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Ansia sociale: la paura del rifiuto

18 Luglio 2019

Mi occupo di cura della dipendenza a Padova, Vicenza, Treviso ormai da quindici anni, in ambiti diversi: dalla prevenzione nelle scuole (coinvolgendo adolescenti e insegnanti), al lavoro in clinica (cura, riabilitazione e reinserimenti di pazienti con dipendenze varie: alcol, sostanze o altro come il gioco d’azzardo). Per promuovere una cultura del benessere e aumentare le conoscenze rispetto alle diverse dipendenze, nel corso del tempo ho promosso e partecipato a diversi progetti sia nel privato che anche in collaborazione con il servizio per le dipendenze.

Attraverso questo articolo, vorrei portare un paio di esempi di terapia sulle dipendenze, per raccontare due diverse tipologie di intervento in questo ambito. 

Cocaina e crack

Carlo (nome di fantasia) ha iniziato a fare uso di cocaina in modo sporadico, nelle serate con gli amici, il sabato sera, per approdare poi al crack sempre allo stesso modo: una serata tra amici, solo per provare. Questo però gli ha creato una vera e propria dipendenza: una necessità costante e ossessiva della sostanza, tutto il resto passa in secondo piano (affetti, famiglia, lavoro, …). In breve tempo perde molto peso, ma perde anche percezione di se stesso e del proprio futuro.

Carlo arriva in studio dopo dieci anni di consumo ed un percorso in comunità andato male. Il percorso di terapia, in questo caso, s’incentra sulla gestione delle emozioni del paziente: Carlo sfoga una rabbia particolare nei confronti delle persone che gli stanno vicino, ma è un sentimento che in realtà prova verso se stesso, per la vita che sta conducendo e per l’insoddisfazione che ne consegue. La dipendenza da crack o cocaina modifica il modo di percepire e vivere la realtà, ma il caso di Carlo può aiutare a capire che con la giusta combinazione di motivazione e voglia di rimettersi in discussione è possibile uscire dalla dipendenza. Ad oggi non sta più assumendo crack e a distanza di un anno non si segnalano più ricadute.

Cannabis in età adolescenziale

Marco (nome di fantasia) ha diciassette anni, da circa tre fuma cannabinoidi. Per poter fumare gratis si è fatto prendere la mano, ed ha iniziato a spacciare, in modo da guadagnarsi qualche soldo da spendere in scarpe e vestiti. 

Il consumo di cannabis, ma in generale di ogni sostanza in età adolescenziale, è piuttosto pericoloso: porta ad un’alterazione nella percezione di se, ma conduce anche a vivere le emozioni in modo distorto e alterato, in una fase in cui viverle autenticamente è fondamentale per la crescita del soggetto. 

Marco è un ragazzo sveglio: non indentifica bene il problema, ma si rende conto di vivere una serie di difficoltà, in particolare nella relazione con i genitori, e il fumo lo tranquillizza, andando a sopire le emozioni più difficili da gestire, di sofferenza e rabbia. 

Il lavoro terapeutico condotto prima singolarmente con il ragazzo, e poi con i famigliari, ha portato ad ottimi risultati: il fumo si è ridotto notevolmente, e poco alla volta si è ristabilita la relazione tra Marco e i genitori. Nella fase dell’adolescenza è importante aiutare i ragazzi a responsabilizzarsi, ma è altrettanto utile accompagnarli e supportarli, in modo da far loro comprendere che la famiglia può essere una risorsa su cui si può fare affidamento. 

Ti rivedi in queste storie? Senti di avere una dipendenza per una sostanza stupefacente, per il gioco d’azzardo o una dipendenza affettiva? Mi occupo di cura delle dipendenze a Padova Vicenza e Treviso chiamami al 340.41.90.915 o scrivimi in privato compilando il form qua sotto per maggiori informazioni o per fissare un un appuntamento.

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Tag: dipendenza da cannabis, dipendenza da cocaina, dipendenze, storie di dipendenza

Se dovessimo dare una definizione di emozioni” immagino che ciascuno di noi si riferirebbe agli stati d’animo provocati da un evento che stimola o ha stimolato il nostro sistema percettivo sensoriale.

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita, possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi nelle sfide quotidiane, familiari, lavorative o sportive. Possono diventare il motore della crescita personale, possono favorire i nostri successi, ma possono in qualche caso anche metterci i bastoni tra le ruote e diventare un vero e proprio ostacolo insormontabile. 

In qualità di psicologo e psicoterapeuta a contatto quotidianamente con le tematiche emotive, riscontro sempre più persone che faticano ad accettare alcuni loro stati emotivi, riconoscendoli come estranei o invasivi. L’articolo di oggi mira a far conoscere meglio la tematica relativa alle emozioni e soprattutto a metterla in relazione con la capacità di raggiungere i nostri obiettivi personali e di crescita.

Emozioni cosa sono

Per dare una definizione di emozioni dobbiamo prendere in esame le diverse teorie che le definiscono. Dal punto di vista biologico le emozioni possono essere definite come il processo bio-genetico che attraverso circuiti fisiologici e neuronali distingue e determina impressioni, suggestioni, turbamenti, stati d’animo emotivi. 

Secondo la prospettiva costruzionista le emozioni si definiscono in base al contesto e alla cornice di riferimento, dunque a seconda della situazione e dei momenti che la persona si trova a vivere. In questa ottica le emozioni si possono considerare come degli stati d’animo mutevoli, di attivazione fisiologica, che si innescano in funzione degli stimoli che la persona subisce nei vari momenti della giornata e più in generale della vita. 

Una terza prospettiva vede le emozioni in un’ottica maggiormente cognitiva, e dunque come una valutazione che la persona fa degli eventi a seconda dell’importanza che vi attribuisce ed in base ai propri scopi e ai bisogni personali. 

Un aspetto comune alle diverse teorie sulle emozioni è quello di essere caratterizzate da diverse componenti: biologiche, situazionali e di valutazione del contesto. Le varie teorie mettono in risalto gli aspetti relativi alle sensazioni affettive, alle diverse variazioni fisiologiche compresi i cambiamenti a livello espressivo, sia facciale che della voce e della postura. 

Conoscere cosa sono le emozioni ci permette di capire meglio il funzionamento di quest’ultime in relazione agli obiettivi che ci prefiggiamo nella vita di tutti i giorni.

Emozioni e obiettivi personali

Le emozioni con la loro valenza affettiva ed energia di attivazione sono delle potenti alleate della nostra motivazione. Nei momenti in cui siamo più “attivati”a livello emotivo possiamo migliorare le nostre capacità di memoria, di ragionamento e decisionali. Quando a livello individuale siamo focalizzati sul compito e riusciamo a vivere una sensazione di piacevolezza nell’eseguirlo, siamo in grado di dare il massimo, di prendere le decisioni migliori e di ottenere il risultato sperato. 

Se ad esempio devo svolgere un intervento di fronte ad una platea di persone e mi sento emotivamente affascinato e felice di poter dare il mio contributo, allora riuscirò a salire sul palco con una carica, una determinazione ed un’energia che favoriranno la mia performance. Così come se sono molto arrabbiato per un errore che ho commesso durante il lavoro posso provare ad indirizzare questa energia negativa nella direzione di una maggiore concentrazione, per evitare lo stesso tipo di errore la volta successiva.

Accanto a questa funzionalità delle emozioni dobbiamo tuttavia considerare anche una visione più “disfunzionale”, e di conseguenza negativa, delle emozioni, ovvero quando queste ultime invece di essere una risorsa diventano un limite. Quando ad esempio l’intensità ed il perdurare di un determinato stato emotivo invece di aiutarci a prendere decisioni o ad essere maggiormente concentrati ci porta fuori strada e non ci fa vedere le cose con la necessaria lucidità. Se mi lascio opprimere dalla rabbia per un errore commesso, se non riesco a canalizzarla in energia positiva, il rischio è che l’emozione possa diventare un problema invece che una risorsa preziosa. 

Come rendere funzionali le emozioni

Per favorire un sempre migliore funzionamento delle emozioni è necessario cercare di regolarle e gestirle il più possibile, favorendo innanzi tutto la consapevolezza del nostro stato emotivo attraverso l’ascolto interpersonale, ossia favorendo un ascolto differente, cognitivamente più funzionale.

Il dolore, ad esempio, può anche essere “ascoltato”, accettato, invece che negato; in questo modo non ci affranchiamo dalla momentanea sofferenza che lo accompagna ma l’esperienza significativa è quella di aver vissuto il dolore, di averlo metabolizzato e di esserne uscito. 

Questo approccio ci aiuta a cambiare il nostro modo di vivere le esperienze, sia dal punto di vita fisiologico che da quello comportamentale, ci fa entrare in un’ottica di maggiore flessibilità, di ascolto di se stessi ed infine dicambiamento.

Se senti che non riesci a padroneggiare o a gestire le emozioni può esserti utile un percorso di psicoterapia per rimodulare le tue esperienze emotive e trovare un nuovo equilibrio psico-fisico. Per maggiori info contattami al 340.41.90.915 o compila il form nel seguente link.

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

La paura del giudizio è una forma di paura radicata in ciascuno di noi, una paura che ci stimola a cercare di sbagliare il meno possibile per evitare brutte figure di fronte agli altri. Molto spesso tendiamo a negare l’errore fingendo di non avere realmente sbagliato, ma la situazione si complica quando con l’intento di non sbagliare iniziamo ad evitare tutte quelle situazioni che potrebbero metterci a disagio. Comincia così un viaggio senza ritorno nel quale ogni situazione, ogni momento di interazione con gli altri, diventa una vera e propria fonte di disagio, alla quale cerchiamo in ogni modo di sfuggire.

Il giudizio è un concetto insito nella nostra cultura, a cominciare dalla scuola dove il voto è vissuto come qualcosa di fondamentale, così tanto temuto da rendere a volte infernale la vita degli studenti. Al lavoro il concetto di giudizio si esprime nella “valutazione” delle prestazioni, cioè nel riscontro del capo riguardo alle nostre capacità tecniche, relazionali e comunicative all’interno dell’azienda. Quando svolgo corsi di formazione in azienda, al solo pronunciare la parola “valutazione”, gli animi si scaldano. Mi piace quindi parlare più di feedback, ma indipendentemente dal termine che usiamo, il giudizio è comunque ed in ogni contesto un’arma a doppio taglio: sebbene ci aiuti a crescere è comunque particolarmente temuto.

La paura del giudizio: il caso di Michela

Michela (nome di fantasia) è una giovane studentessa universitaria al terzo anno di medicina; i primi due anni sono andati a gonfie vele, il terzo invece è diventato un tormento. Durante una mattina in biblioteca ha iniziato ad avvertire delle strane sensazioni di ansia che si sono rapidamente trasformate in un vero e proprio attacco di panico. In un primo momento Michela attribuisce il problema all’eccessivo caldo di inizio settembre e ad un calo di zuccheri, invece purtroppo anche nei giorni seguenti il solo avvicinarsi all’università e all’aula degli esami le genera una paura insuperabile. Decide allora di chiudere temporaneamente con lo studio e di non affrontare gli esami. 

Fatalmente questa paura del giudizio e di non essere all’altezza la porta a temere anche il giudizio dei compagni per non essere riuscita a sostenere tutti gli esami del terzo anno. Sa bene che questo problema non sussiste perché molti altri suoi compagni risultano indietro, tuttavia sente forte il peso del loro giudizio e preferisce allontanarsi dall’università. Per non stare con le mani in mano trova lavoro come cameriera ma inconsciamente si rende conto della necessità di affrontare il problema se davvero vuole concludere il percorso di studi.

La peggiore fantasia

Michela è arrivata nel mio studio con le idee confuse, ha affrontato la terapia in maniera diffidente perché non aveva fiducia di potercela fare. Il lavoro terapeutico si è quindi incentrato sull’obiettivo di favorire fin da subito un miglioramento attraverso una riduzione delle sue paure nei confronti dell’università e del giudizio in generale. Adottando la tecnica della peggiore fantasia M. ha rivissuto l’ansia provata quella prima volta in biblioteca, senza tuttavia arrivare a sperimentare gli stessi effetti fisiologici. La tecnica consiste nel chiedere alle persone di calarsi nelle loro peggiori paure e preoccupazioni, in un preciso lasso di tempo nel corso della giornata. Quella che potrebbe apparire a tutta prima come una sorta di “tortura” è invece una strategia altamente paradossale. Infatti durante la mezz’ora in cui il paziente si concentra sulle proprie angosce, la paura viene affrontata in quella maniera diretta che ne favorisce la presa di coscienza ed il superamento. La paura si trasforma in coraggio, questo è il risultato ultimo dell’applicazione di una tecnica basata sul paradosso.

Attraverso la terapia Michela è riuscita nuovamente a trovare la fiducia in se stessa, si è liberata dalle proprie ansie, è tornata in università e ha completato gli esami del terzo anno: ormai gestisce la paura e l’eccessiva tensione con le nuove strategie apprese, senza più esserne travolta.

Se anche tu soffri di ansia e vuoi saperne di più contattami al 3404190915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, paura, paura del giudizio, Terapia Breve Strategica

Ansia e adolescenza cosa fare, è una domanda che spesso i genitori si pongono cercando delle risposte. L’adolescenza è il periodo caratteristico dell’ansia. Nell’adolescenza i ragazzi faticano a capire e a gestire le emozioni che vivono, spesso per la paura di non essere capiti o di essere rifiutati dal mondo dei compagni e da quello degli adulti. La conseguenza può risultare facilmente in una compromissione dello sviluppo della personalità e delle competenze personali.

Ansia in adolescenza: quali sono le forme più comuni

Una delle principali preoccupazioni in età adolescenziale è collegata ad una sensazione di paura generalizzata e diffusa. I timori si concentrano soprattutto sul futuro e sulla paura di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi, anche quelli più semplici ed immediati, o, più in generale, una vita soddisfacente. Spesso questa tipologia di ansia è legata ai dubbi che assillano un adolescente riguardo alle scelte che gli si prospettano davanti: dalla decisione impegnativa su quali studi intraprendere a quale possa essere lo sport ideale o addirittura su quale sia la sua reale identità. La sensazione di derealizzazione o spersonalizzazione fa vivere l’adolescente in uno stato di preoccupazione più o meno intensa, come se davvero non potesse vivere la vita che può e vuole scegliere di vivere.

Tra le principali paure vi è quella di sentirsi male, di rischiare di morire, accompagnata da sensazioni fisiologiche di intensa agitazione quali tachicardia e forte tensione a livello addominale. Oppure la paura di poter perdere il controllo e di conseguenza rischiare delle brutte figure di fronte a tutti. Un paziente adolescente racconta della paura di potersela fare addosso che lo limita e lo porta a cercare di evitare ogni situazione percepita come pericolosa.

Spesso si segnala una forma di ansia sociale legata alla preoccupazione del rapporto con i propri pari, che induce l’adolescente a cercare di evitare qualsiasi circostanza che potrebbe generare un rifiuto da parte dei propri compagni o degli amici. Questa tentata soluzione, nota con il termine tecnico di “evitamento”, nel tempo tuttavia  si rivela controproducente, perché sebbene nella circostanza contingente venga percepita dall’adolescente come una sorte di tutela, in realtà innesca una spirale di continui evitamenti dalla quale il soggetto non riesce più ad uscire

Cosa fare con problematiche di ansia in adolescenza

I genitori, come già sottolineato in alcuni articoli del mio blog, molto spesso pensano in buona fede di aiutare i propri figli adolescenti cercando di rassicurarli, invitandoli a comportarsi diversamente e a cercare nuovi stimoli in modo da superare le proprie paure. La spiegazione logica e razionale di fronte ad una problematica delicata ed irrazionale come la paura non basta, è necessario aiutare i nostri ragazzi proponendo visioni alternative, entrando dentro la logica della paura e cercando di non sostituirsi ai figli risolvendo i problemi al posto loro. 

Spesso di fronte ad una problematica di ansia è consigliabile rivolgersi ad uno specialista, in modo tale da intervenire con le giuste tempistiche e anticipare possibili complicazioni. 

Terapia Breve Strategica

La terapia breve strategica è un modello di psicoterapia particolarmente efficace nei casi di ansia adolescenziale che mira a ridurre i disturbi sin dalle prima sedute, in maniera da sbloccare la realtà problematica e favorire in breve tempo un cambiamento ed il raggiungimento di soluzioni efficaci, efficienti e durature nel tempo. 

Se vuoi saperne di più puoi consultare altri articoli presenti nel mio blog oppure puoi contattarmi al 340.41.90.915 via mail al seguente indirizzo: studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni.

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Tag: ansia, ansia generalizzata, ansia sociale, Attacchi di Panico, genitori, sintomi ansia

La storia delle dipendenze può aiutare a mettere in luce e a capire meglio la funzione che le sostanze hanno avuto nel corso del tempo ed il ruolo che hanno rivestito per la società. Durante l’incontro che ho svolto presso l’Università di Rovigo con gli studenti della facoltà di Scienze dell’educazione, ho cercato di fare una fotografia della diffusione delle sostanze e delle caratteristiche che la dipendenza ha assunto a partire dagli antichi egizi sino ai giorni nostri. 

In questo articolo cercherò di riassumere il viaggio che abbiamo fatto insieme agli studenti durante la giornata di formazione.

Mesopotamia, Antico Egitto, Grecia e Roma

La storia delle sostanze che possono dare dipendenza si intreccia fin dai tempi antichi al consumo di sostanze alcoliche. Nell’antichità gli oppiodi – ovvero le sostanze oppiacee, una miscela di alcaloidi ricavata dal papavero: Papaver somniferum – erano ben note ai Sumeri, ai babilonesi ed agli egizi,che utilizzavano l’oppio come anestetico, per ridurre il dolore, e come analgesico, come calmante, addirittura per non far piangere i bambini. Peraltro in Egitto era noto anche l’uso di bevande alcoliche come la birra, ritenuta un tonificante per le donne incinte, come testimonia unatavola del 2200 a.C.

Nella Grecia antica le Droghe erano considerate come sostanze che agiscono raffreddando, riscaldando, asciugando, umidificando contraendo e rilassando, o addormentando un modo cioè di curare l’organismo. Vino e birra erano consumati in grande quantità nei cerimoniali, così come pure sostanze quali hashish e altre appartenenti alla famiglia delle piante Solanaceae, come la Belladonna, avente proprietà antispasmiche, e la Mandragora, cui venivano accreditate virtù afrodisiache. Sostanze allucinogene venivano molto probabilmente consumate anche nel corso di cerimonie religiose, come simbolo spirituale d’iniziazione. A tal proposito sono noti i Misteri Eleusini, che si celebravano annualmente nell’antica città di Eleusi, nelle cui cerimonie rituali venivano consumate sostanze psichedeliche per creare un’atmosfera ed evocare l’aldilà. La dipendenza a livello di pericolosità sociale si concentrò invece sul vino, anche se i filosofi non si trovano tutti concordi a riguardo.

Nella Roma classica secondo Cesare fumare fiori di canapa era concesso per procurarsi ilarità e godimento. La Lex Corneliaunica norma sull’argomento dice: “Droga è una parola indifferente, che comprende sia ciò che serve a uccidere sia ciò che serve a curare, e i filtri d’amore, ma questa legge condanna solo ciò che viene usato per uccidere qualcuno”. Il grande medico Galeno prescriveva all’imperatore una porzione di oppio come antidolorifico ed il suo effetto anestetico, come già detto, era ben noto fin dall’antichità. La cosa che stupisce è che sebbene vi fossero consumatori regolari non sono documentate problematiche di ordine pubblico o privato, non sono riportati casi clinici e neppure si ha notizia di persone emarginatesocialmente. Invece il vino provocherà conflitti personali e collettivi (disordini, risse), anche se il suo consumo era proibito alle donne e ai minori di trentanni. 

Paganesimo, Islam e Medioevo

In opposizione al Cristianesimo, il Paganesimo vede nelle sostanze psicotrope l’azione di “spiriti neutri” che intensificano nel soggetto le sue inclinazioni naturali, buone o cattive, contribuendo alla conoscenza di se stesso. In questo senso possiamo intravvedere un collegamento con lo sciamanesimo e l’uso di sostanze e di alcol durante le cerimonie: usi magico-religiosi, sapere pagano contaminato dalla stregoneria.

Secondo le leggi islamiche non vi sono né droghe “sacre” né droghe “sacrileghe”. Maometto comunque proibì il vino, anche se non si può negare l’esistenza di un consumo di alcolici malgrado le pene severe per i contravventori. L’oppio nella cultura araba viene usato per indurre uno stato generale di euforia e nelle persone della terza età per sopportare i dispiaceri o addirittura per provocare l’eutanasia. AL-Ukbari, un erudito e saggio, sosteneva: Devi sapere che la legge islamica non proibisce il consumo di farmaci cordiali, con effetti come quelli dell’hashish, e poiché non vi è alcuna notizia sulla sua illiceità, il popolo considera che è permesso usarli. Ma l’uso dell’hashish non era sempre inteso in senso terapeutico. Nell’XI secolo la setta dei Nizariti, attiva in Persia ed in Siria, era nota come Setta degli Assassini– o più semplicemente Assassini– perché i loro feroci guerrieri ricorrevano alla pratica dell’omicidio a fini politici. Pare che il termine assassinipossa derivare dal sostantivo arabo al-Hashīshiyyūnossia coloro che sono dediti al consumo di hashish.

Durante il Medioevo droga, lussuria e stregoneria si intrecciano strettamente. L’uso religioso o ludico di sostanze diverse dall’alcol viene punito con la tortura o la morte, tuttavia è ampiamente riconosciuto il loro impiego nella fabbricazione di pozioni, pomate psicoattive, farmaci elementari.  Ledroghe” delle streghe nascondono ciò che è proibito per eccellenza e sarà l’Inquisizione ad occuparsi in modo spiccio della faccenda, bruciandole senza pietà sul rogo!

Nell’XI secolo oppio e canapa sono impiegati nelle pozioni curative di re, nobili e dagli stessi prelati; i medici traggono un grande e nuovo prestigio sociale usando l’oppio e la canapa a scopo terapeutico. La rinascita della farmacologia porta alla nascita dei primi ordini” di medici e speziali, fatto questo che ne aumenterà considerevolmente il prestigio, malgrado la considerazione che i loro preparati non siano molto diversi da quelli delle fattucchiere.

XIX e XX secolo

Con un salto nel tempo ci portiamo alle soglie del XIX secolo, quando ormai si possono contare almeno 70.000 medicinali con formula segreta che contengo in varie dosi sostanze psicoattive. 

Durante l’800 fu molto in voga l’uso del Laudano, un composto a base di oppio e alcool avente proprietà narcotiche, antidolorifiche e antispastiche simili a quelle degli oppiacei. Lo sciroppo a base di laudano veniva utilizzato dalle lavoratrici operaie inglesi per calmare i loro bambini.

La ricerca scientifica nel frattempo ha fatto passi da gigante e nel campo della farmacopea sono stati scoperti molti dei principali principi attivi delle sostanze. In particolare una delle più grandi scoperte nel 1804 è stata la morfina, uno degli alcaloidi dell’oppio utilizzato soprattutto in medicina, la cui commercializzazione avviene a partire dal 1817 come analgesico e nel trattamento della dipendenza da oppio e alcolici. Nel 1827 incomincia la sua produzione a livello industriale da parte di quella che diventerà una delle più importanti case farmaceutiche mondiali: la Merck.

Cinque volte più forte della morfina viene sintetizzata ed esce sul mercato la Diacetil morfina, meglio nota come eroina, così chiamata per e sue energiche virtù; grazie all’eroina introdotta sul mercato nel 1898 e all’aspirina (acido acetil-salicilico, commercializzato nel 1897) la ditta tedesca produttrice Bayer diventeràun colosso di rilevanza mondiale. 

Al contrario della morfina, l’eroina produce un aumento di attività, calma e riduce ogni sentimento di timore. Anche dosi minime fanno sparire ogni tipo di tosse. I morfinomani trattati con questa sostanza hanno perso immediatamente ogni interesse per la morfina”. 

La cocaina, forte agente stimolante del sistema nervoso centrale (CNS), è nota fin dall’antichità alle popolazioni del Sud America, che masticavano le foglie di coca come tonico, anestetico e per calmare i morsi della fame. Il principio attivo verrà isolato nel 1859 da parte di un farmacista tedesco e verrà inizialmente utilizzato come anestetico. Per lungo tempo in Europa una bevanda a base di vino e cocaina verrà venduta come tonico per il sistema nervoso e per curare la tristezza. Lo stesso Sigmund Freud era solito farne uso come antidepressivo, proponendolo addirittura in qualche caso anche ai pazienti. Nel 1886 un farmacista di Atlanta, negli Stati Uniti, brevettò la formula di un tonico in cui erano presenti anche le noci di cola, una miscela che, privata della cocaina, diventerà ben presto una delle bevande più note e consumate al mondo: la Coca Cola.

Nel 1900 tutte le droghe conosciute sono ormai in farmacia. Si contano persone dipendenti da oppio, morfina, eroina, ma il fenomeno richiama ancora poco l’interesse di giornali, riviste, opinione pubblica, magistratura e polizia. Si alzano però le prime voci di protesta: l’uso di sostanze anche se occasionale viene giudicato un vizio e viene considerato come una malattia contagiosa. Nel 1920 la prima legge sul proibizionismo vieta negli Stati Uniti la fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di sostanze alcoliche. Bisognerà attendere ancora qualche anno per l’estensione del concetto di proibizionismo a sostanze quali la cannabis, l’oppio, l’eroina, la cocaina; questo intervento proibizionista si espanderà a livello internazionale con il dichiarato intento di tutelare la salute pubblica dei cittadini

Gli anni ‘50 e ’70 del secolo scorso sono quelli dell’LSd e della Beat generation. Tra gli anni ‘30 e ‘50 vi fu una grandissima diffusione delle anfetamine: per curare ladepressione, impiegate come stimolanti ed antidepressivi per le truppe, etc., nel 1950 la loro diffusione è capillare. Sempre negli anni ’50 – ‘60 viene sintetizzatoun farmaco oppiaceo sintetico: il metadone, al cui uso iniziale come analgesico nella terapia del dolore cronico verrà affiancata anche la terapia per la riduzione della dipendenza da stupefacenti.

Nel 1938 a Basilea viene sintetizzata da Hofmann la molecola della dietilammide 25- dell’acido lisergico, meglio nota come LSD, una droga semisintetica estratta da un fungo parassita della segale chiamato ergot. Inizialmente molto utilizzato nel campo della psicoterapia, l’LSD venne commerciato dalla ditta Sandoz come farmaco (Delysid), con risultati eccezionali per il trattamento della schizofrenia, autismo, depressione e alcolismo. Le sue caratteristiche psichedeliche lo resero famoso negli anni ’60 presso la generazione hippy, di cui divenne addirittura un simbolo. A partire dagli anni ’70 ne viene riconosciuta la pericolosità ed attualmente è considerata una sostanza illegale.

La Beat Generationè un movimento giovanile che trovò una sua espressione anche in campo artistico, poeticoe letterario, sviluppandosinel secondo dopoguerraprincipalmente negli Stati Uniti. Nasce da un gruppo di scrittori americani e viene alla ribalta nel 1950, così come i fenomeni culturali da esso ispirati. Gli elementi centrali della cultura “Beat” sono l’anticonformismo, il rifiuto di norme imposte, l’innovazione dello stile letterario, la sperimentazione delledroghe, la sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, un rifiuto del materialismo, e rappresentazioni esplicite e crude della condizione umana. La Beat Generation è l’esempio della ribellione giovanile degli anni cinquanta, la “gioventù bruciata”; tra i suoi autori di riferimento più celebri troviamo Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Norman Mailer. I giovani beat sono sofferenti, viaggiano facendo l’autostop, spesso ricorrono all’alcool e alla droga ma il loro disagio sfocerà infine nella rivolta verso la borghesia statunitense e nel rifiuto e nella protesta contro la guerra in Vietnam.

Scavare nell’anima. Metterla a nudo. Rivelarla. Significa esattamente questo il termine psichedelia. Il termine, per derivazione, descrive anche una categoria di musica, arte visiva, moda, cinema, letteratura, fumettisticae cultura, associata originariamente agli anni sessanta: la cultura hippie(o hippy). In origine si tratta di un movimento giovanile che ha inizio negli Stati Uniti d’Americanel corso degli anni sessantae si diffonderà poi in tanti altri Paesi del mondo. La parola «hippie» deriva da «hipster», il cui significato si può tradurre come giovani “anticonformisti o alternativi”.

Queste persone avevano ereditato i valori sottoculturali della Beat Generation, creando una controcultura e proprie comunità che ascoltavano rock psichedelico, abbracciavano la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti come gli allucinogeni e la cannabis, al fine di esplorare e allargare lo stato di coscienza.

Ifigli dei fiori sono gli aderenti al movimento hippie abbigliati convestiti decorati a fiori o con vivacissime stoffe dai colori forti. Il loro ideale di pace e libertà erasintetizzabile in slogan quali “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” e “Fate l’amore, non la guerra”, che risuonavano in maniera fortemente criticanel periodo della guerra del Vietnam. La ricerca sfrenata della totale libertà era il significato insito nel loro stile di vita. Questo movimento toccò particolarmente l’opinione pubblica, tanto da stimolare l’interesse diregisti e cantanti.

A partire dagli anni ‘80del secolo scorso sul mercato illegale compaiono moltisurrogati: cocaine artificiali, ecstasy, crack. L’Ecstasy, o MDMA, è una droga sintetica con effetti fortemente stimolanti che ha trovato diffusione a partire dagli anni novanta soprattutto nei rave party; viene assunta solitamente sotto forma di pastiglie o sciolta in un liquido o anche fumata. L’ecstasy facilita la comunicazione soggettiva, l’empatia e l’accesso a sentimenti repressi.

E al giorno d’oggi? Cosa caratterizza la nostra realtà ed il fenomeno della dipendenza? Segui il mio blog per saperne di più.

Oppure se vuoi maggiori informazioni contattami al 340.41.90.915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

Bibliografia:

“Piccola storia delle droghe. Dall’antichità ai giorni nostri” Antonio Escohotado 2008, Donzelli.

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Tag: dipendenza da droghe, dipendenza nella storia, dipendenze, sostanze stupefacenti, storie di dipendenza

Sabato 25 maggio: TEDxPAdova 2019, in una sola parola: emozionante. Probabilmente è una definizione scontata, tuttavia devo ammettere che dal mio punto di vista è stato un evento unico. 

Come immagino sappiate, TED è un’organizzazione no-profit il cui obiettivo è quello di facilitare la diffusione di idee di valore attraverso conferenze che coprono una grande varietà di argomenti, dalla scienza, al business, alle tematiche globali. TEDxPadova nasce nel 2014 per l’intraprendenza di un gruppo di giovani che hanno un unico stimolante obiettivo: condividere idee innovative in modo da pensare ad un futuro migliore.

In questo articolo vorrei portarvi dietro le quinte, raccontarvi alcuni momenti chiave di questa grande manifestazione e anche i contenuti più significativi degli speaker che sono intervenuti inquesta edizione.

Rinascita

Il filo conduttore di quest’anno è stato il tema della “Rinascita”, la cornice dell’evento quel Palazzo della Ragione, noto anche come “salone”, antica sede dei tribunali cittadini, che rappresenta il cuore pulsante della città di Padova. Gli speaker hanno proposto i loro contributi partendo da diverse prospettive: economiche, mediche, scientifiche, sportive, sociali e culturali, emozionando il numeroso pubblico e l’intero team di TEDxPadova. 

Vorrei iniziare dalla fine e cioè dall’ultimo intervento, quello della splendida Drusilla Foer che ci ha guidato in un viaggio di contraddizioni e paradossi, sottolineando che la ri-nascita deve essere interpretata partendo da diverse angolazioni. Più che parlare di ri-nascita in senso stretto bisogna ri-appropriarsi della propria consapevolezza personale, bisogna continuare a ri-amare l’esistenza e a ri-scoprire il valore delle cose e della vita in generale. Parole forti, contenuti di qualità, un finale pazzesco che ha reso l’idea di come ri-nascere sia una sorta di cambiamento, di come dobbiamo essere flessibili e sforzarci di vedere la realtà sempre da punti di vista differenti e sempre nuovi. 

Scienza e medicina: quando la rinascita è una ri-scoperta

Dal punto di vista medico, il Dott. Gino Gerosa ha incantato parlando del progetto di ricerca al quale sta lavorando per sviluppare un cuore biologico che potrebbe significare una ri-nascita vera e propria per moltissimi pazienti. Invece la Dott.ssa Biffi ci ha spiegato l’importanza della terapia genica per introdurre nuove sequenze di DNA, questa modalità di trattamento potrebbe offrire un futuro senza malattie a centinaia di pazienti. Jasmine Abdulcadir ha parlato del suo lavoro di cura con donne e bambine che presentano mutilazioni genitali; un impegno la cui difficoltà principale è proprio quella di aiutare la donna ad entrare in un’ottica di cambiamento a 360 gradi, una rinascita complessa e difficile, ma possibile.

Sara Buson, astrofisica che ha lavorato alla NASA, ci ha invitato a “toccare con mano” i neutrini, messaggeri cosmici affascinanti che possono farci scoprire nuove frontiere. Ed infine il carismatico Koen Van Pottelbergh, che ci ha fatto percepire cosa significhi non vedere e poi ri-cominciare a poter nuovamente vedere con i suoi occhiali speciali.

La rinascita dalle altre prospettive

Vorrei dedicare un plauso speciale ad Eric Barbizzi, che a soli quindici anni ha mostrato la forza di un grande e sul palco ci ha convinti tutti a ri-cominciare a guardare al nostro ambiente in maniera diversa e più responsabile. Uljan Sharka ha ricordato che l’informazione ha un ruolo fondamentale nella nostra vita e che solo la conoscenza può fare veramente la differenza. Mentre Tezeta Abrahm ha richiamato la battaglia costante per i diritti umani e per l’integrazione sociale in Italia; il Professor Villa ci ha entusiasmato con la sua vivacità, ricordando il ruolo dell’arte nei processi di rinascita. 

Dan Peterson, una vera leggenda dello sport, poco prima di salire sul palco per il suo talk dedicato alle rivincite sportive, mi ha raccontato alcuni aneddoti su Mike Bongiorno, sottolineandone la grande precisione e professionalità, lasciandomi senza fiato e forse anche stemperando un po’ la tensione di entrambi. 

Infine Armando Armas attivista e parlamentare venezuelano che ha dato inizio allo spettacolo del TEDxPadova con una grinta ed un’energia che hanno trascinato il pubblico in un lungo applauso. 

Il team

Questa entusiasmante esperienza non sarebbe stata possibile senza il fantastico gruppo che ha lavorato per il TEDxPadova 2019, il team che ha curato la comunicazione, la logistica, la gestione dei partner di “team speaker”, di cui ho fatto parte anch’io ed il team “legale”.

Ogni pedina è stata essenziale per far si che questo evento potesse funzionare al meglio, per far quadrare ogni criticità e per valorizzare ogni performance, comprese quelle musicali e di danza. Vorrei chiudere questo articolo ringraziando il pubblico presente all’evento e richiamando un breve aforisma proposto da uno dei nostri speaker, Uljan Sharka, che mi ha colpito e nel quale credo infinitamente:

“Knowledge is the human superpower”

“La conoscenza è il superpotere dell’uomo”

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Tag: Public Speaking, TEDxPadova, TEDxPadova 2019

“Curare l’ansia” forse non è una espressione del tutto appropriata, di solito preferisco parlare di gestione dell’ansia. Ciò non significa che l’ansia non possa essere completamente superata, spesso una delle principali preoccupazioni dei pazienti è proprio connessa al completo superamento delle spiacevoli sensazioni di paura e di panico che si accompagnano all’ansia. 

Quello che intendo con cura dell’ansia consiste nell’appropriarsi di tecniche e strategie che possono aiutare la persona ad affrontare le situazioni, gli eventi e le realtà che vengono vissute come minacciose. In particolare costruendo dei circoli virtuosi che al solo arrivare della sensazione di paura si attivano e ci consentono di non sentirsi sopraffatti e di rispondere in maniera adeguata e positiva. 

Ricordiamoci che in fondo la paura è una normale emozione che tutti sperimentiamo e che può avere anche una valenza positiva, perché ci protegge in caso di minaccia.

Come curare l’ansia

Per curare l’ansia dobbiamo iniziare a sbloccare quei tentativi di soluzione che mettiamo in campo per cercare di tutelarci e di superare la paura, ma che invece di farci star meglio complicano ulteriormente la situazione. Parlo di quei tentativi di soluzione che riteniamo efficaci per superare le sensazioni di inquietudine e di apprensione determinate sia da una situazione specifica (es. guidare la macchina, gli spazi aperti o chiusi, la paura di un animale, …), che dalla quotidianità in generale (es. la paura pervasiva di tutto quello che ci circonda). 

Solitamente il tentativo messo in atto è quello di provare a non essere colti di sorpresa dall’ansia, cercando nello specifico di evitare quelle emozioni spiacevoli di sofferenza e paura legate proprio alla realtà vissuta come minacciosa.

Tali forme di “evitamento”- note nella pratica clinica come “soluzione disfunzionale” – sebbene riescano a favorire un superamento momentaneo della paura non facendola percepire al soggetto, in realtà non fanno altro che aggravarne la sintomatologia. Solo evitando di evitareil soggetto riuscirà veramente a superare la paura patologica. 

Un ulteriore tentativo di soluzione che sembra tutelarci, ma che in realtà può portare fuori strada, è quello di ricorrere all’aiuto di un familiare, un collega o amico. Per evitare di avere una crisi e sentirci male, ci facciamo aiutare da una persona di fiducia, solo in questo modo riusciamo ad affrontare la situazione che ci spaventa. In realtà questa è una ammissione implicita del fatto che da soli non riusciamo ad affrontare la situazione che ci preoccupa ed avremo sempre bisogno di qualcuno per superare la prova.

Curare l’ansia: un caso reale

L’esperienza di Edoardo (nome di fantasia) riassume in maniera chiara le due tentate soluzioni sopradescritte. Dopo aver lavorato in tutta Italia, utilizzando ogni tipo di mezzo: il treno, la macchina, l’aereo, improvvisamente Edoardo ha iniziato ad avvertire una sensazione spiacevole, uno sorta di eccessiva preoccupazione, sfociata infine in un attacco di panico in macchina ed un altro in treno. Ad un iniziale momento di reazione logica a quanto accaduto è seguito un altro di forte sconforto, una paura crescente di prendere la macchina, che lo ha indotto a farsi accompagnare da un collega in ogni trasferta di lavoro. Il dubbio di non riuscire a guarire e le preoccupazioni conseguenti hanno generato una paura diffusa, non solo per quello che riguardava la guida o i mezzi di trasporto, ma addirittura anche andare a comprarsi un paio di occhiali da sole lo gettava nel panico. Non sapendo più cosa fare Edoardo si rivolge al mio studio. 

Il lavoro principale si è subito incentrato nel favorire un abbassamento della paura patologica per riportarla ad un livello di normalità. Ci siamo calati in maniera paradossale nelle sue peggiori preoccupazioni e paure attraverso la strategia della mezz’ora di passione. Ogni giorno Edoardo hadovuto ritagliarsi una mezz’ora di tempo nella quale isolarsi e calarsi nelle sue paure e preoccupazioni, sforzandosi di stare peggio che potesse. Questa tecnica, con il suo funzionamento paradossale, gli ha fatto vivere un’esperienza nuova: più cercava la paura e più non riusciva a trovarla, anzi riusciva addirittura a sentirsi bene, e a rilassarsi al punto di rischiare di addormentarsi. 

A seguito di questa prima fase di intervento e attraverso questa esperienza positiva è stato possibile in una seconda fase calibrare la strategia migliore per fare in modo che Edoardo, giorno dopo giorno, prendesse maggiormente consapevolezza delle sue capacità e di come gestire l’ansia in ogni situazione. La terapia ha avuto un ottimo successo, con una riduzione totale delle crisi di ansia e una rinnovata capacità di affrontare le situazioni stressanti. 

Edoardo è riuscito nuovamente e a mettersi al volante e a prendere il treno senza più ricorrere alle soluzioni disfunzionali che lo avevano limitato.

Se senti di avere una problematica di ansia  contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

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Ansia sociale: la paura del rifiuto

18 Luglio 2019

Mi occupo di cura della dipendenza a Padova, Vicenza, Treviso ormai da quindici anni, in ambiti diversi: dalla prevenzione nelle scuole (coinvolgendo adolescenti e insegnanti), al lavoro in clinica (cura, riabilitazione e reinserimenti di pazienti con dipendenze varie: alcol, sostanze o altro come il gioco d’azzardo). Per promuovere una cultura del benessere e aumentare le conoscenze rispetto alle diverse dipendenze, nel corso del tempo ho promosso e partecipato a diversi progetti sia nel privato che anche in collaborazione con il servizio per le dipendenze.

Attraverso questo articolo, vorrei portare un paio di esempi di terapia sulle dipendenze, per raccontare due diverse tipologie di intervento in questo ambito. 

Cocaina e crack

Carlo (nome di fantasia) ha iniziato a fare uso di cocaina in modo sporadico, nelle serate con gli amici, il sabato sera, per approdare poi al crack sempre allo stesso modo: una serata tra amici, solo per provare. Questo però gli ha creato una vera e propria dipendenza: una necessità costante e ossessiva della sostanza, tutto il resto passa in secondo piano (affetti, famiglia, lavoro, …). In breve tempo perde molto peso, ma perde anche percezione di se stesso e del proprio futuro.

Carlo arriva in studio dopo dieci anni di consumo ed un percorso in comunità andato male. Il percorso di terapia, in questo caso, s’incentra sulla gestione delle emozioni del paziente: Carlo sfoga una rabbia particolare nei confronti delle persone che gli stanno vicino, ma è un sentimento che in realtà prova verso se stesso, per la vita che sta conducendo e per l’insoddisfazione che ne consegue. La dipendenza da crack o cocaina modifica il modo di percepire e vivere la realtà, ma il caso di Carlo può aiutare a capire che con la giusta combinazione di motivazione e voglia di rimettersi in discussione è possibile uscire dalla dipendenza. Ad oggi non sta più assumendo crack e a distanza di un anno non si segnalano più ricadute.

Cannabis in età adolescenziale

Marco (nome di fantasia) ha diciassette anni, da circa tre fuma cannabinoidi. Per poter fumare gratis si è fatto prendere la mano, ed ha iniziato a spacciare, in modo da guadagnarsi qualche soldo da spendere in scarpe e vestiti. 

Il consumo di cannabis, ma in generale di ogni sostanza in età adolescenziale, è piuttosto pericoloso: porta ad un’alterazione nella percezione di se, ma conduce anche a vivere le emozioni in modo distorto e alterato, in una fase in cui viverle autenticamente è fondamentale per la crescita del soggetto. 

Marco è un ragazzo sveglio: non indentifica bene il problema, ma si rende conto di vivere una serie di difficoltà, in particolare nella relazione con i genitori, e il fumo lo tranquillizza, andando a sopire le emozioni più difficili da gestire, di sofferenza e rabbia. 

Il lavoro terapeutico condotto prima singolarmente con il ragazzo, e poi con i famigliari, ha portato ad ottimi risultati: il fumo si è ridotto notevolmente, e poco alla volta si è ristabilita la relazione tra Marco e i genitori. Nella fase dell’adolescenza è importante aiutare i ragazzi a responsabilizzarsi, ma è altrettanto utile accompagnarli e supportarli, in modo da far loro comprendere che la famiglia può essere una risorsa su cui si può fare affidamento. 

Ti rivedi in queste storie? Senti di avere una dipendenza per una sostanza stupefacente, per il gioco d’azzardo o una dipendenza affettiva? Mi occupo di cura delle dipendenze a Padova Vicenza e Treviso chiamami al 340.41.90.915 o scrivimi in privato compilando il form qua sotto per maggiori informazioni o per fissare un un appuntamento.

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Tag: dipendenza da cannabis, dipendenza da cocaina, dipendenze, storie di dipendenza

Se dovessimo dare una definizione di emozioni” immagino che ciascuno di noi si riferirebbe agli stati d’animo provocati da un evento che stimola o ha stimolato il nostro sistema percettivo sensoriale.

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita, possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi nelle sfide quotidiane, familiari, lavorative o sportive. Possono diventare il motore della crescita personale, possono favorire i nostri successi, ma possono in qualche caso anche metterci i bastoni tra le ruote e diventare un vero e proprio ostacolo insormontabile. 

In qualità di psicologo e psicoterapeuta a contatto quotidianamente con le tematiche emotive, riscontro sempre più persone che faticano ad accettare alcuni loro stati emotivi, riconoscendoli come estranei o invasivi. L’articolo di oggi mira a far conoscere meglio la tematica relativa alle emozioni e soprattutto a metterla in relazione con la capacità di raggiungere i nostri obiettivi personali e di crescita.

Emozioni cosa sono

Per dare una definizione di emozioni dobbiamo prendere in esame le diverse teorie che le definiscono. Dal punto di vista biologico le emozioni possono essere definite come il processo bio-genetico che attraverso circuiti fisiologici e neuronali distingue e determina impressioni, suggestioni, turbamenti, stati d’animo emotivi. 

Secondo la prospettiva costruzionista le emozioni si definiscono in base al contesto e alla cornice di riferimento, dunque a seconda della situazione e dei momenti che la persona si trova a vivere. In questa ottica le emozioni si possono considerare come degli stati d’animo mutevoli, di attivazione fisiologica, che si innescano in funzione degli stimoli che la persona subisce nei vari momenti della giornata e più in generale della vita. 

Una terza prospettiva vede le emozioni in un’ottica maggiormente cognitiva, e dunque come una valutazione che la persona fa degli eventi a seconda dell’importanza che vi attribuisce ed in base ai propri scopi e ai bisogni personali. 

Un aspetto comune alle diverse teorie sulle emozioni è quello di essere caratterizzate da diverse componenti: biologiche, situazionali e di valutazione del contesto. Le varie teorie mettono in risalto gli aspetti relativi alle sensazioni affettive, alle diverse variazioni fisiologiche compresi i cambiamenti a livello espressivo, sia facciale che della voce e della postura. 

Conoscere cosa sono le emozioni ci permette di capire meglio il funzionamento di quest’ultime in relazione agli obiettivi che ci prefiggiamo nella vita di tutti i giorni.

Emozioni e obiettivi personali

Le emozioni con la loro valenza affettiva ed energia di attivazione sono delle potenti alleate della nostra motivazione. Nei momenti in cui siamo più “attivati”a livello emotivo possiamo migliorare le nostre capacità di memoria, di ragionamento e decisionali. Quando a livello individuale siamo focalizzati sul compito e riusciamo a vivere una sensazione di piacevolezza nell’eseguirlo, siamo in grado di dare il massimo, di prendere le decisioni migliori e di ottenere il risultato sperato. 

Se ad esempio devo svolgere un intervento di fronte ad una platea di persone e mi sento emotivamente affascinato e felice di poter dare il mio contributo, allora riuscirò a salire sul palco con una carica, una determinazione ed un’energia che favoriranno la mia performance. Così come se sono molto arrabbiato per un errore che ho commesso durante il lavoro posso provare ad indirizzare questa energia negativa nella direzione di una maggiore concentrazione, per evitare lo stesso tipo di errore la volta successiva.

Accanto a questa funzionalità delle emozioni dobbiamo tuttavia considerare anche una visione più “disfunzionale”, e di conseguenza negativa, delle emozioni, ovvero quando queste ultime invece di essere una risorsa diventano un limite. Quando ad esempio l’intensità ed il perdurare di un determinato stato emotivo invece di aiutarci a prendere decisioni o ad essere maggiormente concentrati ci porta fuori strada e non ci fa vedere le cose con la necessaria lucidità. Se mi lascio opprimere dalla rabbia per un errore commesso, se non riesco a canalizzarla in energia positiva, il rischio è che l’emozione possa diventare un problema invece che una risorsa preziosa. 

Come rendere funzionali le emozioni

Per favorire un sempre migliore funzionamento delle emozioni è necessario cercare di regolarle e gestirle il più possibile, favorendo innanzi tutto la consapevolezza del nostro stato emotivo attraverso l’ascolto interpersonale, ossia favorendo un ascolto differente, cognitivamente più funzionale.

Il dolore, ad esempio, può anche essere “ascoltato”, accettato, invece che negato; in questo modo non ci affranchiamo dalla momentanea sofferenza che lo accompagna ma l’esperienza significativa è quella di aver vissuto il dolore, di averlo metabolizzato e di esserne uscito. 

Questo approccio ci aiuta a cambiare il nostro modo di vivere le esperienze, sia dal punto di vita fisiologico che da quello comportamentale, ci fa entrare in un’ottica di maggiore flessibilità, di ascolto di se stessi ed infine dicambiamento.

Se senti che non riesci a padroneggiare o a gestire le emozioni può esserti utile un percorso di psicoterapia per rimodulare le tue esperienze emotive e trovare un nuovo equilibrio psico-fisico. Per maggiori info contattami al 340.41.90.915 o compila il form nel seguente link.

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

La paura del giudizio è una forma di paura radicata in ciascuno di noi, una paura che ci stimola a cercare di sbagliare il meno possibile per evitare brutte figure di fronte agli altri. Molto spesso tendiamo a negare l’errore fingendo di non avere realmente sbagliato, ma la situazione si complica quando con l’intento di non sbagliare iniziamo ad evitare tutte quelle situazioni che potrebbero metterci a disagio. Comincia così un viaggio senza ritorno nel quale ogni situazione, ogni momento di interazione con gli altri, diventa una vera e propria fonte di disagio, alla quale cerchiamo in ogni modo di sfuggire.

Il giudizio è un concetto insito nella nostra cultura, a cominciare dalla scuola dove il voto è vissuto come qualcosa di fondamentale, così tanto temuto da rendere a volte infernale la vita degli studenti. Al lavoro il concetto di giudizio si esprime nella “valutazione” delle prestazioni, cioè nel riscontro del capo riguardo alle nostre capacità tecniche, relazionali e comunicative all’interno dell’azienda. Quando svolgo corsi di formazione in azienda, al solo pronunciare la parola “valutazione”, gli animi si scaldano. Mi piace quindi parlare più di feedback, ma indipendentemente dal termine che usiamo, il giudizio è comunque ed in ogni contesto un’arma a doppio taglio: sebbene ci aiuti a crescere è comunque particolarmente temuto.

La paura del giudizio: il caso di Michela

Michela (nome di fantasia) è una giovane studentessa universitaria al terzo anno di medicina; i primi due anni sono andati a gonfie vele, il terzo invece è diventato un tormento. Durante una mattina in biblioteca ha iniziato ad avvertire delle strane sensazioni di ansia che si sono rapidamente trasformate in un vero e proprio attacco di panico. In un primo momento Michela attribuisce il problema all’eccessivo caldo di inizio settembre e ad un calo di zuccheri, invece purtroppo anche nei giorni seguenti il solo avvicinarsi all’università e all’aula degli esami le genera una paura insuperabile. Decide allora di chiudere temporaneamente con lo studio e di non affrontare gli esami. 

Fatalmente questa paura del giudizio e di non essere all’altezza la porta a temere anche il giudizio dei compagni per non essere riuscita a sostenere tutti gli esami del terzo anno. Sa bene che questo problema non sussiste perché molti altri suoi compagni risultano indietro, tuttavia sente forte il peso del loro giudizio e preferisce allontanarsi dall’università. Per non stare con le mani in mano trova lavoro come cameriera ma inconsciamente si rende conto della necessità di affrontare il problema se davvero vuole concludere il percorso di studi.

La peggiore fantasia

Michela è arrivata nel mio studio con le idee confuse, ha affrontato la terapia in maniera diffidente perché non aveva fiducia di potercela fare. Il lavoro terapeutico si è quindi incentrato sull’obiettivo di favorire fin da subito un miglioramento attraverso una riduzione delle sue paure nei confronti dell’università e del giudizio in generale. Adottando la tecnica della peggiore fantasia M. ha rivissuto l’ansia provata quella prima volta in biblioteca, senza tuttavia arrivare a sperimentare gli stessi effetti fisiologici. La tecnica consiste nel chiedere alle persone di calarsi nelle loro peggiori paure e preoccupazioni, in un preciso lasso di tempo nel corso della giornata. Quella che potrebbe apparire a tutta prima come una sorta di “tortura” è invece una strategia altamente paradossale. Infatti durante la mezz’ora in cui il paziente si concentra sulle proprie angosce, la paura viene affrontata in quella maniera diretta che ne favorisce la presa di coscienza ed il superamento. La paura si trasforma in coraggio, questo è il risultato ultimo dell’applicazione di una tecnica basata sul paradosso.

Attraverso la terapia Michela è riuscita nuovamente a trovare la fiducia in se stessa, si è liberata dalle proprie ansie, è tornata in università e ha completato gli esami del terzo anno: ormai gestisce la paura e l’eccessiva tensione con le nuove strategie apprese, senza più esserne travolta.

Se anche tu soffri di ansia e vuoi saperne di più contattami al 3404190915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, paura, paura del giudizio, Terapia Breve Strategica

Ansia e adolescenza cosa fare, è una domanda che spesso i genitori si pongono cercando delle risposte. L’adolescenza è il periodo caratteristico dell’ansia. Nell’adolescenza i ragazzi faticano a capire e a gestire le emozioni che vivono, spesso per la paura di non essere capiti o di essere rifiutati dal mondo dei compagni e da quello degli adulti. La conseguenza può risultare facilmente in una compromissione dello sviluppo della personalità e delle competenze personali.

Ansia in adolescenza: quali sono le forme più comuni

Una delle principali preoccupazioni in età adolescenziale è collegata ad una sensazione di paura generalizzata e diffusa. I timori si concentrano soprattutto sul futuro e sulla paura di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi, anche quelli più semplici ed immediati, o, più in generale, una vita soddisfacente. Spesso questa tipologia di ansia è legata ai dubbi che assillano un adolescente riguardo alle scelte che gli si prospettano davanti: dalla decisione impegnativa su quali studi intraprendere a quale possa essere lo sport ideale o addirittura su quale sia la sua reale identità. La sensazione di derealizzazione o spersonalizzazione fa vivere l’adolescente in uno stato di preoccupazione più o meno intensa, come se davvero non potesse vivere la vita che può e vuole scegliere di vivere.

Tra le principali paure vi è quella di sentirsi male, di rischiare di morire, accompagnata da sensazioni fisiologiche di intensa agitazione quali tachicardia e forte tensione a livello addominale. Oppure la paura di poter perdere il controllo e di conseguenza rischiare delle brutte figure di fronte a tutti. Un paziente adolescente racconta della paura di potersela fare addosso che lo limita e lo porta a cercare di evitare ogni situazione percepita come pericolosa.

Spesso si segnala una forma di ansia sociale legata alla preoccupazione del rapporto con i propri pari, che induce l’adolescente a cercare di evitare qualsiasi circostanza che potrebbe generare un rifiuto da parte dei propri compagni o degli amici. Questa tentata soluzione, nota con il termine tecnico di “evitamento”, nel tempo tuttavia  si rivela controproducente, perché sebbene nella circostanza contingente venga percepita dall’adolescente come una sorte di tutela, in realtà innesca una spirale di continui evitamenti dalla quale il soggetto non riesce più ad uscire

Cosa fare con problematiche di ansia in adolescenza

I genitori, come già sottolineato in alcuni articoli del mio blog, molto spesso pensano in buona fede di aiutare i propri figli adolescenti cercando di rassicurarli, invitandoli a comportarsi diversamente e a cercare nuovi stimoli in modo da superare le proprie paure. La spiegazione logica e razionale di fronte ad una problematica delicata ed irrazionale come la paura non basta, è necessario aiutare i nostri ragazzi proponendo visioni alternative, entrando dentro la logica della paura e cercando di non sostituirsi ai figli risolvendo i problemi al posto loro. 

Spesso di fronte ad una problematica di ansia è consigliabile rivolgersi ad uno specialista, in modo tale da intervenire con le giuste tempistiche e anticipare possibili complicazioni. 

Terapia Breve Strategica

La terapia breve strategica è un modello di psicoterapia particolarmente efficace nei casi di ansia adolescenziale che mira a ridurre i disturbi sin dalle prima sedute, in maniera da sbloccare la realtà problematica e favorire in breve tempo un cambiamento ed il raggiungimento di soluzioni efficaci, efficienti e durature nel tempo. 

Se vuoi saperne di più puoi consultare altri articoli presenti nel mio blog oppure puoi contattarmi al 340.41.90.915 via mail al seguente indirizzo: studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni.

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Tag: ansia, ansia generalizzata, ansia sociale, Attacchi di Panico, genitori, sintomi ansia

La storia delle dipendenze può aiutare a mettere in luce e a capire meglio la funzione che le sostanze hanno avuto nel corso del tempo ed il ruolo che hanno rivestito per la società. Durante l’incontro che ho svolto presso l’Università di Rovigo con gli studenti della facoltà di Scienze dell’educazione, ho cercato di fare una fotografia della diffusione delle sostanze e delle caratteristiche che la dipendenza ha assunto a partire dagli antichi egizi sino ai giorni nostri. 

In questo articolo cercherò di riassumere il viaggio che abbiamo fatto insieme agli studenti durante la giornata di formazione.

Mesopotamia, Antico Egitto, Grecia e Roma

La storia delle sostanze che possono dare dipendenza si intreccia fin dai tempi antichi al consumo di sostanze alcoliche. Nell’antichità gli oppiodi – ovvero le sostanze oppiacee, una miscela di alcaloidi ricavata dal papavero: Papaver somniferum – erano ben note ai Sumeri, ai babilonesi ed agli egizi,che utilizzavano l’oppio come anestetico, per ridurre il dolore, e come analgesico, come calmante, addirittura per non far piangere i bambini. Peraltro in Egitto era noto anche l’uso di bevande alcoliche come la birra, ritenuta un tonificante per le donne incinte, come testimonia unatavola del 2200 a.C.

Nella Grecia antica le Droghe erano considerate come sostanze che agiscono raffreddando, riscaldando, asciugando, umidificando contraendo e rilassando, o addormentando un modo cioè di curare l’organismo. Vino e birra erano consumati in grande quantità nei cerimoniali, così come pure sostanze quali hashish e altre appartenenti alla famiglia delle piante Solanaceae, come la Belladonna, avente proprietà antispasmiche, e la Mandragora, cui venivano accreditate virtù afrodisiache. Sostanze allucinogene venivano molto probabilmente consumate anche nel corso di cerimonie religiose, come simbolo spirituale d’iniziazione. A tal proposito sono noti i Misteri Eleusini, che si celebravano annualmente nell’antica città di Eleusi, nelle cui cerimonie rituali venivano consumate sostanze psichedeliche per creare un’atmosfera ed evocare l’aldilà. La dipendenza a livello di pericolosità sociale si concentrò invece sul vino, anche se i filosofi non si trovano tutti concordi a riguardo.

Nella Roma classica secondo Cesare fumare fiori di canapa era concesso per procurarsi ilarità e godimento. La Lex Corneliaunica norma sull’argomento dice: “Droga è una parola indifferente, che comprende sia ciò che serve a uccidere sia ciò che serve a curare, e i filtri d’amore, ma questa legge condanna solo ciò che viene usato per uccidere qualcuno”. Il grande medico Galeno prescriveva all’imperatore una porzione di oppio come antidolorifico ed il suo effetto anestetico, come già detto, era ben noto fin dall’antichità. La cosa che stupisce è che sebbene vi fossero consumatori regolari non sono documentate problematiche di ordine pubblico o privato, non sono riportati casi clinici e neppure si ha notizia di persone emarginatesocialmente. Invece il vino provocherà conflitti personali e collettivi (disordini, risse), anche se il suo consumo era proibito alle donne e ai minori di trentanni. 

Paganesimo, Islam e Medioevo

In opposizione al Cristianesimo, il Paganesimo vede nelle sostanze psicotrope l’azione di “spiriti neutri” che intensificano nel soggetto le sue inclinazioni naturali, buone o cattive, contribuendo alla conoscenza di se stesso. In questo senso possiamo intravvedere un collegamento con lo sciamanesimo e l’uso di sostanze e di alcol durante le cerimonie: usi magico-religiosi, sapere pagano contaminato dalla stregoneria.

Secondo le leggi islamiche non vi sono né droghe “sacre” né droghe “sacrileghe”. Maometto comunque proibì il vino, anche se non si può negare l’esistenza di un consumo di alcolici malgrado le pene severe per i contravventori. L’oppio nella cultura araba viene usato per indurre uno stato generale di euforia e nelle persone della terza età per sopportare i dispiaceri o addirittura per provocare l’eutanasia. AL-Ukbari, un erudito e saggio, sosteneva: Devi sapere che la legge islamica non proibisce il consumo di farmaci cordiali, con effetti come quelli dell’hashish, e poiché non vi è alcuna notizia sulla sua illiceità, il popolo considera che è permesso usarli. Ma l’uso dell’hashish non era sempre inteso in senso terapeutico. Nell’XI secolo la setta dei Nizariti, attiva in Persia ed in Siria, era nota come Setta degli Assassini– o più semplicemente Assassini– perché i loro feroci guerrieri ricorrevano alla pratica dell’omicidio a fini politici. Pare che il termine assassinipossa derivare dal sostantivo arabo al-Hashīshiyyūnossia coloro che sono dediti al consumo di hashish.

Durante il Medioevo droga, lussuria e stregoneria si intrecciano strettamente. L’uso religioso o ludico di sostanze diverse dall’alcol viene punito con la tortura o la morte, tuttavia è ampiamente riconosciuto il loro impiego nella fabbricazione di pozioni, pomate psicoattive, farmaci elementari.  Ledroghe” delle streghe nascondono ciò che è proibito per eccellenza e sarà l’Inquisizione ad occuparsi in modo spiccio della faccenda, bruciandole senza pietà sul rogo!

Nell’XI secolo oppio e canapa sono impiegati nelle pozioni curative di re, nobili e dagli stessi prelati; i medici traggono un grande e nuovo prestigio sociale usando l’oppio e la canapa a scopo terapeutico. La rinascita della farmacologia porta alla nascita dei primi ordini” di medici e speziali, fatto questo che ne aumenterà considerevolmente il prestigio, malgrado la considerazione che i loro preparati non siano molto diversi da quelli delle fattucchiere.

XIX e XX secolo

Con un salto nel tempo ci portiamo alle soglie del XIX secolo, quando ormai si possono contare almeno 70.000 medicinali con formula segreta che contengo in varie dosi sostanze psicoattive. 

Durante l’800 fu molto in voga l’uso del Laudano, un composto a base di oppio e alcool avente proprietà narcotiche, antidolorifiche e antispastiche simili a quelle degli oppiacei. Lo sciroppo a base di laudano veniva utilizzato dalle lavoratrici operaie inglesi per calmare i loro bambini.

La ricerca scientifica nel frattempo ha fatto passi da gigante e nel campo della farmacopea sono stati scoperti molti dei principali principi attivi delle sostanze. In particolare una delle più grandi scoperte nel 1804 è stata la morfina, uno degli alcaloidi dell’oppio utilizzato soprattutto in medicina, la cui commercializzazione avviene a partire dal 1817 come analgesico e nel trattamento della dipendenza da oppio e alcolici. Nel 1827 incomincia la sua produzione a livello industriale da parte di quella che diventerà una delle più importanti case farmaceutiche mondiali: la Merck.

Cinque volte più forte della morfina viene sintetizzata ed esce sul mercato la Diacetil morfina, meglio nota come eroina, così chiamata per e sue energiche virtù; grazie all’eroina introdotta sul mercato nel 1898 e all’aspirina (acido acetil-salicilico, commercializzato nel 1897) la ditta tedesca produttrice Bayer diventeràun colosso di rilevanza mondiale. 

Al contrario della morfina, l’eroina produce un aumento di attività, calma e riduce ogni sentimento di timore. Anche dosi minime fanno sparire ogni tipo di tosse. I morfinomani trattati con questa sostanza hanno perso immediatamente ogni interesse per la morfina”. 

La cocaina, forte agente stimolante del sistema nervoso centrale (CNS), è nota fin dall’antichità alle popolazioni del Sud America, che masticavano le foglie di coca come tonico, anestetico e per calmare i morsi della fame. Il principio attivo verrà isolato nel 1859 da parte di un farmacista tedesco e verrà inizialmente utilizzato come anestetico. Per lungo tempo in Europa una bevanda a base di vino e cocaina verrà venduta come tonico per il sistema nervoso e per curare la tristezza. Lo stesso Sigmund Freud era solito farne uso come antidepressivo, proponendolo addirittura in qualche caso anche ai pazienti. Nel 1886 un farmacista di Atlanta, negli Stati Uniti, brevettò la formula di un tonico in cui erano presenti anche le noci di cola, una miscela che, privata della cocaina, diventerà ben presto una delle bevande più note e consumate al mondo: la Coca Cola.

Nel 1900 tutte le droghe conosciute sono ormai in farmacia. Si contano persone dipendenti da oppio, morfina, eroina, ma il fenomeno richiama ancora poco l’interesse di giornali, riviste, opinione pubblica, magistratura e polizia. Si alzano però le prime voci di protesta: l’uso di sostanze anche se occasionale viene giudicato un vizio e viene considerato come una malattia contagiosa. Nel 1920 la prima legge sul proibizionismo vieta negli Stati Uniti la fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di sostanze alcoliche. Bisognerà attendere ancora qualche anno per l’estensione del concetto di proibizionismo a sostanze quali la cannabis, l’oppio, l’eroina, la cocaina; questo intervento proibizionista si espanderà a livello internazionale con il dichiarato intento di tutelare la salute pubblica dei cittadini

Gli anni ‘50 e ’70 del secolo scorso sono quelli dell’LSd e della Beat generation. Tra gli anni ‘30 e ‘50 vi fu una grandissima diffusione delle anfetamine: per curare ladepressione, impiegate come stimolanti ed antidepressivi per le truppe, etc., nel 1950 la loro diffusione è capillare. Sempre negli anni ’50 – ‘60 viene sintetizzatoun farmaco oppiaceo sintetico: il metadone, al cui uso iniziale come analgesico nella terapia del dolore cronico verrà affiancata anche la terapia per la riduzione della dipendenza da stupefacenti.

Nel 1938 a Basilea viene sintetizzata da Hofmann la molecola della dietilammide 25- dell’acido lisergico, meglio nota come LSD, una droga semisintetica estratta da un fungo parassita della segale chiamato ergot. Inizialmente molto utilizzato nel campo della psicoterapia, l’LSD venne commerciato dalla ditta Sandoz come farmaco (Delysid), con risultati eccezionali per il trattamento della schizofrenia, autismo, depressione e alcolismo. Le sue caratteristiche psichedeliche lo resero famoso negli anni ’60 presso la generazione hippy, di cui divenne addirittura un simbolo. A partire dagli anni ’70 ne viene riconosciuta la pericolosità ed attualmente è considerata una sostanza illegale.

La Beat Generationè un movimento giovanile che trovò una sua espressione anche in campo artistico, poeticoe letterario, sviluppandosinel secondo dopoguerraprincipalmente negli Stati Uniti. Nasce da un gruppo di scrittori americani e viene alla ribalta nel 1950, così come i fenomeni culturali da esso ispirati. Gli elementi centrali della cultura “Beat” sono l’anticonformismo, il rifiuto di norme imposte, l’innovazione dello stile letterario, la sperimentazione delledroghe, la sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, un rifiuto del materialismo, e rappresentazioni esplicite e crude della condizione umana. La Beat Generation è l’esempio della ribellione giovanile degli anni cinquanta, la “gioventù bruciata”; tra i suoi autori di riferimento più celebri troviamo Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Norman Mailer. I giovani beat sono sofferenti, viaggiano facendo l’autostop, spesso ricorrono all’alcool e alla droga ma il loro disagio sfocerà infine nella rivolta verso la borghesia statunitense e nel rifiuto e nella protesta contro la guerra in Vietnam.

Scavare nell’anima. Metterla a nudo. Rivelarla. Significa esattamente questo il termine psichedelia. Il termine, per derivazione, descrive anche una categoria di musica, arte visiva, moda, cinema, letteratura, fumettisticae cultura, associata originariamente agli anni sessanta: la cultura hippie(o hippy). In origine si tratta di un movimento giovanile che ha inizio negli Stati Uniti d’Americanel corso degli anni sessantae si diffonderà poi in tanti altri Paesi del mondo. La parola «hippie» deriva da «hipster», il cui significato si può tradurre come giovani “anticonformisti o alternativi”.

Queste persone avevano ereditato i valori sottoculturali della Beat Generation, creando una controcultura e proprie comunità che ascoltavano rock psichedelico, abbracciavano la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti come gli allucinogeni e la cannabis, al fine di esplorare e allargare lo stato di coscienza.

Ifigli dei fiori sono gli aderenti al movimento hippie abbigliati convestiti decorati a fiori o con vivacissime stoffe dai colori forti. Il loro ideale di pace e libertà erasintetizzabile in slogan quali “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” e “Fate l’amore, non la guerra”, che risuonavano in maniera fortemente criticanel periodo della guerra del Vietnam. La ricerca sfrenata della totale libertà era il significato insito nel loro stile di vita. Questo movimento toccò particolarmente l’opinione pubblica, tanto da stimolare l’interesse diregisti e cantanti.

A partire dagli anni ‘80del secolo scorso sul mercato illegale compaiono moltisurrogati: cocaine artificiali, ecstasy, crack. L’Ecstasy, o MDMA, è una droga sintetica con effetti fortemente stimolanti che ha trovato diffusione a partire dagli anni novanta soprattutto nei rave party; viene assunta solitamente sotto forma di pastiglie o sciolta in un liquido o anche fumata. L’ecstasy facilita la comunicazione soggettiva, l’empatia e l’accesso a sentimenti repressi.

E al giorno d’oggi? Cosa caratterizza la nostra realtà ed il fenomeno della dipendenza? Segui il mio blog per saperne di più.

Oppure se vuoi maggiori informazioni contattami al 340.41.90.915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

Bibliografia:

“Piccola storia delle droghe. Dall’antichità ai giorni nostri” Antonio Escohotado 2008, Donzelli.

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Tag: dipendenza da droghe, dipendenza nella storia, dipendenze, sostanze stupefacenti, storie di dipendenza

Sabato 25 maggio: TEDxPAdova 2019, in una sola parola: emozionante. Probabilmente è una definizione scontata, tuttavia devo ammettere che dal mio punto di vista è stato un evento unico. 

Come immagino sappiate, TED è un’organizzazione no-profit il cui obiettivo è quello di facilitare la diffusione di idee di valore attraverso conferenze che coprono una grande varietà di argomenti, dalla scienza, al business, alle tematiche globali. TEDxPadova nasce nel 2014 per l’intraprendenza di un gruppo di giovani che hanno un unico stimolante obiettivo: condividere idee innovative in modo da pensare ad un futuro migliore.

In questo articolo vorrei portarvi dietro le quinte, raccontarvi alcuni momenti chiave di questa grande manifestazione e anche i contenuti più significativi degli speaker che sono intervenuti inquesta edizione.

Rinascita

Il filo conduttore di quest’anno è stato il tema della “Rinascita”, la cornice dell’evento quel Palazzo della Ragione, noto anche come “salone”, antica sede dei tribunali cittadini, che rappresenta il cuore pulsante della città di Padova. Gli speaker hanno proposto i loro contributi partendo da diverse prospettive: economiche, mediche, scientifiche, sportive, sociali e culturali, emozionando il numeroso pubblico e l’intero team di TEDxPadova. 

Vorrei iniziare dalla fine e cioè dall’ultimo intervento, quello della splendida Drusilla Foer che ci ha guidato in un viaggio di contraddizioni e paradossi, sottolineando che la ri-nascita deve essere interpretata partendo da diverse angolazioni. Più che parlare di ri-nascita in senso stretto bisogna ri-appropriarsi della propria consapevolezza personale, bisogna continuare a ri-amare l’esistenza e a ri-scoprire il valore delle cose e della vita in generale. Parole forti, contenuti di qualità, un finale pazzesco che ha reso l’idea di come ri-nascere sia una sorta di cambiamento, di come dobbiamo essere flessibili e sforzarci di vedere la realtà sempre da punti di vista differenti e sempre nuovi. 

Scienza e medicina: quando la rinascita è una ri-scoperta

Dal punto di vista medico, il Dott. Gino Gerosa ha incantato parlando del progetto di ricerca al quale sta lavorando per sviluppare un cuore biologico che potrebbe significare una ri-nascita vera e propria per moltissimi pazienti. Invece la Dott.ssa Biffi ci ha spiegato l’importanza della terapia genica per introdurre nuove sequenze di DNA, questa modalità di trattamento potrebbe offrire un futuro senza malattie a centinaia di pazienti. Jasmine Abdulcadir ha parlato del suo lavoro di cura con donne e bambine che presentano mutilazioni genitali; un impegno la cui difficoltà principale è proprio quella di aiutare la donna ad entrare in un’ottica di cambiamento a 360 gradi, una rinascita complessa e difficile, ma possibile.

Sara Buson, astrofisica che ha lavorato alla NASA, ci ha invitato a “toccare con mano” i neutrini, messaggeri cosmici affascinanti che possono farci scoprire nuove frontiere. Ed infine il carismatico Koen Van Pottelbergh, che ci ha fatto percepire cosa significhi non vedere e poi ri-cominciare a poter nuovamente vedere con i suoi occhiali speciali.

La rinascita dalle altre prospettive

Vorrei dedicare un plauso speciale ad Eric Barbizzi, che a soli quindici anni ha mostrato la forza di un grande e sul palco ci ha convinti tutti a ri-cominciare a guardare al nostro ambiente in maniera diversa e più responsabile. Uljan Sharka ha ricordato che l’informazione ha un ruolo fondamentale nella nostra vita e che solo la conoscenza può fare veramente la differenza. Mentre Tezeta Abrahm ha richiamato la battaglia costante per i diritti umani e per l’integrazione sociale in Italia; il Professor Villa ci ha entusiasmato con la sua vivacità, ricordando il ruolo dell’arte nei processi di rinascita. 

Dan Peterson, una vera leggenda dello sport, poco prima di salire sul palco per il suo talk dedicato alle rivincite sportive, mi ha raccontato alcuni aneddoti su Mike Bongiorno, sottolineandone la grande precisione e professionalità, lasciandomi senza fiato e forse anche stemperando un po’ la tensione di entrambi. 

Infine Armando Armas attivista e parlamentare venezuelano che ha dato inizio allo spettacolo del TEDxPadova con una grinta ed un’energia che hanno trascinato il pubblico in un lungo applauso. 

Il team

Questa entusiasmante esperienza non sarebbe stata possibile senza il fantastico gruppo che ha lavorato per il TEDxPadova 2019, il team che ha curato la comunicazione, la logistica, la gestione dei partner di “team speaker”, di cui ho fatto parte anch’io ed il team “legale”.

Ogni pedina è stata essenziale per far si che questo evento potesse funzionare al meglio, per far quadrare ogni criticità e per valorizzare ogni performance, comprese quelle musicali e di danza. Vorrei chiudere questo articolo ringraziando il pubblico presente all’evento e richiamando un breve aforisma proposto da uno dei nostri speaker, Uljan Sharka, che mi ha colpito e nel quale credo infinitamente:

“Knowledge is the human superpower”

“La conoscenza è il superpotere dell’uomo”

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Tag: Public Speaking, TEDxPadova, TEDxPadova 2019

“Curare l’ansia” forse non è una espressione del tutto appropriata, di solito preferisco parlare di gestione dell’ansia. Ciò non significa che l’ansia non possa essere completamente superata, spesso una delle principali preoccupazioni dei pazienti è proprio connessa al completo superamento delle spiacevoli sensazioni di paura e di panico che si accompagnano all’ansia. 

Quello che intendo con cura dell’ansia consiste nell’appropriarsi di tecniche e strategie che possono aiutare la persona ad affrontare le situazioni, gli eventi e le realtà che vengono vissute come minacciose. In particolare costruendo dei circoli virtuosi che al solo arrivare della sensazione di paura si attivano e ci consentono di non sentirsi sopraffatti e di rispondere in maniera adeguata e positiva. 

Ricordiamoci che in fondo la paura è una normale emozione che tutti sperimentiamo e che può avere anche una valenza positiva, perché ci protegge in caso di minaccia.

Come curare l’ansia

Per curare l’ansia dobbiamo iniziare a sbloccare quei tentativi di soluzione che mettiamo in campo per cercare di tutelarci e di superare la paura, ma che invece di farci star meglio complicano ulteriormente la situazione. Parlo di quei tentativi di soluzione che riteniamo efficaci per superare le sensazioni di inquietudine e di apprensione determinate sia da una situazione specifica (es. guidare la macchina, gli spazi aperti o chiusi, la paura di un animale, …), che dalla quotidianità in generale (es. la paura pervasiva di tutto quello che ci circonda). 

Solitamente il tentativo messo in atto è quello di provare a non essere colti di sorpresa dall’ansia, cercando nello specifico di evitare quelle emozioni spiacevoli di sofferenza e paura legate proprio alla realtà vissuta come minacciosa.

Tali forme di “evitamento”- note nella pratica clinica come “soluzione disfunzionale” – sebbene riescano a favorire un superamento momentaneo della paura non facendola percepire al soggetto, in realtà non fanno altro che aggravarne la sintomatologia. Solo evitando di evitareil soggetto riuscirà veramente a superare la paura patologica. 

Un ulteriore tentativo di soluzione che sembra tutelarci, ma che in realtà può portare fuori strada, è quello di ricorrere all’aiuto di un familiare, un collega o amico. Per evitare di avere una crisi e sentirci male, ci facciamo aiutare da una persona di fiducia, solo in questo modo riusciamo ad affrontare la situazione che ci spaventa. In realtà questa è una ammissione implicita del fatto che da soli non riusciamo ad affrontare la situazione che ci preoccupa ed avremo sempre bisogno di qualcuno per superare la prova.

Curare l’ansia: un caso reale

L’esperienza di Edoardo (nome di fantasia) riassume in maniera chiara le due tentate soluzioni sopradescritte. Dopo aver lavorato in tutta Italia, utilizzando ogni tipo di mezzo: il treno, la macchina, l’aereo, improvvisamente Edoardo ha iniziato ad avvertire una sensazione spiacevole, uno sorta di eccessiva preoccupazione, sfociata infine in un attacco di panico in macchina ed un altro in treno. Ad un iniziale momento di reazione logica a quanto accaduto è seguito un altro di forte sconforto, una paura crescente di prendere la macchina, che lo ha indotto a farsi accompagnare da un collega in ogni trasferta di lavoro. Il dubbio di non riuscire a guarire e le preoccupazioni conseguenti hanno generato una paura diffusa, non solo per quello che riguardava la guida o i mezzi di trasporto, ma addirittura anche andare a comprarsi un paio di occhiali da sole lo gettava nel panico. Non sapendo più cosa fare Edoardo si rivolge al mio studio. 

Il lavoro principale si è subito incentrato nel favorire un abbassamento della paura patologica per riportarla ad un livello di normalità. Ci siamo calati in maniera paradossale nelle sue peggiori preoccupazioni e paure attraverso la strategia della mezz’ora di passione. Ogni giorno Edoardo hadovuto ritagliarsi una mezz’ora di tempo nella quale isolarsi e calarsi nelle sue paure e preoccupazioni, sforzandosi di stare peggio che potesse. Questa tecnica, con il suo funzionamento paradossale, gli ha fatto vivere un’esperienza nuova: più cercava la paura e più non riusciva a trovarla, anzi riusciva addirittura a sentirsi bene, e a rilassarsi al punto di rischiare di addormentarsi. 

A seguito di questa prima fase di intervento e attraverso questa esperienza positiva è stato possibile in una seconda fase calibrare la strategia migliore per fare in modo che Edoardo, giorno dopo giorno, prendesse maggiormente consapevolezza delle sue capacità e di come gestire l’ansia in ogni situazione. La terapia ha avuto un ottimo successo, con una riduzione totale delle crisi di ansia e una rinnovata capacità di affrontare le situazioni stressanti. 

Edoardo è riuscito nuovamente e a mettersi al volante e a prendere il treno senza più ricorrere alle soluzioni disfunzionali che lo avevano limitato.

Se senti di avere una problematica di ansia  contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

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Ansia sociale: la paura del rifiuto

18 Luglio 2019

Mi occupo di cura della dipendenza a Padova, Vicenza, Treviso ormai da quindici anni, in ambiti diversi: dalla prevenzione nelle scuole (coinvolgendo adolescenti e insegnanti), al lavoro in clinica (cura, riabilitazione e reinserimenti di pazienti con dipendenze varie: alcol, sostanze o altro come il gioco d’azzardo). Per promuovere una cultura del benessere e aumentare le conoscenze rispetto alle diverse dipendenze, nel corso del tempo ho promosso e partecipato a diversi progetti sia nel privato che anche in collaborazione con il servizio per le dipendenze.

Attraverso questo articolo, vorrei portare un paio di esempi di terapia sulle dipendenze, per raccontare due diverse tipologie di intervento in questo ambito. 

Cocaina e crack

Carlo (nome di fantasia) ha iniziato a fare uso di cocaina in modo sporadico, nelle serate con gli amici, il sabato sera, per approdare poi al crack sempre allo stesso modo: una serata tra amici, solo per provare. Questo però gli ha creato una vera e propria dipendenza: una necessità costante e ossessiva della sostanza, tutto il resto passa in secondo piano (affetti, famiglia, lavoro, …). In breve tempo perde molto peso, ma perde anche percezione di se stesso e del proprio futuro.

Carlo arriva in studio dopo dieci anni di consumo ed un percorso in comunità andato male. Il percorso di terapia, in questo caso, s’incentra sulla gestione delle emozioni del paziente: Carlo sfoga una rabbia particolare nei confronti delle persone che gli stanno vicino, ma è un sentimento che in realtà prova verso se stesso, per la vita che sta conducendo e per l’insoddisfazione che ne consegue. La dipendenza da crack o cocaina modifica il modo di percepire e vivere la realtà, ma il caso di Carlo può aiutare a capire che con la giusta combinazione di motivazione e voglia di rimettersi in discussione è possibile uscire dalla dipendenza. Ad oggi non sta più assumendo crack e a distanza di un anno non si segnalano più ricadute.

Cannabis in età adolescenziale

Marco (nome di fantasia) ha diciassette anni, da circa tre fuma cannabinoidi. Per poter fumare gratis si è fatto prendere la mano, ed ha iniziato a spacciare, in modo da guadagnarsi qualche soldo da spendere in scarpe e vestiti. 

Il consumo di cannabis, ma in generale di ogni sostanza in età adolescenziale, è piuttosto pericoloso: porta ad un’alterazione nella percezione di se, ma conduce anche a vivere le emozioni in modo distorto e alterato, in una fase in cui viverle autenticamente è fondamentale per la crescita del soggetto. 

Marco è un ragazzo sveglio: non indentifica bene il problema, ma si rende conto di vivere una serie di difficoltà, in particolare nella relazione con i genitori, e il fumo lo tranquillizza, andando a sopire le emozioni più difficili da gestire, di sofferenza e rabbia. 

Il lavoro terapeutico condotto prima singolarmente con il ragazzo, e poi con i famigliari, ha portato ad ottimi risultati: il fumo si è ridotto notevolmente, e poco alla volta si è ristabilita la relazione tra Marco e i genitori. Nella fase dell’adolescenza è importante aiutare i ragazzi a responsabilizzarsi, ma è altrettanto utile accompagnarli e supportarli, in modo da far loro comprendere che la famiglia può essere una risorsa su cui si può fare affidamento. 

Ti rivedi in queste storie? Senti di avere una dipendenza per una sostanza stupefacente, per il gioco d’azzardo o una dipendenza affettiva? Mi occupo di cura delle dipendenze a Padova Vicenza e Treviso chiamami al 340.41.90.915 o scrivimi in privato compilando il form qua sotto per maggiori informazioni o per fissare un un appuntamento.

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Se dovessimo dare una definizione di emozioni” immagino che ciascuno di noi si riferirebbe agli stati d’animo provocati da un evento che stimola o ha stimolato il nostro sistema percettivo sensoriale.

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita, possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi nelle sfide quotidiane, familiari, lavorative o sportive. Possono diventare il motore della crescita personale, possono favorire i nostri successi, ma possono in qualche caso anche metterci i bastoni tra le ruote e diventare un vero e proprio ostacolo insormontabile. 

In qualità di psicologo e psicoterapeuta a contatto quotidianamente con le tematiche emotive, riscontro sempre più persone che faticano ad accettare alcuni loro stati emotivi, riconoscendoli come estranei o invasivi. L’articolo di oggi mira a far conoscere meglio la tematica relativa alle emozioni e soprattutto a metterla in relazione con la capacità di raggiungere i nostri obiettivi personali e di crescita.

Emozioni cosa sono

Per dare una definizione di emozioni dobbiamo prendere in esame le diverse teorie che le definiscono. Dal punto di vista biologico le emozioni possono essere definite come il processo bio-genetico che attraverso circuiti fisiologici e neuronali distingue e determina impressioni, suggestioni, turbamenti, stati d’animo emotivi. 

Secondo la prospettiva costruzionista le emozioni si definiscono in base al contesto e alla cornice di riferimento, dunque a seconda della situazione e dei momenti che la persona si trova a vivere. In questa ottica le emozioni si possono considerare come degli stati d’animo mutevoli, di attivazione fisiologica, che si innescano in funzione degli stimoli che la persona subisce nei vari momenti della giornata e più in generale della vita. 

Una terza prospettiva vede le emozioni in un’ottica maggiormente cognitiva, e dunque come una valutazione che la persona fa degli eventi a seconda dell’importanza che vi attribuisce ed in base ai propri scopi e ai bisogni personali. 

Un aspetto comune alle diverse teorie sulle emozioni è quello di essere caratterizzate da diverse componenti: biologiche, situazionali e di valutazione del contesto. Le varie teorie mettono in risalto gli aspetti relativi alle sensazioni affettive, alle diverse variazioni fisiologiche compresi i cambiamenti a livello espressivo, sia facciale che della voce e della postura. 

Conoscere cosa sono le emozioni ci permette di capire meglio il funzionamento di quest’ultime in relazione agli obiettivi che ci prefiggiamo nella vita di tutti i giorni.

Emozioni e obiettivi personali

Le emozioni con la loro valenza affettiva ed energia di attivazione sono delle potenti alleate della nostra motivazione. Nei momenti in cui siamo più “attivati”a livello emotivo possiamo migliorare le nostre capacità di memoria, di ragionamento e decisionali. Quando a livello individuale siamo focalizzati sul compito e riusciamo a vivere una sensazione di piacevolezza nell’eseguirlo, siamo in grado di dare il massimo, di prendere le decisioni migliori e di ottenere il risultato sperato. 

Se ad esempio devo svolgere un intervento di fronte ad una platea di persone e mi sento emotivamente affascinato e felice di poter dare il mio contributo, allora riuscirò a salire sul palco con una carica, una determinazione ed un’energia che favoriranno la mia performance. Così come se sono molto arrabbiato per un errore che ho commesso durante il lavoro posso provare ad indirizzare questa energia negativa nella direzione di una maggiore concentrazione, per evitare lo stesso tipo di errore la volta successiva.

Accanto a questa funzionalità delle emozioni dobbiamo tuttavia considerare anche una visione più “disfunzionale”, e di conseguenza negativa, delle emozioni, ovvero quando queste ultime invece di essere una risorsa diventano un limite. Quando ad esempio l’intensità ed il perdurare di un determinato stato emotivo invece di aiutarci a prendere decisioni o ad essere maggiormente concentrati ci porta fuori strada e non ci fa vedere le cose con la necessaria lucidità. Se mi lascio opprimere dalla rabbia per un errore commesso, se non riesco a canalizzarla in energia positiva, il rischio è che l’emozione possa diventare un problema invece che una risorsa preziosa. 

Come rendere funzionali le emozioni

Per favorire un sempre migliore funzionamento delle emozioni è necessario cercare di regolarle e gestirle il più possibile, favorendo innanzi tutto la consapevolezza del nostro stato emotivo attraverso l’ascolto interpersonale, ossia favorendo un ascolto differente, cognitivamente più funzionale.

Il dolore, ad esempio, può anche essere “ascoltato”, accettato, invece che negato; in questo modo non ci affranchiamo dalla momentanea sofferenza che lo accompagna ma l’esperienza significativa è quella di aver vissuto il dolore, di averlo metabolizzato e di esserne uscito. 

Questo approccio ci aiuta a cambiare il nostro modo di vivere le esperienze, sia dal punto di vita fisiologico che da quello comportamentale, ci fa entrare in un’ottica di maggiore flessibilità, di ascolto di se stessi ed infine dicambiamento.

Se senti che non riesci a padroneggiare o a gestire le emozioni può esserti utile un percorso di psicoterapia per rimodulare le tue esperienze emotive e trovare un nuovo equilibrio psico-fisico. Per maggiori info contattami al 340.41.90.915 o compila il form nel seguente link.

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

La paura del giudizio è una forma di paura radicata in ciascuno di noi, una paura che ci stimola a cercare di sbagliare il meno possibile per evitare brutte figure di fronte agli altri. Molto spesso tendiamo a negare l’errore fingendo di non avere realmente sbagliato, ma la situazione si complica quando con l’intento di non sbagliare iniziamo ad evitare tutte quelle situazioni che potrebbero metterci a disagio. Comincia così un viaggio senza ritorno nel quale ogni situazione, ogni momento di interazione con gli altri, diventa una vera e propria fonte di disagio, alla quale cerchiamo in ogni modo di sfuggire.

Il giudizio è un concetto insito nella nostra cultura, a cominciare dalla scuola dove il voto è vissuto come qualcosa di fondamentale, così tanto temuto da rendere a volte infernale la vita degli studenti. Al lavoro il concetto di giudizio si esprime nella “valutazione” delle prestazioni, cioè nel riscontro del capo riguardo alle nostre capacità tecniche, relazionali e comunicative all’interno dell’azienda. Quando svolgo corsi di formazione in azienda, al solo pronunciare la parola “valutazione”, gli animi si scaldano. Mi piace quindi parlare più di feedback, ma indipendentemente dal termine che usiamo, il giudizio è comunque ed in ogni contesto un’arma a doppio taglio: sebbene ci aiuti a crescere è comunque particolarmente temuto.

La paura del giudizio: il caso di Michela

Michela (nome di fantasia) è una giovane studentessa universitaria al terzo anno di medicina; i primi due anni sono andati a gonfie vele, il terzo invece è diventato un tormento. Durante una mattina in biblioteca ha iniziato ad avvertire delle strane sensazioni di ansia che si sono rapidamente trasformate in un vero e proprio attacco di panico. In un primo momento Michela attribuisce il problema all’eccessivo caldo di inizio settembre e ad un calo di zuccheri, invece purtroppo anche nei giorni seguenti il solo avvicinarsi all’università e all’aula degli esami le genera una paura insuperabile. Decide allora di chiudere temporaneamente con lo studio e di non affrontare gli esami. 

Fatalmente questa paura del giudizio e di non essere all’altezza la porta a temere anche il giudizio dei compagni per non essere riuscita a sostenere tutti gli esami del terzo anno. Sa bene che questo problema non sussiste perché molti altri suoi compagni risultano indietro, tuttavia sente forte il peso del loro giudizio e preferisce allontanarsi dall’università. Per non stare con le mani in mano trova lavoro come cameriera ma inconsciamente si rende conto della necessità di affrontare il problema se davvero vuole concludere il percorso di studi.

La peggiore fantasia

Michela è arrivata nel mio studio con le idee confuse, ha affrontato la terapia in maniera diffidente perché non aveva fiducia di potercela fare. Il lavoro terapeutico si è quindi incentrato sull’obiettivo di favorire fin da subito un miglioramento attraverso una riduzione delle sue paure nei confronti dell’università e del giudizio in generale. Adottando la tecnica della peggiore fantasia M. ha rivissuto l’ansia provata quella prima volta in biblioteca, senza tuttavia arrivare a sperimentare gli stessi effetti fisiologici. La tecnica consiste nel chiedere alle persone di calarsi nelle loro peggiori paure e preoccupazioni, in un preciso lasso di tempo nel corso della giornata. Quella che potrebbe apparire a tutta prima come una sorta di “tortura” è invece una strategia altamente paradossale. Infatti durante la mezz’ora in cui il paziente si concentra sulle proprie angosce, la paura viene affrontata in quella maniera diretta che ne favorisce la presa di coscienza ed il superamento. La paura si trasforma in coraggio, questo è il risultato ultimo dell’applicazione di una tecnica basata sul paradosso.

Attraverso la terapia Michela è riuscita nuovamente a trovare la fiducia in se stessa, si è liberata dalle proprie ansie, è tornata in università e ha completato gli esami del terzo anno: ormai gestisce la paura e l’eccessiva tensione con le nuove strategie apprese, senza più esserne travolta.

Se anche tu soffri di ansia e vuoi saperne di più contattami al 3404190915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, paura, paura del giudizio, Terapia Breve Strategica

Ansia e adolescenza cosa fare, è una domanda che spesso i genitori si pongono cercando delle risposte. L’adolescenza è il periodo caratteristico dell’ansia. Nell’adolescenza i ragazzi faticano a capire e a gestire le emozioni che vivono, spesso per la paura di non essere capiti o di essere rifiutati dal mondo dei compagni e da quello degli adulti. La conseguenza può risultare facilmente in una compromissione dello sviluppo della personalità e delle competenze personali.

Ansia in adolescenza: quali sono le forme più comuni

Una delle principali preoccupazioni in età adolescenziale è collegata ad una sensazione di paura generalizzata e diffusa. I timori si concentrano soprattutto sul futuro e sulla paura di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi, anche quelli più semplici ed immediati, o, più in generale, una vita soddisfacente. Spesso questa tipologia di ansia è legata ai dubbi che assillano un adolescente riguardo alle scelte che gli si prospettano davanti: dalla decisione impegnativa su quali studi intraprendere a quale possa essere lo sport ideale o addirittura su quale sia la sua reale identità. La sensazione di derealizzazione o spersonalizzazione fa vivere l’adolescente in uno stato di preoccupazione più o meno intensa, come se davvero non potesse vivere la vita che può e vuole scegliere di vivere.

Tra le principali paure vi è quella di sentirsi male, di rischiare di morire, accompagnata da sensazioni fisiologiche di intensa agitazione quali tachicardia e forte tensione a livello addominale. Oppure la paura di poter perdere il controllo e di conseguenza rischiare delle brutte figure di fronte a tutti. Un paziente adolescente racconta della paura di potersela fare addosso che lo limita e lo porta a cercare di evitare ogni situazione percepita come pericolosa.

Spesso si segnala una forma di ansia sociale legata alla preoccupazione del rapporto con i propri pari, che induce l’adolescente a cercare di evitare qualsiasi circostanza che potrebbe generare un rifiuto da parte dei propri compagni o degli amici. Questa tentata soluzione, nota con il termine tecnico di “evitamento”, nel tempo tuttavia  si rivela controproducente, perché sebbene nella circostanza contingente venga percepita dall’adolescente come una sorte di tutela, in realtà innesca una spirale di continui evitamenti dalla quale il soggetto non riesce più ad uscire

Cosa fare con problematiche di ansia in adolescenza

I genitori, come già sottolineato in alcuni articoli del mio blog, molto spesso pensano in buona fede di aiutare i propri figli adolescenti cercando di rassicurarli, invitandoli a comportarsi diversamente e a cercare nuovi stimoli in modo da superare le proprie paure. La spiegazione logica e razionale di fronte ad una problematica delicata ed irrazionale come la paura non basta, è necessario aiutare i nostri ragazzi proponendo visioni alternative, entrando dentro la logica della paura e cercando di non sostituirsi ai figli risolvendo i problemi al posto loro. 

Spesso di fronte ad una problematica di ansia è consigliabile rivolgersi ad uno specialista, in modo tale da intervenire con le giuste tempistiche e anticipare possibili complicazioni. 

Terapia Breve Strategica

La terapia breve strategica è un modello di psicoterapia particolarmente efficace nei casi di ansia adolescenziale che mira a ridurre i disturbi sin dalle prima sedute, in maniera da sbloccare la realtà problematica e favorire in breve tempo un cambiamento ed il raggiungimento di soluzioni efficaci, efficienti e durature nel tempo. 

Se vuoi saperne di più puoi consultare altri articoli presenti nel mio blog oppure puoi contattarmi al 340.41.90.915 via mail al seguente indirizzo: studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni.

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Tag: ansia, ansia generalizzata, ansia sociale, Attacchi di Panico, genitori, sintomi ansia

La storia delle dipendenze può aiutare a mettere in luce e a capire meglio la funzione che le sostanze hanno avuto nel corso del tempo ed il ruolo che hanno rivestito per la società. Durante l’incontro che ho svolto presso l’Università di Rovigo con gli studenti della facoltà di Scienze dell’educazione, ho cercato di fare una fotografia della diffusione delle sostanze e delle caratteristiche che la dipendenza ha assunto a partire dagli antichi egizi sino ai giorni nostri. 

In questo articolo cercherò di riassumere il viaggio che abbiamo fatto insieme agli studenti durante la giornata di formazione.

Mesopotamia, Antico Egitto, Grecia e Roma

La storia delle sostanze che possono dare dipendenza si intreccia fin dai tempi antichi al consumo di sostanze alcoliche. Nell’antichità gli oppiodi – ovvero le sostanze oppiacee, una miscela di alcaloidi ricavata dal papavero: Papaver somniferum – erano ben note ai Sumeri, ai babilonesi ed agli egizi,che utilizzavano l’oppio come anestetico, per ridurre il dolore, e come analgesico, come calmante, addirittura per non far piangere i bambini. Peraltro in Egitto era noto anche l’uso di bevande alcoliche come la birra, ritenuta un tonificante per le donne incinte, come testimonia unatavola del 2200 a.C.

Nella Grecia antica le Droghe erano considerate come sostanze che agiscono raffreddando, riscaldando, asciugando, umidificando contraendo e rilassando, o addormentando un modo cioè di curare l’organismo. Vino e birra erano consumati in grande quantità nei cerimoniali, così come pure sostanze quali hashish e altre appartenenti alla famiglia delle piante Solanaceae, come la Belladonna, avente proprietà antispasmiche, e la Mandragora, cui venivano accreditate virtù afrodisiache. Sostanze allucinogene venivano molto probabilmente consumate anche nel corso di cerimonie religiose, come simbolo spirituale d’iniziazione. A tal proposito sono noti i Misteri Eleusini, che si celebravano annualmente nell’antica città di Eleusi, nelle cui cerimonie rituali venivano consumate sostanze psichedeliche per creare un’atmosfera ed evocare l’aldilà. La dipendenza a livello di pericolosità sociale si concentrò invece sul vino, anche se i filosofi non si trovano tutti concordi a riguardo.

Nella Roma classica secondo Cesare fumare fiori di canapa era concesso per procurarsi ilarità e godimento. La Lex Corneliaunica norma sull’argomento dice: “Droga è una parola indifferente, che comprende sia ciò che serve a uccidere sia ciò che serve a curare, e i filtri d’amore, ma questa legge condanna solo ciò che viene usato per uccidere qualcuno”. Il grande medico Galeno prescriveva all’imperatore una porzione di oppio come antidolorifico ed il suo effetto anestetico, come già detto, era ben noto fin dall’antichità. La cosa che stupisce è che sebbene vi fossero consumatori regolari non sono documentate problematiche di ordine pubblico o privato, non sono riportati casi clinici e neppure si ha notizia di persone emarginatesocialmente. Invece il vino provocherà conflitti personali e collettivi (disordini, risse), anche se il suo consumo era proibito alle donne e ai minori di trentanni. 

Paganesimo, Islam e Medioevo

In opposizione al Cristianesimo, il Paganesimo vede nelle sostanze psicotrope l’azione di “spiriti neutri” che intensificano nel soggetto le sue inclinazioni naturali, buone o cattive, contribuendo alla conoscenza di se stesso. In questo senso possiamo intravvedere un collegamento con lo sciamanesimo e l’uso di sostanze e di alcol durante le cerimonie: usi magico-religiosi, sapere pagano contaminato dalla stregoneria.

Secondo le leggi islamiche non vi sono né droghe “sacre” né droghe “sacrileghe”. Maometto comunque proibì il vino, anche se non si può negare l’esistenza di un consumo di alcolici malgrado le pene severe per i contravventori. L’oppio nella cultura araba viene usato per indurre uno stato generale di euforia e nelle persone della terza età per sopportare i dispiaceri o addirittura per provocare l’eutanasia. AL-Ukbari, un erudito e saggio, sosteneva: Devi sapere che la legge islamica non proibisce il consumo di farmaci cordiali, con effetti come quelli dell’hashish, e poiché non vi è alcuna notizia sulla sua illiceità, il popolo considera che è permesso usarli. Ma l’uso dell’hashish non era sempre inteso in senso terapeutico. Nell’XI secolo la setta dei Nizariti, attiva in Persia ed in Siria, era nota come Setta degli Assassini– o più semplicemente Assassini– perché i loro feroci guerrieri ricorrevano alla pratica dell’omicidio a fini politici. Pare che il termine assassinipossa derivare dal sostantivo arabo al-Hashīshiyyūnossia coloro che sono dediti al consumo di hashish.

Durante il Medioevo droga, lussuria e stregoneria si intrecciano strettamente. L’uso religioso o ludico di sostanze diverse dall’alcol viene punito con la tortura o la morte, tuttavia è ampiamente riconosciuto il loro impiego nella fabbricazione di pozioni, pomate psicoattive, farmaci elementari.  Ledroghe” delle streghe nascondono ciò che è proibito per eccellenza e sarà l’Inquisizione ad occuparsi in modo spiccio della faccenda, bruciandole senza pietà sul rogo!

Nell’XI secolo oppio e canapa sono impiegati nelle pozioni curative di re, nobili e dagli stessi prelati; i medici traggono un grande e nuovo prestigio sociale usando l’oppio e la canapa a scopo terapeutico. La rinascita della farmacologia porta alla nascita dei primi ordini” di medici e speziali, fatto questo che ne aumenterà considerevolmente il prestigio, malgrado la considerazione che i loro preparati non siano molto diversi da quelli delle fattucchiere.

XIX e XX secolo

Con un salto nel tempo ci portiamo alle soglie del XIX secolo, quando ormai si possono contare almeno 70.000 medicinali con formula segreta che contengo in varie dosi sostanze psicoattive. 

Durante l’800 fu molto in voga l’uso del Laudano, un composto a base di oppio e alcool avente proprietà narcotiche, antidolorifiche e antispastiche simili a quelle degli oppiacei. Lo sciroppo a base di laudano veniva utilizzato dalle lavoratrici operaie inglesi per calmare i loro bambini.

La ricerca scientifica nel frattempo ha fatto passi da gigante e nel campo della farmacopea sono stati scoperti molti dei principali principi attivi delle sostanze. In particolare una delle più grandi scoperte nel 1804 è stata la morfina, uno degli alcaloidi dell’oppio utilizzato soprattutto in medicina, la cui commercializzazione avviene a partire dal 1817 come analgesico e nel trattamento della dipendenza da oppio e alcolici. Nel 1827 incomincia la sua produzione a livello industriale da parte di quella che diventerà una delle più importanti case farmaceutiche mondiali: la Merck.

Cinque volte più forte della morfina viene sintetizzata ed esce sul mercato la Diacetil morfina, meglio nota come eroina, così chiamata per e sue energiche virtù; grazie all’eroina introdotta sul mercato nel 1898 e all’aspirina (acido acetil-salicilico, commercializzato nel 1897) la ditta tedesca produttrice Bayer diventeràun colosso di rilevanza mondiale. 

Al contrario della morfina, l’eroina produce un aumento di attività, calma e riduce ogni sentimento di timore. Anche dosi minime fanno sparire ogni tipo di tosse. I morfinomani trattati con questa sostanza hanno perso immediatamente ogni interesse per la morfina”. 

La cocaina, forte agente stimolante del sistema nervoso centrale (CNS), è nota fin dall’antichità alle popolazioni del Sud America, che masticavano le foglie di coca come tonico, anestetico e per calmare i morsi della fame. Il principio attivo verrà isolato nel 1859 da parte di un farmacista tedesco e verrà inizialmente utilizzato come anestetico. Per lungo tempo in Europa una bevanda a base di vino e cocaina verrà venduta come tonico per il sistema nervoso e per curare la tristezza. Lo stesso Sigmund Freud era solito farne uso come antidepressivo, proponendolo addirittura in qualche caso anche ai pazienti. Nel 1886 un farmacista di Atlanta, negli Stati Uniti, brevettò la formula di un tonico in cui erano presenti anche le noci di cola, una miscela che, privata della cocaina, diventerà ben presto una delle bevande più note e consumate al mondo: la Coca Cola.

Nel 1900 tutte le droghe conosciute sono ormai in farmacia. Si contano persone dipendenti da oppio, morfina, eroina, ma il fenomeno richiama ancora poco l’interesse di giornali, riviste, opinione pubblica, magistratura e polizia. Si alzano però le prime voci di protesta: l’uso di sostanze anche se occasionale viene giudicato un vizio e viene considerato come una malattia contagiosa. Nel 1920 la prima legge sul proibizionismo vieta negli Stati Uniti la fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di sostanze alcoliche. Bisognerà attendere ancora qualche anno per l’estensione del concetto di proibizionismo a sostanze quali la cannabis, l’oppio, l’eroina, la cocaina; questo intervento proibizionista si espanderà a livello internazionale con il dichiarato intento di tutelare la salute pubblica dei cittadini

Gli anni ‘50 e ’70 del secolo scorso sono quelli dell’LSd e della Beat generation. Tra gli anni ‘30 e ‘50 vi fu una grandissima diffusione delle anfetamine: per curare ladepressione, impiegate come stimolanti ed antidepressivi per le truppe, etc., nel 1950 la loro diffusione è capillare. Sempre negli anni ’50 – ‘60 viene sintetizzatoun farmaco oppiaceo sintetico: il metadone, al cui uso iniziale come analgesico nella terapia del dolore cronico verrà affiancata anche la terapia per la riduzione della dipendenza da stupefacenti.

Nel 1938 a Basilea viene sintetizzata da Hofmann la molecola della dietilammide 25- dell’acido lisergico, meglio nota come LSD, una droga semisintetica estratta da un fungo parassita della segale chiamato ergot. Inizialmente molto utilizzato nel campo della psicoterapia, l’LSD venne commerciato dalla ditta Sandoz come farmaco (Delysid), con risultati eccezionali per il trattamento della schizofrenia, autismo, depressione e alcolismo. Le sue caratteristiche psichedeliche lo resero famoso negli anni ’60 presso la generazione hippy, di cui divenne addirittura un simbolo. A partire dagli anni ’70 ne viene riconosciuta la pericolosità ed attualmente è considerata una sostanza illegale.

La Beat Generationè un movimento giovanile che trovò una sua espressione anche in campo artistico, poeticoe letterario, sviluppandosinel secondo dopoguerraprincipalmente negli Stati Uniti. Nasce da un gruppo di scrittori americani e viene alla ribalta nel 1950, così come i fenomeni culturali da esso ispirati. Gli elementi centrali della cultura “Beat” sono l’anticonformismo, il rifiuto di norme imposte, l’innovazione dello stile letterario, la sperimentazione delledroghe, la sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, un rifiuto del materialismo, e rappresentazioni esplicite e crude della condizione umana. La Beat Generation è l’esempio della ribellione giovanile degli anni cinquanta, la “gioventù bruciata”; tra i suoi autori di riferimento più celebri troviamo Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Norman Mailer. I giovani beat sono sofferenti, viaggiano facendo l’autostop, spesso ricorrono all’alcool e alla droga ma il loro disagio sfocerà infine nella rivolta verso la borghesia statunitense e nel rifiuto e nella protesta contro la guerra in Vietnam.

Scavare nell’anima. Metterla a nudo. Rivelarla. Significa esattamente questo il termine psichedelia. Il termine, per derivazione, descrive anche una categoria di musica, arte visiva, moda, cinema, letteratura, fumettisticae cultura, associata originariamente agli anni sessanta: la cultura hippie(o hippy). In origine si tratta di un movimento giovanile che ha inizio negli Stati Uniti d’Americanel corso degli anni sessantae si diffonderà poi in tanti altri Paesi del mondo. La parola «hippie» deriva da «hipster», il cui significato si può tradurre come giovani “anticonformisti o alternativi”.

Queste persone avevano ereditato i valori sottoculturali della Beat Generation, creando una controcultura e proprie comunità che ascoltavano rock psichedelico, abbracciavano la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti come gli allucinogeni e la cannabis, al fine di esplorare e allargare lo stato di coscienza.

Ifigli dei fiori sono gli aderenti al movimento hippie abbigliati convestiti decorati a fiori o con vivacissime stoffe dai colori forti. Il loro ideale di pace e libertà erasintetizzabile in slogan quali “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” e “Fate l’amore, non la guerra”, che risuonavano in maniera fortemente criticanel periodo della guerra del Vietnam. La ricerca sfrenata della totale libertà era il significato insito nel loro stile di vita. Questo movimento toccò particolarmente l’opinione pubblica, tanto da stimolare l’interesse diregisti e cantanti.

A partire dagli anni ‘80del secolo scorso sul mercato illegale compaiono moltisurrogati: cocaine artificiali, ecstasy, crack. L’Ecstasy, o MDMA, è una droga sintetica con effetti fortemente stimolanti che ha trovato diffusione a partire dagli anni novanta soprattutto nei rave party; viene assunta solitamente sotto forma di pastiglie o sciolta in un liquido o anche fumata. L’ecstasy facilita la comunicazione soggettiva, l’empatia e l’accesso a sentimenti repressi.

E al giorno d’oggi? Cosa caratterizza la nostra realtà ed il fenomeno della dipendenza? Segui il mio blog per saperne di più.

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Bibliografia:

“Piccola storia delle droghe. Dall’antichità ai giorni nostri” Antonio Escohotado 2008, Donzelli.

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Tag: dipendenza da droghe, dipendenza nella storia, dipendenze, sostanze stupefacenti, storie di dipendenza

Sabato 25 maggio: TEDxPAdova 2019, in una sola parola: emozionante. Probabilmente è una definizione scontata, tuttavia devo ammettere che dal mio punto di vista è stato un evento unico. 

Come immagino sappiate, TED è un’organizzazione no-profit il cui obiettivo è quello di facilitare la diffusione di idee di valore attraverso conferenze che coprono una grande varietà di argomenti, dalla scienza, al business, alle tematiche globali. TEDxPadova nasce nel 2014 per l’intraprendenza di un gruppo di giovani che hanno un unico stimolante obiettivo: condividere idee innovative in modo da pensare ad un futuro migliore.

In questo articolo vorrei portarvi dietro le quinte, raccontarvi alcuni momenti chiave di questa grande manifestazione e anche i contenuti più significativi degli speaker che sono intervenuti inquesta edizione.

Rinascita

Il filo conduttore di quest’anno è stato il tema della “Rinascita”, la cornice dell’evento quel Palazzo della Ragione, noto anche come “salone”, antica sede dei tribunali cittadini, che rappresenta il cuore pulsante della città di Padova. Gli speaker hanno proposto i loro contributi partendo da diverse prospettive: economiche, mediche, scientifiche, sportive, sociali e culturali, emozionando il numeroso pubblico e l’intero team di TEDxPadova. 

Vorrei iniziare dalla fine e cioè dall’ultimo intervento, quello della splendida Drusilla Foer che ci ha guidato in un viaggio di contraddizioni e paradossi, sottolineando che la ri-nascita deve essere interpretata partendo da diverse angolazioni. Più che parlare di ri-nascita in senso stretto bisogna ri-appropriarsi della propria consapevolezza personale, bisogna continuare a ri-amare l’esistenza e a ri-scoprire il valore delle cose e della vita in generale. Parole forti, contenuti di qualità, un finale pazzesco che ha reso l’idea di come ri-nascere sia una sorta di cambiamento, di come dobbiamo essere flessibili e sforzarci di vedere la realtà sempre da punti di vista differenti e sempre nuovi. 

Scienza e medicina: quando la rinascita è una ri-scoperta

Dal punto di vista medico, il Dott. Gino Gerosa ha incantato parlando del progetto di ricerca al quale sta lavorando per sviluppare un cuore biologico che potrebbe significare una ri-nascita vera e propria per moltissimi pazienti. Invece la Dott.ssa Biffi ci ha spiegato l’importanza della terapia genica per introdurre nuove sequenze di DNA, questa modalità di trattamento potrebbe offrire un futuro senza malattie a centinaia di pazienti. Jasmine Abdulcadir ha parlato del suo lavoro di cura con donne e bambine che presentano mutilazioni genitali; un impegno la cui difficoltà principale è proprio quella di aiutare la donna ad entrare in un’ottica di cambiamento a 360 gradi, una rinascita complessa e difficile, ma possibile.

Sara Buson, astrofisica che ha lavorato alla NASA, ci ha invitato a “toccare con mano” i neutrini, messaggeri cosmici affascinanti che possono farci scoprire nuove frontiere. Ed infine il carismatico Koen Van Pottelbergh, che ci ha fatto percepire cosa significhi non vedere e poi ri-cominciare a poter nuovamente vedere con i suoi occhiali speciali.

La rinascita dalle altre prospettive

Vorrei dedicare un plauso speciale ad Eric Barbizzi, che a soli quindici anni ha mostrato la forza di un grande e sul palco ci ha convinti tutti a ri-cominciare a guardare al nostro ambiente in maniera diversa e più responsabile. Uljan Sharka ha ricordato che l’informazione ha un ruolo fondamentale nella nostra vita e che solo la conoscenza può fare veramente la differenza. Mentre Tezeta Abrahm ha richiamato la battaglia costante per i diritti umani e per l’integrazione sociale in Italia; il Professor Villa ci ha entusiasmato con la sua vivacità, ricordando il ruolo dell’arte nei processi di rinascita. 

Dan Peterson, una vera leggenda dello sport, poco prima di salire sul palco per il suo talk dedicato alle rivincite sportive, mi ha raccontato alcuni aneddoti su Mike Bongiorno, sottolineandone la grande precisione e professionalità, lasciandomi senza fiato e forse anche stemperando un po’ la tensione di entrambi. 

Infine Armando Armas attivista e parlamentare venezuelano che ha dato inizio allo spettacolo del TEDxPadova con una grinta ed un’energia che hanno trascinato il pubblico in un lungo applauso. 

Il team

Questa entusiasmante esperienza non sarebbe stata possibile senza il fantastico gruppo che ha lavorato per il TEDxPadova 2019, il team che ha curato la comunicazione, la logistica, la gestione dei partner di “team speaker”, di cui ho fatto parte anch’io ed il team “legale”.

Ogni pedina è stata essenziale per far si che questo evento potesse funzionare al meglio, per far quadrare ogni criticità e per valorizzare ogni performance, comprese quelle musicali e di danza. Vorrei chiudere questo articolo ringraziando il pubblico presente all’evento e richiamando un breve aforisma proposto da uno dei nostri speaker, Uljan Sharka, che mi ha colpito e nel quale credo infinitamente:

“Knowledge is the human superpower”

“La conoscenza è il superpotere dell’uomo”

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Tag: Public Speaking, TEDxPadova, TEDxPadova 2019

“Curare l’ansia” forse non è una espressione del tutto appropriata, di solito preferisco parlare di gestione dell’ansia. Ciò non significa che l’ansia non possa essere completamente superata, spesso una delle principali preoccupazioni dei pazienti è proprio connessa al completo superamento delle spiacevoli sensazioni di paura e di panico che si accompagnano all’ansia. 

Quello che intendo con cura dell’ansia consiste nell’appropriarsi di tecniche e strategie che possono aiutare la persona ad affrontare le situazioni, gli eventi e le realtà che vengono vissute come minacciose. In particolare costruendo dei circoli virtuosi che al solo arrivare della sensazione di paura si attivano e ci consentono di non sentirsi sopraffatti e di rispondere in maniera adeguata e positiva. 

Ricordiamoci che in fondo la paura è una normale emozione che tutti sperimentiamo e che può avere anche una valenza positiva, perché ci protegge in caso di minaccia.

Come curare l’ansia

Per curare l’ansia dobbiamo iniziare a sbloccare quei tentativi di soluzione che mettiamo in campo per cercare di tutelarci e di superare la paura, ma che invece di farci star meglio complicano ulteriormente la situazione. Parlo di quei tentativi di soluzione che riteniamo efficaci per superare le sensazioni di inquietudine e di apprensione determinate sia da una situazione specifica (es. guidare la macchina, gli spazi aperti o chiusi, la paura di un animale, …), che dalla quotidianità in generale (es. la paura pervasiva di tutto quello che ci circonda). 

Solitamente il tentativo messo in atto è quello di provare a non essere colti di sorpresa dall’ansia, cercando nello specifico di evitare quelle emozioni spiacevoli di sofferenza e paura legate proprio alla realtà vissuta come minacciosa.

Tali forme di “evitamento”- note nella pratica clinica come “soluzione disfunzionale” – sebbene riescano a favorire un superamento momentaneo della paura non facendola percepire al soggetto, in realtà non fanno altro che aggravarne la sintomatologia. Solo evitando di evitareil soggetto riuscirà veramente a superare la paura patologica. 

Un ulteriore tentativo di soluzione che sembra tutelarci, ma che in realtà può portare fuori strada, è quello di ricorrere all’aiuto di un familiare, un collega o amico. Per evitare di avere una crisi e sentirci male, ci facciamo aiutare da una persona di fiducia, solo in questo modo riusciamo ad affrontare la situazione che ci spaventa. In realtà questa è una ammissione implicita del fatto che da soli non riusciamo ad affrontare la situazione che ci preoccupa ed avremo sempre bisogno di qualcuno per superare la prova.

Curare l’ansia: un caso reale

L’esperienza di Edoardo (nome di fantasia) riassume in maniera chiara le due tentate soluzioni sopradescritte. Dopo aver lavorato in tutta Italia, utilizzando ogni tipo di mezzo: il treno, la macchina, l’aereo, improvvisamente Edoardo ha iniziato ad avvertire una sensazione spiacevole, uno sorta di eccessiva preoccupazione, sfociata infine in un attacco di panico in macchina ed un altro in treno. Ad un iniziale momento di reazione logica a quanto accaduto è seguito un altro di forte sconforto, una paura crescente di prendere la macchina, che lo ha indotto a farsi accompagnare da un collega in ogni trasferta di lavoro. Il dubbio di non riuscire a guarire e le preoccupazioni conseguenti hanno generato una paura diffusa, non solo per quello che riguardava la guida o i mezzi di trasporto, ma addirittura anche andare a comprarsi un paio di occhiali da sole lo gettava nel panico. Non sapendo più cosa fare Edoardo si rivolge al mio studio. 

Il lavoro principale si è subito incentrato nel favorire un abbassamento della paura patologica per riportarla ad un livello di normalità. Ci siamo calati in maniera paradossale nelle sue peggiori preoccupazioni e paure attraverso la strategia della mezz’ora di passione. Ogni giorno Edoardo hadovuto ritagliarsi una mezz’ora di tempo nella quale isolarsi e calarsi nelle sue paure e preoccupazioni, sforzandosi di stare peggio che potesse. Questa tecnica, con il suo funzionamento paradossale, gli ha fatto vivere un’esperienza nuova: più cercava la paura e più non riusciva a trovarla, anzi riusciva addirittura a sentirsi bene, e a rilassarsi al punto di rischiare di addormentarsi. 

A seguito di questa prima fase di intervento e attraverso questa esperienza positiva è stato possibile in una seconda fase calibrare la strategia migliore per fare in modo che Edoardo, giorno dopo giorno, prendesse maggiormente consapevolezza delle sue capacità e di come gestire l’ansia in ogni situazione. La terapia ha avuto un ottimo successo, con una riduzione totale delle crisi di ansia e una rinnovata capacità di affrontare le situazioni stressanti. 

Edoardo è riuscito nuovamente e a mettersi al volante e a prendere il treno senza più ricorrere alle soluzioni disfunzionali che lo avevano limitato.

Se senti di avere una problematica di ansia  contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

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Ansia sociale: la paura del rifiuto

18 Luglio 2019

Mi occupo di cura della dipendenza a Padova, Vicenza, Treviso ormai da quindici anni, in ambiti diversi: dalla prevenzione nelle scuole (coinvolgendo adolescenti e insegnanti), al lavoro in clinica (cura, riabilitazione e reinserimenti di pazienti con dipendenze varie: alcol, sostanze o altro come il gioco d’azzardo). Per promuovere una cultura del benessere e aumentare le conoscenze rispetto alle diverse dipendenze, nel corso del tempo ho promosso e partecipato a diversi progetti sia nel privato che anche in collaborazione con il servizio per le dipendenze.

Attraverso questo articolo, vorrei portare un paio di esempi di terapia sulle dipendenze, per raccontare due diverse tipologie di intervento in questo ambito. 

Cocaina e crack

Carlo (nome di fantasia) ha iniziato a fare uso di cocaina in modo sporadico, nelle serate con gli amici, il sabato sera, per approdare poi al crack sempre allo stesso modo: una serata tra amici, solo per provare. Questo però gli ha creato una vera e propria dipendenza: una necessità costante e ossessiva della sostanza, tutto il resto passa in secondo piano (affetti, famiglia, lavoro, …). In breve tempo perde molto peso, ma perde anche percezione di se stesso e del proprio futuro.

Carlo arriva in studio dopo dieci anni di consumo ed un percorso in comunità andato male. Il percorso di terapia, in questo caso, s’incentra sulla gestione delle emozioni del paziente: Carlo sfoga una rabbia particolare nei confronti delle persone che gli stanno vicino, ma è un sentimento che in realtà prova verso se stesso, per la vita che sta conducendo e per l’insoddisfazione che ne consegue. La dipendenza da crack o cocaina modifica il modo di percepire e vivere la realtà, ma il caso di Carlo può aiutare a capire che con la giusta combinazione di motivazione e voglia di rimettersi in discussione è possibile uscire dalla dipendenza. Ad oggi non sta più assumendo crack e a distanza di un anno non si segnalano più ricadute.

Cannabis in età adolescenziale

Marco (nome di fantasia) ha diciassette anni, da circa tre fuma cannabinoidi. Per poter fumare gratis si è fatto prendere la mano, ed ha iniziato a spacciare, in modo da guadagnarsi qualche soldo da spendere in scarpe e vestiti. 

Il consumo di cannabis, ma in generale di ogni sostanza in età adolescenziale, è piuttosto pericoloso: porta ad un’alterazione nella percezione di se, ma conduce anche a vivere le emozioni in modo distorto e alterato, in una fase in cui viverle autenticamente è fondamentale per la crescita del soggetto. 

Marco è un ragazzo sveglio: non indentifica bene il problema, ma si rende conto di vivere una serie di difficoltà, in particolare nella relazione con i genitori, e il fumo lo tranquillizza, andando a sopire le emozioni più difficili da gestire, di sofferenza e rabbia. 

Il lavoro terapeutico condotto prima singolarmente con il ragazzo, e poi con i famigliari, ha portato ad ottimi risultati: il fumo si è ridotto notevolmente, e poco alla volta si è ristabilita la relazione tra Marco e i genitori. Nella fase dell’adolescenza è importante aiutare i ragazzi a responsabilizzarsi, ma è altrettanto utile accompagnarli e supportarli, in modo da far loro comprendere che la famiglia può essere una risorsa su cui si può fare affidamento. 

Ti rivedi in queste storie? Senti di avere una dipendenza per una sostanza stupefacente, per il gioco d’azzardo o una dipendenza affettiva? Mi occupo di cura delle dipendenze a Padova Vicenza e Treviso chiamami al 340.41.90.915 o scrivimi in privato compilando il form qua sotto per maggiori informazioni o per fissare un un appuntamento.

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Tag: dipendenza da cannabis, dipendenza da cocaina, dipendenze, storie di dipendenza

Se dovessimo dare una definizione di emozioni” immagino che ciascuno di noi si riferirebbe agli stati d’animo provocati da un evento che stimola o ha stimolato il nostro sistema percettivo sensoriale.

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita, possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi nelle sfide quotidiane, familiari, lavorative o sportive. Possono diventare il motore della crescita personale, possono favorire i nostri successi, ma possono in qualche caso anche metterci i bastoni tra le ruote e diventare un vero e proprio ostacolo insormontabile. 

In qualità di psicologo e psicoterapeuta a contatto quotidianamente con le tematiche emotive, riscontro sempre più persone che faticano ad accettare alcuni loro stati emotivi, riconoscendoli come estranei o invasivi. L’articolo di oggi mira a far conoscere meglio la tematica relativa alle emozioni e soprattutto a metterla in relazione con la capacità di raggiungere i nostri obiettivi personali e di crescita.

Emozioni cosa sono

Per dare una definizione di emozioni dobbiamo prendere in esame le diverse teorie che le definiscono. Dal punto di vista biologico le emozioni possono essere definite come il processo bio-genetico che attraverso circuiti fisiologici e neuronali distingue e determina impressioni, suggestioni, turbamenti, stati d’animo emotivi. 

Secondo la prospettiva costruzionista le emozioni si definiscono in base al contesto e alla cornice di riferimento, dunque a seconda della situazione e dei momenti che la persona si trova a vivere. In questa ottica le emozioni si possono considerare come degli stati d’animo mutevoli, di attivazione fisiologica, che si innescano in funzione degli stimoli che la persona subisce nei vari momenti della giornata e più in generale della vita. 

Una terza prospettiva vede le emozioni in un’ottica maggiormente cognitiva, e dunque come una valutazione che la persona fa degli eventi a seconda dell’importanza che vi attribuisce ed in base ai propri scopi e ai bisogni personali. 

Un aspetto comune alle diverse teorie sulle emozioni è quello di essere caratterizzate da diverse componenti: biologiche, situazionali e di valutazione del contesto. Le varie teorie mettono in risalto gli aspetti relativi alle sensazioni affettive, alle diverse variazioni fisiologiche compresi i cambiamenti a livello espressivo, sia facciale che della voce e della postura. 

Conoscere cosa sono le emozioni ci permette di capire meglio il funzionamento di quest’ultime in relazione agli obiettivi che ci prefiggiamo nella vita di tutti i giorni.

Emozioni e obiettivi personali

Le emozioni con la loro valenza affettiva ed energia di attivazione sono delle potenti alleate della nostra motivazione. Nei momenti in cui siamo più “attivati”a livello emotivo possiamo migliorare le nostre capacità di memoria, di ragionamento e decisionali. Quando a livello individuale siamo focalizzati sul compito e riusciamo a vivere una sensazione di piacevolezza nell’eseguirlo, siamo in grado di dare il massimo, di prendere le decisioni migliori e di ottenere il risultato sperato. 

Se ad esempio devo svolgere un intervento di fronte ad una platea di persone e mi sento emotivamente affascinato e felice di poter dare il mio contributo, allora riuscirò a salire sul palco con una carica, una determinazione ed un’energia che favoriranno la mia performance. Così come se sono molto arrabbiato per un errore che ho commesso durante il lavoro posso provare ad indirizzare questa energia negativa nella direzione di una maggiore concentrazione, per evitare lo stesso tipo di errore la volta successiva.

Accanto a questa funzionalità delle emozioni dobbiamo tuttavia considerare anche una visione più “disfunzionale”, e di conseguenza negativa, delle emozioni, ovvero quando queste ultime invece di essere una risorsa diventano un limite. Quando ad esempio l’intensità ed il perdurare di un determinato stato emotivo invece di aiutarci a prendere decisioni o ad essere maggiormente concentrati ci porta fuori strada e non ci fa vedere le cose con la necessaria lucidità. Se mi lascio opprimere dalla rabbia per un errore commesso, se non riesco a canalizzarla in energia positiva, il rischio è che l’emozione possa diventare un problema invece che una risorsa preziosa. 

Come rendere funzionali le emozioni

Per favorire un sempre migliore funzionamento delle emozioni è necessario cercare di regolarle e gestirle il più possibile, favorendo innanzi tutto la consapevolezza del nostro stato emotivo attraverso l’ascolto interpersonale, ossia favorendo un ascolto differente, cognitivamente più funzionale.

Il dolore, ad esempio, può anche essere “ascoltato”, accettato, invece che negato; in questo modo non ci affranchiamo dalla momentanea sofferenza che lo accompagna ma l’esperienza significativa è quella di aver vissuto il dolore, di averlo metabolizzato e di esserne uscito. 

Questo approccio ci aiuta a cambiare il nostro modo di vivere le esperienze, sia dal punto di vita fisiologico che da quello comportamentale, ci fa entrare in un’ottica di maggiore flessibilità, di ascolto di se stessi ed infine dicambiamento.

Se senti che non riesci a padroneggiare o a gestire le emozioni può esserti utile un percorso di psicoterapia per rimodulare le tue esperienze emotive e trovare un nuovo equilibrio psico-fisico. Per maggiori info contattami al 340.41.90.915 o compila il form nel seguente link.

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

La paura del giudizio è una forma di paura radicata in ciascuno di noi, una paura che ci stimola a cercare di sbagliare il meno possibile per evitare brutte figure di fronte agli altri. Molto spesso tendiamo a negare l’errore fingendo di non avere realmente sbagliato, ma la situazione si complica quando con l’intento di non sbagliare iniziamo ad evitare tutte quelle situazioni che potrebbero metterci a disagio. Comincia così un viaggio senza ritorno nel quale ogni situazione, ogni momento di interazione con gli altri, diventa una vera e propria fonte di disagio, alla quale cerchiamo in ogni modo di sfuggire.

Il giudizio è un concetto insito nella nostra cultura, a cominciare dalla scuola dove il voto è vissuto come qualcosa di fondamentale, così tanto temuto da rendere a volte infernale la vita degli studenti. Al lavoro il concetto di giudizio si esprime nella “valutazione” delle prestazioni, cioè nel riscontro del capo riguardo alle nostre capacità tecniche, relazionali e comunicative all’interno dell’azienda. Quando svolgo corsi di formazione in azienda, al solo pronunciare la parola “valutazione”, gli animi si scaldano. Mi piace quindi parlare più di feedback, ma indipendentemente dal termine che usiamo, il giudizio è comunque ed in ogni contesto un’arma a doppio taglio: sebbene ci aiuti a crescere è comunque particolarmente temuto.

La paura del giudizio: il caso di Michela

Michela (nome di fantasia) è una giovane studentessa universitaria al terzo anno di medicina; i primi due anni sono andati a gonfie vele, il terzo invece è diventato un tormento. Durante una mattina in biblioteca ha iniziato ad avvertire delle strane sensazioni di ansia che si sono rapidamente trasformate in un vero e proprio attacco di panico. In un primo momento Michela attribuisce il problema all’eccessivo caldo di inizio settembre e ad un calo di zuccheri, invece purtroppo anche nei giorni seguenti il solo avvicinarsi all’università e all’aula degli esami le genera una paura insuperabile. Decide allora di chiudere temporaneamente con lo studio e di non affrontare gli esami. 

Fatalmente questa paura del giudizio e di non essere all’altezza la porta a temere anche il giudizio dei compagni per non essere riuscita a sostenere tutti gli esami del terzo anno. Sa bene che questo problema non sussiste perché molti altri suoi compagni risultano indietro, tuttavia sente forte il peso del loro giudizio e preferisce allontanarsi dall’università. Per non stare con le mani in mano trova lavoro come cameriera ma inconsciamente si rende conto della necessità di affrontare il problema se davvero vuole concludere il percorso di studi.

La peggiore fantasia

Michela è arrivata nel mio studio con le idee confuse, ha affrontato la terapia in maniera diffidente perché non aveva fiducia di potercela fare. Il lavoro terapeutico si è quindi incentrato sull’obiettivo di favorire fin da subito un miglioramento attraverso una riduzione delle sue paure nei confronti dell’università e del giudizio in generale. Adottando la tecnica della peggiore fantasia M. ha rivissuto l’ansia provata quella prima volta in biblioteca, senza tuttavia arrivare a sperimentare gli stessi effetti fisiologici. La tecnica consiste nel chiedere alle persone di calarsi nelle loro peggiori paure e preoccupazioni, in un preciso lasso di tempo nel corso della giornata. Quella che potrebbe apparire a tutta prima come una sorta di “tortura” è invece una strategia altamente paradossale. Infatti durante la mezz’ora in cui il paziente si concentra sulle proprie angosce, la paura viene affrontata in quella maniera diretta che ne favorisce la presa di coscienza ed il superamento. La paura si trasforma in coraggio, questo è il risultato ultimo dell’applicazione di una tecnica basata sul paradosso.

Attraverso la terapia Michela è riuscita nuovamente a trovare la fiducia in se stessa, si è liberata dalle proprie ansie, è tornata in università e ha completato gli esami del terzo anno: ormai gestisce la paura e l’eccessiva tensione con le nuove strategie apprese, senza più esserne travolta.

Se anche tu soffri di ansia e vuoi saperne di più contattami al 3404190915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, paura, paura del giudizio, Terapia Breve Strategica

Ansia e adolescenza cosa fare, è una domanda che spesso i genitori si pongono cercando delle risposte. L’adolescenza è il periodo caratteristico dell’ansia. Nell’adolescenza i ragazzi faticano a capire e a gestire le emozioni che vivono, spesso per la paura di non essere capiti o di essere rifiutati dal mondo dei compagni e da quello degli adulti. La conseguenza può risultare facilmente in una compromissione dello sviluppo della personalità e delle competenze personali.

Ansia in adolescenza: quali sono le forme più comuni

Una delle principali preoccupazioni in età adolescenziale è collegata ad una sensazione di paura generalizzata e diffusa. I timori si concentrano soprattutto sul futuro e sulla paura di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi, anche quelli più semplici ed immediati, o, più in generale, una vita soddisfacente. Spesso questa tipologia di ansia è legata ai dubbi che assillano un adolescente riguardo alle scelte che gli si prospettano davanti: dalla decisione impegnativa su quali studi intraprendere a quale possa essere lo sport ideale o addirittura su quale sia la sua reale identità. La sensazione di derealizzazione o spersonalizzazione fa vivere l’adolescente in uno stato di preoccupazione più o meno intensa, come se davvero non potesse vivere la vita che può e vuole scegliere di vivere.

Tra le principali paure vi è quella di sentirsi male, di rischiare di morire, accompagnata da sensazioni fisiologiche di intensa agitazione quali tachicardia e forte tensione a livello addominale. Oppure la paura di poter perdere il controllo e di conseguenza rischiare delle brutte figure di fronte a tutti. Un paziente adolescente racconta della paura di potersela fare addosso che lo limita e lo porta a cercare di evitare ogni situazione percepita come pericolosa.

Spesso si segnala una forma di ansia sociale legata alla preoccupazione del rapporto con i propri pari, che induce l’adolescente a cercare di evitare qualsiasi circostanza che potrebbe generare un rifiuto da parte dei propri compagni o degli amici. Questa tentata soluzione, nota con il termine tecnico di “evitamento”, nel tempo tuttavia  si rivela controproducente, perché sebbene nella circostanza contingente venga percepita dall’adolescente come una sorte di tutela, in realtà innesca una spirale di continui evitamenti dalla quale il soggetto non riesce più ad uscire

Cosa fare con problematiche di ansia in adolescenza

I genitori, come già sottolineato in alcuni articoli del mio blog, molto spesso pensano in buona fede di aiutare i propri figli adolescenti cercando di rassicurarli, invitandoli a comportarsi diversamente e a cercare nuovi stimoli in modo da superare le proprie paure. La spiegazione logica e razionale di fronte ad una problematica delicata ed irrazionale come la paura non basta, è necessario aiutare i nostri ragazzi proponendo visioni alternative, entrando dentro la logica della paura e cercando di non sostituirsi ai figli risolvendo i problemi al posto loro. 

Spesso di fronte ad una problematica di ansia è consigliabile rivolgersi ad uno specialista, in modo tale da intervenire con le giuste tempistiche e anticipare possibili complicazioni. 

Terapia Breve Strategica

La terapia breve strategica è un modello di psicoterapia particolarmente efficace nei casi di ansia adolescenziale che mira a ridurre i disturbi sin dalle prima sedute, in maniera da sbloccare la realtà problematica e favorire in breve tempo un cambiamento ed il raggiungimento di soluzioni efficaci, efficienti e durature nel tempo. 

Se vuoi saperne di più puoi consultare altri articoli presenti nel mio blog oppure puoi contattarmi al 340.41.90.915 via mail al seguente indirizzo: studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni.

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Tag: ansia, ansia generalizzata, ansia sociale, Attacchi di Panico, genitori, sintomi ansia

La storia delle dipendenze può aiutare a mettere in luce e a capire meglio la funzione che le sostanze hanno avuto nel corso del tempo ed il ruolo che hanno rivestito per la società. Durante l’incontro che ho svolto presso l’Università di Rovigo con gli studenti della facoltà di Scienze dell’educazione, ho cercato di fare una fotografia della diffusione delle sostanze e delle caratteristiche che la dipendenza ha assunto a partire dagli antichi egizi sino ai giorni nostri. 

In questo articolo cercherò di riassumere il viaggio che abbiamo fatto insieme agli studenti durante la giornata di formazione.

Mesopotamia, Antico Egitto, Grecia e Roma

La storia delle sostanze che possono dare dipendenza si intreccia fin dai tempi antichi al consumo di sostanze alcoliche. Nell’antichità gli oppiodi – ovvero le sostanze oppiacee, una miscela di alcaloidi ricavata dal papavero: Papaver somniferum – erano ben note ai Sumeri, ai babilonesi ed agli egizi,che utilizzavano l’oppio come anestetico, per ridurre il dolore, e come analgesico, come calmante, addirittura per non far piangere i bambini. Peraltro in Egitto era noto anche l’uso di bevande alcoliche come la birra, ritenuta un tonificante per le donne incinte, come testimonia unatavola del 2200 a.C.

Nella Grecia antica le Droghe erano considerate come sostanze che agiscono raffreddando, riscaldando, asciugando, umidificando contraendo e rilassando, o addormentando un modo cioè di curare l’organismo. Vino e birra erano consumati in grande quantità nei cerimoniali, così come pure sostanze quali hashish e altre appartenenti alla famiglia delle piante Solanaceae, come la Belladonna, avente proprietà antispasmiche, e la Mandragora, cui venivano accreditate virtù afrodisiache. Sostanze allucinogene venivano molto probabilmente consumate anche nel corso di cerimonie religiose, come simbolo spirituale d’iniziazione. A tal proposito sono noti i Misteri Eleusini, che si celebravano annualmente nell’antica città di Eleusi, nelle cui cerimonie rituali venivano consumate sostanze psichedeliche per creare un’atmosfera ed evocare l’aldilà. La dipendenza a livello di pericolosità sociale si concentrò invece sul vino, anche se i filosofi non si trovano tutti concordi a riguardo.

Nella Roma classica secondo Cesare fumare fiori di canapa era concesso per procurarsi ilarità e godimento. La Lex Corneliaunica norma sull’argomento dice: “Droga è una parola indifferente, che comprende sia ciò che serve a uccidere sia ciò che serve a curare, e i filtri d’amore, ma questa legge condanna solo ciò che viene usato per uccidere qualcuno”. Il grande medico Galeno prescriveva all’imperatore una porzione di oppio come antidolorifico ed il suo effetto anestetico, come già detto, era ben noto fin dall’antichità. La cosa che stupisce è che sebbene vi fossero consumatori regolari non sono documentate problematiche di ordine pubblico o privato, non sono riportati casi clinici e neppure si ha notizia di persone emarginatesocialmente. Invece il vino provocherà conflitti personali e collettivi (disordini, risse), anche se il suo consumo era proibito alle donne e ai minori di trentanni. 

Paganesimo, Islam e Medioevo

In opposizione al Cristianesimo, il Paganesimo vede nelle sostanze psicotrope l’azione di “spiriti neutri” che intensificano nel soggetto le sue inclinazioni naturali, buone o cattive, contribuendo alla conoscenza di se stesso. In questo senso possiamo intravvedere un collegamento con lo sciamanesimo e l’uso di sostanze e di alcol durante le cerimonie: usi magico-religiosi, sapere pagano contaminato dalla stregoneria.

Secondo le leggi islamiche non vi sono né droghe “sacre” né droghe “sacrileghe”. Maometto comunque proibì il vino, anche se non si può negare l’esistenza di un consumo di alcolici malgrado le pene severe per i contravventori. L’oppio nella cultura araba viene usato per indurre uno stato generale di euforia e nelle persone della terza età per sopportare i dispiaceri o addirittura per provocare l’eutanasia. AL-Ukbari, un erudito e saggio, sosteneva: Devi sapere che la legge islamica non proibisce il consumo di farmaci cordiali, con effetti come quelli dell’hashish, e poiché non vi è alcuna notizia sulla sua illiceità, il popolo considera che è permesso usarli. Ma l’uso dell’hashish non era sempre inteso in senso terapeutico. Nell’XI secolo la setta dei Nizariti, attiva in Persia ed in Siria, era nota come Setta degli Assassini– o più semplicemente Assassini– perché i loro feroci guerrieri ricorrevano alla pratica dell’omicidio a fini politici. Pare che il termine assassinipossa derivare dal sostantivo arabo al-Hashīshiyyūnossia coloro che sono dediti al consumo di hashish.

Durante il Medioevo droga, lussuria e stregoneria si intrecciano strettamente. L’uso religioso o ludico di sostanze diverse dall’alcol viene punito con la tortura o la morte, tuttavia è ampiamente riconosciuto il loro impiego nella fabbricazione di pozioni, pomate psicoattive, farmaci elementari.  Ledroghe” delle streghe nascondono ciò che è proibito per eccellenza e sarà l’Inquisizione ad occuparsi in modo spiccio della faccenda, bruciandole senza pietà sul rogo!

Nell’XI secolo oppio e canapa sono impiegati nelle pozioni curative di re, nobili e dagli stessi prelati; i medici traggono un grande e nuovo prestigio sociale usando l’oppio e la canapa a scopo terapeutico. La rinascita della farmacologia porta alla nascita dei primi ordini” di medici e speziali, fatto questo che ne aumenterà considerevolmente il prestigio, malgrado la considerazione che i loro preparati non siano molto diversi da quelli delle fattucchiere.

XIX e XX secolo

Con un salto nel tempo ci portiamo alle soglie del XIX secolo, quando ormai si possono contare almeno 70.000 medicinali con formula segreta che contengo in varie dosi sostanze psicoattive. 

Durante l’800 fu molto in voga l’uso del Laudano, un composto a base di oppio e alcool avente proprietà narcotiche, antidolorifiche e antispastiche simili a quelle degli oppiacei. Lo sciroppo a base di laudano veniva utilizzato dalle lavoratrici operaie inglesi per calmare i loro bambini.

La ricerca scientifica nel frattempo ha fatto passi da gigante e nel campo della farmacopea sono stati scoperti molti dei principali principi attivi delle sostanze. In particolare una delle più grandi scoperte nel 1804 è stata la morfina, uno degli alcaloidi dell’oppio utilizzato soprattutto in medicina, la cui commercializzazione avviene a partire dal 1817 come analgesico e nel trattamento della dipendenza da oppio e alcolici. Nel 1827 incomincia la sua produzione a livello industriale da parte di quella che diventerà una delle più importanti case farmaceutiche mondiali: la Merck.

Cinque volte più forte della morfina viene sintetizzata ed esce sul mercato la Diacetil morfina, meglio nota come eroina, così chiamata per e sue energiche virtù; grazie all’eroina introdotta sul mercato nel 1898 e all’aspirina (acido acetil-salicilico, commercializzato nel 1897) la ditta tedesca produttrice Bayer diventeràun colosso di rilevanza mondiale. 

Al contrario della morfina, l’eroina produce un aumento di attività, calma e riduce ogni sentimento di timore. Anche dosi minime fanno sparire ogni tipo di tosse. I morfinomani trattati con questa sostanza hanno perso immediatamente ogni interesse per la morfina”. 

La cocaina, forte agente stimolante del sistema nervoso centrale (CNS), è nota fin dall’antichità alle popolazioni del Sud America, che masticavano le foglie di coca come tonico, anestetico e per calmare i morsi della fame. Il principio attivo verrà isolato nel 1859 da parte di un farmacista tedesco e verrà inizialmente utilizzato come anestetico. Per lungo tempo in Europa una bevanda a base di vino e cocaina verrà venduta come tonico per il sistema nervoso e per curare la tristezza. Lo stesso Sigmund Freud era solito farne uso come antidepressivo, proponendolo addirittura in qualche caso anche ai pazienti. Nel 1886 un farmacista di Atlanta, negli Stati Uniti, brevettò la formula di un tonico in cui erano presenti anche le noci di cola, una miscela che, privata della cocaina, diventerà ben presto una delle bevande più note e consumate al mondo: la Coca Cola.

Nel 1900 tutte le droghe conosciute sono ormai in farmacia. Si contano persone dipendenti da oppio, morfina, eroina, ma il fenomeno richiama ancora poco l’interesse di giornali, riviste, opinione pubblica, magistratura e polizia. Si alzano però le prime voci di protesta: l’uso di sostanze anche se occasionale viene giudicato un vizio e viene considerato come una malattia contagiosa. Nel 1920 la prima legge sul proibizionismo vieta negli Stati Uniti la fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di sostanze alcoliche. Bisognerà attendere ancora qualche anno per l’estensione del concetto di proibizionismo a sostanze quali la cannabis, l’oppio, l’eroina, la cocaina; questo intervento proibizionista si espanderà a livello internazionale con il dichiarato intento di tutelare la salute pubblica dei cittadini

Gli anni ‘50 e ’70 del secolo scorso sono quelli dell’LSd e della Beat generation. Tra gli anni ‘30 e ‘50 vi fu una grandissima diffusione delle anfetamine: per curare ladepressione, impiegate come stimolanti ed antidepressivi per le truppe, etc., nel 1950 la loro diffusione è capillare. Sempre negli anni ’50 – ‘60 viene sintetizzatoun farmaco oppiaceo sintetico: il metadone, al cui uso iniziale come analgesico nella terapia del dolore cronico verrà affiancata anche la terapia per la riduzione della dipendenza da stupefacenti.

Nel 1938 a Basilea viene sintetizzata da Hofmann la molecola della dietilammide 25- dell’acido lisergico, meglio nota come LSD, una droga semisintetica estratta da un fungo parassita della segale chiamato ergot. Inizialmente molto utilizzato nel campo della psicoterapia, l’LSD venne commerciato dalla ditta Sandoz come farmaco (Delysid), con risultati eccezionali per il trattamento della schizofrenia, autismo, depressione e alcolismo. Le sue caratteristiche psichedeliche lo resero famoso negli anni ’60 presso la generazione hippy, di cui divenne addirittura un simbolo. A partire dagli anni ’70 ne viene riconosciuta la pericolosità ed attualmente è considerata una sostanza illegale.

La Beat Generationè un movimento giovanile che trovò una sua espressione anche in campo artistico, poeticoe letterario, sviluppandosinel secondo dopoguerraprincipalmente negli Stati Uniti. Nasce da un gruppo di scrittori americani e viene alla ribalta nel 1950, così come i fenomeni culturali da esso ispirati. Gli elementi centrali della cultura “Beat” sono l’anticonformismo, il rifiuto di norme imposte, l’innovazione dello stile letterario, la sperimentazione delledroghe, la sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, un rifiuto del materialismo, e rappresentazioni esplicite e crude della condizione umana. La Beat Generation è l’esempio della ribellione giovanile degli anni cinquanta, la “gioventù bruciata”; tra i suoi autori di riferimento più celebri troviamo Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Norman Mailer. I giovani beat sono sofferenti, viaggiano facendo l’autostop, spesso ricorrono all’alcool e alla droga ma il loro disagio sfocerà infine nella rivolta verso la borghesia statunitense e nel rifiuto e nella protesta contro la guerra in Vietnam.

Scavare nell’anima. Metterla a nudo. Rivelarla. Significa esattamente questo il termine psichedelia. Il termine, per derivazione, descrive anche una categoria di musica, arte visiva, moda, cinema, letteratura, fumettisticae cultura, associata originariamente agli anni sessanta: la cultura hippie(o hippy). In origine si tratta di un movimento giovanile che ha inizio negli Stati Uniti d’Americanel corso degli anni sessantae si diffonderà poi in tanti altri Paesi del mondo. La parola «hippie» deriva da «hipster», il cui significato si può tradurre come giovani “anticonformisti o alternativi”.

Queste persone avevano ereditato i valori sottoculturali della Beat Generation, creando una controcultura e proprie comunità che ascoltavano rock psichedelico, abbracciavano la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti come gli allucinogeni e la cannabis, al fine di esplorare e allargare lo stato di coscienza.

Ifigli dei fiori sono gli aderenti al movimento hippie abbigliati convestiti decorati a fiori o con vivacissime stoffe dai colori forti. Il loro ideale di pace e libertà erasintetizzabile in slogan quali “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” e “Fate l’amore, non la guerra”, che risuonavano in maniera fortemente criticanel periodo della guerra del Vietnam. La ricerca sfrenata della totale libertà era il significato insito nel loro stile di vita. Questo movimento toccò particolarmente l’opinione pubblica, tanto da stimolare l’interesse diregisti e cantanti.

A partire dagli anni ‘80del secolo scorso sul mercato illegale compaiono moltisurrogati: cocaine artificiali, ecstasy, crack. L’Ecstasy, o MDMA, è una droga sintetica con effetti fortemente stimolanti che ha trovato diffusione a partire dagli anni novanta soprattutto nei rave party; viene assunta solitamente sotto forma di pastiglie o sciolta in un liquido o anche fumata. L’ecstasy facilita la comunicazione soggettiva, l’empatia e l’accesso a sentimenti repressi.

E al giorno d’oggi? Cosa caratterizza la nostra realtà ed il fenomeno della dipendenza? Segui il mio blog per saperne di più.

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Bibliografia:

“Piccola storia delle droghe. Dall’antichità ai giorni nostri” Antonio Escohotado 2008, Donzelli.

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Tag: dipendenza da droghe, dipendenza nella storia, dipendenze, sostanze stupefacenti, storie di dipendenza

Sabato 25 maggio: TEDxPAdova 2019, in una sola parola: emozionante. Probabilmente è una definizione scontata, tuttavia devo ammettere che dal mio punto di vista è stato un evento unico. 

Come immagino sappiate, TED è un’organizzazione no-profit il cui obiettivo è quello di facilitare la diffusione di idee di valore attraverso conferenze che coprono una grande varietà di argomenti, dalla scienza, al business, alle tematiche globali. TEDxPadova nasce nel 2014 per l’intraprendenza di un gruppo di giovani che hanno un unico stimolante obiettivo: condividere idee innovative in modo da pensare ad un futuro migliore.

In questo articolo vorrei portarvi dietro le quinte, raccontarvi alcuni momenti chiave di questa grande manifestazione e anche i contenuti più significativi degli speaker che sono intervenuti inquesta edizione.

Rinascita

Il filo conduttore di quest’anno è stato il tema della “Rinascita”, la cornice dell’evento quel Palazzo della Ragione, noto anche come “salone”, antica sede dei tribunali cittadini, che rappresenta il cuore pulsante della città di Padova. Gli speaker hanno proposto i loro contributi partendo da diverse prospettive: economiche, mediche, scientifiche, sportive, sociali e culturali, emozionando il numeroso pubblico e l’intero team di TEDxPadova. 

Vorrei iniziare dalla fine e cioè dall’ultimo intervento, quello della splendida Drusilla Foer che ci ha guidato in un viaggio di contraddizioni e paradossi, sottolineando che la ri-nascita deve essere interpretata partendo da diverse angolazioni. Più che parlare di ri-nascita in senso stretto bisogna ri-appropriarsi della propria consapevolezza personale, bisogna continuare a ri-amare l’esistenza e a ri-scoprire il valore delle cose e della vita in generale. Parole forti, contenuti di qualità, un finale pazzesco che ha reso l’idea di come ri-nascere sia una sorta di cambiamento, di come dobbiamo essere flessibili e sforzarci di vedere la realtà sempre da punti di vista differenti e sempre nuovi. 

Scienza e medicina: quando la rinascita è una ri-scoperta

Dal punto di vista medico, il Dott. Gino Gerosa ha incantato parlando del progetto di ricerca al quale sta lavorando per sviluppare un cuore biologico che potrebbe significare una ri-nascita vera e propria per moltissimi pazienti. Invece la Dott.ssa Biffi ci ha spiegato l’importanza della terapia genica per introdurre nuove sequenze di DNA, questa modalità di trattamento potrebbe offrire un futuro senza malattie a centinaia di pazienti. Jasmine Abdulcadir ha parlato del suo lavoro di cura con donne e bambine che presentano mutilazioni genitali; un impegno la cui difficoltà principale è proprio quella di aiutare la donna ad entrare in un’ottica di cambiamento a 360 gradi, una rinascita complessa e difficile, ma possibile.

Sara Buson, astrofisica che ha lavorato alla NASA, ci ha invitato a “toccare con mano” i neutrini, messaggeri cosmici affascinanti che possono farci scoprire nuove frontiere. Ed infine il carismatico Koen Van Pottelbergh, che ci ha fatto percepire cosa significhi non vedere e poi ri-cominciare a poter nuovamente vedere con i suoi occhiali speciali.

La rinascita dalle altre prospettive

Vorrei dedicare un plauso speciale ad Eric Barbizzi, che a soli quindici anni ha mostrato la forza di un grande e sul palco ci ha convinti tutti a ri-cominciare a guardare al nostro ambiente in maniera diversa e più responsabile. Uljan Sharka ha ricordato che l’informazione ha un ruolo fondamentale nella nostra vita e che solo la conoscenza può fare veramente la differenza. Mentre Tezeta Abrahm ha richiamato la battaglia costante per i diritti umani e per l’integrazione sociale in Italia; il Professor Villa ci ha entusiasmato con la sua vivacità, ricordando il ruolo dell’arte nei processi di rinascita. 

Dan Peterson, una vera leggenda dello sport, poco prima di salire sul palco per il suo talk dedicato alle rivincite sportive, mi ha raccontato alcuni aneddoti su Mike Bongiorno, sottolineandone la grande precisione e professionalità, lasciandomi senza fiato e forse anche stemperando un po’ la tensione di entrambi. 

Infine Armando Armas attivista e parlamentare venezuelano che ha dato inizio allo spettacolo del TEDxPadova con una grinta ed un’energia che hanno trascinato il pubblico in un lungo applauso. 

Il team

Questa entusiasmante esperienza non sarebbe stata possibile senza il fantastico gruppo che ha lavorato per il TEDxPadova 2019, il team che ha curato la comunicazione, la logistica, la gestione dei partner di “team speaker”, di cui ho fatto parte anch’io ed il team “legale”.

Ogni pedina è stata essenziale per far si che questo evento potesse funzionare al meglio, per far quadrare ogni criticità e per valorizzare ogni performance, comprese quelle musicali e di danza. Vorrei chiudere questo articolo ringraziando il pubblico presente all’evento e richiamando un breve aforisma proposto da uno dei nostri speaker, Uljan Sharka, che mi ha colpito e nel quale credo infinitamente:

“Knowledge is the human superpower”

“La conoscenza è il superpotere dell’uomo”

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Tag: Public Speaking, TEDxPadova, TEDxPadova 2019

“Curare l’ansia” forse non è una espressione del tutto appropriata, di solito preferisco parlare di gestione dell’ansia. Ciò non significa che l’ansia non possa essere completamente superata, spesso una delle principali preoccupazioni dei pazienti è proprio connessa al completo superamento delle spiacevoli sensazioni di paura e di panico che si accompagnano all’ansia. 

Quello che intendo con cura dell’ansia consiste nell’appropriarsi di tecniche e strategie che possono aiutare la persona ad affrontare le situazioni, gli eventi e le realtà che vengono vissute come minacciose. In particolare costruendo dei circoli virtuosi che al solo arrivare della sensazione di paura si attivano e ci consentono di non sentirsi sopraffatti e di rispondere in maniera adeguata e positiva. 

Ricordiamoci che in fondo la paura è una normale emozione che tutti sperimentiamo e che può avere anche una valenza positiva, perché ci protegge in caso di minaccia.

Come curare l’ansia

Per curare l’ansia dobbiamo iniziare a sbloccare quei tentativi di soluzione che mettiamo in campo per cercare di tutelarci e di superare la paura, ma che invece di farci star meglio complicano ulteriormente la situazione. Parlo di quei tentativi di soluzione che riteniamo efficaci per superare le sensazioni di inquietudine e di apprensione determinate sia da una situazione specifica (es. guidare la macchina, gli spazi aperti o chiusi, la paura di un animale, …), che dalla quotidianità in generale (es. la paura pervasiva di tutto quello che ci circonda). 

Solitamente il tentativo messo in atto è quello di provare a non essere colti di sorpresa dall’ansia, cercando nello specifico di evitare quelle emozioni spiacevoli di sofferenza e paura legate proprio alla realtà vissuta come minacciosa.

Tali forme di “evitamento”- note nella pratica clinica come “soluzione disfunzionale” – sebbene riescano a favorire un superamento momentaneo della paura non facendola percepire al soggetto, in realtà non fanno altro che aggravarne la sintomatologia. Solo evitando di evitareil soggetto riuscirà veramente a superare la paura patologica. 

Un ulteriore tentativo di soluzione che sembra tutelarci, ma che in realtà può portare fuori strada, è quello di ricorrere all’aiuto di un familiare, un collega o amico. Per evitare di avere una crisi e sentirci male, ci facciamo aiutare da una persona di fiducia, solo in questo modo riusciamo ad affrontare la situazione che ci spaventa. In realtà questa è una ammissione implicita del fatto che da soli non riusciamo ad affrontare la situazione che ci preoccupa ed avremo sempre bisogno di qualcuno per superare la prova.

Curare l’ansia: un caso reale

L’esperienza di Edoardo (nome di fantasia) riassume in maniera chiara le due tentate soluzioni sopradescritte. Dopo aver lavorato in tutta Italia, utilizzando ogni tipo di mezzo: il treno, la macchina, l’aereo, improvvisamente Edoardo ha iniziato ad avvertire una sensazione spiacevole, uno sorta di eccessiva preoccupazione, sfociata infine in un attacco di panico in macchina ed un altro in treno. Ad un iniziale momento di reazione logica a quanto accaduto è seguito un altro di forte sconforto, una paura crescente di prendere la macchina, che lo ha indotto a farsi accompagnare da un collega in ogni trasferta di lavoro. Il dubbio di non riuscire a guarire e le preoccupazioni conseguenti hanno generato una paura diffusa, non solo per quello che riguardava la guida o i mezzi di trasporto, ma addirittura anche andare a comprarsi un paio di occhiali da sole lo gettava nel panico. Non sapendo più cosa fare Edoardo si rivolge al mio studio. 

Il lavoro principale si è subito incentrato nel favorire un abbassamento della paura patologica per riportarla ad un livello di normalità. Ci siamo calati in maniera paradossale nelle sue peggiori preoccupazioni e paure attraverso la strategia della mezz’ora di passione. Ogni giorno Edoardo hadovuto ritagliarsi una mezz’ora di tempo nella quale isolarsi e calarsi nelle sue paure e preoccupazioni, sforzandosi di stare peggio che potesse. Questa tecnica, con il suo funzionamento paradossale, gli ha fatto vivere un’esperienza nuova: più cercava la paura e più non riusciva a trovarla, anzi riusciva addirittura a sentirsi bene, e a rilassarsi al punto di rischiare di addormentarsi. 

A seguito di questa prima fase di intervento e attraverso questa esperienza positiva è stato possibile in una seconda fase calibrare la strategia migliore per fare in modo che Edoardo, giorno dopo giorno, prendesse maggiormente consapevolezza delle sue capacità e di come gestire l’ansia in ogni situazione. La terapia ha avuto un ottimo successo, con una riduzione totale delle crisi di ansia e una rinnovata capacità di affrontare le situazioni stressanti. 

Edoardo è riuscito nuovamente e a mettersi al volante e a prendere il treno senza più ricorrere alle soluzioni disfunzionali che lo avevano limitato.

Se senti di avere una problematica di ansia  contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

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Ansia sociale: la paura del rifiuto

18 Luglio 2019

Mi occupo di cura della dipendenza a Padova, Vicenza, Treviso ormai da quindici anni, in ambiti diversi: dalla prevenzione nelle scuole (coinvolgendo adolescenti e insegnanti), al lavoro in clinica (cura, riabilitazione e reinserimenti di pazienti con dipendenze varie: alcol, sostanze o altro come il gioco d’azzardo). Per promuovere una cultura del benessere e aumentare le conoscenze rispetto alle diverse dipendenze, nel corso del tempo ho promosso e partecipato a diversi progetti sia nel privato che anche in collaborazione con il servizio per le dipendenze.

Attraverso questo articolo, vorrei portare un paio di esempi di terapia sulle dipendenze, per raccontare due diverse tipologie di intervento in questo ambito. 

Cocaina e crack

Carlo (nome di fantasia) ha iniziato a fare uso di cocaina in modo sporadico, nelle serate con gli amici, il sabato sera, per approdare poi al crack sempre allo stesso modo: una serata tra amici, solo per provare. Questo però gli ha creato una vera e propria dipendenza: una necessità costante e ossessiva della sostanza, tutto il resto passa in secondo piano (affetti, famiglia, lavoro, …). In breve tempo perde molto peso, ma perde anche percezione di se stesso e del proprio futuro.

Carlo arriva in studio dopo dieci anni di consumo ed un percorso in comunità andato male. Il percorso di terapia, in questo caso, s’incentra sulla gestione delle emozioni del paziente: Carlo sfoga una rabbia particolare nei confronti delle persone che gli stanno vicino, ma è un sentimento che in realtà prova verso se stesso, per la vita che sta conducendo e per l’insoddisfazione che ne consegue. La dipendenza da crack o cocaina modifica il modo di percepire e vivere la realtà, ma il caso di Carlo può aiutare a capire che con la giusta combinazione di motivazione e voglia di rimettersi in discussione è possibile uscire dalla dipendenza. Ad oggi non sta più assumendo crack e a distanza di un anno non si segnalano più ricadute.

Cannabis in età adolescenziale

Marco (nome di fantasia) ha diciassette anni, da circa tre fuma cannabinoidi. Per poter fumare gratis si è fatto prendere la mano, ed ha iniziato a spacciare, in modo da guadagnarsi qualche soldo da spendere in scarpe e vestiti. 

Il consumo di cannabis, ma in generale di ogni sostanza in età adolescenziale, è piuttosto pericoloso: porta ad un’alterazione nella percezione di se, ma conduce anche a vivere le emozioni in modo distorto e alterato, in una fase in cui viverle autenticamente è fondamentale per la crescita del soggetto. 

Marco è un ragazzo sveglio: non indentifica bene il problema, ma si rende conto di vivere una serie di difficoltà, in particolare nella relazione con i genitori, e il fumo lo tranquillizza, andando a sopire le emozioni più difficili da gestire, di sofferenza e rabbia. 

Il lavoro terapeutico condotto prima singolarmente con il ragazzo, e poi con i famigliari, ha portato ad ottimi risultati: il fumo si è ridotto notevolmente, e poco alla volta si è ristabilita la relazione tra Marco e i genitori. Nella fase dell’adolescenza è importante aiutare i ragazzi a responsabilizzarsi, ma è altrettanto utile accompagnarli e supportarli, in modo da far loro comprendere che la famiglia può essere una risorsa su cui si può fare affidamento. 

Ti rivedi in queste storie? Senti di avere una dipendenza per una sostanza stupefacente, per il gioco d’azzardo o una dipendenza affettiva? Mi occupo di cura delle dipendenze a Padova Vicenza e Treviso chiamami al 340.41.90.915 o scrivimi in privato compilando il form qua sotto per maggiori informazioni o per fissare un un appuntamento.

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Tag: dipendenza da cannabis, dipendenza da cocaina, dipendenze, storie di dipendenza

Se dovessimo dare una definizione di emozioni” immagino che ciascuno di noi si riferirebbe agli stati d’animo provocati da un evento che stimola o ha stimolato il nostro sistema percettivo sensoriale.

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita, possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi nelle sfide quotidiane, familiari, lavorative o sportive. Possono diventare il motore della crescita personale, possono favorire i nostri successi, ma possono in qualche caso anche metterci i bastoni tra le ruote e diventare un vero e proprio ostacolo insormontabile. 

In qualità di psicologo e psicoterapeuta a contatto quotidianamente con le tematiche emotive, riscontro sempre più persone che faticano ad accettare alcuni loro stati emotivi, riconoscendoli come estranei o invasivi. L’articolo di oggi mira a far conoscere meglio la tematica relativa alle emozioni e soprattutto a metterla in relazione con la capacità di raggiungere i nostri obiettivi personali e di crescita.

Emozioni cosa sono

Per dare una definizione di emozioni dobbiamo prendere in esame le diverse teorie che le definiscono. Dal punto di vista biologico le emozioni possono essere definite come il processo bio-genetico che attraverso circuiti fisiologici e neuronali distingue e determina impressioni, suggestioni, turbamenti, stati d’animo emotivi. 

Secondo la prospettiva costruzionista le emozioni si definiscono in base al contesto e alla cornice di riferimento, dunque a seconda della situazione e dei momenti che la persona si trova a vivere. In questa ottica le emozioni si possono considerare come degli stati d’animo mutevoli, di attivazione fisiologica, che si innescano in funzione degli stimoli che la persona subisce nei vari momenti della giornata e più in generale della vita. 

Una terza prospettiva vede le emozioni in un’ottica maggiormente cognitiva, e dunque come una valutazione che la persona fa degli eventi a seconda dell’importanza che vi attribuisce ed in base ai propri scopi e ai bisogni personali. 

Un aspetto comune alle diverse teorie sulle emozioni è quello di essere caratterizzate da diverse componenti: biologiche, situazionali e di valutazione del contesto. Le varie teorie mettono in risalto gli aspetti relativi alle sensazioni affettive, alle diverse variazioni fisiologiche compresi i cambiamenti a livello espressivo, sia facciale che della voce e della postura. 

Conoscere cosa sono le emozioni ci permette di capire meglio il funzionamento di quest’ultime in relazione agli obiettivi che ci prefiggiamo nella vita di tutti i giorni.

Emozioni e obiettivi personali

Le emozioni con la loro valenza affettiva ed energia di attivazione sono delle potenti alleate della nostra motivazione. Nei momenti in cui siamo più “attivati”a livello emotivo possiamo migliorare le nostre capacità di memoria, di ragionamento e decisionali. Quando a livello individuale siamo focalizzati sul compito e riusciamo a vivere una sensazione di piacevolezza nell’eseguirlo, siamo in grado di dare il massimo, di prendere le decisioni migliori e di ottenere il risultato sperato. 

Se ad esempio devo svolgere un intervento di fronte ad una platea di persone e mi sento emotivamente affascinato e felice di poter dare il mio contributo, allora riuscirò a salire sul palco con una carica, una determinazione ed un’energia che favoriranno la mia performance. Così come se sono molto arrabbiato per un errore che ho commesso durante il lavoro posso provare ad indirizzare questa energia negativa nella direzione di una maggiore concentrazione, per evitare lo stesso tipo di errore la volta successiva.

Accanto a questa funzionalità delle emozioni dobbiamo tuttavia considerare anche una visione più “disfunzionale”, e di conseguenza negativa, delle emozioni, ovvero quando queste ultime invece di essere una risorsa diventano un limite. Quando ad esempio l’intensità ed il perdurare di un determinato stato emotivo invece di aiutarci a prendere decisioni o ad essere maggiormente concentrati ci porta fuori strada e non ci fa vedere le cose con la necessaria lucidità. Se mi lascio opprimere dalla rabbia per un errore commesso, se non riesco a canalizzarla in energia positiva, il rischio è che l’emozione possa diventare un problema invece che una risorsa preziosa. 

Come rendere funzionali le emozioni

Per favorire un sempre migliore funzionamento delle emozioni è necessario cercare di regolarle e gestirle il più possibile, favorendo innanzi tutto la consapevolezza del nostro stato emotivo attraverso l’ascolto interpersonale, ossia favorendo un ascolto differente, cognitivamente più funzionale.

Il dolore, ad esempio, può anche essere “ascoltato”, accettato, invece che negato; in questo modo non ci affranchiamo dalla momentanea sofferenza che lo accompagna ma l’esperienza significativa è quella di aver vissuto il dolore, di averlo metabolizzato e di esserne uscito. 

Questo approccio ci aiuta a cambiare il nostro modo di vivere le esperienze, sia dal punto di vita fisiologico che da quello comportamentale, ci fa entrare in un’ottica di maggiore flessibilità, di ascolto di se stessi ed infine dicambiamento.

Se senti che non riesci a padroneggiare o a gestire le emozioni può esserti utile un percorso di psicoterapia per rimodulare le tue esperienze emotive e trovare un nuovo equilibrio psico-fisico. Per maggiori info contattami al 340.41.90.915 o compila il form nel seguente link.

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

La paura del giudizio è una forma di paura radicata in ciascuno di noi, una paura che ci stimola a cercare di sbagliare il meno possibile per evitare brutte figure di fronte agli altri. Molto spesso tendiamo a negare l’errore fingendo di non avere realmente sbagliato, ma la situazione si complica quando con l’intento di non sbagliare iniziamo ad evitare tutte quelle situazioni che potrebbero metterci a disagio. Comincia così un viaggio senza ritorno nel quale ogni situazione, ogni momento di interazione con gli altri, diventa una vera e propria fonte di disagio, alla quale cerchiamo in ogni modo di sfuggire.

Il giudizio è un concetto insito nella nostra cultura, a cominciare dalla scuola dove il voto è vissuto come qualcosa di fondamentale, così tanto temuto da rendere a volte infernale la vita degli studenti. Al lavoro il concetto di giudizio si esprime nella “valutazione” delle prestazioni, cioè nel riscontro del capo riguardo alle nostre capacità tecniche, relazionali e comunicative all’interno dell’azienda. Quando svolgo corsi di formazione in azienda, al solo pronunciare la parola “valutazione”, gli animi si scaldano. Mi piace quindi parlare più di feedback, ma indipendentemente dal termine che usiamo, il giudizio è comunque ed in ogni contesto un’arma a doppio taglio: sebbene ci aiuti a crescere è comunque particolarmente temuto.

La paura del giudizio: il caso di Michela

Michela (nome di fantasia) è una giovane studentessa universitaria al terzo anno di medicina; i primi due anni sono andati a gonfie vele, il terzo invece è diventato un tormento. Durante una mattina in biblioteca ha iniziato ad avvertire delle strane sensazioni di ansia che si sono rapidamente trasformate in un vero e proprio attacco di panico. In un primo momento Michela attribuisce il problema all’eccessivo caldo di inizio settembre e ad un calo di zuccheri, invece purtroppo anche nei giorni seguenti il solo avvicinarsi all’università e all’aula degli esami le genera una paura insuperabile. Decide allora di chiudere temporaneamente con lo studio e di non affrontare gli esami. 

Fatalmente questa paura del giudizio e di non essere all’altezza la porta a temere anche il giudizio dei compagni per non essere riuscita a sostenere tutti gli esami del terzo anno. Sa bene che questo problema non sussiste perché molti altri suoi compagni risultano indietro, tuttavia sente forte il peso del loro giudizio e preferisce allontanarsi dall’università. Per non stare con le mani in mano trova lavoro come cameriera ma inconsciamente si rende conto della necessità di affrontare il problema se davvero vuole concludere il percorso di studi.

La peggiore fantasia

Michela è arrivata nel mio studio con le idee confuse, ha affrontato la terapia in maniera diffidente perché non aveva fiducia di potercela fare. Il lavoro terapeutico si è quindi incentrato sull’obiettivo di favorire fin da subito un miglioramento attraverso una riduzione delle sue paure nei confronti dell’università e del giudizio in generale. Adottando la tecnica della peggiore fantasia M. ha rivissuto l’ansia provata quella prima volta in biblioteca, senza tuttavia arrivare a sperimentare gli stessi effetti fisiologici. La tecnica consiste nel chiedere alle persone di calarsi nelle loro peggiori paure e preoccupazioni, in un preciso lasso di tempo nel corso della giornata. Quella che potrebbe apparire a tutta prima come una sorta di “tortura” è invece una strategia altamente paradossale. Infatti durante la mezz’ora in cui il paziente si concentra sulle proprie angosce, la paura viene affrontata in quella maniera diretta che ne favorisce la presa di coscienza ed il superamento. La paura si trasforma in coraggio, questo è il risultato ultimo dell’applicazione di una tecnica basata sul paradosso.

Attraverso la terapia Michela è riuscita nuovamente a trovare la fiducia in se stessa, si è liberata dalle proprie ansie, è tornata in università e ha completato gli esami del terzo anno: ormai gestisce la paura e l’eccessiva tensione con le nuove strategie apprese, senza più esserne travolta.

Se anche tu soffri di ansia e vuoi saperne di più contattami al 3404190915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, paura, paura del giudizio, Terapia Breve Strategica

Ansia e adolescenza cosa fare, è una domanda che spesso i genitori si pongono cercando delle risposte. L’adolescenza è il periodo caratteristico dell’ansia. Nell’adolescenza i ragazzi faticano a capire e a gestire le emozioni che vivono, spesso per la paura di non essere capiti o di essere rifiutati dal mondo dei compagni e da quello degli adulti. La conseguenza può risultare facilmente in una compromissione dello sviluppo della personalità e delle competenze personali.

Ansia in adolescenza: quali sono le forme più comuni

Una delle principali preoccupazioni in età adolescenziale è collegata ad una sensazione di paura generalizzata e diffusa. I timori si concentrano soprattutto sul futuro e sulla paura di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi, anche quelli più semplici ed immediati, o, più in generale, una vita soddisfacente. Spesso questa tipologia di ansia è legata ai dubbi che assillano un adolescente riguardo alle scelte che gli si prospettano davanti: dalla decisione impegnativa su quali studi intraprendere a quale possa essere lo sport ideale o addirittura su quale sia la sua reale identità. La sensazione di derealizzazione o spersonalizzazione fa vivere l’adolescente in uno stato di preoccupazione più o meno intensa, come se davvero non potesse vivere la vita che può e vuole scegliere di vivere.

Tra le principali paure vi è quella di sentirsi male, di rischiare di morire, accompagnata da sensazioni fisiologiche di intensa agitazione quali tachicardia e forte tensione a livello addominale. Oppure la paura di poter perdere il controllo e di conseguenza rischiare delle brutte figure di fronte a tutti. Un paziente adolescente racconta della paura di potersela fare addosso che lo limita e lo porta a cercare di evitare ogni situazione percepita come pericolosa.

Spesso si segnala una forma di ansia sociale legata alla preoccupazione del rapporto con i propri pari, che induce l’adolescente a cercare di evitare qualsiasi circostanza che potrebbe generare un rifiuto da parte dei propri compagni o degli amici. Questa tentata soluzione, nota con il termine tecnico di “evitamento”, nel tempo tuttavia  si rivela controproducente, perché sebbene nella circostanza contingente venga percepita dall’adolescente come una sorte di tutela, in realtà innesca una spirale di continui evitamenti dalla quale il soggetto non riesce più ad uscire

Cosa fare con problematiche di ansia in adolescenza

I genitori, come già sottolineato in alcuni articoli del mio blog, molto spesso pensano in buona fede di aiutare i propri figli adolescenti cercando di rassicurarli, invitandoli a comportarsi diversamente e a cercare nuovi stimoli in modo da superare le proprie paure. La spiegazione logica e razionale di fronte ad una problematica delicata ed irrazionale come la paura non basta, è necessario aiutare i nostri ragazzi proponendo visioni alternative, entrando dentro la logica della paura e cercando di non sostituirsi ai figli risolvendo i problemi al posto loro. 

Spesso di fronte ad una problematica di ansia è consigliabile rivolgersi ad uno specialista, in modo tale da intervenire con le giuste tempistiche e anticipare possibili complicazioni. 

Terapia Breve Strategica

La terapia breve strategica è un modello di psicoterapia particolarmente efficace nei casi di ansia adolescenziale che mira a ridurre i disturbi sin dalle prima sedute, in maniera da sbloccare la realtà problematica e favorire in breve tempo un cambiamento ed il raggiungimento di soluzioni efficaci, efficienti e durature nel tempo. 

Se vuoi saperne di più puoi consultare altri articoli presenti nel mio blog oppure puoi contattarmi al 340.41.90.915 via mail al seguente indirizzo: studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni.

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Tag: ansia, ansia generalizzata, ansia sociale, Attacchi di Panico, genitori, sintomi ansia

La storia delle dipendenze può aiutare a mettere in luce e a capire meglio la funzione che le sostanze hanno avuto nel corso del tempo ed il ruolo che hanno rivestito per la società. Durante l’incontro che ho svolto presso l’Università di Rovigo con gli studenti della facoltà di Scienze dell’educazione, ho cercato di fare una fotografia della diffusione delle sostanze e delle caratteristiche che la dipendenza ha assunto a partire dagli antichi egizi sino ai giorni nostri. 

In questo articolo cercherò di riassumere il viaggio che abbiamo fatto insieme agli studenti durante la giornata di formazione.

Mesopotamia, Antico Egitto, Grecia e Roma

La storia delle sostanze che possono dare dipendenza si intreccia fin dai tempi antichi al consumo di sostanze alcoliche. Nell’antichità gli oppiodi – ovvero le sostanze oppiacee, una miscela di alcaloidi ricavata dal papavero: Papaver somniferum – erano ben note ai Sumeri, ai babilonesi ed agli egizi,che utilizzavano l’oppio come anestetico, per ridurre il dolore, e come analgesico, come calmante, addirittura per non far piangere i bambini. Peraltro in Egitto era noto anche l’uso di bevande alcoliche come la birra, ritenuta un tonificante per le donne incinte, come testimonia unatavola del 2200 a.C.

Nella Grecia antica le Droghe erano considerate come sostanze che agiscono raffreddando, riscaldando, asciugando, umidificando contraendo e rilassando, o addormentando un modo cioè di curare l’organismo. Vino e birra erano consumati in grande quantità nei cerimoniali, così come pure sostanze quali hashish e altre appartenenti alla famiglia delle piante Solanaceae, come la Belladonna, avente proprietà antispasmiche, e la Mandragora, cui venivano accreditate virtù afrodisiache. Sostanze allucinogene venivano molto probabilmente consumate anche nel corso di cerimonie religiose, come simbolo spirituale d’iniziazione. A tal proposito sono noti i Misteri Eleusini, che si celebravano annualmente nell’antica città di Eleusi, nelle cui cerimonie rituali venivano consumate sostanze psichedeliche per creare un’atmosfera ed evocare l’aldilà. La dipendenza a livello di pericolosità sociale si concentrò invece sul vino, anche se i filosofi non si trovano tutti concordi a riguardo.

Nella Roma classica secondo Cesare fumare fiori di canapa era concesso per procurarsi ilarità e godimento. La Lex Corneliaunica norma sull’argomento dice: “Droga è una parola indifferente, che comprende sia ciò che serve a uccidere sia ciò che serve a curare, e i filtri d’amore, ma questa legge condanna solo ciò che viene usato per uccidere qualcuno”. Il grande medico Galeno prescriveva all’imperatore una porzione di oppio come antidolorifico ed il suo effetto anestetico, come già detto, era ben noto fin dall’antichità. La cosa che stupisce è che sebbene vi fossero consumatori regolari non sono documentate problematiche di ordine pubblico o privato, non sono riportati casi clinici e neppure si ha notizia di persone emarginatesocialmente. Invece il vino provocherà conflitti personali e collettivi (disordini, risse), anche se il suo consumo era proibito alle donne e ai minori di trentanni. 

Paganesimo, Islam e Medioevo

In opposizione al Cristianesimo, il Paganesimo vede nelle sostanze psicotrope l’azione di “spiriti neutri” che intensificano nel soggetto le sue inclinazioni naturali, buone o cattive, contribuendo alla conoscenza di se stesso. In questo senso possiamo intravvedere un collegamento con lo sciamanesimo e l’uso di sostanze e di alcol durante le cerimonie: usi magico-religiosi, sapere pagano contaminato dalla stregoneria.

Secondo le leggi islamiche non vi sono né droghe “sacre” né droghe “sacrileghe”. Maometto comunque proibì il vino, anche se non si può negare l’esistenza di un consumo di alcolici malgrado le pene severe per i contravventori. L’oppio nella cultura araba viene usato per indurre uno stato generale di euforia e nelle persone della terza età per sopportare i dispiaceri o addirittura per provocare l’eutanasia. AL-Ukbari, un erudito e saggio, sosteneva: Devi sapere che la legge islamica non proibisce il consumo di farmaci cordiali, con effetti come quelli dell’hashish, e poiché non vi è alcuna notizia sulla sua illiceità, il popolo considera che è permesso usarli. Ma l’uso dell’hashish non era sempre inteso in senso terapeutico. Nell’XI secolo la setta dei Nizariti, attiva in Persia ed in Siria, era nota come Setta degli Assassini– o più semplicemente Assassini– perché i loro feroci guerrieri ricorrevano alla pratica dell’omicidio a fini politici. Pare che il termine assassinipossa derivare dal sostantivo arabo al-Hashīshiyyūnossia coloro che sono dediti al consumo di hashish.

Durante il Medioevo droga, lussuria e stregoneria si intrecciano strettamente. L’uso religioso o ludico di sostanze diverse dall’alcol viene punito con la tortura o la morte, tuttavia è ampiamente riconosciuto il loro impiego nella fabbricazione di pozioni, pomate psicoattive, farmaci elementari.  Ledroghe” delle streghe nascondono ciò che è proibito per eccellenza e sarà l’Inquisizione ad occuparsi in modo spiccio della faccenda, bruciandole senza pietà sul rogo!

Nell’XI secolo oppio e canapa sono impiegati nelle pozioni curative di re, nobili e dagli stessi prelati; i medici traggono un grande e nuovo prestigio sociale usando l’oppio e la canapa a scopo terapeutico. La rinascita della farmacologia porta alla nascita dei primi ordini” di medici e speziali, fatto questo che ne aumenterà considerevolmente il prestigio, malgrado la considerazione che i loro preparati non siano molto diversi da quelli delle fattucchiere.

XIX e XX secolo

Con un salto nel tempo ci portiamo alle soglie del XIX secolo, quando ormai si possono contare almeno 70.000 medicinali con formula segreta che contengo in varie dosi sostanze psicoattive. 

Durante l’800 fu molto in voga l’uso del Laudano, un composto a base di oppio e alcool avente proprietà narcotiche, antidolorifiche e antispastiche simili a quelle degli oppiacei. Lo sciroppo a base di laudano veniva utilizzato dalle lavoratrici operaie inglesi per calmare i loro bambini.

La ricerca scientifica nel frattempo ha fatto passi da gigante e nel campo della farmacopea sono stati scoperti molti dei principali principi attivi delle sostanze. In particolare una delle più grandi scoperte nel 1804 è stata la morfina, uno degli alcaloidi dell’oppio utilizzato soprattutto in medicina, la cui commercializzazione avviene a partire dal 1817 come analgesico e nel trattamento della dipendenza da oppio e alcolici. Nel 1827 incomincia la sua produzione a livello industriale da parte di quella che diventerà una delle più importanti case farmaceutiche mondiali: la Merck.

Cinque volte più forte della morfina viene sintetizzata ed esce sul mercato la Diacetil morfina, meglio nota come eroina, così chiamata per e sue energiche virtù; grazie all’eroina introdotta sul mercato nel 1898 e all’aspirina (acido acetil-salicilico, commercializzato nel 1897) la ditta tedesca produttrice Bayer diventeràun colosso di rilevanza mondiale. 

Al contrario della morfina, l’eroina produce un aumento di attività, calma e riduce ogni sentimento di timore. Anche dosi minime fanno sparire ogni tipo di tosse. I morfinomani trattati con questa sostanza hanno perso immediatamente ogni interesse per la morfina”. 

La cocaina, forte agente stimolante del sistema nervoso centrale (CNS), è nota fin dall’antichità alle popolazioni del Sud America, che masticavano le foglie di coca come tonico, anestetico e per calmare i morsi della fame. Il principio attivo verrà isolato nel 1859 da parte di un farmacista tedesco e verrà inizialmente utilizzato come anestetico. Per lungo tempo in Europa una bevanda a base di vino e cocaina verrà venduta come tonico per il sistema nervoso e per curare la tristezza. Lo stesso Sigmund Freud era solito farne uso come antidepressivo, proponendolo addirittura in qualche caso anche ai pazienti. Nel 1886 un farmacista di Atlanta, negli Stati Uniti, brevettò la formula di un tonico in cui erano presenti anche le noci di cola, una miscela che, privata della cocaina, diventerà ben presto una delle bevande più note e consumate al mondo: la Coca Cola.

Nel 1900 tutte le droghe conosciute sono ormai in farmacia. Si contano persone dipendenti da oppio, morfina, eroina, ma il fenomeno richiama ancora poco l’interesse di giornali, riviste, opinione pubblica, magistratura e polizia. Si alzano però le prime voci di protesta: l’uso di sostanze anche se occasionale viene giudicato un vizio e viene considerato come una malattia contagiosa. Nel 1920 la prima legge sul proibizionismo vieta negli Stati Uniti la fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di sostanze alcoliche. Bisognerà attendere ancora qualche anno per l’estensione del concetto di proibizionismo a sostanze quali la cannabis, l’oppio, l’eroina, la cocaina; questo intervento proibizionista si espanderà a livello internazionale con il dichiarato intento di tutelare la salute pubblica dei cittadini

Gli anni ‘50 e ’70 del secolo scorso sono quelli dell’LSd e della Beat generation. Tra gli anni ‘30 e ‘50 vi fu una grandissima diffusione delle anfetamine: per curare ladepressione, impiegate come stimolanti ed antidepressivi per le truppe, etc., nel 1950 la loro diffusione è capillare. Sempre negli anni ’50 – ‘60 viene sintetizzatoun farmaco oppiaceo sintetico: il metadone, al cui uso iniziale come analgesico nella terapia del dolore cronico verrà affiancata anche la terapia per la riduzione della dipendenza da stupefacenti.

Nel 1938 a Basilea viene sintetizzata da Hofmann la molecola della dietilammide 25- dell’acido lisergico, meglio nota come LSD, una droga semisintetica estratta da un fungo parassita della segale chiamato ergot. Inizialmente molto utilizzato nel campo della psicoterapia, l’LSD venne commerciato dalla ditta Sandoz come farmaco (Delysid), con risultati eccezionali per il trattamento della schizofrenia, autismo, depressione e alcolismo. Le sue caratteristiche psichedeliche lo resero famoso negli anni ’60 presso la generazione hippy, di cui divenne addirittura un simbolo. A partire dagli anni ’70 ne viene riconosciuta la pericolosità ed attualmente è considerata una sostanza illegale.

La Beat Generationè un movimento giovanile che trovò una sua espressione anche in campo artistico, poeticoe letterario, sviluppandosinel secondo dopoguerraprincipalmente negli Stati Uniti. Nasce da un gruppo di scrittori americani e viene alla ribalta nel 1950, così come i fenomeni culturali da esso ispirati. Gli elementi centrali della cultura “Beat” sono l’anticonformismo, il rifiuto di norme imposte, l’innovazione dello stile letterario, la sperimentazione delledroghe, la sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, un rifiuto del materialismo, e rappresentazioni esplicite e crude della condizione umana. La Beat Generation è l’esempio della ribellione giovanile degli anni cinquanta, la “gioventù bruciata”; tra i suoi autori di riferimento più celebri troviamo Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Norman Mailer. I giovani beat sono sofferenti, viaggiano facendo l’autostop, spesso ricorrono all’alcool e alla droga ma il loro disagio sfocerà infine nella rivolta verso la borghesia statunitense e nel rifiuto e nella protesta contro la guerra in Vietnam.

Scavare nell’anima. Metterla a nudo. Rivelarla. Significa esattamente questo il termine psichedelia. Il termine, per derivazione, descrive anche una categoria di musica, arte visiva, moda, cinema, letteratura, fumettisticae cultura, associata originariamente agli anni sessanta: la cultura hippie(o hippy). In origine si tratta di un movimento giovanile che ha inizio negli Stati Uniti d’Americanel corso degli anni sessantae si diffonderà poi in tanti altri Paesi del mondo. La parola «hippie» deriva da «hipster», il cui significato si può tradurre come giovani “anticonformisti o alternativi”.

Queste persone avevano ereditato i valori sottoculturali della Beat Generation, creando una controcultura e proprie comunità che ascoltavano rock psichedelico, abbracciavano la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti come gli allucinogeni e la cannabis, al fine di esplorare e allargare lo stato di coscienza.

Ifigli dei fiori sono gli aderenti al movimento hippie abbigliati convestiti decorati a fiori o con vivacissime stoffe dai colori forti. Il loro ideale di pace e libertà erasintetizzabile in slogan quali “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” e “Fate l’amore, non la guerra”, che risuonavano in maniera fortemente criticanel periodo della guerra del Vietnam. La ricerca sfrenata della totale libertà era il significato insito nel loro stile di vita. Questo movimento toccò particolarmente l’opinione pubblica, tanto da stimolare l’interesse diregisti e cantanti.

A partire dagli anni ‘80del secolo scorso sul mercato illegale compaiono moltisurrogati: cocaine artificiali, ecstasy, crack. L’Ecstasy, o MDMA, è una droga sintetica con effetti fortemente stimolanti che ha trovato diffusione a partire dagli anni novanta soprattutto nei rave party; viene assunta solitamente sotto forma di pastiglie o sciolta in un liquido o anche fumata. L’ecstasy facilita la comunicazione soggettiva, l’empatia e l’accesso a sentimenti repressi.

E al giorno d’oggi? Cosa caratterizza la nostra realtà ed il fenomeno della dipendenza? Segui il mio blog per saperne di più.

Oppure se vuoi maggiori informazioni contattami al 340.41.90.915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

Bibliografia:

“Piccola storia delle droghe. Dall’antichità ai giorni nostri” Antonio Escohotado 2008, Donzelli.

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Tag: dipendenza da droghe, dipendenza nella storia, dipendenze, sostanze stupefacenti, storie di dipendenza

Sabato 25 maggio: TEDxPAdova 2019, in una sola parola: emozionante. Probabilmente è una definizione scontata, tuttavia devo ammettere che dal mio punto di vista è stato un evento unico. 

Come immagino sappiate, TED è un’organizzazione no-profit il cui obiettivo è quello di facilitare la diffusione di idee di valore attraverso conferenze che coprono una grande varietà di argomenti, dalla scienza, al business, alle tematiche globali. TEDxPadova nasce nel 2014 per l’intraprendenza di un gruppo di giovani che hanno un unico stimolante obiettivo: condividere idee innovative in modo da pensare ad un futuro migliore.

In questo articolo vorrei portarvi dietro le quinte, raccontarvi alcuni momenti chiave di questa grande manifestazione e anche i contenuti più significativi degli speaker che sono intervenuti inquesta edizione.

Rinascita

Il filo conduttore di quest’anno è stato il tema della “Rinascita”, la cornice dell’evento quel Palazzo della Ragione, noto anche come “salone”, antica sede dei tribunali cittadini, che rappresenta il cuore pulsante della città di Padova. Gli speaker hanno proposto i loro contributi partendo da diverse prospettive: economiche, mediche, scientifiche, sportive, sociali e culturali, emozionando il numeroso pubblico e l’intero team di TEDxPadova. 

Vorrei iniziare dalla fine e cioè dall’ultimo intervento, quello della splendida Drusilla Foer che ci ha guidato in un viaggio di contraddizioni e paradossi, sottolineando che la ri-nascita deve essere interpretata partendo da diverse angolazioni. Più che parlare di ri-nascita in senso stretto bisogna ri-appropriarsi della propria consapevolezza personale, bisogna continuare a ri-amare l’esistenza e a ri-scoprire il valore delle cose e della vita in generale. Parole forti, contenuti di qualità, un finale pazzesco che ha reso l’idea di come ri-nascere sia una sorta di cambiamento, di come dobbiamo essere flessibili e sforzarci di vedere la realtà sempre da punti di vista differenti e sempre nuovi. 

Scienza e medicina: quando la rinascita è una ri-scoperta

Dal punto di vista medico, il Dott. Gino Gerosa ha incantato parlando del progetto di ricerca al quale sta lavorando per sviluppare un cuore biologico che potrebbe significare una ri-nascita vera e propria per moltissimi pazienti. Invece la Dott.ssa Biffi ci ha spiegato l’importanza della terapia genica per introdurre nuove sequenze di DNA, questa modalità di trattamento potrebbe offrire un futuro senza malattie a centinaia di pazienti. Jasmine Abdulcadir ha parlato del suo lavoro di cura con donne e bambine che presentano mutilazioni genitali; un impegno la cui difficoltà principale è proprio quella di aiutare la donna ad entrare in un’ottica di cambiamento a 360 gradi, una rinascita complessa e difficile, ma possibile.

Sara Buson, astrofisica che ha lavorato alla NASA, ci ha invitato a “toccare con mano” i neutrini, messaggeri cosmici affascinanti che possono farci scoprire nuove frontiere. Ed infine il carismatico Koen Van Pottelbergh, che ci ha fatto percepire cosa significhi non vedere e poi ri-cominciare a poter nuovamente vedere con i suoi occhiali speciali.

La rinascita dalle altre prospettive

Vorrei dedicare un plauso speciale ad Eric Barbizzi, che a soli quindici anni ha mostrato la forza di un grande e sul palco ci ha convinti tutti a ri-cominciare a guardare al nostro ambiente in maniera diversa e più responsabile. Uljan Sharka ha ricordato che l’informazione ha un ruolo fondamentale nella nostra vita e che solo la conoscenza può fare veramente la differenza. Mentre Tezeta Abrahm ha richiamato la battaglia costante per i diritti umani e per l’integrazione sociale in Italia; il Professor Villa ci ha entusiasmato con la sua vivacità, ricordando il ruolo dell’arte nei processi di rinascita. 

Dan Peterson, una vera leggenda dello sport, poco prima di salire sul palco per il suo talk dedicato alle rivincite sportive, mi ha raccontato alcuni aneddoti su Mike Bongiorno, sottolineandone la grande precisione e professionalità, lasciandomi senza fiato e forse anche stemperando un po’ la tensione di entrambi. 

Infine Armando Armas attivista e parlamentare venezuelano che ha dato inizio allo spettacolo del TEDxPadova con una grinta ed un’energia che hanno trascinato il pubblico in un lungo applauso. 

Il team

Questa entusiasmante esperienza non sarebbe stata possibile senza il fantastico gruppo che ha lavorato per il TEDxPadova 2019, il team che ha curato la comunicazione, la logistica, la gestione dei partner di “team speaker”, di cui ho fatto parte anch’io ed il team “legale”.

Ogni pedina è stata essenziale per far si che questo evento potesse funzionare al meglio, per far quadrare ogni criticità e per valorizzare ogni performance, comprese quelle musicali e di danza. Vorrei chiudere questo articolo ringraziando il pubblico presente all’evento e richiamando un breve aforisma proposto da uno dei nostri speaker, Uljan Sharka, che mi ha colpito e nel quale credo infinitamente:

“Knowledge is the human superpower”

“La conoscenza è il superpotere dell’uomo”

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Tag: Public Speaking, TEDxPadova, TEDxPadova 2019

“Curare l’ansia” forse non è una espressione del tutto appropriata, di solito preferisco parlare di gestione dell’ansia. Ciò non significa che l’ansia non possa essere completamente superata, spesso una delle principali preoccupazioni dei pazienti è proprio connessa al completo superamento delle spiacevoli sensazioni di paura e di panico che si accompagnano all’ansia. 

Quello che intendo con cura dell’ansia consiste nell’appropriarsi di tecniche e strategie che possono aiutare la persona ad affrontare le situazioni, gli eventi e le realtà che vengono vissute come minacciose. In particolare costruendo dei circoli virtuosi che al solo arrivare della sensazione di paura si attivano e ci consentono di non sentirsi sopraffatti e di rispondere in maniera adeguata e positiva. 

Ricordiamoci che in fondo la paura è una normale emozione che tutti sperimentiamo e che può avere anche una valenza positiva, perché ci protegge in caso di minaccia.

Come curare l’ansia

Per curare l’ansia dobbiamo iniziare a sbloccare quei tentativi di soluzione che mettiamo in campo per cercare di tutelarci e di superare la paura, ma che invece di farci star meglio complicano ulteriormente la situazione. Parlo di quei tentativi di soluzione che riteniamo efficaci per superare le sensazioni di inquietudine e di apprensione determinate sia da una situazione specifica (es. guidare la macchina, gli spazi aperti o chiusi, la paura di un animale, …), che dalla quotidianità in generale (es. la paura pervasiva di tutto quello che ci circonda). 

Solitamente il tentativo messo in atto è quello di provare a non essere colti di sorpresa dall’ansia, cercando nello specifico di evitare quelle emozioni spiacevoli di sofferenza e paura legate proprio alla realtà vissuta come minacciosa.

Tali forme di “evitamento”- note nella pratica clinica come “soluzione disfunzionale” – sebbene riescano a favorire un superamento momentaneo della paura non facendola percepire al soggetto, in realtà non fanno altro che aggravarne la sintomatologia. Solo evitando di evitareil soggetto riuscirà veramente a superare la paura patologica. 

Un ulteriore tentativo di soluzione che sembra tutelarci, ma che in realtà può portare fuori strada, è quello di ricorrere all’aiuto di un familiare, un collega o amico. Per evitare di avere una crisi e sentirci male, ci facciamo aiutare da una persona di fiducia, solo in questo modo riusciamo ad affrontare la situazione che ci spaventa. In realtà questa è una ammissione implicita del fatto che da soli non riusciamo ad affrontare la situazione che ci preoccupa ed avremo sempre bisogno di qualcuno per superare la prova.

Curare l’ansia: un caso reale

L’esperienza di Edoardo (nome di fantasia) riassume in maniera chiara le due tentate soluzioni sopradescritte. Dopo aver lavorato in tutta Italia, utilizzando ogni tipo di mezzo: il treno, la macchina, l’aereo, improvvisamente Edoardo ha iniziato ad avvertire una sensazione spiacevole, uno sorta di eccessiva preoccupazione, sfociata infine in un attacco di panico in macchina ed un altro in treno. Ad un iniziale momento di reazione logica a quanto accaduto è seguito un altro di forte sconforto, una paura crescente di prendere la macchina, che lo ha indotto a farsi accompagnare da un collega in ogni trasferta di lavoro. Il dubbio di non riuscire a guarire e le preoccupazioni conseguenti hanno generato una paura diffusa, non solo per quello che riguardava la guida o i mezzi di trasporto, ma addirittura anche andare a comprarsi un paio di occhiali da sole lo gettava nel panico. Non sapendo più cosa fare Edoardo si rivolge al mio studio. 

Il lavoro principale si è subito incentrato nel favorire un abbassamento della paura patologica per riportarla ad un livello di normalità. Ci siamo calati in maniera paradossale nelle sue peggiori preoccupazioni e paure attraverso la strategia della mezz’ora di passione. Ogni giorno Edoardo hadovuto ritagliarsi una mezz’ora di tempo nella quale isolarsi e calarsi nelle sue paure e preoccupazioni, sforzandosi di stare peggio che potesse. Questa tecnica, con il suo funzionamento paradossale, gli ha fatto vivere un’esperienza nuova: più cercava la paura e più non riusciva a trovarla, anzi riusciva addirittura a sentirsi bene, e a rilassarsi al punto di rischiare di addormentarsi. 

A seguito di questa prima fase di intervento e attraverso questa esperienza positiva è stato possibile in una seconda fase calibrare la strategia migliore per fare in modo che Edoardo, giorno dopo giorno, prendesse maggiormente consapevolezza delle sue capacità e di come gestire l’ansia in ogni situazione. La terapia ha avuto un ottimo successo, con una riduzione totale delle crisi di ansia e una rinnovata capacità di affrontare le situazioni stressanti. 

Edoardo è riuscito nuovamente e a mettersi al volante e a prendere il treno senza più ricorrere alle soluzioni disfunzionali che lo avevano limitato.

Se senti di avere una problematica di ansia  contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

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Ansia sociale: la paura del rifiuto

18 Luglio 2019

Mi occupo di cura della dipendenza a Padova, Vicenza, Treviso ormai da quindici anni, in ambiti diversi: dalla prevenzione nelle scuole (coinvolgendo adolescenti e insegnanti), al lavoro in clinica (cura, riabilitazione e reinserimenti di pazienti con dipendenze varie: alcol, sostanze o altro come il gioco d’azzardo). Per promuovere una cultura del benessere e aumentare le conoscenze rispetto alle diverse dipendenze, nel corso del tempo ho promosso e partecipato a diversi progetti sia nel privato che anche in collaborazione con il servizio per le dipendenze.

Attraverso questo articolo, vorrei portare un paio di esempi di terapia sulle dipendenze, per raccontare due diverse tipologie di intervento in questo ambito. 

Cocaina e crack

Carlo (nome di fantasia) ha iniziato a fare uso di cocaina in modo sporadico, nelle serate con gli amici, il sabato sera, per approdare poi al crack sempre allo stesso modo: una serata tra amici, solo per provare. Questo però gli ha creato una vera e propria dipendenza: una necessità costante e ossessiva della sostanza, tutto il resto passa in secondo piano (affetti, famiglia, lavoro, …). In breve tempo perde molto peso, ma perde anche percezione di se stesso e del proprio futuro.

Carlo arriva in studio dopo dieci anni di consumo ed un percorso in comunità andato male. Il percorso di terapia, in questo caso, s’incentra sulla gestione delle emozioni del paziente: Carlo sfoga una rabbia particolare nei confronti delle persone che gli stanno vicino, ma è un sentimento che in realtà prova verso se stesso, per la vita che sta conducendo e per l’insoddisfazione che ne consegue. La dipendenza da crack o cocaina modifica il modo di percepire e vivere la realtà, ma il caso di Carlo può aiutare a capire che con la giusta combinazione di motivazione e voglia di rimettersi in discussione è possibile uscire dalla dipendenza. Ad oggi non sta più assumendo crack e a distanza di un anno non si segnalano più ricadute.

Cannabis in età adolescenziale

Marco (nome di fantasia) ha diciassette anni, da circa tre fuma cannabinoidi. Per poter fumare gratis si è fatto prendere la mano, ed ha iniziato a spacciare, in modo da guadagnarsi qualche soldo da spendere in scarpe e vestiti. 

Il consumo di cannabis, ma in generale di ogni sostanza in età adolescenziale, è piuttosto pericoloso: porta ad un’alterazione nella percezione di se, ma conduce anche a vivere le emozioni in modo distorto e alterato, in una fase in cui viverle autenticamente è fondamentale per la crescita del soggetto. 

Marco è un ragazzo sveglio: non indentifica bene il problema, ma si rende conto di vivere una serie di difficoltà, in particolare nella relazione con i genitori, e il fumo lo tranquillizza, andando a sopire le emozioni più difficili da gestire, di sofferenza e rabbia. 

Il lavoro terapeutico condotto prima singolarmente con il ragazzo, e poi con i famigliari, ha portato ad ottimi risultati: il fumo si è ridotto notevolmente, e poco alla volta si è ristabilita la relazione tra Marco e i genitori. Nella fase dell’adolescenza è importante aiutare i ragazzi a responsabilizzarsi, ma è altrettanto utile accompagnarli e supportarli, in modo da far loro comprendere che la famiglia può essere una risorsa su cui si può fare affidamento. 

Ti rivedi in queste storie? Senti di avere una dipendenza per una sostanza stupefacente, per il gioco d’azzardo o una dipendenza affettiva? Mi occupo di cura delle dipendenze a Padova Vicenza e Treviso chiamami al 340.41.90.915 o scrivimi in privato compilando il form qua sotto per maggiori informazioni o per fissare un un appuntamento.

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Se dovessimo dare una definizione di emozioni” immagino che ciascuno di noi si riferirebbe agli stati d’animo provocati da un evento che stimola o ha stimolato il nostro sistema percettivo sensoriale.

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita, possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi nelle sfide quotidiane, familiari, lavorative o sportive. Possono diventare il motore della crescita personale, possono favorire i nostri successi, ma possono in qualche caso anche metterci i bastoni tra le ruote e diventare un vero e proprio ostacolo insormontabile. 

In qualità di psicologo e psicoterapeuta a contatto quotidianamente con le tematiche emotive, riscontro sempre più persone che faticano ad accettare alcuni loro stati emotivi, riconoscendoli come estranei o invasivi. L’articolo di oggi mira a far conoscere meglio la tematica relativa alle emozioni e soprattutto a metterla in relazione con la capacità di raggiungere i nostri obiettivi personali e di crescita.

Emozioni cosa sono

Per dare una definizione di emozioni dobbiamo prendere in esame le diverse teorie che le definiscono. Dal punto di vista biologico le emozioni possono essere definite come il processo bio-genetico che attraverso circuiti fisiologici e neuronali distingue e determina impressioni, suggestioni, turbamenti, stati d’animo emotivi. 

Secondo la prospettiva costruzionista le emozioni si definiscono in base al contesto e alla cornice di riferimento, dunque a seconda della situazione e dei momenti che la persona si trova a vivere. In questa ottica le emozioni si possono considerare come degli stati d’animo mutevoli, di attivazione fisiologica, che si innescano in funzione degli stimoli che la persona subisce nei vari momenti della giornata e più in generale della vita. 

Una terza prospettiva vede le emozioni in un’ottica maggiormente cognitiva, e dunque come una valutazione che la persona fa degli eventi a seconda dell’importanza che vi attribuisce ed in base ai propri scopi e ai bisogni personali. 

Un aspetto comune alle diverse teorie sulle emozioni è quello di essere caratterizzate da diverse componenti: biologiche, situazionali e di valutazione del contesto. Le varie teorie mettono in risalto gli aspetti relativi alle sensazioni affettive, alle diverse variazioni fisiologiche compresi i cambiamenti a livello espressivo, sia facciale che della voce e della postura. 

Conoscere cosa sono le emozioni ci permette di capire meglio il funzionamento di quest’ultime in relazione agli obiettivi che ci prefiggiamo nella vita di tutti i giorni.

Emozioni e obiettivi personali

Le emozioni con la loro valenza affettiva ed energia di attivazione sono delle potenti alleate della nostra motivazione. Nei momenti in cui siamo più “attivati”a livello emotivo possiamo migliorare le nostre capacità di memoria, di ragionamento e decisionali. Quando a livello individuale siamo focalizzati sul compito e riusciamo a vivere una sensazione di piacevolezza nell’eseguirlo, siamo in grado di dare il massimo, di prendere le decisioni migliori e di ottenere il risultato sperato. 

Se ad esempio devo svolgere un intervento di fronte ad una platea di persone e mi sento emotivamente affascinato e felice di poter dare il mio contributo, allora riuscirò a salire sul palco con una carica, una determinazione ed un’energia che favoriranno la mia performance. Così come se sono molto arrabbiato per un errore che ho commesso durante il lavoro posso provare ad indirizzare questa energia negativa nella direzione di una maggiore concentrazione, per evitare lo stesso tipo di errore la volta successiva.

Accanto a questa funzionalità delle emozioni dobbiamo tuttavia considerare anche una visione più “disfunzionale”, e di conseguenza negativa, delle emozioni, ovvero quando queste ultime invece di essere una risorsa diventano un limite. Quando ad esempio l’intensità ed il perdurare di un determinato stato emotivo invece di aiutarci a prendere decisioni o ad essere maggiormente concentrati ci porta fuori strada e non ci fa vedere le cose con la necessaria lucidità. Se mi lascio opprimere dalla rabbia per un errore commesso, se non riesco a canalizzarla in energia positiva, il rischio è che l’emozione possa diventare un problema invece che una risorsa preziosa. 

Come rendere funzionali le emozioni

Per favorire un sempre migliore funzionamento delle emozioni è necessario cercare di regolarle e gestirle il più possibile, favorendo innanzi tutto la consapevolezza del nostro stato emotivo attraverso l’ascolto interpersonale, ossia favorendo un ascolto differente, cognitivamente più funzionale.

Il dolore, ad esempio, può anche essere “ascoltato”, accettato, invece che negato; in questo modo non ci affranchiamo dalla momentanea sofferenza che lo accompagna ma l’esperienza significativa è quella di aver vissuto il dolore, di averlo metabolizzato e di esserne uscito. 

Questo approccio ci aiuta a cambiare il nostro modo di vivere le esperienze, sia dal punto di vita fisiologico che da quello comportamentale, ci fa entrare in un’ottica di maggiore flessibilità, di ascolto di se stessi ed infine dicambiamento.

Se senti che non riesci a padroneggiare o a gestire le emozioni può esserti utile un percorso di psicoterapia per rimodulare le tue esperienze emotive e trovare un nuovo equilibrio psico-fisico. Per maggiori info contattami al 340.41.90.915 o compila il form nel seguente link.

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

La paura del giudizio è una forma di paura radicata in ciascuno di noi, una paura che ci stimola a cercare di sbagliare il meno possibile per evitare brutte figure di fronte agli altri. Molto spesso tendiamo a negare l’errore fingendo di non avere realmente sbagliato, ma la situazione si complica quando con l’intento di non sbagliare iniziamo ad evitare tutte quelle situazioni che potrebbero metterci a disagio. Comincia così un viaggio senza ritorno nel quale ogni situazione, ogni momento di interazione con gli altri, diventa una vera e propria fonte di disagio, alla quale cerchiamo in ogni modo di sfuggire.

Il giudizio è un concetto insito nella nostra cultura, a cominciare dalla scuola dove il voto è vissuto come qualcosa di fondamentale, così tanto temuto da rendere a volte infernale la vita degli studenti. Al lavoro il concetto di giudizio si esprime nella “valutazione” delle prestazioni, cioè nel riscontro del capo riguardo alle nostre capacità tecniche, relazionali e comunicative all’interno dell’azienda. Quando svolgo corsi di formazione in azienda, al solo pronunciare la parola “valutazione”, gli animi si scaldano. Mi piace quindi parlare più di feedback, ma indipendentemente dal termine che usiamo, il giudizio è comunque ed in ogni contesto un’arma a doppio taglio: sebbene ci aiuti a crescere è comunque particolarmente temuto.

La paura del giudizio: il caso di Michela

Michela (nome di fantasia) è una giovane studentessa universitaria al terzo anno di medicina; i primi due anni sono andati a gonfie vele, il terzo invece è diventato un tormento. Durante una mattina in biblioteca ha iniziato ad avvertire delle strane sensazioni di ansia che si sono rapidamente trasformate in un vero e proprio attacco di panico. In un primo momento Michela attribuisce il problema all’eccessivo caldo di inizio settembre e ad un calo di zuccheri, invece purtroppo anche nei giorni seguenti il solo avvicinarsi all’università e all’aula degli esami le genera una paura insuperabile. Decide allora di chiudere temporaneamente con lo studio e di non affrontare gli esami. 

Fatalmente questa paura del giudizio e di non essere all’altezza la porta a temere anche il giudizio dei compagni per non essere riuscita a sostenere tutti gli esami del terzo anno. Sa bene che questo problema non sussiste perché molti altri suoi compagni risultano indietro, tuttavia sente forte il peso del loro giudizio e preferisce allontanarsi dall’università. Per non stare con le mani in mano trova lavoro come cameriera ma inconsciamente si rende conto della necessità di affrontare il problema se davvero vuole concludere il percorso di studi.

La peggiore fantasia

Michela è arrivata nel mio studio con le idee confuse, ha affrontato la terapia in maniera diffidente perché non aveva fiducia di potercela fare. Il lavoro terapeutico si è quindi incentrato sull’obiettivo di favorire fin da subito un miglioramento attraverso una riduzione delle sue paure nei confronti dell’università e del giudizio in generale. Adottando la tecnica della peggiore fantasia M. ha rivissuto l’ansia provata quella prima volta in biblioteca, senza tuttavia arrivare a sperimentare gli stessi effetti fisiologici. La tecnica consiste nel chiedere alle persone di calarsi nelle loro peggiori paure e preoccupazioni, in un preciso lasso di tempo nel corso della giornata. Quella che potrebbe apparire a tutta prima come una sorta di “tortura” è invece una strategia altamente paradossale. Infatti durante la mezz’ora in cui il paziente si concentra sulle proprie angosce, la paura viene affrontata in quella maniera diretta che ne favorisce la presa di coscienza ed il superamento. La paura si trasforma in coraggio, questo è il risultato ultimo dell’applicazione di una tecnica basata sul paradosso.

Attraverso la terapia Michela è riuscita nuovamente a trovare la fiducia in se stessa, si è liberata dalle proprie ansie, è tornata in università e ha completato gli esami del terzo anno: ormai gestisce la paura e l’eccessiva tensione con le nuove strategie apprese, senza più esserne travolta.

Se anche tu soffri di ansia e vuoi saperne di più contattami al 3404190915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, paura, paura del giudizio, Terapia Breve Strategica

Ansia e adolescenza cosa fare, è una domanda che spesso i genitori si pongono cercando delle risposte. L’adolescenza è il periodo caratteristico dell’ansia. Nell’adolescenza i ragazzi faticano a capire e a gestire le emozioni che vivono, spesso per la paura di non essere capiti o di essere rifiutati dal mondo dei compagni e da quello degli adulti. La conseguenza può risultare facilmente in una compromissione dello sviluppo della personalità e delle competenze personali.

Ansia in adolescenza: quali sono le forme più comuni

Una delle principali preoccupazioni in età adolescenziale è collegata ad una sensazione di paura generalizzata e diffusa. I timori si concentrano soprattutto sul futuro e sulla paura di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi, anche quelli più semplici ed immediati, o, più in generale, una vita soddisfacente. Spesso questa tipologia di ansia è legata ai dubbi che assillano un adolescente riguardo alle scelte che gli si prospettano davanti: dalla decisione impegnativa su quali studi intraprendere a quale possa essere lo sport ideale o addirittura su quale sia la sua reale identità. La sensazione di derealizzazione o spersonalizzazione fa vivere l’adolescente in uno stato di preoccupazione più o meno intensa, come se davvero non potesse vivere la vita che può e vuole scegliere di vivere.

Tra le principali paure vi è quella di sentirsi male, di rischiare di morire, accompagnata da sensazioni fisiologiche di intensa agitazione quali tachicardia e forte tensione a livello addominale. Oppure la paura di poter perdere il controllo e di conseguenza rischiare delle brutte figure di fronte a tutti. Un paziente adolescente racconta della paura di potersela fare addosso che lo limita e lo porta a cercare di evitare ogni situazione percepita come pericolosa.

Spesso si segnala una forma di ansia sociale legata alla preoccupazione del rapporto con i propri pari, che induce l’adolescente a cercare di evitare qualsiasi circostanza che potrebbe generare un rifiuto da parte dei propri compagni o degli amici. Questa tentata soluzione, nota con il termine tecnico di “evitamento”, nel tempo tuttavia  si rivela controproducente, perché sebbene nella circostanza contingente venga percepita dall’adolescente come una sorte di tutela, in realtà innesca una spirale di continui evitamenti dalla quale il soggetto non riesce più ad uscire

Cosa fare con problematiche di ansia in adolescenza

I genitori, come già sottolineato in alcuni articoli del mio blog, molto spesso pensano in buona fede di aiutare i propri figli adolescenti cercando di rassicurarli, invitandoli a comportarsi diversamente e a cercare nuovi stimoli in modo da superare le proprie paure. La spiegazione logica e razionale di fronte ad una problematica delicata ed irrazionale come la paura non basta, è necessario aiutare i nostri ragazzi proponendo visioni alternative, entrando dentro la logica della paura e cercando di non sostituirsi ai figli risolvendo i problemi al posto loro. 

Spesso di fronte ad una problematica di ansia è consigliabile rivolgersi ad uno specialista, in modo tale da intervenire con le giuste tempistiche e anticipare possibili complicazioni. 

Terapia Breve Strategica

La terapia breve strategica è un modello di psicoterapia particolarmente efficace nei casi di ansia adolescenziale che mira a ridurre i disturbi sin dalle prima sedute, in maniera da sbloccare la realtà problematica e favorire in breve tempo un cambiamento ed il raggiungimento di soluzioni efficaci, efficienti e durature nel tempo. 

Se vuoi saperne di più puoi consultare altri articoli presenti nel mio blog oppure puoi contattarmi al 340.41.90.915 via mail al seguente indirizzo: studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni.

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Tag: ansia, ansia generalizzata, ansia sociale, Attacchi di Panico, genitori, sintomi ansia

La storia delle dipendenze può aiutare a mettere in luce e a capire meglio la funzione che le sostanze hanno avuto nel corso del tempo ed il ruolo che hanno rivestito per la società. Durante l’incontro che ho svolto presso l’Università di Rovigo con gli studenti della facoltà di Scienze dell’educazione, ho cercato di fare una fotografia della diffusione delle sostanze e delle caratteristiche che la dipendenza ha assunto a partire dagli antichi egizi sino ai giorni nostri. 

In questo articolo cercherò di riassumere il viaggio che abbiamo fatto insieme agli studenti durante la giornata di formazione.

Mesopotamia, Antico Egitto, Grecia e Roma

La storia delle sostanze che possono dare dipendenza si intreccia fin dai tempi antichi al consumo di sostanze alcoliche. Nell’antichità gli oppiodi – ovvero le sostanze oppiacee, una miscela di alcaloidi ricavata dal papavero: Papaver somniferum – erano ben note ai Sumeri, ai babilonesi ed agli egizi,che utilizzavano l’oppio come anestetico, per ridurre il dolore, e come analgesico, come calmante, addirittura per non far piangere i bambini. Peraltro in Egitto era noto anche l’uso di bevande alcoliche come la birra, ritenuta un tonificante per le donne incinte, come testimonia unatavola del 2200 a.C.

Nella Grecia antica le Droghe erano considerate come sostanze che agiscono raffreddando, riscaldando, asciugando, umidificando contraendo e rilassando, o addormentando un modo cioè di curare l’organismo. Vino e birra erano consumati in grande quantità nei cerimoniali, così come pure sostanze quali hashish e altre appartenenti alla famiglia delle piante Solanaceae, come la Belladonna, avente proprietà antispasmiche, e la Mandragora, cui venivano accreditate virtù afrodisiache. Sostanze allucinogene venivano molto probabilmente consumate anche nel corso di cerimonie religiose, come simbolo spirituale d’iniziazione. A tal proposito sono noti i Misteri Eleusini, che si celebravano annualmente nell’antica città di Eleusi, nelle cui cerimonie rituali venivano consumate sostanze psichedeliche per creare un’atmosfera ed evocare l’aldilà. La dipendenza a livello di pericolosità sociale si concentrò invece sul vino, anche se i filosofi non si trovano tutti concordi a riguardo.

Nella Roma classica secondo Cesare fumare fiori di canapa era concesso per procurarsi ilarità e godimento. La Lex Corneliaunica norma sull’argomento dice: “Droga è una parola indifferente, che comprende sia ciò che serve a uccidere sia ciò che serve a curare, e i filtri d’amore, ma questa legge condanna solo ciò che viene usato per uccidere qualcuno”. Il grande medico Galeno prescriveva all’imperatore una porzione di oppio come antidolorifico ed il suo effetto anestetico, come già detto, era ben noto fin dall’antichità. La cosa che stupisce è che sebbene vi fossero consumatori regolari non sono documentate problematiche di ordine pubblico o privato, non sono riportati casi clinici e neppure si ha notizia di persone emarginatesocialmente. Invece il vino provocherà conflitti personali e collettivi (disordini, risse), anche se il suo consumo era proibito alle donne e ai minori di trentanni. 

Paganesimo, Islam e Medioevo

In opposizione al Cristianesimo, il Paganesimo vede nelle sostanze psicotrope l’azione di “spiriti neutri” che intensificano nel soggetto le sue inclinazioni naturali, buone o cattive, contribuendo alla conoscenza di se stesso. In questo senso possiamo intravvedere un collegamento con lo sciamanesimo e l’uso di sostanze e di alcol durante le cerimonie: usi magico-religiosi, sapere pagano contaminato dalla stregoneria.

Secondo le leggi islamiche non vi sono né droghe “sacre” né droghe “sacrileghe”. Maometto comunque proibì il vino, anche se non si può negare l’esistenza di un consumo di alcolici malgrado le pene severe per i contravventori. L’oppio nella cultura araba viene usato per indurre uno stato generale di euforia e nelle persone della terza età per sopportare i dispiaceri o addirittura per provocare l’eutanasia. AL-Ukbari, un erudito e saggio, sosteneva: Devi sapere che la legge islamica non proibisce il consumo di farmaci cordiali, con effetti come quelli dell’hashish, e poiché non vi è alcuna notizia sulla sua illiceità, il popolo considera che è permesso usarli. Ma l’uso dell’hashish non era sempre inteso in senso terapeutico. Nell’XI secolo la setta dei Nizariti, attiva in Persia ed in Siria, era nota come Setta degli Assassini– o più semplicemente Assassini– perché i loro feroci guerrieri ricorrevano alla pratica dell’omicidio a fini politici. Pare che il termine assassinipossa derivare dal sostantivo arabo al-Hashīshiyyūnossia coloro che sono dediti al consumo di hashish.

Durante il Medioevo droga, lussuria e stregoneria si intrecciano strettamente. L’uso religioso o ludico di sostanze diverse dall’alcol viene punito con la tortura o la morte, tuttavia è ampiamente riconosciuto il loro impiego nella fabbricazione di pozioni, pomate psicoattive, farmaci elementari.  Ledroghe” delle streghe nascondono ciò che è proibito per eccellenza e sarà l’Inquisizione ad occuparsi in modo spiccio della faccenda, bruciandole senza pietà sul rogo!

Nell’XI secolo oppio e canapa sono impiegati nelle pozioni curative di re, nobili e dagli stessi prelati; i medici traggono un grande e nuovo prestigio sociale usando l’oppio e la canapa a scopo terapeutico. La rinascita della farmacologia porta alla nascita dei primi ordini” di medici e speziali, fatto questo che ne aumenterà considerevolmente il prestigio, malgrado la considerazione che i loro preparati non siano molto diversi da quelli delle fattucchiere.

XIX e XX secolo

Con un salto nel tempo ci portiamo alle soglie del XIX secolo, quando ormai si possono contare almeno 70.000 medicinali con formula segreta che contengo in varie dosi sostanze psicoattive. 

Durante l’800 fu molto in voga l’uso del Laudano, un composto a base di oppio e alcool avente proprietà narcotiche, antidolorifiche e antispastiche simili a quelle degli oppiacei. Lo sciroppo a base di laudano veniva utilizzato dalle lavoratrici operaie inglesi per calmare i loro bambini.

La ricerca scientifica nel frattempo ha fatto passi da gigante e nel campo della farmacopea sono stati scoperti molti dei principali principi attivi delle sostanze. In particolare una delle più grandi scoperte nel 1804 è stata la morfina, uno degli alcaloidi dell’oppio utilizzato soprattutto in medicina, la cui commercializzazione avviene a partire dal 1817 come analgesico e nel trattamento della dipendenza da oppio e alcolici. Nel 1827 incomincia la sua produzione a livello industriale da parte di quella che diventerà una delle più importanti case farmaceutiche mondiali: la Merck.

Cinque volte più forte della morfina viene sintetizzata ed esce sul mercato la Diacetil morfina, meglio nota come eroina, così chiamata per e sue energiche virtù; grazie all’eroina introdotta sul mercato nel 1898 e all’aspirina (acido acetil-salicilico, commercializzato nel 1897) la ditta tedesca produttrice Bayer diventeràun colosso di rilevanza mondiale. 

Al contrario della morfina, l’eroina produce un aumento di attività, calma e riduce ogni sentimento di timore. Anche dosi minime fanno sparire ogni tipo di tosse. I morfinomani trattati con questa sostanza hanno perso immediatamente ogni interesse per la morfina”. 

La cocaina, forte agente stimolante del sistema nervoso centrale (CNS), è nota fin dall’antichità alle popolazioni del Sud America, che masticavano le foglie di coca come tonico, anestetico e per calmare i morsi della fame. Il principio attivo verrà isolato nel 1859 da parte di un farmacista tedesco e verrà inizialmente utilizzato come anestetico. Per lungo tempo in Europa una bevanda a base di vino e cocaina verrà venduta come tonico per il sistema nervoso e per curare la tristezza. Lo stesso Sigmund Freud era solito farne uso come antidepressivo, proponendolo addirittura in qualche caso anche ai pazienti. Nel 1886 un farmacista di Atlanta, negli Stati Uniti, brevettò la formula di un tonico in cui erano presenti anche le noci di cola, una miscela che, privata della cocaina, diventerà ben presto una delle bevande più note e consumate al mondo: la Coca Cola.

Nel 1900 tutte le droghe conosciute sono ormai in farmacia. Si contano persone dipendenti da oppio, morfina, eroina, ma il fenomeno richiama ancora poco l’interesse di giornali, riviste, opinione pubblica, magistratura e polizia. Si alzano però le prime voci di protesta: l’uso di sostanze anche se occasionale viene giudicato un vizio e viene considerato come una malattia contagiosa. Nel 1920 la prima legge sul proibizionismo vieta negli Stati Uniti la fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di sostanze alcoliche. Bisognerà attendere ancora qualche anno per l’estensione del concetto di proibizionismo a sostanze quali la cannabis, l’oppio, l’eroina, la cocaina; questo intervento proibizionista si espanderà a livello internazionale con il dichiarato intento di tutelare la salute pubblica dei cittadini

Gli anni ‘50 e ’70 del secolo scorso sono quelli dell’LSd e della Beat generation. Tra gli anni ‘30 e ‘50 vi fu una grandissima diffusione delle anfetamine: per curare ladepressione, impiegate come stimolanti ed antidepressivi per le truppe, etc., nel 1950 la loro diffusione è capillare. Sempre negli anni ’50 – ‘60 viene sintetizzatoun farmaco oppiaceo sintetico: il metadone, al cui uso iniziale come analgesico nella terapia del dolore cronico verrà affiancata anche la terapia per la riduzione della dipendenza da stupefacenti.

Nel 1938 a Basilea viene sintetizzata da Hofmann la molecola della dietilammide 25- dell’acido lisergico, meglio nota come LSD, una droga semisintetica estratta da un fungo parassita della segale chiamato ergot. Inizialmente molto utilizzato nel campo della psicoterapia, l’LSD venne commerciato dalla ditta Sandoz come farmaco (Delysid), con risultati eccezionali per il trattamento della schizofrenia, autismo, depressione e alcolismo. Le sue caratteristiche psichedeliche lo resero famoso negli anni ’60 presso la generazione hippy, di cui divenne addirittura un simbolo. A partire dagli anni ’70 ne viene riconosciuta la pericolosità ed attualmente è considerata una sostanza illegale.

La Beat Generationè un movimento giovanile che trovò una sua espressione anche in campo artistico, poeticoe letterario, sviluppandosinel secondo dopoguerraprincipalmente negli Stati Uniti. Nasce da un gruppo di scrittori americani e viene alla ribalta nel 1950, così come i fenomeni culturali da esso ispirati. Gli elementi centrali della cultura “Beat” sono l’anticonformismo, il rifiuto di norme imposte, l’innovazione dello stile letterario, la sperimentazione delledroghe, la sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, un rifiuto del materialismo, e rappresentazioni esplicite e crude della condizione umana. La Beat Generation è l’esempio della ribellione giovanile degli anni cinquanta, la “gioventù bruciata”; tra i suoi autori di riferimento più celebri troviamo Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Norman Mailer. I giovani beat sono sofferenti, viaggiano facendo l’autostop, spesso ricorrono all’alcool e alla droga ma il loro disagio sfocerà infine nella rivolta verso la borghesia statunitense e nel rifiuto e nella protesta contro la guerra in Vietnam.

Scavare nell’anima. Metterla a nudo. Rivelarla. Significa esattamente questo il termine psichedelia. Il termine, per derivazione, descrive anche una categoria di musica, arte visiva, moda, cinema, letteratura, fumettisticae cultura, associata originariamente agli anni sessanta: la cultura hippie(o hippy). In origine si tratta di un movimento giovanile che ha inizio negli Stati Uniti d’Americanel corso degli anni sessantae si diffonderà poi in tanti altri Paesi del mondo. La parola «hippie» deriva da «hipster», il cui significato si può tradurre come giovani “anticonformisti o alternativi”.

Queste persone avevano ereditato i valori sottoculturali della Beat Generation, creando una controcultura e proprie comunità che ascoltavano rock psichedelico, abbracciavano la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti come gli allucinogeni e la cannabis, al fine di esplorare e allargare lo stato di coscienza.

Ifigli dei fiori sono gli aderenti al movimento hippie abbigliati convestiti decorati a fiori o con vivacissime stoffe dai colori forti. Il loro ideale di pace e libertà erasintetizzabile in slogan quali “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” e “Fate l’amore, non la guerra”, che risuonavano in maniera fortemente criticanel periodo della guerra del Vietnam. La ricerca sfrenata della totale libertà era il significato insito nel loro stile di vita. Questo movimento toccò particolarmente l’opinione pubblica, tanto da stimolare l’interesse diregisti e cantanti.

A partire dagli anni ‘80del secolo scorso sul mercato illegale compaiono moltisurrogati: cocaine artificiali, ecstasy, crack. L’Ecstasy, o MDMA, è una droga sintetica con effetti fortemente stimolanti che ha trovato diffusione a partire dagli anni novanta soprattutto nei rave party; viene assunta solitamente sotto forma di pastiglie o sciolta in un liquido o anche fumata. L’ecstasy facilita la comunicazione soggettiva, l’empatia e l’accesso a sentimenti repressi.

E al giorno d’oggi? Cosa caratterizza la nostra realtà ed il fenomeno della dipendenza? Segui il mio blog per saperne di più.

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Bibliografia:

“Piccola storia delle droghe. Dall’antichità ai giorni nostri” Antonio Escohotado 2008, Donzelli.

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Tag: dipendenza da droghe, dipendenza nella storia, dipendenze, sostanze stupefacenti, storie di dipendenza

Sabato 25 maggio: TEDxPAdova 2019, in una sola parola: emozionante. Probabilmente è una definizione scontata, tuttavia devo ammettere che dal mio punto di vista è stato un evento unico. 

Come immagino sappiate, TED è un’organizzazione no-profit il cui obiettivo è quello di facilitare la diffusione di idee di valore attraverso conferenze che coprono una grande varietà di argomenti, dalla scienza, al business, alle tematiche globali. TEDxPadova nasce nel 2014 per l’intraprendenza di un gruppo di giovani che hanno un unico stimolante obiettivo: condividere idee innovative in modo da pensare ad un futuro migliore.

In questo articolo vorrei portarvi dietro le quinte, raccontarvi alcuni momenti chiave di questa grande manifestazione e anche i contenuti più significativi degli speaker che sono intervenuti inquesta edizione.

Rinascita

Il filo conduttore di quest’anno è stato il tema della “Rinascita”, la cornice dell’evento quel Palazzo della Ragione, noto anche come “salone”, antica sede dei tribunali cittadini, che rappresenta il cuore pulsante della città di Padova. Gli speaker hanno proposto i loro contributi partendo da diverse prospettive: economiche, mediche, scientifiche, sportive, sociali e culturali, emozionando il numeroso pubblico e l’intero team di TEDxPadova. 

Vorrei iniziare dalla fine e cioè dall’ultimo intervento, quello della splendida Drusilla Foer che ci ha guidato in un viaggio di contraddizioni e paradossi, sottolineando che la ri-nascita deve essere interpretata partendo da diverse angolazioni. Più che parlare di ri-nascita in senso stretto bisogna ri-appropriarsi della propria consapevolezza personale, bisogna continuare a ri-amare l’esistenza e a ri-scoprire il valore delle cose e della vita in generale. Parole forti, contenuti di qualità, un finale pazzesco che ha reso l’idea di come ri-nascere sia una sorta di cambiamento, di come dobbiamo essere flessibili e sforzarci di vedere la realtà sempre da punti di vista differenti e sempre nuovi. 

Scienza e medicina: quando la rinascita è una ri-scoperta

Dal punto di vista medico, il Dott. Gino Gerosa ha incantato parlando del progetto di ricerca al quale sta lavorando per sviluppare un cuore biologico che potrebbe significare una ri-nascita vera e propria per moltissimi pazienti. Invece la Dott.ssa Biffi ci ha spiegato l’importanza della terapia genica per introdurre nuove sequenze di DNA, questa modalità di trattamento potrebbe offrire un futuro senza malattie a centinaia di pazienti. Jasmine Abdulcadir ha parlato del suo lavoro di cura con donne e bambine che presentano mutilazioni genitali; un impegno la cui difficoltà principale è proprio quella di aiutare la donna ad entrare in un’ottica di cambiamento a 360 gradi, una rinascita complessa e difficile, ma possibile.

Sara Buson, astrofisica che ha lavorato alla NASA, ci ha invitato a “toccare con mano” i neutrini, messaggeri cosmici affascinanti che possono farci scoprire nuove frontiere. Ed infine il carismatico Koen Van Pottelbergh, che ci ha fatto percepire cosa significhi non vedere e poi ri-cominciare a poter nuovamente vedere con i suoi occhiali speciali.

La rinascita dalle altre prospettive

Vorrei dedicare un plauso speciale ad Eric Barbizzi, che a soli quindici anni ha mostrato la forza di un grande e sul palco ci ha convinti tutti a ri-cominciare a guardare al nostro ambiente in maniera diversa e più responsabile. Uljan Sharka ha ricordato che l’informazione ha un ruolo fondamentale nella nostra vita e che solo la conoscenza può fare veramente la differenza. Mentre Tezeta Abrahm ha richiamato la battaglia costante per i diritti umani e per l’integrazione sociale in Italia; il Professor Villa ci ha entusiasmato con la sua vivacità, ricordando il ruolo dell’arte nei processi di rinascita. 

Dan Peterson, una vera leggenda dello sport, poco prima di salire sul palco per il suo talk dedicato alle rivincite sportive, mi ha raccontato alcuni aneddoti su Mike Bongiorno, sottolineandone la grande precisione e professionalità, lasciandomi senza fiato e forse anche stemperando un po’ la tensione di entrambi. 

Infine Armando Armas attivista e parlamentare venezuelano che ha dato inizio allo spettacolo del TEDxPadova con una grinta ed un’energia che hanno trascinato il pubblico in un lungo applauso. 

Il team

Questa entusiasmante esperienza non sarebbe stata possibile senza il fantastico gruppo che ha lavorato per il TEDxPadova 2019, il team che ha curato la comunicazione, la logistica, la gestione dei partner di “team speaker”, di cui ho fatto parte anch’io ed il team “legale”.

Ogni pedina è stata essenziale per far si che questo evento potesse funzionare al meglio, per far quadrare ogni criticità e per valorizzare ogni performance, comprese quelle musicali e di danza. Vorrei chiudere questo articolo ringraziando il pubblico presente all’evento e richiamando un breve aforisma proposto da uno dei nostri speaker, Uljan Sharka, che mi ha colpito e nel quale credo infinitamente:

“Knowledge is the human superpower”

“La conoscenza è il superpotere dell’uomo”

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Tag: Public Speaking, TEDxPadova, TEDxPadova 2019

“Curare l’ansia” forse non è una espressione del tutto appropriata, di solito preferisco parlare di gestione dell’ansia. Ciò non significa che l’ansia non possa essere completamente superata, spesso una delle principali preoccupazioni dei pazienti è proprio connessa al completo superamento delle spiacevoli sensazioni di paura e di panico che si accompagnano all’ansia. 

Quello che intendo con cura dell’ansia consiste nell’appropriarsi di tecniche e strategie che possono aiutare la persona ad affrontare le situazioni, gli eventi e le realtà che vengono vissute come minacciose. In particolare costruendo dei circoli virtuosi che al solo arrivare della sensazione di paura si attivano e ci consentono di non sentirsi sopraffatti e di rispondere in maniera adeguata e positiva. 

Ricordiamoci che in fondo la paura è una normale emozione che tutti sperimentiamo e che può avere anche una valenza positiva, perché ci protegge in caso di minaccia.

Come curare l’ansia

Per curare l’ansia dobbiamo iniziare a sbloccare quei tentativi di soluzione che mettiamo in campo per cercare di tutelarci e di superare la paura, ma che invece di farci star meglio complicano ulteriormente la situazione. Parlo di quei tentativi di soluzione che riteniamo efficaci per superare le sensazioni di inquietudine e di apprensione determinate sia da una situazione specifica (es. guidare la macchina, gli spazi aperti o chiusi, la paura di un animale, …), che dalla quotidianità in generale (es. la paura pervasiva di tutto quello che ci circonda). 

Solitamente il tentativo messo in atto è quello di provare a non essere colti di sorpresa dall’ansia, cercando nello specifico di evitare quelle emozioni spiacevoli di sofferenza e paura legate proprio alla realtà vissuta come minacciosa.

Tali forme di “evitamento”- note nella pratica clinica come “soluzione disfunzionale” – sebbene riescano a favorire un superamento momentaneo della paura non facendola percepire al soggetto, in realtà non fanno altro che aggravarne la sintomatologia. Solo evitando di evitareil soggetto riuscirà veramente a superare la paura patologica. 

Un ulteriore tentativo di soluzione che sembra tutelarci, ma che in realtà può portare fuori strada, è quello di ricorrere all’aiuto di un familiare, un collega o amico. Per evitare di avere una crisi e sentirci male, ci facciamo aiutare da una persona di fiducia, solo in questo modo riusciamo ad affrontare la situazione che ci spaventa. In realtà questa è una ammissione implicita del fatto che da soli non riusciamo ad affrontare la situazione che ci preoccupa ed avremo sempre bisogno di qualcuno per superare la prova.

Curare l’ansia: un caso reale

L’esperienza di Edoardo (nome di fantasia) riassume in maniera chiara le due tentate soluzioni sopradescritte. Dopo aver lavorato in tutta Italia, utilizzando ogni tipo di mezzo: il treno, la macchina, l’aereo, improvvisamente Edoardo ha iniziato ad avvertire una sensazione spiacevole, uno sorta di eccessiva preoccupazione, sfociata infine in un attacco di panico in macchina ed un altro in treno. Ad un iniziale momento di reazione logica a quanto accaduto è seguito un altro di forte sconforto, una paura crescente di prendere la macchina, che lo ha indotto a farsi accompagnare da un collega in ogni trasferta di lavoro. Il dubbio di non riuscire a guarire e le preoccupazioni conseguenti hanno generato una paura diffusa, non solo per quello che riguardava la guida o i mezzi di trasporto, ma addirittura anche andare a comprarsi un paio di occhiali da sole lo gettava nel panico. Non sapendo più cosa fare Edoardo si rivolge al mio studio. 

Il lavoro principale si è subito incentrato nel favorire un abbassamento della paura patologica per riportarla ad un livello di normalità. Ci siamo calati in maniera paradossale nelle sue peggiori preoccupazioni e paure attraverso la strategia della mezz’ora di passione. Ogni giorno Edoardo hadovuto ritagliarsi una mezz’ora di tempo nella quale isolarsi e calarsi nelle sue paure e preoccupazioni, sforzandosi di stare peggio che potesse. Questa tecnica, con il suo funzionamento paradossale, gli ha fatto vivere un’esperienza nuova: più cercava la paura e più non riusciva a trovarla, anzi riusciva addirittura a sentirsi bene, e a rilassarsi al punto di rischiare di addormentarsi. 

A seguito di questa prima fase di intervento e attraverso questa esperienza positiva è stato possibile in una seconda fase calibrare la strategia migliore per fare in modo che Edoardo, giorno dopo giorno, prendesse maggiormente consapevolezza delle sue capacità e di come gestire l’ansia in ogni situazione. La terapia ha avuto un ottimo successo, con una riduzione totale delle crisi di ansia e una rinnovata capacità di affrontare le situazioni stressanti. 

Edoardo è riuscito nuovamente e a mettersi al volante e a prendere il treno senza più ricorrere alle soluzioni disfunzionali che lo avevano limitato.

Se senti di avere una problematica di ansia  contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

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Ansia sociale: la paura del rifiuto

18 Luglio 2019

Mi occupo di cura della dipendenza a Padova, Vicenza, Treviso ormai da quindici anni, in ambiti diversi: dalla prevenzione nelle scuole (coinvolgendo adolescenti e insegnanti), al lavoro in clinica (cura, riabilitazione e reinserimenti di pazienti con dipendenze varie: alcol, sostanze o altro come il gioco d’azzardo). Per promuovere una cultura del benessere e aumentare le conoscenze rispetto alle diverse dipendenze, nel corso del tempo ho promosso e partecipato a diversi progetti sia nel privato che anche in collaborazione con il servizio per le dipendenze.

Attraverso questo articolo, vorrei portare un paio di esempi di terapia sulle dipendenze, per raccontare due diverse tipologie di intervento in questo ambito. 

Cocaina e crack

Carlo (nome di fantasia) ha iniziato a fare uso di cocaina in modo sporadico, nelle serate con gli amici, il sabato sera, per approdare poi al crack sempre allo stesso modo: una serata tra amici, solo per provare. Questo però gli ha creato una vera e propria dipendenza: una necessità costante e ossessiva della sostanza, tutto il resto passa in secondo piano (affetti, famiglia, lavoro, …). In breve tempo perde molto peso, ma perde anche percezione di se stesso e del proprio futuro.

Carlo arriva in studio dopo dieci anni di consumo ed un percorso in comunità andato male. Il percorso di terapia, in questo caso, s’incentra sulla gestione delle emozioni del paziente: Carlo sfoga una rabbia particolare nei confronti delle persone che gli stanno vicino, ma è un sentimento che in realtà prova verso se stesso, per la vita che sta conducendo e per l’insoddisfazione che ne consegue. La dipendenza da crack o cocaina modifica il modo di percepire e vivere la realtà, ma il caso di Carlo può aiutare a capire che con la giusta combinazione di motivazione e voglia di rimettersi in discussione è possibile uscire dalla dipendenza. Ad oggi non sta più assumendo crack e a distanza di un anno non si segnalano più ricadute.

Cannabis in età adolescenziale

Marco (nome di fantasia) ha diciassette anni, da circa tre fuma cannabinoidi. Per poter fumare gratis si è fatto prendere la mano, ed ha iniziato a spacciare, in modo da guadagnarsi qualche soldo da spendere in scarpe e vestiti. 

Il consumo di cannabis, ma in generale di ogni sostanza in età adolescenziale, è piuttosto pericoloso: porta ad un’alterazione nella percezione di se, ma conduce anche a vivere le emozioni in modo distorto e alterato, in una fase in cui viverle autenticamente è fondamentale per la crescita del soggetto. 

Marco è un ragazzo sveglio: non indentifica bene il problema, ma si rende conto di vivere una serie di difficoltà, in particolare nella relazione con i genitori, e il fumo lo tranquillizza, andando a sopire le emozioni più difficili da gestire, di sofferenza e rabbia. 

Il lavoro terapeutico condotto prima singolarmente con il ragazzo, e poi con i famigliari, ha portato ad ottimi risultati: il fumo si è ridotto notevolmente, e poco alla volta si è ristabilita la relazione tra Marco e i genitori. Nella fase dell’adolescenza è importante aiutare i ragazzi a responsabilizzarsi, ma è altrettanto utile accompagnarli e supportarli, in modo da far loro comprendere che la famiglia può essere una risorsa su cui si può fare affidamento. 

Ti rivedi in queste storie? Senti di avere una dipendenza per una sostanza stupefacente, per il gioco d’azzardo o una dipendenza affettiva? Mi occupo di cura delle dipendenze a Padova Vicenza e Treviso chiamami al 340.41.90.915 o scrivimi in privato compilando il form qua sotto per maggiori informazioni o per fissare un un appuntamento.

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Tag: dipendenza da cannabis, dipendenza da cocaina, dipendenze, storie di dipendenza

Se dovessimo dare una definizione di emozioni” immagino che ciascuno di noi si riferirebbe agli stati d’animo provocati da un evento che stimola o ha stimolato il nostro sistema percettivo sensoriale.

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita, possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi nelle sfide quotidiane, familiari, lavorative o sportive. Possono diventare il motore della crescita personale, possono favorire i nostri successi, ma possono in qualche caso anche metterci i bastoni tra le ruote e diventare un vero e proprio ostacolo insormontabile. 

In qualità di psicologo e psicoterapeuta a contatto quotidianamente con le tematiche emotive, riscontro sempre più persone che faticano ad accettare alcuni loro stati emotivi, riconoscendoli come estranei o invasivi. L’articolo di oggi mira a far conoscere meglio la tematica relativa alle emozioni e soprattutto a metterla in relazione con la capacità di raggiungere i nostri obiettivi personali e di crescita.

Emozioni cosa sono

Per dare una definizione di emozioni dobbiamo prendere in esame le diverse teorie che le definiscono. Dal punto di vista biologico le emozioni possono essere definite come il processo bio-genetico che attraverso circuiti fisiologici e neuronali distingue e determina impressioni, suggestioni, turbamenti, stati d’animo emotivi. 

Secondo la prospettiva costruzionista le emozioni si definiscono in base al contesto e alla cornice di riferimento, dunque a seconda della situazione e dei momenti che la persona si trova a vivere. In questa ottica le emozioni si possono considerare come degli stati d’animo mutevoli, di attivazione fisiologica, che si innescano in funzione degli stimoli che la persona subisce nei vari momenti della giornata e più in generale della vita. 

Una terza prospettiva vede le emozioni in un’ottica maggiormente cognitiva, e dunque come una valutazione che la persona fa degli eventi a seconda dell’importanza che vi attribuisce ed in base ai propri scopi e ai bisogni personali. 

Un aspetto comune alle diverse teorie sulle emozioni è quello di essere caratterizzate da diverse componenti: biologiche, situazionali e di valutazione del contesto. Le varie teorie mettono in risalto gli aspetti relativi alle sensazioni affettive, alle diverse variazioni fisiologiche compresi i cambiamenti a livello espressivo, sia facciale che della voce e della postura. 

Conoscere cosa sono le emozioni ci permette di capire meglio il funzionamento di quest’ultime in relazione agli obiettivi che ci prefiggiamo nella vita di tutti i giorni.

Emozioni e obiettivi personali

Le emozioni con la loro valenza affettiva ed energia di attivazione sono delle potenti alleate della nostra motivazione. Nei momenti in cui siamo più “attivati”a livello emotivo possiamo migliorare le nostre capacità di memoria, di ragionamento e decisionali. Quando a livello individuale siamo focalizzati sul compito e riusciamo a vivere una sensazione di piacevolezza nell’eseguirlo, siamo in grado di dare il massimo, di prendere le decisioni migliori e di ottenere il risultato sperato. 

Se ad esempio devo svolgere un intervento di fronte ad una platea di persone e mi sento emotivamente affascinato e felice di poter dare il mio contributo, allora riuscirò a salire sul palco con una carica, una determinazione ed un’energia che favoriranno la mia performance. Così come se sono molto arrabbiato per un errore che ho commesso durante il lavoro posso provare ad indirizzare questa energia negativa nella direzione di una maggiore concentrazione, per evitare lo stesso tipo di errore la volta successiva.

Accanto a questa funzionalità delle emozioni dobbiamo tuttavia considerare anche una visione più “disfunzionale”, e di conseguenza negativa, delle emozioni, ovvero quando queste ultime invece di essere una risorsa diventano un limite. Quando ad esempio l’intensità ed il perdurare di un determinato stato emotivo invece di aiutarci a prendere decisioni o ad essere maggiormente concentrati ci porta fuori strada e non ci fa vedere le cose con la necessaria lucidità. Se mi lascio opprimere dalla rabbia per un errore commesso, se non riesco a canalizzarla in energia positiva, il rischio è che l’emozione possa diventare un problema invece che una risorsa preziosa. 

Come rendere funzionali le emozioni

Per favorire un sempre migliore funzionamento delle emozioni è necessario cercare di regolarle e gestirle il più possibile, favorendo innanzi tutto la consapevolezza del nostro stato emotivo attraverso l’ascolto interpersonale, ossia favorendo un ascolto differente, cognitivamente più funzionale.

Il dolore, ad esempio, può anche essere “ascoltato”, accettato, invece che negato; in questo modo non ci affranchiamo dalla momentanea sofferenza che lo accompagna ma l’esperienza significativa è quella di aver vissuto il dolore, di averlo metabolizzato e di esserne uscito. 

Questo approccio ci aiuta a cambiare il nostro modo di vivere le esperienze, sia dal punto di vita fisiologico che da quello comportamentale, ci fa entrare in un’ottica di maggiore flessibilità, di ascolto di se stessi ed infine dicambiamento.

Se senti che non riesci a padroneggiare o a gestire le emozioni può esserti utile un percorso di psicoterapia per rimodulare le tue esperienze emotive e trovare un nuovo equilibrio psico-fisico. Per maggiori info contattami al 340.41.90.915 o compila il form nel seguente link.

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

La paura del giudizio è una forma di paura radicata in ciascuno di noi, una paura che ci stimola a cercare di sbagliare il meno possibile per evitare brutte figure di fronte agli altri. Molto spesso tendiamo a negare l’errore fingendo di non avere realmente sbagliato, ma la situazione si complica quando con l’intento di non sbagliare iniziamo ad evitare tutte quelle situazioni che potrebbero metterci a disagio. Comincia così un viaggio senza ritorno nel quale ogni situazione, ogni momento di interazione con gli altri, diventa una vera e propria fonte di disagio, alla quale cerchiamo in ogni modo di sfuggire.

Il giudizio è un concetto insito nella nostra cultura, a cominciare dalla scuola dove il voto è vissuto come qualcosa di fondamentale, così tanto temuto da rendere a volte infernale la vita degli studenti. Al lavoro il concetto di giudizio si esprime nella “valutazione” delle prestazioni, cioè nel riscontro del capo riguardo alle nostre capacità tecniche, relazionali e comunicative all’interno dell’azienda. Quando svolgo corsi di formazione in azienda, al solo pronunciare la parola “valutazione”, gli animi si scaldano. Mi piace quindi parlare più di feedback, ma indipendentemente dal termine che usiamo, il giudizio è comunque ed in ogni contesto un’arma a doppio taglio: sebbene ci aiuti a crescere è comunque particolarmente temuto.

La paura del giudizio: il caso di Michela

Michela (nome di fantasia) è una giovane studentessa universitaria al terzo anno di medicina; i primi due anni sono andati a gonfie vele, il terzo invece è diventato un tormento. Durante una mattina in biblioteca ha iniziato ad avvertire delle strane sensazioni di ansia che si sono rapidamente trasformate in un vero e proprio attacco di panico. In un primo momento Michela attribuisce il problema all’eccessivo caldo di inizio settembre e ad un calo di zuccheri, invece purtroppo anche nei giorni seguenti il solo avvicinarsi all’università e all’aula degli esami le genera una paura insuperabile. Decide allora di chiudere temporaneamente con lo studio e di non affrontare gli esami. 

Fatalmente questa paura del giudizio e di non essere all’altezza la porta a temere anche il giudizio dei compagni per non essere riuscita a sostenere tutti gli esami del terzo anno. Sa bene che questo problema non sussiste perché molti altri suoi compagni risultano indietro, tuttavia sente forte il peso del loro giudizio e preferisce allontanarsi dall’università. Per non stare con le mani in mano trova lavoro come cameriera ma inconsciamente si rende conto della necessità di affrontare il problema se davvero vuole concludere il percorso di studi.

La peggiore fantasia

Michela è arrivata nel mio studio con le idee confuse, ha affrontato la terapia in maniera diffidente perché non aveva fiducia di potercela fare. Il lavoro terapeutico si è quindi incentrato sull’obiettivo di favorire fin da subito un miglioramento attraverso una riduzione delle sue paure nei confronti dell’università e del giudizio in generale. Adottando la tecnica della peggiore fantasia M. ha rivissuto l’ansia provata quella prima volta in biblioteca, senza tuttavia arrivare a sperimentare gli stessi effetti fisiologici. La tecnica consiste nel chiedere alle persone di calarsi nelle loro peggiori paure e preoccupazioni, in un preciso lasso di tempo nel corso della giornata. Quella che potrebbe apparire a tutta prima come una sorta di “tortura” è invece una strategia altamente paradossale. Infatti durante la mezz’ora in cui il paziente si concentra sulle proprie angosce, la paura viene affrontata in quella maniera diretta che ne favorisce la presa di coscienza ed il superamento. La paura si trasforma in coraggio, questo è il risultato ultimo dell’applicazione di una tecnica basata sul paradosso.

Attraverso la terapia Michela è riuscita nuovamente a trovare la fiducia in se stessa, si è liberata dalle proprie ansie, è tornata in università e ha completato gli esami del terzo anno: ormai gestisce la paura e l’eccessiva tensione con le nuove strategie apprese, senza più esserne travolta.

Se anche tu soffri di ansia e vuoi saperne di più contattami al 3404190915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, paura, paura del giudizio, Terapia Breve Strategica

Ansia e adolescenza cosa fare, è una domanda che spesso i genitori si pongono cercando delle risposte. L’adolescenza è il periodo caratteristico dell’ansia. Nell’adolescenza i ragazzi faticano a capire e a gestire le emozioni che vivono, spesso per la paura di non essere capiti o di essere rifiutati dal mondo dei compagni e da quello degli adulti. La conseguenza può risultare facilmente in una compromissione dello sviluppo della personalità e delle competenze personali.

Ansia in adolescenza: quali sono le forme più comuni

Una delle principali preoccupazioni in età adolescenziale è collegata ad una sensazione di paura generalizzata e diffusa. I timori si concentrano soprattutto sul futuro e sulla paura di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi, anche quelli più semplici ed immediati, o, più in generale, una vita soddisfacente. Spesso questa tipologia di ansia è legata ai dubbi che assillano un adolescente riguardo alle scelte che gli si prospettano davanti: dalla decisione impegnativa su quali studi intraprendere a quale possa essere lo sport ideale o addirittura su quale sia la sua reale identità. La sensazione di derealizzazione o spersonalizzazione fa vivere l’adolescente in uno stato di preoccupazione più o meno intensa, come se davvero non potesse vivere la vita che può e vuole scegliere di vivere.

Tra le principali paure vi è quella di sentirsi male, di rischiare di morire, accompagnata da sensazioni fisiologiche di intensa agitazione quali tachicardia e forte tensione a livello addominale. Oppure la paura di poter perdere il controllo e di conseguenza rischiare delle brutte figure di fronte a tutti. Un paziente adolescente racconta della paura di potersela fare addosso che lo limita e lo porta a cercare di evitare ogni situazione percepita come pericolosa.

Spesso si segnala una forma di ansia sociale legata alla preoccupazione del rapporto con i propri pari, che induce l’adolescente a cercare di evitare qualsiasi circostanza che potrebbe generare un rifiuto da parte dei propri compagni o degli amici. Questa tentata soluzione, nota con il termine tecnico di “evitamento”, nel tempo tuttavia  si rivela controproducente, perché sebbene nella circostanza contingente venga percepita dall’adolescente come una sorte di tutela, in realtà innesca una spirale di continui evitamenti dalla quale il soggetto non riesce più ad uscire

Cosa fare con problematiche di ansia in adolescenza

I genitori, come già sottolineato in alcuni articoli del mio blog, molto spesso pensano in buona fede di aiutare i propri figli adolescenti cercando di rassicurarli, invitandoli a comportarsi diversamente e a cercare nuovi stimoli in modo da superare le proprie paure. La spiegazione logica e razionale di fronte ad una problematica delicata ed irrazionale come la paura non basta, è necessario aiutare i nostri ragazzi proponendo visioni alternative, entrando dentro la logica della paura e cercando di non sostituirsi ai figli risolvendo i problemi al posto loro. 

Spesso di fronte ad una problematica di ansia è consigliabile rivolgersi ad uno specialista, in modo tale da intervenire con le giuste tempistiche e anticipare possibili complicazioni. 

Terapia Breve Strategica

La terapia breve strategica è un modello di psicoterapia particolarmente efficace nei casi di ansia adolescenziale che mira a ridurre i disturbi sin dalle prima sedute, in maniera da sbloccare la realtà problematica e favorire in breve tempo un cambiamento ed il raggiungimento di soluzioni efficaci, efficienti e durature nel tempo. 

Se vuoi saperne di più puoi consultare altri articoli presenti nel mio blog oppure puoi contattarmi al 340.41.90.915 via mail al seguente indirizzo: studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni.

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Tag: ansia, ansia generalizzata, ansia sociale, Attacchi di Panico, genitori, sintomi ansia

La storia delle dipendenze può aiutare a mettere in luce e a capire meglio la funzione che le sostanze hanno avuto nel corso del tempo ed il ruolo che hanno rivestito per la società. Durante l’incontro che ho svolto presso l’Università di Rovigo con gli studenti della facoltà di Scienze dell’educazione, ho cercato di fare una fotografia della diffusione delle sostanze e delle caratteristiche che la dipendenza ha assunto a partire dagli antichi egizi sino ai giorni nostri. 

In questo articolo cercherò di riassumere il viaggio che abbiamo fatto insieme agli studenti durante la giornata di formazione.

Mesopotamia, Antico Egitto, Grecia e Roma

La storia delle sostanze che possono dare dipendenza si intreccia fin dai tempi antichi al consumo di sostanze alcoliche. Nell’antichità gli oppiodi – ovvero le sostanze oppiacee, una miscela di alcaloidi ricavata dal papavero: Papaver somniferum – erano ben note ai Sumeri, ai babilonesi ed agli egizi,che utilizzavano l’oppio come anestetico, per ridurre il dolore, e come analgesico, come calmante, addirittura per non far piangere i bambini. Peraltro in Egitto era noto anche l’uso di bevande alcoliche come la birra, ritenuta un tonificante per le donne incinte, come testimonia unatavola del 2200 a.C.

Nella Grecia antica le Droghe erano considerate come sostanze che agiscono raffreddando, riscaldando, asciugando, umidificando contraendo e rilassando, o addormentando un modo cioè di curare l’organismo. Vino e birra erano consumati in grande quantità nei cerimoniali, così come pure sostanze quali hashish e altre appartenenti alla famiglia delle piante Solanaceae, come la Belladonna, avente proprietà antispasmiche, e la Mandragora, cui venivano accreditate virtù afrodisiache. Sostanze allucinogene venivano molto probabilmente consumate anche nel corso di cerimonie religiose, come simbolo spirituale d’iniziazione. A tal proposito sono noti i Misteri Eleusini, che si celebravano annualmente nell’antica città di Eleusi, nelle cui cerimonie rituali venivano consumate sostanze psichedeliche per creare un’atmosfera ed evocare l’aldilà. La dipendenza a livello di pericolosità sociale si concentrò invece sul vino, anche se i filosofi non si trovano tutti concordi a riguardo.

Nella Roma classica secondo Cesare fumare fiori di canapa era concesso per procurarsi ilarità e godimento. La Lex Corneliaunica norma sull’argomento dice: “Droga è una parola indifferente, che comprende sia ciò che serve a uccidere sia ciò che serve a curare, e i filtri d’amore, ma questa legge condanna solo ciò che viene usato per uccidere qualcuno”. Il grande medico Galeno prescriveva all’imperatore una porzione di oppio come antidolorifico ed il suo effetto anestetico, come già detto, era ben noto fin dall’antichità. La cosa che stupisce è che sebbene vi fossero consumatori regolari non sono documentate problematiche di ordine pubblico o privato, non sono riportati casi clinici e neppure si ha notizia di persone emarginatesocialmente. Invece il vino provocherà conflitti personali e collettivi (disordini, risse), anche se il suo consumo era proibito alle donne e ai minori di trentanni. 

Paganesimo, Islam e Medioevo

In opposizione al Cristianesimo, il Paganesimo vede nelle sostanze psicotrope l’azione di “spiriti neutri” che intensificano nel soggetto le sue inclinazioni naturali, buone o cattive, contribuendo alla conoscenza di se stesso. In questo senso possiamo intravvedere un collegamento con lo sciamanesimo e l’uso di sostanze e di alcol durante le cerimonie: usi magico-religiosi, sapere pagano contaminato dalla stregoneria.

Secondo le leggi islamiche non vi sono né droghe “sacre” né droghe “sacrileghe”. Maometto comunque proibì il vino, anche se non si può negare l’esistenza di un consumo di alcolici malgrado le pene severe per i contravventori. L’oppio nella cultura araba viene usato per indurre uno stato generale di euforia e nelle persone della terza età per sopportare i dispiaceri o addirittura per provocare l’eutanasia. AL-Ukbari, un erudito e saggio, sosteneva: Devi sapere che la legge islamica non proibisce il consumo di farmaci cordiali, con effetti come quelli dell’hashish, e poiché non vi è alcuna notizia sulla sua illiceità, il popolo considera che è permesso usarli. Ma l’uso dell’hashish non era sempre inteso in senso terapeutico. Nell’XI secolo la setta dei Nizariti, attiva in Persia ed in Siria, era nota come Setta degli Assassini– o più semplicemente Assassini– perché i loro feroci guerrieri ricorrevano alla pratica dell’omicidio a fini politici. Pare che il termine assassinipossa derivare dal sostantivo arabo al-Hashīshiyyūnossia coloro che sono dediti al consumo di hashish.

Durante il Medioevo droga, lussuria e stregoneria si intrecciano strettamente. L’uso religioso o ludico di sostanze diverse dall’alcol viene punito con la tortura o la morte, tuttavia è ampiamente riconosciuto il loro impiego nella fabbricazione di pozioni, pomate psicoattive, farmaci elementari.  Ledroghe” delle streghe nascondono ciò che è proibito per eccellenza e sarà l’Inquisizione ad occuparsi in modo spiccio della faccenda, bruciandole senza pietà sul rogo!

Nell’XI secolo oppio e canapa sono impiegati nelle pozioni curative di re, nobili e dagli stessi prelati; i medici traggono un grande e nuovo prestigio sociale usando l’oppio e la canapa a scopo terapeutico. La rinascita della farmacologia porta alla nascita dei primi ordini” di medici e speziali, fatto questo che ne aumenterà considerevolmente il prestigio, malgrado la considerazione che i loro preparati non siano molto diversi da quelli delle fattucchiere.

XIX e XX secolo

Con un salto nel tempo ci portiamo alle soglie del XIX secolo, quando ormai si possono contare almeno 70.000 medicinali con formula segreta che contengo in varie dosi sostanze psicoattive. 

Durante l’800 fu molto in voga l’uso del Laudano, un composto a base di oppio e alcool avente proprietà narcotiche, antidolorifiche e antispastiche simili a quelle degli oppiacei. Lo sciroppo a base di laudano veniva utilizzato dalle lavoratrici operaie inglesi per calmare i loro bambini.

La ricerca scientifica nel frattempo ha fatto passi da gigante e nel campo della farmacopea sono stati scoperti molti dei principali principi attivi delle sostanze. In particolare una delle più grandi scoperte nel 1804 è stata la morfina, uno degli alcaloidi dell’oppio utilizzato soprattutto in medicina, la cui commercializzazione avviene a partire dal 1817 come analgesico e nel trattamento della dipendenza da oppio e alcolici. Nel 1827 incomincia la sua produzione a livello industriale da parte di quella che diventerà una delle più importanti case farmaceutiche mondiali: la Merck.

Cinque volte più forte della morfina viene sintetizzata ed esce sul mercato la Diacetil morfina, meglio nota come eroina, così chiamata per e sue energiche virtù; grazie all’eroina introdotta sul mercato nel 1898 e all’aspirina (acido acetil-salicilico, commercializzato nel 1897) la ditta tedesca produttrice Bayer diventeràun colosso di rilevanza mondiale. 

Al contrario della morfina, l’eroina produce un aumento di attività, calma e riduce ogni sentimento di timore. Anche dosi minime fanno sparire ogni tipo di tosse. I morfinomani trattati con questa sostanza hanno perso immediatamente ogni interesse per la morfina”. 

La cocaina, forte agente stimolante del sistema nervoso centrale (CNS), è nota fin dall’antichità alle popolazioni del Sud America, che masticavano le foglie di coca come tonico, anestetico e per calmare i morsi della fame. Il principio attivo verrà isolato nel 1859 da parte di un farmacista tedesco e verrà inizialmente utilizzato come anestetico. Per lungo tempo in Europa una bevanda a base di vino e cocaina verrà venduta come tonico per il sistema nervoso e per curare la tristezza. Lo stesso Sigmund Freud era solito farne uso come antidepressivo, proponendolo addirittura in qualche caso anche ai pazienti. Nel 1886 un farmacista di Atlanta, negli Stati Uniti, brevettò la formula di un tonico in cui erano presenti anche le noci di cola, una miscela che, privata della cocaina, diventerà ben presto una delle bevande più note e consumate al mondo: la Coca Cola.

Nel 1900 tutte le droghe conosciute sono ormai in farmacia. Si contano persone dipendenti da oppio, morfina, eroina, ma il fenomeno richiama ancora poco l’interesse di giornali, riviste, opinione pubblica, magistratura e polizia. Si alzano però le prime voci di protesta: l’uso di sostanze anche se occasionale viene giudicato un vizio e viene considerato come una malattia contagiosa. Nel 1920 la prima legge sul proibizionismo vieta negli Stati Uniti la fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di sostanze alcoliche. Bisognerà attendere ancora qualche anno per l’estensione del concetto di proibizionismo a sostanze quali la cannabis, l’oppio, l’eroina, la cocaina; questo intervento proibizionista si espanderà a livello internazionale con il dichiarato intento di tutelare la salute pubblica dei cittadini

Gli anni ‘50 e ’70 del secolo scorso sono quelli dell’LSd e della Beat generation. Tra gli anni ‘30 e ‘50 vi fu una grandissima diffusione delle anfetamine: per curare ladepressione, impiegate come stimolanti ed antidepressivi per le truppe, etc., nel 1950 la loro diffusione è capillare. Sempre negli anni ’50 – ‘60 viene sintetizzatoun farmaco oppiaceo sintetico: il metadone, al cui uso iniziale come analgesico nella terapia del dolore cronico verrà affiancata anche la terapia per la riduzione della dipendenza da stupefacenti.

Nel 1938 a Basilea viene sintetizzata da Hofmann la molecola della dietilammide 25- dell’acido lisergico, meglio nota come LSD, una droga semisintetica estratta da un fungo parassita della segale chiamato ergot. Inizialmente molto utilizzato nel campo della psicoterapia, l’LSD venne commerciato dalla ditta Sandoz come farmaco (Delysid), con risultati eccezionali per il trattamento della schizofrenia, autismo, depressione e alcolismo. Le sue caratteristiche psichedeliche lo resero famoso negli anni ’60 presso la generazione hippy, di cui divenne addirittura un simbolo. A partire dagli anni ’70 ne viene riconosciuta la pericolosità ed attualmente è considerata una sostanza illegale.

La Beat Generationè un movimento giovanile che trovò una sua espressione anche in campo artistico, poeticoe letterario, sviluppandosinel secondo dopoguerraprincipalmente negli Stati Uniti. Nasce da un gruppo di scrittori americani e viene alla ribalta nel 1950, così come i fenomeni culturali da esso ispirati. Gli elementi centrali della cultura “Beat” sono l’anticonformismo, il rifiuto di norme imposte, l’innovazione dello stile letterario, la sperimentazione delledroghe, la sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, un rifiuto del materialismo, e rappresentazioni esplicite e crude della condizione umana. La Beat Generation è l’esempio della ribellione giovanile degli anni cinquanta, la “gioventù bruciata”; tra i suoi autori di riferimento più celebri troviamo Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Norman Mailer. I giovani beat sono sofferenti, viaggiano facendo l’autostop, spesso ricorrono all’alcool e alla droga ma il loro disagio sfocerà infine nella rivolta verso la borghesia statunitense e nel rifiuto e nella protesta contro la guerra in Vietnam.

Scavare nell’anima. Metterla a nudo. Rivelarla. Significa esattamente questo il termine psichedelia. Il termine, per derivazione, descrive anche una categoria di musica, arte visiva, moda, cinema, letteratura, fumettisticae cultura, associata originariamente agli anni sessanta: la cultura hippie(o hippy). In origine si tratta di un movimento giovanile che ha inizio negli Stati Uniti d’Americanel corso degli anni sessantae si diffonderà poi in tanti altri Paesi del mondo. La parola «hippie» deriva da «hipster», il cui significato si può tradurre come giovani “anticonformisti o alternativi”.

Queste persone avevano ereditato i valori sottoculturali della Beat Generation, creando una controcultura e proprie comunità che ascoltavano rock psichedelico, abbracciavano la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti come gli allucinogeni e la cannabis, al fine di esplorare e allargare lo stato di coscienza.

Ifigli dei fiori sono gli aderenti al movimento hippie abbigliati convestiti decorati a fiori o con vivacissime stoffe dai colori forti. Il loro ideale di pace e libertà erasintetizzabile in slogan quali “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” e “Fate l’amore, non la guerra”, che risuonavano in maniera fortemente criticanel periodo della guerra del Vietnam. La ricerca sfrenata della totale libertà era il significato insito nel loro stile di vita. Questo movimento toccò particolarmente l’opinione pubblica, tanto da stimolare l’interesse diregisti e cantanti.

A partire dagli anni ‘80del secolo scorso sul mercato illegale compaiono moltisurrogati: cocaine artificiali, ecstasy, crack. L’Ecstasy, o MDMA, è una droga sintetica con effetti fortemente stimolanti che ha trovato diffusione a partire dagli anni novanta soprattutto nei rave party; viene assunta solitamente sotto forma di pastiglie o sciolta in un liquido o anche fumata. L’ecstasy facilita la comunicazione soggettiva, l’empatia e l’accesso a sentimenti repressi.

E al giorno d’oggi? Cosa caratterizza la nostra realtà ed il fenomeno della dipendenza? Segui il mio blog per saperne di più.

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Bibliografia:

“Piccola storia delle droghe. Dall’antichità ai giorni nostri” Antonio Escohotado 2008, Donzelli.

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Tag: dipendenza da droghe, dipendenza nella storia, dipendenze, sostanze stupefacenti, storie di dipendenza

Sabato 25 maggio: TEDxPAdova 2019, in una sola parola: emozionante. Probabilmente è una definizione scontata, tuttavia devo ammettere che dal mio punto di vista è stato un evento unico. 

Come immagino sappiate, TED è un’organizzazione no-profit il cui obiettivo è quello di facilitare la diffusione di idee di valore attraverso conferenze che coprono una grande varietà di argomenti, dalla scienza, al business, alle tematiche globali. TEDxPadova nasce nel 2014 per l’intraprendenza di un gruppo di giovani che hanno un unico stimolante obiettivo: condividere idee innovative in modo da pensare ad un futuro migliore.

In questo articolo vorrei portarvi dietro le quinte, raccontarvi alcuni momenti chiave di questa grande manifestazione e anche i contenuti più significativi degli speaker che sono intervenuti inquesta edizione.

Rinascita

Il filo conduttore di quest’anno è stato il tema della “Rinascita”, la cornice dell’evento quel Palazzo della Ragione, noto anche come “salone”, antica sede dei tribunali cittadini, che rappresenta il cuore pulsante della città di Padova. Gli speaker hanno proposto i loro contributi partendo da diverse prospettive: economiche, mediche, scientifiche, sportive, sociali e culturali, emozionando il numeroso pubblico e l’intero team di TEDxPadova. 

Vorrei iniziare dalla fine e cioè dall’ultimo intervento, quello della splendida Drusilla Foer che ci ha guidato in un viaggio di contraddizioni e paradossi, sottolineando che la ri-nascita deve essere interpretata partendo da diverse angolazioni. Più che parlare di ri-nascita in senso stretto bisogna ri-appropriarsi della propria consapevolezza personale, bisogna continuare a ri-amare l’esistenza e a ri-scoprire il valore delle cose e della vita in generale. Parole forti, contenuti di qualità, un finale pazzesco che ha reso l’idea di come ri-nascere sia una sorta di cambiamento, di come dobbiamo essere flessibili e sforzarci di vedere la realtà sempre da punti di vista differenti e sempre nuovi. 

Scienza e medicina: quando la rinascita è una ri-scoperta

Dal punto di vista medico, il Dott. Gino Gerosa ha incantato parlando del progetto di ricerca al quale sta lavorando per sviluppare un cuore biologico che potrebbe significare una ri-nascita vera e propria per moltissimi pazienti. Invece la Dott.ssa Biffi ci ha spiegato l’importanza della terapia genica per introdurre nuove sequenze di DNA, questa modalità di trattamento potrebbe offrire un futuro senza malattie a centinaia di pazienti. Jasmine Abdulcadir ha parlato del suo lavoro di cura con donne e bambine che presentano mutilazioni genitali; un impegno la cui difficoltà principale è proprio quella di aiutare la donna ad entrare in un’ottica di cambiamento a 360 gradi, una rinascita complessa e difficile, ma possibile.

Sara Buson, astrofisica che ha lavorato alla NASA, ci ha invitato a “toccare con mano” i neutrini, messaggeri cosmici affascinanti che possono farci scoprire nuove frontiere. Ed infine il carismatico Koen Van Pottelbergh, che ci ha fatto percepire cosa significhi non vedere e poi ri-cominciare a poter nuovamente vedere con i suoi occhiali speciali.

La rinascita dalle altre prospettive

Vorrei dedicare un plauso speciale ad Eric Barbizzi, che a soli quindici anni ha mostrato la forza di un grande e sul palco ci ha convinti tutti a ri-cominciare a guardare al nostro ambiente in maniera diversa e più responsabile. Uljan Sharka ha ricordato che l’informazione ha un ruolo fondamentale nella nostra vita e che solo la conoscenza può fare veramente la differenza. Mentre Tezeta Abrahm ha richiamato la battaglia costante per i diritti umani e per l’integrazione sociale in Italia; il Professor Villa ci ha entusiasmato con la sua vivacità, ricordando il ruolo dell’arte nei processi di rinascita. 

Dan Peterson, una vera leggenda dello sport, poco prima di salire sul palco per il suo talk dedicato alle rivincite sportive, mi ha raccontato alcuni aneddoti su Mike Bongiorno, sottolineandone la grande precisione e professionalità, lasciandomi senza fiato e forse anche stemperando un po’ la tensione di entrambi. 

Infine Armando Armas attivista e parlamentare venezuelano che ha dato inizio allo spettacolo del TEDxPadova con una grinta ed un’energia che hanno trascinato il pubblico in un lungo applauso. 

Il team

Questa entusiasmante esperienza non sarebbe stata possibile senza il fantastico gruppo che ha lavorato per il TEDxPadova 2019, il team che ha curato la comunicazione, la logistica, la gestione dei partner di “team speaker”, di cui ho fatto parte anch’io ed il team “legale”.

Ogni pedina è stata essenziale per far si che questo evento potesse funzionare al meglio, per far quadrare ogni criticità e per valorizzare ogni performance, comprese quelle musicali e di danza. Vorrei chiudere questo articolo ringraziando il pubblico presente all’evento e richiamando un breve aforisma proposto da uno dei nostri speaker, Uljan Sharka, che mi ha colpito e nel quale credo infinitamente:

“Knowledge is the human superpower”

“La conoscenza è il superpotere dell’uomo”

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Tag: Public Speaking, TEDxPadova, TEDxPadova 2019

“Curare l’ansia” forse non è una espressione del tutto appropriata, di solito preferisco parlare di gestione dell’ansia. Ciò non significa che l’ansia non possa essere completamente superata, spesso una delle principali preoccupazioni dei pazienti è proprio connessa al completo superamento delle spiacevoli sensazioni di paura e di panico che si accompagnano all’ansia. 

Quello che intendo con cura dell’ansia consiste nell’appropriarsi di tecniche e strategie che possono aiutare la persona ad affrontare le situazioni, gli eventi e le realtà che vengono vissute come minacciose. In particolare costruendo dei circoli virtuosi che al solo arrivare della sensazione di paura si attivano e ci consentono di non sentirsi sopraffatti e di rispondere in maniera adeguata e positiva. 

Ricordiamoci che in fondo la paura è una normale emozione che tutti sperimentiamo e che può avere anche una valenza positiva, perché ci protegge in caso di minaccia.

Come curare l’ansia

Per curare l’ansia dobbiamo iniziare a sbloccare quei tentativi di soluzione che mettiamo in campo per cercare di tutelarci e di superare la paura, ma che invece di farci star meglio complicano ulteriormente la situazione. Parlo di quei tentativi di soluzione che riteniamo efficaci per superare le sensazioni di inquietudine e di apprensione determinate sia da una situazione specifica (es. guidare la macchina, gli spazi aperti o chiusi, la paura di un animale, …), che dalla quotidianità in generale (es. la paura pervasiva di tutto quello che ci circonda). 

Solitamente il tentativo messo in atto è quello di provare a non essere colti di sorpresa dall’ansia, cercando nello specifico di evitare quelle emozioni spiacevoli di sofferenza e paura legate proprio alla realtà vissuta come minacciosa.

Tali forme di “evitamento”- note nella pratica clinica come “soluzione disfunzionale” – sebbene riescano a favorire un superamento momentaneo della paura non facendola percepire al soggetto, in realtà non fanno altro che aggravarne la sintomatologia. Solo evitando di evitareil soggetto riuscirà veramente a superare la paura patologica. 

Un ulteriore tentativo di soluzione che sembra tutelarci, ma che in realtà può portare fuori strada, è quello di ricorrere all’aiuto di un familiare, un collega o amico. Per evitare di avere una crisi e sentirci male, ci facciamo aiutare da una persona di fiducia, solo in questo modo riusciamo ad affrontare la situazione che ci spaventa. In realtà questa è una ammissione implicita del fatto che da soli non riusciamo ad affrontare la situazione che ci preoccupa ed avremo sempre bisogno di qualcuno per superare la prova.

Curare l’ansia: un caso reale

L’esperienza di Edoardo (nome di fantasia) riassume in maniera chiara le due tentate soluzioni sopradescritte. Dopo aver lavorato in tutta Italia, utilizzando ogni tipo di mezzo: il treno, la macchina, l’aereo, improvvisamente Edoardo ha iniziato ad avvertire una sensazione spiacevole, uno sorta di eccessiva preoccupazione, sfociata infine in un attacco di panico in macchina ed un altro in treno. Ad un iniziale momento di reazione logica a quanto accaduto è seguito un altro di forte sconforto, una paura crescente di prendere la macchina, che lo ha indotto a farsi accompagnare da un collega in ogni trasferta di lavoro. Il dubbio di non riuscire a guarire e le preoccupazioni conseguenti hanno generato una paura diffusa, non solo per quello che riguardava la guida o i mezzi di trasporto, ma addirittura anche andare a comprarsi un paio di occhiali da sole lo gettava nel panico. Non sapendo più cosa fare Edoardo si rivolge al mio studio. 

Il lavoro principale si è subito incentrato nel favorire un abbassamento della paura patologica per riportarla ad un livello di normalità. Ci siamo calati in maniera paradossale nelle sue peggiori preoccupazioni e paure attraverso la strategia della mezz’ora di passione. Ogni giorno Edoardo hadovuto ritagliarsi una mezz’ora di tempo nella quale isolarsi e calarsi nelle sue paure e preoccupazioni, sforzandosi di stare peggio che potesse. Questa tecnica, con il suo funzionamento paradossale, gli ha fatto vivere un’esperienza nuova: più cercava la paura e più non riusciva a trovarla, anzi riusciva addirittura a sentirsi bene, e a rilassarsi al punto di rischiare di addormentarsi. 

A seguito di questa prima fase di intervento e attraverso questa esperienza positiva è stato possibile in una seconda fase calibrare la strategia migliore per fare in modo che Edoardo, giorno dopo giorno, prendesse maggiormente consapevolezza delle sue capacità e di come gestire l’ansia in ogni situazione. La terapia ha avuto un ottimo successo, con una riduzione totale delle crisi di ansia e una rinnovata capacità di affrontare le situazioni stressanti. 

Edoardo è riuscito nuovamente e a mettersi al volante e a prendere il treno senza più ricorrere alle soluzioni disfunzionali che lo avevano limitato.

Se senti di avere una problematica di ansia  contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

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Ansia sociale: la paura del rifiuto

18 Luglio 2019

Mi occupo di cura della dipendenza a Padova, Vicenza, Treviso ormai da quindici anni, in ambiti diversi: dalla prevenzione nelle scuole (coinvolgendo adolescenti e insegnanti), al lavoro in clinica (cura, riabilitazione e reinserimenti di pazienti con dipendenze varie: alcol, sostanze o altro come il gioco d’azzardo). Per promuovere una cultura del benessere e aumentare le conoscenze rispetto alle diverse dipendenze, nel corso del tempo ho promosso e partecipato a diversi progetti sia nel privato che anche in collaborazione con il servizio per le dipendenze.

Attraverso questo articolo, vorrei portare un paio di esempi di terapia sulle dipendenze, per raccontare due diverse tipologie di intervento in questo ambito. 

Cocaina e crack

Carlo (nome di fantasia) ha iniziato a fare uso di cocaina in modo sporadico, nelle serate con gli amici, il sabato sera, per approdare poi al crack sempre allo stesso modo: una serata tra amici, solo per provare. Questo però gli ha creato una vera e propria dipendenza: una necessità costante e ossessiva della sostanza, tutto il resto passa in secondo piano (affetti, famiglia, lavoro, …). In breve tempo perde molto peso, ma perde anche percezione di se stesso e del proprio futuro.

Carlo arriva in studio dopo dieci anni di consumo ed un percorso in comunità andato male. Il percorso di terapia, in questo caso, s’incentra sulla gestione delle emozioni del paziente: Carlo sfoga una rabbia particolare nei confronti delle persone che gli stanno vicino, ma è un sentimento che in realtà prova verso se stesso, per la vita che sta conducendo e per l’insoddisfazione che ne consegue. La dipendenza da crack o cocaina modifica il modo di percepire e vivere la realtà, ma il caso di Carlo può aiutare a capire che con la giusta combinazione di motivazione e voglia di rimettersi in discussione è possibile uscire dalla dipendenza. Ad oggi non sta più assumendo crack e a distanza di un anno non si segnalano più ricadute.

Cannabis in età adolescenziale

Marco (nome di fantasia) ha diciassette anni, da circa tre fuma cannabinoidi. Per poter fumare gratis si è fatto prendere la mano, ed ha iniziato a spacciare, in modo da guadagnarsi qualche soldo da spendere in scarpe e vestiti. 

Il consumo di cannabis, ma in generale di ogni sostanza in età adolescenziale, è piuttosto pericoloso: porta ad un’alterazione nella percezione di se, ma conduce anche a vivere le emozioni in modo distorto e alterato, in una fase in cui viverle autenticamente è fondamentale per la crescita del soggetto. 

Marco è un ragazzo sveglio: non indentifica bene il problema, ma si rende conto di vivere una serie di difficoltà, in particolare nella relazione con i genitori, e il fumo lo tranquillizza, andando a sopire le emozioni più difficili da gestire, di sofferenza e rabbia. 

Il lavoro terapeutico condotto prima singolarmente con il ragazzo, e poi con i famigliari, ha portato ad ottimi risultati: il fumo si è ridotto notevolmente, e poco alla volta si è ristabilita la relazione tra Marco e i genitori. Nella fase dell’adolescenza è importante aiutare i ragazzi a responsabilizzarsi, ma è altrettanto utile accompagnarli e supportarli, in modo da far loro comprendere che la famiglia può essere una risorsa su cui si può fare affidamento. 

Ti rivedi in queste storie? Senti di avere una dipendenza per una sostanza stupefacente, per il gioco d’azzardo o una dipendenza affettiva? Mi occupo di cura delle dipendenze a Padova Vicenza e Treviso chiamami al 340.41.90.915 o scrivimi in privato compilando il form qua sotto per maggiori informazioni o per fissare un un appuntamento.

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Tag: dipendenza da cannabis, dipendenza da cocaina, dipendenze, storie di dipendenza

Se dovessimo dare una definizione di emozioni” immagino che ciascuno di noi si riferirebbe agli stati d’animo provocati da un evento che stimola o ha stimolato il nostro sistema percettivo sensoriale.

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita, possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi nelle sfide quotidiane, familiari, lavorative o sportive. Possono diventare il motore della crescita personale, possono favorire i nostri successi, ma possono in qualche caso anche metterci i bastoni tra le ruote e diventare un vero e proprio ostacolo insormontabile. 

In qualità di psicologo e psicoterapeuta a contatto quotidianamente con le tematiche emotive, riscontro sempre più persone che faticano ad accettare alcuni loro stati emotivi, riconoscendoli come estranei o invasivi. L’articolo di oggi mira a far conoscere meglio la tematica relativa alle emozioni e soprattutto a metterla in relazione con la capacità di raggiungere i nostri obiettivi personali e di crescita.

Emozioni cosa sono

Per dare una definizione di emozioni dobbiamo prendere in esame le diverse teorie che le definiscono. Dal punto di vista biologico le emozioni possono essere definite come il processo bio-genetico che attraverso circuiti fisiologici e neuronali distingue e determina impressioni, suggestioni, turbamenti, stati d’animo emotivi. 

Secondo la prospettiva costruzionista le emozioni si definiscono in base al contesto e alla cornice di riferimento, dunque a seconda della situazione e dei momenti che la persona si trova a vivere. In questa ottica le emozioni si possono considerare come degli stati d’animo mutevoli, di attivazione fisiologica, che si innescano in funzione degli stimoli che la persona subisce nei vari momenti della giornata e più in generale della vita. 

Una terza prospettiva vede le emozioni in un’ottica maggiormente cognitiva, e dunque come una valutazione che la persona fa degli eventi a seconda dell’importanza che vi attribuisce ed in base ai propri scopi e ai bisogni personali. 

Un aspetto comune alle diverse teorie sulle emozioni è quello di essere caratterizzate da diverse componenti: biologiche, situazionali e di valutazione del contesto. Le varie teorie mettono in risalto gli aspetti relativi alle sensazioni affettive, alle diverse variazioni fisiologiche compresi i cambiamenti a livello espressivo, sia facciale che della voce e della postura. 

Conoscere cosa sono le emozioni ci permette di capire meglio il funzionamento di quest’ultime in relazione agli obiettivi che ci prefiggiamo nella vita di tutti i giorni.

Emozioni e obiettivi personali

Le emozioni con la loro valenza affettiva ed energia di attivazione sono delle potenti alleate della nostra motivazione. Nei momenti in cui siamo più “attivati”a livello emotivo possiamo migliorare le nostre capacità di memoria, di ragionamento e decisionali. Quando a livello individuale siamo focalizzati sul compito e riusciamo a vivere una sensazione di piacevolezza nell’eseguirlo, siamo in grado di dare il massimo, di prendere le decisioni migliori e di ottenere il risultato sperato. 

Se ad esempio devo svolgere un intervento di fronte ad una platea di persone e mi sento emotivamente affascinato e felice di poter dare il mio contributo, allora riuscirò a salire sul palco con una carica, una determinazione ed un’energia che favoriranno la mia performance. Così come se sono molto arrabbiato per un errore che ho commesso durante il lavoro posso provare ad indirizzare questa energia negativa nella direzione di una maggiore concentrazione, per evitare lo stesso tipo di errore la volta successiva.

Accanto a questa funzionalità delle emozioni dobbiamo tuttavia considerare anche una visione più “disfunzionale”, e di conseguenza negativa, delle emozioni, ovvero quando queste ultime invece di essere una risorsa diventano un limite. Quando ad esempio l’intensità ed il perdurare di un determinato stato emotivo invece di aiutarci a prendere decisioni o ad essere maggiormente concentrati ci porta fuori strada e non ci fa vedere le cose con la necessaria lucidità. Se mi lascio opprimere dalla rabbia per un errore commesso, se non riesco a canalizzarla in energia positiva, il rischio è che l’emozione possa diventare un problema invece che una risorsa preziosa. 

Come rendere funzionali le emozioni

Per favorire un sempre migliore funzionamento delle emozioni è necessario cercare di regolarle e gestirle il più possibile, favorendo innanzi tutto la consapevolezza del nostro stato emotivo attraverso l’ascolto interpersonale, ossia favorendo un ascolto differente, cognitivamente più funzionale.

Il dolore, ad esempio, può anche essere “ascoltato”, accettato, invece che negato; in questo modo non ci affranchiamo dalla momentanea sofferenza che lo accompagna ma l’esperienza significativa è quella di aver vissuto il dolore, di averlo metabolizzato e di esserne uscito. 

Questo approccio ci aiuta a cambiare il nostro modo di vivere le esperienze, sia dal punto di vita fisiologico che da quello comportamentale, ci fa entrare in un’ottica di maggiore flessibilità, di ascolto di se stessi ed infine dicambiamento.

Se senti che non riesci a padroneggiare o a gestire le emozioni può esserti utile un percorso di psicoterapia per rimodulare le tue esperienze emotive e trovare un nuovo equilibrio psico-fisico. Per maggiori info contattami al 340.41.90.915 o compila il form nel seguente link.

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

La paura del giudizio è una forma di paura radicata in ciascuno di noi, una paura che ci stimola a cercare di sbagliare il meno possibile per evitare brutte figure di fronte agli altri. Molto spesso tendiamo a negare l’errore fingendo di non avere realmente sbagliato, ma la situazione si complica quando con l’intento di non sbagliare iniziamo ad evitare tutte quelle situazioni che potrebbero metterci a disagio. Comincia così un viaggio senza ritorno nel quale ogni situazione, ogni momento di interazione con gli altri, diventa una vera e propria fonte di disagio, alla quale cerchiamo in ogni modo di sfuggire.

Il giudizio è un concetto insito nella nostra cultura, a cominciare dalla scuola dove il voto è vissuto come qualcosa di fondamentale, così tanto temuto da rendere a volte infernale la vita degli studenti. Al lavoro il concetto di giudizio si esprime nella “valutazione” delle prestazioni, cioè nel riscontro del capo riguardo alle nostre capacità tecniche, relazionali e comunicative all’interno dell’azienda. Quando svolgo corsi di formazione in azienda, al solo pronunciare la parola “valutazione”, gli animi si scaldano. Mi piace quindi parlare più di feedback, ma indipendentemente dal termine che usiamo, il giudizio è comunque ed in ogni contesto un’arma a doppio taglio: sebbene ci aiuti a crescere è comunque particolarmente temuto.

La paura del giudizio: il caso di Michela

Michela (nome di fantasia) è una giovane studentessa universitaria al terzo anno di medicina; i primi due anni sono andati a gonfie vele, il terzo invece è diventato un tormento. Durante una mattina in biblioteca ha iniziato ad avvertire delle strane sensazioni di ansia che si sono rapidamente trasformate in un vero e proprio attacco di panico. In un primo momento Michela attribuisce il problema all’eccessivo caldo di inizio settembre e ad un calo di zuccheri, invece purtroppo anche nei giorni seguenti il solo avvicinarsi all’università e all’aula degli esami le genera una paura insuperabile. Decide allora di chiudere temporaneamente con lo studio e di non affrontare gli esami. 

Fatalmente questa paura del giudizio e di non essere all’altezza la porta a temere anche il giudizio dei compagni per non essere riuscita a sostenere tutti gli esami del terzo anno. Sa bene che questo problema non sussiste perché molti altri suoi compagni risultano indietro, tuttavia sente forte il peso del loro giudizio e preferisce allontanarsi dall’università. Per non stare con le mani in mano trova lavoro come cameriera ma inconsciamente si rende conto della necessità di affrontare il problema se davvero vuole concludere il percorso di studi.

La peggiore fantasia

Michela è arrivata nel mio studio con le idee confuse, ha affrontato la terapia in maniera diffidente perché non aveva fiducia di potercela fare. Il lavoro terapeutico si è quindi incentrato sull’obiettivo di favorire fin da subito un miglioramento attraverso una riduzione delle sue paure nei confronti dell’università e del giudizio in generale. Adottando la tecnica della peggiore fantasia M. ha rivissuto l’ansia provata quella prima volta in biblioteca, senza tuttavia arrivare a sperimentare gli stessi effetti fisiologici. La tecnica consiste nel chiedere alle persone di calarsi nelle loro peggiori paure e preoccupazioni, in un preciso lasso di tempo nel corso della giornata. Quella che potrebbe apparire a tutta prima come una sorta di “tortura” è invece una strategia altamente paradossale. Infatti durante la mezz’ora in cui il paziente si concentra sulle proprie angosce, la paura viene affrontata in quella maniera diretta che ne favorisce la presa di coscienza ed il superamento. La paura si trasforma in coraggio, questo è il risultato ultimo dell’applicazione di una tecnica basata sul paradosso.

Attraverso la terapia Michela è riuscita nuovamente a trovare la fiducia in se stessa, si è liberata dalle proprie ansie, è tornata in università e ha completato gli esami del terzo anno: ormai gestisce la paura e l’eccessiva tensione con le nuove strategie apprese, senza più esserne travolta.

Se anche tu soffri di ansia e vuoi saperne di più contattami al 3404190915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, paura, paura del giudizio, Terapia Breve Strategica

Ansia e adolescenza cosa fare, è una domanda che spesso i genitori si pongono cercando delle risposte. L’adolescenza è il periodo caratteristico dell’ansia. Nell’adolescenza i ragazzi faticano a capire e a gestire le emozioni che vivono, spesso per la paura di non essere capiti o di essere rifiutati dal mondo dei compagni e da quello degli adulti. La conseguenza può risultare facilmente in una compromissione dello sviluppo della personalità e delle competenze personali.

Ansia in adolescenza: quali sono le forme più comuni

Una delle principali preoccupazioni in età adolescenziale è collegata ad una sensazione di paura generalizzata e diffusa. I timori si concentrano soprattutto sul futuro e sulla paura di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi, anche quelli più semplici ed immediati, o, più in generale, una vita soddisfacente. Spesso questa tipologia di ansia è legata ai dubbi che assillano un adolescente riguardo alle scelte che gli si prospettano davanti: dalla decisione impegnativa su quali studi intraprendere a quale possa essere lo sport ideale o addirittura su quale sia la sua reale identità. La sensazione di derealizzazione o spersonalizzazione fa vivere l’adolescente in uno stato di preoccupazione più o meno intensa, come se davvero non potesse vivere la vita che può e vuole scegliere di vivere.

Tra le principali paure vi è quella di sentirsi male, di rischiare di morire, accompagnata da sensazioni fisiologiche di intensa agitazione quali tachicardia e forte tensione a livello addominale. Oppure la paura di poter perdere il controllo e di conseguenza rischiare delle brutte figure di fronte a tutti. Un paziente adolescente racconta della paura di potersela fare addosso che lo limita e lo porta a cercare di evitare ogni situazione percepita come pericolosa.

Spesso si segnala una forma di ansia sociale legata alla preoccupazione del rapporto con i propri pari, che induce l’adolescente a cercare di evitare qualsiasi circostanza che potrebbe generare un rifiuto da parte dei propri compagni o degli amici. Questa tentata soluzione, nota con il termine tecnico di “evitamento”, nel tempo tuttavia  si rivela controproducente, perché sebbene nella circostanza contingente venga percepita dall’adolescente come una sorte di tutela, in realtà innesca una spirale di continui evitamenti dalla quale il soggetto non riesce più ad uscire

Cosa fare con problematiche di ansia in adolescenza

I genitori, come già sottolineato in alcuni articoli del mio blog, molto spesso pensano in buona fede di aiutare i propri figli adolescenti cercando di rassicurarli, invitandoli a comportarsi diversamente e a cercare nuovi stimoli in modo da superare le proprie paure. La spiegazione logica e razionale di fronte ad una problematica delicata ed irrazionale come la paura non basta, è necessario aiutare i nostri ragazzi proponendo visioni alternative, entrando dentro la logica della paura e cercando di non sostituirsi ai figli risolvendo i problemi al posto loro. 

Spesso di fronte ad una problematica di ansia è consigliabile rivolgersi ad uno specialista, in modo tale da intervenire con le giuste tempistiche e anticipare possibili complicazioni. 

Terapia Breve Strategica

La terapia breve strategica è un modello di psicoterapia particolarmente efficace nei casi di ansia adolescenziale che mira a ridurre i disturbi sin dalle prima sedute, in maniera da sbloccare la realtà problematica e favorire in breve tempo un cambiamento ed il raggiungimento di soluzioni efficaci, efficienti e durature nel tempo. 

Se vuoi saperne di più puoi consultare altri articoli presenti nel mio blog oppure puoi contattarmi al 340.41.90.915 via mail al seguente indirizzo: studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni.

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Tag: ansia, ansia generalizzata, ansia sociale, Attacchi di Panico, genitori, sintomi ansia

La storia delle dipendenze può aiutare a mettere in luce e a capire meglio la funzione che le sostanze hanno avuto nel corso del tempo ed il ruolo che hanno rivestito per la società. Durante l’incontro che ho svolto presso l’Università di Rovigo con gli studenti della facoltà di Scienze dell’educazione, ho cercato di fare una fotografia della diffusione delle sostanze e delle caratteristiche che la dipendenza ha assunto a partire dagli antichi egizi sino ai giorni nostri. 

In questo articolo cercherò di riassumere il viaggio che abbiamo fatto insieme agli studenti durante la giornata di formazione.

Mesopotamia, Antico Egitto, Grecia e Roma

La storia delle sostanze che possono dare dipendenza si intreccia fin dai tempi antichi al consumo di sostanze alcoliche. Nell’antichità gli oppiodi – ovvero le sostanze oppiacee, una miscela di alcaloidi ricavata dal papavero: Papaver somniferum – erano ben note ai Sumeri, ai babilonesi ed agli egizi,che utilizzavano l’oppio come anestetico, per ridurre il dolore, e come analgesico, come calmante, addirittura per non far piangere i bambini. Peraltro in Egitto era noto anche l’uso di bevande alcoliche come la birra, ritenuta un tonificante per le donne incinte, come testimonia unatavola del 2200 a.C.

Nella Grecia antica le Droghe erano considerate come sostanze che agiscono raffreddando, riscaldando, asciugando, umidificando contraendo e rilassando, o addormentando un modo cioè di curare l’organismo. Vino e birra erano consumati in grande quantità nei cerimoniali, così come pure sostanze quali hashish e altre appartenenti alla famiglia delle piante Solanaceae, come la Belladonna, avente proprietà antispasmiche, e la Mandragora, cui venivano accreditate virtù afrodisiache. Sostanze allucinogene venivano molto probabilmente consumate anche nel corso di cerimonie religiose, come simbolo spirituale d’iniziazione. A tal proposito sono noti i Misteri Eleusini, che si celebravano annualmente nell’antica città di Eleusi, nelle cui cerimonie rituali venivano consumate sostanze psichedeliche per creare un’atmosfera ed evocare l’aldilà. La dipendenza a livello di pericolosità sociale si concentrò invece sul vino, anche se i filosofi non si trovano tutti concordi a riguardo.

Nella Roma classica secondo Cesare fumare fiori di canapa era concesso per procurarsi ilarità e godimento. La Lex Corneliaunica norma sull’argomento dice: “Droga è una parola indifferente, che comprende sia ciò che serve a uccidere sia ciò che serve a curare, e i filtri d’amore, ma questa legge condanna solo ciò che viene usato per uccidere qualcuno”. Il grande medico Galeno prescriveva all’imperatore una porzione di oppio come antidolorifico ed il suo effetto anestetico, come già detto, era ben noto fin dall’antichità. La cosa che stupisce è che sebbene vi fossero consumatori regolari non sono documentate problematiche di ordine pubblico o privato, non sono riportati casi clinici e neppure si ha notizia di persone emarginatesocialmente. Invece il vino provocherà conflitti personali e collettivi (disordini, risse), anche se il suo consumo era proibito alle donne e ai minori di trentanni. 

Paganesimo, Islam e Medioevo

In opposizione al Cristianesimo, il Paganesimo vede nelle sostanze psicotrope l’azione di “spiriti neutri” che intensificano nel soggetto le sue inclinazioni naturali, buone o cattive, contribuendo alla conoscenza di se stesso. In questo senso possiamo intravvedere un collegamento con lo sciamanesimo e l’uso di sostanze e di alcol durante le cerimonie: usi magico-religiosi, sapere pagano contaminato dalla stregoneria.

Secondo le leggi islamiche non vi sono né droghe “sacre” né droghe “sacrileghe”. Maometto comunque proibì il vino, anche se non si può negare l’esistenza di un consumo di alcolici malgrado le pene severe per i contravventori. L’oppio nella cultura araba viene usato per indurre uno stato generale di euforia e nelle persone della terza età per sopportare i dispiaceri o addirittura per provocare l’eutanasia. AL-Ukbari, un erudito e saggio, sosteneva: Devi sapere che la legge islamica non proibisce il consumo di farmaci cordiali, con effetti come quelli dell’hashish, e poiché non vi è alcuna notizia sulla sua illiceità, il popolo considera che è permesso usarli. Ma l’uso dell’hashish non era sempre inteso in senso terapeutico. Nell’XI secolo la setta dei Nizariti, attiva in Persia ed in Siria, era nota come Setta degli Assassini– o più semplicemente Assassini– perché i loro feroci guerrieri ricorrevano alla pratica dell’omicidio a fini politici. Pare che il termine assassinipossa derivare dal sostantivo arabo al-Hashīshiyyūnossia coloro che sono dediti al consumo di hashish.

Durante il Medioevo droga, lussuria e stregoneria si intrecciano strettamente. L’uso religioso o ludico di sostanze diverse dall’alcol viene punito con la tortura o la morte, tuttavia è ampiamente riconosciuto il loro impiego nella fabbricazione di pozioni, pomate psicoattive, farmaci elementari.  Ledroghe” delle streghe nascondono ciò che è proibito per eccellenza e sarà l’Inquisizione ad occuparsi in modo spiccio della faccenda, bruciandole senza pietà sul rogo!

Nell’XI secolo oppio e canapa sono impiegati nelle pozioni curative di re, nobili e dagli stessi prelati; i medici traggono un grande e nuovo prestigio sociale usando l’oppio e la canapa a scopo terapeutico. La rinascita della farmacologia porta alla nascita dei primi ordini” di medici e speziali, fatto questo che ne aumenterà considerevolmente il prestigio, malgrado la considerazione che i loro preparati non siano molto diversi da quelli delle fattucchiere.

XIX e XX secolo

Con un salto nel tempo ci portiamo alle soglie del XIX secolo, quando ormai si possono contare almeno 70.000 medicinali con formula segreta che contengo in varie dosi sostanze psicoattive. 

Durante l’800 fu molto in voga l’uso del Laudano, un composto a base di oppio e alcool avente proprietà narcotiche, antidolorifiche e antispastiche simili a quelle degli oppiacei. Lo sciroppo a base di laudano veniva utilizzato dalle lavoratrici operaie inglesi per calmare i loro bambini.

La ricerca scientifica nel frattempo ha fatto passi da gigante e nel campo della farmacopea sono stati scoperti molti dei principali principi attivi delle sostanze. In particolare una delle più grandi scoperte nel 1804 è stata la morfina, uno degli alcaloidi dell’oppio utilizzato soprattutto in medicina, la cui commercializzazione avviene a partire dal 1817 come analgesico e nel trattamento della dipendenza da oppio e alcolici. Nel 1827 incomincia la sua produzione a livello industriale da parte di quella che diventerà una delle più importanti case farmaceutiche mondiali: la Merck.

Cinque volte più forte della morfina viene sintetizzata ed esce sul mercato la Diacetil morfina, meglio nota come eroina, così chiamata per e sue energiche virtù; grazie all’eroina introdotta sul mercato nel 1898 e all’aspirina (acido acetil-salicilico, commercializzato nel 1897) la ditta tedesca produttrice Bayer diventeràun colosso di rilevanza mondiale. 

Al contrario della morfina, l’eroina produce un aumento di attività, calma e riduce ogni sentimento di timore. Anche dosi minime fanno sparire ogni tipo di tosse. I morfinomani trattati con questa sostanza hanno perso immediatamente ogni interesse per la morfina”. 

La cocaina, forte agente stimolante del sistema nervoso centrale (CNS), è nota fin dall’antichità alle popolazioni del Sud America, che masticavano le foglie di coca come tonico, anestetico e per calmare i morsi della fame. Il principio attivo verrà isolato nel 1859 da parte di un farmacista tedesco e verrà inizialmente utilizzato come anestetico. Per lungo tempo in Europa una bevanda a base di vino e cocaina verrà venduta come tonico per il sistema nervoso e per curare la tristezza. Lo stesso Sigmund Freud era solito farne uso come antidepressivo, proponendolo addirittura in qualche caso anche ai pazienti. Nel 1886 un farmacista di Atlanta, negli Stati Uniti, brevettò la formula di un tonico in cui erano presenti anche le noci di cola, una miscela che, privata della cocaina, diventerà ben presto una delle bevande più note e consumate al mondo: la Coca Cola.

Nel 1900 tutte le droghe conosciute sono ormai in farmacia. Si contano persone dipendenti da oppio, morfina, eroina, ma il fenomeno richiama ancora poco l’interesse di giornali, riviste, opinione pubblica, magistratura e polizia. Si alzano però le prime voci di protesta: l’uso di sostanze anche se occasionale viene giudicato un vizio e viene considerato come una malattia contagiosa. Nel 1920 la prima legge sul proibizionismo vieta negli Stati Uniti la fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di sostanze alcoliche. Bisognerà attendere ancora qualche anno per l’estensione del concetto di proibizionismo a sostanze quali la cannabis, l’oppio, l’eroina, la cocaina; questo intervento proibizionista si espanderà a livello internazionale con il dichiarato intento di tutelare la salute pubblica dei cittadini

Gli anni ‘50 e ’70 del secolo scorso sono quelli dell’LSd e della Beat generation. Tra gli anni ‘30 e ‘50 vi fu una grandissima diffusione delle anfetamine: per curare ladepressione, impiegate come stimolanti ed antidepressivi per le truppe, etc., nel 1950 la loro diffusione è capillare. Sempre negli anni ’50 – ‘60 viene sintetizzatoun farmaco oppiaceo sintetico: il metadone, al cui uso iniziale come analgesico nella terapia del dolore cronico verrà affiancata anche la terapia per la riduzione della dipendenza da stupefacenti.

Nel 1938 a Basilea viene sintetizzata da Hofmann la molecola della dietilammide 25- dell’acido lisergico, meglio nota come LSD, una droga semisintetica estratta da un fungo parassita della segale chiamato ergot. Inizialmente molto utilizzato nel campo della psicoterapia, l’LSD venne commerciato dalla ditta Sandoz come farmaco (Delysid), con risultati eccezionali per il trattamento della schizofrenia, autismo, depressione e alcolismo. Le sue caratteristiche psichedeliche lo resero famoso negli anni ’60 presso la generazione hippy, di cui divenne addirittura un simbolo. A partire dagli anni ’70 ne viene riconosciuta la pericolosità ed attualmente è considerata una sostanza illegale.

La Beat Generationè un movimento giovanile che trovò una sua espressione anche in campo artistico, poeticoe letterario, sviluppandosinel secondo dopoguerraprincipalmente negli Stati Uniti. Nasce da un gruppo di scrittori americani e viene alla ribalta nel 1950, così come i fenomeni culturali da esso ispirati. Gli elementi centrali della cultura “Beat” sono l’anticonformismo, il rifiuto di norme imposte, l’innovazione dello stile letterario, la sperimentazione delledroghe, la sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, un rifiuto del materialismo, e rappresentazioni esplicite e crude della condizione umana. La Beat Generation è l’esempio della ribellione giovanile degli anni cinquanta, la “gioventù bruciata”; tra i suoi autori di riferimento più celebri troviamo Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Norman Mailer. I giovani beat sono sofferenti, viaggiano facendo l’autostop, spesso ricorrono all’alcool e alla droga ma il loro disagio sfocerà infine nella rivolta verso la borghesia statunitense e nel rifiuto e nella protesta contro la guerra in Vietnam.

Scavare nell’anima. Metterla a nudo. Rivelarla. Significa esattamente questo il termine psichedelia. Il termine, per derivazione, descrive anche una categoria di musica, arte visiva, moda, cinema, letteratura, fumettisticae cultura, associata originariamente agli anni sessanta: la cultura hippie(o hippy). In origine si tratta di un movimento giovanile che ha inizio negli Stati Uniti d’Americanel corso degli anni sessantae si diffonderà poi in tanti altri Paesi del mondo. La parola «hippie» deriva da «hipster», il cui significato si può tradurre come giovani “anticonformisti o alternativi”.

Queste persone avevano ereditato i valori sottoculturali della Beat Generation, creando una controcultura e proprie comunità che ascoltavano rock psichedelico, abbracciavano la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti come gli allucinogeni e la cannabis, al fine di esplorare e allargare lo stato di coscienza.

Ifigli dei fiori sono gli aderenti al movimento hippie abbigliati convestiti decorati a fiori o con vivacissime stoffe dai colori forti. Il loro ideale di pace e libertà erasintetizzabile in slogan quali “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” e “Fate l’amore, non la guerra”, che risuonavano in maniera fortemente criticanel periodo della guerra del Vietnam. La ricerca sfrenata della totale libertà era il significato insito nel loro stile di vita. Questo movimento toccò particolarmente l’opinione pubblica, tanto da stimolare l’interesse diregisti e cantanti.

A partire dagli anni ‘80del secolo scorso sul mercato illegale compaiono moltisurrogati: cocaine artificiali, ecstasy, crack. L’Ecstasy, o MDMA, è una droga sintetica con effetti fortemente stimolanti che ha trovato diffusione a partire dagli anni novanta soprattutto nei rave party; viene assunta solitamente sotto forma di pastiglie o sciolta in un liquido o anche fumata. L’ecstasy facilita la comunicazione soggettiva, l’empatia e l’accesso a sentimenti repressi.

E al giorno d’oggi? Cosa caratterizza la nostra realtà ed il fenomeno della dipendenza? Segui il mio blog per saperne di più.

Oppure se vuoi maggiori informazioni contattami al 340.41.90.915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

Bibliografia:

“Piccola storia delle droghe. Dall’antichità ai giorni nostri” Antonio Escohotado 2008, Donzelli.

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Tag: dipendenza da droghe, dipendenza nella storia, dipendenze, sostanze stupefacenti, storie di dipendenza

Sabato 25 maggio: TEDxPAdova 2019, in una sola parola: emozionante. Probabilmente è una definizione scontata, tuttavia devo ammettere che dal mio punto di vista è stato un evento unico. 

Come immagino sappiate, TED è un’organizzazione no-profit il cui obiettivo è quello di facilitare la diffusione di idee di valore attraverso conferenze che coprono una grande varietà di argomenti, dalla scienza, al business, alle tematiche globali. TEDxPadova nasce nel 2014 per l’intraprendenza di un gruppo di giovani che hanno un unico stimolante obiettivo: condividere idee innovative in modo da pensare ad un futuro migliore.

In questo articolo vorrei portarvi dietro le quinte, raccontarvi alcuni momenti chiave di questa grande manifestazione e anche i contenuti più significativi degli speaker che sono intervenuti inquesta edizione.

Rinascita

Il filo conduttore di quest’anno è stato il tema della “Rinascita”, la cornice dell’evento quel Palazzo della Ragione, noto anche come “salone”, antica sede dei tribunali cittadini, che rappresenta il cuore pulsante della città di Padova. Gli speaker hanno proposto i loro contributi partendo da diverse prospettive: economiche, mediche, scientifiche, sportive, sociali e culturali, emozionando il numeroso pubblico e l’intero team di TEDxPadova. 

Vorrei iniziare dalla fine e cioè dall’ultimo intervento, quello della splendida Drusilla Foer che ci ha guidato in un viaggio di contraddizioni e paradossi, sottolineando che la ri-nascita deve essere interpretata partendo da diverse angolazioni. Più che parlare di ri-nascita in senso stretto bisogna ri-appropriarsi della propria consapevolezza personale, bisogna continuare a ri-amare l’esistenza e a ri-scoprire il valore delle cose e della vita in generale. Parole forti, contenuti di qualità, un finale pazzesco che ha reso l’idea di come ri-nascere sia una sorta di cambiamento, di come dobbiamo essere flessibili e sforzarci di vedere la realtà sempre da punti di vista differenti e sempre nuovi. 

Scienza e medicina: quando la rinascita è una ri-scoperta

Dal punto di vista medico, il Dott. Gino Gerosa ha incantato parlando del progetto di ricerca al quale sta lavorando per sviluppare un cuore biologico che potrebbe significare una ri-nascita vera e propria per moltissimi pazienti. Invece la Dott.ssa Biffi ci ha spiegato l’importanza della terapia genica per introdurre nuove sequenze di DNA, questa modalità di trattamento potrebbe offrire un futuro senza malattie a centinaia di pazienti. Jasmine Abdulcadir ha parlato del suo lavoro di cura con donne e bambine che presentano mutilazioni genitali; un impegno la cui difficoltà principale è proprio quella di aiutare la donna ad entrare in un’ottica di cambiamento a 360 gradi, una rinascita complessa e difficile, ma possibile.

Sara Buson, astrofisica che ha lavorato alla NASA, ci ha invitato a “toccare con mano” i neutrini, messaggeri cosmici affascinanti che possono farci scoprire nuove frontiere. Ed infine il carismatico Koen Van Pottelbergh, che ci ha fatto percepire cosa significhi non vedere e poi ri-cominciare a poter nuovamente vedere con i suoi occhiali speciali.

La rinascita dalle altre prospettive

Vorrei dedicare un plauso speciale ad Eric Barbizzi, che a soli quindici anni ha mostrato la forza di un grande e sul palco ci ha convinti tutti a ri-cominciare a guardare al nostro ambiente in maniera diversa e più responsabile. Uljan Sharka ha ricordato che l’informazione ha un ruolo fondamentale nella nostra vita e che solo la conoscenza può fare veramente la differenza. Mentre Tezeta Abrahm ha richiamato la battaglia costante per i diritti umani e per l’integrazione sociale in Italia; il Professor Villa ci ha entusiasmato con la sua vivacità, ricordando il ruolo dell’arte nei processi di rinascita. 

Dan Peterson, una vera leggenda dello sport, poco prima di salire sul palco per il suo talk dedicato alle rivincite sportive, mi ha raccontato alcuni aneddoti su Mike Bongiorno, sottolineandone la grande precisione e professionalità, lasciandomi senza fiato e forse anche stemperando un po’ la tensione di entrambi. 

Infine Armando Armas attivista e parlamentare venezuelano che ha dato inizio allo spettacolo del TEDxPadova con una grinta ed un’energia che hanno trascinato il pubblico in un lungo applauso. 

Il team

Questa entusiasmante esperienza non sarebbe stata possibile senza il fantastico gruppo che ha lavorato per il TEDxPadova 2019, il team che ha curato la comunicazione, la logistica, la gestione dei partner di “team speaker”, di cui ho fatto parte anch’io ed il team “legale”.

Ogni pedina è stata essenziale per far si che questo evento potesse funzionare al meglio, per far quadrare ogni criticità e per valorizzare ogni performance, comprese quelle musicali e di danza. Vorrei chiudere questo articolo ringraziando il pubblico presente all’evento e richiamando un breve aforisma proposto da uno dei nostri speaker, Uljan Sharka, che mi ha colpito e nel quale credo infinitamente:

“Knowledge is the human superpower”

“La conoscenza è il superpotere dell’uomo”

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Tag: Public Speaking, TEDxPadova, TEDxPadova 2019

“Curare l’ansia” forse non è una espressione del tutto appropriata, di solito preferisco parlare di gestione dell’ansia. Ciò non significa che l’ansia non possa essere completamente superata, spesso una delle principali preoccupazioni dei pazienti è proprio connessa al completo superamento delle spiacevoli sensazioni di paura e di panico che si accompagnano all’ansia. 

Quello che intendo con cura dell’ansia consiste nell’appropriarsi di tecniche e strategie che possono aiutare la persona ad affrontare le situazioni, gli eventi e le realtà che vengono vissute come minacciose. In particolare costruendo dei circoli virtuosi che al solo arrivare della sensazione di paura si attivano e ci consentono di non sentirsi sopraffatti e di rispondere in maniera adeguata e positiva. 

Ricordiamoci che in fondo la paura è una normale emozione che tutti sperimentiamo e che può avere anche una valenza positiva, perché ci protegge in caso di minaccia.

Come curare l’ansia

Per curare l’ansia dobbiamo iniziare a sbloccare quei tentativi di soluzione che mettiamo in campo per cercare di tutelarci e di superare la paura, ma che invece di farci star meglio complicano ulteriormente la situazione. Parlo di quei tentativi di soluzione che riteniamo efficaci per superare le sensazioni di inquietudine e di apprensione determinate sia da una situazione specifica (es. guidare la macchina, gli spazi aperti o chiusi, la paura di un animale, …), che dalla quotidianità in generale (es. la paura pervasiva di tutto quello che ci circonda). 

Solitamente il tentativo messo in atto è quello di provare a non essere colti di sorpresa dall’ansia, cercando nello specifico di evitare quelle emozioni spiacevoli di sofferenza e paura legate proprio alla realtà vissuta come minacciosa.

Tali forme di “evitamento”- note nella pratica clinica come “soluzione disfunzionale” – sebbene riescano a favorire un superamento momentaneo della paura non facendola percepire al soggetto, in realtà non fanno altro che aggravarne la sintomatologia. Solo evitando di evitareil soggetto riuscirà veramente a superare la paura patologica. 

Un ulteriore tentativo di soluzione che sembra tutelarci, ma che in realtà può portare fuori strada, è quello di ricorrere all’aiuto di un familiare, un collega o amico. Per evitare di avere una crisi e sentirci male, ci facciamo aiutare da una persona di fiducia, solo in questo modo riusciamo ad affrontare la situazione che ci spaventa. In realtà questa è una ammissione implicita del fatto che da soli non riusciamo ad affrontare la situazione che ci preoccupa ed avremo sempre bisogno di qualcuno per superare la prova.

Curare l’ansia: un caso reale

L’esperienza di Edoardo (nome di fantasia) riassume in maniera chiara le due tentate soluzioni sopradescritte. Dopo aver lavorato in tutta Italia, utilizzando ogni tipo di mezzo: il treno, la macchina, l’aereo, improvvisamente Edoardo ha iniziato ad avvertire una sensazione spiacevole, uno sorta di eccessiva preoccupazione, sfociata infine in un attacco di panico in macchina ed un altro in treno. Ad un iniziale momento di reazione logica a quanto accaduto è seguito un altro di forte sconforto, una paura crescente di prendere la macchina, che lo ha indotto a farsi accompagnare da un collega in ogni trasferta di lavoro. Il dubbio di non riuscire a guarire e le preoccupazioni conseguenti hanno generato una paura diffusa, non solo per quello che riguardava la guida o i mezzi di trasporto, ma addirittura anche andare a comprarsi un paio di occhiali da sole lo gettava nel panico. Non sapendo più cosa fare Edoardo si rivolge al mio studio. 

Il lavoro principale si è subito incentrato nel favorire un abbassamento della paura patologica per riportarla ad un livello di normalità. Ci siamo calati in maniera paradossale nelle sue peggiori preoccupazioni e paure attraverso la strategia della mezz’ora di passione. Ogni giorno Edoardo hadovuto ritagliarsi una mezz’ora di tempo nella quale isolarsi e calarsi nelle sue paure e preoccupazioni, sforzandosi di stare peggio che potesse. Questa tecnica, con il suo funzionamento paradossale, gli ha fatto vivere un’esperienza nuova: più cercava la paura e più non riusciva a trovarla, anzi riusciva addirittura a sentirsi bene, e a rilassarsi al punto di rischiare di addormentarsi. 

A seguito di questa prima fase di intervento e attraverso questa esperienza positiva è stato possibile in una seconda fase calibrare la strategia migliore per fare in modo che Edoardo, giorno dopo giorno, prendesse maggiormente consapevolezza delle sue capacità e di come gestire l’ansia in ogni situazione. La terapia ha avuto un ottimo successo, con una riduzione totale delle crisi di ansia e una rinnovata capacità di affrontare le situazioni stressanti. 

Edoardo è riuscito nuovamente e a mettersi al volante e a prendere il treno senza più ricorrere alle soluzioni disfunzionali che lo avevano limitato.

Se senti di avere una problematica di ansia  contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

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Ansia sociale: la paura del rifiuto

18 Luglio 2019

Mi occupo di cura della dipendenza a Padova, Vicenza, Treviso ormai da quindici anni, in ambiti diversi: dalla prevenzione nelle scuole (coinvolgendo adolescenti e insegnanti), al lavoro in clinica (cura, riabilitazione e reinserimenti di pazienti con dipendenze varie: alcol, sostanze o altro come il gioco d’azzardo). Per promuovere una cultura del benessere e aumentare le conoscenze rispetto alle diverse dipendenze, nel corso del tempo ho promosso e partecipato a diversi progetti sia nel privato che anche in collaborazione con il servizio per le dipendenze.

Attraverso questo articolo, vorrei portare un paio di esempi di terapia sulle dipendenze, per raccontare due diverse tipologie di intervento in questo ambito. 

Cocaina e crack

Carlo (nome di fantasia) ha iniziato a fare uso di cocaina in modo sporadico, nelle serate con gli amici, il sabato sera, per approdare poi al crack sempre allo stesso modo: una serata tra amici, solo per provare. Questo però gli ha creato una vera e propria dipendenza: una necessità costante e ossessiva della sostanza, tutto il resto passa in secondo piano (affetti, famiglia, lavoro, …). In breve tempo perde molto peso, ma perde anche percezione di se stesso e del proprio futuro.

Carlo arriva in studio dopo dieci anni di consumo ed un percorso in comunità andato male. Il percorso di terapia, in questo caso, s’incentra sulla gestione delle emozioni del paziente: Carlo sfoga una rabbia particolare nei confronti delle persone che gli stanno vicino, ma è un sentimento che in realtà prova verso se stesso, per la vita che sta conducendo e per l’insoddisfazione che ne consegue. La dipendenza da crack o cocaina modifica il modo di percepire e vivere la realtà, ma il caso di Carlo può aiutare a capire che con la giusta combinazione di motivazione e voglia di rimettersi in discussione è possibile uscire dalla dipendenza. Ad oggi non sta più assumendo crack e a distanza di un anno non si segnalano più ricadute.

Cannabis in età adolescenziale

Marco (nome di fantasia) ha diciassette anni, da circa tre fuma cannabinoidi. Per poter fumare gratis si è fatto prendere la mano, ed ha iniziato a spacciare, in modo da guadagnarsi qualche soldo da spendere in scarpe e vestiti. 

Il consumo di cannabis, ma in generale di ogni sostanza in età adolescenziale, è piuttosto pericoloso: porta ad un’alterazione nella percezione di se, ma conduce anche a vivere le emozioni in modo distorto e alterato, in una fase in cui viverle autenticamente è fondamentale per la crescita del soggetto. 

Marco è un ragazzo sveglio: non indentifica bene il problema, ma si rende conto di vivere una serie di difficoltà, in particolare nella relazione con i genitori, e il fumo lo tranquillizza, andando a sopire le emozioni più difficili da gestire, di sofferenza e rabbia. 

Il lavoro terapeutico condotto prima singolarmente con il ragazzo, e poi con i famigliari, ha portato ad ottimi risultati: il fumo si è ridotto notevolmente, e poco alla volta si è ristabilita la relazione tra Marco e i genitori. Nella fase dell’adolescenza è importante aiutare i ragazzi a responsabilizzarsi, ma è altrettanto utile accompagnarli e supportarli, in modo da far loro comprendere che la famiglia può essere una risorsa su cui si può fare affidamento. 

Ti rivedi in queste storie? Senti di avere una dipendenza per una sostanza stupefacente, per il gioco d’azzardo o una dipendenza affettiva? Mi occupo di cura delle dipendenze a Padova Vicenza e Treviso chiamami al 340.41.90.915 o scrivimi in privato compilando il form qua sotto per maggiori informazioni o per fissare un un appuntamento.

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Se dovessimo dare una definizione di emozioni” immagino che ciascuno di noi si riferirebbe agli stati d’animo provocati da un evento che stimola o ha stimolato il nostro sistema percettivo sensoriale.

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita, possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi nelle sfide quotidiane, familiari, lavorative o sportive. Possono diventare il motore della crescita personale, possono favorire i nostri successi, ma possono in qualche caso anche metterci i bastoni tra le ruote e diventare un vero e proprio ostacolo insormontabile. 

In qualità di psicologo e psicoterapeuta a contatto quotidianamente con le tematiche emotive, riscontro sempre più persone che faticano ad accettare alcuni loro stati emotivi, riconoscendoli come estranei o invasivi. L’articolo di oggi mira a far conoscere meglio la tematica relativa alle emozioni e soprattutto a metterla in relazione con la capacità di raggiungere i nostri obiettivi personali e di crescita.

Emozioni cosa sono

Per dare una definizione di emozioni dobbiamo prendere in esame le diverse teorie che le definiscono. Dal punto di vista biologico le emozioni possono essere definite come il processo bio-genetico che attraverso circuiti fisiologici e neuronali distingue e determina impressioni, suggestioni, turbamenti, stati d’animo emotivi. 

Secondo la prospettiva costruzionista le emozioni si definiscono in base al contesto e alla cornice di riferimento, dunque a seconda della situazione e dei momenti che la persona si trova a vivere. In questa ottica le emozioni si possono considerare come degli stati d’animo mutevoli, di attivazione fisiologica, che si innescano in funzione degli stimoli che la persona subisce nei vari momenti della giornata e più in generale della vita. 

Una terza prospettiva vede le emozioni in un’ottica maggiormente cognitiva, e dunque come una valutazione che la persona fa degli eventi a seconda dell’importanza che vi attribuisce ed in base ai propri scopi e ai bisogni personali. 

Un aspetto comune alle diverse teorie sulle emozioni è quello di essere caratterizzate da diverse componenti: biologiche, situazionali e di valutazione del contesto. Le varie teorie mettono in risalto gli aspetti relativi alle sensazioni affettive, alle diverse variazioni fisiologiche compresi i cambiamenti a livello espressivo, sia facciale che della voce e della postura. 

Conoscere cosa sono le emozioni ci permette di capire meglio il funzionamento di quest’ultime in relazione agli obiettivi che ci prefiggiamo nella vita di tutti i giorni.

Emozioni e obiettivi personali

Le emozioni con la loro valenza affettiva ed energia di attivazione sono delle potenti alleate della nostra motivazione. Nei momenti in cui siamo più “attivati”a livello emotivo possiamo migliorare le nostre capacità di memoria, di ragionamento e decisionali. Quando a livello individuale siamo focalizzati sul compito e riusciamo a vivere una sensazione di piacevolezza nell’eseguirlo, siamo in grado di dare il massimo, di prendere le decisioni migliori e di ottenere il risultato sperato. 

Se ad esempio devo svolgere un intervento di fronte ad una platea di persone e mi sento emotivamente affascinato e felice di poter dare il mio contributo, allora riuscirò a salire sul palco con una carica, una determinazione ed un’energia che favoriranno la mia performance. Così come se sono molto arrabbiato per un errore che ho commesso durante il lavoro posso provare ad indirizzare questa energia negativa nella direzione di una maggiore concentrazione, per evitare lo stesso tipo di errore la volta successiva.

Accanto a questa funzionalità delle emozioni dobbiamo tuttavia considerare anche una visione più “disfunzionale”, e di conseguenza negativa, delle emozioni, ovvero quando queste ultime invece di essere una risorsa diventano un limite. Quando ad esempio l’intensità ed il perdurare di un determinato stato emotivo invece di aiutarci a prendere decisioni o ad essere maggiormente concentrati ci porta fuori strada e non ci fa vedere le cose con la necessaria lucidità. Se mi lascio opprimere dalla rabbia per un errore commesso, se non riesco a canalizzarla in energia positiva, il rischio è che l’emozione possa diventare un problema invece che una risorsa preziosa. 

Come rendere funzionali le emozioni

Per favorire un sempre migliore funzionamento delle emozioni è necessario cercare di regolarle e gestirle il più possibile, favorendo innanzi tutto la consapevolezza del nostro stato emotivo attraverso l’ascolto interpersonale, ossia favorendo un ascolto differente, cognitivamente più funzionale.

Il dolore, ad esempio, può anche essere “ascoltato”, accettato, invece che negato; in questo modo non ci affranchiamo dalla momentanea sofferenza che lo accompagna ma l’esperienza significativa è quella di aver vissuto il dolore, di averlo metabolizzato e di esserne uscito. 

Questo approccio ci aiuta a cambiare il nostro modo di vivere le esperienze, sia dal punto di vita fisiologico che da quello comportamentale, ci fa entrare in un’ottica di maggiore flessibilità, di ascolto di se stessi ed infine dicambiamento.

Se senti che non riesci a padroneggiare o a gestire le emozioni può esserti utile un percorso di psicoterapia per rimodulare le tue esperienze emotive e trovare un nuovo equilibrio psico-fisico. Per maggiori info contattami al 340.41.90.915 o compila il form nel seguente link.

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

La paura del giudizio è una forma di paura radicata in ciascuno di noi, una paura che ci stimola a cercare di sbagliare il meno possibile per evitare brutte figure di fronte agli altri. Molto spesso tendiamo a negare l’errore fingendo di non avere realmente sbagliato, ma la situazione si complica quando con l’intento di non sbagliare iniziamo ad evitare tutte quelle situazioni che potrebbero metterci a disagio. Comincia così un viaggio senza ritorno nel quale ogni situazione, ogni momento di interazione con gli altri, diventa una vera e propria fonte di disagio, alla quale cerchiamo in ogni modo di sfuggire.

Il giudizio è un concetto insito nella nostra cultura, a cominciare dalla scuola dove il voto è vissuto come qualcosa di fondamentale, così tanto temuto da rendere a volte infernale la vita degli studenti. Al lavoro il concetto di giudizio si esprime nella “valutazione” delle prestazioni, cioè nel riscontro del capo riguardo alle nostre capacità tecniche, relazionali e comunicative all’interno dell’azienda. Quando svolgo corsi di formazione in azienda, al solo pronunciare la parola “valutazione”, gli animi si scaldano. Mi piace quindi parlare più di feedback, ma indipendentemente dal termine che usiamo, il giudizio è comunque ed in ogni contesto un’arma a doppio taglio: sebbene ci aiuti a crescere è comunque particolarmente temuto.

La paura del giudizio: il caso di Michela

Michela (nome di fantasia) è una giovane studentessa universitaria al terzo anno di medicina; i primi due anni sono andati a gonfie vele, il terzo invece è diventato un tormento. Durante una mattina in biblioteca ha iniziato ad avvertire delle strane sensazioni di ansia che si sono rapidamente trasformate in un vero e proprio attacco di panico. In un primo momento Michela attribuisce il problema all’eccessivo caldo di inizio settembre e ad un calo di zuccheri, invece purtroppo anche nei giorni seguenti il solo avvicinarsi all’università e all’aula degli esami le genera una paura insuperabile. Decide allora di chiudere temporaneamente con lo studio e di non affrontare gli esami. 

Fatalmente questa paura del giudizio e di non essere all’altezza la porta a temere anche il giudizio dei compagni per non essere riuscita a sostenere tutti gli esami del terzo anno. Sa bene che questo problema non sussiste perché molti altri suoi compagni risultano indietro, tuttavia sente forte il peso del loro giudizio e preferisce allontanarsi dall’università. Per non stare con le mani in mano trova lavoro come cameriera ma inconsciamente si rende conto della necessità di affrontare il problema se davvero vuole concludere il percorso di studi.

La peggiore fantasia

Michela è arrivata nel mio studio con le idee confuse, ha affrontato la terapia in maniera diffidente perché non aveva fiducia di potercela fare. Il lavoro terapeutico si è quindi incentrato sull’obiettivo di favorire fin da subito un miglioramento attraverso una riduzione delle sue paure nei confronti dell’università e del giudizio in generale. Adottando la tecnica della peggiore fantasia M. ha rivissuto l’ansia provata quella prima volta in biblioteca, senza tuttavia arrivare a sperimentare gli stessi effetti fisiologici. La tecnica consiste nel chiedere alle persone di calarsi nelle loro peggiori paure e preoccupazioni, in un preciso lasso di tempo nel corso della giornata. Quella che potrebbe apparire a tutta prima come una sorta di “tortura” è invece una strategia altamente paradossale. Infatti durante la mezz’ora in cui il paziente si concentra sulle proprie angosce, la paura viene affrontata in quella maniera diretta che ne favorisce la presa di coscienza ed il superamento. La paura si trasforma in coraggio, questo è il risultato ultimo dell’applicazione di una tecnica basata sul paradosso.

Attraverso la terapia Michela è riuscita nuovamente a trovare la fiducia in se stessa, si è liberata dalle proprie ansie, è tornata in università e ha completato gli esami del terzo anno: ormai gestisce la paura e l’eccessiva tensione con le nuove strategie apprese, senza più esserne travolta.

Se anche tu soffri di ansia e vuoi saperne di più contattami al 3404190915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, paura, paura del giudizio, Terapia Breve Strategica

Ansia e adolescenza cosa fare, è una domanda che spesso i genitori si pongono cercando delle risposte. L’adolescenza è il periodo caratteristico dell’ansia. Nell’adolescenza i ragazzi faticano a capire e a gestire le emozioni che vivono, spesso per la paura di non essere capiti o di essere rifiutati dal mondo dei compagni e da quello degli adulti. La conseguenza può risultare facilmente in una compromissione dello sviluppo della personalità e delle competenze personali.

Ansia in adolescenza: quali sono le forme più comuni

Una delle principali preoccupazioni in età adolescenziale è collegata ad una sensazione di paura generalizzata e diffusa. I timori si concentrano soprattutto sul futuro e sulla paura di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi, anche quelli più semplici ed immediati, o, più in generale, una vita soddisfacente. Spesso questa tipologia di ansia è legata ai dubbi che assillano un adolescente riguardo alle scelte che gli si prospettano davanti: dalla decisione impegnativa su quali studi intraprendere a quale possa essere lo sport ideale o addirittura su quale sia la sua reale identità. La sensazione di derealizzazione o spersonalizzazione fa vivere l’adolescente in uno stato di preoccupazione più o meno intensa, come se davvero non potesse vivere la vita che può e vuole scegliere di vivere.

Tra le principali paure vi è quella di sentirsi male, di rischiare di morire, accompagnata da sensazioni fisiologiche di intensa agitazione quali tachicardia e forte tensione a livello addominale. Oppure la paura di poter perdere il controllo e di conseguenza rischiare delle brutte figure di fronte a tutti. Un paziente adolescente racconta della paura di potersela fare addosso che lo limita e lo porta a cercare di evitare ogni situazione percepita come pericolosa.

Spesso si segnala una forma di ansia sociale legata alla preoccupazione del rapporto con i propri pari, che induce l’adolescente a cercare di evitare qualsiasi circostanza che potrebbe generare un rifiuto da parte dei propri compagni o degli amici. Questa tentata soluzione, nota con il termine tecnico di “evitamento”, nel tempo tuttavia  si rivela controproducente, perché sebbene nella circostanza contingente venga percepita dall’adolescente come una sorte di tutela, in realtà innesca una spirale di continui evitamenti dalla quale il soggetto non riesce più ad uscire

Cosa fare con problematiche di ansia in adolescenza

I genitori, come già sottolineato in alcuni articoli del mio blog, molto spesso pensano in buona fede di aiutare i propri figli adolescenti cercando di rassicurarli, invitandoli a comportarsi diversamente e a cercare nuovi stimoli in modo da superare le proprie paure. La spiegazione logica e razionale di fronte ad una problematica delicata ed irrazionale come la paura non basta, è necessario aiutare i nostri ragazzi proponendo visioni alternative, entrando dentro la logica della paura e cercando di non sostituirsi ai figli risolvendo i problemi al posto loro. 

Spesso di fronte ad una problematica di ansia è consigliabile rivolgersi ad uno specialista, in modo tale da intervenire con le giuste tempistiche e anticipare possibili complicazioni. 

Terapia Breve Strategica

La terapia breve strategica è un modello di psicoterapia particolarmente efficace nei casi di ansia adolescenziale che mira a ridurre i disturbi sin dalle prima sedute, in maniera da sbloccare la realtà problematica e favorire in breve tempo un cambiamento ed il raggiungimento di soluzioni efficaci, efficienti e durature nel tempo. 

Se vuoi saperne di più puoi consultare altri articoli presenti nel mio blog oppure puoi contattarmi al 340.41.90.915 via mail al seguente indirizzo: studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni.

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Tag: ansia, ansia generalizzata, ansia sociale, Attacchi di Panico, genitori, sintomi ansia

La storia delle dipendenze può aiutare a mettere in luce e a capire meglio la funzione che le sostanze hanno avuto nel corso del tempo ed il ruolo che hanno rivestito per la società. Durante l’incontro che ho svolto presso l’Università di Rovigo con gli studenti della facoltà di Scienze dell’educazione, ho cercato di fare una fotografia della diffusione delle sostanze e delle caratteristiche che la dipendenza ha assunto a partire dagli antichi egizi sino ai giorni nostri. 

In questo articolo cercherò di riassumere il viaggio che abbiamo fatto insieme agli studenti durante la giornata di formazione.

Mesopotamia, Antico Egitto, Grecia e Roma

La storia delle sostanze che possono dare dipendenza si intreccia fin dai tempi antichi al consumo di sostanze alcoliche. Nell’antichità gli oppiodi – ovvero le sostanze oppiacee, una miscela di alcaloidi ricavata dal papavero: Papaver somniferum – erano ben note ai Sumeri, ai babilonesi ed agli egizi,che utilizzavano l’oppio come anestetico, per ridurre il dolore, e come analgesico, come calmante, addirittura per non far piangere i bambini. Peraltro in Egitto era noto anche l’uso di bevande alcoliche come la birra, ritenuta un tonificante per le donne incinte, come testimonia unatavola del 2200 a.C.

Nella Grecia antica le Droghe erano considerate come sostanze che agiscono raffreddando, riscaldando, asciugando, umidificando contraendo e rilassando, o addormentando un modo cioè di curare l’organismo. Vino e birra erano consumati in grande quantità nei cerimoniali, così come pure sostanze quali hashish e altre appartenenti alla famiglia delle piante Solanaceae, come la Belladonna, avente proprietà antispasmiche, e la Mandragora, cui venivano accreditate virtù afrodisiache. Sostanze allucinogene venivano molto probabilmente consumate anche nel corso di cerimonie religiose, come simbolo spirituale d’iniziazione. A tal proposito sono noti i Misteri Eleusini, che si celebravano annualmente nell’antica città di Eleusi, nelle cui cerimonie rituali venivano consumate sostanze psichedeliche per creare un’atmosfera ed evocare l’aldilà. La dipendenza a livello di pericolosità sociale si concentrò invece sul vino, anche se i filosofi non si trovano tutti concordi a riguardo.

Nella Roma classica secondo Cesare fumare fiori di canapa era concesso per procurarsi ilarità e godimento. La Lex Corneliaunica norma sull’argomento dice: “Droga è una parola indifferente, che comprende sia ciò che serve a uccidere sia ciò che serve a curare, e i filtri d’amore, ma questa legge condanna solo ciò che viene usato per uccidere qualcuno”. Il grande medico Galeno prescriveva all’imperatore una porzione di oppio come antidolorifico ed il suo effetto anestetico, come già detto, era ben noto fin dall’antichità. La cosa che stupisce è che sebbene vi fossero consumatori regolari non sono documentate problematiche di ordine pubblico o privato, non sono riportati casi clinici e neppure si ha notizia di persone emarginatesocialmente. Invece il vino provocherà conflitti personali e collettivi (disordini, risse), anche se il suo consumo era proibito alle donne e ai minori di trentanni. 

Paganesimo, Islam e Medioevo

In opposizione al Cristianesimo, il Paganesimo vede nelle sostanze psicotrope l’azione di “spiriti neutri” che intensificano nel soggetto le sue inclinazioni naturali, buone o cattive, contribuendo alla conoscenza di se stesso. In questo senso possiamo intravvedere un collegamento con lo sciamanesimo e l’uso di sostanze e di alcol durante le cerimonie: usi magico-religiosi, sapere pagano contaminato dalla stregoneria.

Secondo le leggi islamiche non vi sono né droghe “sacre” né droghe “sacrileghe”. Maometto comunque proibì il vino, anche se non si può negare l’esistenza di un consumo di alcolici malgrado le pene severe per i contravventori. L’oppio nella cultura araba viene usato per indurre uno stato generale di euforia e nelle persone della terza età per sopportare i dispiaceri o addirittura per provocare l’eutanasia. AL-Ukbari, un erudito e saggio, sosteneva: Devi sapere che la legge islamica non proibisce il consumo di farmaci cordiali, con effetti come quelli dell’hashish, e poiché non vi è alcuna notizia sulla sua illiceità, il popolo considera che è permesso usarli. Ma l’uso dell’hashish non era sempre inteso in senso terapeutico. Nell’XI secolo la setta dei Nizariti, attiva in Persia ed in Siria, era nota come Setta degli Assassini– o più semplicemente Assassini– perché i loro feroci guerrieri ricorrevano alla pratica dell’omicidio a fini politici. Pare che il termine assassinipossa derivare dal sostantivo arabo al-Hashīshiyyūnossia coloro che sono dediti al consumo di hashish.

Durante il Medioevo droga, lussuria e stregoneria si intrecciano strettamente. L’uso religioso o ludico di sostanze diverse dall’alcol viene punito con la tortura o la morte, tuttavia è ampiamente riconosciuto il loro impiego nella fabbricazione di pozioni, pomate psicoattive, farmaci elementari.  Ledroghe” delle streghe nascondono ciò che è proibito per eccellenza e sarà l’Inquisizione ad occuparsi in modo spiccio della faccenda, bruciandole senza pietà sul rogo!

Nell’XI secolo oppio e canapa sono impiegati nelle pozioni curative di re, nobili e dagli stessi prelati; i medici traggono un grande e nuovo prestigio sociale usando l’oppio e la canapa a scopo terapeutico. La rinascita della farmacologia porta alla nascita dei primi ordini” di medici e speziali, fatto questo che ne aumenterà considerevolmente il prestigio, malgrado la considerazione che i loro preparati non siano molto diversi da quelli delle fattucchiere.

XIX e XX secolo

Con un salto nel tempo ci portiamo alle soglie del XIX secolo, quando ormai si possono contare almeno 70.000 medicinali con formula segreta che contengo in varie dosi sostanze psicoattive. 

Durante l’800 fu molto in voga l’uso del Laudano, un composto a base di oppio e alcool avente proprietà narcotiche, antidolorifiche e antispastiche simili a quelle degli oppiacei. Lo sciroppo a base di laudano veniva utilizzato dalle lavoratrici operaie inglesi per calmare i loro bambini.

La ricerca scientifica nel frattempo ha fatto passi da gigante e nel campo della farmacopea sono stati scoperti molti dei principali principi attivi delle sostanze. In particolare una delle più grandi scoperte nel 1804 è stata la morfina, uno degli alcaloidi dell’oppio utilizzato soprattutto in medicina, la cui commercializzazione avviene a partire dal 1817 come analgesico e nel trattamento della dipendenza da oppio e alcolici. Nel 1827 incomincia la sua produzione a livello industriale da parte di quella che diventerà una delle più importanti case farmaceutiche mondiali: la Merck.

Cinque volte più forte della morfina viene sintetizzata ed esce sul mercato la Diacetil morfina, meglio nota come eroina, così chiamata per e sue energiche virtù; grazie all’eroina introdotta sul mercato nel 1898 e all’aspirina (acido acetil-salicilico, commercializzato nel 1897) la ditta tedesca produttrice Bayer diventeràun colosso di rilevanza mondiale. 

Al contrario della morfina, l’eroina produce un aumento di attività, calma e riduce ogni sentimento di timore. Anche dosi minime fanno sparire ogni tipo di tosse. I morfinomani trattati con questa sostanza hanno perso immediatamente ogni interesse per la morfina”. 

La cocaina, forte agente stimolante del sistema nervoso centrale (CNS), è nota fin dall’antichità alle popolazioni del Sud America, che masticavano le foglie di coca come tonico, anestetico e per calmare i morsi della fame. Il principio attivo verrà isolato nel 1859 da parte di un farmacista tedesco e verrà inizialmente utilizzato come anestetico. Per lungo tempo in Europa una bevanda a base di vino e cocaina verrà venduta come tonico per il sistema nervoso e per curare la tristezza. Lo stesso Sigmund Freud era solito farne uso come antidepressivo, proponendolo addirittura in qualche caso anche ai pazienti. Nel 1886 un farmacista di Atlanta, negli Stati Uniti, brevettò la formula di un tonico in cui erano presenti anche le noci di cola, una miscela che, privata della cocaina, diventerà ben presto una delle bevande più note e consumate al mondo: la Coca Cola.

Nel 1900 tutte le droghe conosciute sono ormai in farmacia. Si contano persone dipendenti da oppio, morfina, eroina, ma il fenomeno richiama ancora poco l’interesse di giornali, riviste, opinione pubblica, magistratura e polizia. Si alzano però le prime voci di protesta: l’uso di sostanze anche se occasionale viene giudicato un vizio e viene considerato come una malattia contagiosa. Nel 1920 la prima legge sul proibizionismo vieta negli Stati Uniti la fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di sostanze alcoliche. Bisognerà attendere ancora qualche anno per l’estensione del concetto di proibizionismo a sostanze quali la cannabis, l’oppio, l’eroina, la cocaina; questo intervento proibizionista si espanderà a livello internazionale con il dichiarato intento di tutelare la salute pubblica dei cittadini

Gli anni ‘50 e ’70 del secolo scorso sono quelli dell’LSd e della Beat generation. Tra gli anni ‘30 e ‘50 vi fu una grandissima diffusione delle anfetamine: per curare ladepressione, impiegate come stimolanti ed antidepressivi per le truppe, etc., nel 1950 la loro diffusione è capillare. Sempre negli anni ’50 – ‘60 viene sintetizzatoun farmaco oppiaceo sintetico: il metadone, al cui uso iniziale come analgesico nella terapia del dolore cronico verrà affiancata anche la terapia per la riduzione della dipendenza da stupefacenti.

Nel 1938 a Basilea viene sintetizzata da Hofmann la molecola della dietilammide 25- dell’acido lisergico, meglio nota come LSD, una droga semisintetica estratta da un fungo parassita della segale chiamato ergot. Inizialmente molto utilizzato nel campo della psicoterapia, l’LSD venne commerciato dalla ditta Sandoz come farmaco (Delysid), con risultati eccezionali per il trattamento della schizofrenia, autismo, depressione e alcolismo. Le sue caratteristiche psichedeliche lo resero famoso negli anni ’60 presso la generazione hippy, di cui divenne addirittura un simbolo. A partire dagli anni ’70 ne viene riconosciuta la pericolosità ed attualmente è considerata una sostanza illegale.

La Beat Generationè un movimento giovanile che trovò una sua espressione anche in campo artistico, poeticoe letterario, sviluppandosinel secondo dopoguerraprincipalmente negli Stati Uniti. Nasce da un gruppo di scrittori americani e viene alla ribalta nel 1950, così come i fenomeni culturali da esso ispirati. Gli elementi centrali della cultura “Beat” sono l’anticonformismo, il rifiuto di norme imposte, l’innovazione dello stile letterario, la sperimentazione delledroghe, la sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, un rifiuto del materialismo, e rappresentazioni esplicite e crude della condizione umana. La Beat Generation è l’esempio della ribellione giovanile degli anni cinquanta, la “gioventù bruciata”; tra i suoi autori di riferimento più celebri troviamo Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Norman Mailer. I giovani beat sono sofferenti, viaggiano facendo l’autostop, spesso ricorrono all’alcool e alla droga ma il loro disagio sfocerà infine nella rivolta verso la borghesia statunitense e nel rifiuto e nella protesta contro la guerra in Vietnam.

Scavare nell’anima. Metterla a nudo. Rivelarla. Significa esattamente questo il termine psichedelia. Il termine, per derivazione, descrive anche una categoria di musica, arte visiva, moda, cinema, letteratura, fumettisticae cultura, associata originariamente agli anni sessanta: la cultura hippie(o hippy). In origine si tratta di un movimento giovanile che ha inizio negli Stati Uniti d’Americanel corso degli anni sessantae si diffonderà poi in tanti altri Paesi del mondo. La parola «hippie» deriva da «hipster», il cui significato si può tradurre come giovani “anticonformisti o alternativi”.

Queste persone avevano ereditato i valori sottoculturali della Beat Generation, creando una controcultura e proprie comunità che ascoltavano rock psichedelico, abbracciavano la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti come gli allucinogeni e la cannabis, al fine di esplorare e allargare lo stato di coscienza.

Ifigli dei fiori sono gli aderenti al movimento hippie abbigliati convestiti decorati a fiori o con vivacissime stoffe dai colori forti. Il loro ideale di pace e libertà erasintetizzabile in slogan quali “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” e “Fate l’amore, non la guerra”, che risuonavano in maniera fortemente criticanel periodo della guerra del Vietnam. La ricerca sfrenata della totale libertà era il significato insito nel loro stile di vita. Questo movimento toccò particolarmente l’opinione pubblica, tanto da stimolare l’interesse diregisti e cantanti.

A partire dagli anni ‘80del secolo scorso sul mercato illegale compaiono moltisurrogati: cocaine artificiali, ecstasy, crack. L’Ecstasy, o MDMA, è una droga sintetica con effetti fortemente stimolanti che ha trovato diffusione a partire dagli anni novanta soprattutto nei rave party; viene assunta solitamente sotto forma di pastiglie o sciolta in un liquido o anche fumata. L’ecstasy facilita la comunicazione soggettiva, l’empatia e l’accesso a sentimenti repressi.

E al giorno d’oggi? Cosa caratterizza la nostra realtà ed il fenomeno della dipendenza? Segui il mio blog per saperne di più.

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Bibliografia:

“Piccola storia delle droghe. Dall’antichità ai giorni nostri” Antonio Escohotado 2008, Donzelli.

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Tag: dipendenza da droghe, dipendenza nella storia, dipendenze, sostanze stupefacenti, storie di dipendenza

Sabato 25 maggio: TEDxPAdova 2019, in una sola parola: emozionante. Probabilmente è una definizione scontata, tuttavia devo ammettere che dal mio punto di vista è stato un evento unico. 

Come immagino sappiate, TED è un’organizzazione no-profit il cui obiettivo è quello di facilitare la diffusione di idee di valore attraverso conferenze che coprono una grande varietà di argomenti, dalla scienza, al business, alle tematiche globali. TEDxPadova nasce nel 2014 per l’intraprendenza di un gruppo di giovani che hanno un unico stimolante obiettivo: condividere idee innovative in modo da pensare ad un futuro migliore.

In questo articolo vorrei portarvi dietro le quinte, raccontarvi alcuni momenti chiave di questa grande manifestazione e anche i contenuti più significativi degli speaker che sono intervenuti inquesta edizione.

Rinascita

Il filo conduttore di quest’anno è stato il tema della “Rinascita”, la cornice dell’evento quel Palazzo della Ragione, noto anche come “salone”, antica sede dei tribunali cittadini, che rappresenta il cuore pulsante della città di Padova. Gli speaker hanno proposto i loro contributi partendo da diverse prospettive: economiche, mediche, scientifiche, sportive, sociali e culturali, emozionando il numeroso pubblico e l’intero team di TEDxPadova. 

Vorrei iniziare dalla fine e cioè dall’ultimo intervento, quello della splendida Drusilla Foer che ci ha guidato in un viaggio di contraddizioni e paradossi, sottolineando che la ri-nascita deve essere interpretata partendo da diverse angolazioni. Più che parlare di ri-nascita in senso stretto bisogna ri-appropriarsi della propria consapevolezza personale, bisogna continuare a ri-amare l’esistenza e a ri-scoprire il valore delle cose e della vita in generale. Parole forti, contenuti di qualità, un finale pazzesco che ha reso l’idea di come ri-nascere sia una sorta di cambiamento, di come dobbiamo essere flessibili e sforzarci di vedere la realtà sempre da punti di vista differenti e sempre nuovi. 

Scienza e medicina: quando la rinascita è una ri-scoperta

Dal punto di vista medico, il Dott. Gino Gerosa ha incantato parlando del progetto di ricerca al quale sta lavorando per sviluppare un cuore biologico che potrebbe significare una ri-nascita vera e propria per moltissimi pazienti. Invece la Dott.ssa Biffi ci ha spiegato l’importanza della terapia genica per introdurre nuove sequenze di DNA, questa modalità di trattamento potrebbe offrire un futuro senza malattie a centinaia di pazienti. Jasmine Abdulcadir ha parlato del suo lavoro di cura con donne e bambine che presentano mutilazioni genitali; un impegno la cui difficoltà principale è proprio quella di aiutare la donna ad entrare in un’ottica di cambiamento a 360 gradi, una rinascita complessa e difficile, ma possibile.

Sara Buson, astrofisica che ha lavorato alla NASA, ci ha invitato a “toccare con mano” i neutrini, messaggeri cosmici affascinanti che possono farci scoprire nuove frontiere. Ed infine il carismatico Koen Van Pottelbergh, che ci ha fatto percepire cosa significhi non vedere e poi ri-cominciare a poter nuovamente vedere con i suoi occhiali speciali.

La rinascita dalle altre prospettive

Vorrei dedicare un plauso speciale ad Eric Barbizzi, che a soli quindici anni ha mostrato la forza di un grande e sul palco ci ha convinti tutti a ri-cominciare a guardare al nostro ambiente in maniera diversa e più responsabile. Uljan Sharka ha ricordato che l’informazione ha un ruolo fondamentale nella nostra vita e che solo la conoscenza può fare veramente la differenza. Mentre Tezeta Abrahm ha richiamato la battaglia costante per i diritti umani e per l’integrazione sociale in Italia; il Professor Villa ci ha entusiasmato con la sua vivacità, ricordando il ruolo dell’arte nei processi di rinascita. 

Dan Peterson, una vera leggenda dello sport, poco prima di salire sul palco per il suo talk dedicato alle rivincite sportive, mi ha raccontato alcuni aneddoti su Mike Bongiorno, sottolineandone la grande precisione e professionalità, lasciandomi senza fiato e forse anche stemperando un po’ la tensione di entrambi. 

Infine Armando Armas attivista e parlamentare venezuelano che ha dato inizio allo spettacolo del TEDxPadova con una grinta ed un’energia che hanno trascinato il pubblico in un lungo applauso. 

Il team

Questa entusiasmante esperienza non sarebbe stata possibile senza il fantastico gruppo che ha lavorato per il TEDxPadova 2019, il team che ha curato la comunicazione, la logistica, la gestione dei partner di “team speaker”, di cui ho fatto parte anch’io ed il team “legale”.

Ogni pedina è stata essenziale per far si che questo evento potesse funzionare al meglio, per far quadrare ogni criticità e per valorizzare ogni performance, comprese quelle musicali e di danza. Vorrei chiudere questo articolo ringraziando il pubblico presente all’evento e richiamando un breve aforisma proposto da uno dei nostri speaker, Uljan Sharka, che mi ha colpito e nel quale credo infinitamente:

“Knowledge is the human superpower”

“La conoscenza è il superpotere dell’uomo”

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Tag: Public Speaking, TEDxPadova, TEDxPadova 2019

“Curare l’ansia” forse non è una espressione del tutto appropriata, di solito preferisco parlare di gestione dell’ansia. Ciò non significa che l’ansia non possa essere completamente superata, spesso una delle principali preoccupazioni dei pazienti è proprio connessa al completo superamento delle spiacevoli sensazioni di paura e di panico che si accompagnano all’ansia. 

Quello che intendo con cura dell’ansia consiste nell’appropriarsi di tecniche e strategie che possono aiutare la persona ad affrontare le situazioni, gli eventi e le realtà che vengono vissute come minacciose. In particolare costruendo dei circoli virtuosi che al solo arrivare della sensazione di paura si attivano e ci consentono di non sentirsi sopraffatti e di rispondere in maniera adeguata e positiva. 

Ricordiamoci che in fondo la paura è una normale emozione che tutti sperimentiamo e che può avere anche una valenza positiva, perché ci protegge in caso di minaccia.

Come curare l’ansia

Per curare l’ansia dobbiamo iniziare a sbloccare quei tentativi di soluzione che mettiamo in campo per cercare di tutelarci e di superare la paura, ma che invece di farci star meglio complicano ulteriormente la situazione. Parlo di quei tentativi di soluzione che riteniamo efficaci per superare le sensazioni di inquietudine e di apprensione determinate sia da una situazione specifica (es. guidare la macchina, gli spazi aperti o chiusi, la paura di un animale, …), che dalla quotidianità in generale (es. la paura pervasiva di tutto quello che ci circonda). 

Solitamente il tentativo messo in atto è quello di provare a non essere colti di sorpresa dall’ansia, cercando nello specifico di evitare quelle emozioni spiacevoli di sofferenza e paura legate proprio alla realtà vissuta come minacciosa.

Tali forme di “evitamento”- note nella pratica clinica come “soluzione disfunzionale” – sebbene riescano a favorire un superamento momentaneo della paura non facendola percepire al soggetto, in realtà non fanno altro che aggravarne la sintomatologia. Solo evitando di evitareil soggetto riuscirà veramente a superare la paura patologica. 

Un ulteriore tentativo di soluzione che sembra tutelarci, ma che in realtà può portare fuori strada, è quello di ricorrere all’aiuto di un familiare, un collega o amico. Per evitare di avere una crisi e sentirci male, ci facciamo aiutare da una persona di fiducia, solo in questo modo riusciamo ad affrontare la situazione che ci spaventa. In realtà questa è una ammissione implicita del fatto che da soli non riusciamo ad affrontare la situazione che ci preoccupa ed avremo sempre bisogno di qualcuno per superare la prova.

Curare l’ansia: un caso reale

L’esperienza di Edoardo (nome di fantasia) riassume in maniera chiara le due tentate soluzioni sopradescritte. Dopo aver lavorato in tutta Italia, utilizzando ogni tipo di mezzo: il treno, la macchina, l’aereo, improvvisamente Edoardo ha iniziato ad avvertire una sensazione spiacevole, uno sorta di eccessiva preoccupazione, sfociata infine in un attacco di panico in macchina ed un altro in treno. Ad un iniziale momento di reazione logica a quanto accaduto è seguito un altro di forte sconforto, una paura crescente di prendere la macchina, che lo ha indotto a farsi accompagnare da un collega in ogni trasferta di lavoro. Il dubbio di non riuscire a guarire e le preoccupazioni conseguenti hanno generato una paura diffusa, non solo per quello che riguardava la guida o i mezzi di trasporto, ma addirittura anche andare a comprarsi un paio di occhiali da sole lo gettava nel panico. Non sapendo più cosa fare Edoardo si rivolge al mio studio. 

Il lavoro principale si è subito incentrato nel favorire un abbassamento della paura patologica per riportarla ad un livello di normalità. Ci siamo calati in maniera paradossale nelle sue peggiori preoccupazioni e paure attraverso la strategia della mezz’ora di passione. Ogni giorno Edoardo hadovuto ritagliarsi una mezz’ora di tempo nella quale isolarsi e calarsi nelle sue paure e preoccupazioni, sforzandosi di stare peggio che potesse. Questa tecnica, con il suo funzionamento paradossale, gli ha fatto vivere un’esperienza nuova: più cercava la paura e più non riusciva a trovarla, anzi riusciva addirittura a sentirsi bene, e a rilassarsi al punto di rischiare di addormentarsi. 

A seguito di questa prima fase di intervento e attraverso questa esperienza positiva è stato possibile in una seconda fase calibrare la strategia migliore per fare in modo che Edoardo, giorno dopo giorno, prendesse maggiormente consapevolezza delle sue capacità e di come gestire l’ansia in ogni situazione. La terapia ha avuto un ottimo successo, con una riduzione totale delle crisi di ansia e una rinnovata capacità di affrontare le situazioni stressanti. 

Edoardo è riuscito nuovamente e a mettersi al volante e a prendere il treno senza più ricorrere alle soluzioni disfunzionali che lo avevano limitato.

Se senti di avere una problematica di ansia  contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

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Ansia sociale: la paura del rifiuto

18 Luglio 2019

Mi occupo di cura della dipendenza a Padova, Vicenza, Treviso ormai da quindici anni, in ambiti diversi: dalla prevenzione nelle scuole (coinvolgendo adolescenti e insegnanti), al lavoro in clinica (cura, riabilitazione e reinserimenti di pazienti con dipendenze varie: alcol, sostanze o altro come il gioco d’azzardo). Per promuovere una cultura del benessere e aumentare le conoscenze rispetto alle diverse dipendenze, nel corso del tempo ho promosso e partecipato a diversi progetti sia nel privato che anche in collaborazione con il servizio per le dipendenze.

Attraverso questo articolo, vorrei portare un paio di esempi di terapia sulle dipendenze, per raccontare due diverse tipologie di intervento in questo ambito. 

Cocaina e crack

Carlo (nome di fantasia) ha iniziato a fare uso di cocaina in modo sporadico, nelle serate con gli amici, il sabato sera, per approdare poi al crack sempre allo stesso modo: una serata tra amici, solo per provare. Questo però gli ha creato una vera e propria dipendenza: una necessità costante e ossessiva della sostanza, tutto il resto passa in secondo piano (affetti, famiglia, lavoro, …). In breve tempo perde molto peso, ma perde anche percezione di se stesso e del proprio futuro.

Carlo arriva in studio dopo dieci anni di consumo ed un percorso in comunità andato male. Il percorso di terapia, in questo caso, s’incentra sulla gestione delle emozioni del paziente: Carlo sfoga una rabbia particolare nei confronti delle persone che gli stanno vicino, ma è un sentimento che in realtà prova verso se stesso, per la vita che sta conducendo e per l’insoddisfazione che ne consegue. La dipendenza da crack o cocaina modifica il modo di percepire e vivere la realtà, ma il caso di Carlo può aiutare a capire che con la giusta combinazione di motivazione e voglia di rimettersi in discussione è possibile uscire dalla dipendenza. Ad oggi non sta più assumendo crack e a distanza di un anno non si segnalano più ricadute.

Cannabis in età adolescenziale

Marco (nome di fantasia) ha diciassette anni, da circa tre fuma cannabinoidi. Per poter fumare gratis si è fatto prendere la mano, ed ha iniziato a spacciare, in modo da guadagnarsi qualche soldo da spendere in scarpe e vestiti. 

Il consumo di cannabis, ma in generale di ogni sostanza in età adolescenziale, è piuttosto pericoloso: porta ad un’alterazione nella percezione di se, ma conduce anche a vivere le emozioni in modo distorto e alterato, in una fase in cui viverle autenticamente è fondamentale per la crescita del soggetto. 

Marco è un ragazzo sveglio: non indentifica bene il problema, ma si rende conto di vivere una serie di difficoltà, in particolare nella relazione con i genitori, e il fumo lo tranquillizza, andando a sopire le emozioni più difficili da gestire, di sofferenza e rabbia. 

Il lavoro terapeutico condotto prima singolarmente con il ragazzo, e poi con i famigliari, ha portato ad ottimi risultati: il fumo si è ridotto notevolmente, e poco alla volta si è ristabilita la relazione tra Marco e i genitori. Nella fase dell’adolescenza è importante aiutare i ragazzi a responsabilizzarsi, ma è altrettanto utile accompagnarli e supportarli, in modo da far loro comprendere che la famiglia può essere una risorsa su cui si può fare affidamento. 

Ti rivedi in queste storie? Senti di avere una dipendenza per una sostanza stupefacente, per il gioco d’azzardo o una dipendenza affettiva? Mi occupo di cura delle dipendenze a Padova Vicenza e Treviso chiamami al 340.41.90.915 o scrivimi in privato compilando il form qua sotto per maggiori informazioni o per fissare un un appuntamento.

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Tag: dipendenza da cannabis, dipendenza da cocaina, dipendenze, storie di dipendenza

Se dovessimo dare una definizione di emozioni” immagino che ciascuno di noi si riferirebbe agli stati d’animo provocati da un evento che stimola o ha stimolato il nostro sistema percettivo sensoriale.

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita, possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi nelle sfide quotidiane, familiari, lavorative o sportive. Possono diventare il motore della crescita personale, possono favorire i nostri successi, ma possono in qualche caso anche metterci i bastoni tra le ruote e diventare un vero e proprio ostacolo insormontabile. 

In qualità di psicologo e psicoterapeuta a contatto quotidianamente con le tematiche emotive, riscontro sempre più persone che faticano ad accettare alcuni loro stati emotivi, riconoscendoli come estranei o invasivi. L’articolo di oggi mira a far conoscere meglio la tematica relativa alle emozioni e soprattutto a metterla in relazione con la capacità di raggiungere i nostri obiettivi personali e di crescita.

Emozioni cosa sono

Per dare una definizione di emozioni dobbiamo prendere in esame le diverse teorie che le definiscono. Dal punto di vista biologico le emozioni possono essere definite come il processo bio-genetico che attraverso circuiti fisiologici e neuronali distingue e determina impressioni, suggestioni, turbamenti, stati d’animo emotivi. 

Secondo la prospettiva costruzionista le emozioni si definiscono in base al contesto e alla cornice di riferimento, dunque a seconda della situazione e dei momenti che la persona si trova a vivere. In questa ottica le emozioni si possono considerare come degli stati d’animo mutevoli, di attivazione fisiologica, che si innescano in funzione degli stimoli che la persona subisce nei vari momenti della giornata e più in generale della vita. 

Una terza prospettiva vede le emozioni in un’ottica maggiormente cognitiva, e dunque come una valutazione che la persona fa degli eventi a seconda dell’importanza che vi attribuisce ed in base ai propri scopi e ai bisogni personali. 

Un aspetto comune alle diverse teorie sulle emozioni è quello di essere caratterizzate da diverse componenti: biologiche, situazionali e di valutazione del contesto. Le varie teorie mettono in risalto gli aspetti relativi alle sensazioni affettive, alle diverse variazioni fisiologiche compresi i cambiamenti a livello espressivo, sia facciale che della voce e della postura. 

Conoscere cosa sono le emozioni ci permette di capire meglio il funzionamento di quest’ultime in relazione agli obiettivi che ci prefiggiamo nella vita di tutti i giorni.

Emozioni e obiettivi personali

Le emozioni con la loro valenza affettiva ed energia di attivazione sono delle potenti alleate della nostra motivazione. Nei momenti in cui siamo più “attivati”a livello emotivo possiamo migliorare le nostre capacità di memoria, di ragionamento e decisionali. Quando a livello individuale siamo focalizzati sul compito e riusciamo a vivere una sensazione di piacevolezza nell’eseguirlo, siamo in grado di dare il massimo, di prendere le decisioni migliori e di ottenere il risultato sperato. 

Se ad esempio devo svolgere un intervento di fronte ad una platea di persone e mi sento emotivamente affascinato e felice di poter dare il mio contributo, allora riuscirò a salire sul palco con una carica, una determinazione ed un’energia che favoriranno la mia performance. Così come se sono molto arrabbiato per un errore che ho commesso durante il lavoro posso provare ad indirizzare questa energia negativa nella direzione di una maggiore concentrazione, per evitare lo stesso tipo di errore la volta successiva.

Accanto a questa funzionalità delle emozioni dobbiamo tuttavia considerare anche una visione più “disfunzionale”, e di conseguenza negativa, delle emozioni, ovvero quando queste ultime invece di essere una risorsa diventano un limite. Quando ad esempio l’intensità ed il perdurare di un determinato stato emotivo invece di aiutarci a prendere decisioni o ad essere maggiormente concentrati ci porta fuori strada e non ci fa vedere le cose con la necessaria lucidità. Se mi lascio opprimere dalla rabbia per un errore commesso, se non riesco a canalizzarla in energia positiva, il rischio è che l’emozione possa diventare un problema invece che una risorsa preziosa. 

Come rendere funzionali le emozioni

Per favorire un sempre migliore funzionamento delle emozioni è necessario cercare di regolarle e gestirle il più possibile, favorendo innanzi tutto la consapevolezza del nostro stato emotivo attraverso l’ascolto interpersonale, ossia favorendo un ascolto differente, cognitivamente più funzionale.

Il dolore, ad esempio, può anche essere “ascoltato”, accettato, invece che negato; in questo modo non ci affranchiamo dalla momentanea sofferenza che lo accompagna ma l’esperienza significativa è quella di aver vissuto il dolore, di averlo metabolizzato e di esserne uscito. 

Questo approccio ci aiuta a cambiare il nostro modo di vivere le esperienze, sia dal punto di vita fisiologico che da quello comportamentale, ci fa entrare in un’ottica di maggiore flessibilità, di ascolto di se stessi ed infine dicambiamento.

Se senti che non riesci a padroneggiare o a gestire le emozioni può esserti utile un percorso di psicoterapia per rimodulare le tue esperienze emotive e trovare un nuovo equilibrio psico-fisico. Per maggiori info contattami al 340.41.90.915 o compila il form nel seguente link.

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

La paura del giudizio è una forma di paura radicata in ciascuno di noi, una paura che ci stimola a cercare di sbagliare il meno possibile per evitare brutte figure di fronte agli altri. Molto spesso tendiamo a negare l’errore fingendo di non avere realmente sbagliato, ma la situazione si complica quando con l’intento di non sbagliare iniziamo ad evitare tutte quelle situazioni che potrebbero metterci a disagio. Comincia così un viaggio senza ritorno nel quale ogni situazione, ogni momento di interazione con gli altri, diventa una vera e propria fonte di disagio, alla quale cerchiamo in ogni modo di sfuggire.

Il giudizio è un concetto insito nella nostra cultura, a cominciare dalla scuola dove il voto è vissuto come qualcosa di fondamentale, così tanto temuto da rendere a volte infernale la vita degli studenti. Al lavoro il concetto di giudizio si esprime nella “valutazione” delle prestazioni, cioè nel riscontro del capo riguardo alle nostre capacità tecniche, relazionali e comunicative all’interno dell’azienda. Quando svolgo corsi di formazione in azienda, al solo pronunciare la parola “valutazione”, gli animi si scaldano. Mi piace quindi parlare più di feedback, ma indipendentemente dal termine che usiamo, il giudizio è comunque ed in ogni contesto un’arma a doppio taglio: sebbene ci aiuti a crescere è comunque particolarmente temuto.

La paura del giudizio: il caso di Michela

Michela (nome di fantasia) è una giovane studentessa universitaria al terzo anno di medicina; i primi due anni sono andati a gonfie vele, il terzo invece è diventato un tormento. Durante una mattina in biblioteca ha iniziato ad avvertire delle strane sensazioni di ansia che si sono rapidamente trasformate in un vero e proprio attacco di panico. In un primo momento Michela attribuisce il problema all’eccessivo caldo di inizio settembre e ad un calo di zuccheri, invece purtroppo anche nei giorni seguenti il solo avvicinarsi all’università e all’aula degli esami le genera una paura insuperabile. Decide allora di chiudere temporaneamente con lo studio e di non affrontare gli esami. 

Fatalmente questa paura del giudizio e di non essere all’altezza la porta a temere anche il giudizio dei compagni per non essere riuscita a sostenere tutti gli esami del terzo anno. Sa bene che questo problema non sussiste perché molti altri suoi compagni risultano indietro, tuttavia sente forte il peso del loro giudizio e preferisce allontanarsi dall’università. Per non stare con le mani in mano trova lavoro come cameriera ma inconsciamente si rende conto della necessità di affrontare il problema se davvero vuole concludere il percorso di studi.

La peggiore fantasia

Michela è arrivata nel mio studio con le idee confuse, ha affrontato la terapia in maniera diffidente perché non aveva fiducia di potercela fare. Il lavoro terapeutico si è quindi incentrato sull’obiettivo di favorire fin da subito un miglioramento attraverso una riduzione delle sue paure nei confronti dell’università e del giudizio in generale. Adottando la tecnica della peggiore fantasia M. ha rivissuto l’ansia provata quella prima volta in biblioteca, senza tuttavia arrivare a sperimentare gli stessi effetti fisiologici. La tecnica consiste nel chiedere alle persone di calarsi nelle loro peggiori paure e preoccupazioni, in un preciso lasso di tempo nel corso della giornata. Quella che potrebbe apparire a tutta prima come una sorta di “tortura” è invece una strategia altamente paradossale. Infatti durante la mezz’ora in cui il paziente si concentra sulle proprie angosce, la paura viene affrontata in quella maniera diretta che ne favorisce la presa di coscienza ed il superamento. La paura si trasforma in coraggio, questo è il risultato ultimo dell’applicazione di una tecnica basata sul paradosso.

Attraverso la terapia Michela è riuscita nuovamente a trovare la fiducia in se stessa, si è liberata dalle proprie ansie, è tornata in università e ha completato gli esami del terzo anno: ormai gestisce la paura e l’eccessiva tensione con le nuove strategie apprese, senza più esserne travolta.

Se anche tu soffri di ansia e vuoi saperne di più contattami al 3404190915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, paura, paura del giudizio, Terapia Breve Strategica

Ansia e adolescenza cosa fare, è una domanda che spesso i genitori si pongono cercando delle risposte. L’adolescenza è il periodo caratteristico dell’ansia. Nell’adolescenza i ragazzi faticano a capire e a gestire le emozioni che vivono, spesso per la paura di non essere capiti o di essere rifiutati dal mondo dei compagni e da quello degli adulti. La conseguenza può risultare facilmente in una compromissione dello sviluppo della personalità e delle competenze personali.

Ansia in adolescenza: quali sono le forme più comuni

Una delle principali preoccupazioni in età adolescenziale è collegata ad una sensazione di paura generalizzata e diffusa. I timori si concentrano soprattutto sul futuro e sulla paura di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi, anche quelli più semplici ed immediati, o, più in generale, una vita soddisfacente. Spesso questa tipologia di ansia è legata ai dubbi che assillano un adolescente riguardo alle scelte che gli si prospettano davanti: dalla decisione impegnativa su quali studi intraprendere a quale possa essere lo sport ideale o addirittura su quale sia la sua reale identità. La sensazione di derealizzazione o spersonalizzazione fa vivere l’adolescente in uno stato di preoccupazione più o meno intensa, come se davvero non potesse vivere la vita che può e vuole scegliere di vivere.

Tra le principali paure vi è quella di sentirsi male, di rischiare di morire, accompagnata da sensazioni fisiologiche di intensa agitazione quali tachicardia e forte tensione a livello addominale. Oppure la paura di poter perdere il controllo e di conseguenza rischiare delle brutte figure di fronte a tutti. Un paziente adolescente racconta della paura di potersela fare addosso che lo limita e lo porta a cercare di evitare ogni situazione percepita come pericolosa.

Spesso si segnala una forma di ansia sociale legata alla preoccupazione del rapporto con i propri pari, che induce l’adolescente a cercare di evitare qualsiasi circostanza che potrebbe generare un rifiuto da parte dei propri compagni o degli amici. Questa tentata soluzione, nota con il termine tecnico di “evitamento”, nel tempo tuttavia  si rivela controproducente, perché sebbene nella circostanza contingente venga percepita dall’adolescente come una sorte di tutela, in realtà innesca una spirale di continui evitamenti dalla quale il soggetto non riesce più ad uscire

Cosa fare con problematiche di ansia in adolescenza

I genitori, come già sottolineato in alcuni articoli del mio blog, molto spesso pensano in buona fede di aiutare i propri figli adolescenti cercando di rassicurarli, invitandoli a comportarsi diversamente e a cercare nuovi stimoli in modo da superare le proprie paure. La spiegazione logica e razionale di fronte ad una problematica delicata ed irrazionale come la paura non basta, è necessario aiutare i nostri ragazzi proponendo visioni alternative, entrando dentro la logica della paura e cercando di non sostituirsi ai figli risolvendo i problemi al posto loro. 

Spesso di fronte ad una problematica di ansia è consigliabile rivolgersi ad uno specialista, in modo tale da intervenire con le giuste tempistiche e anticipare possibili complicazioni. 

Terapia Breve Strategica

La terapia breve strategica è un modello di psicoterapia particolarmente efficace nei casi di ansia adolescenziale che mira a ridurre i disturbi sin dalle prima sedute, in maniera da sbloccare la realtà problematica e favorire in breve tempo un cambiamento ed il raggiungimento di soluzioni efficaci, efficienti e durature nel tempo. 

Se vuoi saperne di più puoi consultare altri articoli presenti nel mio blog oppure puoi contattarmi al 340.41.90.915 via mail al seguente indirizzo: studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni.

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Tag: ansia, ansia generalizzata, ansia sociale, Attacchi di Panico, genitori, sintomi ansia

La storia delle dipendenze può aiutare a mettere in luce e a capire meglio la funzione che le sostanze hanno avuto nel corso del tempo ed il ruolo che hanno rivestito per la società. Durante l’incontro che ho svolto presso l’Università di Rovigo con gli studenti della facoltà di Scienze dell’educazione, ho cercato di fare una fotografia della diffusione delle sostanze e delle caratteristiche che la dipendenza ha assunto a partire dagli antichi egizi sino ai giorni nostri. 

In questo articolo cercherò di riassumere il viaggio che abbiamo fatto insieme agli studenti durante la giornata di formazione.

Mesopotamia, Antico Egitto, Grecia e Roma

La storia delle sostanze che possono dare dipendenza si intreccia fin dai tempi antichi al consumo di sostanze alcoliche. Nell’antichità gli oppiodi – ovvero le sostanze oppiacee, una miscela di alcaloidi ricavata dal papavero: Papaver somniferum – erano ben note ai Sumeri, ai babilonesi ed agli egizi,che utilizzavano l’oppio come anestetico, per ridurre il dolore, e come analgesico, come calmante, addirittura per non far piangere i bambini. Peraltro in Egitto era noto anche l’uso di bevande alcoliche come la birra, ritenuta un tonificante per le donne incinte, come testimonia unatavola del 2200 a.C.

Nella Grecia antica le Droghe erano considerate come sostanze che agiscono raffreddando, riscaldando, asciugando, umidificando contraendo e rilassando, o addormentando un modo cioè di curare l’organismo. Vino e birra erano consumati in grande quantità nei cerimoniali, così come pure sostanze quali hashish e altre appartenenti alla famiglia delle piante Solanaceae, come la Belladonna, avente proprietà antispasmiche, e la Mandragora, cui venivano accreditate virtù afrodisiache. Sostanze allucinogene venivano molto probabilmente consumate anche nel corso di cerimonie religiose, come simbolo spirituale d’iniziazione. A tal proposito sono noti i Misteri Eleusini, che si celebravano annualmente nell’antica città di Eleusi, nelle cui cerimonie rituali venivano consumate sostanze psichedeliche per creare un’atmosfera ed evocare l’aldilà. La dipendenza a livello di pericolosità sociale si concentrò invece sul vino, anche se i filosofi non si trovano tutti concordi a riguardo.

Nella Roma classica secondo Cesare fumare fiori di canapa era concesso per procurarsi ilarità e godimento. La Lex Corneliaunica norma sull’argomento dice: “Droga è una parola indifferente, che comprende sia ciò che serve a uccidere sia ciò che serve a curare, e i filtri d’amore, ma questa legge condanna solo ciò che viene usato per uccidere qualcuno”. Il grande medico Galeno prescriveva all’imperatore una porzione di oppio come antidolorifico ed il suo effetto anestetico, come già detto, era ben noto fin dall’antichità. La cosa che stupisce è che sebbene vi fossero consumatori regolari non sono documentate problematiche di ordine pubblico o privato, non sono riportati casi clinici e neppure si ha notizia di persone emarginatesocialmente. Invece il vino provocherà conflitti personali e collettivi (disordini, risse), anche se il suo consumo era proibito alle donne e ai minori di trentanni. 

Paganesimo, Islam e Medioevo

In opposizione al Cristianesimo, il Paganesimo vede nelle sostanze psicotrope l’azione di “spiriti neutri” che intensificano nel soggetto le sue inclinazioni naturali, buone o cattive, contribuendo alla conoscenza di se stesso. In questo senso possiamo intravvedere un collegamento con lo sciamanesimo e l’uso di sostanze e di alcol durante le cerimonie: usi magico-religiosi, sapere pagano contaminato dalla stregoneria.

Secondo le leggi islamiche non vi sono né droghe “sacre” né droghe “sacrileghe”. Maometto comunque proibì il vino, anche se non si può negare l’esistenza di un consumo di alcolici malgrado le pene severe per i contravventori. L’oppio nella cultura araba viene usato per indurre uno stato generale di euforia e nelle persone della terza età per sopportare i dispiaceri o addirittura per provocare l’eutanasia. AL-Ukbari, un erudito e saggio, sosteneva: Devi sapere che la legge islamica non proibisce il consumo di farmaci cordiali, con effetti come quelli dell’hashish, e poiché non vi è alcuna notizia sulla sua illiceità, il popolo considera che è permesso usarli. Ma l’uso dell’hashish non era sempre inteso in senso terapeutico. Nell’XI secolo la setta dei Nizariti, attiva in Persia ed in Siria, era nota come Setta degli Assassini– o più semplicemente Assassini– perché i loro feroci guerrieri ricorrevano alla pratica dell’omicidio a fini politici. Pare che il termine assassinipossa derivare dal sostantivo arabo al-Hashīshiyyūnossia coloro che sono dediti al consumo di hashish.

Durante il Medioevo droga, lussuria e stregoneria si intrecciano strettamente. L’uso religioso o ludico di sostanze diverse dall’alcol viene punito con la tortura o la morte, tuttavia è ampiamente riconosciuto il loro impiego nella fabbricazione di pozioni, pomate psicoattive, farmaci elementari.  Ledroghe” delle streghe nascondono ciò che è proibito per eccellenza e sarà l’Inquisizione ad occuparsi in modo spiccio della faccenda, bruciandole senza pietà sul rogo!

Nell’XI secolo oppio e canapa sono impiegati nelle pozioni curative di re, nobili e dagli stessi prelati; i medici traggono un grande e nuovo prestigio sociale usando l’oppio e la canapa a scopo terapeutico. La rinascita della farmacologia porta alla nascita dei primi ordini” di medici e speziali, fatto questo che ne aumenterà considerevolmente il prestigio, malgrado la considerazione che i loro preparati non siano molto diversi da quelli delle fattucchiere.

XIX e XX secolo

Con un salto nel tempo ci portiamo alle soglie del XIX secolo, quando ormai si possono contare almeno 70.000 medicinali con formula segreta che contengo in varie dosi sostanze psicoattive. 

Durante l’800 fu molto in voga l’uso del Laudano, un composto a base di oppio e alcool avente proprietà narcotiche, antidolorifiche e antispastiche simili a quelle degli oppiacei. Lo sciroppo a base di laudano veniva utilizzato dalle lavoratrici operaie inglesi per calmare i loro bambini.

La ricerca scientifica nel frattempo ha fatto passi da gigante e nel campo della farmacopea sono stati scoperti molti dei principali principi attivi delle sostanze. In particolare una delle più grandi scoperte nel 1804 è stata la morfina, uno degli alcaloidi dell’oppio utilizzato soprattutto in medicina, la cui commercializzazione avviene a partire dal 1817 come analgesico e nel trattamento della dipendenza da oppio e alcolici. Nel 1827 incomincia la sua produzione a livello industriale da parte di quella che diventerà una delle più importanti case farmaceutiche mondiali: la Merck.

Cinque volte più forte della morfina viene sintetizzata ed esce sul mercato la Diacetil morfina, meglio nota come eroina, così chiamata per e sue energiche virtù; grazie all’eroina introdotta sul mercato nel 1898 e all’aspirina (acido acetil-salicilico, commercializzato nel 1897) la ditta tedesca produttrice Bayer diventeràun colosso di rilevanza mondiale. 

Al contrario della morfina, l’eroina produce un aumento di attività, calma e riduce ogni sentimento di timore. Anche dosi minime fanno sparire ogni tipo di tosse. I morfinomani trattati con questa sostanza hanno perso immediatamente ogni interesse per la morfina”. 

La cocaina, forte agente stimolante del sistema nervoso centrale (CNS), è nota fin dall’antichità alle popolazioni del Sud America, che masticavano le foglie di coca come tonico, anestetico e per calmare i morsi della fame. Il principio attivo verrà isolato nel 1859 da parte di un farmacista tedesco e verrà inizialmente utilizzato come anestetico. Per lungo tempo in Europa una bevanda a base di vino e cocaina verrà venduta come tonico per il sistema nervoso e per curare la tristezza. Lo stesso Sigmund Freud era solito farne uso come antidepressivo, proponendolo addirittura in qualche caso anche ai pazienti. Nel 1886 un farmacista di Atlanta, negli Stati Uniti, brevettò la formula di un tonico in cui erano presenti anche le noci di cola, una miscela che, privata della cocaina, diventerà ben presto una delle bevande più note e consumate al mondo: la Coca Cola.

Nel 1900 tutte le droghe conosciute sono ormai in farmacia. Si contano persone dipendenti da oppio, morfina, eroina, ma il fenomeno richiama ancora poco l’interesse di giornali, riviste, opinione pubblica, magistratura e polizia. Si alzano però le prime voci di protesta: l’uso di sostanze anche se occasionale viene giudicato un vizio e viene considerato come una malattia contagiosa. Nel 1920 la prima legge sul proibizionismo vieta negli Stati Uniti la fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di sostanze alcoliche. Bisognerà attendere ancora qualche anno per l’estensione del concetto di proibizionismo a sostanze quali la cannabis, l’oppio, l’eroina, la cocaina; questo intervento proibizionista si espanderà a livello internazionale con il dichiarato intento di tutelare la salute pubblica dei cittadini

Gli anni ‘50 e ’70 del secolo scorso sono quelli dell’LSd e della Beat generation. Tra gli anni ‘30 e ‘50 vi fu una grandissima diffusione delle anfetamine: per curare ladepressione, impiegate come stimolanti ed antidepressivi per le truppe, etc., nel 1950 la loro diffusione è capillare. Sempre negli anni ’50 – ‘60 viene sintetizzatoun farmaco oppiaceo sintetico: il metadone, al cui uso iniziale come analgesico nella terapia del dolore cronico verrà affiancata anche la terapia per la riduzione della dipendenza da stupefacenti.

Nel 1938 a Basilea viene sintetizzata da Hofmann la molecola della dietilammide 25- dell’acido lisergico, meglio nota come LSD, una droga semisintetica estratta da un fungo parassita della segale chiamato ergot. Inizialmente molto utilizzato nel campo della psicoterapia, l’LSD venne commerciato dalla ditta Sandoz come farmaco (Delysid), con risultati eccezionali per il trattamento della schizofrenia, autismo, depressione e alcolismo. Le sue caratteristiche psichedeliche lo resero famoso negli anni ’60 presso la generazione hippy, di cui divenne addirittura un simbolo. A partire dagli anni ’70 ne viene riconosciuta la pericolosità ed attualmente è considerata una sostanza illegale.

La Beat Generationè un movimento giovanile che trovò una sua espressione anche in campo artistico, poeticoe letterario, sviluppandosinel secondo dopoguerraprincipalmente negli Stati Uniti. Nasce da un gruppo di scrittori americani e viene alla ribalta nel 1950, così come i fenomeni culturali da esso ispirati. Gli elementi centrali della cultura “Beat” sono l’anticonformismo, il rifiuto di norme imposte, l’innovazione dello stile letterario, la sperimentazione delledroghe, la sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, un rifiuto del materialismo, e rappresentazioni esplicite e crude della condizione umana. La Beat Generation è l’esempio della ribellione giovanile degli anni cinquanta, la “gioventù bruciata”; tra i suoi autori di riferimento più celebri troviamo Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Norman Mailer. I giovani beat sono sofferenti, viaggiano facendo l’autostop, spesso ricorrono all’alcool e alla droga ma il loro disagio sfocerà infine nella rivolta verso la borghesia statunitense e nel rifiuto e nella protesta contro la guerra in Vietnam.

Scavare nell’anima. Metterla a nudo. Rivelarla. Significa esattamente questo il termine psichedelia. Il termine, per derivazione, descrive anche una categoria di musica, arte visiva, moda, cinema, letteratura, fumettisticae cultura, associata originariamente agli anni sessanta: la cultura hippie(o hippy). In origine si tratta di un movimento giovanile che ha inizio negli Stati Uniti d’Americanel corso degli anni sessantae si diffonderà poi in tanti altri Paesi del mondo. La parola «hippie» deriva da «hipster», il cui significato si può tradurre come giovani “anticonformisti o alternativi”.

Queste persone avevano ereditato i valori sottoculturali della Beat Generation, creando una controcultura e proprie comunità che ascoltavano rock psichedelico, abbracciavano la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti come gli allucinogeni e la cannabis, al fine di esplorare e allargare lo stato di coscienza.

Ifigli dei fiori sono gli aderenti al movimento hippie abbigliati convestiti decorati a fiori o con vivacissime stoffe dai colori forti. Il loro ideale di pace e libertà erasintetizzabile in slogan quali “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” e “Fate l’amore, non la guerra”, che risuonavano in maniera fortemente criticanel periodo della guerra del Vietnam. La ricerca sfrenata della totale libertà era il significato insito nel loro stile di vita. Questo movimento toccò particolarmente l’opinione pubblica, tanto da stimolare l’interesse diregisti e cantanti.

A partire dagli anni ‘80del secolo scorso sul mercato illegale compaiono moltisurrogati: cocaine artificiali, ecstasy, crack. L’Ecstasy, o MDMA, è una droga sintetica con effetti fortemente stimolanti che ha trovato diffusione a partire dagli anni novanta soprattutto nei rave party; viene assunta solitamente sotto forma di pastiglie o sciolta in un liquido o anche fumata. L’ecstasy facilita la comunicazione soggettiva, l’empatia e l’accesso a sentimenti repressi.

E al giorno d’oggi? Cosa caratterizza la nostra realtà ed il fenomeno della dipendenza? Segui il mio blog per saperne di più.

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Bibliografia:

“Piccola storia delle droghe. Dall’antichità ai giorni nostri” Antonio Escohotado 2008, Donzelli.

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Tag: dipendenza da droghe, dipendenza nella storia, dipendenze, sostanze stupefacenti, storie di dipendenza

Sabato 25 maggio: TEDxPAdova 2019, in una sola parola: emozionante. Probabilmente è una definizione scontata, tuttavia devo ammettere che dal mio punto di vista è stato un evento unico. 

Come immagino sappiate, TED è un’organizzazione no-profit il cui obiettivo è quello di facilitare la diffusione di idee di valore attraverso conferenze che coprono una grande varietà di argomenti, dalla scienza, al business, alle tematiche globali. TEDxPadova nasce nel 2014 per l’intraprendenza di un gruppo di giovani che hanno un unico stimolante obiettivo: condividere idee innovative in modo da pensare ad un futuro migliore.

In questo articolo vorrei portarvi dietro le quinte, raccontarvi alcuni momenti chiave di questa grande manifestazione e anche i contenuti più significativi degli speaker che sono intervenuti inquesta edizione.

Rinascita

Il filo conduttore di quest’anno è stato il tema della “Rinascita”, la cornice dell’evento quel Palazzo della Ragione, noto anche come “salone”, antica sede dei tribunali cittadini, che rappresenta il cuore pulsante della città di Padova. Gli speaker hanno proposto i loro contributi partendo da diverse prospettive: economiche, mediche, scientifiche, sportive, sociali e culturali, emozionando il numeroso pubblico e l’intero team di TEDxPadova. 

Vorrei iniziare dalla fine e cioè dall’ultimo intervento, quello della splendida Drusilla Foer che ci ha guidato in un viaggio di contraddizioni e paradossi, sottolineando che la ri-nascita deve essere interpretata partendo da diverse angolazioni. Più che parlare di ri-nascita in senso stretto bisogna ri-appropriarsi della propria consapevolezza personale, bisogna continuare a ri-amare l’esistenza e a ri-scoprire il valore delle cose e della vita in generale. Parole forti, contenuti di qualità, un finale pazzesco che ha reso l’idea di come ri-nascere sia una sorta di cambiamento, di come dobbiamo essere flessibili e sforzarci di vedere la realtà sempre da punti di vista differenti e sempre nuovi. 

Scienza e medicina: quando la rinascita è una ri-scoperta

Dal punto di vista medico, il Dott. Gino Gerosa ha incantato parlando del progetto di ricerca al quale sta lavorando per sviluppare un cuore biologico che potrebbe significare una ri-nascita vera e propria per moltissimi pazienti. Invece la Dott.ssa Biffi ci ha spiegato l’importanza della terapia genica per introdurre nuove sequenze di DNA, questa modalità di trattamento potrebbe offrire un futuro senza malattie a centinaia di pazienti. Jasmine Abdulcadir ha parlato del suo lavoro di cura con donne e bambine che presentano mutilazioni genitali; un impegno la cui difficoltà principale è proprio quella di aiutare la donna ad entrare in un’ottica di cambiamento a 360 gradi, una rinascita complessa e difficile, ma possibile.

Sara Buson, astrofisica che ha lavorato alla NASA, ci ha invitato a “toccare con mano” i neutrini, messaggeri cosmici affascinanti che possono farci scoprire nuove frontiere. Ed infine il carismatico Koen Van Pottelbergh, che ci ha fatto percepire cosa significhi non vedere e poi ri-cominciare a poter nuovamente vedere con i suoi occhiali speciali.

La rinascita dalle altre prospettive

Vorrei dedicare un plauso speciale ad Eric Barbizzi, che a soli quindici anni ha mostrato la forza di un grande e sul palco ci ha convinti tutti a ri-cominciare a guardare al nostro ambiente in maniera diversa e più responsabile. Uljan Sharka ha ricordato che l’informazione ha un ruolo fondamentale nella nostra vita e che solo la conoscenza può fare veramente la differenza. Mentre Tezeta Abrahm ha richiamato la battaglia costante per i diritti umani e per l’integrazione sociale in Italia; il Professor Villa ci ha entusiasmato con la sua vivacità, ricordando il ruolo dell’arte nei processi di rinascita. 

Dan Peterson, una vera leggenda dello sport, poco prima di salire sul palco per il suo talk dedicato alle rivincite sportive, mi ha raccontato alcuni aneddoti su Mike Bongiorno, sottolineandone la grande precisione e professionalità, lasciandomi senza fiato e forse anche stemperando un po’ la tensione di entrambi. 

Infine Armando Armas attivista e parlamentare venezuelano che ha dato inizio allo spettacolo del TEDxPadova con una grinta ed un’energia che hanno trascinato il pubblico in un lungo applauso. 

Il team

Questa entusiasmante esperienza non sarebbe stata possibile senza il fantastico gruppo che ha lavorato per il TEDxPadova 2019, il team che ha curato la comunicazione, la logistica, la gestione dei partner di “team speaker”, di cui ho fatto parte anch’io ed il team “legale”.

Ogni pedina è stata essenziale per far si che questo evento potesse funzionare al meglio, per far quadrare ogni criticità e per valorizzare ogni performance, comprese quelle musicali e di danza. Vorrei chiudere questo articolo ringraziando il pubblico presente all’evento e richiamando un breve aforisma proposto da uno dei nostri speaker, Uljan Sharka, che mi ha colpito e nel quale credo infinitamente:

“Knowledge is the human superpower”

“La conoscenza è il superpotere dell’uomo”

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Tag: Public Speaking, TEDxPadova, TEDxPadova 2019

“Curare l’ansia” forse non è una espressione del tutto appropriata, di solito preferisco parlare di gestione dell’ansia. Ciò non significa che l’ansia non possa essere completamente superata, spesso una delle principali preoccupazioni dei pazienti è proprio connessa al completo superamento delle spiacevoli sensazioni di paura e di panico che si accompagnano all’ansia. 

Quello che intendo con cura dell’ansia consiste nell’appropriarsi di tecniche e strategie che possono aiutare la persona ad affrontare le situazioni, gli eventi e le realtà che vengono vissute come minacciose. In particolare costruendo dei circoli virtuosi che al solo arrivare della sensazione di paura si attivano e ci consentono di non sentirsi sopraffatti e di rispondere in maniera adeguata e positiva. 

Ricordiamoci che in fondo la paura è una normale emozione che tutti sperimentiamo e che può avere anche una valenza positiva, perché ci protegge in caso di minaccia.

Come curare l’ansia

Per curare l’ansia dobbiamo iniziare a sbloccare quei tentativi di soluzione che mettiamo in campo per cercare di tutelarci e di superare la paura, ma che invece di farci star meglio complicano ulteriormente la situazione. Parlo di quei tentativi di soluzione che riteniamo efficaci per superare le sensazioni di inquietudine e di apprensione determinate sia da una situazione specifica (es. guidare la macchina, gli spazi aperti o chiusi, la paura di un animale, …), che dalla quotidianità in generale (es. la paura pervasiva di tutto quello che ci circonda). 

Solitamente il tentativo messo in atto è quello di provare a non essere colti di sorpresa dall’ansia, cercando nello specifico di evitare quelle emozioni spiacevoli di sofferenza e paura legate proprio alla realtà vissuta come minacciosa.

Tali forme di “evitamento”- note nella pratica clinica come “soluzione disfunzionale” – sebbene riescano a favorire un superamento momentaneo della paura non facendola percepire al soggetto, in realtà non fanno altro che aggravarne la sintomatologia. Solo evitando di evitareil soggetto riuscirà veramente a superare la paura patologica. 

Un ulteriore tentativo di soluzione che sembra tutelarci, ma che in realtà può portare fuori strada, è quello di ricorrere all’aiuto di un familiare, un collega o amico. Per evitare di avere una crisi e sentirci male, ci facciamo aiutare da una persona di fiducia, solo in questo modo riusciamo ad affrontare la situazione che ci spaventa. In realtà questa è una ammissione implicita del fatto che da soli non riusciamo ad affrontare la situazione che ci preoccupa ed avremo sempre bisogno di qualcuno per superare la prova.

Curare l’ansia: un caso reale

L’esperienza di Edoardo (nome di fantasia) riassume in maniera chiara le due tentate soluzioni sopradescritte. Dopo aver lavorato in tutta Italia, utilizzando ogni tipo di mezzo: il treno, la macchina, l’aereo, improvvisamente Edoardo ha iniziato ad avvertire una sensazione spiacevole, uno sorta di eccessiva preoccupazione, sfociata infine in un attacco di panico in macchina ed un altro in treno. Ad un iniziale momento di reazione logica a quanto accaduto è seguito un altro di forte sconforto, una paura crescente di prendere la macchina, che lo ha indotto a farsi accompagnare da un collega in ogni trasferta di lavoro. Il dubbio di non riuscire a guarire e le preoccupazioni conseguenti hanno generato una paura diffusa, non solo per quello che riguardava la guida o i mezzi di trasporto, ma addirittura anche andare a comprarsi un paio di occhiali da sole lo gettava nel panico. Non sapendo più cosa fare Edoardo si rivolge al mio studio. 

Il lavoro principale si è subito incentrato nel favorire un abbassamento della paura patologica per riportarla ad un livello di normalità. Ci siamo calati in maniera paradossale nelle sue peggiori preoccupazioni e paure attraverso la strategia della mezz’ora di passione. Ogni giorno Edoardo hadovuto ritagliarsi una mezz’ora di tempo nella quale isolarsi e calarsi nelle sue paure e preoccupazioni, sforzandosi di stare peggio che potesse. Questa tecnica, con il suo funzionamento paradossale, gli ha fatto vivere un’esperienza nuova: più cercava la paura e più non riusciva a trovarla, anzi riusciva addirittura a sentirsi bene, e a rilassarsi al punto di rischiare di addormentarsi. 

A seguito di questa prima fase di intervento e attraverso questa esperienza positiva è stato possibile in una seconda fase calibrare la strategia migliore per fare in modo che Edoardo, giorno dopo giorno, prendesse maggiormente consapevolezza delle sue capacità e di come gestire l’ansia in ogni situazione. La terapia ha avuto un ottimo successo, con una riduzione totale delle crisi di ansia e una rinnovata capacità di affrontare le situazioni stressanti. 

Edoardo è riuscito nuovamente e a mettersi al volante e a prendere il treno senza più ricorrere alle soluzioni disfunzionali che lo avevano limitato.

Se senti di avere una problematica di ansia  contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

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Ansia sociale: la paura del rifiuto

18 Luglio 2019

Mi occupo di cura della dipendenza a Padova, Vicenza, Treviso ormai da quindici anni, in ambiti diversi: dalla prevenzione nelle scuole (coinvolgendo adolescenti e insegnanti), al lavoro in clinica (cura, riabilitazione e reinserimenti di pazienti con dipendenze varie: alcol, sostanze o altro come il gioco d’azzardo). Per promuovere una cultura del benessere e aumentare le conoscenze rispetto alle diverse dipendenze, nel corso del tempo ho promosso e partecipato a diversi progetti sia nel privato che anche in collaborazione con il servizio per le dipendenze.

Attraverso questo articolo, vorrei portare un paio di esempi di terapia sulle dipendenze, per raccontare due diverse tipologie di intervento in questo ambito. 

Cocaina e crack

Carlo (nome di fantasia) ha iniziato a fare uso di cocaina in modo sporadico, nelle serate con gli amici, il sabato sera, per approdare poi al crack sempre allo stesso modo: una serata tra amici, solo per provare. Questo però gli ha creato una vera e propria dipendenza: una necessità costante e ossessiva della sostanza, tutto il resto passa in secondo piano (affetti, famiglia, lavoro, …). In breve tempo perde molto peso, ma perde anche percezione di se stesso e del proprio futuro.

Carlo arriva in studio dopo dieci anni di consumo ed un percorso in comunità andato male. Il percorso di terapia, in questo caso, s’incentra sulla gestione delle emozioni del paziente: Carlo sfoga una rabbia particolare nei confronti delle persone che gli stanno vicino, ma è un sentimento che in realtà prova verso se stesso, per la vita che sta conducendo e per l’insoddisfazione che ne consegue. La dipendenza da crack o cocaina modifica il modo di percepire e vivere la realtà, ma il caso di Carlo può aiutare a capire che con la giusta combinazione di motivazione e voglia di rimettersi in discussione è possibile uscire dalla dipendenza. Ad oggi non sta più assumendo crack e a distanza di un anno non si segnalano più ricadute.

Cannabis in età adolescenziale

Marco (nome di fantasia) ha diciassette anni, da circa tre fuma cannabinoidi. Per poter fumare gratis si è fatto prendere la mano, ed ha iniziato a spacciare, in modo da guadagnarsi qualche soldo da spendere in scarpe e vestiti. 

Il consumo di cannabis, ma in generale di ogni sostanza in età adolescenziale, è piuttosto pericoloso: porta ad un’alterazione nella percezione di se, ma conduce anche a vivere le emozioni in modo distorto e alterato, in una fase in cui viverle autenticamente è fondamentale per la crescita del soggetto. 

Marco è un ragazzo sveglio: non indentifica bene il problema, ma si rende conto di vivere una serie di difficoltà, in particolare nella relazione con i genitori, e il fumo lo tranquillizza, andando a sopire le emozioni più difficili da gestire, di sofferenza e rabbia. 

Il lavoro terapeutico condotto prima singolarmente con il ragazzo, e poi con i famigliari, ha portato ad ottimi risultati: il fumo si è ridotto notevolmente, e poco alla volta si è ristabilita la relazione tra Marco e i genitori. Nella fase dell’adolescenza è importante aiutare i ragazzi a responsabilizzarsi, ma è altrettanto utile accompagnarli e supportarli, in modo da far loro comprendere che la famiglia può essere una risorsa su cui si può fare affidamento. 

Ti rivedi in queste storie? Senti di avere una dipendenza per una sostanza stupefacente, per il gioco d’azzardo o una dipendenza affettiva? Mi occupo di cura delle dipendenze a Padova Vicenza e Treviso chiamami al 340.41.90.915 o scrivimi in privato compilando il form qua sotto per maggiori informazioni o per fissare un un appuntamento.

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Tag: dipendenza da cannabis, dipendenza da cocaina, dipendenze, storie di dipendenza

Se dovessimo dare una definizione di emozioni” immagino che ciascuno di noi si riferirebbe agli stati d’animo provocati da un evento che stimola o ha stimolato il nostro sistema percettivo sensoriale.

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita, possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi nelle sfide quotidiane, familiari, lavorative o sportive. Possono diventare il motore della crescita personale, possono favorire i nostri successi, ma possono in qualche caso anche metterci i bastoni tra le ruote e diventare un vero e proprio ostacolo insormontabile. 

In qualità di psicologo e psicoterapeuta a contatto quotidianamente con le tematiche emotive, riscontro sempre più persone che faticano ad accettare alcuni loro stati emotivi, riconoscendoli come estranei o invasivi. L’articolo di oggi mira a far conoscere meglio la tematica relativa alle emozioni e soprattutto a metterla in relazione con la capacità di raggiungere i nostri obiettivi personali e di crescita.

Emozioni cosa sono

Per dare una definizione di emozioni dobbiamo prendere in esame le diverse teorie che le definiscono. Dal punto di vista biologico le emozioni possono essere definite come il processo bio-genetico che attraverso circuiti fisiologici e neuronali distingue e determina impressioni, suggestioni, turbamenti, stati d’animo emotivi. 

Secondo la prospettiva costruzionista le emozioni si definiscono in base al contesto e alla cornice di riferimento, dunque a seconda della situazione e dei momenti che la persona si trova a vivere. In questa ottica le emozioni si possono considerare come degli stati d’animo mutevoli, di attivazione fisiologica, che si innescano in funzione degli stimoli che la persona subisce nei vari momenti della giornata e più in generale della vita. 

Una terza prospettiva vede le emozioni in un’ottica maggiormente cognitiva, e dunque come una valutazione che la persona fa degli eventi a seconda dell’importanza che vi attribuisce ed in base ai propri scopi e ai bisogni personali. 

Un aspetto comune alle diverse teorie sulle emozioni è quello di essere caratterizzate da diverse componenti: biologiche, situazionali e di valutazione del contesto. Le varie teorie mettono in risalto gli aspetti relativi alle sensazioni affettive, alle diverse variazioni fisiologiche compresi i cambiamenti a livello espressivo, sia facciale che della voce e della postura. 

Conoscere cosa sono le emozioni ci permette di capire meglio il funzionamento di quest’ultime in relazione agli obiettivi che ci prefiggiamo nella vita di tutti i giorni.

Emozioni e obiettivi personali

Le emozioni con la loro valenza affettiva ed energia di attivazione sono delle potenti alleate della nostra motivazione. Nei momenti in cui siamo più “attivati”a livello emotivo possiamo migliorare le nostre capacità di memoria, di ragionamento e decisionali. Quando a livello individuale siamo focalizzati sul compito e riusciamo a vivere una sensazione di piacevolezza nell’eseguirlo, siamo in grado di dare il massimo, di prendere le decisioni migliori e di ottenere il risultato sperato. 

Se ad esempio devo svolgere un intervento di fronte ad una platea di persone e mi sento emotivamente affascinato e felice di poter dare il mio contributo, allora riuscirò a salire sul palco con una carica, una determinazione ed un’energia che favoriranno la mia performance. Così come se sono molto arrabbiato per un errore che ho commesso durante il lavoro posso provare ad indirizzare questa energia negativa nella direzione di una maggiore concentrazione, per evitare lo stesso tipo di errore la volta successiva.

Accanto a questa funzionalità delle emozioni dobbiamo tuttavia considerare anche una visione più “disfunzionale”, e di conseguenza negativa, delle emozioni, ovvero quando queste ultime invece di essere una risorsa diventano un limite. Quando ad esempio l’intensità ed il perdurare di un determinato stato emotivo invece di aiutarci a prendere decisioni o ad essere maggiormente concentrati ci porta fuori strada e non ci fa vedere le cose con la necessaria lucidità. Se mi lascio opprimere dalla rabbia per un errore commesso, se non riesco a canalizzarla in energia positiva, il rischio è che l’emozione possa diventare un problema invece che una risorsa preziosa. 

Come rendere funzionali le emozioni

Per favorire un sempre migliore funzionamento delle emozioni è necessario cercare di regolarle e gestirle il più possibile, favorendo innanzi tutto la consapevolezza del nostro stato emotivo attraverso l’ascolto interpersonale, ossia favorendo un ascolto differente, cognitivamente più funzionale.

Il dolore, ad esempio, può anche essere “ascoltato”, accettato, invece che negato; in questo modo non ci affranchiamo dalla momentanea sofferenza che lo accompagna ma l’esperienza significativa è quella di aver vissuto il dolore, di averlo metabolizzato e di esserne uscito. 

Questo approccio ci aiuta a cambiare il nostro modo di vivere le esperienze, sia dal punto di vita fisiologico che da quello comportamentale, ci fa entrare in un’ottica di maggiore flessibilità, di ascolto di se stessi ed infine dicambiamento.

Se senti che non riesci a padroneggiare o a gestire le emozioni può esserti utile un percorso di psicoterapia per rimodulare le tue esperienze emotive e trovare un nuovo equilibrio psico-fisico. Per maggiori info contattami al 340.41.90.915 o compila il form nel seguente link.

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

La paura del giudizio è una forma di paura radicata in ciascuno di noi, una paura che ci stimola a cercare di sbagliare il meno possibile per evitare brutte figure di fronte agli altri. Molto spesso tendiamo a negare l’errore fingendo di non avere realmente sbagliato, ma la situazione si complica quando con l’intento di non sbagliare iniziamo ad evitare tutte quelle situazioni che potrebbero metterci a disagio. Comincia così un viaggio senza ritorno nel quale ogni situazione, ogni momento di interazione con gli altri, diventa una vera e propria fonte di disagio, alla quale cerchiamo in ogni modo di sfuggire.

Il giudizio è un concetto insito nella nostra cultura, a cominciare dalla scuola dove il voto è vissuto come qualcosa di fondamentale, così tanto temuto da rendere a volte infernale la vita degli studenti. Al lavoro il concetto di giudizio si esprime nella “valutazione” delle prestazioni, cioè nel riscontro del capo riguardo alle nostre capacità tecniche, relazionali e comunicative all’interno dell’azienda. Quando svolgo corsi di formazione in azienda, al solo pronunciare la parola “valutazione”, gli animi si scaldano. Mi piace quindi parlare più di feedback, ma indipendentemente dal termine che usiamo, il giudizio è comunque ed in ogni contesto un’arma a doppio taglio: sebbene ci aiuti a crescere è comunque particolarmente temuto.

La paura del giudizio: il caso di Michela

Michela (nome di fantasia) è una giovane studentessa universitaria al terzo anno di medicina; i primi due anni sono andati a gonfie vele, il terzo invece è diventato un tormento. Durante una mattina in biblioteca ha iniziato ad avvertire delle strane sensazioni di ansia che si sono rapidamente trasformate in un vero e proprio attacco di panico. In un primo momento Michela attribuisce il problema all’eccessivo caldo di inizio settembre e ad un calo di zuccheri, invece purtroppo anche nei giorni seguenti il solo avvicinarsi all’università e all’aula degli esami le genera una paura insuperabile. Decide allora di chiudere temporaneamente con lo studio e di non affrontare gli esami. 

Fatalmente questa paura del giudizio e di non essere all’altezza la porta a temere anche il giudizio dei compagni per non essere riuscita a sostenere tutti gli esami del terzo anno. Sa bene che questo problema non sussiste perché molti altri suoi compagni risultano indietro, tuttavia sente forte il peso del loro giudizio e preferisce allontanarsi dall’università. Per non stare con le mani in mano trova lavoro come cameriera ma inconsciamente si rende conto della necessità di affrontare il problema se davvero vuole concludere il percorso di studi.

La peggiore fantasia

Michela è arrivata nel mio studio con le idee confuse, ha affrontato la terapia in maniera diffidente perché non aveva fiducia di potercela fare. Il lavoro terapeutico si è quindi incentrato sull’obiettivo di favorire fin da subito un miglioramento attraverso una riduzione delle sue paure nei confronti dell’università e del giudizio in generale. Adottando la tecnica della peggiore fantasia M. ha rivissuto l’ansia provata quella prima volta in biblioteca, senza tuttavia arrivare a sperimentare gli stessi effetti fisiologici. La tecnica consiste nel chiedere alle persone di calarsi nelle loro peggiori paure e preoccupazioni, in un preciso lasso di tempo nel corso della giornata. Quella che potrebbe apparire a tutta prima come una sorta di “tortura” è invece una strategia altamente paradossale. Infatti durante la mezz’ora in cui il paziente si concentra sulle proprie angosce, la paura viene affrontata in quella maniera diretta che ne favorisce la presa di coscienza ed il superamento. La paura si trasforma in coraggio, questo è il risultato ultimo dell’applicazione di una tecnica basata sul paradosso.

Attraverso la terapia Michela è riuscita nuovamente a trovare la fiducia in se stessa, si è liberata dalle proprie ansie, è tornata in università e ha completato gli esami del terzo anno: ormai gestisce la paura e l’eccessiva tensione con le nuove strategie apprese, senza più esserne travolta.

Se anche tu soffri di ansia e vuoi saperne di più contattami al 3404190915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, paura, paura del giudizio, Terapia Breve Strategica

Ansia e adolescenza cosa fare, è una domanda che spesso i genitori si pongono cercando delle risposte. L’adolescenza è il periodo caratteristico dell’ansia. Nell’adolescenza i ragazzi faticano a capire e a gestire le emozioni che vivono, spesso per la paura di non essere capiti o di essere rifiutati dal mondo dei compagni e da quello degli adulti. La conseguenza può risultare facilmente in una compromissione dello sviluppo della personalità e delle competenze personali.

Ansia in adolescenza: quali sono le forme più comuni

Una delle principali preoccupazioni in età adolescenziale è collegata ad una sensazione di paura generalizzata e diffusa. I timori si concentrano soprattutto sul futuro e sulla paura di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi, anche quelli più semplici ed immediati, o, più in generale, una vita soddisfacente. Spesso questa tipologia di ansia è legata ai dubbi che assillano un adolescente riguardo alle scelte che gli si prospettano davanti: dalla decisione impegnativa su quali studi intraprendere a quale possa essere lo sport ideale o addirittura su quale sia la sua reale identità. La sensazione di derealizzazione o spersonalizzazione fa vivere l’adolescente in uno stato di preoccupazione più o meno intensa, come se davvero non potesse vivere la vita che può e vuole scegliere di vivere.

Tra le principali paure vi è quella di sentirsi male, di rischiare di morire, accompagnata da sensazioni fisiologiche di intensa agitazione quali tachicardia e forte tensione a livello addominale. Oppure la paura di poter perdere il controllo e di conseguenza rischiare delle brutte figure di fronte a tutti. Un paziente adolescente racconta della paura di potersela fare addosso che lo limita e lo porta a cercare di evitare ogni situazione percepita come pericolosa.

Spesso si segnala una forma di ansia sociale legata alla preoccupazione del rapporto con i propri pari, che induce l’adolescente a cercare di evitare qualsiasi circostanza che potrebbe generare un rifiuto da parte dei propri compagni o degli amici. Questa tentata soluzione, nota con il termine tecnico di “evitamento”, nel tempo tuttavia  si rivela controproducente, perché sebbene nella circostanza contingente venga percepita dall’adolescente come una sorte di tutela, in realtà innesca una spirale di continui evitamenti dalla quale il soggetto non riesce più ad uscire

Cosa fare con problematiche di ansia in adolescenza

I genitori, come già sottolineato in alcuni articoli del mio blog, molto spesso pensano in buona fede di aiutare i propri figli adolescenti cercando di rassicurarli, invitandoli a comportarsi diversamente e a cercare nuovi stimoli in modo da superare le proprie paure. La spiegazione logica e razionale di fronte ad una problematica delicata ed irrazionale come la paura non basta, è necessario aiutare i nostri ragazzi proponendo visioni alternative, entrando dentro la logica della paura e cercando di non sostituirsi ai figli risolvendo i problemi al posto loro. 

Spesso di fronte ad una problematica di ansia è consigliabile rivolgersi ad uno specialista, in modo tale da intervenire con le giuste tempistiche e anticipare possibili complicazioni. 

Terapia Breve Strategica

La terapia breve strategica è un modello di psicoterapia particolarmente efficace nei casi di ansia adolescenziale che mira a ridurre i disturbi sin dalle prima sedute, in maniera da sbloccare la realtà problematica e favorire in breve tempo un cambiamento ed il raggiungimento di soluzioni efficaci, efficienti e durature nel tempo. 

Se vuoi saperne di più puoi consultare altri articoli presenti nel mio blog oppure puoi contattarmi al 340.41.90.915 via mail al seguente indirizzo: studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni.

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Tag: ansia, ansia generalizzata, ansia sociale, Attacchi di Panico, genitori, sintomi ansia

La storia delle dipendenze può aiutare a mettere in luce e a capire meglio la funzione che le sostanze hanno avuto nel corso del tempo ed il ruolo che hanno rivestito per la società. Durante l’incontro che ho svolto presso l’Università di Rovigo con gli studenti della facoltà di Scienze dell’educazione, ho cercato di fare una fotografia della diffusione delle sostanze e delle caratteristiche che la dipendenza ha assunto a partire dagli antichi egizi sino ai giorni nostri. 

In questo articolo cercherò di riassumere il viaggio che abbiamo fatto insieme agli studenti durante la giornata di formazione.

Mesopotamia, Antico Egitto, Grecia e Roma

La storia delle sostanze che possono dare dipendenza si intreccia fin dai tempi antichi al consumo di sostanze alcoliche. Nell’antichità gli oppiodi – ovvero le sostanze oppiacee, una miscela di alcaloidi ricavata dal papavero: Papaver somniferum – erano ben note ai Sumeri, ai babilonesi ed agli egizi,che utilizzavano l’oppio come anestetico, per ridurre il dolore, e come analgesico, come calmante, addirittura per non far piangere i bambini. Peraltro in Egitto era noto anche l’uso di bevande alcoliche come la birra, ritenuta un tonificante per le donne incinte, come testimonia unatavola del 2200 a.C.

Nella Grecia antica le Droghe erano considerate come sostanze che agiscono raffreddando, riscaldando, asciugando, umidificando contraendo e rilassando, o addormentando un modo cioè di curare l’organismo. Vino e birra erano consumati in grande quantità nei cerimoniali, così come pure sostanze quali hashish e altre appartenenti alla famiglia delle piante Solanaceae, come la Belladonna, avente proprietà antispasmiche, e la Mandragora, cui venivano accreditate virtù afrodisiache. Sostanze allucinogene venivano molto probabilmente consumate anche nel corso di cerimonie religiose, come simbolo spirituale d’iniziazione. A tal proposito sono noti i Misteri Eleusini, che si celebravano annualmente nell’antica città di Eleusi, nelle cui cerimonie rituali venivano consumate sostanze psichedeliche per creare un’atmosfera ed evocare l’aldilà. La dipendenza a livello di pericolosità sociale si concentrò invece sul vino, anche se i filosofi non si trovano tutti concordi a riguardo.

Nella Roma classica secondo Cesare fumare fiori di canapa era concesso per procurarsi ilarità e godimento. La Lex Corneliaunica norma sull’argomento dice: “Droga è una parola indifferente, che comprende sia ciò che serve a uccidere sia ciò che serve a curare, e i filtri d’amore, ma questa legge condanna solo ciò che viene usato per uccidere qualcuno”. Il grande medico Galeno prescriveva all’imperatore una porzione di oppio come antidolorifico ed il suo effetto anestetico, come già detto, era ben noto fin dall’antichità. La cosa che stupisce è che sebbene vi fossero consumatori regolari non sono documentate problematiche di ordine pubblico o privato, non sono riportati casi clinici e neppure si ha notizia di persone emarginatesocialmente. Invece il vino provocherà conflitti personali e collettivi (disordini, risse), anche se il suo consumo era proibito alle donne e ai minori di trentanni. 

Paganesimo, Islam e Medioevo

In opposizione al Cristianesimo, il Paganesimo vede nelle sostanze psicotrope l’azione di “spiriti neutri” che intensificano nel soggetto le sue inclinazioni naturali, buone o cattive, contribuendo alla conoscenza di se stesso. In questo senso possiamo intravvedere un collegamento con lo sciamanesimo e l’uso di sostanze e di alcol durante le cerimonie: usi magico-religiosi, sapere pagano contaminato dalla stregoneria.

Secondo le leggi islamiche non vi sono né droghe “sacre” né droghe “sacrileghe”. Maometto comunque proibì il vino, anche se non si può negare l’esistenza di un consumo di alcolici malgrado le pene severe per i contravventori. L’oppio nella cultura araba viene usato per indurre uno stato generale di euforia e nelle persone della terza età per sopportare i dispiaceri o addirittura per provocare l’eutanasia. AL-Ukbari, un erudito e saggio, sosteneva: Devi sapere che la legge islamica non proibisce il consumo di farmaci cordiali, con effetti come quelli dell’hashish, e poiché non vi è alcuna notizia sulla sua illiceità, il popolo considera che è permesso usarli. Ma l’uso dell’hashish non era sempre inteso in senso terapeutico. Nell’XI secolo la setta dei Nizariti, attiva in Persia ed in Siria, era nota come Setta degli Assassini– o più semplicemente Assassini– perché i loro feroci guerrieri ricorrevano alla pratica dell’omicidio a fini politici. Pare che il termine assassinipossa derivare dal sostantivo arabo al-Hashīshiyyūnossia coloro che sono dediti al consumo di hashish.

Durante il Medioevo droga, lussuria e stregoneria si intrecciano strettamente. L’uso religioso o ludico di sostanze diverse dall’alcol viene punito con la tortura o la morte, tuttavia è ampiamente riconosciuto il loro impiego nella fabbricazione di pozioni, pomate psicoattive, farmaci elementari.  Ledroghe” delle streghe nascondono ciò che è proibito per eccellenza e sarà l’Inquisizione ad occuparsi in modo spiccio della faccenda, bruciandole senza pietà sul rogo!

Nell’XI secolo oppio e canapa sono impiegati nelle pozioni curative di re, nobili e dagli stessi prelati; i medici traggono un grande e nuovo prestigio sociale usando l’oppio e la canapa a scopo terapeutico. La rinascita della farmacologia porta alla nascita dei primi ordini” di medici e speziali, fatto questo che ne aumenterà considerevolmente il prestigio, malgrado la considerazione che i loro preparati non siano molto diversi da quelli delle fattucchiere.

XIX e XX secolo

Con un salto nel tempo ci portiamo alle soglie del XIX secolo, quando ormai si possono contare almeno 70.000 medicinali con formula segreta che contengo in varie dosi sostanze psicoattive. 

Durante l’800 fu molto in voga l’uso del Laudano, un composto a base di oppio e alcool avente proprietà narcotiche, antidolorifiche e antispastiche simili a quelle degli oppiacei. Lo sciroppo a base di laudano veniva utilizzato dalle lavoratrici operaie inglesi per calmare i loro bambini.

La ricerca scientifica nel frattempo ha fatto passi da gigante e nel campo della farmacopea sono stati scoperti molti dei principali principi attivi delle sostanze. In particolare una delle più grandi scoperte nel 1804 è stata la morfina, uno degli alcaloidi dell’oppio utilizzato soprattutto in medicina, la cui commercializzazione avviene a partire dal 1817 come analgesico e nel trattamento della dipendenza da oppio e alcolici. Nel 1827 incomincia la sua produzione a livello industriale da parte di quella che diventerà una delle più importanti case farmaceutiche mondiali: la Merck.

Cinque volte più forte della morfina viene sintetizzata ed esce sul mercato la Diacetil morfina, meglio nota come eroina, così chiamata per e sue energiche virtù; grazie all’eroina introdotta sul mercato nel 1898 e all’aspirina (acido acetil-salicilico, commercializzato nel 1897) la ditta tedesca produttrice Bayer diventeràun colosso di rilevanza mondiale. 

Al contrario della morfina, l’eroina produce un aumento di attività, calma e riduce ogni sentimento di timore. Anche dosi minime fanno sparire ogni tipo di tosse. I morfinomani trattati con questa sostanza hanno perso immediatamente ogni interesse per la morfina”. 

La cocaina, forte agente stimolante del sistema nervoso centrale (CNS), è nota fin dall’antichità alle popolazioni del Sud America, che masticavano le foglie di coca come tonico, anestetico e per calmare i morsi della fame. Il principio attivo verrà isolato nel 1859 da parte di un farmacista tedesco e verrà inizialmente utilizzato come anestetico. Per lungo tempo in Europa una bevanda a base di vino e cocaina verrà venduta come tonico per il sistema nervoso e per curare la tristezza. Lo stesso Sigmund Freud era solito farne uso come antidepressivo, proponendolo addirittura in qualche caso anche ai pazienti. Nel 1886 un farmacista di Atlanta, negli Stati Uniti, brevettò la formula di un tonico in cui erano presenti anche le noci di cola, una miscela che, privata della cocaina, diventerà ben presto una delle bevande più note e consumate al mondo: la Coca Cola.

Nel 1900 tutte le droghe conosciute sono ormai in farmacia. Si contano persone dipendenti da oppio, morfina, eroina, ma il fenomeno richiama ancora poco l’interesse di giornali, riviste, opinione pubblica, magistratura e polizia. Si alzano però le prime voci di protesta: l’uso di sostanze anche se occasionale viene giudicato un vizio e viene considerato come una malattia contagiosa. Nel 1920 la prima legge sul proibizionismo vieta negli Stati Uniti la fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di sostanze alcoliche. Bisognerà attendere ancora qualche anno per l’estensione del concetto di proibizionismo a sostanze quali la cannabis, l’oppio, l’eroina, la cocaina; questo intervento proibizionista si espanderà a livello internazionale con il dichiarato intento di tutelare la salute pubblica dei cittadini

Gli anni ‘50 e ’70 del secolo scorso sono quelli dell’LSd e della Beat generation. Tra gli anni ‘30 e ‘50 vi fu una grandissima diffusione delle anfetamine: per curare ladepressione, impiegate come stimolanti ed antidepressivi per le truppe, etc., nel 1950 la loro diffusione è capillare. Sempre negli anni ’50 – ‘60 viene sintetizzatoun farmaco oppiaceo sintetico: il metadone, al cui uso iniziale come analgesico nella terapia del dolore cronico verrà affiancata anche la terapia per la riduzione della dipendenza da stupefacenti.

Nel 1938 a Basilea viene sintetizzata da Hofmann la molecola della dietilammide 25- dell’acido lisergico, meglio nota come LSD, una droga semisintetica estratta da un fungo parassita della segale chiamato ergot. Inizialmente molto utilizzato nel campo della psicoterapia, l’LSD venne commerciato dalla ditta Sandoz come farmaco (Delysid), con risultati eccezionali per il trattamento della schizofrenia, autismo, depressione e alcolismo. Le sue caratteristiche psichedeliche lo resero famoso negli anni ’60 presso la generazione hippy, di cui divenne addirittura un simbolo. A partire dagli anni ’70 ne viene riconosciuta la pericolosità ed attualmente è considerata una sostanza illegale.

La Beat Generationè un movimento giovanile che trovò una sua espressione anche in campo artistico, poeticoe letterario, sviluppandosinel secondo dopoguerraprincipalmente negli Stati Uniti. Nasce da un gruppo di scrittori americani e viene alla ribalta nel 1950, così come i fenomeni culturali da esso ispirati. Gli elementi centrali della cultura “Beat” sono l’anticonformismo, il rifiuto di norme imposte, l’innovazione dello stile letterario, la sperimentazione delledroghe, la sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, un rifiuto del materialismo, e rappresentazioni esplicite e crude della condizione umana. La Beat Generation è l’esempio della ribellione giovanile degli anni cinquanta, la “gioventù bruciata”; tra i suoi autori di riferimento più celebri troviamo Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Norman Mailer. I giovani beat sono sofferenti, viaggiano facendo l’autostop, spesso ricorrono all’alcool e alla droga ma il loro disagio sfocerà infine nella rivolta verso la borghesia statunitense e nel rifiuto e nella protesta contro la guerra in Vietnam.

Scavare nell’anima. Metterla a nudo. Rivelarla. Significa esattamente questo il termine psichedelia. Il termine, per derivazione, descrive anche una categoria di musica, arte visiva, moda, cinema, letteratura, fumettisticae cultura, associata originariamente agli anni sessanta: la cultura hippie(o hippy). In origine si tratta di un movimento giovanile che ha inizio negli Stati Uniti d’Americanel corso degli anni sessantae si diffonderà poi in tanti altri Paesi del mondo. La parola «hippie» deriva da «hipster», il cui significato si può tradurre come giovani “anticonformisti o alternativi”.

Queste persone avevano ereditato i valori sottoculturali della Beat Generation, creando una controcultura e proprie comunità che ascoltavano rock psichedelico, abbracciavano la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti come gli allucinogeni e la cannabis, al fine di esplorare e allargare lo stato di coscienza.

Ifigli dei fiori sono gli aderenti al movimento hippie abbigliati convestiti decorati a fiori o con vivacissime stoffe dai colori forti. Il loro ideale di pace e libertà erasintetizzabile in slogan quali “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” e “Fate l’amore, non la guerra”, che risuonavano in maniera fortemente criticanel periodo della guerra del Vietnam. La ricerca sfrenata della totale libertà era il significato insito nel loro stile di vita. Questo movimento toccò particolarmente l’opinione pubblica, tanto da stimolare l’interesse diregisti e cantanti.

A partire dagli anni ‘80del secolo scorso sul mercato illegale compaiono moltisurrogati: cocaine artificiali, ecstasy, crack. L’Ecstasy, o MDMA, è una droga sintetica con effetti fortemente stimolanti che ha trovato diffusione a partire dagli anni novanta soprattutto nei rave party; viene assunta solitamente sotto forma di pastiglie o sciolta in un liquido o anche fumata. L’ecstasy facilita la comunicazione soggettiva, l’empatia e l’accesso a sentimenti repressi.

E al giorno d’oggi? Cosa caratterizza la nostra realtà ed il fenomeno della dipendenza? Segui il mio blog per saperne di più.

Oppure se vuoi maggiori informazioni contattami al 340.41.90.915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

Bibliografia:

“Piccola storia delle droghe. Dall’antichità ai giorni nostri” Antonio Escohotado 2008, Donzelli.

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Tag: dipendenza da droghe, dipendenza nella storia, dipendenze, sostanze stupefacenti, storie di dipendenza

Sabato 25 maggio: TEDxPAdova 2019, in una sola parola: emozionante. Probabilmente è una definizione scontata, tuttavia devo ammettere che dal mio punto di vista è stato un evento unico. 

Come immagino sappiate, TED è un’organizzazione no-profit il cui obiettivo è quello di facilitare la diffusione di idee di valore attraverso conferenze che coprono una grande varietà di argomenti, dalla scienza, al business, alle tematiche globali. TEDxPadova nasce nel 2014 per l’intraprendenza di un gruppo di giovani che hanno un unico stimolante obiettivo: condividere idee innovative in modo da pensare ad un futuro migliore.

In questo articolo vorrei portarvi dietro le quinte, raccontarvi alcuni momenti chiave di questa grande manifestazione e anche i contenuti più significativi degli speaker che sono intervenuti inquesta edizione.

Rinascita

Il filo conduttore di quest’anno è stato il tema della “Rinascita”, la cornice dell’evento quel Palazzo della Ragione, noto anche come “salone”, antica sede dei tribunali cittadini, che rappresenta il cuore pulsante della città di Padova. Gli speaker hanno proposto i loro contributi partendo da diverse prospettive: economiche, mediche, scientifiche, sportive, sociali e culturali, emozionando il numeroso pubblico e l’intero team di TEDxPadova. 

Vorrei iniziare dalla fine e cioè dall’ultimo intervento, quello della splendida Drusilla Foer che ci ha guidato in un viaggio di contraddizioni e paradossi, sottolineando che la ri-nascita deve essere interpretata partendo da diverse angolazioni. Più che parlare di ri-nascita in senso stretto bisogna ri-appropriarsi della propria consapevolezza personale, bisogna continuare a ri-amare l’esistenza e a ri-scoprire il valore delle cose e della vita in generale. Parole forti, contenuti di qualità, un finale pazzesco che ha reso l’idea di come ri-nascere sia una sorta di cambiamento, di come dobbiamo essere flessibili e sforzarci di vedere la realtà sempre da punti di vista differenti e sempre nuovi. 

Scienza e medicina: quando la rinascita è una ri-scoperta

Dal punto di vista medico, il Dott. Gino Gerosa ha incantato parlando del progetto di ricerca al quale sta lavorando per sviluppare un cuore biologico che potrebbe significare una ri-nascita vera e propria per moltissimi pazienti. Invece la Dott.ssa Biffi ci ha spiegato l’importanza della terapia genica per introdurre nuove sequenze di DNA, questa modalità di trattamento potrebbe offrire un futuro senza malattie a centinaia di pazienti. Jasmine Abdulcadir ha parlato del suo lavoro di cura con donne e bambine che presentano mutilazioni genitali; un impegno la cui difficoltà principale è proprio quella di aiutare la donna ad entrare in un’ottica di cambiamento a 360 gradi, una rinascita complessa e difficile, ma possibile.

Sara Buson, astrofisica che ha lavorato alla NASA, ci ha invitato a “toccare con mano” i neutrini, messaggeri cosmici affascinanti che possono farci scoprire nuove frontiere. Ed infine il carismatico Koen Van Pottelbergh, che ci ha fatto percepire cosa significhi non vedere e poi ri-cominciare a poter nuovamente vedere con i suoi occhiali speciali.

La rinascita dalle altre prospettive

Vorrei dedicare un plauso speciale ad Eric Barbizzi, che a soli quindici anni ha mostrato la forza di un grande e sul palco ci ha convinti tutti a ri-cominciare a guardare al nostro ambiente in maniera diversa e più responsabile. Uljan Sharka ha ricordato che l’informazione ha un ruolo fondamentale nella nostra vita e che solo la conoscenza può fare veramente la differenza. Mentre Tezeta Abrahm ha richiamato la battaglia costante per i diritti umani e per l’integrazione sociale in Italia; il Professor Villa ci ha entusiasmato con la sua vivacità, ricordando il ruolo dell’arte nei processi di rinascita. 

Dan Peterson, una vera leggenda dello sport, poco prima di salire sul palco per il suo talk dedicato alle rivincite sportive, mi ha raccontato alcuni aneddoti su Mike Bongiorno, sottolineandone la grande precisione e professionalità, lasciandomi senza fiato e forse anche stemperando un po’ la tensione di entrambi. 

Infine Armando Armas attivista e parlamentare venezuelano che ha dato inizio allo spettacolo del TEDxPadova con una grinta ed un’energia che hanno trascinato il pubblico in un lungo applauso. 

Il team

Questa entusiasmante esperienza non sarebbe stata possibile senza il fantastico gruppo che ha lavorato per il TEDxPadova 2019, il team che ha curato la comunicazione, la logistica, la gestione dei partner di “team speaker”, di cui ho fatto parte anch’io ed il team “legale”.

Ogni pedina è stata essenziale per far si che questo evento potesse funzionare al meglio, per far quadrare ogni criticità e per valorizzare ogni performance, comprese quelle musicali e di danza. Vorrei chiudere questo articolo ringraziando il pubblico presente all’evento e richiamando un breve aforisma proposto da uno dei nostri speaker, Uljan Sharka, che mi ha colpito e nel quale credo infinitamente:

“Knowledge is the human superpower”

“La conoscenza è il superpotere dell’uomo”

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Tag: Public Speaking, TEDxPadova, TEDxPadova 2019

“Curare l’ansia” forse non è una espressione del tutto appropriata, di solito preferisco parlare di gestione dell’ansia. Ciò non significa che l’ansia non possa essere completamente superata, spesso una delle principali preoccupazioni dei pazienti è proprio connessa al completo superamento delle spiacevoli sensazioni di paura e di panico che si accompagnano all’ansia. 

Quello che intendo con cura dell’ansia consiste nell’appropriarsi di tecniche e strategie che possono aiutare la persona ad affrontare le situazioni, gli eventi e le realtà che vengono vissute come minacciose. In particolare costruendo dei circoli virtuosi che al solo arrivare della sensazione di paura si attivano e ci consentono di non sentirsi sopraffatti e di rispondere in maniera adeguata e positiva. 

Ricordiamoci che in fondo la paura è una normale emozione che tutti sperimentiamo e che può avere anche una valenza positiva, perché ci protegge in caso di minaccia.

Come curare l’ansia

Per curare l’ansia dobbiamo iniziare a sbloccare quei tentativi di soluzione che mettiamo in campo per cercare di tutelarci e di superare la paura, ma che invece di farci star meglio complicano ulteriormente la situazione. Parlo di quei tentativi di soluzione che riteniamo efficaci per superare le sensazioni di inquietudine e di apprensione determinate sia da una situazione specifica (es. guidare la macchina, gli spazi aperti o chiusi, la paura di un animale, …), che dalla quotidianità in generale (es. la paura pervasiva di tutto quello che ci circonda). 

Solitamente il tentativo messo in atto è quello di provare a non essere colti di sorpresa dall’ansia, cercando nello specifico di evitare quelle emozioni spiacevoli di sofferenza e paura legate proprio alla realtà vissuta come minacciosa.

Tali forme di “evitamento”- note nella pratica clinica come “soluzione disfunzionale” – sebbene riescano a favorire un superamento momentaneo della paura non facendola percepire al soggetto, in realtà non fanno altro che aggravarne la sintomatologia. Solo evitando di evitareil soggetto riuscirà veramente a superare la paura patologica. 

Un ulteriore tentativo di soluzione che sembra tutelarci, ma che in realtà può portare fuori strada, è quello di ricorrere all’aiuto di un familiare, un collega o amico. Per evitare di avere una crisi e sentirci male, ci facciamo aiutare da una persona di fiducia, solo in questo modo riusciamo ad affrontare la situazione che ci spaventa. In realtà questa è una ammissione implicita del fatto che da soli non riusciamo ad affrontare la situazione che ci preoccupa ed avremo sempre bisogno di qualcuno per superare la prova.

Curare l’ansia: un caso reale

L’esperienza di Edoardo (nome di fantasia) riassume in maniera chiara le due tentate soluzioni sopradescritte. Dopo aver lavorato in tutta Italia, utilizzando ogni tipo di mezzo: il treno, la macchina, l’aereo, improvvisamente Edoardo ha iniziato ad avvertire una sensazione spiacevole, uno sorta di eccessiva preoccupazione, sfociata infine in un attacco di panico in macchina ed un altro in treno. Ad un iniziale momento di reazione logica a quanto accaduto è seguito un altro di forte sconforto, una paura crescente di prendere la macchina, che lo ha indotto a farsi accompagnare da un collega in ogni trasferta di lavoro. Il dubbio di non riuscire a guarire e le preoccupazioni conseguenti hanno generato una paura diffusa, non solo per quello che riguardava la guida o i mezzi di trasporto, ma addirittura anche andare a comprarsi un paio di occhiali da sole lo gettava nel panico. Non sapendo più cosa fare Edoardo si rivolge al mio studio. 

Il lavoro principale si è subito incentrato nel favorire un abbassamento della paura patologica per riportarla ad un livello di normalità. Ci siamo calati in maniera paradossale nelle sue peggiori preoccupazioni e paure attraverso la strategia della mezz’ora di passione. Ogni giorno Edoardo hadovuto ritagliarsi una mezz’ora di tempo nella quale isolarsi e calarsi nelle sue paure e preoccupazioni, sforzandosi di stare peggio che potesse. Questa tecnica, con il suo funzionamento paradossale, gli ha fatto vivere un’esperienza nuova: più cercava la paura e più non riusciva a trovarla, anzi riusciva addirittura a sentirsi bene, e a rilassarsi al punto di rischiare di addormentarsi. 

A seguito di questa prima fase di intervento e attraverso questa esperienza positiva è stato possibile in una seconda fase calibrare la strategia migliore per fare in modo che Edoardo, giorno dopo giorno, prendesse maggiormente consapevolezza delle sue capacità e di come gestire l’ansia in ogni situazione. La terapia ha avuto un ottimo successo, con una riduzione totale delle crisi di ansia e una rinnovata capacità di affrontare le situazioni stressanti. 

Edoardo è riuscito nuovamente e a mettersi al volante e a prendere il treno senza più ricorrere alle soluzioni disfunzionali che lo avevano limitato.

Se senti di avere una problematica di ansia  contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

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Ansia sociale: la paura del rifiuto

18 Luglio 2019

Mi occupo di cura della dipendenza a Padova, Vicenza, Treviso ormai da quindici anni, in ambiti diversi: dalla prevenzione nelle scuole (coinvolgendo adolescenti e insegnanti), al lavoro in clinica (cura, riabilitazione e reinserimenti di pazienti con dipendenze varie: alcol, sostanze o altro come il gioco d’azzardo). Per promuovere una cultura del benessere e aumentare le conoscenze rispetto alle diverse dipendenze, nel corso del tempo ho promosso e partecipato a diversi progetti sia nel privato che anche in collaborazione con il servizio per le dipendenze.

Attraverso questo articolo, vorrei portare un paio di esempi di terapia sulle dipendenze, per raccontare due diverse tipologie di intervento in questo ambito. 

Cocaina e crack

Carlo (nome di fantasia) ha iniziato a fare uso di cocaina in modo sporadico, nelle serate con gli amici, il sabato sera, per approdare poi al crack sempre allo stesso modo: una serata tra amici, solo per provare. Questo però gli ha creato una vera e propria dipendenza: una necessità costante e ossessiva della sostanza, tutto il resto passa in secondo piano (affetti, famiglia, lavoro, …). In breve tempo perde molto peso, ma perde anche percezione di se stesso e del proprio futuro.

Carlo arriva in studio dopo dieci anni di consumo ed un percorso in comunità andato male. Il percorso di terapia, in questo caso, s’incentra sulla gestione delle emozioni del paziente: Carlo sfoga una rabbia particolare nei confronti delle persone che gli stanno vicino, ma è un sentimento che in realtà prova verso se stesso, per la vita che sta conducendo e per l’insoddisfazione che ne consegue. La dipendenza da crack o cocaina modifica il modo di percepire e vivere la realtà, ma il caso di Carlo può aiutare a capire che con la giusta combinazione di motivazione e voglia di rimettersi in discussione è possibile uscire dalla dipendenza. Ad oggi non sta più assumendo crack e a distanza di un anno non si segnalano più ricadute.

Cannabis in età adolescenziale

Marco (nome di fantasia) ha diciassette anni, da circa tre fuma cannabinoidi. Per poter fumare gratis si è fatto prendere la mano, ed ha iniziato a spacciare, in modo da guadagnarsi qualche soldo da spendere in scarpe e vestiti. 

Il consumo di cannabis, ma in generale di ogni sostanza in età adolescenziale, è piuttosto pericoloso: porta ad un’alterazione nella percezione di se, ma conduce anche a vivere le emozioni in modo distorto e alterato, in una fase in cui viverle autenticamente è fondamentale per la crescita del soggetto. 

Marco è un ragazzo sveglio: non indentifica bene il problema, ma si rende conto di vivere una serie di difficoltà, in particolare nella relazione con i genitori, e il fumo lo tranquillizza, andando a sopire le emozioni più difficili da gestire, di sofferenza e rabbia. 

Il lavoro terapeutico condotto prima singolarmente con il ragazzo, e poi con i famigliari, ha portato ad ottimi risultati: il fumo si è ridotto notevolmente, e poco alla volta si è ristabilita la relazione tra Marco e i genitori. Nella fase dell’adolescenza è importante aiutare i ragazzi a responsabilizzarsi, ma è altrettanto utile accompagnarli e supportarli, in modo da far loro comprendere che la famiglia può essere una risorsa su cui si può fare affidamento. 

Ti rivedi in queste storie? Senti di avere una dipendenza per una sostanza stupefacente, per il gioco d’azzardo o una dipendenza affettiva? Mi occupo di cura delle dipendenze a Padova Vicenza e Treviso chiamami al 340.41.90.915 o scrivimi in privato compilando il form qua sotto per maggiori informazioni o per fissare un un appuntamento.

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Se dovessimo dare una definizione di emozioni” immagino che ciascuno di noi si riferirebbe agli stati d’animo provocati da un evento che stimola o ha stimolato il nostro sistema percettivo sensoriale.

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita, possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi nelle sfide quotidiane, familiari, lavorative o sportive. Possono diventare il motore della crescita personale, possono favorire i nostri successi, ma possono in qualche caso anche metterci i bastoni tra le ruote e diventare un vero e proprio ostacolo insormontabile. 

In qualità di psicologo e psicoterapeuta a contatto quotidianamente con le tematiche emotive, riscontro sempre più persone che faticano ad accettare alcuni loro stati emotivi, riconoscendoli come estranei o invasivi. L’articolo di oggi mira a far conoscere meglio la tematica relativa alle emozioni e soprattutto a metterla in relazione con la capacità di raggiungere i nostri obiettivi personali e di crescita.

Emozioni cosa sono

Per dare una definizione di emozioni dobbiamo prendere in esame le diverse teorie che le definiscono. Dal punto di vista biologico le emozioni possono essere definite come il processo bio-genetico che attraverso circuiti fisiologici e neuronali distingue e determina impressioni, suggestioni, turbamenti, stati d’animo emotivi. 

Secondo la prospettiva costruzionista le emozioni si definiscono in base al contesto e alla cornice di riferimento, dunque a seconda della situazione e dei momenti che la persona si trova a vivere. In questa ottica le emozioni si possono considerare come degli stati d’animo mutevoli, di attivazione fisiologica, che si innescano in funzione degli stimoli che la persona subisce nei vari momenti della giornata e più in generale della vita. 

Una terza prospettiva vede le emozioni in un’ottica maggiormente cognitiva, e dunque come una valutazione che la persona fa degli eventi a seconda dell’importanza che vi attribuisce ed in base ai propri scopi e ai bisogni personali. 

Un aspetto comune alle diverse teorie sulle emozioni è quello di essere caratterizzate da diverse componenti: biologiche, situazionali e di valutazione del contesto. Le varie teorie mettono in risalto gli aspetti relativi alle sensazioni affettive, alle diverse variazioni fisiologiche compresi i cambiamenti a livello espressivo, sia facciale che della voce e della postura. 

Conoscere cosa sono le emozioni ci permette di capire meglio il funzionamento di quest’ultime in relazione agli obiettivi che ci prefiggiamo nella vita di tutti i giorni.

Emozioni e obiettivi personali

Le emozioni con la loro valenza affettiva ed energia di attivazione sono delle potenti alleate della nostra motivazione. Nei momenti in cui siamo più “attivati”a livello emotivo possiamo migliorare le nostre capacità di memoria, di ragionamento e decisionali. Quando a livello individuale siamo focalizzati sul compito e riusciamo a vivere una sensazione di piacevolezza nell’eseguirlo, siamo in grado di dare il massimo, di prendere le decisioni migliori e di ottenere il risultato sperato. 

Se ad esempio devo svolgere un intervento di fronte ad una platea di persone e mi sento emotivamente affascinato e felice di poter dare il mio contributo, allora riuscirò a salire sul palco con una carica, una determinazione ed un’energia che favoriranno la mia performance. Così come se sono molto arrabbiato per un errore che ho commesso durante il lavoro posso provare ad indirizzare questa energia negativa nella direzione di una maggiore concentrazione, per evitare lo stesso tipo di errore la volta successiva.

Accanto a questa funzionalità delle emozioni dobbiamo tuttavia considerare anche una visione più “disfunzionale”, e di conseguenza negativa, delle emozioni, ovvero quando queste ultime invece di essere una risorsa diventano un limite. Quando ad esempio l’intensità ed il perdurare di un determinato stato emotivo invece di aiutarci a prendere decisioni o ad essere maggiormente concentrati ci porta fuori strada e non ci fa vedere le cose con la necessaria lucidità. Se mi lascio opprimere dalla rabbia per un errore commesso, se non riesco a canalizzarla in energia positiva, il rischio è che l’emozione possa diventare un problema invece che una risorsa preziosa. 

Come rendere funzionali le emozioni

Per favorire un sempre migliore funzionamento delle emozioni è necessario cercare di regolarle e gestirle il più possibile, favorendo innanzi tutto la consapevolezza del nostro stato emotivo attraverso l’ascolto interpersonale, ossia favorendo un ascolto differente, cognitivamente più funzionale.

Il dolore, ad esempio, può anche essere “ascoltato”, accettato, invece che negato; in questo modo non ci affranchiamo dalla momentanea sofferenza che lo accompagna ma l’esperienza significativa è quella di aver vissuto il dolore, di averlo metabolizzato e di esserne uscito. 

Questo approccio ci aiuta a cambiare il nostro modo di vivere le esperienze, sia dal punto di vita fisiologico che da quello comportamentale, ci fa entrare in un’ottica di maggiore flessibilità, di ascolto di se stessi ed infine dicambiamento.

Se senti che non riesci a padroneggiare o a gestire le emozioni può esserti utile un percorso di psicoterapia per rimodulare le tue esperienze emotive e trovare un nuovo equilibrio psico-fisico. Per maggiori info contattami al 340.41.90.915 o compila il form nel seguente link.

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

La paura del giudizio è una forma di paura radicata in ciascuno di noi, una paura che ci stimola a cercare di sbagliare il meno possibile per evitare brutte figure di fronte agli altri. Molto spesso tendiamo a negare l’errore fingendo di non avere realmente sbagliato, ma la situazione si complica quando con l’intento di non sbagliare iniziamo ad evitare tutte quelle situazioni che potrebbero metterci a disagio. Comincia così un viaggio senza ritorno nel quale ogni situazione, ogni momento di interazione con gli altri, diventa una vera e propria fonte di disagio, alla quale cerchiamo in ogni modo di sfuggire.

Il giudizio è un concetto insito nella nostra cultura, a cominciare dalla scuola dove il voto è vissuto come qualcosa di fondamentale, così tanto temuto da rendere a volte infernale la vita degli studenti. Al lavoro il concetto di giudizio si esprime nella “valutazione” delle prestazioni, cioè nel riscontro del capo riguardo alle nostre capacità tecniche, relazionali e comunicative all’interno dell’azienda. Quando svolgo corsi di formazione in azienda, al solo pronunciare la parola “valutazione”, gli animi si scaldano. Mi piace quindi parlare più di feedback, ma indipendentemente dal termine che usiamo, il giudizio è comunque ed in ogni contesto un’arma a doppio taglio: sebbene ci aiuti a crescere è comunque particolarmente temuto.

La paura del giudizio: il caso di Michela

Michela (nome di fantasia) è una giovane studentessa universitaria al terzo anno di medicina; i primi due anni sono andati a gonfie vele, il terzo invece è diventato un tormento. Durante una mattina in biblioteca ha iniziato ad avvertire delle strane sensazioni di ansia che si sono rapidamente trasformate in un vero e proprio attacco di panico. In un primo momento Michela attribuisce il problema all’eccessivo caldo di inizio settembre e ad un calo di zuccheri, invece purtroppo anche nei giorni seguenti il solo avvicinarsi all’università e all’aula degli esami le genera una paura insuperabile. Decide allora di chiudere temporaneamente con lo studio e di non affrontare gli esami. 

Fatalmente questa paura del giudizio e di non essere all’altezza la porta a temere anche il giudizio dei compagni per non essere riuscita a sostenere tutti gli esami del terzo anno. Sa bene che questo problema non sussiste perché molti altri suoi compagni risultano indietro, tuttavia sente forte il peso del loro giudizio e preferisce allontanarsi dall’università. Per non stare con le mani in mano trova lavoro come cameriera ma inconsciamente si rende conto della necessità di affrontare il problema se davvero vuole concludere il percorso di studi.

La peggiore fantasia

Michela è arrivata nel mio studio con le idee confuse, ha affrontato la terapia in maniera diffidente perché non aveva fiducia di potercela fare. Il lavoro terapeutico si è quindi incentrato sull’obiettivo di favorire fin da subito un miglioramento attraverso una riduzione delle sue paure nei confronti dell’università e del giudizio in generale. Adottando la tecnica della peggiore fantasia M. ha rivissuto l’ansia provata quella prima volta in biblioteca, senza tuttavia arrivare a sperimentare gli stessi effetti fisiologici. La tecnica consiste nel chiedere alle persone di calarsi nelle loro peggiori paure e preoccupazioni, in un preciso lasso di tempo nel corso della giornata. Quella che potrebbe apparire a tutta prima come una sorta di “tortura” è invece una strategia altamente paradossale. Infatti durante la mezz’ora in cui il paziente si concentra sulle proprie angosce, la paura viene affrontata in quella maniera diretta che ne favorisce la presa di coscienza ed il superamento. La paura si trasforma in coraggio, questo è il risultato ultimo dell’applicazione di una tecnica basata sul paradosso.

Attraverso la terapia Michela è riuscita nuovamente a trovare la fiducia in se stessa, si è liberata dalle proprie ansie, è tornata in università e ha completato gli esami del terzo anno: ormai gestisce la paura e l’eccessiva tensione con le nuove strategie apprese, senza più esserne travolta.

Se anche tu soffri di ansia e vuoi saperne di più contattami al 3404190915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, paura, paura del giudizio, Terapia Breve Strategica

Ansia e adolescenza cosa fare, è una domanda che spesso i genitori si pongono cercando delle risposte. L’adolescenza è il periodo caratteristico dell’ansia. Nell’adolescenza i ragazzi faticano a capire e a gestire le emozioni che vivono, spesso per la paura di non essere capiti o di essere rifiutati dal mondo dei compagni e da quello degli adulti. La conseguenza può risultare facilmente in una compromissione dello sviluppo della personalità e delle competenze personali.

Ansia in adolescenza: quali sono le forme più comuni

Una delle principali preoccupazioni in età adolescenziale è collegata ad una sensazione di paura generalizzata e diffusa. I timori si concentrano soprattutto sul futuro e sulla paura di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi, anche quelli più semplici ed immediati, o, più in generale, una vita soddisfacente. Spesso questa tipologia di ansia è legata ai dubbi che assillano un adolescente riguardo alle scelte che gli si prospettano davanti: dalla decisione impegnativa su quali studi intraprendere a quale possa essere lo sport ideale o addirittura su quale sia la sua reale identità. La sensazione di derealizzazione o spersonalizzazione fa vivere l’adolescente in uno stato di preoccupazione più o meno intensa, come se davvero non potesse vivere la vita che può e vuole scegliere di vivere.

Tra le principali paure vi è quella di sentirsi male, di rischiare di morire, accompagnata da sensazioni fisiologiche di intensa agitazione quali tachicardia e forte tensione a livello addominale. Oppure la paura di poter perdere il controllo e di conseguenza rischiare delle brutte figure di fronte a tutti. Un paziente adolescente racconta della paura di potersela fare addosso che lo limita e lo porta a cercare di evitare ogni situazione percepita come pericolosa.

Spesso si segnala una forma di ansia sociale legata alla preoccupazione del rapporto con i propri pari, che induce l’adolescente a cercare di evitare qualsiasi circostanza che potrebbe generare un rifiuto da parte dei propri compagni o degli amici. Questa tentata soluzione, nota con il termine tecnico di “evitamento”, nel tempo tuttavia  si rivela controproducente, perché sebbene nella circostanza contingente venga percepita dall’adolescente come una sorte di tutela, in realtà innesca una spirale di continui evitamenti dalla quale il soggetto non riesce più ad uscire

Cosa fare con problematiche di ansia in adolescenza

I genitori, come già sottolineato in alcuni articoli del mio blog, molto spesso pensano in buona fede di aiutare i propri figli adolescenti cercando di rassicurarli, invitandoli a comportarsi diversamente e a cercare nuovi stimoli in modo da superare le proprie paure. La spiegazione logica e razionale di fronte ad una problematica delicata ed irrazionale come la paura non basta, è necessario aiutare i nostri ragazzi proponendo visioni alternative, entrando dentro la logica della paura e cercando di non sostituirsi ai figli risolvendo i problemi al posto loro. 

Spesso di fronte ad una problematica di ansia è consigliabile rivolgersi ad uno specialista, in modo tale da intervenire con le giuste tempistiche e anticipare possibili complicazioni. 

Terapia Breve Strategica

La terapia breve strategica è un modello di psicoterapia particolarmente efficace nei casi di ansia adolescenziale che mira a ridurre i disturbi sin dalle prima sedute, in maniera da sbloccare la realtà problematica e favorire in breve tempo un cambiamento ed il raggiungimento di soluzioni efficaci, efficienti e durature nel tempo. 

Se vuoi saperne di più puoi consultare altri articoli presenti nel mio blog oppure puoi contattarmi al 340.41.90.915 via mail al seguente indirizzo: studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni.

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Tag: ansia, ansia generalizzata, ansia sociale, Attacchi di Panico, genitori, sintomi ansia

La storia delle dipendenze può aiutare a mettere in luce e a capire meglio la funzione che le sostanze hanno avuto nel corso del tempo ed il ruolo che hanno rivestito per la società. Durante l’incontro che ho svolto presso l’Università di Rovigo con gli studenti della facoltà di Scienze dell’educazione, ho cercato di fare una fotografia della diffusione delle sostanze e delle caratteristiche che la dipendenza ha assunto a partire dagli antichi egizi sino ai giorni nostri. 

In questo articolo cercherò di riassumere il viaggio che abbiamo fatto insieme agli studenti durante la giornata di formazione.

Mesopotamia, Antico Egitto, Grecia e Roma

La storia delle sostanze che possono dare dipendenza si intreccia fin dai tempi antichi al consumo di sostanze alcoliche. Nell’antichità gli oppiodi – ovvero le sostanze oppiacee, una miscela di alcaloidi ricavata dal papavero: Papaver somniferum – erano ben note ai Sumeri, ai babilonesi ed agli egizi,che utilizzavano l’oppio come anestetico, per ridurre il dolore, e come analgesico, come calmante, addirittura per non far piangere i bambini. Peraltro in Egitto era noto anche l’uso di bevande alcoliche come la birra, ritenuta un tonificante per le donne incinte, come testimonia unatavola del 2200 a.C.

Nella Grecia antica le Droghe erano considerate come sostanze che agiscono raffreddando, riscaldando, asciugando, umidificando contraendo e rilassando, o addormentando un modo cioè di curare l’organismo. Vino e birra erano consumati in grande quantità nei cerimoniali, così come pure sostanze quali hashish e altre appartenenti alla famiglia delle piante Solanaceae, come la Belladonna, avente proprietà antispasmiche, e la Mandragora, cui venivano accreditate virtù afrodisiache. Sostanze allucinogene venivano molto probabilmente consumate anche nel corso di cerimonie religiose, come simbolo spirituale d’iniziazione. A tal proposito sono noti i Misteri Eleusini, che si celebravano annualmente nell’antica città di Eleusi, nelle cui cerimonie rituali venivano consumate sostanze psichedeliche per creare un’atmosfera ed evocare l’aldilà. La dipendenza a livello di pericolosità sociale si concentrò invece sul vino, anche se i filosofi non si trovano tutti concordi a riguardo.

Nella Roma classica secondo Cesare fumare fiori di canapa era concesso per procurarsi ilarità e godimento. La Lex Corneliaunica norma sull’argomento dice: “Droga è una parola indifferente, che comprende sia ciò che serve a uccidere sia ciò che serve a curare, e i filtri d’amore, ma questa legge condanna solo ciò che viene usato per uccidere qualcuno”. Il grande medico Galeno prescriveva all’imperatore una porzione di oppio come antidolorifico ed il suo effetto anestetico, come già detto, era ben noto fin dall’antichità. La cosa che stupisce è che sebbene vi fossero consumatori regolari non sono documentate problematiche di ordine pubblico o privato, non sono riportati casi clinici e neppure si ha notizia di persone emarginatesocialmente. Invece il vino provocherà conflitti personali e collettivi (disordini, risse), anche se il suo consumo era proibito alle donne e ai minori di trentanni. 

Paganesimo, Islam e Medioevo

In opposizione al Cristianesimo, il Paganesimo vede nelle sostanze psicotrope l’azione di “spiriti neutri” che intensificano nel soggetto le sue inclinazioni naturali, buone o cattive, contribuendo alla conoscenza di se stesso. In questo senso possiamo intravvedere un collegamento con lo sciamanesimo e l’uso di sostanze e di alcol durante le cerimonie: usi magico-religiosi, sapere pagano contaminato dalla stregoneria.

Secondo le leggi islamiche non vi sono né droghe “sacre” né droghe “sacrileghe”. Maometto comunque proibì il vino, anche se non si può negare l’esistenza di un consumo di alcolici malgrado le pene severe per i contravventori. L’oppio nella cultura araba viene usato per indurre uno stato generale di euforia e nelle persone della terza età per sopportare i dispiaceri o addirittura per provocare l’eutanasia. AL-Ukbari, un erudito e saggio, sosteneva: Devi sapere che la legge islamica non proibisce il consumo di farmaci cordiali, con effetti come quelli dell’hashish, e poiché non vi è alcuna notizia sulla sua illiceità, il popolo considera che è permesso usarli. Ma l’uso dell’hashish non era sempre inteso in senso terapeutico. Nell’XI secolo la setta dei Nizariti, attiva in Persia ed in Siria, era nota come Setta degli Assassini– o più semplicemente Assassini– perché i loro feroci guerrieri ricorrevano alla pratica dell’omicidio a fini politici. Pare che il termine assassinipossa derivare dal sostantivo arabo al-Hashīshiyyūnossia coloro che sono dediti al consumo di hashish.

Durante il Medioevo droga, lussuria e stregoneria si intrecciano strettamente. L’uso religioso o ludico di sostanze diverse dall’alcol viene punito con la tortura o la morte, tuttavia è ampiamente riconosciuto il loro impiego nella fabbricazione di pozioni, pomate psicoattive, farmaci elementari.  Ledroghe” delle streghe nascondono ciò che è proibito per eccellenza e sarà l’Inquisizione ad occuparsi in modo spiccio della faccenda, bruciandole senza pietà sul rogo!

Nell’XI secolo oppio e canapa sono impiegati nelle pozioni curative di re, nobili e dagli stessi prelati; i medici traggono un grande e nuovo prestigio sociale usando l’oppio e la canapa a scopo terapeutico. La rinascita della farmacologia porta alla nascita dei primi ordini” di medici e speziali, fatto questo che ne aumenterà considerevolmente il prestigio, malgrado la considerazione che i loro preparati non siano molto diversi da quelli delle fattucchiere.

XIX e XX secolo

Con un salto nel tempo ci portiamo alle soglie del XIX secolo, quando ormai si possono contare almeno 70.000 medicinali con formula segreta che contengo in varie dosi sostanze psicoattive. 

Durante l’800 fu molto in voga l’uso del Laudano, un composto a base di oppio e alcool avente proprietà narcotiche, antidolorifiche e antispastiche simili a quelle degli oppiacei. Lo sciroppo a base di laudano veniva utilizzato dalle lavoratrici operaie inglesi per calmare i loro bambini.

La ricerca scientifica nel frattempo ha fatto passi da gigante e nel campo della farmacopea sono stati scoperti molti dei principali principi attivi delle sostanze. In particolare una delle più grandi scoperte nel 1804 è stata la morfina, uno degli alcaloidi dell’oppio utilizzato soprattutto in medicina, la cui commercializzazione avviene a partire dal 1817 come analgesico e nel trattamento della dipendenza da oppio e alcolici. Nel 1827 incomincia la sua produzione a livello industriale da parte di quella che diventerà una delle più importanti case farmaceutiche mondiali: la Merck.

Cinque volte più forte della morfina viene sintetizzata ed esce sul mercato la Diacetil morfina, meglio nota come eroina, così chiamata per e sue energiche virtù; grazie all’eroina introdotta sul mercato nel 1898 e all’aspirina (acido acetil-salicilico, commercializzato nel 1897) la ditta tedesca produttrice Bayer diventeràun colosso di rilevanza mondiale. 

Al contrario della morfina, l’eroina produce un aumento di attività, calma e riduce ogni sentimento di timore. Anche dosi minime fanno sparire ogni tipo di tosse. I morfinomani trattati con questa sostanza hanno perso immediatamente ogni interesse per la morfina”. 

La cocaina, forte agente stimolante del sistema nervoso centrale (CNS), è nota fin dall’antichità alle popolazioni del Sud America, che masticavano le foglie di coca come tonico, anestetico e per calmare i morsi della fame. Il principio attivo verrà isolato nel 1859 da parte di un farmacista tedesco e verrà inizialmente utilizzato come anestetico. Per lungo tempo in Europa una bevanda a base di vino e cocaina verrà venduta come tonico per il sistema nervoso e per curare la tristezza. Lo stesso Sigmund Freud era solito farne uso come antidepressivo, proponendolo addirittura in qualche caso anche ai pazienti. Nel 1886 un farmacista di Atlanta, negli Stati Uniti, brevettò la formula di un tonico in cui erano presenti anche le noci di cola, una miscela che, privata della cocaina, diventerà ben presto una delle bevande più note e consumate al mondo: la Coca Cola.

Nel 1900 tutte le droghe conosciute sono ormai in farmacia. Si contano persone dipendenti da oppio, morfina, eroina, ma il fenomeno richiama ancora poco l’interesse di giornali, riviste, opinione pubblica, magistratura e polizia. Si alzano però le prime voci di protesta: l’uso di sostanze anche se occasionale viene giudicato un vizio e viene considerato come una malattia contagiosa. Nel 1920 la prima legge sul proibizionismo vieta negli Stati Uniti la fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di sostanze alcoliche. Bisognerà attendere ancora qualche anno per l’estensione del concetto di proibizionismo a sostanze quali la cannabis, l’oppio, l’eroina, la cocaina; questo intervento proibizionista si espanderà a livello internazionale con il dichiarato intento di tutelare la salute pubblica dei cittadini

Gli anni ‘50 e ’70 del secolo scorso sono quelli dell’LSd e della Beat generation. Tra gli anni ‘30 e ‘50 vi fu una grandissima diffusione delle anfetamine: per curare ladepressione, impiegate come stimolanti ed antidepressivi per le truppe, etc., nel 1950 la loro diffusione è capillare. Sempre negli anni ’50 – ‘60 viene sintetizzatoun farmaco oppiaceo sintetico: il metadone, al cui uso iniziale come analgesico nella terapia del dolore cronico verrà affiancata anche la terapia per la riduzione della dipendenza da stupefacenti.

Nel 1938 a Basilea viene sintetizzata da Hofmann la molecola della dietilammide 25- dell’acido lisergico, meglio nota come LSD, una droga semisintetica estratta da un fungo parassita della segale chiamato ergot. Inizialmente molto utilizzato nel campo della psicoterapia, l’LSD venne commerciato dalla ditta Sandoz come farmaco (Delysid), con risultati eccezionali per il trattamento della schizofrenia, autismo, depressione e alcolismo. Le sue caratteristiche psichedeliche lo resero famoso negli anni ’60 presso la generazione hippy, di cui divenne addirittura un simbolo. A partire dagli anni ’70 ne viene riconosciuta la pericolosità ed attualmente è considerata una sostanza illegale.

La Beat Generationè un movimento giovanile che trovò una sua espressione anche in campo artistico, poeticoe letterario, sviluppandosinel secondo dopoguerraprincipalmente negli Stati Uniti. Nasce da un gruppo di scrittori americani e viene alla ribalta nel 1950, così come i fenomeni culturali da esso ispirati. Gli elementi centrali della cultura “Beat” sono l’anticonformismo, il rifiuto di norme imposte, l’innovazione dello stile letterario, la sperimentazione delledroghe, la sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, un rifiuto del materialismo, e rappresentazioni esplicite e crude della condizione umana. La Beat Generation è l’esempio della ribellione giovanile degli anni cinquanta, la “gioventù bruciata”; tra i suoi autori di riferimento più celebri troviamo Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Norman Mailer. I giovani beat sono sofferenti, viaggiano facendo l’autostop, spesso ricorrono all’alcool e alla droga ma il loro disagio sfocerà infine nella rivolta verso la borghesia statunitense e nel rifiuto e nella protesta contro la guerra in Vietnam.

Scavare nell’anima. Metterla a nudo. Rivelarla. Significa esattamente questo il termine psichedelia. Il termine, per derivazione, descrive anche una categoria di musica, arte visiva, moda, cinema, letteratura, fumettisticae cultura, associata originariamente agli anni sessanta: la cultura hippie(o hippy). In origine si tratta di un movimento giovanile che ha inizio negli Stati Uniti d’Americanel corso degli anni sessantae si diffonderà poi in tanti altri Paesi del mondo. La parola «hippie» deriva da «hipster», il cui significato si può tradurre come giovani “anticonformisti o alternativi”.

Queste persone avevano ereditato i valori sottoculturali della Beat Generation, creando una controcultura e proprie comunità che ascoltavano rock psichedelico, abbracciavano la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti come gli allucinogeni e la cannabis, al fine di esplorare e allargare lo stato di coscienza.

Ifigli dei fiori sono gli aderenti al movimento hippie abbigliati convestiti decorati a fiori o con vivacissime stoffe dai colori forti. Il loro ideale di pace e libertà erasintetizzabile in slogan quali “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” e “Fate l’amore, non la guerra”, che risuonavano in maniera fortemente criticanel periodo della guerra del Vietnam. La ricerca sfrenata della totale libertà era il significato insito nel loro stile di vita. Questo movimento toccò particolarmente l’opinione pubblica, tanto da stimolare l’interesse diregisti e cantanti.

A partire dagli anni ‘80del secolo scorso sul mercato illegale compaiono moltisurrogati: cocaine artificiali, ecstasy, crack. L’Ecstasy, o MDMA, è una droga sintetica con effetti fortemente stimolanti che ha trovato diffusione a partire dagli anni novanta soprattutto nei rave party; viene assunta solitamente sotto forma di pastiglie o sciolta in un liquido o anche fumata. L’ecstasy facilita la comunicazione soggettiva, l’empatia e l’accesso a sentimenti repressi.

E al giorno d’oggi? Cosa caratterizza la nostra realtà ed il fenomeno della dipendenza? Segui il mio blog per saperne di più.

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Bibliografia:

“Piccola storia delle droghe. Dall’antichità ai giorni nostri” Antonio Escohotado 2008, Donzelli.

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Tag: dipendenza da droghe, dipendenza nella storia, dipendenze, sostanze stupefacenti, storie di dipendenza

Sabato 25 maggio: TEDxPAdova 2019, in una sola parola: emozionante. Probabilmente è una definizione scontata, tuttavia devo ammettere che dal mio punto di vista è stato un evento unico. 

Come immagino sappiate, TED è un’organizzazione no-profit il cui obiettivo è quello di facilitare la diffusione di idee di valore attraverso conferenze che coprono una grande varietà di argomenti, dalla scienza, al business, alle tematiche globali. TEDxPadova nasce nel 2014 per l’intraprendenza di un gruppo di giovani che hanno un unico stimolante obiettivo: condividere idee innovative in modo da pensare ad un futuro migliore.

In questo articolo vorrei portarvi dietro le quinte, raccontarvi alcuni momenti chiave di questa grande manifestazione e anche i contenuti più significativi degli speaker che sono intervenuti inquesta edizione.

Rinascita

Il filo conduttore di quest’anno è stato il tema della “Rinascita”, la cornice dell’evento quel Palazzo della Ragione, noto anche come “salone”, antica sede dei tribunali cittadini, che rappresenta il cuore pulsante della città di Padova. Gli speaker hanno proposto i loro contributi partendo da diverse prospettive: economiche, mediche, scientifiche, sportive, sociali e culturali, emozionando il numeroso pubblico e l’intero team di TEDxPadova. 

Vorrei iniziare dalla fine e cioè dall’ultimo intervento, quello della splendida Drusilla Foer che ci ha guidato in un viaggio di contraddizioni e paradossi, sottolineando che la ri-nascita deve essere interpretata partendo da diverse angolazioni. Più che parlare di ri-nascita in senso stretto bisogna ri-appropriarsi della propria consapevolezza personale, bisogna continuare a ri-amare l’esistenza e a ri-scoprire il valore delle cose e della vita in generale. Parole forti, contenuti di qualità, un finale pazzesco che ha reso l’idea di come ri-nascere sia una sorta di cambiamento, di come dobbiamo essere flessibili e sforzarci di vedere la realtà sempre da punti di vista differenti e sempre nuovi. 

Scienza e medicina: quando la rinascita è una ri-scoperta

Dal punto di vista medico, il Dott. Gino Gerosa ha incantato parlando del progetto di ricerca al quale sta lavorando per sviluppare un cuore biologico che potrebbe significare una ri-nascita vera e propria per moltissimi pazienti. Invece la Dott.ssa Biffi ci ha spiegato l’importanza della terapia genica per introdurre nuove sequenze di DNA, questa modalità di trattamento potrebbe offrire un futuro senza malattie a centinaia di pazienti. Jasmine Abdulcadir ha parlato del suo lavoro di cura con donne e bambine che presentano mutilazioni genitali; un impegno la cui difficoltà principale è proprio quella di aiutare la donna ad entrare in un’ottica di cambiamento a 360 gradi, una rinascita complessa e difficile, ma possibile.

Sara Buson, astrofisica che ha lavorato alla NASA, ci ha invitato a “toccare con mano” i neutrini, messaggeri cosmici affascinanti che possono farci scoprire nuove frontiere. Ed infine il carismatico Koen Van Pottelbergh, che ci ha fatto percepire cosa significhi non vedere e poi ri-cominciare a poter nuovamente vedere con i suoi occhiali speciali.

La rinascita dalle altre prospettive

Vorrei dedicare un plauso speciale ad Eric Barbizzi, che a soli quindici anni ha mostrato la forza di un grande e sul palco ci ha convinti tutti a ri-cominciare a guardare al nostro ambiente in maniera diversa e più responsabile. Uljan Sharka ha ricordato che l’informazione ha un ruolo fondamentale nella nostra vita e che solo la conoscenza può fare veramente la differenza. Mentre Tezeta Abrahm ha richiamato la battaglia costante per i diritti umani e per l’integrazione sociale in Italia; il Professor Villa ci ha entusiasmato con la sua vivacità, ricordando il ruolo dell’arte nei processi di rinascita. 

Dan Peterson, una vera leggenda dello sport, poco prima di salire sul palco per il suo talk dedicato alle rivincite sportive, mi ha raccontato alcuni aneddoti su Mike Bongiorno, sottolineandone la grande precisione e professionalità, lasciandomi senza fiato e forse anche stemperando un po’ la tensione di entrambi. 

Infine Armando Armas attivista e parlamentare venezuelano che ha dato inizio allo spettacolo del TEDxPadova con una grinta ed un’energia che hanno trascinato il pubblico in un lungo applauso. 

Il team

Questa entusiasmante esperienza non sarebbe stata possibile senza il fantastico gruppo che ha lavorato per il TEDxPadova 2019, il team che ha curato la comunicazione, la logistica, la gestione dei partner di “team speaker”, di cui ho fatto parte anch’io ed il team “legale”.

Ogni pedina è stata essenziale per far si che questo evento potesse funzionare al meglio, per far quadrare ogni criticità e per valorizzare ogni performance, comprese quelle musicali e di danza. Vorrei chiudere questo articolo ringraziando il pubblico presente all’evento e richiamando un breve aforisma proposto da uno dei nostri speaker, Uljan Sharka, che mi ha colpito e nel quale credo infinitamente:

“Knowledge is the human superpower”

“La conoscenza è il superpotere dell’uomo”

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Tag: Public Speaking, TEDxPadova, TEDxPadova 2019

“Curare l’ansia” forse non è una espressione del tutto appropriata, di solito preferisco parlare di gestione dell’ansia. Ciò non significa che l’ansia non possa essere completamente superata, spesso una delle principali preoccupazioni dei pazienti è proprio connessa al completo superamento delle spiacevoli sensazioni di paura e di panico che si accompagnano all’ansia. 

Quello che intendo con cura dell’ansia consiste nell’appropriarsi di tecniche e strategie che possono aiutare la persona ad affrontare le situazioni, gli eventi e le realtà che vengono vissute come minacciose. In particolare costruendo dei circoli virtuosi che al solo arrivare della sensazione di paura si attivano e ci consentono di non sentirsi sopraffatti e di rispondere in maniera adeguata e positiva. 

Ricordiamoci che in fondo la paura è una normale emozione che tutti sperimentiamo e che può avere anche una valenza positiva, perché ci protegge in caso di minaccia.

Come curare l’ansia

Per curare l’ansia dobbiamo iniziare a sbloccare quei tentativi di soluzione che mettiamo in campo per cercare di tutelarci e di superare la paura, ma che invece di farci star meglio complicano ulteriormente la situazione. Parlo di quei tentativi di soluzione che riteniamo efficaci per superare le sensazioni di inquietudine e di apprensione determinate sia da una situazione specifica (es. guidare la macchina, gli spazi aperti o chiusi, la paura di un animale, …), che dalla quotidianità in generale (es. la paura pervasiva di tutto quello che ci circonda). 

Solitamente il tentativo messo in atto è quello di provare a non essere colti di sorpresa dall’ansia, cercando nello specifico di evitare quelle emozioni spiacevoli di sofferenza e paura legate proprio alla realtà vissuta come minacciosa.

Tali forme di “evitamento”- note nella pratica clinica come “soluzione disfunzionale” – sebbene riescano a favorire un superamento momentaneo della paura non facendola percepire al soggetto, in realtà non fanno altro che aggravarne la sintomatologia. Solo evitando di evitareil soggetto riuscirà veramente a superare la paura patologica. 

Un ulteriore tentativo di soluzione che sembra tutelarci, ma che in realtà può portare fuori strada, è quello di ricorrere all’aiuto di un familiare, un collega o amico. Per evitare di avere una crisi e sentirci male, ci facciamo aiutare da una persona di fiducia, solo in questo modo riusciamo ad affrontare la situazione che ci spaventa. In realtà questa è una ammissione implicita del fatto che da soli non riusciamo ad affrontare la situazione che ci preoccupa ed avremo sempre bisogno di qualcuno per superare la prova.

Curare l’ansia: un caso reale

L’esperienza di Edoardo (nome di fantasia) riassume in maniera chiara le due tentate soluzioni sopradescritte. Dopo aver lavorato in tutta Italia, utilizzando ogni tipo di mezzo: il treno, la macchina, l’aereo, improvvisamente Edoardo ha iniziato ad avvertire una sensazione spiacevole, uno sorta di eccessiva preoccupazione, sfociata infine in un attacco di panico in macchina ed un altro in treno. Ad un iniziale momento di reazione logica a quanto accaduto è seguito un altro di forte sconforto, una paura crescente di prendere la macchina, che lo ha indotto a farsi accompagnare da un collega in ogni trasferta di lavoro. Il dubbio di non riuscire a guarire e le preoccupazioni conseguenti hanno generato una paura diffusa, non solo per quello che riguardava la guida o i mezzi di trasporto, ma addirittura anche andare a comprarsi un paio di occhiali da sole lo gettava nel panico. Non sapendo più cosa fare Edoardo si rivolge al mio studio. 

Il lavoro principale si è subito incentrato nel favorire un abbassamento della paura patologica per riportarla ad un livello di normalità. Ci siamo calati in maniera paradossale nelle sue peggiori preoccupazioni e paure attraverso la strategia della mezz’ora di passione. Ogni giorno Edoardo hadovuto ritagliarsi una mezz’ora di tempo nella quale isolarsi e calarsi nelle sue paure e preoccupazioni, sforzandosi di stare peggio che potesse. Questa tecnica, con il suo funzionamento paradossale, gli ha fatto vivere un’esperienza nuova: più cercava la paura e più non riusciva a trovarla, anzi riusciva addirittura a sentirsi bene, e a rilassarsi al punto di rischiare di addormentarsi. 

A seguito di questa prima fase di intervento e attraverso questa esperienza positiva è stato possibile in una seconda fase calibrare la strategia migliore per fare in modo che Edoardo, giorno dopo giorno, prendesse maggiormente consapevolezza delle sue capacità e di come gestire l’ansia in ogni situazione. La terapia ha avuto un ottimo successo, con una riduzione totale delle crisi di ansia e una rinnovata capacità di affrontare le situazioni stressanti. 

Edoardo è riuscito nuovamente e a mettersi al volante e a prendere il treno senza più ricorrere alle soluzioni disfunzionali che lo avevano limitato.

Se senti di avere una problematica di ansia  contattami al 340.41.90.915, o attraverso il form contatti del sito cliccando qui, posso aiutarti in breve tempo a trovare una soluzione e a sbloccare la tua patologia ansiosa.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, fobie, monofobie, panico, paura, sintomi ansia

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Ansia sociale: la paura del rifiuto

18 Luglio 2019

Mi occupo di cura della dipendenza a Padova, Vicenza, Treviso ormai da quindici anni, in ambiti diversi: dalla prevenzione nelle scuole (coinvolgendo adolescenti e insegnanti), al lavoro in clinica (cura, riabilitazione e reinserimenti di pazienti con dipendenze varie: alcol, sostanze o altro come il gioco d’azzardo). Per promuovere una cultura del benessere e aumentare le conoscenze rispetto alle diverse dipendenze, nel corso del tempo ho promosso e partecipato a diversi progetti sia nel privato che anche in collaborazione con il servizio per le dipendenze.

Attraverso questo articolo, vorrei portare un paio di esempi di terapia sulle dipendenze, per raccontare due diverse tipologie di intervento in questo ambito. 

Cocaina e crack

Carlo (nome di fantasia) ha iniziato a fare uso di cocaina in modo sporadico, nelle serate con gli amici, il sabato sera, per approdare poi al crack sempre allo stesso modo: una serata tra amici, solo per provare. Questo però gli ha creato una vera e propria dipendenza: una necessità costante e ossessiva della sostanza, tutto il resto passa in secondo piano (affetti, famiglia, lavoro, …). In breve tempo perde molto peso, ma perde anche percezione di se stesso e del proprio futuro.

Carlo arriva in studio dopo dieci anni di consumo ed un percorso in comunità andato male. Il percorso di terapia, in questo caso, s’incentra sulla gestione delle emozioni del paziente: Carlo sfoga una rabbia particolare nei confronti delle persone che gli stanno vicino, ma è un sentimento che in realtà prova verso se stesso, per la vita che sta conducendo e per l’insoddisfazione che ne consegue. La dipendenza da crack o cocaina modifica il modo di percepire e vivere la realtà, ma il caso di Carlo può aiutare a capire che con la giusta combinazione di motivazione e voglia di rimettersi in discussione è possibile uscire dalla dipendenza. Ad oggi non sta più assumendo crack e a distanza di un anno non si segnalano più ricadute.

Cannabis in età adolescenziale

Marco (nome di fantasia) ha diciassette anni, da circa tre fuma cannabinoidi. Per poter fumare gratis si è fatto prendere la mano, ed ha iniziato a spacciare, in modo da guadagnarsi qualche soldo da spendere in scarpe e vestiti. 

Il consumo di cannabis, ma in generale di ogni sostanza in età adolescenziale, è piuttosto pericoloso: porta ad un’alterazione nella percezione di se, ma conduce anche a vivere le emozioni in modo distorto e alterato, in una fase in cui viverle autenticamente è fondamentale per la crescita del soggetto. 

Marco è un ragazzo sveglio: non indentifica bene il problema, ma si rende conto di vivere una serie di difficoltà, in particolare nella relazione con i genitori, e il fumo lo tranquillizza, andando a sopire le emozioni più difficili da gestire, di sofferenza e rabbia. 

Il lavoro terapeutico condotto prima singolarmente con il ragazzo, e poi con i famigliari, ha portato ad ottimi risultati: il fumo si è ridotto notevolmente, e poco alla volta si è ristabilita la relazione tra Marco e i genitori. Nella fase dell’adolescenza è importante aiutare i ragazzi a responsabilizzarsi, ma è altrettanto utile accompagnarli e supportarli, in modo da far loro comprendere che la famiglia può essere una risorsa su cui si può fare affidamento. 

Ti rivedi in queste storie? Senti di avere una dipendenza per una sostanza stupefacente, per il gioco d’azzardo o una dipendenza affettiva? Mi occupo di cura delle dipendenze a Padova Vicenza e Treviso chiamami al 340.41.90.915 o scrivimi in privato compilando il form qua sotto per maggiori informazioni o per fissare un un appuntamento.

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Tag: dipendenza da cannabis, dipendenza da cocaina, dipendenze, storie di dipendenza

Se dovessimo dare una definizione di emozioni” immagino che ciascuno di noi si riferirebbe agli stati d’animo provocati da un evento che stimola o ha stimolato il nostro sistema percettivo sensoriale.

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita, possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi nelle sfide quotidiane, familiari, lavorative o sportive. Possono diventare il motore della crescita personale, possono favorire i nostri successi, ma possono in qualche caso anche metterci i bastoni tra le ruote e diventare un vero e proprio ostacolo insormontabile. 

In qualità di psicologo e psicoterapeuta a contatto quotidianamente con le tematiche emotive, riscontro sempre più persone che faticano ad accettare alcuni loro stati emotivi, riconoscendoli come estranei o invasivi. L’articolo di oggi mira a far conoscere meglio la tematica relativa alle emozioni e soprattutto a metterla in relazione con la capacità di raggiungere i nostri obiettivi personali e di crescita.

Emozioni cosa sono

Per dare una definizione di emozioni dobbiamo prendere in esame le diverse teorie che le definiscono. Dal punto di vista biologico le emozioni possono essere definite come il processo bio-genetico che attraverso circuiti fisiologici e neuronali distingue e determina impressioni, suggestioni, turbamenti, stati d’animo emotivi. 

Secondo la prospettiva costruzionista le emozioni si definiscono in base al contesto e alla cornice di riferimento, dunque a seconda della situazione e dei momenti che la persona si trova a vivere. In questa ottica le emozioni si possono considerare come degli stati d’animo mutevoli, di attivazione fisiologica, che si innescano in funzione degli stimoli che la persona subisce nei vari momenti della giornata e più in generale della vita. 

Una terza prospettiva vede le emozioni in un’ottica maggiormente cognitiva, e dunque come una valutazione che la persona fa degli eventi a seconda dell’importanza che vi attribuisce ed in base ai propri scopi e ai bisogni personali. 

Un aspetto comune alle diverse teorie sulle emozioni è quello di essere caratterizzate da diverse componenti: biologiche, situazionali e di valutazione del contesto. Le varie teorie mettono in risalto gli aspetti relativi alle sensazioni affettive, alle diverse variazioni fisiologiche compresi i cambiamenti a livello espressivo, sia facciale che della voce e della postura. 

Conoscere cosa sono le emozioni ci permette di capire meglio il funzionamento di quest’ultime in relazione agli obiettivi che ci prefiggiamo nella vita di tutti i giorni.

Emozioni e obiettivi personali

Le emozioni con la loro valenza affettiva ed energia di attivazione sono delle potenti alleate della nostra motivazione. Nei momenti in cui siamo più “attivati”a livello emotivo possiamo migliorare le nostre capacità di memoria, di ragionamento e decisionali. Quando a livello individuale siamo focalizzati sul compito e riusciamo a vivere una sensazione di piacevolezza nell’eseguirlo, siamo in grado di dare il massimo, di prendere le decisioni migliori e di ottenere il risultato sperato. 

Se ad esempio devo svolgere un intervento di fronte ad una platea di persone e mi sento emotivamente affascinato e felice di poter dare il mio contributo, allora riuscirò a salire sul palco con una carica, una determinazione ed un’energia che favoriranno la mia performance. Così come se sono molto arrabbiato per un errore che ho commesso durante il lavoro posso provare ad indirizzare questa energia negativa nella direzione di una maggiore concentrazione, per evitare lo stesso tipo di errore la volta successiva.

Accanto a questa funzionalità delle emozioni dobbiamo tuttavia considerare anche una visione più “disfunzionale”, e di conseguenza negativa, delle emozioni, ovvero quando queste ultime invece di essere una risorsa diventano un limite. Quando ad esempio l’intensità ed il perdurare di un determinato stato emotivo invece di aiutarci a prendere decisioni o ad essere maggiormente concentrati ci porta fuori strada e non ci fa vedere le cose con la necessaria lucidità. Se mi lascio opprimere dalla rabbia per un errore commesso, se non riesco a canalizzarla in energia positiva, il rischio è che l’emozione possa diventare un problema invece che una risorsa preziosa. 

Come rendere funzionali le emozioni

Per favorire un sempre migliore funzionamento delle emozioni è necessario cercare di regolarle e gestirle il più possibile, favorendo innanzi tutto la consapevolezza del nostro stato emotivo attraverso l’ascolto interpersonale, ossia favorendo un ascolto differente, cognitivamente più funzionale.

Il dolore, ad esempio, può anche essere “ascoltato”, accettato, invece che negato; in questo modo non ci affranchiamo dalla momentanea sofferenza che lo accompagna ma l’esperienza significativa è quella di aver vissuto il dolore, di averlo metabolizzato e di esserne uscito. 

Questo approccio ci aiuta a cambiare il nostro modo di vivere le esperienze, sia dal punto di vita fisiologico che da quello comportamentale, ci fa entrare in un’ottica di maggiore flessibilità, di ascolto di se stessi ed infine dicambiamento.

Se senti che non riesci a padroneggiare o a gestire le emozioni può esserti utile un percorso di psicoterapia per rimodulare le tue esperienze emotive e trovare un nuovo equilibrio psico-fisico. Per maggiori info contattami al 340.41.90.915 o compila il form nel seguente link.

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Tag: emozioni, Terapia Breve Strategica

La paura del giudizio è una forma di paura radicata in ciascuno di noi, una paura che ci stimola a cercare di sbagliare il meno possibile per evitare brutte figure di fronte agli altri. Molto spesso tendiamo a negare l’errore fingendo di non avere realmente sbagliato, ma la situazione si complica quando con l’intento di non sbagliare iniziamo ad evitare tutte quelle situazioni che potrebbero metterci a disagio. Comincia così un viaggio senza ritorno nel quale ogni situazione, ogni momento di interazione con gli altri, diventa una vera e propria fonte di disagio, alla quale cerchiamo in ogni modo di sfuggire.

Il giudizio è un concetto insito nella nostra cultura, a cominciare dalla scuola dove il voto è vissuto come qualcosa di fondamentale, così tanto temuto da rendere a volte infernale la vita degli studenti. Al lavoro il concetto di giudizio si esprime nella “valutazione” delle prestazioni, cioè nel riscontro del capo riguardo alle nostre capacità tecniche, relazionali e comunicative all’interno dell’azienda. Quando svolgo corsi di formazione in azienda, al solo pronunciare la parola “valutazione”, gli animi si scaldano. Mi piace quindi parlare più di feedback, ma indipendentemente dal termine che usiamo, il giudizio è comunque ed in ogni contesto un’arma a doppio taglio: sebbene ci aiuti a crescere è comunque particolarmente temuto.

La paura del giudizio: il caso di Michela

Michela (nome di fantasia) è una giovane studentessa universitaria al terzo anno di medicina; i primi due anni sono andati a gonfie vele, il terzo invece è diventato un tormento. Durante una mattina in biblioteca ha iniziato ad avvertire delle strane sensazioni di ansia che si sono rapidamente trasformate in un vero e proprio attacco di panico. In un primo momento Michela attribuisce il problema all’eccessivo caldo di inizio settembre e ad un calo di zuccheri, invece purtroppo anche nei giorni seguenti il solo avvicinarsi all’università e all’aula degli esami le genera una paura insuperabile. Decide allora di chiudere temporaneamente con lo studio e di non affrontare gli esami. 

Fatalmente questa paura del giudizio e di non essere all’altezza la porta a temere anche il giudizio dei compagni per non essere riuscita a sostenere tutti gli esami del terzo anno. Sa bene che questo problema non sussiste perché molti altri suoi compagni risultano indietro, tuttavia sente forte il peso del loro giudizio e preferisce allontanarsi dall’università. Per non stare con le mani in mano trova lavoro come cameriera ma inconsciamente si rende conto della necessità di affrontare il problema se davvero vuole concludere il percorso di studi.

La peggiore fantasia

Michela è arrivata nel mio studio con le idee confuse, ha affrontato la terapia in maniera diffidente perché non aveva fiducia di potercela fare. Il lavoro terapeutico si è quindi incentrato sull’obiettivo di favorire fin da subito un miglioramento attraverso una riduzione delle sue paure nei confronti dell’università e del giudizio in generale. Adottando la tecnica della peggiore fantasia M. ha rivissuto l’ansia provata quella prima volta in biblioteca, senza tuttavia arrivare a sperimentare gli stessi effetti fisiologici. La tecnica consiste nel chiedere alle persone di calarsi nelle loro peggiori paure e preoccupazioni, in un preciso lasso di tempo nel corso della giornata. Quella che potrebbe apparire a tutta prima come una sorta di “tortura” è invece una strategia altamente paradossale. Infatti durante la mezz’ora in cui il paziente si concentra sulle proprie angosce, la paura viene affrontata in quella maniera diretta che ne favorisce la presa di coscienza ed il superamento. La paura si trasforma in coraggio, questo è il risultato ultimo dell’applicazione di una tecnica basata sul paradosso.

Attraverso la terapia Michela è riuscita nuovamente a trovare la fiducia in se stessa, si è liberata dalle proprie ansie, è tornata in università e ha completato gli esami del terzo anno: ormai gestisce la paura e l’eccessiva tensione con le nuove strategie apprese, senza più esserne travolta.

Se anche tu soffri di ansia e vuoi saperne di più contattami al 3404190915 o scrivimi una mail: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: ansia, paura, paura del giudizio, Terapia Breve Strategica

Ansia e adolescenza cosa fare, è una domanda che spesso i genitori si pongono cercando delle risposte. L’adolescenza è il periodo caratteristico dell’ansia. Nell’adolescenza i ragazzi faticano a capire e a gestire le emozioni che vivono, spesso per la paura di non essere capiti o di essere rifiutati dal mondo dei compagni e da quello degli adulti. La conseguenza può risultare facilmente in una compromissione dello sviluppo della personalità e delle competenze personali.

Ansia in adolescenza: quali sono le forme più comuni

Una delle principali preoccupazioni in età adolescenziale è collegata ad una sensazione di paura generalizzata e diffusa. I timori si concentrano soprattutto sul futuro e sulla paura di non riuscire a raggiungere i propri obiettivi, anche quelli più semplici ed immediati, o, più in generale, una vita soddisfacente. Spesso questa tipologia di ansia è legata ai dubbi che assillano un adolescente riguardo alle scelte che gli si prospettano davanti: dalla decisione impegnativa su quali studi intraprendere a quale possa essere lo sport ideale o addirittura su quale sia la sua reale identità. La sensazione di derealizzazione o spersonalizzazione fa vivere l’adolescente in uno stato di preoccupazione più o meno intensa, come se davvero non potesse vivere la vita che può e vuole scegliere di vivere.

Tra le principali paure vi è quella di sentirsi male, di rischiare di morire, accompagnata da sensazioni fisiologiche di intensa agitazione quali tachicardia e forte tensione a livello addominale. Oppure la paura di poter perdere il controllo e di conseguenza rischiare delle brutte figure di fronte a tutti. Un paziente adolescente racconta della paura di potersela fare addosso che lo limita e lo porta a cercare di evitare ogni situazione percepita come pericolosa.

Spesso si segnala una forma di ansia sociale legata alla preoccupazione del rapporto con i propri pari, che induce l’adolescente a cercare di evitare qualsiasi circostanza che potrebbe generare un rifiuto da parte dei propri compagni o degli amici. Questa tentata soluzione, nota con il termine tecnico di “evitamento”, nel tempo tuttavia  si rivela controproducente, perché sebbene nella circostanza contingente venga percepita dall’adolescente come una sorte di tutela, in realtà innesca una spirale di continui evitamenti dalla quale il soggetto non riesce più ad uscire

Cosa fare con problematiche di ansia in adolescenza

I genitori, come già sottolineato in alcuni articoli del mio blog, molto spesso pensano in buona fede di aiutare i propri figli adolescenti cercando di rassicurarli, invitandoli a comportarsi diversamente e a cercare nuovi stimoli in modo da superare le proprie paure. La spiegazione logica e razionale di fronte ad una problematica delicata ed irrazionale come la paura non basta, è necessario aiutare i nostri ragazzi proponendo visioni alternative, entrando dentro la logica della paura e cercando di non sostituirsi ai figli risolvendo i problemi al posto loro. 

Spesso di fronte ad una problematica di ansia è consigliabile rivolgersi ad uno specialista, in modo tale da intervenire con le giuste tempistiche e anticipare possibili complicazioni. 

Terapia Breve Strategica

La terapia breve strategica è un modello di psicoterapia particolarmente efficace nei casi di ansia adolescenziale che mira a ridurre i disturbi sin dalle prima sedute, in maniera da sbloccare la realtà problematica e favorire in breve tempo un cambiamento ed il raggiungimento di soluzioni efficaci, efficienti e durature nel tempo. 

Se vuoi saperne di più puoi consultare altri articoli presenti nel mio blog oppure puoi contattarmi al 340.41.90.915 via mail al seguente indirizzo: studio@guidodacutipsicologo.it posso darti maggiori informazioni.

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Tag: ansia, ansia generalizzata, ansia sociale, Attacchi di Panico, genitori, sintomi ansia

La storia delle dipendenze può aiutare a mettere in luce e a capire meglio la funzione che le sostanze hanno avuto nel corso del tempo ed il ruolo che hanno rivestito per la società. Durante l’incontro che ho svolto presso l’Università di Rovigo con gli studenti della facoltà di Scienze dell’educazione, ho cercato di fare una fotografia della diffusione delle sostanze e delle caratteristiche che la dipendenza ha assunto a partire dagli antichi egizi sino ai giorni nostri. 

In questo articolo cercherò di riassumere il viaggio che abbiamo fatto insieme agli studenti durante la giornata di formazione.

Mesopotamia, Antico Egitto, Grecia e Roma

La storia delle sostanze che possono dare dipendenza si intreccia fin dai tempi antichi al consumo di sostanze alcoliche. Nell’antichità gli oppiodi – ovvero le sostanze oppiacee, una miscela di alcaloidi ricavata dal papavero: Papaver somniferum – erano ben note ai Sumeri, ai babilonesi ed agli egizi,che utilizzavano l’oppio come anestetico, per ridurre il dolore, e come analgesico, come calmante, addirittura per non far piangere i bambini. Peraltro in Egitto era noto anche l’uso di bevande alcoliche come la birra, ritenuta un tonificante per le donne incinte, come testimonia unatavola del 2200 a.C.

Nella Grecia antica le Droghe erano considerate come sostanze che agiscono raffreddando, riscaldando, asciugando, umidificando contraendo e rilassando, o addormentando un modo cioè di curare l’organismo. Vino e birra erano consumati in grande quantità nei cerimoniali, così come pure sostanze quali hashish e altre appartenenti alla famiglia delle piante Solanaceae, come la Belladonna, avente proprietà antispasmiche, e la Mandragora, cui venivano accreditate virtù afrodisiache. Sostanze allucinogene venivano molto probabilmente consumate anche nel corso di cerimonie religiose, come simbolo spirituale d’iniziazione. A tal proposito sono noti i Misteri Eleusini, che si celebravano annualmente nell’antica città di Eleusi, nelle cui cerimonie rituali venivano consumate sostanze psichedeliche per creare un’atmosfera ed evocare l’aldilà. La dipendenza a livello di pericolosità sociale si concentrò invece sul vino, anche se i filosofi non si trovano tutti concordi a riguardo.

Nella Roma classica secondo Cesare fumare fiori di canapa era concesso per procurarsi ilarità e godimento. La Lex Corneliaunica norma sull’argomento dice: “Droga è una parola indifferente, che comprende sia ciò che serve a uccidere sia ciò che serve a curare, e i filtri d’amore, ma questa legge condanna solo ciò che viene usato per uccidere qualcuno”. Il grande medico Galeno prescriveva all’imperatore una porzione di oppio come antidolorifico ed il suo effetto anestetico, come già detto, era ben noto fin dall’antichità. La cosa che stupisce è che sebbene vi fossero consumatori regolari non sono documentate problematiche di ordine pubblico o privato, non sono riportati casi clinici e neppure si ha notizia di persone emarginatesocialmente. Invece il vino provocherà conflitti personali e collettivi (disordini, risse), anche se il suo consumo era proibito alle donne e ai minori di trentanni. 

Paganesimo, Islam e Medioevo

In opposizione al Cristianesimo, il Paganesimo vede nelle sostanze psicotrope l’azione di “spiriti neutri” che intensificano nel soggetto le sue inclinazioni naturali, buone o cattive, contribuendo alla conoscenza di se stesso. In questo senso possiamo intravvedere un collegamento con lo sciamanesimo e l’uso di sostanze e di alcol durante le cerimonie: usi magico-religiosi, sapere pagano contaminato dalla stregoneria.

Secondo le leggi islamiche non vi sono né droghe “sacre” né droghe “sacrileghe”. Maometto comunque proibì il vino, anche se non si può negare l’esistenza di un consumo di alcolici malgrado le pene severe per i contravventori. L’oppio nella cultura araba viene usato per indurre uno stato generale di euforia e nelle persone della terza età per sopportare i dispiaceri o addirittura per provocare l’eutanasia. AL-Ukbari, un erudito e saggio, sosteneva: Devi sapere che la legge islamica non proibisce il consumo di farmaci cordiali, con effetti come quelli dell’hashish, e poiché non vi è alcuna notizia sulla sua illiceità, il popolo considera che è permesso usarli. Ma l’uso dell’hashish non era sempre inteso in senso terapeutico. Nell’XI secolo la setta dei Nizariti, attiva in Persia ed in Siria, era nota come Setta degli Assassini– o più semplicemente Assassini– perché i loro feroci guerrieri ricorrevano alla pratica dell’omicidio a fini politici. Pare che il termine assassinipossa derivare dal sostantivo arabo al-Hashīshiyyūnossia coloro che sono dediti al consumo di hashish.

Durante il Medioevo droga, lussuria e stregoneria si intrecciano strettamente. L’uso religioso o ludico di sostanze diverse dall’alcol viene punito con la tortura o la morte, tuttavia è ampiamente riconosciuto il loro impiego nella fabbricazione di pozioni, pomate psicoattive, farmaci elementari.  Ledroghe” delle streghe nascondono ciò che è proibito per eccellenza e sarà l’Inquisizione ad occuparsi in modo spiccio della faccenda, bruciandole senza pietà sul rogo!

Nell’XI secolo oppio e canapa sono impiegati nelle pozioni curative di re, nobili e dagli stessi prelati; i medici traggono un grande e nuovo prestigio sociale usando l’oppio e la canapa a scopo terapeutico. La rinascita della farmacologia porta alla nascita dei primi ordini” di medici e speziali, fatto questo che ne aumenterà considerevolmente il prestigio, malgrado la considerazione che i loro preparati non siano molto diversi da quelli delle fattucchiere.

XIX e XX secolo

Con un salto nel tempo ci portiamo alle soglie del XIX secolo, quando ormai si possono contare almeno 70.000 medicinali con formula segreta che contengo in varie dosi sostanze psicoattive. 

Durante l’800 fu molto in voga l’uso del Laudano, un composto a base di oppio e alcool avente proprietà narcotiche, antidolorifiche e antispastiche simili a quelle degli oppiacei. Lo sciroppo a base di laudano veniva utilizzato dalle lavoratrici operaie inglesi per calmare i loro bambini.

La ricerca scientifica nel frattempo ha fatto passi da gigante e nel campo della farmacopea sono stati scoperti molti dei principali principi attivi delle sostanze. In particolare una delle più grandi scoperte nel 1804 è stata la morfina, uno degli alcaloidi dell’oppio utilizzato soprattutto in medicina, la cui commercializzazione avviene a partire dal 1817 come analgesico e nel trattamento della dipendenza da oppio e alcolici. Nel 1827 incomincia la sua produzione a livello industriale da parte di quella che diventerà una delle più importanti case farmaceutiche mondiali: la Merck.

Cinque volte più forte della morfina viene sintetizzata ed esce sul mercato la Diacetil morfina, meglio nota come eroina, così chiamata per e sue energiche virtù; grazie all’eroina introdotta sul mercato nel 1898 e all’aspirina (acido acetil-salicilico, commercializzato nel 1897) la ditta tedesca produttrice Bayer diventeràun colosso di rilevanza mondiale. 

Al contrario della morfina, l’eroina produce un aumento di attività, calma e riduce ogni sentimento di timore. Anche dosi minime fanno sparire ogni tipo di tosse. I morfinomani trattati con questa sostanza hanno perso immediatamente ogni interesse per la morfina”. 

La cocaina, forte agente stimolante del sistema nervoso centrale (CNS), è nota fin dall’antichità alle popolazioni del Sud America, che masticavano le foglie di coca come tonico, anestetico e per calmare i morsi della fame. Il principio attivo verrà isolato nel 1859 da parte di un farmacista tedesco e verrà inizialmente utilizzato come anestetico. Per lungo tempo in Europa una bevanda a base di vino e cocaina verrà venduta come tonico per il sistema nervoso e per curare la tristezza. Lo stesso Sigmund Freud era solito farne uso come antidepressivo, proponendolo addirittura in qualche caso anche ai pazienti. Nel 1886 un farmacista di Atlanta, negli Stati Uniti, brevettò la formula di un tonico in cui erano presenti anche le noci di cola, una miscela che, privata della cocaina, diventerà ben presto una delle bevande più note e consumate al mondo: la Coca Cola.

Nel 1900 tutte le droghe conosciute sono ormai in farmacia. Si contano persone dipendenti da oppio, morfina, eroina, ma il fenomeno richiama ancora poco l’interesse di giornali, riviste, opinione pubblica, magistratura e polizia. Si alzano però le prime voci di protesta: l’uso di sostanze anche se occasionale viene giudicato un vizio e viene considerato come una malattia contagiosa. Nel 1920 la prima legge sul proibizionismo vieta negli Stati Uniti la fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di sostanze alcoliche. Bisognerà attendere ancora qualche anno per l’estensione del concetto di proibizionismo a sostanze quali la cannabis, l’oppio, l’eroina, la cocaina; questo intervento proibizionista si espanderà a livello internazionale con il dichiarato intento di tutelare la salute pubblica dei cittadini

Gli anni ‘50 e ’70 del secolo scorso sono quelli dell’LSd e della Beat generation. Tra gli anni ‘30 e ‘50 vi fu una grandissima diffusione delle anfetamine: per curare ladepressione, impiegate come stimolanti ed antidepressivi per le truppe, etc., nel 1950 la loro diffusione è capillare. Sempre negli anni ’50 – ‘60 viene sintetizzatoun farmaco oppiaceo sintetico: il metadone, al cui uso iniziale come analgesico nella terapia del dolore cronico verrà affiancata anche la terapia per la riduzione della dipendenza da stupefacenti.

Nel 1938 a Basilea viene sintetizzata da Hofmann la molecola della dietilammide 25- dell’acido lisergico, meglio nota come LSD, una droga semisintetica estratta da un fungo parassita della segale chiamato ergot. Inizialmente molto utilizzato nel campo della psicoterapia, l’LSD venne commerciato dalla ditta Sandoz come farmaco (Delysid), con risultati eccezionali per il trattamento della schizofrenia, autismo, depressione e alcolismo. Le sue caratteristiche psichedeliche lo resero famoso negli anni ’60 presso la generazione hippy, di cui divenne addirittura un simbolo. A partire dagli anni ’70 ne viene riconosciuta la pericolosità ed attualmente è considerata una sostanza illegale.

La Beat Generationè un movimento giovanile che trovò una sua espressione anche in campo artistico, poeticoe letterario, sviluppandosinel secondo dopoguerraprincipalmente negli Stati Uniti. Nasce da un gruppo di scrittori americani e viene alla ribalta nel 1950, così come i fenomeni culturali da esso ispirati. Gli elementi centrali della cultura “Beat” sono l’anticonformismo, il rifiuto di norme imposte, l’innovazione dello stile letterario, la sperimentazione delledroghe, la sessualità alternativa, l’interesse per la religione orientale, un rifiuto del materialismo, e rappresentazioni esplicite e crude della condizione umana. La Beat Generation è l’esempio della ribellione giovanile degli anni cinquanta, la “gioventù bruciata”; tra i suoi autori di riferimento più celebri troviamo Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Norman Mailer. I giovani beat sono sofferenti, viaggiano facendo l’autostop, spesso ricorrono all’alcool e alla droga ma il loro disagio sfocerà infine nella rivolta verso la borghesia statunitense e nel rifiuto e nella protesta contro la guerra in Vietnam.