli permettevano di non pensare a nulla e distaccare dalla monotonia quotidiana.

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Nel giro di sei mesi, a fine stagione cestistica, Francesco era diventato completamente dipendente, il consumo si era fatto regolare, ogni giorno, tutte le sere, e la compagna aveva cominciato a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto.

La rottura

Dopo ulteriori sei mesi ed un consumo giornaliero F. è sempre più in difficoltà, anche sul lavoro, tanto da rischiare quasi di perdere il posto. Capisce che da solo non può farcela, decide finalmente, ma non senza difficoltà, di uscire allo scoperto e di farsi aiutare. In situazioni come questa la difficoltà principale è quella di essere trasparenti e sinceri.F. per prima cosa si apre con la compagna ma i famigliari spesso faticano a comprendere le difficoltà di chi consuma sostanza, e anche in questo caso la fidanzata ne esce distrutta. Decidono allora di chiedere aiuto ad uno specialista per affrontare nella maniera giustala situazione e trovare una via d’uscita.

La psicoterapia

In una situazione come quella di Francesco il lavoro terapeutico è stato impostato sin dal primo momento sulla ricerca di una trasparenza totale nei confronti della compagna e del terapeuta. Inoltre è stato di fondamentale importanza lavorare sulla sua motivazione, stimolando la ricerca di una reazione“interna” forte: una ragione che lo possa convincere a non consumare più, una sorta di bussola, che deve sempre presa in mano nei momenti in cui il desiderio di sostanza tenta di prendere il sopravvento e di compromettere la salute psicofisica.

 

Nel caso specifico di Francesco la motivazione è stata quella di voler ritrovare se stesso, la propria lucidità, la forza diaffrontare la realtà a testa alta e di assumersi la responsabilità di essere un compagno a tutti gli effetti, tornando ad essere la persona partecipativa e presente di prima.

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Questo è stato il primo non facile “mattoncino di base” che ha permesso di costruire un percorso di successo, durante il quale F. è riuscito a mantenersi astinente e a credere nell’astinenza da cocaina. Le fasi successive del lavoro di terapia hanno dato i frutti sperati: Francesco ha ritrovato infine la propria lucidità e la propria serenità, lontano dagli stimoli artificiali e passeggeri regalati dal consumo di sostanza.

Se senti di avere un problema con la cocaina e vuoi maggiori informazioni scrivimi in privato all’indirizzo studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 340.41.90.915. Oppure contattami attraverso il form contatti del sito cliccando qua.

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Tag: cocaina, cocainomane, dipendenza da cocaina, Terapia Breve Strategica

La psicoterapia breve strategica è un approccio che è stato formulato da Paul Watzlawick, per poi evolversi con il Prof. Giorgio Nardone, che nel corso degli ultimi venticinque anni ha elaborato e formulato numerosi protocolli d’intervento, per le diverse patologie psicologiche e comportamentali. L’articolo di oggi mira ad entrare più in contatto con la terapia breve strategica, e con le sue modalità d’intervento. Capita talvolta che un paziente, per semplice curiosità o per capire meglio l’importanza della terapia che sta affrontando, chieda al terapeuta:

“Dottore ma in parole semplici, in cosa consiste essenzialmente la Psicoterapia Breve Strategica?”

La risposta si può riassumere in poche avare parole: “Si tratta di un approccio di tipo strategico che attraverso la comprensione di “come” funziona il suo problema, consente di mettere a punto una soluzione rapida e definitiva. L’attenzione si concentra fondamentalmente sul come funziona il problema e non sul ”perché” esiste il problema”.

La psicoterapia breve strategica come funziona.

In genere questa risposta soddisfa la curiosità del paziente, tuttavia il costrutto scientifico della Terapia Breve Strategica (TBS) è ben più complesso ed articolato. Proviamo a fornire una risposta più tecnica. La TBS è una teoria epistemologica di matrice costruttivista, che basa la propria logica sugli obiettivi da raggiungere, e proprio per questo viene definita “strategica”. In altre parole ogni tattica, manovra e sequenza terapeutica viene definita in funzione del problema in analisi, in modo da mettere a punto la giusta soluzione per lo specifico problema. Questo è appunto l’approccio strategico.

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Rispetto alle forme classiche di terapia, la TBS presenta la particolarità di adattarsi al paziente e non viceversa, garantendo quella flessibilità necessaria ad orientare positivamente il rapporto fra il paziente e il suo terapeuta. I protocolli di trattamento vengono di volta in volta adattati in funzione delle caratteristiche del paziente. La struttura dell’intervento nelle sue diverse fasi rimane sempre la stessa, quello che cambia sono la comunicazione e l’interazione fra terapeuta e paziente.

Il terapeuta

Il trasferimento dell’approccio dal “perché” al “come” funziona, l’intervento si focalizza non sulla ricerca lunga e infruttuosa sulle sue origini (le “cause”), quanto invece sulle modalità di percezione da parte del soggetto. Si evince immediatamente l’importanza del dialogo terapeuta-paziente quando si pensa che l’acquisizione delle informazioni – e quindi la definizione del problema – avviene attraverso la descrizione che ne viene fatta dal paziente o dai suoi parenti. Il dialogo terapeutico è indispensabile alla comprensione e alla condivisione con il paziente di quello che è realmente il problema da risolvere, per poter raggiungere il cambiamento sperato.

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Da qui si comprende l’importanza della figura del terapeuta, che deve ad un tempo possedere doti di grande comunicabilità e di profonda conoscenza della materia, oltre ad una riconosciuta etica professionale. Le manovre terapeutiche nella loro apparente semplicità sono in realtà il punto di arrivo di lunghi studi e di faticoso affinamento continuo.

Epsitemologia della psicoterapia breve strategica

I fondamenti epistemologici della Psicoterapia Breve Strategica si fondano sul sistema percettivo-reattivo, ossia sulle nostre modalità di percezione della realtà e sulle conseguenti modalità di reazione comportamentale. Ogni cambiamento comportamentale, per avere successo duraturo nel tempo, deve essere preceduto da un cambiamento delle modalità percettive. Questo è uno dei fondamenti essenziali che distingue la TBS dalle terapie classiche: l’intervento terapeutico dovrà essere in grado di modificare anche quegli aspetti emozionali che sono alla base dei comportamenti sotto esame, ristrutturandoli sulla base delle esperienze emozionali nuove vissute dallo stesso paziente durante il percorso terapeutico.

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Tag: Terapia Breve Strategica

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Come smettere di drogarsi da soli

8 Maggio 2019

La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare molto diffuso sia in età adolescenziale che in età adulta. Spesso ne sono colpite le giovani adolescenti che trovano nel cibo una via di fuga dalle dinamiche emotive quotidiane; tuttavia anche in età adulta, sia nel genere femminile che in quello maschile, si riscontrano situazioni in cui il cibo viene utilizzato come “strumento” per sentirsi meglio. In realtà il soggetto bulimico non prova realmente fame, ma vive la sensazione psicologica di un desiderio incontrollabile di cibo.

La bulimia: cos’è?

Con il termine bulimia si indica un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dal desiderio incontrollabile di cibo, una tendenza sfrenata ad abbuffarsi, ad ingurgitare compulsivamente qualsiasi alimento. La bulimia conduce fatalmente ad una totale perdita di controllo nei confronti del cibo stesso e di conseguenza alla sensazione di non essere in grado di gestire la propria condotta.

Il soggetto bulimico cerca di controllare il desiderio evitando di mangiare, ma quello che ottiene è l’esatto contrario, ossia più si sforza di non mangiare e più si lascia andare a momenti di vere e proprie abbuffate, concedendosi il cibo senza ritegno. Il bisogno di cibo viene vissuto come un modo di reagire alle difficoltà e alle insicurezze della quotidianità.

I sintomi della bulimia

Tra i principali sintomi della bulimia possiamo annoverare come già sottolineato le ricorrenti abbuffate, episodi che consistono nell’ingurgitare grandi quantità di cibo in tempi relativamente brevi. 

Come nel caso dell’anoressia – ma sotto la spinta di motivazioni psicologiche diverse – sovente tali situazioni sono seguite da comportamenti di compensazione per espellere l’eccesso di alimenti, come ad esempio l’uso di lassativi o la pratica del vomito autoindotto. Altri comportamenti di compensazione sono rappresentati dall’uso di diuretici o addirittura di enteroclismi; in molti casi il soggetto bulimico ricorre anche al digiuno temporaneo o ad un intenso esercizio fisico. 

Molto spesso coloro che circondano il soggetto in difficoltà cercano di spingerlo a mangiare meno, facendogli notare che sta mangiando eccessivamente ed in maniera smodata. Questa modalità di sottolineare le difficoltà (e la possibile patologia) invece che migliorare la situazione la peggiora, inducendo ancora di più nel soggetto uno strato di frustrazione e di rabbia che lo spingerà ad usare il cibo in maniera disfunzionale.

La Terapia Breve Strategica e le possibili soluzioni

Il concetto chiave sul quale impostare una terapia psicologica rispetto alla problematica bulimica è la messa a punto di soluzioni che modifichino le modalità di percezione del soggetto riguardo al cibo e alle dinamiche emotive che si trova ad affrontare ogni giorno. 

Una strategia molto efficace in questi casi è rappresentata dalla scrittura. Riuscire a mettere su carta tutte le dinamiche emotive che ci tormentano permette di “far emergere” gli aspetti emotivi e ci aiuta a ritrovare una maggiore chiarezza interiore. Si tratta comunque di un esercizio difficile al quale non siamo più abituati, perché ormai i messaggini di testo e le chat più o meno lunghe hanno sostituito la scrittura vera e propria. Naturalmente la scrittura dovrà essere accompagnata da una terapia psicologica condotta sotto la guida di uno psicologo esperto, che consenta di mettere in pratica anche quegli accorgimenti terapeutici specifici studiati ad hoc per il soggetto.

Un’altra strategia funzionale consiste nel cercare di riappropriarsi del piacere del cibo mangiando solo durante i tre pasti principali: colazione pranzo e cena. In particolare la cosa fondamentale è mangiare solamente le cose che piacciono di più; lo stratagemma terapeutico consiste nel far passare l’idea che se ci concediamo psicologicamente il piacere di mangiare vi possiamo anche rinunciare, mentre invece se non ce lo concediamo diventa irrinunciabile.

La terapia breve strategica pone in primo piano la figura del paziente e mira a fornire tecniche personalizzate che consentano al soggetto di trovare soluzioni funzionali, aiutandolo a ritrovare contemporaneamente anche un rinnovato equilibrio emotivo. Il lavoro terapeutico si svolge sia durante le sedute in studio che a casa propria, attraverso l’applicazione di compiti pratici.

Nei prossimi articoli svilupperemo meglio queste tecniche e strategie, nel frattempo continua a seguire il mio blog o per maggiori info contattami

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare

Essere genitore di un figlio ansioso non è semplice. Quali sono i comportamenti funzionali che ci aiutano a gestire l’eccessiva paura dei nostri figli rispetto alla scuola, agli amici o all’attività sportiva? La risposta non è semplice, i consigli che arrivano attraverso la televisione, i giornali, i media in generale, sono spesso contraddittori e buoni per ogni situazione, ma di solito la nostra è una situazione differente. 

Approfondiamo alcuni suggerimenti che i genitori possono iniziare a mettere in atto fin da subito, accorgimenti utili a migliorare la situazione e a gestire con più efficacia le paure dei propri figli. Impariamo a capire cos’è meglio fare e cosa evitare.

Primo: Non rassicurare

La rassicurazione non fa altro che alimentare la paura dei vostri figli; pur volendo aiutarli in ogni modo e farli sentire capiti e compresi, la rassicurazione funziona in ottica disfunzionale, ossia esattamente all’opposto. Più voi lo rassicurate e più vostro figlio in realtà continuerà a provare paura! E’ sicuramente fondamentale fargli sentire che lo capiamo e che stiamo tentando di sintonizzarci con lui, tuttavia rassicurandolo otteniamo l’effetto contrario di mantenere intatte le sue paure e le sue preoccupazioni. 

E’ fondamentale esserci e fargli sentire la vostra presenza, ma dichiarare “Non devi aver paura qua ci sono io” non funziona e rischia di peggiorare la situazione. Vostro figlio si chiederà come potrà fare quando sarà solo o comunque fuori dalle rassicuranti mura domestiche, con il gruppo dei suoi pari, gli amici, a scuola. Può accadere, infatti, che quando vostro figlio si trova a scuola e viene assalito dalla paura, arrivi addirittura a chiamare i genitori per farsi venire a prendere, e di solito il genitore accorre prontamente e si attiva con un comportamento affettivo di rassicurazione. 

Aiuta tuo figlio ad avere uno spazio per le preoccupazioni

Invece di rassicurare, vi consiglio di provare a ricavare uno spazio giornaliero di 15 o 30 minuti, durante il quale chiedere a vostro figlio quali possono essere le sue preoccupazioni per la giornata successiva. Se ad esempio c’è una verifica particolarmente temuta, invece di rassicurarlo provate a fare il contrario e a chiedergli di sviscerare tutti i possibili motivi che lo preoccupano: perché pensa che la verifica potrà andare male, quali possibili stati d’animo vivrà durante lo svolgimento del compito in classe. Quello che potrà accadere, quasi per magia, è che vostro figlio invece di vivere una sensazione negativa di malessere proverà una condizione di tranquillità totalmente nuova per lui. Più ci caliamo nelle nostre peggiori paure e più queste spariscono:la paura affrontata diventa coraggio.

Evita di evitare

Cercatedi fare in modo che vostro figlio impari ad “evitare di evitare”. Ogni “evitamento”- cioè ogni situazione nella quale si tenta di aggirare un ostacolo – può far aumentare la paura, generando una spirale di situazioni che porteranno il ragazzo a non trovare più una via d’uscita dall’ansia. Il primo caso “classico” di evitamento è quello dei banchi di scuola, dove spesso la sensazione di paura e di disagio si acuisce e spinge l’adolescente ad allontanarsi dalla classe e dalla scuola, per rifugiarsi nel tranquillo porto della propria casa. 

Aiutatelo ad “evitare di evitare” facendogli vivere piccole frustrazioni, facendogli sentire che ci siete ma che può farcela ancheda solo, facendogli intravvedere anche i lati positivi di quello che sta facendo e di come “non evitando”le cose possono funzionare anche meglio.

Tre tecniche efficaci, all’apparenza piuttosto semplici ma in realtà molto difficili da applicare perchè controintuitive e paradossali, tre tecniche che ogni genitore con figli ansiosi dovrebbe provare a mettere in atto, se necessario anche con l’aiuto di un terapeuta, nell’ottica di rigenerare lo stato disalute e di benessere del figlio.

Se credi che tuo figlio possa avere una problematica ansiosa che non riesce ad affrontare da solo e rispetto alla quale non riesci ad essere efficace, contattami per maggiori info.

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Tag: adolescenza, ansia, Attacchi di Panico, genitorialità

La Ketamina è un farmaco anestetico parente chimico della fenciclidina, meglio conosciuta come “polvere d’angelo”, segnalata dalla World Health Organization nella “lista dei farmaci essenziali” indispensabili per un ospedale. Come sembrerà chiaro la Ketamina è principalmente un farmaco, i suoi effetti si esplicano sul Sistema Nervoso Centrale (SNC) influenzando la percezione del dolore e stimolando particolari sensazioni.

Il suo impiego principale è come anestetico e proprio per queste sue spiccate caratteristiche fu ampiamente impiegato dagli americani nella guerra del Vietnam.  Recenti studi indicano che bassi dosaggi di Ketamina possono essere addirittura impiegati su pazienti affetti da depressione, per ottenere un miglioramento del tono dell’umore. Tuttavia esiste un’altra faccia della medaglia, legata alla problematicità derivante dall’uso “ricreativo”che viene fatto di tale farmaco.

Comprare droga è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la vita.

Jim Morrison

Ketamina: cos’è e quali effetti esercita.

La Ketamina, formula chimica 2-(2-clorofenil)-2-(metilammino) cicloesanone, è una sostanza liquida, molto simile all’acqua, che può essere ingerita o iniettata per via endovenosa. Per uso ricreativo può essere riscaldata fino ad ottenere per evaporazione una polvere biancastra da sniffare o da ingerire, se compressa in pastiglie.  A seconda del dosaggio si possono sperimentare diversi tipi di effetti. Si passa dalla leggera stimolazione, all’euforia simile a quella causata dal consumo di alcolici, sino a sperimentare uno stato completamente dissociativo molto intenso, che può portare a forti allucinazioni. Il suo uso prolungato può indurre dipendenza.

Come per altre sostanze allucinogene, l’utilizzo della ketamina può condurre ad una profonda esperienza interiore ed onirica, un vero e proprio “viaggio interiore”, una sorta di ingresso in un’altra realtà. Per questo motivo la ketamina viene anche definita sostanza enteogena, ossia sostanza psicoattiva in grado di esercitare un effetto psichedelico o allucinogeno tale da favorire esperienze mistiche e spirituali. Come è facile intuire, quando si vive una esperienza visionaria tale da procurare stati di allucinazione dissociativi tra mente e corpo, il rischio a livello psicologico diventa enorme.

Storia di un abuso

Raccontiamo l’esperienza di consumo di Ketamina di un paziente, Mario (nome di fantasia), che ancora oggi ricorda quei momenti con estrema preoccupazione. Mario era solito frequentare “rave party”, feste di musica autogestite ed illegali, spesso organizzate in aree industriali abbandonate o in spazi aperti come boschi, cave, foreste, con una durata variabile che può arrivare anche ad una settimana. 

Mario racconta che durante i “rave” consumava grandi quantità di sostanze psicotrope, ecstasy, anfetamine e cocaina. Nell’ultimo periodo aveva cominciato ad assumere anche Ketamina e tutto sommato l’esperienza non gli era dispiaciuta, anzi aveva contribuito ad aumentare le sensazioni interiori di viaggio spirituale nella musica. Poi una volta di colpo l’esperienza si è rivelata troppo intensa e da quel momento Mario ha realizzato che era necessario smettere. Era giorno, mattina presto, improvvisamenteMario ha cominciato a vederetutto nero, non c’era più nessuno intorno a lui. D’un tratto dal buio sono comparse delle striscioline verdi, come strani geroglifici; guardandoli meglio si è reso conto che erano gli stessi codici di Matrix, un famoso film di fantascienza di fine anni novanta.

Senza neanche rendersene conto si è sentito leggero e ha iniziato una strana danza, una serie di movimenti istintivi che non riusciva a smettere, in un contesto in cui aveva perso completamente la concezione del rapporto spazio-tempo. Visti dall’esterno, alcuni amici hanno descritto i movimenti di Mario come quelli tipici di un’arte marziale, al punto che al termine della sua esibizione Mario avrebbe dichiarato “sono un maestro di kung fu”. In realtà Mario aveva giocato a pallone da ragazzo e non aveva mai frequentato alcuna palestra di arti marziali. 

Questa esperienza “drogastica” lo aveva lasciato incerto e confuso, disorientato al punto tale di faticare a comprendere la sua reale identità. E’ da quel momento che Mario ha deciso di smettere e dopo alcuni mesi iniziare un percorso di psicoterapia.

Ketamina e dipendenza

La storia di Mario ci fa capire il rischio psicologico nel consumo di Ketamina e la forte dipendenza che può creare a livello mentale questa sostanza. Agendo sui principali centri cerebrali, la Ketamina crea una percezione distorta della realtà, il rischio è che tale distorsione possa permanere anche dopo l’assunzione. La ricerca di realtà alternative a quella nella quale il soggetto vive, rischia di determinare un evitamento della realtà e una difficoltà di gestione delle emozioni e della vita in generale, innescando uno stile di vita totalmente disfunzionale. 

Se senti di avere una problematica con la Ketamina o con altre sostanze d’abuso contattami per avere maggiori informazioni al 340.41.90.915 oppure scrivimi nel form contatti cliccando qui.

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Tag: Ketamina, storie di dipendenza, Terapia Breve Strategica

Essere genitori al giorno d’oggi nasconde numerose insidie, inutile negarlo. I genitori sono sempre più soggetti passivi di un bombardamento mediatico che fornisce informazioni spesso contrastanti e non sempre corrette. Queste informazioni possono facilmente portare il genitore fuori strada, non consentendogli di interpretare con chiarezza il proprio ruolo e di prendere le decisioni più opportune. Nell’articolo di oggi vorrei portare testimonianza dell’intervento di formazione rivolto alla genitorialità da me svolto venerdì della scorsa settimana presso la sede dell’IKEA di Padova, di fronte ad un folto pubblico di genitori.

Il ruolo del genitore

All’inizio dell’intervento ho posto le basi per una migliore comprensione del ruolo genitoriale, sottolineandone l’importanza di un ruolo attivo: attraverso cioè l’apprendimento di strumenti pratici e di competenze “organizzative” esso può diventare un vero e proprio punto di riferimento per i figli. La famiglia come ogni tipo di sistema organizzato necessita di regole, entrambi i genitori devono cercare di costruire un sistema di principi, di direttive, che possa essere il più possibile caratterizzato da una linea comune. Senza un’uniformità nell’organizzazione famigliare si corre il rischio di creare dei circoli viziosi disfunzionali, nell’ambito dei quali i figli approfittano di uno dei due genitori per poter ottenere quello che vogliono, in una prospettiva davvero poco educativa. 

Spesso le problematiche che si vengono a creare con i nostri figli possono essere ridotte oppure completamente risolte attivando due importanti tipologie di risposta:

  • adottando strategie e manovre specifiche per risolvere lo specifico problema;
  • bloccando i tentativi fallimentari che stiamo mettendo in atto, che in realtà non portano alcun beneficio alla soluzione del problema.

La comunicazione

Per risolvere i piccoli problemi che incontriamo con i nostri figli, una possibile soluzione funzionale può essere anche quella di considerare in maniera più accurata ogni scambio comunicativo. La comunicazione ha un ruolo fondamentale per aiutare il genitore ad essere efficace a livello relazionale e per costruire la sintonia affettivo-emotiva più adeguata con il proprio figlio. Chiaramente un genitore che assume una posizione più “morbida” e flessibile potrà attendersi esiti differenti rispetto ad un genitore che manifesta una modalità relazionale autoritaria. Ciò non significa che in alcune situazione non vi sia la necessità di essere maggiormente “direttivi” a fronte di alcune trasgressioni. La cosa fondamentale è quella di trovare una giusta sintonia, “danzando” fra diverse posizioni relazionali a seconda delle differenti situazioni che si vengono a creare nell’interazione con i figli.

I modelli famigliari

Avere consapevolezza di come funziona il proprio sistema famigliare ci può essere d’aiuto per disattivare quei tentativi di soluzione disfunzionali nei confronti dei nostri figli, o meglio per attivare quelli più opportuni a seconda delle situazioni. Attraverso le ricerche condotte dal prof. G. Nardone durante gli anni ‘90 è stato possibile individuare alcuni caratteristici modelli di famiglia, il cui funzionamento può influire negativamente sulla crescita ideale e funzionale dei propri figli. Di seguito i principali modelli di famiglia e genitorialità:

Modello iperprotettivo: i genitori fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per far sì che il proprio figlio possa star bene, anticipandone spesso i bisogni, risolvendo le difficoltà e sostituendosi a lui in tutto e per tutto; 

Modello democratico permissivo: il rapporto è completamente improntato suldialogo tra i componenti della famiglia, vi è una completa parità fra i suoi membri, i genitori svolgono un ruolo quasi di confidenti, di amici dei propri figli; 

Modello sacrificante: i genitori si sentono chiamati ad un ruolo di arrendevolezza e di rinuncia, a sacrificarsi per il benessere dei figli, pensando che poi ne verranno in qualche modo ricompensati in futuro;

Modello intermittente: i genitori mettono in attoun comportamento ambivalente, con rapidi cambiamenti delle posizioni relazionali, altalenando momenti di eccessiva comprensione a momenti di autorità, oscillando trauna relazione affettiva ed una anaffettiva e fredda;

Modello delegante: i genitori delegano il loro ruolo alla famiglia allargata, ad esempio ai nonni, generando una dinamica di competizione;abdicando alle proprie responsabilità essi inducono nei figli la sensazione di persone deboli e poco convincenti;

Modello autoritario: il tentativoda parte di un genitore (a volte di entrambi) di esercitare il proprio potere attraversouna ricerca costante di disciplina e di controllo delle decisioni.

Ognuno di questi modelli è caratterizzato da una serie peculiare di regole e di dinamiche comunicative: essere genitore al giorno d’oggi è sicuramente un ruolo molto complesso che secondo me può anche rivelarsi un momento affascinante (oserei dire quasi magico) di relazione affettiva.

La prospettiva che ho cercato di trasmettere è quella che il genitore ha un ruolo attivo nell’educazione e nella gestione del proprio figlio; è attraverso la scoperta delle soluzioni che si riesce a risolvere e a spiegare i problemi. 

Se quest’ultima affermazione ti sembra un paradosso, se hai qualche curiosità particolare riguardo alla tipologia di famiglia in cui pensi di riconoscerti o sei vuoi approfondire le tue conoscenze e capire come affrontare uno specifico problema, contattami al numero 340.41.90.915 oppure scrivi nel form contatti.

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Tag: adolescenza, famiglie, genitori, genitorialità, Terapia Breve Strategica

L’agorafobia è una monofobia molto comune che si può riscontrare in molteplici situazioni e che può risultare alquanto invalidante. Durante una prima seduta una paziente ha descritto l’agorafobia come la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione in cui si trovava, quasi come di morire. Si trovava con amici ad un concerto e per la prima volta ha sentito sopraggiungere il panico. Sul momento non si era resa bene conto di cosa stesse succedendo, ma da quella volta in poi ha realizzato in maniera cosciente che tutte le situazioni fuori di casa ed in pubblico potevano rivelarsi in qualche modo minacciose.

Agorafobia, cos’è.

Dal punto di vista etimologico la parola agorafobia si traduce in “paura della piazza” dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura), una paura quindi di tutti gli spazi aperti. L’unico rifugio in situazioni gravi, diventa solamente la propria casa, che si trasforma in una sorta di “grotta” protettiva, nella quale trovare difesa contro le minacce provenienti da quell’esterno vissuto come minaccioso e pericoloso. 

Le situazioni che il soggetto tende ad evitare sono molte: in primo luogo il rischio di trovarsi in mezzo alle persone all’aperto: ad esempio in un corteo, allo stadio o semplicemente in piazza a chiacchierare con amici. In secondo luogo, non solo vengono avvertiti come minacciosi gli spazi aperti, ma molto spesso anche alcuni spazi “chiusi” come ad esempio l’interno di un bar, i mezzi pubblici (treno, autobus, metro) o un supermercato.

Tutte quelle situazioni nelle quali vi è un’interazione fuori dalle mura domestiche possono essere vissute come potenzialmente pericolose, la persona può sentirsi male fisicamente fino ad provare sensazioni di ansietà o di panico vero e proprio.

Agorafobia, alcune caratteristiche

Di regola il soggetto agorafobico tenta di evitare quelle situazioni pubbliche nelle quali potrebbe sentirsi male ed incapace di affrontare il proprio disagio. Tale soluzione (tecnicamente si parla di evitamento) porta mano a mano alla costruzione di una catena di paure sempre più diffuse e pervasive che rischiano di travolgere il soggetto, innescando un meccanismo irrefrenabile di tentate soluzioni quali appunto l’evitamento o la richiesta di aiuto. 

Nello specifico, l’agorafobico giunge a provare una sorta di paura del giudizio che le altre persone potrebbero avere nei suoi confronti; il giudizio degli altri, anche se non espresso palesemente, pesa ed influisce sul suo sistema percettivo-reattivo. Il solo pensiero di non riuscire a “controllare” le proprie sensazioni psicofisiche, e di conseguenza di non essere in grado di gestire la situazione di difficoltà in uno spazio aperto, induce nel soggetto la paura di essere giudicato. Di conseguenza la soluzione più facile ed immediata è quella di non recarsi in luoghi aperti, alla presenza di molte persone, innescando quel circolo vizioso di tentate soluzioni (evitamento e/o richiesta di aiuto) che alimentano la patologia agorafobica stessa.

Le sensazioni dell’agorafobia

La sensazione che vive la persona che soffre di agorafobia è quella di perdere il controllo della situazione che sta vivendo, la paura di potersi sentire male, di svenire, di vivere una sensazione drammatica, come se stesse impazzendo. Queste sensazioni sono accompagnate da reazioni fisiologiche di somatizzazione ansiosa, con sintomi quali tremori, tachicardia, sudori freddi, nodo in gola, paura di morire.

Spesso per combattere queste sensazioni l’agorafobico adotta la soluzione di ricorrere all’aiuto di una persona di fiducia: un famigliare, un amico, il proprio compagno o la propria compagna, tuttavia anche in questo caso, come nel caso dell’evitamento, la soluzione non è per nulla funzionale. Il rischio è che possano passare due messaggi contraddittori: uno che la persona che ci aiuta ci vuole bene e ci sta aiutando, l’altro invece che da soli non possiamo farcela e avremo sempre bisogno di un aiuto. In realtà l’aiuto di qualcuno per affrontare la fobia degli spazi aperti non è risolutivo, può forse essere di supporto nel momento del bisogno, ma mantiene inalterata la problematica e rischia addirittura di alimentarla e di renderla ulteriormente pervasiva.

Se vuoi saperne di più sull’agorafobia e su tutte le altre patologie relative all’ansia puoi sfogliare il mio blog o il mio sito.

Se senti di avere una problematica di ansia e/o di agorafobia contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

“Dottore sono un cocainomane” così si è presentato la prima volta Francesco (nome di fantasia). Ha iniziato il consumo di cocaina quando aveva trent’anni, per caso, nello spogliatoio del basket. Alcuni compagni erano soliti farsi qualche riga prima e dopo gli allenamenti. Alla classica pizza post allenamento, oltre ai fiumi di alcol, anche Francesco aveva iniziato a tirare alcuni grammi in compagnia. Rientrava tardi e non riusciva a dormire, ma al mattino non avvertiva postumi negativi e andava al lavoro senza complicazioni.

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In una prima fase di consumo la cocaina non si era dimostrata particolarmente “invasiva”, era quasi un passatempo, un momento per “stare fuori”, per spezzare la routine, lo aiutava a non pensare e sentirsi più tranquillo. Tuttavia ad un certo momento il problema si è manifestato ed è andato peggiorando con il passare del tempo.

La dipendenza da cocaina

Il consumo ha iniziato a prendere una piega eccessiva quando dopo il lavoro Francesco, prima di rientrare a casa, preferiva passare da uno spacciatore amico di un suo compagno di squadra. “Compravo un paio di grammi, me li facevo in un paio di sere, a casa dopo cena, la mia compagna non si accorgeva di niente, passavo la nottata in taverna, guardando film o davanti al computer”. Era iniziato un periodo in cui la sola idea del consumo lo tranquillizzava, le sere in cui consumava, erano come una valvola di sfogo, gli permettevano di non pensare a nulla e distaccare dalla monotonia quotidiana.

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Nel giro di sei mesi, a fine stagione cestistica, Francesco era diventato completamente dipendente, il consumo si era fatto regolare, ogni giorno, tutte le sere, e la compagna aveva cominciato a sospettare che qualcosa non andasse per il verso giusto.

La rottura

Dopo ulteriori sei mesi ed un consumo giornaliero F. è sempre più in difficoltà, anche sul lavoro, tanto da rischiare quasi di perdere il posto. Capisce che da solo non può farcela, decide finalmente, ma non senza difficoltà, di uscire allo scoperto e di farsi aiutare. In situazioni come questa la difficoltà principale è quella di essere trasparenti e sinceri.F. per prima cosa si apre con la compagna ma i famigliari spesso faticano a comprendere le difficoltà di chi consuma sostanza, e anche in questo caso la fidanzata ne esce distrutta. Decidono allora di chiedere aiuto ad uno specialista per affrontare nella maniera giustala situazione e trovare una via d’uscita.

La psicoterapia

In una situazione come quella di Francesco il lavoro terapeutico è stato impostato sin dal primo momento sulla ricerca di una trasparenza totale nei confronti della compagna e del terapeuta. Inoltre è stato di fondamentale importanza lavorare sulla sua motivazione, stimolando la ricerca di una reazione“interna” forte: una ragione che lo possa convincere a non consumare più, una sorta di bussola, che deve sempre presa in mano nei momenti in cui il desiderio di sostanza tenta di prendere il sopravvento e di compromettere la salute psicofisica.

 

Nel caso specifico di Francesco la motivazione è stata quella di voler ritrovare se stesso, la propria lucidità, la forza diaffrontare la realtà a testa alta e di assumersi la responsabilità di essere un compagno a tutti gli effetti, tornando ad essere la persona partecipativa e presente di prima.

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Questo è stato il primo non facile “mattoncino di base” che ha permesso di costruire un percorso di successo, durante il quale F. è riuscito a mantenersi astinente e a credere nell’astinenza da cocaina. Le fasi successive del lavoro di terapia hanno dato i frutti sperati: Francesco ha ritrovato infine la propria lucidità e la propria serenità, lontano dagli stimoli artificiali e passeggeri regalati dal consumo di sostanza.

Se senti di avere un problema con la cocaina e vuoi maggiori informazioni scrivimi in privato all’indirizzo studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 340.41.90.915. Oppure contattami attraverso il form contatti del sito cliccando qua.

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Tag: cocaina, cocainomane, dipendenza da cocaina, Terapia Breve Strategica

La psicoterapia breve strategica è un approccio che è stato formulato da Paul Watzlawick, per poi evolversi con il Prof. Giorgio Nardone, che nel corso degli ultimi venticinque anni ha elaborato e formulato numerosi protocolli d’intervento, per le diverse patologie psicologiche e comportamentali. L’articolo di oggi mira ad entrare più in contatto con la terapia breve strategica, e con le sue modalità d’intervento. Capita talvolta che un paziente, per semplice curiosità o per capire meglio l’imp