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Cinque passi per definire obiettivi raggiungibili

16 Aprile 2021

La paura di morire è una tipologia di sensazione che prima o poi nella nostra vita arriva. Soprattutto in questo periodo di pandemia, ci siamo ritrovati a pensare più spesso al nostro futuro in chiave negativa. La paura di morire è una tipologia di sensazione che le persone che soffrono di ansia e panico sperimentano spesso, vivendo la loro vita con grande difficoltà. In questo ultimo anno tutti ci siamo trovati a provare una analoga sensazione. Il Covid 19 ci ha messo di fronte al concetto di morte e fatto esperire cosa significhi la paura in un’ottica di sopravvivenza. Nell’articolo di oggi affronterò i temi della paura e della morte, sottolineandone l’evoluzione in un’ottica depressiva e di scoraggiamento generale. 

Paura di morire e paura di perdere il controllo

Un attacco di panico è la massima espressione della paura.  Chi ha vissuto un attacco di panico nella sua vita sa bene che la sensazione di paura alla base può esprimersi un due modalità. La prima è essenzialmente fisica: una sensazione di tachicardia, sudori freddi, tremori, sintomi che fanno sentire come se si stesse per morire. La seconda sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo e di se stessi, quasi di impazzire. Due emozioni che  nella loro massima espressione possono indurre un’esperienza di puro panico. 

Paura di morire e Covid

La paura di morire di malattia è una tipologia di paura specifica, che possiamo definire come ipocondria. Nel caso della paura delle malattie spesso la preoccupazione è legata alla gestione della condizione di malattia stessa. Nel caso del Covid, invece, la paura ha spostato decisamente i pensieri nella direzione del rischio di morte, creando sentimenti di vero e proprio panico.  Per cercare di fronteggiare e superare questi timori, la reazione emotiva ha comportato in qualche caso la comparsa di sentimenti contrastanti di apatia e anche di depressione

paura di morire

Covid e depressione

La depressione di cui parlo consiste in una condizione di scarsa voglia di fare, accompagnata anche da momenti di tristezza e di profonda sofferenza. L’immobilismo creato dal non poter uscire e vivere il quotidiano in totale normalità, ha determinato uno stravolgimento della nostra vita. L’ansia e la paura di morire, pur essendo sempre presenti, hanno dato sfogo a occasioni di grande rabbia, che si è esaurita in momenti di vuoto interiore. Molte persone soffrono, non vedono la possibilità di uscire da questa situazione: genitori ricoverati per Covid che non possono vedere i figli, persone che non riescono a lavorare o non trovano lavoro, studenti che non possono più frequentare la scuola e l’università. Tutte situazioni che dal punto di vista psicologico pesano in maniera importante, determinando condizioni di ansia, di depressione e poca voglia di vivere una vita attiva. 

La terapia breve strategica

Nella mia esperienza di questo ultimo anno ho seguito molte persone vittime di tali situazioni di ansia e depressione. Sono riuscito ad aiutarle, proponendo strategie pratiche, seguendole con continuità, supportando il loro stato d’animo emotivo e fornendo anche soluzioni efficaci. La strategia adottata è quella di lavorare sulla motivazione a vivere le giornate diversamente, cercando di favorire un nuovo equilibrio emotivo.

Se vuoi saperne di più scrivimi al 3404190915 per avere maggiori info oppure mandami una mail a studio@guidodacutipsicologo.it possiamo trovare soluzioni funzionali per superare la tua situazione di blocco emotivo, ansia e depressione.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, paura

Le storie di anoressia ai tempi del lockdown che vi racconterò in questo articolo, rimandano alla giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Il 15 marzo in occasione di questa giornata di sensibilizzazione, sul quotidiano “Il Messaggero” è comparso un articolo a firma E. Priolo dedicato alla storia di due ragazze che stanno combattendo la loro battaglia contro l’anoressia. In particolare la storia di Maria Elena è emblematica sia delle modalità subdole con le quali questa malattia prende possesso del nostro corpo e della nostra mente, sia della grande difficoltà di combatterla e venirne fuori. Ho deciso di proporre una rilettura di alcuni passaggi dell’intervista per spiegare in modo semplice la necessità di prestare la massima attenzione ai segnali di disagio dei nostri giovani nel campo dell’alimentazione.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: una diciottenne con problemi di anoressia

Maria Elena ha poco più di 18 anni quando si mette a dieta per problemi di
obesità. Durante il primo lockdown la solitudine la convince a mantenere una dieta ferrea per non perdere i risultati ottenuti. Inizia quindi ad allenarsi per due ore al giorno e a diminuire l’assunzione di carboidrati e proteine, fino a ridursi a mangiare solo verdura. La bilancia diventa il suo punto di riferimento quotidiano, il peso corporeo cala vistosamente ma lei continua a vedersi grassa allo specchio. Per ridurre ulteriormente il peso arriva ad autoindurre il vomito a seguito dell’assunzione di cibo. Ad un certo punto, però, la stanchezza fisica determina uno stato di tensione emotiva che la spinge ad aprirsi con la famiglia e successivamente ad accettare, non senza difficoltà, il ricovero in un Centro specializzato per i disturbi alimentari. Ora Maria Elena è sotto cura e migliora di giorno in giorno, è consapevole della battaglia difficile che sta conducendo ed è molto motivata. La guarigione è un traguardo alla sua portata.

Le diverse sfaccettature dell’anoressia

La storia di Maria Elena consente di fare alcune considerazioni di carattere
generale. Innanzi tutto è bene ricordare che l’anoressia è una patologia che si può presentare sotto varie forme. Le sue caratteristiche essenziali sono
associate ad una rapida e significativa perdita di peso corporeo. Il soggetto
anoressico è letteralmente ossessionato dalla ricerca della magrezza, dalla
paura di essere grasso o sovrappeso. In molti casi il soggetto anoressico si limita semplicemente a ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo, in altri invece accompagna tale abitudine con una forma di esercizio fisico intenso (es. ginnastica, sport aerobici, etc.) nell’idea di compensare con lo sforzo fisico quello che viene assunto come cibo. In altri casi ancora alterna periodi di forte restrizione alimentare a periodi di vere e proprie abbuffate di cibo, una patologia nota come “binge eating”. Infine esiste la variante del vomito autoindotto, nel quale come è facilmente intuibile, il soggetto compensa l’assunzione di cibo attraverso il vomito.
Se riflettiamo sul percorso di Maria Elena ci rendiamo conto che almeno due
delle varianti sopracitate sono presenti nel percorso della malattia: la dieta
ferrea accompagnata dall’esercizio fisico e successivamente il vomito
autoindotto.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: la prigione mentale

In questi periodi di lockdown e di limitazioni alla libertà di movimento, le problematiche relative ai disturbi alimentari si fanno ancora più frequenti. Non è esagerato parlare di “prigione mentale” a proposito dell’anoressia. Se ne accorge anche Maria Elena che nell’articolo di giornale commenta:

“il disturbo alimentare non viene dal cibo ma dalla mente”.

Nella cura dei disturbi alimentari è essenziale lavorare sulle modalità di percezione della realtà del soggetto anoressico, coinvolgendo anche gli stessi famigliari come supporto
attivo. I famigliari soprattutto sono in grado di riconoscere segnali quali la perdita dell’appetito, l’uso eccessivo della bilancia per controllare il peso, il ricorso a farmaci come i diuretici, etc., che possono rivelare l’esistenza di un problema. In presenza di tali situazioni è consigliabile rivolgersi prontamente all’assistenza di un esperto. In qualità di psicologo e psicoterapeuta, nei miei interventi contro i disturbi del comportamento alimentare applico i concetti della Terapia Breve
Strategica, che si rivela particolarmente efficace nelle forme di anoressia giovanile.

Per saperne di più scarica il mio e-book gratuito:
“Il piacere del Cibo”
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Tag: anoressia, anoressia giovanile, Terapia Breve Strategica

Ansia e apatia sono due delle emozioni più diffuse soprattutto in questo periodo storico legato alla pandemia da Covid 19. In realtà non è la prima volta che vengo a contatto con queste due emozioni, anche prima del Covid ho svolto percorsi di terapia in cui la sensazione di apatia era strettamente connessa all’ansia. Nell’articolo di oggi vedremo nel dettaglio l’apatia e l’ansia e cercheremo di capire come sia possibile uscire da queste condizioni emotive così bloccanti ed invalidanti.

Ansia e apatia: conosciamole meglio

L’apatia consiste in una condizione di “mancanza di passione”. In altre parole quello che viene meno è la motivazione, lo stimolo ad agire, ad impegnarsi. E’ una sensazione diversa dalla pigrizia, che identifica la scarsa voglia di fare; l’apatia è proprio uno stato psicologico caratterizzato dalla mancanza di stimoli. Le cose che in precedenza ci rendevano felici, ci stimolavano, in uno stato di apatia ci lasciano indifferenti. Non si tratta di depressione, ma di un senso di vuoto nel quale non trovano spazio le emozioni. Di solito l’apatia insorge a causa di eventi scatenanti, ne è un esempio il Covid 19, oppure altri tipi di frustrazioni o delusioni. Un ambiente familiare poco stimolante con atteggiamenti e modalità di vita sociale pessimiste, possono portare in età adolescenziale o adulta a sviluppare un’apatia diffusa. In tempi di pandemia, poi, la voglia e le possibilità di uscire di casa diminuiscono notevolmente, e la stessa casa di trasforma in un luogo vuoto e privo di stimoli.

Ansia e apatia

Molti pazienti in questi mesi hanno riscontrato grandi difficoltà riferibli ad una condizione di apatia: assenza di desiderio e di motivazione. Il non poter sviluppare i propri progetti di lavoro e di vita ha determinato una sorta di immobilismo, che inevitabilmente è sconfinato in condizioni di ansia generalizzata, espressa sia a livello fisico che mentale. Una paura di perdere il controllo che non si riesce effettivamente a controllare, e si alimenta della stessa apatia. Un vero e proprio circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, soprattutto perchè non siamo aiutati dal contesto che ci circonda e dalla realtà di una chiusura forzata ormai molto prolungata.

Come superare l’apatia

Per superare l’apatia, e quindi combattere l’ansia che ne deriva, può essere utile costruire una nuova routine quotidiana. La nostra vita è completamente stravolta, non abbiamo più le stesse abitudini. Provare a programmare una nuova routine è molto importante, il consiglio è proprio quello di iniziare da piccoli obiettivi quotidiani, sforzandosi di insistere su cose nuove. Anche cose piccole da fare, ma che possano essere utili nel cambiare le abitudini. L’ansia a sua volta può rendere l’apatia ancora più forte ed invalidante. Se non provassimo apatia e ansia, se la nostra giornata fosse normale, che cosa faremmo di diverso? E’ una domanda che spesso consiglio di porsi alle persone interessate e ai pazienti, sia nei miei articoli che nei percorsi di psicoterapia, perchè può aiutare a trovare soluzioni efficaci e spingere nella direzione del cambiamento.

Quando i livelli di apatia sono eccessivi e l’ansia continua a crescere ritengo fondamentale un percorso di psicoterapia breve strategica che consenta di abbassare il livello di inquietudine e di ritrovare la giusta energia. Superare l’ansia e l’apatia è possibile, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: apatia, coronavirus, paura

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata è il tema dell’ultima intervista che ho svolto con Oliunid Italia, il sito e-commerce specializzato in materiale d’arrampicata, di seguito il testo integrale.

Intervista

E’ da poco uscito il film documentario Light, che porta sotto i riflettori il tema delicatissimo dell’anoressia tra le arrampicatrici agoniste. Abbiamo chiesto un parere al Dr. Guido D’Acuti. Light è un film documentario di recente pubblicazione che affronta un tema molto delicato: quello dell’anoressia tra le arrampicatrici professioniste. Il film, curato da Caroline Treadway, racconta nello specifico le esperienze di Angie Payne, Emily Harrington e dell’arrampicatore Kai Lightner, portando alla luce alcuni disturbi del comportamento alimentare comuni anche a sportivi non professionisti e a tantissime ragazze in età preadolescenziale ed adolescenziale.

Il Dr. Guido D’Acuti è già stato nostro ospite per parlarci di vari temi relativi alla psicologia dello sport e può confermarsi la persona più adatta per fare chiarezza su alcuni degli aspetti legati al disturbo del comportamento alimentare in arrampicata. Con il suo e-book:

“Il Piacere del cibo”

gratuitamente scaricabile dal suo sito, ci introduce infatti al mondo dell’anoressia giovanile: lo prendiamo come spunto per approfondire questo tema dal punto di visto più strettamente “sportivo”.

Buongiorno Guido, bentornato! Abbiamo visto che recentemente sei stato a Lumignano! Come è andata?

Benissimo! Ero un po arrugginito ma devo dire che ne avevo davvero bisogno, la roccia fa miracoli per quello che riguarda il benessere psicologico. Grazie mille come sempre per la possibilità di condividere con voi e con i lettori idee di principio, partendo da una prospettiva psicologica.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Da arrampicatore, e da psicologo con un’esperienza pluriennale nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sicuramente non sarai stupito da quanto viene messo sotto ai riflettori dal documentario Light. Forse in arrampicata, più che in altri sport, si è portati a pensare che la leggerezza possa aiutarci a salire più fluidamente su alcuni tipi di vie. Tu cosa ne pensi?

Credo che il focus debba essere posto non tanto sulla leggerezza fisica quanto su altri aspetti. E’ indubbio che sentirsi leggeri ed in forma può essere d’aiuto, tuttavia è importante puntare su aspetti più rilevanti. La tranquillità psicologica, la tecnica e la performance. Il fisico ha sicuramente un ruolo essenziale, tuttavia la cosa fondamentale è non entrare nel circolo vizioso di dover essere magro a tutti i costi per poter arrampicare. Dobbiamo pensare allo sport e all’arrampicata come ad un momento significativo per la nostra salute ed il nostro benessere. Lo sport deve essere vissuto come un’esperienza che ci fa stare bene, non come un modo per dimagrire, non prendere peso o addirittura perderlo. Se arrampicare, o fare sport in generale, crea difficoltà per quello che riguarda la dinamica alimentare è importante fermarsi a riflettere e lavorare sul modo di trovare nuovamente un equilibrio psicologico.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Nel documentario le atlete raccontano i lati negativi di un’alimentazione insufficiente, ma anche quei traguardi che le portavano a perseguire su quella strada (con prezzi da pagare per la salute fisica generale piuttosto alti). Pensi che una delle cause di questo problema così diffuso in arrampicata possa essere l’apparente guadagno immediato che ne deriva?

Sicuramente! Nell’immediato non mangiare porta paradossalmente a sentirsi meglio. La mente è più lucida, la stanchezza non viene percepita, si prova come la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Il problema è ovviamente nel lungo periodo. In primo luogo perchè non si riesce più a riprendere un’alimentazione regolare, e poi perchè gli effetti paradossalmente benefici del non mangiare pian piano non si avvertono più. La fatica a tornare alla normalità è tanta, mentalmente il pensiero spinge in direzione contraria rispetto al mangiare con regolarità, creando sensi di colpa ed emozioni contrastanti.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Spoileriamo una frase del documentario in cui Angela Payne dichiara come la sensazione di sentirsi forte sui boulder sia di gran lunga più appagante del sentirsi leggera. In quale modo è possibile fare un cambio di rotta per rendere più consapevoli le arrampicatrici che ci sono altri modi per raggiungere i propri obiettivi?

Il primo passo nel campo dell’alimentazione è quello di lavorare sul piacere. Un piacere a 360 gradi che deve estendersi anche alla dinamica sportiva, così da trasformarsi in “forza”. Il piacere è una dinamica particolare, spesso non connessa con la fatica e la forza. Invece il messaggio che vorrei veicolare è di cercare di vivere e cercare il piacere sia nell’alimentazione che nello sport. In ogni gesto sportivo, anche ad alti livelli, sono la motivazione e la dimensione psicologica del piacere a condurre a grandi risultati.

Una delle sezioni più interessanti del film racconta come la “trappola” del perdere peso sia un processo che arriva di soppiatto, iniziando ad arrivare più o meno consapevolmente così tardi a casa da saltare direttamente la cena, e proseguendo con lunghe giornate in falesia senza cibo nello zaino ed altri “piccoli gesti” che sommandosi portano ad una situazione molto precaria. Pensi che da amico, o da genitore, sia possibile accorgersi per tempo di questi segnali non troppo evidenti?

E’ proprio così: una trappola, che paradossalmente ci costruiamo da soli e dalla quale poi fatichiamo ad uscire. Ci sono degli segnali che consentono di capire quello che sta succedendo, ad esempio a tavola il fatto di masticare molto lentamente, oppure quello di andare subito in bagno dopo aver mangiato,magari per espellere il cibo attraverso il vomito autoindotto. Oppure anche il bere grandi quantità di acqua che fanno sentire pieni ma che non nutrono realmente. Lo sport spesso diventa un modo per perdere le calorie assunte durante i pasti, ma quando l’attività fisica diventa il motivo che spinge a non mangiare rischiamo davvero di trasformare la trappola in qualcosa di impenetrabile. In situazioni come queste il consiglio più sincero è sempre quello di rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi con chi conosce a fondo la problematica e può darci una mano ad iniziare un percorso di cambiamento. Spesso mi succede di ricevere delle telefonate su problematiche di disturbi alimentari e di indirizzare le persone fornendo dei consigli che ritengo preziosi o quanto meno utili. Nel caso aveste un familiare con problematiche alimentari non preoccupatevi nel chiedere consiglio ad uno specialista, la chiamata non ha costo e può rivelarsi significativa per indirizzarvi nella corretta direzione

Secondo te le atlete coinvolte in prima persona ne sono sempre consapevoli o in un primo momento si attua quasi un meccanismo inconscio?

Essere consapevoli di situazioni così complesse non è semplice. In un primo momento è sicuramente un processo inconsapevole e purtroppo, una volta costruitasi la “trappola”, poi uscirne diventa difficile. All’interno dei miei percorsi di psicoterapia applico un concetto fondamentale, quello di iniziare con l’aumento della consapevolezza del rapporto fra il cibo e le proprie emozioni. E’ l’inizio del viaggio per il cambiamento verso l’equilibrio delle abitudini alimentari.

Grazie Guido come sempre per il tuo parere! A presto!

Grazie a voi e alla prossima intervista! Nel frattempo per chi avesse piacere di contattarmi ecco i miei contatti: 340.41.90.915 oppure via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

 

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Tag: anoressia, arrampicata, disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo è la giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, la giornata del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Ho deciso di dare il mio contributo raccontando la storia di un paziente, che negli anni ha sviluppato e superato una problematica connessa con l’alimentazione. Racconto una storia vera perchè credo sia fondamentale dare anche una speranza positiva. Uscire da una problematica di disturbo del comportamento alimentare è possibile. Mi piace essere positivo, trovare le soluzioni di fronte a problemi complessi, riportare il benessere psicologico in quelle situazioni in cui il cibo si è trasformato in una prigione.

Mangiare e vomitare, quando il cibo diventa un piacere insostenibile

La storia di R. (nome di fantasia), racconta di un giovane uomo che dopo essere arrivato ad un peso di quasi 100 kg, decide di mettersi a dieta e di ritrovare il benessere fisico. Una missione che sembra impossibile, un desiderio il suo che sembra irrealizzabile. Ed invece mese dopo mese, chilo dopo chilo, ritrova lentamente una forma fisica decente ed insperata.

Disturbi alimentari e la perdita di controllo

Tuttavia l’eccessiva ricerca del controllo alimentare, conduce paradossalmente ad una perdita di controllo. R. si ritrova in piena notte ad abbuffarsi di “cibo spazzatura”. Il senso di colpa dovuto a questi momenti di trasgressione totale lo spingono a vomitare dopo essersi abbuffato. R. trova nel vomito un momento di estasi e pace. Mangia, vomita e perde ancora più peso. Una soluzione quasi ideale, tuttavia però senza accorgersene diventa dipendente dal binomio mangiare e vomitare. Un’accoppiata molto pericolosa, che in apparenza lo calma e gli permette di non aumentare di peso, mangiando anche qualcosa in più di quanto previsto.

Motivazione e Aiuto

Un circolo vizioso infernale che ad un certo punto lo spinge a cercare il sostegno di amici e parenti. In un primo momento R. si sente restio a chiedere aiuto, sia per la paura di essere giudicato che perchè non ritiene possibile che qualcuno lo possa realmente supportare. Spesso è proprio l’impossibilità di immaginare soluzioni funzionali che spinge a rimanere nel proprio circolo vizioso. In questo caso invece la spinta motivazionale dei famigliari che lo hanno convinto ad incontrare lo psicologo ha favorito un cambiamento della situazione. R. ha quindi intrapreso insieme a me e alla famiglia stessa un percorso di psicoterapia e lo ha anche concluso con successo. Il peso non è più un problema, nel senso che ha trovato il giusto peso forma. Mangia con piacere, evitando la carne ma concedendosi dolci, pizza e anche patatine fritte. Rispettando però in maniera equilibrata un’alimentazione corretta, che prevede anche trasgressioni e momenti di intenso piacere.

Giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari

La storia che vi ho raccontato è una storia vera in cui si può intravedere una speranza. La giusta motivazione può spingerci a chiedere aiuto, a trovare soluzioni funzionali, a vedere le cose positive che normalmente non sono così evidenti. La storia di R. in questi giorni che precedono il 15 marzo deve rappresentare uno stimolo per tutti coloro che si trovano dentro la prigione del cibo, che non vedono speranze e non pensano di potercela fare. E’ il mio contributo personale per aiutarvi e sensibilizzare tutti nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Per chi volesse avere maggiori informazioni clicca in questo link per scaricare il mio ebook gratuito: “Il Piacere del Cibo”.

 

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, giornata del fiocchetto lilla

Come pensare in maniera positiva? Questa è la domanda a cui cercheremo di rispondere nell’articolo di oggi. Il pensiero è una risorsa inestimabile. In ogni momento della nostra vita stiamo progettando, pensando, riflettendo su qualcosa. E in ogni nostra riflessione le nostre modalità di pensare portano a vedere le cose sia in maniera positiva che anche negativa. La realtà che circonda può essere percepita in modalità completamente differenti. Il nostro pensiero rientra all’interno di questo processo di percezione della realtà, orientandone il significato. Se ad esempio ci sembra di non essere del tutto preparati per un colloquio di lavoro, riusciremo a sentirci in difficoltà e in difetto prima ancora di affrontarlo. Se invece riusciamo ad invertire il flusso e a pensare positivamente, arriveremo al colloquio con un piglio diverso, propositivo e vincente. Al contrario, quando il nostro pensiero rafforza la percezione di non essere all’altezza del selezionatore, durante il colloquio rischiamo di confermare il fallimento.

Il paradosso dell’iper-razionalizzazione

Spesso è proprio chiedendosi cosa sia giusto fare oppure non fare che entriamo in blocco. Cercare di analizzare la situazione da moltissimi punti di vista differenti alla lunga può diventare limitante e bloccare l’azione. Una profonda insistita ricerca di tutte le soluzioni possibili e corrette, mettendo in dubbio le nostre scelte, rischia di produrre un vortice nel quale si tende a perdersi. Non sto sostenendo che prendere in esame più possibili direzioni non sia una modalità corretta. Bensì il fatto che l’eccesso di questa modalità di pensiero può diventare limitante, può aumentare il senso di confusione e addirittura portare al paradosso di una incapacità decisionale.

Come pensare in maniera positiva: un esempio

Superare l’iper-razionalizzazione non è semplice, soprattutto quando siamo alla ricerca di un totale controllo in ogni situazione. S. (nome di fantasia) sta studiando per affrontare alcuni esami all’università. Ogni giorno studia in maniera incessante, quasi senza pause, arrivando a concentrarsi per più di 10 ore al giorno. Il suo problema è l’ossessiva ricerca di controllo per ogni tipo di argomento d’esame. In questo caso il pensiero rende lo studio qualcosa di impossibile. Ogni approfondimento richiede uno sforzo incredibile, così come la ricerca di ogni piccola precisazione nascosta negli appunti. In questa situazione l’iper-razionalizzazione, intesa come il tentativo di dominare ogni aspetto è praticamente impossibile. Il pensiero spinge S. verso direzioni di tentato controllo che non sono realmente funzionali. Nel senso che cercare di anticipare ogni contenuto anche minore per l’esame, per eliminare il dubbio di non avere una preparazione totale, rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario.

L’iper-razionalizzazione crea ostacoli che non permettono di pensare positivamente. In questo caso specifico, riducendo le ore di studio, concentrandosi sui temi propri dell’esame ed evitando di porsi continui dubbi relativi ad una scarsa preparazione, S. è riuscita a superare l’esame e a trovare una nuova modalità di studio in generale.

Come pensare in maniera positiva: una tecnica

Ad un altro paziente ho chiesto:

Cosa faresti di diverso se dovessi pensare in maniera positiva?

la risposta è stata “Farmi meno seghe mentali”. Al di là del simpatico epiteto, questa domanda è uno stimolo alla riflessione e ci aiuta a cercare le direzioni che dobbiamo prendere verso quelle decisioni funzionali in cui il pensiero trova una strada positiva, immagina lo scenario migliore e guida verso le soluzioni ottimali da raggiungere.

Scarica il mio corso gratuito sul pensiero per poter pensare in maniera positiva e mandami un feedback su come ti sei trovato durante il corso. Insieme possiamo anche iniziare un percorso di psicoterapia per riflettere in modo più efficace su come pensare in maniera efficace, chiamami al 340.41.90.915.

 

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Tag: ansia, coaching strategico, Pensiero efficace, Terapia Breve Strategica

Storie vere di Anoressia, è questo il focus dell’articolo di oggi, racconti di sofferenza e di grande dolore. Da molti anni lavoro con i disturbi del comportamento alimentare, l’esperienza maturata con questa problematica ha ulteriormente evidenziato e confermato il ruolo del cibo vissuto dai pazienti come minaccioso per la paura di ingrassare. Vi racconterò due storie, due percorsi di terapia che hanno permesso alle pazienti in questione di trovare nuovamente un benessere psicologico.

Storie vere di anoressia: la storia di N.

N. entra nel mio studio nel momento di maggiore difficoltà. Si sente bloccata, ha paura di mangiare. Ha l’impressione che i vestiti, seppure larghi, le stiano stretti. Mangia qualcosa a colazione, salta il pranzo e a cena si limita a qualche foglia di insalata. N. chiede di poter essere aiutata ma dentro di sé inconsciamente teme di non potercela fare.

“Mi sento grossa, se mangio potrei ingrassare”

In realtà vorrebbe mangiare, ma c’è come una forza che la blocca e non le permette di trovare piacere nel cibo. Il lavoro di terapia, in questa situazione, si è incentrato contemporaneamente sia sulla dinamica di ritrovare il piacere del cibo, sia sugli aspetti emotivi di sofferenza e rabbia. La profonda sofferenza, legata alla trappola in cui sente di essere cascata, la blocca ancora di più. In particolare c’è questa sensazione di essere sempre in una condizione di totale “controllo” di se stessa, che la fa stare male in quanto non riesce mai a lasciarsi andare serenamente nei confronti del cibo. Il lavoro terapeutico si è proprio incentrato sul favorire una nuova gestione della sua vita: emotiva, alimentare e relazionale . Ci sono ancora delle difficoltà da superare, ma il processo di cambiamento è iniziato e il circolo vizioso si sta trasformando in un nuovo circolo virtuoso.

Storie vere di anoressia: la storia di S.

La storia di S. è quella di una ragazza giovanissima, 14 anni, che si presenta in studio accompagnata dalla famiglia. Non si trova a suo agio, non vorrebbe essere nello studio dello psicologo, e non ne capisce il motivo. Le sue condizioni di salute non sono ancora critiche, tuttavia la preoccupazione dei genitori è ampiamente fondata. In questa situazione il lavoro in chiave terapeutica ha coinvolto in prima istanza la famiglia. I genitori, hanno esposto la situazione e si sono trovati direttamente coinvolti nel percorso di recupero di S., addirittura eletti al ruolo di “co-terapeuti”. Dopo alcune sedute iniziali nelle quali la ragazza non si lascia coinvolgere, alla fine S. decide di partecipare attivamente. Le indicazioni e i suggerimenti dati ai genitori hanno fatto il loro effetto. I genitori si sono “compattati” usando lo stesso un comune metodo di regole, alternando in maniera complementare stili relazionali differenti. Quando il papà assumeva un atteggiamento comprensivo, la madre imponeva una maggiore autorità. Viceversa, a ruoli invertiti, nel momento in cui il padre faceva rispettare le regole stabilite con il terapeuta, la mamma si rivelava più dolce e affettuosa. In alcuni momenti, invece, di comune accordo entrambi esercitavano la stessa modalità relazionale. Una vera e propria danza comunicativa che ha aiutato S. ad uscire dal suo guscio protettivo e ad iniziare a lavorare su se stessa. Al momento attuale la terapia si è conclusa ed S. è tornata ad un peso forma normale, ma soprattutto è l’equilibrio emotivo recuperato a fare la vera differenza.

Storie vere di anoressia e Terapia Breve Strategica

Queste storie di anoressia ci insegnano sia l’importanza del cibo che quella del piacere connesso con l’alimentazione. Ma anche l’importanza dei famigliari nel ruolo di supporto attivo verso il miglioramento del benessere psicologico del figlio/a. A conferma del fatto che in assoluto le dinamiche emotive sono fondamentali per la salute mentale e psicologica.

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Attraverso la Terapia Breve strategica ti aiuterò a superare le problematiche connesse con i disturbi del comportamento alimentare.

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Tag: anoressia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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16 Aprile 2021

La paura di morire è una tipologia di sensazione che prima o poi nella nostra vita arriva. Soprattutto in questo periodo di pandemia, ci siamo ritrovati a pensare più spesso al nostro futuro in chiave negativa. La paura di morire è una tipologia di sensazione che le persone che soffrono di ansia e panico sperimentano spesso, vivendo la loro vita con grande difficoltà. In questo ultimo anno tutti ci siamo trovati a provare una analoga sensazione. Il Covid 19 ci ha messo di fronte al concetto di morte e fatto esperire cosa significhi la paura in un’ottica di sopravvivenza. Nell’articolo di oggi affronterò i temi della paura e della morte, sottolineandone l’evoluzione in un’ottica depressiva e di scoraggiamento generale. 

Paura di morire e paura di perdere il controllo

Un attacco di panico è la massima espressione della paura.  Chi ha vissuto un attacco di panico nella sua vita sa bene che la sensazione di paura alla base può esprimersi un due modalità. La prima è essenzialmente fisica: una sensazione di tachicardia, sudori freddi, tremori, sintomi che fanno sentire come se si stesse per morire. La seconda sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo e di se stessi, quasi di impazzire. Due emozioni che  nella loro massima espressione possono indurre un’esperienza di puro panico. 

Paura di morire e Covid

La paura di morire di malattia è una tipologia di paura specifica, che possiamo definire come ipocondria. Nel caso della paura delle malattie spesso la preoccupazione è legata alla gestione della condizione di malattia stessa. Nel caso del Covid, invece, la paura ha spostato decisamente i pensieri nella direzione del rischio di morte, creando sentimenti di vero e proprio panico.  Per cercare di fronteggiare e superare questi timori, la reazione emotiva ha comportato in qualche caso la comparsa di sentimenti contrastanti di apatia e anche di depressione

paura di morire

Covid e depressione

La depressione di cui parlo consiste in una condizione di scarsa voglia di fare, accompagnata anche da momenti di tristezza e di profonda sofferenza. L’immobilismo creato dal non poter uscire e vivere il quotidiano in totale normalità, ha determinato uno stravolgimento della nostra vita. L’ansia e la paura di morire, pur essendo sempre presenti, hanno dato sfogo a occasioni di grande rabbia, che si è esaurita in momenti di vuoto interiore. Molte persone soffrono, non vedono la possibilità di uscire da questa situazione: genitori ricoverati per Covid che non possono vedere i figli, persone che non riescono a lavorare o non trovano lavoro, studenti che non possono più frequentare la scuola e l’università. Tutte situazioni che dal punto di vista psicologico pesano in maniera importante, determinando condizioni di ansia, di depressione e poca voglia di vivere una vita attiva. 

La terapia breve strategica

Nella mia esperienza di questo ultimo anno ho seguito molte persone vittime di tali situazioni di ansia e depressione. Sono riuscito ad aiutarle, proponendo strategie pratiche, seguendole con continuità, supportando il loro stato d’animo emotivo e fornendo anche soluzioni efficaci. La strategia adottata è quella di lavorare sulla motivazione a vivere le giornate diversamente, cercando di favorire un nuovo equilibrio emotivo.

Se vuoi saperne di più scrivimi al 3404190915 per avere maggiori info oppure mandami una mail a studio@guidodacutipsicologo.it possiamo trovare soluzioni funzionali per superare la tua situazione di blocco emotivo, ansia e depressione.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, paura

Le storie di anoressia ai tempi del lockdown che vi racconterò in questo articolo, rimandano alla giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Il 15 marzo in occasione di questa giornata di sensibilizzazione, sul quotidiano “Il Messaggero” è comparso un articolo a firma E. Priolo dedicato alla storia di due ragazze che stanno combattendo la loro battaglia contro l’anoressia. In particolare la storia di Maria Elena è emblematica sia delle modalità subdole con le quali questa malattia prende possesso del nostro corpo e della nostra mente, sia della grande difficoltà di combatterla e venirne fuori. Ho deciso di proporre una rilettura di alcuni passaggi dell’intervista per spiegare in modo semplice la necessità di prestare la massima attenzione ai segnali di disagio dei nostri giovani nel campo dell’alimentazione.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: una diciottenne con problemi di anoressia

Maria Elena ha poco più di 18 anni quando si mette a dieta per problemi di
obesità. Durante il primo lockdown la solitudine la convince a mantenere una dieta ferrea per non perdere i risultati ottenuti. Inizia quindi ad allenarsi per due ore al giorno e a diminuire l’assunzione di carboidrati e proteine, fino a ridursi a mangiare solo verdura. La bilancia diventa il suo punto di riferimento quotidiano, il peso corporeo cala vistosamente ma lei continua a vedersi grassa allo specchio. Per ridurre ulteriormente il peso arriva ad autoindurre il vomito a seguito dell’assunzione di cibo. Ad un certo punto, però, la stanchezza fisica determina uno stato di tensione emotiva che la spinge ad aprirsi con la famiglia e successivamente ad accettare, non senza difficoltà, il ricovero in un Centro specializzato per i disturbi alimentari. Ora Maria Elena è sotto cura e migliora di giorno in giorno, è consapevole della battaglia difficile che sta conducendo ed è molto motivata. La guarigione è un traguardo alla sua portata.

Le diverse sfaccettature dell’anoressia

La storia di Maria Elena consente di fare alcune considerazioni di carattere
generale. Innanzi tutto è bene ricordare che l’anoressia è una patologia che si può presentare sotto varie forme. Le sue caratteristiche essenziali sono
associate ad una rapida e significativa perdita di peso corporeo. Il soggetto
anoressico è letteralmente ossessionato dalla ricerca della magrezza, dalla
paura di essere grasso o sovrappeso. In molti casi il soggetto anoressico si limita semplicemente a ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo, in altri invece accompagna tale abitudine con una forma di esercizio fisico intenso (es. ginnastica, sport aerobici, etc.) nell’idea di compensare con lo sforzo fisico quello che viene assunto come cibo. In altri casi ancora alterna periodi di forte restrizione alimentare a periodi di vere e proprie abbuffate di cibo, una patologia nota come “binge eating”. Infine esiste la variante del vomito autoindotto, nel quale come è facilmente intuibile, il soggetto compensa l’assunzione di cibo attraverso il vomito.
Se riflettiamo sul percorso di Maria Elena ci rendiamo conto che almeno due
delle varianti sopracitate sono presenti nel percorso della malattia: la dieta
ferrea accompagnata dall’esercizio fisico e successivamente il vomito
autoindotto.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: la prigione mentale

In questi periodi di lockdown e di limitazioni alla libertà di movimento, le problematiche relative ai disturbi alimentari si fanno ancora più frequenti. Non è esagerato parlare di “prigione mentale” a proposito dell’anoressia. Se ne accorge anche Maria Elena che nell’articolo di giornale commenta:

“il disturbo alimentare non viene dal cibo ma dalla mente”.

Nella cura dei disturbi alimentari è essenziale lavorare sulle modalità di percezione della realtà del soggetto anoressico, coinvolgendo anche gli stessi famigliari come supporto
attivo. I famigliari soprattutto sono in grado di riconoscere segnali quali la perdita dell’appetito, l’uso eccessivo della bilancia per controllare il peso, il ricorso a farmaci come i diuretici, etc., che possono rivelare l’esistenza di un problema. In presenza di tali situazioni è consigliabile rivolgersi prontamente all’assistenza di un esperto. In qualità di psicologo e psicoterapeuta, nei miei interventi contro i disturbi del comportamento alimentare applico i concetti della Terapia Breve
Strategica, che si rivela particolarmente efficace nelle forme di anoressia giovanile.

Per saperne di più scarica il mio e-book gratuito:
“Il piacere del Cibo”
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Tag: anoressia, anoressia giovanile, Terapia Breve Strategica

Ansia e apatia sono due delle emozioni più diffuse soprattutto in questo periodo storico legato alla pandemia da Covid 19. In realtà non è la prima volta che vengo a contatto con queste due emozioni, anche prima del Covid ho svolto percorsi di terapia in cui la sensazione di apatia era strettamente connessa all’ansia. Nell’articolo di oggi vedremo nel dettaglio l’apatia e l’ansia e cercheremo di capire come sia possibile uscire da queste condizioni emotive così bloccanti ed invalidanti.

Ansia e apatia: conosciamole meglio

L’apatia consiste in una condizione di “mancanza di passione”. In altre parole quello che viene meno è la motivazione, lo stimolo ad agire, ad impegnarsi. E’ una sensazione diversa dalla pigrizia, che identifica la scarsa voglia di fare; l’apatia è proprio uno stato psicologico caratterizzato dalla mancanza di stimoli. Le cose che in precedenza ci rendevano felici, ci stimolavano, in uno stato di apatia ci lasciano indifferenti. Non si tratta di depressione, ma di un senso di vuoto nel quale non trovano spazio le emozioni. Di solito l’apatia insorge a causa di eventi scatenanti, ne è un esempio il Covid 19, oppure altri tipi di frustrazioni o delusioni. Un ambiente familiare poco stimolante con atteggiamenti e modalità di vita sociale pessimiste, possono portare in età adolescenziale o adulta a sviluppare un’apatia diffusa. In tempi di pandemia, poi, la voglia e le possibilità di uscire di casa diminuiscono notevolmente, e la stessa casa di trasforma in un luogo vuoto e privo di stimoli.

Ansia e apatia

Molti pazienti in questi mesi hanno riscontrato grandi difficoltà riferibli ad una condizione di apatia: assenza di desiderio e di motivazione. Il non poter sviluppare i propri progetti di lavoro e di vita ha determinato una sorta di immobilismo, che inevitabilmente è sconfinato in condizioni di ansia generalizzata, espressa sia a livello fisico che mentale. Una paura di perdere il controllo che non si riesce effettivamente a controllare, e si alimenta della stessa apatia. Un vero e proprio circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, soprattutto perchè non siamo aiutati dal contesto che ci circonda e dalla realtà di una chiusura forzata ormai molto prolungata.

Come superare l’apatia

Per superare l’apatia, e quindi combattere l’ansia che ne deriva, può essere utile costruire una nuova routine quotidiana. La nostra vita è completamente stravolta, non abbiamo più le stesse abitudini. Provare a programmare una nuova routine è molto importante, il consiglio è proprio quello di iniziare da piccoli obiettivi quotidiani, sforzandosi di insistere su cose nuove. Anche cose piccole da fare, ma che possano essere utili nel cambiare le abitudini. L’ansia a sua volta può rendere l’apatia ancora più forte ed invalidante. Se non provassimo apatia e ansia, se la nostra giornata fosse normale, che cosa faremmo di diverso? E’ una domanda che spesso consiglio di porsi alle persone interessate e ai pazienti, sia nei miei articoli che nei percorsi di psicoterapia, perchè può aiutare a trovare soluzioni efficaci e spingere nella direzione del cambiamento.

Quando i livelli di apatia sono eccessivi e l’ansia continua a crescere ritengo fondamentale un percorso di psicoterapia breve strategica che consenta di abbassare il livello di inquietudine e di ritrovare la giusta energia. Superare l’ansia e l’apatia è possibile, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: apatia, coronavirus, paura

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata è il tema dell’ultima intervista che ho svolto con Oliunid Italia, il sito e-commerce specializzato in materiale d’arrampicata, di seguito il testo integrale.

Intervista

E’ da poco uscito il film documentario Light, che porta sotto i riflettori il tema delicatissimo dell’anoressia tra le arrampicatrici agoniste. Abbiamo chiesto un parere al Dr. Guido D’Acuti. Light è un film documentario di recente pubblicazione che affronta un tema molto delicato: quello dell’anoressia tra le arrampicatrici professioniste. Il film, curato da Caroline Treadway, racconta nello specifico le esperienze di Angie Payne, Emily Harrington e dell’arrampicatore Kai Lightner, portando alla luce alcuni disturbi del comportamento alimentare comuni anche a sportivi non professionisti e a tantissime ragazze in età preadolescenziale ed adolescenziale.

Il Dr. Guido D’Acuti è già stato nostro ospite per parlarci di vari temi relativi alla psicologia dello sport e può confermarsi la persona più adatta per fare chiarezza su alcuni degli aspetti legati al disturbo del comportamento alimentare in arrampicata. Con il suo e-book:

“Il Piacere del cibo”

gratuitamente scaricabile dal suo sito, ci introduce infatti al mondo dell’anoressia giovanile: lo prendiamo come spunto per approfondire questo tema dal punto di visto più strettamente “sportivo”.

Buongiorno Guido, bentornato! Abbiamo visto che recentemente sei stato a Lumignano! Come è andata?

Benissimo! Ero un po arrugginito ma devo dire che ne avevo davvero bisogno, la roccia fa miracoli per quello che riguarda il benessere psicologico. Grazie mille come sempre per la possibilità di condividere con voi e con i lettori idee di principio, partendo da una prospettiva psicologica.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Da arrampicatore, e da psicologo con un’esperienza pluriennale nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sicuramente non sarai stupito da quanto viene messo sotto ai riflettori dal documentario Light. Forse in arrampicata, più che in altri sport, si è portati a pensare che la leggerezza possa aiutarci a salire più fluidamente su alcuni tipi di vie. Tu cosa ne pensi?

Credo che il focus debba essere posto non tanto sulla leggerezza fisica quanto su altri aspetti. E’ indubbio che sentirsi leggeri ed in forma può essere d’aiuto, tuttavia è importante puntare su aspetti più rilevanti. La tranquillità psicologica, la tecnica e la performance. Il fisico ha sicuramente un ruolo essenziale, tuttavia la cosa fondamentale è non entrare nel circolo vizioso di dover essere magro a tutti i costi per poter arrampicare. Dobbiamo pensare allo sport e all’arrampicata come ad un momento significativo per la nostra salute ed il nostro benessere. Lo sport deve essere vissuto come un’esperienza che ci fa stare bene, non come un modo per dimagrire, non prendere peso o addirittura perderlo. Se arrampicare, o fare sport in generale, crea difficoltà per quello che riguarda la dinamica alimentare è importante fermarsi a riflettere e lavorare sul modo di trovare nuovamente un equilibrio psicologico.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Nel documentario le atlete raccontano i lati negativi di un’alimentazione insufficiente, ma anche quei traguardi che le portavano a perseguire su quella strada (con prezzi da pagare per la salute fisica generale piuttosto alti). Pensi che una delle cause di questo problema così diffuso in arrampicata possa essere l’apparente guadagno immediato che ne deriva?

Sicuramente! Nell’immediato non mangiare porta paradossalmente a sentirsi meglio. La mente è più lucida, la stanchezza non viene percepita, si prova come la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Il problema è ovviamente nel lungo periodo. In primo luogo perchè non si riesce più a riprendere un’alimentazione regolare, e poi perchè gli effetti paradossalmente benefici del non mangiare pian piano non si avvertono più. La fatica a tornare alla normalità è tanta, mentalmente il pensiero spinge in direzione contraria rispetto al mangiare con regolarità, creando sensi di colpa ed emozioni contrastanti.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Spoileriamo una frase del documentario in cui Angela Payne dichiara come la sensazione di sentirsi forte sui boulder sia di gran lunga più appagante del sentirsi leggera. In quale modo è possibile fare un cambio di rotta per rendere più consapevoli le arrampicatrici che ci sono altri modi per raggiungere i propri obiettivi?

Il primo passo nel campo dell’alimentazione è quello di lavorare sul piacere. Un piacere a 360 gradi che deve estendersi anche alla dinamica sportiva, così da trasformarsi in “forza”. Il piacere è una dinamica particolare, spesso non connessa con la fatica e la forza. Invece il messaggio che vorrei veicolare è di cercare di vivere e cercare il piacere sia nell’alimentazione che nello sport. In ogni gesto sportivo, anche ad alti livelli, sono la motivazione e la dimensione psicologica del piacere a condurre a grandi risultati.

Una delle sezioni più interessanti del film racconta come la “trappola” del perdere peso sia un processo che arriva di soppiatto, iniziando ad arrivare più o meno consapevolmente così tardi a casa da saltare direttamente la cena, e proseguendo con lunghe giornate in falesia senza cibo nello zaino ed altri “piccoli gesti” che sommandosi portano ad una situazione molto precaria. Pensi che da amico, o da genitore, sia possibile accorgersi per tempo di questi segnali non troppo evidenti?

E’ proprio così: una trappola, che paradossalmente ci costruiamo da soli e dalla quale poi fatichiamo ad uscire. Ci sono degli segnali che consentono di capire quello che sta succedendo, ad esempio a tavola il fatto di masticare molto lentamente, oppure quello di andare subito in bagno dopo aver mangiato,magari per espellere il cibo attraverso il vomito autoindotto. Oppure anche il bere grandi quantità di acqua che fanno sentire pieni ma che non nutrono realmente. Lo sport spesso diventa un modo per perdere le calorie assunte durante i pasti, ma quando l’attività fisica diventa il motivo che spinge a non mangiare rischiamo davvero di trasformare la trappola in qualcosa di impenetrabile. In situazioni come queste il consiglio più sincero è sempre quello di rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi con chi conosce a fondo la problematica e può darci una mano ad iniziare un percorso di cambiamento. Spesso mi succede di ricevere delle telefonate su problematiche di disturbi alimentari e di indirizzare le persone fornendo dei consigli che ritengo preziosi o quanto meno utili. Nel caso aveste un familiare con problematiche alimentari non preoccupatevi nel chiedere consiglio ad uno specialista, la chiamata non ha costo e può rivelarsi significativa per indirizzarvi nella corretta direzione

Secondo te le atlete coinvolte in prima persona ne sono sempre consapevoli o in un primo momento si attua quasi un meccanismo inconscio?

Essere consapevoli di situazioni così complesse non è semplice. In un primo momento è sicuramente un processo inconsapevole e purtroppo, una volta costruitasi la “trappola”, poi uscirne diventa difficile. All’interno dei miei percorsi di psicoterapia applico un concetto fondamentale, quello di iniziare con l’aumento della consapevolezza del rapporto fra il cibo e le proprie emozioni. E’ l’inizio del viaggio per il cambiamento verso l’equilibrio delle abitudini alimentari.

Grazie Guido come sempre per il tuo parere! A presto!

Grazie a voi e alla prossima intervista! Nel frattempo per chi avesse piacere di contattarmi ecco i miei contatti: 340.41.90.915 oppure via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

 

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Tag: anoressia, arrampicata, disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo è la giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, la giornata del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Ho deciso di dare il mio contributo raccontando la storia di un paziente, che negli anni ha sviluppato e superato una problematica connessa con l’alimentazione. Racconto una storia vera perchè credo sia fondamentale dare anche una speranza positiva. Uscire da una problematica di disturbo del comportamento alimentare è possibile. Mi piace essere positivo, trovare le soluzioni di fronte a problemi complessi, riportare il benessere psicologico in quelle situazioni in cui il cibo si è trasformato in una prigione.

Mangiare e vomitare, quando il cibo diventa un piacere insostenibile

La storia di R. (nome di fantasia), racconta di un giovane uomo che dopo essere arrivato ad un peso di quasi 100 kg, decide di mettersi a dieta e di ritrovare il benessere fisico. Una missione che sembra impossibile, un desiderio il suo che sembra irrealizzabile. Ed invece mese dopo mese, chilo dopo chilo, ritrova lentamente una forma fisica decente ed insperata.

Disturbi alimentari e la perdita di controllo

Tuttavia l’eccessiva ricerca del controllo alimentare, conduce paradossalmente ad una perdita di controllo. R. si ritrova in piena notte ad abbuffarsi di “cibo spazzatura”. Il senso di colpa dovuto a questi momenti di trasgressione totale lo spingono a vomitare dopo essersi abbuffato. R. trova nel vomito un momento di estasi e pace. Mangia, vomita e perde ancora più peso. Una soluzione quasi ideale, tuttavia però senza accorgersene diventa dipendente dal binomio mangiare e vomitare. Un’accoppiata molto pericolosa, che in apparenza lo calma e gli permette di non aumentare di peso, mangiando anche qualcosa in più di quanto previsto.

Motivazione e Aiuto

Un circolo vizioso infernale che ad un certo punto lo spinge a cercare il sostegno di amici e parenti. In un primo momento R. si sente restio a chiedere aiuto, sia per la paura di essere giudicato che perchè non ritiene possibile che qualcuno lo possa realmente supportare. Spesso è proprio l’impossibilità di immaginare soluzioni funzionali che spinge a rimanere nel proprio circolo vizioso. In questo caso invece la spinta motivazionale dei famigliari che lo hanno convinto ad incontrare lo psicologo ha favorito un cambiamento della situazione. R. ha quindi intrapreso insieme a me e alla famiglia stessa un percorso di psicoterapia e lo ha anche concluso con successo. Il peso non è più un problema, nel senso che ha trovato il giusto peso forma. Mangia con piacere, evitando la carne ma concedendosi dolci, pizza e anche patatine fritte. Rispettando però in maniera equilibrata un’alimentazione corretta, che prevede anche trasgressioni e momenti di intenso piacere.

Giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari

La storia che vi ho raccontato è una storia vera in cui si può intravedere una speranza. La giusta motivazione può spingerci a chiedere aiuto, a trovare soluzioni funzionali, a vedere le cose positive che normalmente non sono così evidenti. La storia di R. in questi giorni che precedono il 15 marzo deve rappresentare uno stimolo per tutti coloro che si trovano dentro la prigione del cibo, che non vedono speranze e non pensano di potercela fare. E’ il mio contributo personale per aiutarvi e sensibilizzare tutti nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Per chi volesse avere maggiori informazioni clicca in questo link per scaricare il mio ebook gratuito: “Il Piacere del Cibo”.

 

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, giornata del fiocchetto lilla

Come pensare in maniera positiva? Questa è la domanda a cui cercheremo di rispondere nell’articolo di oggi. Il pensiero è una risorsa inestimabile. In ogni momento della nostra vita stiamo progettando, pensando, riflettendo su qualcosa. E in ogni nostra riflessione le nostre modalità di pensare portano a vedere le cose sia in maniera positiva che anche negativa. La realtà che circonda può essere percepita in modalità completamente differenti. Il nostro pensiero rientra all’interno di questo processo di percezione della realtà, orientandone il significato. Se ad esempio ci sembra di non essere del tutto preparati per un colloquio di lavoro, riusciremo a sentirci in difficoltà e in difetto prima ancora di affrontarlo. Se invece riusciamo ad invertire il flusso e a pensare positivamente, arriveremo al colloquio con un piglio diverso, propositivo e vincente. Al contrario, quando il nostro pensiero rafforza la percezione di non essere all’altezza del selezionatore, durante il colloquio rischiamo di confermare il fallimento.

Il paradosso dell’iper-razionalizzazione

Spesso è proprio chiedendosi cosa sia giusto fare oppure non fare che entriamo in blocco. Cercare di analizzare la situazione da moltissimi punti di vista differenti alla lunga può diventare limitante e bloccare l’azione. Una profonda insistita ricerca di tutte le soluzioni possibili e corrette, mettendo in dubbio le nostre scelte, rischia di produrre un vortice nel quale si tende a perdersi. Non sto sostenendo che prendere in esame più possibili direzioni non sia una modalità corretta. Bensì il fatto che l’eccesso di questa modalità di pensiero può diventare limitante, può aumentare il senso di confusione e addirittura portare al paradosso di una incapacità decisionale.

Come pensare in maniera positiva: un esempio

Superare l’iper-razionalizzazione non è semplice, soprattutto quando siamo alla ricerca di un totale controllo in ogni situazione. S. (nome di fantasia) sta studiando per affrontare alcuni esami all’università. Ogni giorno studia in maniera incessante, quasi senza pause, arrivando a concentrarsi per più di 10 ore al giorno. Il suo problema è l’ossessiva ricerca di controllo per ogni tipo di argomento d’esame. In questo caso il pensiero rende lo studio qualcosa di impossibile. Ogni approfondimento richiede uno sforzo incredibile, così come la ricerca di ogni piccola precisazione nascosta negli appunti. In questa situazione l’iper-razionalizzazione, intesa come il tentativo di dominare ogni aspetto è praticamente impossibile. Il pensiero spinge S. verso direzioni di tentato controllo che non sono realmente funzionali. Nel senso che cercare di anticipare ogni contenuto anche minore per l’esame, per eliminare il dubbio di non avere una preparazione totale, rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario.

L’iper-razionalizzazione crea ostacoli che non permettono di pensare positivamente. In questo caso specifico, riducendo le ore di studio, concentrandosi sui temi propri dell’esame ed evitando di porsi continui dubbi relativi ad una scarsa preparazione, S. è riuscita a superare l’esame e a trovare una nuova modalità di studio in generale.

Come pensare in maniera positiva: una tecnica

Ad un altro paziente ho chiesto:

Cosa faresti di diverso se dovessi pensare in maniera positiva?

la risposta è stata “Farmi meno seghe mentali”. Al di là del simpatico epiteto, questa domanda è uno stimolo alla riflessione e ci aiuta a cercare le direzioni che dobbiamo prendere verso quelle decisioni funzionali in cui il pensiero trova una strada positiva, immagina lo scenario migliore e guida verso le soluzioni ottimali da raggiungere.

Scarica il mio corso gratuito sul pensiero per poter pensare in maniera positiva e mandami un feedback su come ti sei trovato durante il corso. Insieme possiamo anche iniziare un percorso di psicoterapia per riflettere in modo più efficace su come pensare in maniera efficace, chiamami al 340.41.90.915.

 

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Tag: ansia, coaching strategico, Pensiero efficace, Terapia Breve Strategica

Storie vere di Anoressia, è questo il focus dell’articolo di oggi, racconti di sofferenza e di grande dolore. Da molti anni lavoro con i disturbi del comportamento alimentare, l’esperienza maturata con questa problematica ha ulteriormente evidenziato e confermato il ruolo del cibo vissuto dai pazienti come minaccioso per la paura di ingrassare. Vi racconterò due storie, due percorsi di terapia che hanno permesso alle pazienti in questione di trovare nuovamente un benessere psicologico.

Storie vere di anoressia: la storia di N.

N. entra nel mio studio nel momento di maggiore difficoltà. Si sente bloccata, ha paura di mangiare. Ha l’impressione che i vestiti, seppure larghi, le stiano stretti. Mangia qualcosa a colazione, salta il pranzo e a cena si limita a qualche foglia di insalata. N. chiede di poter essere aiutata ma dentro di sé inconsciamente teme di non potercela fare.

“Mi sento grossa, se mangio potrei ingrassare”

In realtà vorrebbe mangiare, ma c’è come una forza che la blocca e non le permette di trovare piacere nel cibo. Il lavoro di terapia, in questa situazione, si è incentrato contemporaneamente sia sulla dinamica di ritrovare il piacere del cibo, sia sugli aspetti emotivi di sofferenza e rabbia. La profonda sofferenza, legata alla trappola in cui sente di essere cascata, la blocca ancora di più. In particolare c’è questa sensazione di essere sempre in una condizione di totale “controllo” di se stessa, che la fa stare male in quanto non riesce mai a lasciarsi andare serenamente nei confronti del cibo. Il lavoro terapeutico si è proprio incentrato sul favorire una nuova gestione della sua vita: emotiva, alimentare e relazionale . Ci sono ancora delle difficoltà da superare, ma il processo di cambiamento è iniziato e il circolo vizioso si sta trasformando in un nuovo circolo virtuoso.

Storie vere di anoressia: la storia di S.

La storia di S. è quella di una ragazza giovanissima, 14 anni, che si presenta in studio accompagnata dalla famiglia. Non si trova a suo agio, non vorrebbe essere nello studio dello psicologo, e non ne capisce il motivo. Le sue condizioni di salute non sono ancora critiche, tuttavia la preoccupazione dei genitori è ampiamente fondata. In questa situazione il lavoro in chiave terapeutica ha coinvolto in prima istanza la famiglia. I genitori, hanno esposto la situazione e si sono trovati direttamente coinvolti nel percorso di recupero di S., addirittura eletti al ruolo di “co-terapeuti”. Dopo alcune sedute iniziali nelle quali la ragazza non si lascia coinvolgere, alla fine S. decide di partecipare attivamente. Le indicazioni e i suggerimenti dati ai genitori hanno fatto il loro effetto. I genitori si sono “compattati” usando lo stesso un comune metodo di regole, alternando in maniera complementare stili relazionali differenti. Quando il papà assumeva un atteggiamento comprensivo, la madre imponeva una maggiore autorità. Viceversa, a ruoli invertiti, nel momento in cui il padre faceva rispettare le regole stabilite con il terapeuta, la mamma si rivelava più dolce e affettuosa. In alcuni momenti, invece, di comune accordo entrambi esercitavano la stessa modalità relazionale. Una vera e propria danza comunicativa che ha aiutato S. ad uscire dal suo guscio protettivo e ad iniziare a lavorare su se stessa. Al momento attuale la terapia si è conclusa ed S. è tornata ad un peso forma normale, ma soprattutto è l’equilibrio emotivo recuperato a fare la vera differenza.

Storie vere di anoressia e Terapia Breve Strategica

Queste storie di anoressia ci insegnano sia l’importanza del cibo che quella del piacere connesso con l’alimentazione. Ma anche l’importanza dei famigliari nel ruolo di supporto attivo verso il miglioramento del benessere psicologico del figlio/a. A conferma del fatto che in assoluto le dinamiche emotive sono fondamentali per la salute mentale e psicologica.

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Tag: anoressia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Cinque passi per definire obiettivi raggiungibili

16 Aprile 2021

La paura di morire è una tipologia di sensazione che prima o poi nella nostra vita arriva. Soprattutto in questo periodo di pandemia, ci siamo ritrovati a pensare più spesso al nostro futuro in chiave negativa. La paura di morire è una tipologia di sensazione che le persone che soffrono di ansia e panico sperimentano spesso, vivendo la loro vita con grande difficoltà. In questo ultimo anno tutti ci siamo trovati a provare una analoga sensazione. Il Covid 19 ci ha messo di fronte al concetto di morte e fatto esperire cosa significhi la paura in un’ottica di sopravvivenza. Nell’articolo di oggi affronterò i temi della paura e della morte, sottolineandone l’evoluzione in un’ottica depressiva e di scoraggiamento generale. 

Paura di morire e paura di perdere il controllo

Un attacco di panico è la massima espressione della paura.  Chi ha vissuto un attacco di panico nella sua vita sa bene che la sensazione di paura alla base può esprimersi un due modalità. La prima è essenzialmente fisica: una sensazione di tachicardia, sudori freddi, tremori, sintomi che fanno sentire come se si stesse per morire. La seconda sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo e di se stessi, quasi di impazzire. Due emozioni che  nella loro massima espressione possono indurre un’esperienza di puro panico. 

Paura di morire e Covid

La paura di morire di malattia è una tipologia di paura specifica, che possiamo definire come ipocondria. Nel caso della paura delle malattie spesso la preoccupazione è legata alla gestione della condizione di malattia stessa. Nel caso del Covid, invece, la paura ha spostato decisamente i pensieri nella direzione del rischio di morte, creando sentimenti di vero e proprio panico.  Per cercare di fronteggiare e superare questi timori, la reazione emotiva ha comportato in qualche caso la comparsa di sentimenti contrastanti di apatia e anche di depressione

paura di morire

Covid e depressione

La depressione di cui parlo consiste in una condizione di scarsa voglia di fare, accompagnata anche da momenti di tristezza e di profonda sofferenza. L’immobilismo creato dal non poter uscire e vivere il quotidiano in totale normalità, ha determinato uno stravolgimento della nostra vita. L’ansia e la paura di morire, pur essendo sempre presenti, hanno dato sfogo a occasioni di grande rabbia, che si è esaurita in momenti di vuoto interiore. Molte persone soffrono, non vedono la possibilità di uscire da questa situazione: genitori ricoverati per Covid che non possono vedere i figli, persone che non riescono a lavorare o non trovano lavoro, studenti che non possono più frequentare la scuola e l’università. Tutte situazioni che dal punto di vista psicologico pesano in maniera importante, determinando condizioni di ansia, di depressione e poca voglia di vivere una vita attiva. 

La terapia breve strategica

Nella mia esperienza di questo ultimo anno ho seguito molte persone vittime di tali situazioni di ansia e depressione. Sono riuscito ad aiutarle, proponendo strategie pratiche, seguendole con continuità, supportando il loro stato d’animo emotivo e fornendo anche soluzioni efficaci. La strategia adottata è quella di lavorare sulla motivazione a vivere le giornate diversamente, cercando di favorire un nuovo equilibrio emotivo.

Se vuoi saperne di più scrivimi al 3404190915 per avere maggiori info oppure mandami una mail a studio@guidodacutipsicologo.it possiamo trovare soluzioni funzionali per superare la tua situazione di blocco emotivo, ansia e depressione.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, paura

Le storie di anoressia ai tempi del lockdown che vi racconterò in questo articolo, rimandano alla giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Il 15 marzo in occasione di questa giornata di sensibilizzazione, sul quotidiano “Il Messaggero” è comparso un articolo a firma E. Priolo dedicato alla storia di due ragazze che stanno combattendo la loro battaglia contro l’anoressia. In particolare la storia di Maria Elena è emblematica sia delle modalità subdole con le quali questa malattia prende possesso del nostro corpo e della nostra mente, sia della grande difficoltà di combatterla e venirne fuori. Ho deciso di proporre una rilettura di alcuni passaggi dell’intervista per spiegare in modo semplice la necessità di prestare la massima attenzione ai segnali di disagio dei nostri giovani nel campo dell’alimentazione.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: una diciottenne con problemi di anoressia

Maria Elena ha poco più di 18 anni quando si mette a dieta per problemi di
obesità. Durante il primo lockdown la solitudine la convince a mantenere una dieta ferrea per non perdere i risultati ottenuti. Inizia quindi ad allenarsi per due ore al giorno e a diminuire l’assunzione di carboidrati e proteine, fino a ridursi a mangiare solo verdura. La bilancia diventa il suo punto di riferimento quotidiano, il peso corporeo cala vistosamente ma lei continua a vedersi grassa allo specchio. Per ridurre ulteriormente il peso arriva ad autoindurre il vomito a seguito dell’assunzione di cibo. Ad un certo punto, però, la stanchezza fisica determina uno stato di tensione emotiva che la spinge ad aprirsi con la famiglia e successivamente ad accettare, non senza difficoltà, il ricovero in un Centro specializzato per i disturbi alimentari. Ora Maria Elena è sotto cura e migliora di giorno in giorno, è consapevole della battaglia difficile che sta conducendo ed è molto motivata. La guarigione è un traguardo alla sua portata.

Le diverse sfaccettature dell’anoressia

La storia di Maria Elena consente di fare alcune considerazioni di carattere
generale. Innanzi tutto è bene ricordare che l’anoressia è una patologia che si può presentare sotto varie forme. Le sue caratteristiche essenziali sono
associate ad una rapida e significativa perdita di peso corporeo. Il soggetto
anoressico è letteralmente ossessionato dalla ricerca della magrezza, dalla
paura di essere grasso o sovrappeso. In molti casi il soggetto anoressico si limita semplicemente a ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo, in altri invece accompagna tale abitudine con una forma di esercizio fisico intenso (es. ginnastica, sport aerobici, etc.) nell’idea di compensare con lo sforzo fisico quello che viene assunto come cibo. In altri casi ancora alterna periodi di forte restrizione alimentare a periodi di vere e proprie abbuffate di cibo, una patologia nota come “binge eating”. Infine esiste la variante del vomito autoindotto, nel quale come è facilmente intuibile, il soggetto compensa l’assunzione di cibo attraverso il vomito.
Se riflettiamo sul percorso di Maria Elena ci rendiamo conto che almeno due
delle varianti sopracitate sono presenti nel percorso della malattia: la dieta
ferrea accompagnata dall’esercizio fisico e successivamente il vomito
autoindotto.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: la prigione mentale

In questi periodi di lockdown e di limitazioni alla libertà di movimento, le problematiche relative ai disturbi alimentari si fanno ancora più frequenti. Non è esagerato parlare di “prigione mentale” a proposito dell’anoressia. Se ne accorge anche Maria Elena che nell’articolo di giornale commenta:

“il disturbo alimentare non viene dal cibo ma dalla mente”.

Nella cura dei disturbi alimentari è essenziale lavorare sulle modalità di percezione della realtà del soggetto anoressico, coinvolgendo anche gli stessi famigliari come supporto
attivo. I famigliari soprattutto sono in grado di riconoscere segnali quali la perdita dell’appetito, l’uso eccessivo della bilancia per controllare il peso, il ricorso a farmaci come i diuretici, etc., che possono rivelare l’esistenza di un problema. In presenza di tali situazioni è consigliabile rivolgersi prontamente all’assistenza di un esperto. In qualità di psicologo e psicoterapeuta, nei miei interventi contro i disturbi del comportamento alimentare applico i concetti della Terapia Breve
Strategica, che si rivela particolarmente efficace nelle forme di anoressia giovanile.

Per saperne di più scarica il mio e-book gratuito:
“Il piacere del Cibo”
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Tag: anoressia, anoressia giovanile, Terapia Breve Strategica

Ansia e apatia sono due delle emozioni più diffuse soprattutto in questo periodo storico legato alla pandemia da Covid 19. In realtà non è la prima volta che vengo a contatto con queste due emozioni, anche prima del Covid ho svolto percorsi di terapia in cui la sensazione di apatia era strettamente connessa all’ansia. Nell’articolo di oggi vedremo nel dettaglio l’apatia e l’ansia e cercheremo di capire come sia possibile uscire da queste condizioni emotive così bloccanti ed invalidanti.

Ansia e apatia: conosciamole meglio

L’apatia consiste in una condizione di “mancanza di passione”. In altre parole quello che viene meno è la motivazione, lo stimolo ad agire, ad impegnarsi. E’ una sensazione diversa dalla pigrizia, che identifica la scarsa voglia di fare; l’apatia è proprio uno stato psicologico caratterizzato dalla mancanza di stimoli. Le cose che in precedenza ci rendevano felici, ci stimolavano, in uno stato di apatia ci lasciano indifferenti. Non si tratta di depressione, ma di un senso di vuoto nel quale non trovano spazio le emozioni. Di solito l’apatia insorge a causa di eventi scatenanti, ne è un esempio il Covid 19, oppure altri tipi di frustrazioni o delusioni. Un ambiente familiare poco stimolante con atteggiamenti e modalità di vita sociale pessimiste, possono portare in età adolescenziale o adulta a sviluppare un’apatia diffusa. In tempi di pandemia, poi, la voglia e le possibilità di uscire di casa diminuiscono notevolmente, e la stessa casa di trasforma in un luogo vuoto e privo di stimoli.

Ansia e apatia

Molti pazienti in questi mesi hanno riscontrato grandi difficoltà riferibli ad una condizione di apatia: assenza di desiderio e di motivazione. Il non poter sviluppare i propri progetti di lavoro e di vita ha determinato una sorta di immobilismo, che inevitabilmente è sconfinato in condizioni di ansia generalizzata, espressa sia a livello fisico che mentale. Una paura di perdere il controllo che non si riesce effettivamente a controllare, e si alimenta della stessa apatia. Un vero e proprio circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, soprattutto perchè non siamo aiutati dal contesto che ci circonda e dalla realtà di una chiusura forzata ormai molto prolungata.

Come superare l’apatia

Per superare l’apatia, e quindi combattere l’ansia che ne deriva, può essere utile costruire una nuova routine quotidiana. La nostra vita è completamente stravolta, non abbiamo più le stesse abitudini. Provare a programmare una nuova routine è molto importante, il consiglio è proprio quello di iniziare da piccoli obiettivi quotidiani, sforzandosi di insistere su cose nuove. Anche cose piccole da fare, ma che possano essere utili nel cambiare le abitudini. L’ansia a sua volta può rendere l’apatia ancora più forte ed invalidante. Se non provassimo apatia e ansia, se la nostra giornata fosse normale, che cosa faremmo di diverso? E’ una domanda che spesso consiglio di porsi alle persone interessate e ai pazienti, sia nei miei articoli che nei percorsi di psicoterapia, perchè può aiutare a trovare soluzioni efficaci e spingere nella direzione del cambiamento.

Quando i livelli di apatia sono eccessivi e l’ansia continua a crescere ritengo fondamentale un percorso di psicoterapia breve strategica che consenta di abbassare il livello di inquietudine e di ritrovare la giusta energia. Superare l’ansia e l’apatia è possibile, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: apatia, coronavirus, paura

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata è il tema dell’ultima intervista che ho svolto con Oliunid Italia, il sito e-commerce specializzato in materiale d’arrampicata, di seguito il testo integrale.

Intervista

E’ da poco uscito il film documentario Light, che porta sotto i riflettori il tema delicatissimo dell’anoressia tra le arrampicatrici agoniste. Abbiamo chiesto un parere al Dr. Guido D’Acuti. Light è un film documentario di recente pubblicazione che affronta un tema molto delicato: quello dell’anoressia tra le arrampicatrici professioniste. Il film, curato da Caroline Treadway, racconta nello specifico le esperienze di Angie Payne, Emily Harrington e dell’arrampicatore Kai Lightner, portando alla luce alcuni disturbi del comportamento alimentare comuni anche a sportivi non professionisti e a tantissime ragazze in età preadolescenziale ed adolescenziale.

Il Dr. Guido D’Acuti è già stato nostro ospite per parlarci di vari temi relativi alla psicologia dello sport e può confermarsi la persona più adatta per fare chiarezza su alcuni degli aspetti legati al disturbo del comportamento alimentare in arrampicata. Con il suo e-book:

“Il Piacere del cibo”

gratuitamente scaricabile dal suo sito, ci introduce infatti al mondo dell’anoressia giovanile: lo prendiamo come spunto per approfondire questo tema dal punto di visto più strettamente “sportivo”.

Buongiorno Guido, bentornato! Abbiamo visto che recentemente sei stato a Lumignano! Come è andata?

Benissimo! Ero un po arrugginito ma devo dire che ne avevo davvero bisogno, la roccia fa miracoli per quello che riguarda il benessere psicologico. Grazie mille come sempre per la possibilità di condividere con voi e con i lettori idee di principio, partendo da una prospettiva psicologica.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Da arrampicatore, e da psicologo con un’esperienza pluriennale nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sicuramente non sarai stupito da quanto viene messo sotto ai riflettori dal documentario Light. Forse in arrampicata, più che in altri sport, si è portati a pensare che la leggerezza possa aiutarci a salire più fluidamente su alcuni tipi di vie. Tu cosa ne pensi?

Credo che il focus debba essere posto non tanto sulla leggerezza fisica quanto su altri aspetti. E’ indubbio che sentirsi leggeri ed in forma può essere d’aiuto, tuttavia è importante puntare su aspetti più rilevanti. La tranquillità psicologica, la tecnica e la performance. Il fisico ha sicuramente un ruolo essenziale, tuttavia la cosa fondamentale è non entrare nel circolo vizioso di dover essere magro a tutti i costi per poter arrampicare. Dobbiamo pensare allo sport e all’arrampicata come ad un momento significativo per la nostra salute ed il nostro benessere. Lo sport deve essere vissuto come un’esperienza che ci fa stare bene, non come un modo per dimagrire, non prendere peso o addirittura perderlo. Se arrampicare, o fare sport in generale, crea difficoltà per quello che riguarda la dinamica alimentare è importante fermarsi a riflettere e lavorare sul modo di trovare nuovamente un equilibrio psicologico.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Nel documentario le atlete raccontano i lati negativi di un’alimentazione insufficiente, ma anche quei traguardi che le portavano a perseguire su quella strada (con prezzi da pagare per la salute fisica generale piuttosto alti). Pensi che una delle cause di questo problema così diffuso in arrampicata possa essere l’apparente guadagno immediato che ne deriva?

Sicuramente! Nell’immediato non mangiare porta paradossalmente a sentirsi meglio. La mente è più lucida, la stanchezza non viene percepita, si prova come la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Il problema è ovviamente nel lungo periodo. In primo luogo perchè non si riesce più a riprendere un’alimentazione regolare, e poi perchè gli effetti paradossalmente benefici del non mangiare pian piano non si avvertono più. La fatica a tornare alla normalità è tanta, mentalmente il pensiero spinge in direzione contraria rispetto al mangiare con regolarità, creando sensi di colpa ed emozioni contrastanti.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Spoileriamo una frase del documentario in cui Angela Payne dichiara come la sensazione di sentirsi forte sui boulder sia di gran lunga più appagante del sentirsi leggera. In quale modo è possibile fare un cambio di rotta per rendere più consapevoli le arrampicatrici che ci sono altri modi per raggiungere i propri obiettivi?

Il primo passo nel campo dell’alimentazione è quello di lavorare sul piacere. Un piacere a 360 gradi che deve estendersi anche alla dinamica sportiva, così da trasformarsi in “forza”. Il piacere è una dinamica particolare, spesso non connessa con la fatica e la forza. Invece il messaggio che vorrei veicolare è di cercare di vivere e cercare il piacere sia nell’alimentazione che nello sport. In ogni gesto sportivo, anche ad alti livelli, sono la motivazione e la dimensione psicologica del piacere a condurre a grandi risultati.

Una delle sezioni più interessanti del film racconta come la “trappola” del perdere peso sia un processo che arriva di soppiatto, iniziando ad arrivare più o meno consapevolmente così tardi a casa da saltare direttamente la cena, e proseguendo con lunghe giornate in falesia senza cibo nello zaino ed altri “piccoli gesti” che sommandosi portano ad una situazione molto precaria. Pensi che da amico, o da genitore, sia possibile accorgersi per tempo di questi segnali non troppo evidenti?

E’ proprio così: una trappola, che paradossalmente ci costruiamo da soli e dalla quale poi fatichiamo ad uscire. Ci sono degli segnali che consentono di capire quello che sta succedendo, ad esempio a tavola il fatto di masticare molto lentamente, oppure quello di andare subito in bagno dopo aver mangiato,magari per espellere il cibo attraverso il vomito autoindotto. Oppure anche il bere grandi quantità di acqua che fanno sentire pieni ma che non nutrono realmente. Lo sport spesso diventa un modo per perdere le calorie assunte durante i pasti, ma quando l’attività fisica diventa il motivo che spinge a non mangiare rischiamo davvero di trasformare la trappola in qualcosa di impenetrabile. In situazioni come queste il consiglio più sincero è sempre quello di rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi con chi conosce a fondo la problematica e può darci una mano ad iniziare un percorso di cambiamento. Spesso mi succede di ricevere delle telefonate su problematiche di disturbi alimentari e di indirizzare le persone fornendo dei consigli che ritengo preziosi o quanto meno utili. Nel caso aveste un familiare con problematiche alimentari non preoccupatevi nel chiedere consiglio ad uno specialista, la chiamata non ha costo e può rivelarsi significativa per indirizzarvi nella corretta direzione

Secondo te le atlete coinvolte in prima persona ne sono sempre consapevoli o in un primo momento si attua quasi un meccanismo inconscio?

Essere consapevoli di situazioni così complesse non è semplice. In un primo momento è sicuramente un processo inconsapevole e purtroppo, una volta costruitasi la “trappola”, poi uscirne diventa difficile. All’interno dei miei percorsi di psicoterapia applico un concetto fondamentale, quello di iniziare con l’aumento della consapevolezza del rapporto fra il cibo e le proprie emozioni. E’ l’inizio del viaggio per il cambiamento verso l’equilibrio delle abitudini alimentari.

Grazie Guido come sempre per il tuo parere! A presto!

Grazie a voi e alla prossima intervista! Nel frattempo per chi avesse piacere di contattarmi ecco i miei contatti: 340.41.90.915 oppure via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

 

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Tag: anoressia, arrampicata, disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo è la giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, la giornata del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Ho deciso di dare il mio contributo raccontando la storia di un paziente, che negli anni ha sviluppato e superato una problematica connessa con l’alimentazione. Racconto una storia vera perchè credo sia fondamentale dare anche una speranza positiva. Uscire da una problematica di disturbo del comportamento alimentare è possibile. Mi piace essere positivo, trovare le soluzioni di fronte a problemi complessi, riportare il benessere psicologico in quelle situazioni in cui il cibo si è trasformato in una prigione.

Mangiare e vomitare, quando il cibo diventa un piacere insostenibile

La storia di R. (nome di fantasia), racconta di un giovane uomo che dopo essere arrivato ad un peso di quasi 100 kg, decide di mettersi a dieta e di ritrovare il benessere fisico. Una missione che sembra impossibile, un desiderio il suo che sembra irrealizzabile. Ed invece mese dopo mese, chilo dopo chilo, ritrova lentamente una forma fisica decente ed insperata.

Disturbi alimentari e la perdita di controllo

Tuttavia l’eccessiva ricerca del controllo alimentare, conduce paradossalmente ad una perdita di controllo. R. si ritrova in piena notte ad abbuffarsi di “cibo spazzatura”. Il senso di colpa dovuto a questi momenti di trasgressione totale lo spingono a vomitare dopo essersi abbuffato. R. trova nel vomito un momento di estasi e pace. Mangia, vomita e perde ancora più peso. Una soluzione quasi ideale, tuttavia però senza accorgersene diventa dipendente dal binomio mangiare e vomitare. Un’accoppiata molto pericolosa, che in apparenza lo calma e gli permette di non aumentare di peso, mangiando anche qualcosa in più di quanto previsto.

Motivazione e Aiuto

Un circolo vizioso infernale che ad un certo punto lo spinge a cercare il sostegno di amici e parenti. In un primo momento R. si sente restio a chiedere aiuto, sia per la paura di essere giudicato che perchè non ritiene possibile che qualcuno lo possa realmente supportare. Spesso è proprio l’impossibilità di immaginare soluzioni funzionali che spinge a rimanere nel proprio circolo vizioso. In questo caso invece la spinta motivazionale dei famigliari che lo hanno convinto ad incontrare lo psicologo ha favorito un cambiamento della situazione. R. ha quindi intrapreso insieme a me e alla famiglia stessa un percorso di psicoterapia e lo ha anche concluso con successo. Il peso non è più un problema, nel senso che ha trovato il giusto peso forma. Mangia con piacere, evitando la carne ma concedendosi dolci, pizza e anche patatine fritte. Rispettando però in maniera equilibrata un’alimentazione corretta, che prevede anche trasgressioni e momenti di intenso piacere.

Giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari

La storia che vi ho raccontato è una storia vera in cui si può intravedere una speranza. La giusta motivazione può spingerci a chiedere aiuto, a trovare soluzioni funzionali, a vedere le cose positive che normalmente non sono così evidenti. La storia di R. in questi giorni che precedono il 15 marzo deve rappresentare uno stimolo per tutti coloro che si trovano dentro la prigione del cibo, che non vedono speranze e non pensano di potercela fare. E’ il mio contributo personale per aiutarvi e sensibilizzare tutti nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Per chi volesse avere maggiori informazioni clicca in questo link per scaricare il mio ebook gratuito: “Il Piacere del Cibo”.

 

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, giornata del fiocchetto lilla

Come pensare in maniera positiva? Questa è la domanda a cui cercheremo di rispondere nell’articolo di oggi. Il pensiero è una risorsa inestimabile. In ogni momento della nostra vita stiamo progettando, pensando, riflettendo su qualcosa. E in ogni nostra riflessione le nostre modalità di pensare portano a vedere le cose sia in maniera positiva che anche negativa. La realtà che circonda può essere percepita in modalità completamente differenti. Il nostro pensiero rientra all’interno di questo processo di percezione della realtà, orientandone il significato. Se ad esempio ci sembra di non essere del tutto preparati per un colloquio di lavoro, riusciremo a sentirci in difficoltà e in difetto prima ancora di affrontarlo. Se invece riusciamo ad invertire il flusso e a pensare positivamente, arriveremo al colloquio con un piglio diverso, propositivo e vincente. Al contrario, quando il nostro pensiero rafforza la percezione di non essere all’altezza del selezionatore, durante il colloquio rischiamo di confermare il fallimento.

Il paradosso dell’iper-razionalizzazione

Spesso è proprio chiedendosi cosa sia giusto fare oppure non fare che entriamo in blocco. Cercare di analizzare la situazione da moltissimi punti di vista differenti alla lunga può diventare limitante e bloccare l’azione. Una profonda insistita ricerca di tutte le soluzioni possibili e corrette, mettendo in dubbio le nostre scelte, rischia di produrre un vortice nel quale si tende a perdersi. Non sto sostenendo che prendere in esame più possibili direzioni non sia una modalità corretta. Bensì il fatto che l’eccesso di questa modalità di pensiero può diventare limitante, può aumentare il senso di confusione e addirittura portare al paradosso di una incapacità decisionale.

Come pensare in maniera positiva: un esempio

Superare l’iper-razionalizzazione non è semplice, soprattutto quando siamo alla ricerca di un totale controllo in ogni situazione. S. (nome di fantasia) sta studiando per affrontare alcuni esami all’università. Ogni giorno studia in maniera incessante, quasi senza pause, arrivando a concentrarsi per più di 10 ore al giorno. Il suo problema è l’ossessiva ricerca di controllo per ogni tipo di argomento d’esame. In questo caso il pensiero rende lo studio qualcosa di impossibile. Ogni approfondimento richiede uno sforzo incredibile, così come la ricerca di ogni piccola precisazione nascosta negli appunti. In questa situazione l’iper-razionalizzazione, intesa come il tentativo di dominare ogni aspetto è praticamente impossibile. Il pensiero spinge S. verso direzioni di tentato controllo che non sono realmente funzionali. Nel senso che cercare di anticipare ogni contenuto anche minore per l’esame, per eliminare il dubbio di non avere una preparazione totale, rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario.

L’iper-razionalizzazione crea ostacoli che non permettono di pensare positivamente. In questo caso specifico, riducendo le ore di studio, concentrandosi sui temi propri dell’esame ed evitando di porsi continui dubbi relativi ad una scarsa preparazione, S. è riuscita a superare l’esame e a trovare una nuova modalità di studio in generale.

Come pensare in maniera positiva: una tecnica

Ad un altro paziente ho chiesto:

Cosa faresti di diverso se dovessi pensare in maniera positiva?

la risposta è stata “Farmi meno seghe mentali”. Al di là del simpatico epiteto, questa domanda è uno stimolo alla riflessione e ci aiuta a cercare le direzioni che dobbiamo prendere verso quelle decisioni funzionali in cui il pensiero trova una strada positiva, immagina lo scenario migliore e guida verso le soluzioni ottimali da raggiungere.

Scarica il mio corso gratuito sul pensiero per poter pensare in maniera positiva e mandami un feedback su come ti sei trovato durante il corso. Insieme possiamo anche iniziare un percorso di psicoterapia per riflettere in modo più efficace su come pensare in maniera efficace, chiamami al 340.41.90.915.

 

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Tag: ansia, coaching strategico, Pensiero efficace, Terapia Breve Strategica

Storie vere di Anoressia, è questo il focus dell’articolo di oggi, racconti di sofferenza e di grande dolore. Da molti anni lavoro con i disturbi del comportamento alimentare, l’esperienza maturata con questa problematica ha ulteriormente evidenziato e confermato il ruolo del cibo vissuto dai pazienti come minaccioso per la paura di ingrassare. Vi racconterò due storie, due percorsi di terapia che hanno permesso alle pazienti in questione di trovare nuovamente un benessere psicologico.

Storie vere di anoressia: la storia di N.

N. entra nel mio studio nel momento di maggiore difficoltà. Si sente bloccata, ha paura di mangiare. Ha l’impressione che i vestiti, seppure larghi, le stiano stretti. Mangia qualcosa a colazione, salta il pranzo e a cena si limita a qualche foglia di insalata. N. chiede di poter essere aiutata ma dentro di sé inconsciamente teme di non potercela fare.

“Mi sento grossa, se mangio potrei ingrassare”

In realtà vorrebbe mangiare, ma c’è come una forza che la blocca e non le permette di trovare piacere nel cibo. Il lavoro di terapia, in questa situazione, si è incentrato contemporaneamente sia sulla dinamica di ritrovare il piacere del cibo, sia sugli aspetti emotivi di sofferenza e rabbia. La profonda sofferenza, legata alla trappola in cui sente di essere cascata, la blocca ancora di più. In particolare c’è questa sensazione di essere sempre in una condizione di totale “controllo” di se stessa, che la fa stare male in quanto non riesce mai a lasciarsi andare serenamente nei confronti del cibo. Il lavoro terapeutico si è proprio incentrato sul favorire una nuova gestione della sua vita: emotiva, alimentare e relazionale . Ci sono ancora delle difficoltà da superare, ma il processo di cambiamento è iniziato e il circolo vizioso si sta trasformando in un nuovo circolo virtuoso.

Storie vere di anoressia: la storia di S.

La storia di S. è quella di una ragazza giovanissima, 14 anni, che si presenta in studio accompagnata dalla famiglia. Non si trova a suo agio, non vorrebbe essere nello studio dello psicologo, e non ne capisce il motivo. Le sue condizioni di salute non sono ancora critiche, tuttavia la preoccupazione dei genitori è ampiamente fondata. In questa situazione il lavoro in chiave terapeutica ha coinvolto in prima istanza la famiglia. I genitori, hanno esposto la situazione e si sono trovati direttamente coinvolti nel percorso di recupero di S., addirittura eletti al ruolo di “co-terapeuti”. Dopo alcune sedute iniziali nelle quali la ragazza non si lascia coinvolgere, alla fine S. decide di partecipare attivamente. Le indicazioni e i suggerimenti dati ai genitori hanno fatto il loro effetto. I genitori si sono “compattati” usando lo stesso un comune metodo di regole, alternando in maniera complementare stili relazionali differenti. Quando il papà assumeva un atteggiamento comprensivo, la madre imponeva una maggiore autorità. Viceversa, a ruoli invertiti, nel momento in cui il padre faceva rispettare le regole stabilite con il terapeuta, la mamma si rivelava più dolce e affettuosa. In alcuni momenti, invece, di comune accordo entrambi esercitavano la stessa modalità relazionale. Una vera e propria danza comunicativa che ha aiutato S. ad uscire dal suo guscio protettivo e ad iniziare a lavorare su se stessa. Al momento attuale la terapia si è conclusa ed S. è tornata ad un peso forma normale, ma soprattutto è l’equilibrio emotivo recuperato a fare la vera differenza.

Storie vere di anoressia e Terapia Breve Strategica

Queste storie di anoressia ci insegnano sia l’importanza del cibo che quella del piacere connesso con l’alimentazione. Ma anche l’importanza dei famigliari nel ruolo di supporto attivo verso il miglioramento del benessere psicologico del figlio/a. A conferma del fatto che in assoluto le dinamiche emotive sono fondamentali per la salute mentale e psicologica.

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Attraverso la Terapia Breve strategica ti aiuterò a superare le problematiche connesse con i disturbi del comportamento alimentare.

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Tag: anoressia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Cinque passi per definire obiettivi raggiungibili

16 Aprile 2021

La paura di morire è una tipologia di sensazione che prima o poi nella nostra vita arriva. Soprattutto in questo periodo di pandemia, ci siamo ritrovati a pensare più spesso al nostro futuro in chiave negativa. La paura di morire è una tipologia di sensazione che le persone che soffrono di ansia e panico sperimentano spesso, vivendo la loro vita con grande difficoltà. In questo ultimo anno tutti ci siamo trovati a provare una analoga sensazione. Il Covid 19 ci ha messo di fronte al concetto di morte e fatto esperire cosa significhi la paura in un’ottica di sopravvivenza. Nell’articolo di oggi affronterò i temi della paura e della morte, sottolineandone l’evoluzione in un’ottica depressiva e di scoraggiamento generale. 

Paura di morire e paura di perdere il controllo

Un attacco di panico è la massima espressione della paura.  Chi ha vissuto un attacco di panico nella sua vita sa bene che la sensazione di paura alla base può esprimersi un due modalità. La prima è essenzialmente fisica: una sensazione di tachicardia, sudori freddi, tremori, sintomi che fanno sentire come se si stesse per morire. La seconda sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo e di se stessi, quasi di impazzire. Due emozioni che  nella loro massima espressione possono indurre un’esperienza di puro panico. 

Paura di morire e Covid

La paura di morire di malattia è una tipologia di paura specifica, che possiamo definire come ipocondria. Nel caso della paura delle malattie spesso la preoccupazione è legata alla gestione della condizione di malattia stessa. Nel caso del Covid, invece, la paura ha spostato decisamente i pensieri nella direzione del rischio di morte, creando sentimenti di vero e proprio panico.  Per cercare di fronteggiare e superare questi timori, la reazione emotiva ha comportato in qualche caso la comparsa di sentimenti contrastanti di apatia e anche di depressione

paura di morire

Covid e depressione

La depressione di cui parlo consiste in una condizione di scarsa voglia di fare, accompagnata anche da momenti di tristezza e di profonda sofferenza. L’immobilismo creato dal non poter uscire e vivere il quotidiano in totale normalità, ha determinato uno stravolgimento della nostra vita. L’ansia e la paura di morire, pur essendo sempre presenti, hanno dato sfogo a occasioni di grande rabbia, che si è esaurita in momenti di vuoto interiore. Molte persone soffrono, non vedono la possibilità di uscire da questa situazione: genitori ricoverati per Covid che non possono vedere i figli, persone che non riescono a lavorare o non trovano lavoro, studenti che non possono più frequentare la scuola e l’università. Tutte situazioni che dal punto di vista psicologico pesano in maniera importante, determinando condizioni di ansia, di depressione e poca voglia di vivere una vita attiva. 

La terapia breve strategica

Nella mia esperienza di questo ultimo anno ho seguito molte persone vittime di tali situazioni di ansia e depressione. Sono riuscito ad aiutarle, proponendo strategie pratiche, seguendole con continuità, supportando il loro stato d’animo emotivo e fornendo anche soluzioni efficaci. La strategia adottata è quella di lavorare sulla motivazione a vivere le giornate diversamente, cercando di favorire un nuovo equilibrio emotivo.

Se vuoi saperne di più scrivimi al 3404190915 per avere maggiori info oppure mandami una mail a studio@guidodacutipsicologo.it possiamo trovare soluzioni funzionali per superare la tua situazione di blocco emotivo, ansia e depressione.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, paura

Le storie di anoressia ai tempi del lockdown che vi racconterò in questo articolo, rimandano alla giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Il 15 marzo in occasione di questa giornata di sensibilizzazione, sul quotidiano “Il Messaggero” è comparso un articolo a firma E. Priolo dedicato alla storia di due ragazze che stanno combattendo la loro battaglia contro l’anoressia. In particolare la storia di Maria Elena è emblematica sia delle modalità subdole con le quali questa malattia prende possesso del nostro corpo e della nostra mente, sia della grande difficoltà di combatterla e venirne fuori. Ho deciso di proporre una rilettura di alcuni passaggi dell’intervista per spiegare in modo semplice la necessità di prestare la massima attenzione ai segnali di disagio dei nostri giovani nel campo dell’alimentazione.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: una diciottenne con problemi di anoressia

Maria Elena ha poco più di 18 anni quando si mette a dieta per problemi di
obesità. Durante il primo lockdown la solitudine la convince a mantenere una dieta ferrea per non perdere i risultati ottenuti. Inizia quindi ad allenarsi per due ore al giorno e a diminuire l’assunzione di carboidrati e proteine, fino a ridursi a mangiare solo verdura. La bilancia diventa il suo punto di riferimento quotidiano, il peso corporeo cala vistosamente ma lei continua a vedersi grassa allo specchio. Per ridurre ulteriormente il peso arriva ad autoindurre il vomito a seguito dell’assunzione di cibo. Ad un certo punto, però, la stanchezza fisica determina uno stato di tensione emotiva che la spinge ad aprirsi con la famiglia e successivamente ad accettare, non senza difficoltà, il ricovero in un Centro specializzato per i disturbi alimentari. Ora Maria Elena è sotto cura e migliora di giorno in giorno, è consapevole della battaglia difficile che sta conducendo ed è molto motivata. La guarigione è un traguardo alla sua portata.

Le diverse sfaccettature dell’anoressia

La storia di Maria Elena consente di fare alcune considerazioni di carattere
generale. Innanzi tutto è bene ricordare che l’anoressia è una patologia che si può presentare sotto varie forme. Le sue caratteristiche essenziali sono
associate ad una rapida e significativa perdita di peso corporeo. Il soggetto
anoressico è letteralmente ossessionato dalla ricerca della magrezza, dalla
paura di essere grasso o sovrappeso. In molti casi il soggetto anoressico si limita semplicemente a ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo, in altri invece accompagna tale abitudine con una forma di esercizio fisico intenso (es. ginnastica, sport aerobici, etc.) nell’idea di compensare con lo sforzo fisico quello che viene assunto come cibo. In altri casi ancora alterna periodi di forte restrizione alimentare a periodi di vere e proprie abbuffate di cibo, una patologia nota come “binge eating”. Infine esiste la variante del vomito autoindotto, nel quale come è facilmente intuibile, il soggetto compensa l’assunzione di cibo attraverso il vomito.
Se riflettiamo sul percorso di Maria Elena ci rendiamo conto che almeno due
delle varianti sopracitate sono presenti nel percorso della malattia: la dieta
ferrea accompagnata dall’esercizio fisico e successivamente il vomito
autoindotto.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: la prigione mentale

In questi periodi di lockdown e di limitazioni alla libertà di movimento, le problematiche relative ai disturbi alimentari si fanno ancora più frequenti. Non è esagerato parlare di “prigione mentale” a proposito dell’anoressia. Se ne accorge anche Maria Elena che nell’articolo di giornale commenta:

“il disturbo alimentare non viene dal cibo ma dalla mente”.

Nella cura dei disturbi alimentari è essenziale lavorare sulle modalità di percezione della realtà del soggetto anoressico, coinvolgendo anche gli stessi famigliari come supporto
attivo. I famigliari soprattutto sono in grado di riconoscere segnali quali la perdita dell’appetito, l’uso eccessivo della bilancia per controllare il peso, il ricorso a farmaci come i diuretici, etc., che possono rivelare l’esistenza di un problema. In presenza di tali situazioni è consigliabile rivolgersi prontamente all’assistenza di un esperto. In qualità di psicologo e psicoterapeuta, nei miei interventi contro i disturbi del comportamento alimentare applico i concetti della Terapia Breve
Strategica, che si rivela particolarmente efficace nelle forme di anoressia giovanile.

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Tag: anoressia, anoressia giovanile, Terapia Breve Strategica

Ansia e apatia sono due delle emozioni più diffuse soprattutto in questo periodo storico legato alla pandemia da Covid 19. In realtà non è la prima volta che vengo a contatto con queste due emozioni, anche prima del Covid ho svolto percorsi di terapia in cui la sensazione di apatia era strettamente connessa all’ansia. Nell’articolo di oggi vedremo nel dettaglio l’apatia e l’ansia e cercheremo di capire come sia possibile uscire da queste condizioni emotive così bloccanti ed invalidanti.

Ansia e apatia: conosciamole meglio

L’apatia consiste in una condizione di “mancanza di passione”. In altre parole quello che viene meno è la motivazione, lo stimolo ad agire, ad impegnarsi. E’ una sensazione diversa dalla pigrizia, che identifica la scarsa voglia di fare; l’apatia è proprio uno stato psicologico caratterizzato dalla mancanza di stimoli. Le cose che in precedenza ci rendevano felici, ci stimolavano, in uno stato di apatia ci lasciano indifferenti. Non si tratta di depressione, ma di un senso di vuoto nel quale non trovano spazio le emozioni. Di solito l’apatia insorge a causa di eventi scatenanti, ne è un esempio il Covid 19, oppure altri tipi di frustrazioni o delusioni. Un ambiente familiare poco stimolante con atteggiamenti e modalità di vita sociale pessimiste, possono portare in età adolescenziale o adulta a sviluppare un’apatia diffusa. In tempi di pandemia, poi, la voglia e le possibilità di uscire di casa diminuiscono notevolmente, e la stessa casa di trasforma in un luogo vuoto e privo di stimoli.

Ansia e apatia

Molti pazienti in questi mesi hanno riscontrato grandi difficoltà riferibli ad una condizione di apatia: assenza di desiderio e di motivazione. Il non poter sviluppare i propri progetti di lavoro e di vita ha determinato una sorta di immobilismo, che inevitabilmente è sconfinato in condizioni di ansia generalizzata, espressa sia a livello fisico che mentale. Una paura di perdere il controllo che non si riesce effettivamente a controllare, e si alimenta della stessa apatia. Un vero e proprio circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, soprattutto perchè non siamo aiutati dal contesto che ci circonda e dalla realtà di una chiusura forzata ormai molto prolungata.

Come superare l’apatia

Per superare l’apatia, e quindi combattere l’ansia che ne deriva, può essere utile costruire una nuova routine quotidiana. La nostra vita è completamente stravolta, non abbiamo più le stesse abitudini. Provare a programmare una nuova routine è molto importante, il consiglio è proprio quello di iniziare da piccoli obiettivi quotidiani, sforzandosi di insistere su cose nuove. Anche cose piccole da fare, ma che possano essere utili nel cambiare le abitudini. L’ansia a sua volta può rendere l’apatia ancora più forte ed invalidante. Se non provassimo apatia e ansia, se la nostra giornata fosse normale, che cosa faremmo di diverso? E’ una domanda che spesso consiglio di porsi alle persone interessate e ai pazienti, sia nei miei articoli che nei percorsi di psicoterapia, perchè può aiutare a trovare soluzioni efficaci e spingere nella direzione del cambiamento.

Quando i livelli di apatia sono eccessivi e l’ansia continua a crescere ritengo fondamentale un percorso di psicoterapia breve strategica che consenta di abbassare il livello di inquietudine e di ritrovare la giusta energia. Superare l’ansia e l’apatia è possibile, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: apatia, coronavirus, paura

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata è il tema dell’ultima intervista che ho svolto con Oliunid Italia, il sito e-commerce specializzato in materiale d’arrampicata, di seguito il testo integrale.

Intervista

E’ da poco uscito il film documentario Light, che porta sotto i riflettori il tema delicatissimo dell’anoressia tra le arrampicatrici agoniste. Abbiamo chiesto un parere al Dr. Guido D’Acuti. Light è un film documentario di recente pubblicazione che affronta un tema molto delicato: quello dell’anoressia tra le arrampicatrici professioniste. Il film, curato da Caroline Treadway, racconta nello specifico le esperienze di Angie Payne, Emily Harrington e dell’arrampicatore Kai Lightner, portando alla luce alcuni disturbi del comportamento alimentare comuni anche a sportivi non professionisti e a tantissime ragazze in età preadolescenziale ed adolescenziale.

Il Dr. Guido D’Acuti è già stato nostro ospite per parlarci di vari temi relativi alla psicologia dello sport e può confermarsi la persona più adatta per fare chiarezza su alcuni degli aspetti legati al disturbo del comportamento alimentare in arrampicata. Con il suo e-book:

“Il Piacere del cibo”

gratuitamente scaricabile dal suo sito, ci introduce infatti al mondo dell’anoressia giovanile: lo prendiamo come spunto per approfondire questo tema dal punto di visto più strettamente “sportivo”.

Buongiorno Guido, bentornato! Abbiamo visto che recentemente sei stato a Lumignano! Come è andata?

Benissimo! Ero un po arrugginito ma devo dire che ne avevo davvero bisogno, la roccia fa miracoli per quello che riguarda il benessere psicologico. Grazie mille come sempre per la possibilità di condividere con voi e con i lettori idee di principio, partendo da una prospettiva psicologica.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Da arrampicatore, e da psicologo con un’esperienza pluriennale nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sicuramente non sarai stupito da quanto viene messo sotto ai riflettori dal documentario Light. Forse in arrampicata, più che in altri sport, si è portati a pensare che la leggerezza possa aiutarci a salire più fluidamente su alcuni tipi di vie. Tu cosa ne pensi?

Credo che il focus debba essere posto non tanto sulla leggerezza fisica quanto su altri aspetti. E’ indubbio che sentirsi leggeri ed in forma può essere d’aiuto, tuttavia è importante puntare su aspetti più rilevanti. La tranquillità psicologica, la tecnica e la performance. Il fisico ha sicuramente un ruolo essenziale, tuttavia la cosa fondamentale è non entrare nel circolo vizioso di dover essere magro a tutti i costi per poter arrampicare. Dobbiamo pensare allo sport e all’arrampicata come ad un momento significativo per la nostra salute ed il nostro benessere. Lo sport deve essere vissuto come un’esperienza che ci fa stare bene, non come un modo per dimagrire, non prendere peso o addirittura perderlo. Se arrampicare, o fare sport in generale, crea difficoltà per quello che riguarda la dinamica alimentare è importante fermarsi a riflettere e lavorare sul modo di trovare nuovamente un equilibrio psicologico.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Nel documentario le atlete raccontano i lati negativi di un’alimentazione insufficiente, ma anche quei traguardi che le portavano a perseguire su quella strada (con prezzi da pagare per la salute fisica generale piuttosto alti). Pensi che una delle cause di questo problema così diffuso in arrampicata possa essere l’apparente guadagno immediato che ne deriva?

Sicuramente! Nell’immediato non mangiare porta paradossalmente a sentirsi meglio. La mente è più lucida, la stanchezza non viene percepita, si prova come la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Il problema è ovviamente nel lungo periodo. In primo luogo perchè non si riesce più a riprendere un’alimentazione regolare, e poi perchè gli effetti paradossalmente benefici del non mangiare pian piano non si avvertono più. La fatica a tornare alla normalità è tanta, mentalmente il pensiero spinge in direzione contraria rispetto al mangiare con regolarità, creando sensi di colpa ed emozioni contrastanti.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Spoileriamo una frase del documentario in cui Angela Payne dichiara come la sensazione di sentirsi forte sui boulder sia di gran lunga più appagante del sentirsi leggera. In quale modo è possibile fare un cambio di rotta per rendere più consapevoli le arrampicatrici che ci sono altri modi per raggiungere i propri obiettivi?

Il primo passo nel campo dell’alimentazione è quello di lavorare sul piacere. Un piacere a 360 gradi che deve estendersi anche alla dinamica sportiva, così da trasformarsi in “forza”. Il piacere è una dinamica particolare, spesso non connessa con la fatica e la forza. Invece il messaggio che vorrei veicolare è di cercare di vivere e cercare il piacere sia nell’alimentazione che nello sport. In ogni gesto sportivo, anche ad alti livelli, sono la motivazione e la dimensione psicologica del piacere a condurre a grandi risultati.

Una delle sezioni più interessanti del film racconta come la “trappola” del perdere peso sia un processo che arriva di soppiatto, iniziando ad arrivare più o meno consapevolmente così tardi a casa da saltare direttamente la cena, e proseguendo con lunghe giornate in falesia senza cibo nello zaino ed altri “piccoli gesti” che sommandosi portano ad una situazione molto precaria. Pensi che da amico, o da genitore, sia possibile accorgersi per tempo di questi segnali non troppo evidenti?

E’ proprio così: una trappola, che paradossalmente ci costruiamo da soli e dalla quale poi fatichiamo ad uscire. Ci sono degli segnali che consentono di capire quello che sta succedendo, ad esempio a tavola il fatto di masticare molto lentamente, oppure quello di andare subito in bagno dopo aver mangiato,magari per espellere il cibo attraverso il vomito autoindotto. Oppure anche il bere grandi quantità di acqua che fanno sentire pieni ma che non nutrono realmente. Lo sport spesso diventa un modo per perdere le calorie assunte durante i pasti, ma quando l’attività fisica diventa il motivo che spinge a non mangiare rischiamo davvero di trasformare la trappola in qualcosa di impenetrabile. In situazioni come queste il consiglio più sincero è sempre quello di rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi con chi conosce a fondo la problematica e può darci una mano ad iniziare un percorso di cambiamento. Spesso mi succede di ricevere delle telefonate su problematiche di disturbi alimentari e di indirizzare le persone fornendo dei consigli che ritengo preziosi o quanto meno utili. Nel caso aveste un familiare con problematiche alimentari non preoccupatevi nel chiedere consiglio ad uno specialista, la chiamata non ha costo e può rivelarsi significativa per indirizzarvi nella corretta direzione

Secondo te le atlete coinvolte in prima persona ne sono sempre consapevoli o in un primo momento si attua quasi un meccanismo inconscio?

Essere consapevoli di situazioni così complesse non è semplice. In un primo momento è sicuramente un processo inconsapevole e purtroppo, una volta costruitasi la “trappola”, poi uscirne diventa difficile. All’interno dei miei percorsi di psicoterapia applico un concetto fondamentale, quello di iniziare con l’aumento della consapevolezza del rapporto fra il cibo e le proprie emozioni. E’ l’inizio del viaggio per il cambiamento verso l’equilibrio delle abitudini alimentari.

Grazie Guido come sempre per il tuo parere! A presto!

Grazie a voi e alla prossima intervista! Nel frattempo per chi avesse piacere di contattarmi ecco i miei contatti: 340.41.90.915 oppure via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

 

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Tag: anoressia, arrampicata, disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo è la giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, la giornata del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Ho deciso di dare il mio contributo raccontando la storia di un paziente, che negli anni ha sviluppato e superato una problematica connessa con l’alimentazione. Racconto una storia vera perchè credo sia fondamentale dare anche una speranza positiva. Uscire da una problematica di disturbo del comportamento alimentare è possibile. Mi piace essere positivo, trovare le soluzioni di fronte a problemi complessi, riportare il benessere psicologico in quelle situazioni in cui il cibo si è trasformato in una prigione.

Mangiare e vomitare, quando il cibo diventa un piacere insostenibile

La storia di R. (nome di fantasia), racconta di un giovane uomo che dopo essere arrivato ad un peso di quasi 100 kg, decide di mettersi a dieta e di ritrovare il benessere fisico. Una missione che sembra impossibile, un desiderio il suo che sembra irrealizzabile. Ed invece mese dopo mese, chilo dopo chilo, ritrova lentamente una forma fisica decente ed insperata.

Disturbi alimentari e la perdita di controllo

Tuttavia l’eccessiva ricerca del controllo alimentare, conduce paradossalmente ad una perdita di controllo. R. si ritrova in piena notte ad abbuffarsi di “cibo spazzatura”. Il senso di colpa dovuto a questi momenti di trasgressione totale lo spingono a vomitare dopo essersi abbuffato. R. trova nel vomito un momento di estasi e pace. Mangia, vomita e perde ancora più peso. Una soluzione quasi ideale, tuttavia però senza accorgersene diventa dipendente dal binomio mangiare e vomitare. Un’accoppiata molto pericolosa, che in apparenza lo calma e gli permette di non aumentare di peso, mangiando anche qualcosa in più di quanto previsto.

Motivazione e Aiuto

Un circolo vizioso infernale che ad un certo punto lo spinge a cercare il sostegno di amici e parenti. In un primo momento R. si sente restio a chiedere aiuto, sia per la paura di essere giudicato che perchè non ritiene possibile che qualcuno lo possa realmente supportare. Spesso è proprio l’impossibilità di immaginare soluzioni funzionali che spinge a rimanere nel proprio circolo vizioso. In questo caso invece la spinta motivazionale dei famigliari che lo hanno convinto ad incontrare lo psicologo ha favorito un cambiamento della situazione. R. ha quindi intrapreso insieme a me e alla famiglia stessa un percorso di psicoterapia e lo ha anche concluso con successo. Il peso non è più un problema, nel senso che ha trovato il giusto peso forma. Mangia con piacere, evitando la carne ma concedendosi dolci, pizza e anche patatine fritte. Rispettando però in maniera equilibrata un’alimentazione corretta, che prevede anche trasgressioni e momenti di intenso piacere.

Giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari

La storia che vi ho raccontato è una storia vera in cui si può intravedere una speranza. La giusta motivazione può spingerci a chiedere aiuto, a trovare soluzioni funzionali, a vedere le cose positive che normalmente non sono così evidenti. La storia di R. in questi giorni che precedono il 15 marzo deve rappresentare uno stimolo per tutti coloro che si trovano dentro la prigione del cibo, che non vedono speranze e non pensano di potercela fare. E’ il mio contributo personale per aiutarvi e sensibilizzare tutti nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Per chi volesse avere maggiori informazioni clicca in questo link per scaricare il mio ebook gratuito: “Il Piacere del Cibo”.

 

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, giornata del fiocchetto lilla

Come pensare in maniera positiva? Questa è la domanda a cui cercheremo di rispondere nell’articolo di oggi. Il pensiero è una risorsa inestimabile. In ogni momento della nostra vita stiamo progettando, pensando, riflettendo su qualcosa. E in ogni nostra riflessione le nostre modalità di pensare portano a vedere le cose sia in maniera positiva che anche negativa. La realtà che circonda può essere percepita in modalità completamente differenti. Il nostro pensiero rientra all’interno di questo processo di percezione della realtà, orientandone il significato. Se ad esempio ci sembra di non essere del tutto preparati per un colloquio di lavoro, riusciremo a sentirci in difficoltà e in difetto prima ancora di affrontarlo. Se invece riusciamo ad invertire il flusso e a pensare positivamente, arriveremo al colloquio con un piglio diverso, propositivo e vincente. Al contrario, quando il nostro pensiero rafforza la percezione di non essere all’altezza del selezionatore, durante il colloquio rischiamo di confermare il fallimento.

Il paradosso dell’iper-razionalizzazione

Spesso è proprio chiedendosi cosa sia giusto fare oppure non fare che entriamo in blocco. Cercare di analizzare la situazione da moltissimi punti di vista differenti alla lunga può diventare limitante e bloccare l’azione. Una profonda insistita ricerca di tutte le soluzioni possibili e corrette, mettendo in dubbio le nostre scelte, rischia di produrre un vortice nel quale si tende a perdersi. Non sto sostenendo che prendere in esame più possibili direzioni non sia una modalità corretta. Bensì il fatto che l’eccesso di questa modalità di pensiero può diventare limitante, può aumentare il senso di confusione e addirittura portare al paradosso di una incapacità decisionale.

Come pensare in maniera positiva: un esempio

Superare l’iper-razionalizzazione non è semplice, soprattutto quando siamo alla ricerca di un totale controllo in ogni situazione. S. (nome di fantasia) sta studiando per affrontare alcuni esami all’università. Ogni giorno studia in maniera incessante, quasi senza pause, arrivando a concentrarsi per più di 10 ore al giorno. Il suo problema è l’ossessiva ricerca di controllo per ogni tipo di argomento d’esame. In questo caso il pensiero rende lo studio qualcosa di impossibile. Ogni approfondimento richiede uno sforzo incredibile, così come la ricerca di ogni piccola precisazione nascosta negli appunti. In questa situazione l’iper-razionalizzazione, intesa come il tentativo di dominare ogni aspetto è praticamente impossibile. Il pensiero spinge S. verso direzioni di tentato controllo che non sono realmente funzionali. Nel senso che cercare di anticipare ogni contenuto anche minore per l’esame, per eliminare il dubbio di non avere una preparazione totale, rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario.

L’iper-razionalizzazione crea ostacoli che non permettono di pensare positivamente. In questo caso specifico, riducendo le ore di studio, concentrandosi sui temi propri dell’esame ed evitando di porsi continui dubbi relativi ad una scarsa preparazione, S. è riuscita a superare l’esame e a trovare una nuova modalità di studio in generale.

Come pensare in maniera positiva: una tecnica

Ad un altro paziente ho chiesto:

Cosa faresti di diverso se dovessi pensare in maniera positiva?

la risposta è stata “Farmi meno seghe mentali”. Al di là del simpatico epiteto, questa domanda è uno stimolo alla riflessione e ci aiuta a cercare le direzioni che dobbiamo prendere verso quelle decisioni funzionali in cui il pensiero trova una strada positiva, immagina lo scenario migliore e guida verso le soluzioni ottimali da raggiungere.

Scarica il mio corso gratuito sul pensiero per poter pensare in maniera positiva e mandami un feedback su come ti sei trovato durante il corso. Insieme possiamo anche iniziare un percorso di psicoterapia per riflettere in modo più efficace su come pensare in maniera efficace, chiamami al 340.41.90.915.

 

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Tag: ansia, coaching strategico, Pensiero efficace, Terapia Breve Strategica

Storie vere di Anoressia, è questo il focus dell’articolo di oggi, racconti di sofferenza e di grande dolore. Da molti anni lavoro con i disturbi del comportamento alimentare, l’esperienza maturata con questa problematica ha ulteriormente evidenziato e confermato il ruolo del cibo vissuto dai pazienti come minaccioso per la paura di ingrassare. Vi racconterò due storie, due percorsi di terapia che hanno permesso alle pazienti in questione di trovare nuovamente un benessere psicologico.

Storie vere di anoressia: la storia di N.

N. entra nel mio studio nel momento di maggiore difficoltà. Si sente bloccata, ha paura di mangiare. Ha l’impressione che i vestiti, seppure larghi, le stiano stretti. Mangia qualcosa a colazione, salta il pranzo e a cena si limita a qualche foglia di insalata. N. chiede di poter essere aiutata ma dentro di sé inconsciamente teme di non potercela fare.

“Mi sento grossa, se mangio potrei ingrassare”

In realtà vorrebbe mangiare, ma c’è come una forza che la blocca e non le permette di trovare piacere nel cibo. Il lavoro di terapia, in questa situazione, si è incentrato contemporaneamente sia sulla dinamica di ritrovare il piacere del cibo, sia sugli aspetti emotivi di sofferenza e rabbia. La profonda sofferenza, legata alla trappola in cui sente di essere cascata, la blocca ancora di più. In particolare c’è questa sensazione di essere sempre in una condizione di totale “controllo” di se stessa, che la fa stare male in quanto non riesce mai a lasciarsi andare serenamente nei confronti del cibo. Il lavoro terapeutico si è proprio incentrato sul favorire una nuova gestione della sua vita: emotiva, alimentare e relazionale . Ci sono ancora delle difficoltà da superare, ma il processo di cambiamento è iniziato e il circolo vizioso si sta trasformando in un nuovo circolo virtuoso.

Storie vere di anoressia: la storia di S.

La storia di S. è quella di una ragazza giovanissima, 14 anni, che si presenta in studio accompagnata dalla famiglia. Non si trova a suo agio, non vorrebbe essere nello studio dello psicologo, e non ne capisce il motivo. Le sue condizioni di salute non sono ancora critiche, tuttavia la preoccupazione dei genitori è ampiamente fondata. In questa situazione il lavoro in chiave terapeutica ha coinvolto in prima istanza la famiglia. I genitori, hanno esposto la situazione e si sono trovati direttamente coinvolti nel percorso di recupero di S., addirittura eletti al ruolo di “co-terapeuti”. Dopo alcune sedute iniziali nelle quali la ragazza non si lascia coinvolgere, alla fine S. decide di partecipare attivamente. Le indicazioni e i suggerimenti dati ai genitori hanno fatto il loro effetto. I genitori si sono “compattati” usando lo stesso un comune metodo di regole, alternando in maniera complementare stili relazionali differenti. Quando il papà assumeva un atteggiamento comprensivo, la madre imponeva una maggiore autorità. Viceversa, a ruoli invertiti, nel momento in cui il padre faceva rispettare le regole stabilite con il terapeuta, la mamma si rivelava più dolce e affettuosa. In alcuni momenti, invece, di comune accordo entrambi esercitavano la stessa modalità relazionale. Una vera e propria danza comunicativa che ha aiutato S. ad uscire dal suo guscio protettivo e ad iniziare a lavorare su se stessa. Al momento attuale la terapia si è conclusa ed S. è tornata ad un peso forma normale, ma soprattutto è l’equilibrio emotivo recuperato a fare la vera differenza.

Storie vere di anoressia e Terapia Breve Strategica

Queste storie di anoressia ci insegnano sia l’importanza del cibo che quella del piacere connesso con l’alimentazione. Ma anche l’importanza dei famigliari nel ruolo di supporto attivo verso il miglioramento del benessere psicologico del figlio/a. A conferma del fatto che in assoluto le dinamiche emotive sono fondamentali per la salute mentale e psicologica.

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Attraverso la Terapia Breve strategica ti aiuterò a superare le problematiche connesse con i disturbi del comportamento alimentare.

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Tag: anoressia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Cinque passi per definire obiettivi raggiungibili

16 Aprile 2021

La paura di morire è una tipologia di sensazione che prima o poi nella nostra vita arriva. Soprattutto in questo periodo di pandemia, ci siamo ritrovati a pensare più spesso al nostro futuro in chiave negativa. La paura di morire è una tipologia di sensazione che le persone che soffrono di ansia e panico sperimentano spesso, vivendo la loro vita con grande difficoltà. In questo ultimo anno tutti ci siamo trovati a provare una analoga sensazione. Il Covid 19 ci ha messo di fronte al concetto di morte e fatto esperire cosa significhi la paura in un’ottica di sopravvivenza. Nell’articolo di oggi affronterò i temi della paura e della morte, sottolineandone l’evoluzione in un’ottica depressiva e di scoraggiamento generale. 

Paura di morire e paura di perdere il controllo

Un attacco di panico è la massima espressione della paura.  Chi ha vissuto un attacco di panico nella sua vita sa bene che la sensazione di paura alla base può esprimersi un due modalità. La prima è essenzialmente fisica: una sensazione di tachicardia, sudori freddi, tremori, sintomi che fanno sentire come se si stesse per morire. La seconda sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo e di se stessi, quasi di impazzire. Due emozioni che  nella loro massima espressione possono indurre un’esperienza di puro panico. 

Paura di morire e Covid

La paura di morire di malattia è una tipologia di paura specifica, che possiamo definire come ipocondria. Nel caso della paura delle malattie spesso la preoccupazione è legata alla gestione della condizione di malattia stessa. Nel caso del Covid, invece, la paura ha spostato decisamente i pensieri nella direzione del rischio di morte, creando sentimenti di vero e proprio panico.  Per cercare di fronteggiare e superare questi timori, la reazione emotiva ha comportato in qualche caso la comparsa di sentimenti contrastanti di apatia e anche di depressione

paura di morire

Covid e depressione

La depressione di cui parlo consiste in una condizione di scarsa voglia di fare, accompagnata anche da momenti di tristezza e di profonda sofferenza. L’immobilismo creato dal non poter uscire e vivere il quotidiano in totale normalità, ha determinato uno stravolgimento della nostra vita. L’ansia e la paura di morire, pur essendo sempre presenti, hanno dato sfogo a occasioni di grande rabbia, che si è esaurita in momenti di vuoto interiore. Molte persone soffrono, non vedono la possibilità di uscire da questa situazione: genitori ricoverati per Covid che non possono vedere i figli, persone che non riescono a lavorare o non trovano lavoro, studenti che non possono più frequentare la scuola e l’università. Tutte situazioni che dal punto di vista psicologico pesano in maniera importante, determinando condizioni di ansia, di depressione e poca voglia di vivere una vita attiva. 

La terapia breve strategica

Nella mia esperienza di questo ultimo anno ho seguito molte persone vittime di tali situazioni di ansia e depressione. Sono riuscito ad aiutarle, proponendo strategie pratiche, seguendole con continuità, supportando il loro stato d’animo emotivo e fornendo anche soluzioni efficaci. La strategia adottata è quella di lavorare sulla motivazione a vivere le giornate diversamente, cercando di favorire un nuovo equilibrio emotivo.

Se vuoi saperne di più scrivimi al 3404190915 per avere maggiori info oppure mandami una mail a studio@guidodacutipsicologo.it possiamo trovare soluzioni funzionali per superare la tua situazione di blocco emotivo, ansia e depressione.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, paura

Le storie di anoressia ai tempi del lockdown che vi racconterò in questo articolo, rimandano alla giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Il 15 marzo in occasione di questa giornata di sensibilizzazione, sul quotidiano “Il Messaggero” è comparso un articolo a firma E. Priolo dedicato alla storia di due ragazze che stanno combattendo la loro battaglia contro l’anoressia. In particolare la storia di Maria Elena è emblematica sia delle modalità subdole con le quali questa malattia prende possesso del nostro corpo e della nostra mente, sia della grande difficoltà di combatterla e venirne fuori. Ho deciso di proporre una rilettura di alcuni passaggi dell’intervista per spiegare in modo semplice la necessità di prestare la massima attenzione ai segnali di disagio dei nostri giovani nel campo dell’alimentazione.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: una diciottenne con problemi di anoressia

Maria Elena ha poco più di 18 anni quando si mette a dieta per problemi di
obesità. Durante il primo lockdown la solitudine la convince a mantenere una dieta ferrea per non perdere i risultati ottenuti. Inizia quindi ad allenarsi per due ore al giorno e a diminuire l’assunzione di carboidrati e proteine, fino a ridursi a mangiare solo verdura. La bilancia diventa il suo punto di riferimento quotidiano, il peso corporeo cala vistosamente ma lei continua a vedersi grassa allo specchio. Per ridurre ulteriormente il peso arriva ad autoindurre il vomito a seguito dell’assunzione di cibo. Ad un certo punto, però, la stanchezza fisica determina uno stato di tensione emotiva che la spinge ad aprirsi con la famiglia e successivamente ad accettare, non senza difficoltà, il ricovero in un Centro specializzato per i disturbi alimentari. Ora Maria Elena è sotto cura e migliora di giorno in giorno, è consapevole della battaglia difficile che sta conducendo ed è molto motivata. La guarigione è un traguardo alla sua portata.

Le diverse sfaccettature dell’anoressia

La storia di Maria Elena consente di fare alcune considerazioni di carattere
generale. Innanzi tutto è bene ricordare che l’anoressia è una patologia che si può presentare sotto varie forme. Le sue caratteristiche essenziali sono
associate ad una rapida e significativa perdita di peso corporeo. Il soggetto
anoressico è letteralmente ossessionato dalla ricerca della magrezza, dalla
paura di essere grasso o sovrappeso. In molti casi il soggetto anoressico si limita semplicemente a ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo, in altri invece accompagna tale abitudine con una forma di esercizio fisico intenso (es. ginnastica, sport aerobici, etc.) nell’idea di compensare con lo sforzo fisico quello che viene assunto come cibo. In altri casi ancora alterna periodi di forte restrizione alimentare a periodi di vere e proprie abbuffate di cibo, una patologia nota come “binge eating”. Infine esiste la variante del vomito autoindotto, nel quale come è facilmente intuibile, il soggetto compensa l’assunzione di cibo attraverso il vomito.
Se riflettiamo sul percorso di Maria Elena ci rendiamo conto che almeno due
delle varianti sopracitate sono presenti nel percorso della malattia: la dieta
ferrea accompagnata dall’esercizio fisico e successivamente il vomito
autoindotto.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: la prigione mentale

In questi periodi di lockdown e di limitazioni alla libertà di movimento, le problematiche relative ai disturbi alimentari si fanno ancora più frequenti. Non è esagerato parlare di “prigione mentale” a proposito dell’anoressia. Se ne accorge anche Maria Elena che nell’articolo di giornale commenta:

“il disturbo alimentare non viene dal cibo ma dalla mente”.

Nella cura dei disturbi alimentari è essenziale lavorare sulle modalità di percezione della realtà del soggetto anoressico, coinvolgendo anche gli stessi famigliari come supporto
attivo. I famigliari soprattutto sono in grado di riconoscere segnali quali la perdita dell’appetito, l’uso eccessivo della bilancia per controllare il peso, il ricorso a farmaci come i diuretici, etc., che possono rivelare l’esistenza di un problema. In presenza di tali situazioni è consigliabile rivolgersi prontamente all’assistenza di un esperto. In qualità di psicologo e psicoterapeuta, nei miei interventi contro i disturbi del comportamento alimentare applico i concetti della Terapia Breve
Strategica, che si rivela particolarmente efficace nelle forme di anoressia giovanile.

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Tag: anoressia, anoressia giovanile, Terapia Breve Strategica

Ansia e apatia sono due delle emozioni più diffuse soprattutto in questo periodo storico legato alla pandemia da Covid 19. In realtà non è la prima volta che vengo a contatto con queste due emozioni, anche prima del Covid ho svolto percorsi di terapia in cui la sensazione di apatia era strettamente connessa all’ansia. Nell’articolo di oggi vedremo nel dettaglio l’apatia e l’ansia e cercheremo di capire come sia possibile uscire da queste condizioni emotive così bloccanti ed invalidanti.

Ansia e apatia: conosciamole meglio

L’apatia consiste in una condizione di “mancanza di passione”. In altre parole quello che viene meno è la motivazione, lo stimolo ad agire, ad impegnarsi. E’ una sensazione diversa dalla pigrizia, che identifica la scarsa voglia di fare; l’apatia è proprio uno stato psicologico caratterizzato dalla mancanza di stimoli. Le cose che in precedenza ci rendevano felici, ci stimolavano, in uno stato di apatia ci lasciano indifferenti. Non si tratta di depressione, ma di un senso di vuoto nel quale non trovano spazio le emozioni. Di solito l’apatia insorge a causa di eventi scatenanti, ne è un esempio il Covid 19, oppure altri tipi di frustrazioni o delusioni. Un ambiente familiare poco stimolante con atteggiamenti e modalità di vita sociale pessimiste, possono portare in età adolescenziale o adulta a sviluppare un’apatia diffusa. In tempi di pandemia, poi, la voglia e le possibilità di uscire di casa diminuiscono notevolmente, e la stessa casa di trasforma in un luogo vuoto e privo di stimoli.

Ansia e apatia

Molti pazienti in questi mesi hanno riscontrato grandi difficoltà riferibli ad una condizione di apatia: assenza di desiderio e di motivazione. Il non poter sviluppare i propri progetti di lavoro e di vita ha determinato una sorta di immobilismo, che inevitabilmente è sconfinato in condizioni di ansia generalizzata, espressa sia a livello fisico che mentale. Una paura di perdere il controllo che non si riesce effettivamente a controllare, e si alimenta della stessa apatia. Un vero e proprio circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, soprattutto perchè non siamo aiutati dal contesto che ci circonda e dalla realtà di una chiusura forzata ormai molto prolungata.

Come superare l’apatia

Per superare l’apatia, e quindi combattere l’ansia che ne deriva, può essere utile costruire una nuova routine quotidiana. La nostra vita è completamente stravolta, non abbiamo più le stesse abitudini. Provare a programmare una nuova routine è molto importante, il consiglio è proprio quello di iniziare da piccoli obiettivi quotidiani, sforzandosi di insistere su cose nuove. Anche cose piccole da fare, ma che possano essere utili nel cambiare le abitudini. L’ansia a sua volta può rendere l’apatia ancora più forte ed invalidante. Se non provassimo apatia e ansia, se la nostra giornata fosse normale, che cosa faremmo di diverso? E’ una domanda che spesso consiglio di porsi alle persone interessate e ai pazienti, sia nei miei articoli che nei percorsi di psicoterapia, perchè può aiutare a trovare soluzioni efficaci e spingere nella direzione del cambiamento.

Quando i livelli di apatia sono eccessivi e l’ansia continua a crescere ritengo fondamentale un percorso di psicoterapia breve strategica che consenta di abbassare il livello di inquietudine e di ritrovare la giusta energia. Superare l’ansia e l’apatia è possibile, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: apatia, coronavirus, paura

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata è il tema dell’ultima intervista che ho svolto con Oliunid Italia, il sito e-commerce specializzato in materiale d’arrampicata, di seguito il testo integrale.

Intervista

E’ da poco uscito il film documentario Light, che porta sotto i riflettori il tema delicatissimo dell’anoressia tra le arrampicatrici agoniste. Abbiamo chiesto un parere al Dr. Guido D’Acuti. Light è un film documentario di recente pubblicazione che affronta un tema molto delicato: quello dell’anoressia tra le arrampicatrici professioniste. Il film, curato da Caroline Treadway, racconta nello specifico le esperienze di Angie Payne, Emily Harrington e dell’arrampicatore Kai Lightner, portando alla luce alcuni disturbi del comportamento alimentare comuni anche a sportivi non professionisti e a tantissime ragazze in età preadolescenziale ed adolescenziale.

Il Dr. Guido D’Acuti è già stato nostro ospite per parlarci di vari temi relativi alla psicologia dello sport e può confermarsi la persona più adatta per fare chiarezza su alcuni degli aspetti legati al disturbo del comportamento alimentare in arrampicata. Con il suo e-book:

“Il Piacere del cibo”

gratuitamente scaricabile dal suo sito, ci introduce infatti al mondo dell’anoressia giovanile: lo prendiamo come spunto per approfondire questo tema dal punto di visto più strettamente “sportivo”.

Buongiorno Guido, bentornato! Abbiamo visto che recentemente sei stato a Lumignano! Come è andata?

Benissimo! Ero un po arrugginito ma devo dire che ne avevo davvero bisogno, la roccia fa miracoli per quello che riguarda il benessere psicologico. Grazie mille come sempre per la possibilità di condividere con voi e con i lettori idee di principio, partendo da una prospettiva psicologica.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Da arrampicatore, e da psicologo con un’esperienza pluriennale nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sicuramente non sarai stupito da quanto viene messo sotto ai riflettori dal documentario Light. Forse in arrampicata, più che in altri sport, si è portati a pensare che la leggerezza possa aiutarci a salire più fluidamente su alcuni tipi di vie. Tu cosa ne pensi?

Credo che il focus debba essere posto non tanto sulla leggerezza fisica quanto su altri aspetti. E’ indubbio che sentirsi leggeri ed in forma può essere d’aiuto, tuttavia è importante puntare su aspetti più rilevanti. La tranquillità psicologica, la tecnica e la performance. Il fisico ha sicuramente un ruolo essenziale, tuttavia la cosa fondamentale è non entrare nel circolo vizioso di dover essere magro a tutti i costi per poter arrampicare. Dobbiamo pensare allo sport e all’arrampicata come ad un momento significativo per la nostra salute ed il nostro benessere. Lo sport deve essere vissuto come un’esperienza che ci fa stare bene, non come un modo per dimagrire, non prendere peso o addirittura perderlo. Se arrampicare, o fare sport in generale, crea difficoltà per quello che riguarda la dinamica alimentare è importante fermarsi a riflettere e lavorare sul modo di trovare nuovamente un equilibrio psicologico.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Nel documentario le atlete raccontano i lati negativi di un’alimentazione insufficiente, ma anche quei traguardi che le portavano a perseguire su quella strada (con prezzi da pagare per la salute fisica generale piuttosto alti). Pensi che una delle cause di questo problema così diffuso in arrampicata possa essere l’apparente guadagno immediato che ne deriva?

Sicuramente! Nell’immediato non mangiare porta paradossalmente a sentirsi meglio. La mente è più lucida, la stanchezza non viene percepita, si prova come la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Il problema è ovviamente nel lungo periodo. In primo luogo perchè non si riesce più a riprendere un’alimentazione regolare, e poi perchè gli effetti paradossalmente benefici del non mangiare pian piano non si avvertono più. La fatica a tornare alla normalità è tanta, mentalmente il pensiero spinge in direzione contraria rispetto al mangiare con regolarità, creando sensi di colpa ed emozioni contrastanti.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Spoileriamo una frase del documentario in cui Angela Payne dichiara come la sensazione di sentirsi forte sui boulder sia di gran lunga più appagante del sentirsi leggera. In quale modo è possibile fare un cambio di rotta per rendere più consapevoli le arrampicatrici che ci sono altri modi per raggiungere i propri obiettivi?

Il primo passo nel campo dell’alimentazione è quello di lavorare sul piacere. Un piacere a 360 gradi che deve estendersi anche alla dinamica sportiva, così da trasformarsi in “forza”. Il piacere è una dinamica particolare, spesso non connessa con la fatica e la forza. Invece il messaggio che vorrei veicolare è di cercare di vivere e cercare il piacere sia nell’alimentazione che nello sport. In ogni gesto sportivo, anche ad alti livelli, sono la motivazione e la dimensione psicologica del piacere a condurre a grandi risultati.

Una delle sezioni più interessanti del film racconta come la “trappola” del perdere peso sia un processo che arriva di soppiatto, iniziando ad arrivare più o meno consapevolmente così tardi a casa da saltare direttamente la cena, e proseguendo con lunghe giornate in falesia senza cibo nello zaino ed altri “piccoli gesti” che sommandosi portano ad una situazione molto precaria. Pensi che da amico, o da genitore, sia possibile accorgersi per tempo di questi segnali non troppo evidenti?

E’ proprio così: una trappola, che paradossalmente ci costruiamo da soli e dalla quale poi fatichiamo ad uscire. Ci sono degli segnali che consentono di capire quello che sta succedendo, ad esempio a tavola il fatto di masticare molto lentamente, oppure quello di andare subito in bagno dopo aver mangiato,magari per espellere il cibo attraverso il vomito autoindotto. Oppure anche il bere grandi quantità di acqua che fanno sentire pieni ma che non nutrono realmente. Lo sport spesso diventa un modo per perdere le calorie assunte durante i pasti, ma quando l’attività fisica diventa il motivo che spinge a non mangiare rischiamo davvero di trasformare la trappola in qualcosa di impenetrabile. In situazioni come queste il consiglio più sincero è sempre quello di rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi con chi conosce a fondo la problematica e può darci una mano ad iniziare un percorso di cambiamento. Spesso mi succede di ricevere delle telefonate su problematiche di disturbi alimentari e di indirizzare le persone fornendo dei consigli che ritengo preziosi o quanto meno utili. Nel caso aveste un familiare con problematiche alimentari non preoccupatevi nel chiedere consiglio ad uno specialista, la chiamata non ha costo e può rivelarsi significativa per indirizzarvi nella corretta direzione

Secondo te le atlete coinvolte in prima persona ne sono sempre consapevoli o in un primo momento si attua quasi un meccanismo inconscio?

Essere consapevoli di situazioni così complesse non è semplice. In un primo momento è sicuramente un processo inconsapevole e purtroppo, una volta costruitasi la “trappola”, poi uscirne diventa difficile. All’interno dei miei percorsi di psicoterapia applico un concetto fondamentale, quello di iniziare con l’aumento della consapevolezza del rapporto fra il cibo e le proprie emozioni. E’ l’inizio del viaggio per il cambiamento verso l’equilibrio delle abitudini alimentari.

Grazie Guido come sempre per il tuo parere! A presto!

Grazie a voi e alla prossima intervista! Nel frattempo per chi avesse piacere di contattarmi ecco i miei contatti: 340.41.90.915 oppure via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

 

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Tag: anoressia, arrampicata, disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo è la giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, la giornata del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Ho deciso di dare il mio contributo raccontando la storia di un paziente, che negli anni ha sviluppato e superato una problematica connessa con l’alimentazione. Racconto una storia vera perchè credo sia fondamentale dare anche una speranza positiva. Uscire da una problematica di disturbo del comportamento alimentare è possibile. Mi piace essere positivo, trovare le soluzioni di fronte a problemi complessi, riportare il benessere psicologico in quelle situazioni in cui il cibo si è trasformato in una prigione.

Mangiare e vomitare, quando il cibo diventa un piacere insostenibile

La storia di R. (nome di fantasia), racconta di un giovane uomo che dopo essere arrivato ad un peso di quasi 100 kg, decide di mettersi a dieta e di ritrovare il benessere fisico. Una missione che sembra impossibile, un desiderio il suo che sembra irrealizzabile. Ed invece mese dopo mese, chilo dopo chilo, ritrova lentamente una forma fisica decente ed insperata.

Disturbi alimentari e la perdita di controllo

Tuttavia l’eccessiva ricerca del controllo alimentare, conduce paradossalmente ad una perdita di controllo. R. si ritrova in piena notte ad abbuffarsi di “cibo spazzatura”. Il senso di colpa dovuto a questi momenti di trasgressione totale lo spingono a vomitare dopo essersi abbuffato. R. trova nel vomito un momento di estasi e pace. Mangia, vomita e perde ancora più peso. Una soluzione quasi ideale, tuttavia però senza accorgersene diventa dipendente dal binomio mangiare e vomitare. Un’accoppiata molto pericolosa, che in apparenza lo calma e gli permette di non aumentare di peso, mangiando anche qualcosa in più di quanto previsto.

Motivazione e Aiuto

Un circolo vizioso infernale che ad un certo punto lo spinge a cercare il sostegno di amici e parenti. In un primo momento R. si sente restio a chiedere aiuto, sia per la paura di essere giudicato che perchè non ritiene possibile che qualcuno lo possa realmente supportare. Spesso è proprio l’impossibilità di immaginare soluzioni funzionali che spinge a rimanere nel proprio circolo vizioso. In questo caso invece la spinta motivazionale dei famigliari che lo hanno convinto ad incontrare lo psicologo ha favorito un cambiamento della situazione. R. ha quindi intrapreso insieme a me e alla famiglia stessa un percorso di psicoterapia e lo ha anche concluso con successo. Il peso non è più un problema, nel senso che ha trovato il giusto peso forma. Mangia con piacere, evitando la carne ma concedendosi dolci, pizza e anche patatine fritte. Rispettando però in maniera equilibrata un’alimentazione corretta, che prevede anche trasgressioni e momenti di intenso piacere.

Giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari

La storia che vi ho raccontato è una storia vera in cui si può intravedere una speranza. La giusta motivazione può spingerci a chiedere aiuto, a trovare soluzioni funzionali, a vedere le cose positive che normalmente non sono così evidenti. La storia di R. in questi giorni che precedono il 15 marzo deve rappresentare uno stimolo per tutti coloro che si trovano dentro la prigione del cibo, che non vedono speranze e non pensano di potercela fare. E’ il mio contributo personale per aiutarvi e sensibilizzare tutti nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Per chi volesse avere maggiori informazioni clicca in questo link per scaricare il mio ebook gratuito: “Il Piacere del Cibo”.

 

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, giornata del fiocchetto lilla

Come pensare in maniera positiva? Questa è la domanda a cui cercheremo di rispondere nell’articolo di oggi. Il pensiero è una risorsa inestimabile. In ogni momento della nostra vita stiamo progettando, pensando, riflettendo su qualcosa. E in ogni nostra riflessione le nostre modalità di pensare portano a vedere le cose sia in maniera positiva che anche negativa. La realtà che circonda può essere percepita in modalità completamente differenti. Il nostro pensiero rientra all’interno di questo processo di percezione della realtà, orientandone il significato. Se ad esempio ci sembra di non essere del tutto preparati per un colloquio di lavoro, riusciremo a sentirci in difficoltà e in difetto prima ancora di affrontarlo. Se invece riusciamo ad invertire il flusso e a pensare positivamente, arriveremo al colloquio con un piglio diverso, propositivo e vincente. Al contrario, quando il nostro pensiero rafforza la percezione di non essere all’altezza del selezionatore, durante il colloquio rischiamo di confermare il fallimento.

Il paradosso dell’iper-razionalizzazione

Spesso è proprio chiedendosi cosa sia giusto fare oppure non fare che entriamo in blocco. Cercare di analizzare la situazione da moltissimi punti di vista differenti alla lunga può diventare limitante e bloccare l’azione. Una profonda insistita ricerca di tutte le soluzioni possibili e corrette, mettendo in dubbio le nostre scelte, rischia di produrre un vortice nel quale si tende a perdersi. Non sto sostenendo che prendere in esame più possibili direzioni non sia una modalità corretta. Bensì il fatto che l’eccesso di questa modalità di pensiero può diventare limitante, può aumentare il senso di confusione e addirittura portare al paradosso di una incapacità decisionale.

Come pensare in maniera positiva: un esempio

Superare l’iper-razionalizzazione non è semplice, soprattutto quando siamo alla ricerca di un totale controllo in ogni situazione. S. (nome di fantasia) sta studiando per affrontare alcuni esami all’università. Ogni giorno studia in maniera incessante, quasi senza pause, arrivando a concentrarsi per più di 10 ore al giorno. Il suo problema è l’ossessiva ricerca di controllo per ogni tipo di argomento d’esame. In questo caso il pensiero rende lo studio qualcosa di impossibile. Ogni approfondimento richiede uno sforzo incredibile, così come la ricerca di ogni piccola precisazione nascosta negli appunti. In questa situazione l’iper-razionalizzazione, intesa come il tentativo di dominare ogni aspetto è praticamente impossibile. Il pensiero spinge S. verso direzioni di tentato controllo che non sono realmente funzionali. Nel senso che cercare di anticipare ogni contenuto anche minore per l’esame, per eliminare il dubbio di non avere una preparazione totale, rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario.

L’iper-razionalizzazione crea ostacoli che non permettono di pensare positivamente. In questo caso specifico, riducendo le ore di studio, concentrandosi sui temi propri dell’esame ed evitando di porsi continui dubbi relativi ad una scarsa preparazione, S. è riuscita a superare l’esame e a trovare una nuova modalità di studio in generale.

Come pensare in maniera positiva: una tecnica

Ad un altro paziente ho chiesto:

Cosa faresti di diverso se dovessi pensare in maniera positiva?

la risposta è stata “Farmi meno seghe mentali”. Al di là del simpatico epiteto, questa domanda è uno stimolo alla riflessione e ci aiuta a cercare le direzioni che dobbiamo prendere verso quelle decisioni funzionali in cui il pensiero trova una strada positiva, immagina lo scenario migliore e guida verso le soluzioni ottimali da raggiungere.

Scarica il mio corso gratuito sul pensiero per poter pensare in maniera positiva e mandami un feedback su come ti sei trovato durante il corso. Insieme possiamo anche iniziare un percorso di psicoterapia per riflettere in modo più efficace su come pensare in maniera efficace, chiamami al 340.41.90.915.

 

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Tag: ansia, coaching strategico, Pensiero efficace, Terapia Breve Strategica

Storie vere di Anoressia, è questo il focus dell’articolo di oggi, racconti di sofferenza e di grande dolore. Da molti anni lavoro con i disturbi del comportamento alimentare, l’esperienza maturata con questa problematica ha ulteriormente evidenziato e confermato il ruolo del cibo vissuto dai pazienti come minaccioso per la paura di ingrassare. Vi racconterò due storie, due percorsi di terapia che hanno permesso alle pazienti in questione di trovare nuovamente un benessere psicologico.

Storie vere di anoressia: la storia di N.

N. entra nel mio studio nel momento di maggiore difficoltà. Si sente bloccata, ha paura di mangiare. Ha l’impressione che i vestiti, seppure larghi, le stiano stretti. Mangia qualcosa a colazione, salta il pranzo e a cena si limita a qualche foglia di insalata. N. chiede di poter essere aiutata ma dentro di sé inconsciamente teme di non potercela fare.

“Mi sento grossa, se mangio potrei ingrassare”

In realtà vorrebbe mangiare, ma c’è come una forza che la blocca e non le permette di trovare piacere nel cibo. Il lavoro di terapia, in questa situazione, si è incentrato contemporaneamente sia sulla dinamica di ritrovare il piacere del cibo, sia sugli aspetti emotivi di sofferenza e rabbia. La profonda sofferenza, legata alla trappola in cui sente di essere cascata, la blocca ancora di più. In particolare c’è questa sensazione di essere sempre in una condizione di totale “controllo” di se stessa, che la fa stare male in quanto non riesce mai a lasciarsi andare serenamente nei confronti del cibo. Il lavoro terapeutico si è proprio incentrato sul favorire una nuova gestione della sua vita: emotiva, alimentare e relazionale . Ci sono ancora delle difficoltà da superare, ma il processo di cambiamento è iniziato e il circolo vizioso si sta trasformando in un nuovo circolo virtuoso.

Storie vere di anoressia: la storia di S.

La storia di S. è quella di una ragazza giovanissima, 14 anni, che si presenta in studio accompagnata dalla famiglia. Non si trova a suo agio, non vorrebbe essere nello studio dello psicologo, e non ne capisce il motivo. Le sue condizioni di salute non sono ancora critiche, tuttavia la preoccupazione dei genitori è ampiamente fondata. In questa situazione il lavoro in chiave terapeutica ha coinvolto in prima istanza la famiglia. I genitori, hanno esposto la situazione e si sono trovati direttamente coinvolti nel percorso di recupero di S., addirittura eletti al ruolo di “co-terapeuti”. Dopo alcune sedute iniziali nelle quali la ragazza non si lascia coinvolgere, alla fine S. decide di partecipare attivamente. Le indicazioni e i suggerimenti dati ai genitori hanno fatto il loro effetto. I genitori si sono “compattati” usando lo stesso un comune metodo di regole, alternando in maniera complementare stili relazionali differenti. Quando il papà assumeva un atteggiamento comprensivo, la madre imponeva una maggiore autorità. Viceversa, a ruoli invertiti, nel momento in cui il padre faceva rispettare le regole stabilite con il terapeuta, la mamma si rivelava più dolce e affettuosa. In alcuni momenti, invece, di comune accordo entrambi esercitavano la stessa modalità relazionale. Una vera e propria danza comunicativa che ha aiutato S. ad uscire dal suo guscio protettivo e ad iniziare a lavorare su se stessa. Al momento attuale la terapia si è conclusa ed S. è tornata ad un peso forma normale, ma soprattutto è l’equilibrio emotivo recuperato a fare la vera differenza.

Storie vere di anoressia e Terapia Breve Strategica

Queste storie di anoressia ci insegnano sia l’importanza del cibo che quella del piacere connesso con l’alimentazione. Ma anche l’importanza dei famigliari nel ruolo di supporto attivo verso il miglioramento del benessere psicologico del figlio/a. A conferma del fatto che in assoluto le dinamiche emotive sono fondamentali per la salute mentale e psicologica.

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Attraverso la Terapia Breve strategica ti aiuterò a superare le problematiche connesse con i disturbi del comportamento alimentare.

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Tag: anoressia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Il piacere del cibo

Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia strategica favorisce un nuovo benessere alimentare.

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Cinque passi per definire obiettivi raggiungibili

16 Aprile 2021

La paura di morire è una tipologia di sensazione che prima o poi nella nostra vita arriva. Soprattutto in questo periodo di pandemia, ci siamo ritrovati a pensare più spesso al nostro futuro in chiave negativa. La paura di morire è una tipologia di sensazione che le persone che soffrono di ansia e panico sperimentano spesso, vivendo la loro vita con grande difficoltà. In questo ultimo anno tutti ci siamo trovati a provare una analoga sensazione. Il Covid 19 ci ha messo di fronte al concetto di morte e fatto esperire cosa significhi la paura in un’ottica di sopravvivenza. Nell’articolo di oggi affronterò i temi della paura e della morte, sottolineandone l’evoluzione in un’ottica depressiva e di scoraggiamento generale. 

Paura di morire e paura di perdere il controllo

Un attacco di panico è la massima espressione della paura.  Chi ha vissuto un attacco di panico nella sua vita sa bene che la sensazione di paura alla base può esprimersi un due modalità. La prima è essenzialmente fisica: una sensazione di tachicardia, sudori freddi, tremori, sintomi che fanno sentire come se si stesse per morire. La seconda sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo e di se stessi, quasi di impazzire. Due emozioni che  nella loro massima espressione possono indurre un’esperienza di puro panico. 

Paura di morire e Covid

La paura di morire di malattia è una tipologia di paura specifica, che possiamo definire come ipocondria. Nel caso della paura delle malattie spesso la preoccupazione è legata alla gestione della condizione di malattia stessa. Nel caso del Covid, invece, la paura ha spostato decisamente i pensieri nella direzione del rischio di morte, creando sentimenti di vero e proprio panico.  Per cercare di fronteggiare e superare questi timori, la reazione emotiva ha comportato in qualche caso la comparsa di sentimenti contrastanti di apatia e anche di depressione

paura di morire

Covid e depressione

La depressione di cui parlo consiste in una condizione di scarsa voglia di fare, accompagnata anche da momenti di tristezza e di profonda sofferenza. L’immobilismo creato dal non poter uscire e vivere il quotidiano in totale normalità, ha determinato uno stravolgimento della nostra vita. L’ansia e la paura di morire, pur essendo sempre presenti, hanno dato sfogo a occasioni di grande rabbia, che si è esaurita in momenti di vuoto interiore. Molte persone soffrono, non vedono la possibilità di uscire da questa situazione: genitori ricoverati per Covid che non possono vedere i figli, persone che non riescono a lavorare o non trovano lavoro, studenti che non possono più frequentare la scuola e l’università. Tutte situazioni che dal punto di vista psicologico pesano in maniera importante, determinando condizioni di ansia, di depressione e poca voglia di vivere una vita attiva. 

La terapia breve strategica

Nella mia esperienza di questo ultimo anno ho seguito molte persone vittime di tali situazioni di ansia e depressione. Sono riuscito ad aiutarle, proponendo strategie pratiche, seguendole con continuità, supportando il loro stato d’animo emotivo e fornendo anche soluzioni efficaci. La strategia adottata è quella di lavorare sulla motivazione a vivere le giornate diversamente, cercando di favorire un nuovo equilibrio emotivo.

Se vuoi saperne di più scrivimi al 3404190915 per avere maggiori info oppure mandami una mail a studio@guidodacutipsicologo.it possiamo trovare soluzioni funzionali per superare la tua situazione di blocco emotivo, ansia e depressione.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, paura

Le storie di anoressia ai tempi del lockdown che vi racconterò in questo articolo, rimandano alla giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Il 15 marzo in occasione di questa giornata di sensibilizzazione, sul quotidiano “Il Messaggero” è comparso un articolo a firma E. Priolo dedicato alla storia di due ragazze che stanno combattendo la loro battaglia contro l’anoressia. In particolare la storia di Maria Elena è emblematica sia delle modalità subdole con le quali questa malattia prende possesso del nostro corpo e della nostra mente, sia della grande difficoltà di combatterla e venirne fuori. Ho deciso di proporre una rilettura di alcuni passaggi dell’intervista per spiegare in modo semplice la necessità di prestare la massima attenzione ai segnali di disagio dei nostri giovani nel campo dell’alimentazione.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: una diciottenne con problemi di anoressia

Maria Elena ha poco più di 18 anni quando si mette a dieta per problemi di
obesità. Durante il primo lockdown la solitudine la convince a mantenere una dieta ferrea per non perdere i risultati ottenuti. Inizia quindi ad allenarsi per due ore al giorno e a diminuire l’assunzione di carboidrati e proteine, fino a ridursi a mangiare solo verdura. La bilancia diventa il suo punto di riferimento quotidiano, il peso corporeo cala vistosamente ma lei continua a vedersi grassa allo specchio. Per ridurre ulteriormente il peso arriva ad autoindurre il vomito a seguito dell’assunzione di cibo. Ad un certo punto, però, la stanchezza fisica determina uno stato di tensione emotiva che la spinge ad aprirsi con la famiglia e successivamente ad accettare, non senza difficoltà, il ricovero in un Centro specializzato per i disturbi alimentari. Ora Maria Elena è sotto cura e migliora di giorno in giorno, è consapevole della battaglia difficile che sta conducendo ed è molto motivata. La guarigione è un traguardo alla sua portata.

Le diverse sfaccettature dell’anoressia

La storia di Maria Elena consente di fare alcune considerazioni di carattere
generale. Innanzi tutto è bene ricordare che l’anoressia è una patologia che si può presentare sotto varie forme. Le sue caratteristiche essenziali sono
associate ad una rapida e significativa perdita di peso corporeo. Il soggetto
anoressico è letteralmente ossessionato dalla ricerca della magrezza, dalla
paura di essere grasso o sovrappeso. In molti casi il soggetto anoressico si limita semplicemente a ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo, in altri invece accompagna tale abitudine con una forma di esercizio fisico intenso (es. ginnastica, sport aerobici, etc.) nell’idea di compensare con lo sforzo fisico quello che viene assunto come cibo. In altri casi ancora alterna periodi di forte restrizione alimentare a periodi di vere e proprie abbuffate di cibo, una patologia nota come “binge eating”. Infine esiste la variante del vomito autoindotto, nel quale come è facilmente intuibile, il soggetto compensa l’assunzione di cibo attraverso il vomito.
Se riflettiamo sul percorso di Maria Elena ci rendiamo conto che almeno due
delle varianti sopracitate sono presenti nel percorso della malattia: la dieta
ferrea accompagnata dall’esercizio fisico e successivamente il vomito
autoindotto.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: la prigione mentale

In questi periodi di lockdown e di limitazioni alla libertà di movimento, le problematiche relative ai disturbi alimentari si fanno ancora più frequenti. Non è esagerato parlare di “prigione mentale” a proposito dell’anoressia. Se ne accorge anche Maria Elena che nell’articolo di giornale commenta:

“il disturbo alimentare non viene dal cibo ma dalla mente”.

Nella cura dei disturbi alimentari è essenziale lavorare sulle modalità di percezione della realtà del soggetto anoressico, coinvolgendo anche gli stessi famigliari come supporto
attivo. I famigliari soprattutto sono in grado di riconoscere segnali quali la perdita dell’appetito, l’uso eccessivo della bilancia per controllare il peso, il ricorso a farmaci come i diuretici, etc., che possono rivelare l’esistenza di un problema. In presenza di tali situazioni è consigliabile rivolgersi prontamente all’assistenza di un esperto. In qualità di psicologo e psicoterapeuta, nei miei interventi contro i disturbi del comportamento alimentare applico i concetti della Terapia Breve
Strategica, che si rivela particolarmente efficace nelle forme di anoressia giovanile.

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Tag: anoressia, anoressia giovanile, Terapia Breve Strategica

Ansia e apatia sono due delle emozioni più diffuse soprattutto in questo periodo storico legato alla pandemia da Covid 19. In realtà non è la prima volta che vengo a contatto con queste due emozioni, anche prima del Covid ho svolto percorsi di terapia in cui la sensazione di apatia era strettamente connessa all’ansia. Nell’articolo di oggi vedremo nel dettaglio l’apatia e l’ansia e cercheremo di capire come sia possibile uscire da queste condizioni emotive così bloccanti ed invalidanti.

Ansia e apatia: conosciamole meglio

L’apatia consiste in una condizione di “mancanza di passione”. In altre parole quello che viene meno è la motivazione, lo stimolo ad agire, ad impegnarsi. E’ una sensazione diversa dalla pigrizia, che identifica la scarsa voglia di fare; l’apatia è proprio uno stato psicologico caratterizzato dalla mancanza di stimoli. Le cose che in precedenza ci rendevano felici, ci stimolavano, in uno stato di apatia ci lasciano indifferenti. Non si tratta di depressione, ma di un senso di vuoto nel quale non trovano spazio le emozioni. Di solito l’apatia insorge a causa di eventi scatenanti, ne è un esempio il Covid 19, oppure altri tipi di frustrazioni o delusioni. Un ambiente familiare poco stimolante con atteggiamenti e modalità di vita sociale pessimiste, possono portare in età adolescenziale o adulta a sviluppare un’apatia diffusa. In tempi di pandemia, poi, la voglia e le possibilità di uscire di casa diminuiscono notevolmente, e la stessa casa di trasforma in un luogo vuoto e privo di stimoli.

Ansia e apatia

Molti pazienti in questi mesi hanno riscontrato grandi difficoltà riferibli ad una condizione di apatia: assenza di desiderio e di motivazione. Il non poter sviluppare i propri progetti di lavoro e di vita ha determinato una sorta di immobilismo, che inevitabilmente è sconfinato in condizioni di ansia generalizzata, espressa sia a livello fisico che mentale. Una paura di perdere il controllo che non si riesce effettivamente a controllare, e si alimenta della stessa apatia. Un vero e proprio circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, soprattutto perchè non siamo aiutati dal contesto che ci circonda e dalla realtà di una chiusura forzata ormai molto prolungata.

Come superare l’apatia

Per superare l’apatia, e quindi combattere l’ansia che ne deriva, può essere utile costruire una nuova routine quotidiana. La nostra vita è completamente stravolta, non abbiamo più le stesse abitudini. Provare a programmare una nuova routine è molto importante, il consiglio è proprio quello di iniziare da piccoli obiettivi quotidiani, sforzandosi di insistere su cose nuove. Anche cose piccole da fare, ma che possano essere utili nel cambiare le abitudini. L’ansia a sua volta può rendere l’apatia ancora più forte ed invalidante. Se non provassimo apatia e ansia, se la nostra giornata fosse normale, che cosa faremmo di diverso? E’ una domanda che spesso consiglio di porsi alle persone interessate e ai pazienti, sia nei miei articoli che nei percorsi di psicoterapia, perchè può aiutare a trovare soluzioni efficaci e spingere nella direzione del cambiamento.

Quando i livelli di apatia sono eccessivi e l’ansia continua a crescere ritengo fondamentale un percorso di psicoterapia breve strategica che consenta di abbassare il livello di inquietudine e di ritrovare la giusta energia. Superare l’ansia e l’apatia è possibile, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: apatia, coronavirus, paura

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata è il tema dell’ultima intervista che ho svolto con Oliunid Italia, il sito e-commerce specializzato in materiale d’arrampicata, di seguito il testo integrale.

Intervista

E’ da poco uscito il film documentario Light, che porta sotto i riflettori il tema delicatissimo dell’anoressia tra le arrampicatrici agoniste. Abbiamo chiesto un parere al Dr. Guido D’Acuti. Light è un film documentario di recente pubblicazione che affronta un tema molto delicato: quello dell’anoressia tra le arrampicatrici professioniste. Il film, curato da Caroline Treadway, racconta nello specifico le esperienze di Angie Payne, Emily Harrington e dell’arrampicatore Kai Lightner, portando alla luce alcuni disturbi del comportamento alimentare comuni anche a sportivi non professionisti e a tantissime ragazze in età preadolescenziale ed adolescenziale.

Il Dr. Guido D’Acuti è già stato nostro ospite per parlarci di vari temi relativi alla psicologia dello sport e può confermarsi la persona più adatta per fare chiarezza su alcuni degli aspetti legati al disturbo del comportamento alimentare in arrampicata. Con il suo e-book:

“Il Piacere del cibo”

gratuitamente scaricabile dal suo sito, ci introduce infatti al mondo dell’anoressia giovanile: lo prendiamo come spunto per approfondire questo tema dal punto di visto più strettamente “sportivo”.

Buongiorno Guido, bentornato! Abbiamo visto che recentemente sei stato a Lumignano! Come è andata?

Benissimo! Ero un po arrugginito ma devo dire che ne avevo davvero bisogno, la roccia fa miracoli per quello che riguarda il benessere psicologico. Grazie mille come sempre per la possibilità di condividere con voi e con i lettori idee di principio, partendo da una prospettiva psicologica.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Da arrampicatore, e da psicologo con un’esperienza pluriennale nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sicuramente non sarai stupito da quanto viene messo sotto ai riflettori dal documentario Light. Forse in arrampicata, più che in altri sport, si è portati a pensare che la leggerezza possa aiutarci a salire più fluidamente su alcuni tipi di vie. Tu cosa ne pensi?

Credo che il focus debba essere posto non tanto sulla leggerezza fisica quanto su altri aspetti. E’ indubbio che sentirsi leggeri ed in forma può essere d’aiuto, tuttavia è importante puntare su aspetti più rilevanti. La tranquillità psicologica, la tecnica e la performance. Il fisico ha sicuramente un ruolo essenziale, tuttavia la cosa fondamentale è non entrare nel circolo vizioso di dover essere magro a tutti i costi per poter arrampicare. Dobbiamo pensare allo sport e all’arrampicata come ad un momento significativo per la nostra salute ed il nostro benessere. Lo sport deve essere vissuto come un’esperienza che ci fa stare bene, non come un modo per dimagrire, non prendere peso o addirittura perderlo. Se arrampicare, o fare sport in generale, crea difficoltà per quello che riguarda la dinamica alimentare è importante fermarsi a riflettere e lavorare sul modo di trovare nuovamente un equilibrio psicologico.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Nel documentario le atlete raccontano i lati negativi di un’alimentazione insufficiente, ma anche quei traguardi che le portavano a perseguire su quella strada (con prezzi da pagare per la salute fisica generale piuttosto alti). Pensi che una delle cause di questo problema così diffuso in arrampicata possa essere l’apparente guadagno immediato che ne deriva?

Sicuramente! Nell’immediato non mangiare porta paradossalmente a sentirsi meglio. La mente è più lucida, la stanchezza non viene percepita, si prova come la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Il problema è ovviamente nel lungo periodo. In primo luogo perchè non si riesce più a riprendere un’alimentazione regolare, e poi perchè gli effetti paradossalmente benefici del non mangiare pian piano non si avvertono più. La fatica a tornare alla normalità è tanta, mentalmente il pensiero spinge in direzione contraria rispetto al mangiare con regolarità, creando sensi di colpa ed emozioni contrastanti.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Spoileriamo una frase del documentario in cui Angela Payne dichiara come la sensazione di sentirsi forte sui boulder sia di gran lunga più appagante del sentirsi leggera. In quale modo è possibile fare un cambio di rotta per rendere più consapevoli le arrampicatrici che ci sono altri modi per raggiungere i propri obiettivi?

Il primo passo nel campo dell’alimentazione è quello di lavorare sul piacere. Un piacere a 360 gradi che deve estendersi anche alla dinamica sportiva, così da trasformarsi in “forza”. Il piacere è una dinamica particolare, spesso non connessa con la fatica e la forza. Invece il messaggio che vorrei veicolare è di cercare di vivere e cercare il piacere sia nell’alimentazione che nello sport. In ogni gesto sportivo, anche ad alti livelli, sono la motivazione e la dimensione psicologica del piacere a condurre a grandi risultati.

Una delle sezioni più interessanti del film racconta come la “trappola” del perdere peso sia un processo che arriva di soppiatto, iniziando ad arrivare più o meno consapevolmente così tardi a casa da saltare direttamente la cena, e proseguendo con lunghe giornate in falesia senza cibo nello zaino ed altri “piccoli gesti” che sommandosi portano ad una situazione molto precaria. Pensi che da amico, o da genitore, sia possibile accorgersi per tempo di questi segnali non troppo evidenti?

E’ proprio così: una trappola, che paradossalmente ci costruiamo da soli e dalla quale poi fatichiamo ad uscire. Ci sono degli segnali che consentono di capire quello che sta succedendo, ad esempio a tavola il fatto di masticare molto lentamente, oppure quello di andare subito in bagno dopo aver mangiato,magari per espellere il cibo attraverso il vomito autoindotto. Oppure anche il bere grandi quantità di acqua che fanno sentire pieni ma che non nutrono realmente. Lo sport spesso diventa un modo per perdere le calorie assunte durante i pasti, ma quando l’attività fisica diventa il motivo che spinge a non mangiare rischiamo davvero di trasformare la trappola in qualcosa di impenetrabile. In situazioni come queste il consiglio più sincero è sempre quello di rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi con chi conosce a fondo la problematica e può darci una mano ad iniziare un percorso di cambiamento. Spesso mi succede di ricevere delle telefonate su problematiche di disturbi alimentari e di indirizzare le persone fornendo dei consigli che ritengo preziosi o quanto meno utili. Nel caso aveste un familiare con problematiche alimentari non preoccupatevi nel chiedere consiglio ad uno specialista, la chiamata non ha costo e può rivelarsi significativa per indirizzarvi nella corretta direzione

Secondo te le atlete coinvolte in prima persona ne sono sempre consapevoli o in un primo momento si attua quasi un meccanismo inconscio?

Essere consapevoli di situazioni così complesse non è semplice. In un primo momento è sicuramente un processo inconsapevole e purtroppo, una volta costruitasi la “trappola”, poi uscirne diventa difficile. All’interno dei miei percorsi di psicoterapia applico un concetto fondamentale, quello di iniziare con l’aumento della consapevolezza del rapporto fra il cibo e le proprie emozioni. E’ l’inizio del viaggio per il cambiamento verso l’equilibrio delle abitudini alimentari.

Grazie Guido come sempre per il tuo parere! A presto!

Grazie a voi e alla prossima intervista! Nel frattempo per chi avesse piacere di contattarmi ecco i miei contatti: 340.41.90.915 oppure via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

 

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Tag: anoressia, arrampicata, disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo è la giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, la giornata del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Ho deciso di dare il mio contributo raccontando la storia di un paziente, che negli anni ha sviluppato e superato una problematica connessa con l’alimentazione. Racconto una storia vera perchè credo sia fondamentale dare anche una speranza positiva. Uscire da una problematica di disturbo del comportamento alimentare è possibile. Mi piace essere positivo, trovare le soluzioni di fronte a problemi complessi, riportare il benessere psicologico in quelle situazioni in cui il cibo si è trasformato in una prigione.

Mangiare e vomitare, quando il cibo diventa un piacere insostenibile

La storia di R. (nome di fantasia), racconta di un giovane uomo che dopo essere arrivato ad un peso di quasi 100 kg, decide di mettersi a dieta e di ritrovare il benessere fisico. Una missione che sembra impossibile, un desiderio il suo che sembra irrealizzabile. Ed invece mese dopo mese, chilo dopo chilo, ritrova lentamente una forma fisica decente ed insperata.

Disturbi alimentari e la perdita di controllo

Tuttavia l’eccessiva ricerca del controllo alimentare, conduce paradossalmente ad una perdita di controllo. R. si ritrova in piena notte ad abbuffarsi di “cibo spazzatura”. Il senso di colpa dovuto a questi momenti di trasgressione totale lo spingono a vomitare dopo essersi abbuffato. R. trova nel vomito un momento di estasi e pace. Mangia, vomita e perde ancora più peso. Una soluzione quasi ideale, tuttavia però senza accorgersene diventa dipendente dal binomio mangiare e vomitare. Un’accoppiata molto pericolosa, che in apparenza lo calma e gli permette di non aumentare di peso, mangiando anche qualcosa in più di quanto previsto.

Motivazione e Aiuto

Un circolo vizioso infernale che ad un certo punto lo spinge a cercare il sostegno di amici e parenti. In un primo momento R. si sente restio a chiedere aiuto, sia per la paura di essere giudicato che perchè non ritiene possibile che qualcuno lo possa realmente supportare. Spesso è proprio l’impossibilità di immaginare soluzioni funzionali che spinge a rimanere nel proprio circolo vizioso. In questo caso invece la spinta motivazionale dei famigliari che lo hanno convinto ad incontrare lo psicologo ha favorito un cambiamento della situazione. R. ha quindi intrapreso insieme a me e alla famiglia stessa un percorso di psicoterapia e lo ha anche concluso con successo. Il peso non è più un problema, nel senso che ha trovato il giusto peso forma. Mangia con piacere, evitando la carne ma concedendosi dolci, pizza e anche patatine fritte. Rispettando però in maniera equilibrata un’alimentazione corretta, che prevede anche trasgressioni e momenti di intenso piacere.

Giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari

La storia che vi ho raccontato è una storia vera in cui si può intravedere una speranza. La giusta motivazione può spingerci a chiedere aiuto, a trovare soluzioni funzionali, a vedere le cose positive che normalmente non sono così evidenti. La storia di R. in questi giorni che precedono il 15 marzo deve rappresentare uno stimolo per tutti coloro che si trovano dentro la prigione del cibo, che non vedono speranze e non pensano di potercela fare. E’ il mio contributo personale per aiutarvi e sensibilizzare tutti nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Per chi volesse avere maggiori informazioni clicca in questo link per scaricare il mio ebook gratuito: “Il Piacere del Cibo”.

 

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, giornata del fiocchetto lilla

Come pensare in maniera positiva? Questa è la domanda a cui cercheremo di rispondere nell’articolo di oggi. Il pensiero è una risorsa inestimabile. In ogni momento della nostra vita stiamo progettando, pensando, riflettendo su qualcosa. E in ogni nostra riflessione le nostre modalità di pensare portano a vedere le cose sia in maniera positiva che anche negativa. La realtà che circonda può essere percepita in modalità completamente differenti. Il nostro pensiero rientra all’interno di questo processo di percezione della realtà, orientandone il significato. Se ad esempio ci sembra di non essere del tutto preparati per un colloquio di lavoro, riusciremo a sentirci in difficoltà e in difetto prima ancora di affrontarlo. Se invece riusciamo ad invertire il flusso e a pensare positivamente, arriveremo al colloquio con un piglio diverso, propositivo e vincente. Al contrario, quando il nostro pensiero rafforza la percezione di non essere all’altezza del selezionatore, durante il colloquio rischiamo di confermare il fallimento.

Il paradosso dell’iper-razionalizzazione

Spesso è proprio chiedendosi cosa sia giusto fare oppure non fare che entriamo in blocco. Cercare di analizzare la situazione da moltissimi punti di vista differenti alla lunga può diventare limitante e bloccare l’azione. Una profonda insistita ricerca di tutte le soluzioni possibili e corrette, mettendo in dubbio le nostre scelte, rischia di produrre un vortice nel quale si tende a perdersi. Non sto sostenendo che prendere in esame più possibili direzioni non sia una modalità corretta. Bensì il fatto che l’eccesso di questa modalità di pensiero può diventare limitante, può aumentare il senso di confusione e addirittura portare al paradosso di una incapacità decisionale.

Come pensare in maniera positiva: un esempio

Superare l’iper-razionalizzazione non è semplice, soprattutto quando siamo alla ricerca di un totale controllo in ogni situazione. S. (nome di fantasia) sta studiando per affrontare alcuni esami all’università. Ogni giorno studia in maniera incessante, quasi senza pause, arrivando a concentrarsi per più di 10 ore al giorno. Il suo problema è l’ossessiva ricerca di controllo per ogni tipo di argomento d’esame. In questo caso il pensiero rende lo studio qualcosa di impossibile. Ogni approfondimento richiede uno sforzo incredibile, così come la ricerca di ogni piccola precisazione nascosta negli appunti. In questa situazione l’iper-razionalizzazione, intesa come il tentativo di dominare ogni aspetto è praticamente impossibile. Il pensiero spinge S. verso direzioni di tentato controllo che non sono realmente funzionali. Nel senso che cercare di anticipare ogni contenuto anche minore per l’esame, per eliminare il dubbio di non avere una preparazione totale, rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario.

L’iper-razionalizzazione crea ostacoli che non permettono di pensare positivamente. In questo caso specifico, riducendo le ore di studio, concentrandosi sui temi propri dell’esame ed evitando di porsi continui dubbi relativi ad una scarsa preparazione, S. è riuscita a superare l’esame e a trovare una nuova modalità di studio in generale.

Come pensare in maniera positiva: una tecnica

Ad un altro paziente ho chiesto:

Cosa faresti di diverso se dovessi pensare in maniera positiva?

la risposta è stata “Farmi meno seghe mentali”. Al di là del simpatico epiteto, questa domanda è uno stimolo alla riflessione e ci aiuta a cercare le direzioni che dobbiamo prendere verso quelle decisioni funzionali in cui il pensiero trova una strada positiva, immagina lo scenario migliore e guida verso le soluzioni ottimali da raggiungere.

Scarica il mio corso gratuito sul pensiero per poter pensare in maniera positiva e mandami un feedback su come ti sei trovato durante il corso. Insieme possiamo anche iniziare un percorso di psicoterapia per riflettere in modo più efficace su come pensare in maniera efficace, chiamami al 340.41.90.915.

 

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Tag: ansia, coaching strategico, Pensiero efficace, Terapia Breve Strategica

Storie vere di Anoressia, è questo il focus dell’articolo di oggi, racconti di sofferenza e di grande dolore. Da molti anni lavoro con i disturbi del comportamento alimentare, l’esperienza maturata con questa problematica ha ulteriormente evidenziato e confermato il ruolo del cibo vissuto dai pazienti come minaccioso per la paura di ingrassare. Vi racconterò due storie, due percorsi di terapia che hanno permesso alle pazienti in questione di trovare nuovamente un benessere psicologico.

Storie vere di anoressia: la storia di N.

N. entra nel mio studio nel momento di maggiore difficoltà. Si sente bloccata, ha paura di mangiare. Ha l’impressione che i vestiti, seppure larghi, le stiano stretti. Mangia qualcosa a colazione, salta il pranzo e a cena si limita a qualche foglia di insalata. N. chiede di poter essere aiutata ma dentro di sé inconsciamente teme di non potercela fare.

“Mi sento grossa, se mangio potrei ingrassare”

In realtà vorrebbe mangiare, ma c’è come una forza che la blocca e non le permette di trovare piacere nel cibo. Il lavoro di terapia, in questa situazione, si è incentrato contemporaneamente sia sulla dinamica di ritrovare il piacere del cibo, sia sugli aspetti emotivi di sofferenza e rabbia. La profonda sofferenza, legata alla trappola in cui sente di essere cascata, la blocca ancora di più. In particolare c’è questa sensazione di essere sempre in una condizione di totale “controllo” di se stessa, che la fa stare male in quanto non riesce mai a lasciarsi andare serenamente nei confronti del cibo. Il lavoro terapeutico si è proprio incentrato sul favorire una nuova gestione della sua vita: emotiva, alimentare e relazionale . Ci sono ancora delle difficoltà da superare, ma il processo di cambiamento è iniziato e il circolo vizioso si sta trasformando in un nuovo circolo virtuoso.

Storie vere di anoressia: la storia di S.

La storia di S. è quella di una ragazza giovanissima, 14 anni, che si presenta in studio accompagnata dalla famiglia. Non si trova a suo agio, non vorrebbe essere nello studio dello psicologo, e non ne capisce il motivo. Le sue condizioni di salute non sono ancora critiche, tuttavia la preoccupazione dei genitori è ampiamente fondata. In questa situazione il lavoro in chiave terapeutica ha coinvolto in prima istanza la famiglia. I genitori, hanno esposto la situazione e si sono trovati direttamente coinvolti nel percorso di recupero di S., addirittura eletti al ruolo di “co-terapeuti”. Dopo alcune sedute iniziali nelle quali la ragazza non si lascia coinvolgere, alla fine S. decide di partecipare attivamente. Le indicazioni e i suggerimenti dati ai genitori hanno fatto il loro effetto. I genitori si sono “compattati” usando lo stesso un comune metodo di regole, alternando in maniera complementare stili relazionali differenti. Quando il papà assumeva un atteggiamento comprensivo, la madre imponeva una maggiore autorità. Viceversa, a ruoli invertiti, nel momento in cui il padre faceva rispettare le regole stabilite con il terapeuta, la mamma si rivelava più dolce e affettuosa. In alcuni momenti, invece, di comune accordo entrambi esercitavano la stessa modalità relazionale. Una vera e propria danza comunicativa che ha aiutato S. ad uscire dal suo guscio protettivo e ad iniziare a lavorare su se stessa. Al momento attuale la terapia si è conclusa ed S. è tornata ad un peso forma normale, ma soprattutto è l’equilibrio emotivo recuperato a fare la vera differenza.

Storie vere di anoressia e Terapia Breve Strategica

Queste storie di anoressia ci insegnano sia l’importanza del cibo che quella del piacere connesso con l’alimentazione. Ma anche l’importanza dei famigliari nel ruolo di supporto attivo verso il miglioramento del benessere psicologico del figlio/a. A conferma del fatto che in assoluto le dinamiche emotive sono fondamentali per la salute mentale e psicologica.

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Attraverso la Terapia Breve strategica ti aiuterò a superare le problematiche connesse con i disturbi del comportamento alimentare.

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Tag: anoressia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Il piacere del cibo

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Cinque passi per definire obiettivi raggiungibili

16 Aprile 2021

La paura di morire è una tipologia di sensazione che prima o poi nella nostra vita arriva. Soprattutto in questo periodo di pandemia, ci siamo ritrovati a pensare più spesso al nostro futuro in chiave negativa. La paura di morire è una tipologia di sensazione che le persone che soffrono di ansia e panico sperimentano spesso, vivendo la loro vita con grande difficoltà. In questo ultimo anno tutti ci siamo trovati a provare una analoga sensazione. Il Covid 19 ci ha messo di fronte al concetto di morte e fatto esperire cosa significhi la paura in un’ottica di sopravvivenza. Nell’articolo di oggi affronterò i temi della paura e della morte, sottolineandone l’evoluzione in un’ottica depressiva e di scoraggiamento generale. 

Paura di morire e paura di perdere il controllo

Un attacco di panico è la massima espressione della paura.  Chi ha vissuto un attacco di panico nella sua vita sa bene che la sensazione di paura alla base può esprimersi un due modalità. La prima è essenzialmente fisica: una sensazione di tachicardia, sudori freddi, tremori, sintomi che fanno sentire come se si stesse per morire. La seconda sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo e di se stessi, quasi di impazzire. Due emozioni che  nella loro massima espressione possono indurre un’esperienza di puro panico. 

Paura di morire e Covid

La paura di morire di malattia è una tipologia di paura specifica, che possiamo definire come ipocondria. Nel caso della paura delle malattie spesso la preoccupazione è legata alla gestione della condizione di malattia stessa. Nel caso del Covid, invece, la paura ha spostato decisamente i pensieri nella direzione del rischio di morte, creando sentimenti di vero e proprio panico.  Per cercare di fronteggiare e superare questi timori, la reazione emotiva ha comportato in qualche caso la comparsa di sentimenti contrastanti di apatia e anche di depressione

paura di morire

Covid e depressione

La depressione di cui parlo consiste in una condizione di scarsa voglia di fare, accompagnata anche da momenti di tristezza e di profonda sofferenza. L’immobilismo creato dal non poter uscire e vivere il quotidiano in totale normalità, ha determinato uno stravolgimento della nostra vita. L’ansia e la paura di morire, pur essendo sempre presenti, hanno dato sfogo a occasioni di grande rabbia, che si è esaurita in momenti di vuoto interiore. Molte persone soffrono, non vedono la possibilità di uscire da questa situazione: genitori ricoverati per Covid che non possono vedere i figli, persone che non riescono a lavorare o non trovano lavoro, studenti che non possono più frequentare la scuola e l’università. Tutte situazioni che dal punto di vista psicologico pesano in maniera importante, determinando condizioni di ansia, di depressione e poca voglia di vivere una vita attiva. 

La terapia breve strategica

Nella mia esperienza di questo ultimo anno ho seguito molte persone vittime di tali situazioni di ansia e depressione. Sono riuscito ad aiutarle, proponendo strategie pratiche, seguendole con continuità, supportando il loro stato d’animo emotivo e fornendo anche soluzioni efficaci. La strategia adottata è quella di lavorare sulla motivazione a vivere le giornate diversamente, cercando di favorire un nuovo equilibrio emotivo.

Se vuoi saperne di più scrivimi al 3404190915 per avere maggiori info oppure mandami una mail a studio@guidodacutipsicologo.it possiamo trovare soluzioni funzionali per superare la tua situazione di blocco emotivo, ansia e depressione.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, paura

Le storie di anoressia ai tempi del lockdown che vi racconterò in questo articolo, rimandano alla giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Il 15 marzo in occasione di questa giornata di sensibilizzazione, sul quotidiano “Il Messaggero” è comparso un articolo a firma E. Priolo dedicato alla storia di due ragazze che stanno combattendo la loro battaglia contro l’anoressia. In particolare la storia di Maria Elena è emblematica sia delle modalità subdole con le quali questa malattia prende possesso del nostro corpo e della nostra mente, sia della grande difficoltà di combatterla e venirne fuori. Ho deciso di proporre una rilettura di alcuni passaggi dell’intervista per spiegare in modo semplice la necessità di prestare la massima attenzione ai segnali di disagio dei nostri giovani nel campo dell’alimentazione.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: una diciottenne con problemi di anoressia

Maria Elena ha poco più di 18 anni quando si mette a dieta per problemi di
obesità. Durante il primo lockdown la solitudine la convince a mantenere una dieta ferrea per non perdere i risultati ottenuti. Inizia quindi ad allenarsi per due ore al giorno e a diminuire l’assunzione di carboidrati e proteine, fino a ridursi a mangiare solo verdura. La bilancia diventa il suo punto di riferimento quotidiano, il peso corporeo cala vistosamente ma lei continua a vedersi grassa allo specchio. Per ridurre ulteriormente il peso arriva ad autoindurre il vomito a seguito dell’assunzione di cibo. Ad un certo punto, però, la stanchezza fisica determina uno stato di tensione emotiva che la spinge ad aprirsi con la famiglia e successivamente ad accettare, non senza difficoltà, il ricovero in un Centro specializzato per i disturbi alimentari. Ora Maria Elena è sotto cura e migliora di giorno in giorno, è consapevole della battaglia difficile che sta conducendo ed è molto motivata. La guarigione è un traguardo alla sua portata.

Le diverse sfaccettature dell’anoressia

La storia di Maria Elena consente di fare alcune considerazioni di carattere
generale. Innanzi tutto è bene ricordare che l’anoressia è una patologia che si può presentare sotto varie forme. Le sue caratteristiche essenziali sono
associate ad una rapida e significativa perdita di peso corporeo. Il soggetto
anoressico è letteralmente ossessionato dalla ricerca della magrezza, dalla
paura di essere grasso o sovrappeso. In molti casi il soggetto anoressico si limita semplicemente a ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo, in altri invece accompagna tale abitudine con una forma di esercizio fisico intenso (es. ginnastica, sport aerobici, etc.) nell’idea di compensare con lo sforzo fisico quello che viene assunto come cibo. In altri casi ancora alterna periodi di forte restrizione alimentare a periodi di vere e proprie abbuffate di cibo, una patologia nota come “binge eating”. Infine esiste la variante del vomito autoindotto, nel quale come è facilmente intuibile, il soggetto compensa l’assunzione di cibo attraverso il vomito.
Se riflettiamo sul percorso di Maria Elena ci rendiamo conto che almeno due
delle varianti sopracitate sono presenti nel percorso della malattia: la dieta
ferrea accompagnata dall’esercizio fisico e successivamente il vomito
autoindotto.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: la prigione mentale

In questi periodi di lockdown e di limitazioni alla libertà di movimento, le problematiche relative ai disturbi alimentari si fanno ancora più frequenti. Non è esagerato parlare di “prigione mentale” a proposito dell’anoressia. Se ne accorge anche Maria Elena che nell’articolo di giornale commenta:

“il disturbo alimentare non viene dal cibo ma dalla mente”.

Nella cura dei disturbi alimentari è essenziale lavorare sulle modalità di percezione della realtà del soggetto anoressico, coinvolgendo anche gli stessi famigliari come supporto
attivo. I famigliari soprattutto sono in grado di riconoscere segnali quali la perdita dell’appetito, l’uso eccessivo della bilancia per controllare il peso, il ricorso a farmaci come i diuretici, etc., che possono rivelare l’esistenza di un problema. In presenza di tali situazioni è consigliabile rivolgersi prontamente all’assistenza di un esperto. In qualità di psicologo e psicoterapeuta, nei miei interventi contro i disturbi del comportamento alimentare applico i concetti della Terapia Breve
Strategica, che si rivela particolarmente efficace nelle forme di anoressia giovanile.

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Tag: anoressia, anoressia giovanile, Terapia Breve Strategica

Ansia e apatia sono due delle emozioni più diffuse soprattutto in questo periodo storico legato alla pandemia da Covid 19. In realtà non è la prima volta che vengo a contatto con queste due emozioni, anche prima del Covid ho svolto percorsi di terapia in cui la sensazione di apatia era strettamente connessa all’ansia. Nell’articolo di oggi vedremo nel dettaglio l’apatia e l’ansia e cercheremo di capire come sia possibile uscire da queste condizioni emotive così bloccanti ed invalidanti.

Ansia e apatia: conosciamole meglio

L’apatia consiste in una condizione di “mancanza di passione”. In altre parole quello che viene meno è la motivazione, lo stimolo ad agire, ad impegnarsi. E’ una sensazione diversa dalla pigrizia, che identifica la scarsa voglia di fare; l’apatia è proprio uno stato psicologico caratterizzato dalla mancanza di stimoli. Le cose che in precedenza ci rendevano felici, ci stimolavano, in uno stato di apatia ci lasciano indifferenti. Non si tratta di depressione, ma di un senso di vuoto nel quale non trovano spazio le emozioni. Di solito l’apatia insorge a causa di eventi scatenanti, ne è un esempio il Covid 19, oppure altri tipi di frustrazioni o delusioni. Un ambiente familiare poco stimolante con atteggiamenti e modalità di vita sociale pessimiste, possono portare in età adolescenziale o adulta a sviluppare un’apatia diffusa. In tempi di pandemia, poi, la voglia e le possibilità di uscire di casa diminuiscono notevolmente, e la stessa casa di trasforma in un luogo vuoto e privo di stimoli.

Ansia e apatia

Molti pazienti in questi mesi hanno riscontrato grandi difficoltà riferibli ad una condizione di apatia: assenza di desiderio e di motivazione. Il non poter sviluppare i propri progetti di lavoro e di vita ha determinato una sorta di immobilismo, che inevitabilmente è sconfinato in condizioni di ansia generalizzata, espressa sia a livello fisico che mentale. Una paura di perdere il controllo che non si riesce effettivamente a controllare, e si alimenta della stessa apatia. Un vero e proprio circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, soprattutto perchè non siamo aiutati dal contesto che ci circonda e dalla realtà di una chiusura forzata ormai molto prolungata.

Come superare l’apatia

Per superare l’apatia, e quindi combattere l’ansia che ne deriva, può essere utile costruire una nuova routine quotidiana. La nostra vita è completamente stravolta, non abbiamo più le stesse abitudini. Provare a programmare una nuova routine è molto importante, il consiglio è proprio quello di iniziare da piccoli obiettivi quotidiani, sforzandosi di insistere su cose nuove. Anche cose piccole da fare, ma che possano essere utili nel cambiare le abitudini. L’ansia a sua volta può rendere l’apatia ancora più forte ed invalidante. Se non provassimo apatia e ansia, se la nostra giornata fosse normale, che cosa faremmo di diverso? E’ una domanda che spesso consiglio di porsi alle persone interessate e ai pazienti, sia nei miei articoli che nei percorsi di psicoterapia, perchè può aiutare a trovare soluzioni efficaci e spingere nella direzione del cambiamento.

Quando i livelli di apatia sono eccessivi e l’ansia continua a crescere ritengo fondamentale un percorso di psicoterapia breve strategica che consenta di abbassare il livello di inquietudine e di ritrovare la giusta energia. Superare l’ansia e l’apatia è possibile, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: apatia, coronavirus, paura

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata è il tema dell’ultima intervista che ho svolto con Oliunid Italia, il sito e-commerce specializzato in materiale d’arrampicata, di seguito il testo integrale.

Intervista

E’ da poco uscito il film documentario Light, che porta sotto i riflettori il tema delicatissimo dell’anoressia tra le arrampicatrici agoniste. Abbiamo chiesto un parere al Dr. Guido D’Acuti. Light è un film documentario di recente pubblicazione che affronta un tema molto delicato: quello dell’anoressia tra le arrampicatrici professioniste. Il film, curato da Caroline Treadway, racconta nello specifico le esperienze di Angie Payne, Emily Harrington e dell’arrampicatore Kai Lightner, portando alla luce alcuni disturbi del comportamento alimentare comuni anche a sportivi non professionisti e a tantissime ragazze in età preadolescenziale ed adolescenziale.

Il Dr. Guido D’Acuti è già stato nostro ospite per parlarci di vari temi relativi alla psicologia dello sport e può confermarsi la persona più adatta per fare chiarezza su alcuni degli aspetti legati al disturbo del comportamento alimentare in arrampicata. Con il suo e-book:

“Il Piacere del cibo”

gratuitamente scaricabile dal suo sito, ci introduce infatti al mondo dell’anoressia giovanile: lo prendiamo come spunto per approfondire questo tema dal punto di visto più strettamente “sportivo”.

Buongiorno Guido, bentornato! Abbiamo visto che recentemente sei stato a Lumignano! Come è andata?

Benissimo! Ero un po arrugginito ma devo dire che ne avevo davvero bisogno, la roccia fa miracoli per quello che riguarda il benessere psicologico. Grazie mille come sempre per la possibilità di condividere con voi e con i lettori idee di principio, partendo da una prospettiva psicologica.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Da arrampicatore, e da psicologo con un’esperienza pluriennale nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sicuramente non sarai stupito da quanto viene messo sotto ai riflettori dal documentario Light. Forse in arrampicata, più che in altri sport, si è portati a pensare che la leggerezza possa aiutarci a salire più fluidamente su alcuni tipi di vie. Tu cosa ne pensi?

Credo che il focus debba essere posto non tanto sulla leggerezza fisica quanto su altri aspetti. E’ indubbio che sentirsi leggeri ed in forma può essere d’aiuto, tuttavia è importante puntare su aspetti più rilevanti. La tranquillità psicologica, la tecnica e la performance. Il fisico ha sicuramente un ruolo essenziale, tuttavia la cosa fondamentale è non entrare nel circolo vizioso di dover essere magro a tutti i costi per poter arrampicare. Dobbiamo pensare allo sport e all’arrampicata come ad un momento significativo per la nostra salute ed il nostro benessere. Lo sport deve essere vissuto come un’esperienza che ci fa stare bene, non come un modo per dimagrire, non prendere peso o addirittura perderlo. Se arrampicare, o fare sport in generale, crea difficoltà per quello che riguarda la dinamica alimentare è importante fermarsi a riflettere e lavorare sul modo di trovare nuovamente un equilibrio psicologico.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Nel documentario le atlete raccontano i lati negativi di un’alimentazione insufficiente, ma anche quei traguardi che le portavano a perseguire su quella strada (con prezzi da pagare per la salute fisica generale piuttosto alti). Pensi che una delle cause di questo problema così diffuso in arrampicata possa essere l’apparente guadagno immediato che ne deriva?

Sicuramente! Nell’immediato non mangiare porta paradossalmente a sentirsi meglio. La mente è più lucida, la stanchezza non viene percepita, si prova come la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Il problema è ovviamente nel lungo periodo. In primo luogo perchè non si riesce più a riprendere un’alimentazione regolare, e poi perchè gli effetti paradossalmente benefici del non mangiare pian piano non si avvertono più. La fatica a tornare alla normalità è tanta, mentalmente il pensiero spinge in direzione contraria rispetto al mangiare con regolarità, creando sensi di colpa ed emozioni contrastanti.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Spoileriamo una frase del documentario in cui Angela Payne dichiara come la sensazione di sentirsi forte sui boulder sia di gran lunga più appagante del sentirsi leggera. In quale modo è possibile fare un cambio di rotta per rendere più consapevoli le arrampicatrici che ci sono altri modi per raggiungere i propri obiettivi?

Il primo passo nel campo dell’alimentazione è quello di lavorare sul piacere. Un piacere a 360 gradi che deve estendersi anche alla dinamica sportiva, così da trasformarsi in “forza”. Il piacere è una dinamica particolare, spesso non connessa con la fatica e la forza. Invece il messaggio che vorrei veicolare è di cercare di vivere e cercare il piacere sia nell’alimentazione che nello sport. In ogni gesto sportivo, anche ad alti livelli, sono la motivazione e la dimensione psicologica del piacere a condurre a grandi risultati.

Una delle sezioni più interessanti del film racconta come la “trappola” del perdere peso sia un processo che arriva di soppiatto, iniziando ad arrivare più o meno consapevolmente così tardi a casa da saltare direttamente la cena, e proseguendo con lunghe giornate in falesia senza cibo nello zaino ed altri “piccoli gesti” che sommandosi portano ad una situazione molto precaria. Pensi che da amico, o da genitore, sia possibile accorgersi per tempo di questi segnali non troppo evidenti?

E’ proprio così: una trappola, che paradossalmente ci costruiamo da soli e dalla quale poi fatichiamo ad uscire. Ci sono degli segnali che consentono di capire quello che sta succedendo, ad esempio a tavola il fatto di masticare molto lentamente, oppure quello di andare subito in bagno dopo aver mangiato,magari per espellere il cibo attraverso il vomito autoindotto. Oppure anche il bere grandi quantità di acqua che fanno sentire pieni ma che non nutrono realmente. Lo sport spesso diventa un modo per perdere le calorie assunte durante i pasti, ma quando l’attività fisica diventa il motivo che spinge a non mangiare rischiamo davvero di trasformare la trappola in qualcosa di impenetrabile. In situazioni come queste il consiglio più sincero è sempre quello di rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi con chi conosce a fondo la problematica e può darci una mano ad iniziare un percorso di cambiamento. Spesso mi succede di ricevere delle telefonate su problematiche di disturbi alimentari e di indirizzare le persone fornendo dei consigli che ritengo preziosi o quanto meno utili. Nel caso aveste un familiare con problematiche alimentari non preoccupatevi nel chiedere consiglio ad uno specialista, la chiamata non ha costo e può rivelarsi significativa per indirizzarvi nella corretta direzione

Secondo te le atlete coinvolte in prima persona ne sono sempre consapevoli o in un primo momento si attua quasi un meccanismo inconscio?

Essere consapevoli di situazioni così complesse non è semplice. In un primo momento è sicuramente un processo inconsapevole e purtroppo, una volta costruitasi la “trappola”, poi uscirne diventa difficile. All’interno dei miei percorsi di psicoterapia applico un concetto fondamentale, quello di iniziare con l’aumento della consapevolezza del rapporto fra il cibo e le proprie emozioni. E’ l’inizio del viaggio per il cambiamento verso l’equilibrio delle abitudini alimentari.

Grazie Guido come sempre per il tuo parere! A presto!

Grazie a voi e alla prossima intervista! Nel frattempo per chi avesse piacere di contattarmi ecco i miei contatti: 340.41.90.915 oppure via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

 

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Tag: anoressia, arrampicata, disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo è la giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, la giornata del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Ho deciso di dare il mio contributo raccontando la storia di un paziente, che negli anni ha sviluppato e superato una problematica connessa con l’alimentazione. Racconto una storia vera perchè credo sia fondamentale dare anche una speranza positiva. Uscire da una problematica di disturbo del comportamento alimentare è possibile. Mi piace essere positivo, trovare le soluzioni di fronte a problemi complessi, riportare il benessere psicologico in quelle situazioni in cui il cibo si è trasformato in una prigione.

Mangiare e vomitare, quando il cibo diventa un piacere insostenibile

La storia di R. (nome di fantasia), racconta di un giovane uomo che dopo essere arrivato ad un peso di quasi 100 kg, decide di mettersi a dieta e di ritrovare il benessere fisico. Una missione che sembra impossibile, un desiderio il suo che sembra irrealizzabile. Ed invece mese dopo mese, chilo dopo chilo, ritrova lentamente una forma fisica decente ed insperata.

Disturbi alimentari e la perdita di controllo

Tuttavia l’eccessiva ricerca del controllo alimentare, conduce paradossalmente ad una perdita di controllo. R. si ritrova in piena notte ad abbuffarsi di “cibo spazzatura”. Il senso di colpa dovuto a questi momenti di trasgressione totale lo spingono a vomitare dopo essersi abbuffato. R. trova nel vomito un momento di estasi e pace. Mangia, vomita e perde ancora più peso. Una soluzione quasi ideale, tuttavia però senza accorgersene diventa dipendente dal binomio mangiare e vomitare. Un’accoppiata molto pericolosa, che in apparenza lo calma e gli permette di non aumentare di peso, mangiando anche qualcosa in più di quanto previsto.

Motivazione e Aiuto

Un circolo vizioso infernale che ad un certo punto lo spinge a cercare il sostegno di amici e parenti. In un primo momento R. si sente restio a chiedere aiuto, sia per la paura di essere giudicato che perchè non ritiene possibile che qualcuno lo possa realmente supportare. Spesso è proprio l’impossibilità di immaginare soluzioni funzionali che spinge a rimanere nel proprio circolo vizioso. In questo caso invece la spinta motivazionale dei famigliari che lo hanno convinto ad incontrare lo psicologo ha favorito un cambiamento della situazione. R. ha quindi intrapreso insieme a me e alla famiglia stessa un percorso di psicoterapia e lo ha anche concluso con successo. Il peso non è più un problema, nel senso che ha trovato il giusto peso forma. Mangia con piacere, evitando la carne ma concedendosi dolci, pizza e anche patatine fritte. Rispettando però in maniera equilibrata un’alimentazione corretta, che prevede anche trasgressioni e momenti di intenso piacere.

Giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari

La storia che vi ho raccontato è una storia vera in cui si può intravedere una speranza. La giusta motivazione può spingerci a chiedere aiuto, a trovare soluzioni funzionali, a vedere le cose positive che normalmente non sono così evidenti. La storia di R. in questi giorni che precedono il 15 marzo deve rappresentare uno stimolo per tutti coloro che si trovano dentro la prigione del cibo, che non vedono speranze e non pensano di potercela fare. E’ il mio contributo personale per aiutarvi e sensibilizzare tutti nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Per chi volesse avere maggiori informazioni clicca in questo link per scaricare il mio ebook gratuito: “Il Piacere del Cibo”.

 

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, giornata del fiocchetto lilla

Come pensare in maniera positiva? Questa è la domanda a cui cercheremo di rispondere nell’articolo di oggi. Il pensiero è una risorsa inestimabile. In ogni momento della nostra vita stiamo progettando, pensando, riflettendo su qualcosa. E in ogni nostra riflessione le nostre modalità di pensare portano a vedere le cose sia in maniera positiva che anche negativa. La realtà che circonda può essere percepita in modalità completamente differenti. Il nostro pensiero rientra all’interno di questo processo di percezione della realtà, orientandone il significato. Se ad esempio ci sembra di non essere del tutto preparati per un colloquio di lavoro, riusciremo a sentirci in difficoltà e in difetto prima ancora di affrontarlo. Se invece riusciamo ad invertire il flusso e a pensare positivamente, arriveremo al colloquio con un piglio diverso, propositivo e vincente. Al contrario, quando il nostro pensiero rafforza la percezione di non essere all’altezza del selezionatore, durante il colloquio rischiamo di confermare il fallimento.

Il paradosso dell’iper-razionalizzazione

Spesso è proprio chiedendosi cosa sia giusto fare oppure non fare che entriamo in blocco. Cercare di analizzare la situazione da moltissimi punti di vista differenti alla lunga può diventare limitante e bloccare l’azione. Una profonda insistita ricerca di tutte le soluzioni possibili e corrette, mettendo in dubbio le nostre scelte, rischia di produrre un vortice nel quale si tende a perdersi. Non sto sostenendo che prendere in esame più possibili direzioni non sia una modalità corretta. Bensì il fatto che l’eccesso di questa modalità di pensiero può diventare limitante, può aumentare il senso di confusione e addirittura portare al paradosso di una incapacità decisionale.

Come pensare in maniera positiva: un esempio

Superare l’iper-razionalizzazione non è semplice, soprattutto quando siamo alla ricerca di un totale controllo in ogni situazione. S. (nome di fantasia) sta studiando per affrontare alcuni esami all’università. Ogni giorno studia in maniera incessante, quasi senza pause, arrivando a concentrarsi per più di 10 ore al giorno. Il suo problema è l’ossessiva ricerca di controllo per ogni tipo di argomento d’esame. In questo caso il pensiero rende lo studio qualcosa di impossibile. Ogni approfondimento richiede uno sforzo incredibile, così come la ricerca di ogni piccola precisazione nascosta negli appunti. In questa situazione l’iper-razionalizzazione, intesa come il tentativo di dominare ogni aspetto è praticamente impossibile. Il pensiero spinge S. verso direzioni di tentato controllo che non sono realmente funzionali. Nel senso che cercare di anticipare ogni contenuto anche minore per l’esame, per eliminare il dubbio di non avere una preparazione totale, rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario.

L’iper-razionalizzazione crea ostacoli che non permettono di pensare positivamente. In questo caso specifico, riducendo le ore di studio, concentrandosi sui temi propri dell’esame ed evitando di porsi continui dubbi relativi ad una scarsa preparazione, S. è riuscita a superare l’esame e a trovare una nuova modalità di studio in generale.

Come pensare in maniera positiva: una tecnica

Ad un altro paziente ho chiesto:

Cosa faresti di diverso se dovessi pensare in maniera positiva?

la risposta è stata “Farmi meno seghe mentali”. Al di là del simpatico epiteto, questa domanda è uno stimolo alla riflessione e ci aiuta a cercare le direzioni che dobbiamo prendere verso quelle decisioni funzionali in cui il pensiero trova una strada positiva, immagina lo scenario migliore e guida verso le soluzioni ottimali da raggiungere.

Scarica il mio corso gratuito sul pensiero per poter pensare in maniera positiva e mandami un feedback su come ti sei trovato durante il corso. Insieme possiamo anche iniziare un percorso di psicoterapia per riflettere in modo più efficace su come pensare in maniera efficace, chiamami al 340.41.90.915.

 

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Tag: ansia, coaching strategico, Pensiero efficace, Terapia Breve Strategica

Storie vere di Anoressia, è questo il focus dell’articolo di oggi, racconti di sofferenza e di grande dolore. Da molti anni lavoro con i disturbi del comportamento alimentare, l’esperienza maturata con questa problematica ha ulteriormente evidenziato e confermato il ruolo del cibo vissuto dai pazienti come minaccioso per la paura di ingrassare. Vi racconterò due storie, due percorsi di terapia che hanno permesso alle pazienti in questione di trovare nuovamente un benessere psicologico.

Storie vere di anoressia: la storia di N.

N. entra nel mio studio nel momento di maggiore difficoltà. Si sente bloccata, ha paura di mangiare. Ha l’impressione che i vestiti, seppure larghi, le stiano stretti. Mangia qualcosa a colazione, salta il pranzo e a cena si limita a qualche foglia di insalata. N. chiede di poter essere aiutata ma dentro di sé inconsciamente teme di non potercela fare.

“Mi sento grossa, se mangio potrei ingrassare”

In realtà vorrebbe mangiare, ma c’è come una forza che la blocca e non le permette di trovare piacere nel cibo. Il lavoro di terapia, in questa situazione, si è incentrato contemporaneamente sia sulla dinamica di ritrovare il piacere del cibo, sia sugli aspetti emotivi di sofferenza e rabbia. La profonda sofferenza, legata alla trappola in cui sente di essere cascata, la blocca ancora di più. In particolare c’è questa sensazione di essere sempre in una condizione di totale “controllo” di se stessa, che la fa stare male in quanto non riesce mai a lasciarsi andare serenamente nei confronti del cibo. Il lavoro terapeutico si è proprio incentrato sul favorire una nuova gestione della sua vita: emotiva, alimentare e relazionale . Ci sono ancora delle difficoltà da superare, ma il processo di cambiamento è iniziato e il circolo vizioso si sta trasformando in un nuovo circolo virtuoso.

Storie vere di anoressia: la storia di S.

La storia di S. è quella di una ragazza giovanissima, 14 anni, che si presenta in studio accompagnata dalla famiglia. Non si trova a suo agio, non vorrebbe essere nello studio dello psicologo, e non ne capisce il motivo. Le sue condizioni di salute non sono ancora critiche, tuttavia la preoccupazione dei genitori è ampiamente fondata. In questa situazione il lavoro in chiave terapeutica ha coinvolto in prima istanza la famiglia. I genitori, hanno esposto la situazione e si sono trovati direttamente coinvolti nel percorso di recupero di S., addirittura eletti al ruolo di “co-terapeuti”. Dopo alcune sedute iniziali nelle quali la ragazza non si lascia coinvolgere, alla fine S. decide di partecipare attivamente. Le indicazioni e i suggerimenti dati ai genitori hanno fatto il loro effetto. I genitori si sono “compattati” usando lo stesso un comune metodo di regole, alternando in maniera complementare stili relazionali differenti. Quando il papà assumeva un atteggiamento comprensivo, la madre imponeva una maggiore autorità. Viceversa, a ruoli invertiti, nel momento in cui il padre faceva rispettare le regole stabilite con il terapeuta, la mamma si rivelava più dolce e affettuosa. In alcuni momenti, invece, di comune accordo entrambi esercitavano la stessa modalità relazionale. Una vera e propria danza comunicativa che ha aiutato S. ad uscire dal suo guscio protettivo e ad iniziare a lavorare su se stessa. Al momento attuale la terapia si è conclusa ed S. è tornata ad un peso forma normale, ma soprattutto è l’equilibrio emotivo recuperato a fare la vera differenza.

Storie vere di anoressia e Terapia Breve Strategica

Queste storie di anoressia ci insegnano sia l’importanza del cibo che quella del piacere connesso con l’alimentazione. Ma anche l’importanza dei famigliari nel ruolo di supporto attivo verso il miglioramento del benessere psicologico del figlio/a. A conferma del fatto che in assoluto le dinamiche emotive sono fondamentali per la salute mentale e psicologica.

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Attraverso la Terapia Breve strategica ti aiuterò a superare le problematiche connesse con i disturbi del comportamento alimentare.

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Tag: anoressia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Il piacere del cibo

Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia strategica favorisce un nuovo benessere alimentare.

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Cinque passi per definire obiettivi raggiungibili

16 Aprile 2021

La paura di morire è una tipologia di sensazione che prima o poi nella nostra vita arriva. Soprattutto in questo periodo di pandemia, ci siamo ritrovati a pensare più spesso al nostro futuro in chiave negativa. La paura di morire è una tipologia di sensazione che le persone che soffrono di ansia e panico sperimentano spesso, vivendo la loro vita con grande difficoltà. In questo ultimo anno tutti ci siamo trovati a provare una analoga sensazione. Il Covid 19 ci ha messo di fronte al concetto di morte e fatto esperire cosa significhi la paura in un’ottica di sopravvivenza. Nell’articolo di oggi affronterò i temi della paura e della morte, sottolineandone l’evoluzione in un’ottica depressiva e di scoraggiamento generale. 

Paura di morire e paura di perdere il controllo

Un attacco di panico è la massima espressione della paura.  Chi ha vissuto un attacco di panico nella sua vita sa bene che la sensazione di paura alla base può esprimersi un due modalità. La prima è essenzialmente fisica: una sensazione di tachicardia, sudori freddi, tremori, sintomi che fanno sentire come se si stesse per morire. La seconda sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo e di se stessi, quasi di impazzire. Due emozioni che  nella loro massima espressione possono indurre un’esperienza di puro panico. 

Paura di morire e Covid

La paura di morire di malattia è una tipologia di paura specifica, che possiamo definire come ipocondria. Nel caso della paura delle malattie spesso la preoccupazione è legata alla gestione della condizione di malattia stessa. Nel caso del Covid, invece, la paura ha spostato decisamente i pensieri nella direzione del rischio di morte, creando sentimenti di vero e proprio panico.  Per cercare di fronteggiare e superare questi timori, la reazione emotiva ha comportato in qualche caso la comparsa di sentimenti contrastanti di apatia e anche di depressione

paura di morire

Covid e depressione

La depressione di cui parlo consiste in una condizione di scarsa voglia di fare, accompagnata anche da momenti di tristezza e di profonda sofferenza. L’immobilismo creato dal non poter uscire e vivere il quotidiano in totale normalità, ha determinato uno stravolgimento della nostra vita. L’ansia e la paura di morire, pur essendo sempre presenti, hanno dato sfogo a occasioni di grande rabbia, che si è esaurita in momenti di vuoto interiore. Molte persone soffrono, non vedono la possibilità di uscire da questa situazione: genitori ricoverati per Covid che non possono vedere i figli, persone che non riescono a lavorare o non trovano lavoro, studenti che non possono più frequentare la scuola e l’università. Tutte situazioni che dal punto di vista psicologico pesano in maniera importante, determinando condizioni di ansia, di depressione e poca voglia di vivere una vita attiva. 

La terapia breve strategica

Nella mia esperienza di questo ultimo anno ho seguito molte persone vittime di tali situazioni di ansia e depressione. Sono riuscito ad aiutarle, proponendo strategie pratiche, seguendole con continuità, supportando il loro stato d’animo emotivo e fornendo anche soluzioni efficaci. La strategia adottata è quella di lavorare sulla motivazione a vivere le giornate diversamente, cercando di favorire un nuovo equilibrio emotivo.

Se vuoi saperne di più scrivimi al 3404190915 per avere maggiori info oppure mandami una mail a studio@guidodacutipsicologo.it possiamo trovare soluzioni funzionali per superare la tua situazione di blocco emotivo, ansia e depressione.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, paura

Le storie di anoressia ai tempi del lockdown che vi racconterò in questo articolo, rimandano alla giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Il 15 marzo in occasione di questa giornata di sensibilizzazione, sul quotidiano “Il Messaggero” è comparso un articolo a firma E. Priolo dedicato alla storia di due ragazze che stanno combattendo la loro battaglia contro l’anoressia. In particolare la storia di Maria Elena è emblematica sia delle modalità subdole con le quali questa malattia prende possesso del nostro corpo e della nostra mente, sia della grande difficoltà di combatterla e venirne fuori. Ho deciso di proporre una rilettura di alcuni passaggi dell’intervista per spiegare in modo semplice la necessità di prestare la massima attenzione ai segnali di disagio dei nostri giovani nel campo dell’alimentazione.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: una diciottenne con problemi di anoressia

Maria Elena ha poco più di 18 anni quando si mette a dieta per problemi di
obesità. Durante il primo lockdown la solitudine la convince a mantenere una dieta ferrea per non perdere i risultati ottenuti. Inizia quindi ad allenarsi per due ore al giorno e a diminuire l’assunzione di carboidrati e proteine, fino a ridursi a mangiare solo verdura. La bilancia diventa il suo punto di riferimento quotidiano, il peso corporeo cala vistosamente ma lei continua a vedersi grassa allo specchio. Per ridurre ulteriormente il peso arriva ad autoindurre il vomito a seguito dell’assunzione di cibo. Ad un certo punto, però, la stanchezza fisica determina uno stato di tensione emotiva che la spinge ad aprirsi con la famiglia e successivamente ad accettare, non senza difficoltà, il ricovero in un Centro specializzato per i disturbi alimentari. Ora Maria Elena è sotto cura e migliora di giorno in giorno, è consapevole della battaglia difficile che sta conducendo ed è molto motivata. La guarigione è un traguardo alla sua portata.

Le diverse sfaccettature dell’anoressia

La storia di Maria Elena consente di fare alcune considerazioni di carattere
generale. Innanzi tutto è bene ricordare che l’anoressia è una patologia che si può presentare sotto varie forme. Le sue caratteristiche essenziali sono
associate ad una rapida e significativa perdita di peso corporeo. Il soggetto
anoressico è letteralmente ossessionato dalla ricerca della magrezza, dalla
paura di essere grasso o sovrappeso. In molti casi il soggetto anoressico si limita semplicemente a ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo, in altri invece accompagna tale abitudine con una forma di esercizio fisico intenso (es. ginnastica, sport aerobici, etc.) nell’idea di compensare con lo sforzo fisico quello che viene assunto come cibo. In altri casi ancora alterna periodi di forte restrizione alimentare a periodi di vere e proprie abbuffate di cibo, una patologia nota come “binge eating”. Infine esiste la variante del vomito autoindotto, nel quale come è facilmente intuibile, il soggetto compensa l’assunzione di cibo attraverso il vomito.
Se riflettiamo sul percorso di Maria Elena ci rendiamo conto che almeno due
delle varianti sopracitate sono presenti nel percorso della malattia: la dieta
ferrea accompagnata dall’esercizio fisico e successivamente il vomito
autoindotto.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: la prigione mentale

In questi periodi di lockdown e di limitazioni alla libertà di movimento, le problematiche relative ai disturbi alimentari si fanno ancora più frequenti. Non è esagerato parlare di “prigione mentale” a proposito dell’anoressia. Se ne accorge anche Maria Elena che nell’articolo di giornale commenta:

“il disturbo alimentare non viene dal cibo ma dalla mente”.

Nella cura dei disturbi alimentari è essenziale lavorare sulle modalità di percezione della realtà del soggetto anoressico, coinvolgendo anche gli stessi famigliari come supporto
attivo. I famigliari soprattutto sono in grado di riconoscere segnali quali la perdita dell’appetito, l’uso eccessivo della bilancia per controllare il peso, il ricorso a farmaci come i diuretici, etc., che possono rivelare l’esistenza di un problema. In presenza di tali situazioni è consigliabile rivolgersi prontamente all’assistenza di un esperto. In qualità di psicologo e psicoterapeuta, nei miei interventi contro i disturbi del comportamento alimentare applico i concetti della Terapia Breve
Strategica, che si rivela particolarmente efficace nelle forme di anoressia giovanile.

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Tag: anoressia, anoressia giovanile, Terapia Breve Strategica

Ansia e apatia sono due delle emozioni più diffuse soprattutto in questo periodo storico legato alla pandemia da Covid 19. In realtà non è la prima volta che vengo a contatto con queste due emozioni, anche prima del Covid ho svolto percorsi di terapia in cui la sensazione di apatia era strettamente connessa all’ansia. Nell’articolo di oggi vedremo nel dettaglio l’apatia e l’ansia e cercheremo di capire come sia possibile uscire da queste condizioni emotive così bloccanti ed invalidanti.

Ansia e apatia: conosciamole meglio

L’apatia consiste in una condizione di “mancanza di passione”. In altre parole quello che viene meno è la motivazione, lo stimolo ad agire, ad impegnarsi. E’ una sensazione diversa dalla pigrizia, che identifica la scarsa voglia di fare; l’apatia è proprio uno stato psicologico caratterizzato dalla mancanza di stimoli. Le cose che in precedenza ci rendevano felici, ci stimolavano, in uno stato di apatia ci lasciano indifferenti. Non si tratta di depressione, ma di un senso di vuoto nel quale non trovano spazio le emozioni. Di solito l’apatia insorge a causa di eventi scatenanti, ne è un esempio il Covid 19, oppure altri tipi di frustrazioni o delusioni. Un ambiente familiare poco stimolante con atteggiamenti e modalità di vita sociale pessimiste, possono portare in età adolescenziale o adulta a sviluppare un’apatia diffusa. In tempi di pandemia, poi, la voglia e le possibilità di uscire di casa diminuiscono notevolmente, e la stessa casa di trasforma in un luogo vuoto e privo di stimoli.

Ansia e apatia

Molti pazienti in questi mesi hanno riscontrato grandi difficoltà riferibli ad una condizione di apatia: assenza di desiderio e di motivazione. Il non poter sviluppare i propri progetti di lavoro e di vita ha determinato una sorta di immobilismo, che inevitabilmente è sconfinato in condizioni di ansia generalizzata, espressa sia a livello fisico che mentale. Una paura di perdere il controllo che non si riesce effettivamente a controllare, e si alimenta della stessa apatia. Un vero e proprio circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, soprattutto perchè non siamo aiutati dal contesto che ci circonda e dalla realtà di una chiusura forzata ormai molto prolungata.

Come superare l’apatia

Per superare l’apatia, e quindi combattere l’ansia che ne deriva, può essere utile costruire una nuova routine quotidiana. La nostra vita è completamente stravolta, non abbiamo più le stesse abitudini. Provare a programmare una nuova routine è molto importante, il consiglio è proprio quello di iniziare da piccoli obiettivi quotidiani, sforzandosi di insistere su cose nuove. Anche cose piccole da fare, ma che possano essere utili nel cambiare le abitudini. L’ansia a sua volta può rendere l’apatia ancora più forte ed invalidante. Se non provassimo apatia e ansia, se la nostra giornata fosse normale, che cosa faremmo di diverso? E’ una domanda che spesso consiglio di porsi alle persone interessate e ai pazienti, sia nei miei articoli che nei percorsi di psicoterapia, perchè può aiutare a trovare soluzioni efficaci e spingere nella direzione del cambiamento.

Quando i livelli di apatia sono eccessivi e l’ansia continua a crescere ritengo fondamentale un percorso di psicoterapia breve strategica che consenta di abbassare il livello di inquietudine e di ritrovare la giusta energia. Superare l’ansia e l’apatia è possibile, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: apatia, coronavirus, paura

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata è il tema dell’ultima intervista che ho svolto con Oliunid Italia, il sito e-commerce specializzato in materiale d’arrampicata, di seguito il testo integrale.

Intervista

E’ da poco uscito il film documentario Light, che porta sotto i riflettori il tema delicatissimo dell’anoressia tra le arrampicatrici agoniste. Abbiamo chiesto un parere al Dr. Guido D’Acuti. Light è un film documentario di recente pubblicazione che affronta un tema molto delicato: quello dell’anoressia tra le arrampicatrici professioniste. Il film, curato da Caroline Treadway, racconta nello specifico le esperienze di Angie Payne, Emily Harrington e dell’arrampicatore Kai Lightner, portando alla luce alcuni disturbi del comportamento alimentare comuni anche a sportivi non professionisti e a tantissime ragazze in età preadolescenziale ed adolescenziale.

Il Dr. Guido D’Acuti è già stato nostro ospite per parlarci di vari temi relativi alla psicologia dello sport e può confermarsi la persona più adatta per fare chiarezza su alcuni degli aspetti legati al disturbo del comportamento alimentare in arrampicata. Con il suo e-book:

“Il Piacere del cibo”

gratuitamente scaricabile dal suo sito, ci introduce infatti al mondo dell’anoressia giovanile: lo prendiamo come spunto per approfondire questo tema dal punto di visto più strettamente “sportivo”.

Buongiorno Guido, bentornato! Abbiamo visto che recentemente sei stato a Lumignano! Come è andata?

Benissimo! Ero un po arrugginito ma devo dire che ne avevo davvero bisogno, la roccia fa miracoli per quello che riguarda il benessere psicologico. Grazie mille come sempre per la possibilità di condividere con voi e con i lettori idee di principio, partendo da una prospettiva psicologica.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Da arrampicatore, e da psicologo con un’esperienza pluriennale nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sicuramente non sarai stupito da quanto viene messo sotto ai riflettori dal documentario Light. Forse in arrampicata, più che in altri sport, si è portati a pensare che la leggerezza possa aiutarci a salire più fluidamente su alcuni tipi di vie. Tu cosa ne pensi?

Credo che il focus debba essere posto non tanto sulla leggerezza fisica quanto su altri aspetti. E’ indubbio che sentirsi leggeri ed in forma può essere d’aiuto, tuttavia è importante puntare su aspetti più rilevanti. La tranquillità psicologica, la tecnica e la performance. Il fisico ha sicuramente un ruolo essenziale, tuttavia la cosa fondamentale è non entrare nel circolo vizioso di dover essere magro a tutti i costi per poter arrampicare. Dobbiamo pensare allo sport e all’arrampicata come ad un momento significativo per la nostra salute ed il nostro benessere. Lo sport deve essere vissuto come un’esperienza che ci fa stare bene, non come un modo per dimagrire, non prendere peso o addirittura perderlo. Se arrampicare, o fare sport in generale, crea difficoltà per quello che riguarda la dinamica alimentare è importante fermarsi a riflettere e lavorare sul modo di trovare nuovamente un equilibrio psicologico.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Nel documentario le atlete raccontano i lati negativi di un’alimentazione insufficiente, ma anche quei traguardi che le portavano a perseguire su quella strada (con prezzi da pagare per la salute fisica generale piuttosto alti). Pensi che una delle cause di questo problema così diffuso in arrampicata possa essere l’apparente guadagno immediato che ne deriva?

Sicuramente! Nell’immediato non mangiare porta paradossalmente a sentirsi meglio. La mente è più lucida, la stanchezza non viene percepita, si prova come la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Il problema è ovviamente nel lungo periodo. In primo luogo perchè non si riesce più a riprendere un’alimentazione regolare, e poi perchè gli effetti paradossalmente benefici del non mangiare pian piano non si avvertono più. La fatica a tornare alla normalità è tanta, mentalmente il pensiero spinge in direzione contraria rispetto al mangiare con regolarità, creando sensi di colpa ed emozioni contrastanti.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Spoileriamo una frase del documentario in cui Angela Payne dichiara come la sensazione di sentirsi forte sui boulder sia di gran lunga più appagante del sentirsi leggera. In quale modo è possibile fare un cambio di rotta per rendere più consapevoli le arrampicatrici che ci sono altri modi per raggiungere i propri obiettivi?

Il primo passo nel campo dell’alimentazione è quello di lavorare sul piacere. Un piacere a 360 gradi che deve estendersi anche alla dinamica sportiva, così da trasformarsi in “forza”. Il piacere è una dinamica particolare, spesso non connessa con la fatica e la forza. Invece il messaggio che vorrei veicolare è di cercare di vivere e cercare il piacere sia nell’alimentazione che nello sport. In ogni gesto sportivo, anche ad alti livelli, sono la motivazione e la dimensione psicologica del piacere a condurre a grandi risultati.

Una delle sezioni più interessanti del film racconta come la “trappola” del perdere peso sia un processo che arriva di soppiatto, iniziando ad arrivare più o meno consapevolmente così tardi a casa da saltare direttamente la cena, e proseguendo con lunghe giornate in falesia senza cibo nello zaino ed altri “piccoli gesti” che sommandosi portano ad una situazione molto precaria. Pensi che da amico, o da genitore, sia possibile accorgersi per tempo di questi segnali non troppo evidenti?

E’ proprio così: una trappola, che paradossalmente ci costruiamo da soli e dalla quale poi fatichiamo ad uscire. Ci sono degli segnali che consentono di capire quello che sta succedendo, ad esempio a tavola il fatto di masticare molto lentamente, oppure quello di andare subito in bagno dopo aver mangiato,magari per espellere il cibo attraverso il vomito autoindotto. Oppure anche il bere grandi quantità di acqua che fanno sentire pieni ma che non nutrono realmente. Lo sport spesso diventa un modo per perdere le calorie assunte durante i pasti, ma quando l’attività fisica diventa il motivo che spinge a non mangiare rischiamo davvero di trasformare la trappola in qualcosa di impenetrabile. In situazioni come queste il consiglio più sincero è sempre quello di rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi con chi conosce a fondo la problematica e può darci una mano ad iniziare un percorso di cambiamento. Spesso mi succede di ricevere delle telefonate su problematiche di disturbi alimentari e di indirizzare le persone fornendo dei consigli che ritengo preziosi o quanto meno utili. Nel caso aveste un familiare con problematiche alimentari non preoccupatevi nel chiedere consiglio ad uno specialista, la chiamata non ha costo e può rivelarsi significativa per indirizzarvi nella corretta direzione

Secondo te le atlete coinvolte in prima persona ne sono sempre consapevoli o in un primo momento si attua quasi un meccanismo inconscio?

Essere consapevoli di situazioni così complesse non è semplice. In un primo momento è sicuramente un processo inconsapevole e purtroppo, una volta costruitasi la “trappola”, poi uscirne diventa difficile. All’interno dei miei percorsi di psicoterapia applico un concetto fondamentale, quello di iniziare con l’aumento della consapevolezza del rapporto fra il cibo e le proprie emozioni. E’ l’inizio del viaggio per il cambiamento verso l’equilibrio delle abitudini alimentari.

Grazie Guido come sempre per il tuo parere! A presto!

Grazie a voi e alla prossima intervista! Nel frattempo per chi avesse piacere di contattarmi ecco i miei contatti: 340.41.90.915 oppure via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

 

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Tag: anoressia, arrampicata, disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo è la giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, la giornata del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Ho deciso di dare il mio contributo raccontando la storia di un paziente, che negli anni ha sviluppato e superato una problematica connessa con l’alimentazione. Racconto una storia vera perchè credo sia fondamentale dare anche una speranza positiva. Uscire da una problematica di disturbo del comportamento alimentare è possibile. Mi piace essere positivo, trovare le soluzioni di fronte a problemi complessi, riportare il benessere psicologico in quelle situazioni in cui il cibo si è trasformato in una prigione.

Mangiare e vomitare, quando il cibo diventa un piacere insostenibile

La storia di R. (nome di fantasia), racconta di un giovane uomo che dopo essere arrivato ad un peso di quasi 100 kg, decide di mettersi a dieta e di ritrovare il benessere fisico. Una missione che sembra impossibile, un desiderio il suo che sembra irrealizzabile. Ed invece mese dopo mese, chilo dopo chilo, ritrova lentamente una forma fisica decente ed insperata.

Disturbi alimentari e la perdita di controllo

Tuttavia l’eccessiva ricerca del controllo alimentare, conduce paradossalmente ad una perdita di controllo. R. si ritrova in piena notte ad abbuffarsi di “cibo spazzatura”. Il senso di colpa dovuto a questi momenti di trasgressione totale lo spingono a vomitare dopo essersi abbuffato. R. trova nel vomito un momento di estasi e pace. Mangia, vomita e perde ancora più peso. Una soluzione quasi ideale, tuttavia però senza accorgersene diventa dipendente dal binomio mangiare e vomitare. Un’accoppiata molto pericolosa, che in apparenza lo calma e gli permette di non aumentare di peso, mangiando anche qualcosa in più di quanto previsto.

Motivazione e Aiuto

Un circolo vizioso infernale che ad un certo punto lo spinge a cercare il sostegno di amici e parenti. In un primo momento R. si sente restio a chiedere aiuto, sia per la paura di essere giudicato che perchè non ritiene possibile che qualcuno lo possa realmente supportare. Spesso è proprio l’impossibilità di immaginare soluzioni funzionali che spinge a rimanere nel proprio circolo vizioso. In questo caso invece la spinta motivazionale dei famigliari che lo hanno convinto ad incontrare lo psicologo ha favorito un cambiamento della situazione. R. ha quindi intrapreso insieme a me e alla famiglia stessa un percorso di psicoterapia e lo ha anche concluso con successo. Il peso non è più un problema, nel senso che ha trovato il giusto peso forma. Mangia con piacere, evitando la carne ma concedendosi dolci, pizza e anche patatine fritte. Rispettando però in maniera equilibrata un’alimentazione corretta, che prevede anche trasgressioni e momenti di intenso piacere.

Giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari

La storia che vi ho raccontato è una storia vera in cui si può intravedere una speranza. La giusta motivazione può spingerci a chiedere aiuto, a trovare soluzioni funzionali, a vedere le cose positive che normalmente non sono così evidenti. La storia di R. in questi giorni che precedono il 15 marzo deve rappresentare uno stimolo per tutti coloro che si trovano dentro la prigione del cibo, che non vedono speranze e non pensano di potercela fare. E’ il mio contributo personale per aiutarvi e sensibilizzare tutti nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Per chi volesse avere maggiori informazioni clicca in questo link per scaricare il mio ebook gratuito: “Il Piacere del Cibo”.

 

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, giornata del fiocchetto lilla

Come pensare in maniera positiva? Questa è la domanda a cui cercheremo di rispondere nell’articolo di oggi. Il pensiero è una risorsa inestimabile. In ogni momento della nostra vita stiamo progettando, pensando, riflettendo su qualcosa. E in ogni nostra riflessione le nostre modalità di pensare portano a vedere le cose sia in maniera positiva che anche negativa. La realtà che circonda può essere percepita in modalità completamente differenti. Il nostro pensiero rientra all’interno di questo processo di percezione della realtà, orientandone il significato. Se ad esempio ci sembra di non essere del tutto preparati per un colloquio di lavoro, riusciremo a sentirci in difficoltà e in difetto prima ancora di affrontarlo. Se invece riusciamo ad invertire il flusso e a pensare positivamente, arriveremo al colloquio con un piglio diverso, propositivo e vincente. Al contrario, quando il nostro pensiero rafforza la percezione di non essere all’altezza del selezionatore, durante il colloquio rischiamo di confermare il fallimento.

Il paradosso dell’iper-razionalizzazione

Spesso è proprio chiedendosi cosa sia giusto fare oppure non fare che entriamo in blocco. Cercare di analizzare la situazione da moltissimi punti di vista differenti alla lunga può diventare limitante e bloccare l’azione. Una profonda insistita ricerca di tutte le soluzioni possibili e corrette, mettendo in dubbio le nostre scelte, rischia di produrre un vortice nel quale si tende a perdersi. Non sto sostenendo che prendere in esame più possibili direzioni non sia una modalità corretta. Bensì il fatto che l’eccesso di questa modalità di pensiero può diventare limitante, può aumentare il senso di confusione e addirittura portare al paradosso di una incapacità decisionale.

Come pensare in maniera positiva: un esempio

Superare l’iper-razionalizzazione non è semplice, soprattutto quando siamo alla ricerca di un totale controllo in ogni situazione. S. (nome di fantasia) sta studiando per affrontare alcuni esami all’università. Ogni giorno studia in maniera incessante, quasi senza pause, arrivando a concentrarsi per più di 10 ore al giorno. Il suo problema è l’ossessiva ricerca di controllo per ogni tipo di argomento d’esame. In questo caso il pensiero rende lo studio qualcosa di impossibile. Ogni approfondimento richiede uno sforzo incredibile, così come la ricerca di ogni piccola precisazione nascosta negli appunti. In questa situazione l’iper-razionalizzazione, intesa come il tentativo di dominare ogni aspetto è praticamente impossibile. Il pensiero spinge S. verso direzioni di tentato controllo che non sono realmente funzionali. Nel senso che cercare di anticipare ogni contenuto anche minore per l’esame, per eliminare il dubbio di non avere una preparazione totale, rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario.

L’iper-razionalizzazione crea ostacoli che non permettono di pensare positivamente. In questo caso specifico, riducendo le ore di studio, concentrandosi sui temi propri dell’esame ed evitando di porsi continui dubbi relativi ad una scarsa preparazione, S. è riuscita a superare l’esame e a trovare una nuova modalità di studio in generale.

Come pensare in maniera positiva: una tecnica

Ad un altro paziente ho chiesto:

Cosa faresti di diverso se dovessi pensare in maniera positiva?

la risposta è stata “Farmi meno seghe mentali”. Al di là del simpatico epiteto, questa domanda è uno stimolo alla riflessione e ci aiuta a cercare le direzioni che dobbiamo prendere verso quelle decisioni funzionali in cui il pensiero trova una strada positiva, immagina lo scenario migliore e guida verso le soluzioni ottimali da raggiungere.

Scarica il mio corso gratuito sul pensiero per poter pensare in maniera positiva e mandami un feedback su come ti sei trovato durante il corso. Insieme possiamo anche iniziare un percorso di psicoterapia per riflettere in modo più efficace su come pensare in maniera efficace, chiamami al 340.41.90.915.

 

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Tag: ansia, coaching strategico, Pensiero efficace, Terapia Breve Strategica

Storie vere di Anoressia, è questo il focus dell’articolo di oggi, racconti di sofferenza e di grande dolore. Da molti anni lavoro con i disturbi del comportamento alimentare, l’esperienza maturata con questa problematica ha ulteriormente evidenziato e confermato il ruolo del cibo vissuto dai pazienti come minaccioso per la paura di ingrassare. Vi racconterò due storie, due percorsi di terapia che hanno permesso alle pazienti in questione di trovare nuovamente un benessere psicologico.

Storie vere di anoressia: la storia di N.

N. entra nel mio studio nel momento di maggiore difficoltà. Si sente bloccata, ha paura di mangiare. Ha l’impressione che i vestiti, seppure larghi, le stiano stretti. Mangia qualcosa a colazione, salta il pranzo e a cena si limita a qualche foglia di insalata. N. chiede di poter essere aiutata ma dentro di sé inconsciamente teme di non potercela fare.

“Mi sento grossa, se mangio potrei ingrassare”

In realtà vorrebbe mangiare, ma c’è come una forza che la blocca e non le permette di trovare piacere nel cibo. Il lavoro di terapia, in questa situazione, si è incentrato contemporaneamente sia sulla dinamica di ritrovare il piacere del cibo, sia sugli aspetti emotivi di sofferenza e rabbia. La profonda sofferenza, legata alla trappola in cui sente di essere cascata, la blocca ancora di più. In particolare c’è questa sensazione di essere sempre in una condizione di totale “controllo” di se stessa, che la fa stare male in quanto non riesce mai a lasciarsi andare serenamente nei confronti del cibo. Il lavoro terapeutico si è proprio incentrato sul favorire una nuova gestione della sua vita: emotiva, alimentare e relazionale . Ci sono ancora delle difficoltà da superare, ma il processo di cambiamento è iniziato e il circolo vizioso si sta trasformando in un nuovo circolo virtuoso.

Storie vere di anoressia: la storia di S.

La storia di S. è quella di una ragazza giovanissima, 14 anni, che si presenta in studio accompagnata dalla famiglia. Non si trova a suo agio, non vorrebbe essere nello studio dello psicologo, e non ne capisce il motivo. Le sue condizioni di salute non sono ancora critiche, tuttavia la preoccupazione dei genitori è ampiamente fondata. In questa situazione il lavoro in chiave terapeutica ha coinvolto in prima istanza la famiglia. I genitori, hanno esposto la situazione e si sono trovati direttamente coinvolti nel percorso di recupero di S., addirittura eletti al ruolo di “co-terapeuti”. Dopo alcune sedute iniziali nelle quali la ragazza non si lascia coinvolgere, alla fine S. decide di partecipare attivamente. Le indicazioni e i suggerimenti dati ai genitori hanno fatto il loro effetto. I genitori si sono “compattati” usando lo stesso un comune metodo di regole, alternando in maniera complementare stili relazionali differenti. Quando il papà assumeva un atteggiamento comprensivo, la madre imponeva una maggiore autorità. Viceversa, a ruoli invertiti, nel momento in cui il padre faceva rispettare le regole stabilite con il terapeuta, la mamma si rivelava più dolce e affettuosa. In alcuni momenti, invece, di comune accordo entrambi esercitavano la stessa modalità relazionale. Una vera e propria danza comunicativa che ha aiutato S. ad uscire dal suo guscio protettivo e ad iniziare a lavorare su se stessa. Al momento attuale la terapia si è conclusa ed S. è tornata ad un peso forma normale, ma soprattutto è l’equilibrio emotivo recuperato a fare la vera differenza.

Storie vere di anoressia e Terapia Breve Strategica

Queste storie di anoressia ci insegnano sia l’importanza del cibo che quella del piacere connesso con l’alimentazione. Ma anche l’importanza dei famigliari nel ruolo di supporto attivo verso il miglioramento del benessere psicologico del figlio/a. A conferma del fatto che in assoluto le dinamiche emotive sono fondamentali per la salute mentale e psicologica.

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Attraverso la Terapia Breve strategica ti aiuterò a superare le problematiche connesse con i disturbi del comportamento alimentare.

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Tag: anoressia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Il piacere del cibo

Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia strategica favorisce un nuovo benessere alimentare.

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Cinque passi per definire obiettivi raggiungibili

16 Aprile 2021

La paura di morire è una tipologia di sensazione che prima o poi nella nostra vita arriva. Soprattutto in questo periodo di pandemia, ci siamo ritrovati a pensare più spesso al nostro futuro in chiave negativa. La paura di morire è una tipologia di sensazione che le persone che soffrono di ansia e panico sperimentano spesso, vivendo la loro vita con grande difficoltà. In questo ultimo anno tutti ci siamo trovati a provare una analoga sensazione. Il Covid 19 ci ha messo di fronte al concetto di morte e fatto esperire cosa significhi la paura in un’ottica di sopravvivenza. Nell’articolo di oggi affronterò i temi della paura e della morte, sottolineandone l’evoluzione in un’ottica depressiva e di scoraggiamento generale. 

Paura di morire e paura di perdere il controllo

Un attacco di panico è la massima espressione della paura.  Chi ha vissuto un attacco di panico nella sua vita sa bene che la sensazione di paura alla base può esprimersi un due modalità. La prima è essenzialmente fisica: una sensazione di tachicardia, sudori freddi, tremori, sintomi che fanno sentire come se si stesse per morire. La seconda sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo e di se stessi, quasi di impazzire. Due emozioni che  nella loro massima espressione possono indurre un’esperienza di puro panico. 

Paura di morire e Covid

La paura di morire di malattia è una tipologia di paura specifica, che possiamo definire come ipocondria. Nel caso della paura delle malattie spesso la preoccupazione è legata alla gestione della condizione di malattia stessa. Nel caso del Covid, invece, la paura ha spostato decisamente i pensieri nella direzione del rischio di morte, creando sentimenti di vero e proprio panico.  Per cercare di fronteggiare e superare questi timori, la reazione emotiva ha comportato in qualche caso la comparsa di sentimenti contrastanti di apatia e anche di depressione

paura di morire

Covid e depressione

La depressione di cui parlo consiste in una condizione di scarsa voglia di fare, accompagnata anche da momenti di tristezza e di profonda sofferenza. L’immobilismo creato dal non poter uscire e vivere il quotidiano in totale normalità, ha determinato uno stravolgimento della nostra vita. L’ansia e la paura di morire, pur essendo sempre presenti, hanno dato sfogo a occasioni di grande rabbia, che si è esaurita in momenti di vuoto interiore. Molte persone soffrono, non vedono la possibilità di uscire da questa situazione: genitori ricoverati per Covid che non possono vedere i figli, persone che non riescono a lavorare o non trovano lavoro, studenti che non possono più frequentare la scuola e l’università. Tutte situazioni che dal punto di vista psicologico pesano in maniera importante, determinando condizioni di ansia, di depressione e poca voglia di vivere una vita attiva. 

La terapia breve strategica

Nella mia esperienza di questo ultimo anno ho seguito molte persone vittime di tali situazioni di ansia e depressione. Sono riuscito ad aiutarle, proponendo strategie pratiche, seguendole con continuità, supportando il loro stato d’animo emotivo e fornendo anche soluzioni efficaci. La strategia adottata è quella di lavorare sulla motivazione a vivere le giornate diversamente, cercando di favorire un nuovo equilibrio emotivo.

Se vuoi saperne di più scrivimi al 3404190915 per avere maggiori info oppure mandami una mail a studio@guidodacutipsicologo.it possiamo trovare soluzioni funzionali per superare la tua situazione di blocco emotivo, ansia e depressione.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, paura

Le storie di anoressia ai tempi del lockdown che vi racconterò in questo articolo, rimandano alla giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Il 15 marzo in occasione di questa giornata di sensibilizzazione, sul quotidiano “Il Messaggero” è comparso un articolo a firma E. Priolo dedicato alla storia di due ragazze che stanno combattendo la loro battaglia contro l’anoressia. In particolare la storia di Maria Elena è emblematica sia delle modalità subdole con le quali questa malattia prende possesso del nostro corpo e della nostra mente, sia della grande difficoltà di combatterla e venirne fuori. Ho deciso di proporre una rilettura di alcuni passaggi dell’intervista per spiegare in modo semplice la necessità di prestare la massima attenzione ai segnali di disagio dei nostri giovani nel campo dell’alimentazione.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: una diciottenne con problemi di anoressia

Maria Elena ha poco più di 18 anni quando si mette a dieta per problemi di
obesità. Durante il primo lockdown la solitudine la convince a mantenere una dieta ferrea per non perdere i risultati ottenuti. Inizia quindi ad allenarsi per due ore al giorno e a diminuire l’assunzione di carboidrati e proteine, fino a ridursi a mangiare solo verdura. La bilancia diventa il suo punto di riferimento quotidiano, il peso corporeo cala vistosamente ma lei continua a vedersi grassa allo specchio. Per ridurre ulteriormente il peso arriva ad autoindurre il vomito a seguito dell’assunzione di cibo. Ad un certo punto, però, la stanchezza fisica determina uno stato di tensione emotiva che la spinge ad aprirsi con la famiglia e successivamente ad accettare, non senza difficoltà, il ricovero in un Centro specializzato per i disturbi alimentari. Ora Maria Elena è sotto cura e migliora di giorno in giorno, è consapevole della battaglia difficile che sta conducendo ed è molto motivata. La guarigione è un traguardo alla sua portata.

Le diverse sfaccettature dell’anoressia

La storia di Maria Elena consente di fare alcune considerazioni di carattere
generale. Innanzi tutto è bene ricordare che l’anoressia è una patologia che si può presentare sotto varie forme. Le sue caratteristiche essenziali sono
associate ad una rapida e significativa perdita di peso corporeo. Il soggetto
anoressico è letteralmente ossessionato dalla ricerca della magrezza, dalla
paura di essere grasso o sovrappeso. In molti casi il soggetto anoressico si limita semplicemente a ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo, in altri invece accompagna tale abitudine con una forma di esercizio fisico intenso (es. ginnastica, sport aerobici, etc.) nell’idea di compensare con lo sforzo fisico quello che viene assunto come cibo. In altri casi ancora alterna periodi di forte restrizione alimentare a periodi di vere e proprie abbuffate di cibo, una patologia nota come “binge eating”. Infine esiste la variante del vomito autoindotto, nel quale come è facilmente intuibile, il soggetto compensa l’assunzione di cibo attraverso il vomito.
Se riflettiamo sul percorso di Maria Elena ci rendiamo conto che almeno due
delle varianti sopracitate sono presenti nel percorso della malattia: la dieta
ferrea accompagnata dall’esercizio fisico e successivamente il vomito
autoindotto.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: la prigione mentale

In questi periodi di lockdown e di limitazioni alla libertà di movimento, le problematiche relative ai disturbi alimentari si fanno ancora più frequenti. Non è esagerato parlare di “prigione mentale” a proposito dell’anoressia. Se ne accorge anche Maria Elena che nell’articolo di giornale commenta:

“il disturbo alimentare non viene dal cibo ma dalla mente”.

Nella cura dei disturbi alimentari è essenziale lavorare sulle modalità di percezione della realtà del soggetto anoressico, coinvolgendo anche gli stessi famigliari come supporto
attivo. I famigliari soprattutto sono in grado di riconoscere segnali quali la perdita dell’appetito, l’uso eccessivo della bilancia per controllare il peso, il ricorso a farmaci come i diuretici, etc., che possono rivelare l’esistenza di un problema. In presenza di tali situazioni è consigliabile rivolgersi prontamente all’assistenza di un esperto. In qualità di psicologo e psicoterapeuta, nei miei interventi contro i disturbi del comportamento alimentare applico i concetti della Terapia Breve
Strategica, che si rivela particolarmente efficace nelle forme di anoressia giovanile.

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Tag: anoressia, anoressia giovanile, Terapia Breve Strategica

Ansia e apatia sono due delle emozioni più diffuse soprattutto in questo periodo storico legato alla pandemia da Covid 19. In realtà non è la prima volta che vengo a contatto con queste due emozioni, anche prima del Covid ho svolto percorsi di terapia in cui la sensazione di apatia era strettamente connessa all’ansia. Nell’articolo di oggi vedremo nel dettaglio l’apatia e l’ansia e cercheremo di capire come sia possibile uscire da queste condizioni emotive così bloccanti ed invalidanti.

Ansia e apatia: conosciamole meglio

L’apatia consiste in una condizione di “mancanza di passione”. In altre parole quello che viene meno è la motivazione, lo stimolo ad agire, ad impegnarsi. E’ una sensazione diversa dalla pigrizia, che identifica la scarsa voglia di fare; l’apatia è proprio uno stato psicologico caratterizzato dalla mancanza di stimoli. Le cose che in precedenza ci rendevano felici, ci stimolavano, in uno stato di apatia ci lasciano indifferenti. Non si tratta di depressione, ma di un senso di vuoto nel quale non trovano spazio le emozioni. Di solito l’apatia insorge a causa di eventi scatenanti, ne è un esempio il Covid 19, oppure altri tipi di frustrazioni o delusioni. Un ambiente familiare poco stimolante con atteggiamenti e modalità di vita sociale pessimiste, possono portare in età adolescenziale o adulta a sviluppare un’apatia diffusa. In tempi di pandemia, poi, la voglia e le possibilità di uscire di casa diminuiscono notevolmente, e la stessa casa di trasforma in un luogo vuoto e privo di stimoli.

Ansia e apatia

Molti pazienti in questi mesi hanno riscontrato grandi difficoltà riferibli ad una condizione di apatia: assenza di desiderio e di motivazione. Il non poter sviluppare i propri progetti di lavoro e di vita ha determinato una sorta di immobilismo, che inevitabilmente è sconfinato in condizioni di ansia generalizzata, espressa sia a livello fisico che mentale. Una paura di perdere il controllo che non si riesce effettivamente a controllare, e si alimenta della stessa apatia. Un vero e proprio circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, soprattutto perchè non siamo aiutati dal contesto che ci circonda e dalla realtà di una chiusura forzata ormai molto prolungata.

Come superare l’apatia

Per superare l’apatia, e quindi combattere l’ansia che ne deriva, può essere utile costruire una nuova routine quotidiana. La nostra vita è completamente stravolta, non abbiamo più le stesse abitudini. Provare a programmare una nuova routine è molto importante, il consiglio è proprio quello di iniziare da piccoli obiettivi quotidiani, sforzandosi di insistere su cose nuove. Anche cose piccole da fare, ma che possano essere utili nel cambiare le abitudini. L’ansia a sua volta può rendere l’apatia ancora più forte ed invalidante. Se non provassimo apatia e ansia, se la nostra giornata fosse normale, che cosa faremmo di diverso? E’ una domanda che spesso consiglio di porsi alle persone interessate e ai pazienti, sia nei miei articoli che nei percorsi di psicoterapia, perchè può aiutare a trovare soluzioni efficaci e spingere nella direzione del cambiamento.

Quando i livelli di apatia sono eccessivi e l’ansia continua a crescere ritengo fondamentale un percorso di psicoterapia breve strategica che consenta di abbassare il livello di inquietudine e di ritrovare la giusta energia. Superare l’ansia e l’apatia è possibile, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: apatia, coronavirus, paura

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata è il tema dell’ultima intervista che ho svolto con Oliunid Italia, il sito e-commerce specializzato in materiale d’arrampicata, di seguito il testo integrale.

Intervista

E’ da poco uscito il film documentario Light, che porta sotto i riflettori il tema delicatissimo dell’anoressia tra le arrampicatrici agoniste. Abbiamo chiesto un parere al Dr. Guido D’Acuti. Light è un film documentario di recente pubblicazione che affronta un tema molto delicato: quello dell’anoressia tra le arrampicatrici professioniste. Il film, curato da Caroline Treadway, racconta nello specifico le esperienze di Angie Payne, Emily Harrington e dell’arrampicatore Kai Lightner, portando alla luce alcuni disturbi del comportamento alimentare comuni anche a sportivi non professionisti e a tantissime ragazze in età preadolescenziale ed adolescenziale.

Il Dr. Guido D’Acuti è già stato nostro ospite per parlarci di vari temi relativi alla psicologia dello sport e può confermarsi la persona più adatta per fare chiarezza su alcuni degli aspetti legati al disturbo del comportamento alimentare in arrampicata. Con il suo e-book:

“Il Piacere del cibo”

gratuitamente scaricabile dal suo sito, ci introduce infatti al mondo dell’anoressia giovanile: lo prendiamo come spunto per approfondire questo tema dal punto di visto più strettamente “sportivo”.

Buongiorno Guido, bentornato! Abbiamo visto che recentemente sei stato a Lumignano! Come è andata?

Benissimo! Ero un po arrugginito ma devo dire che ne avevo davvero bisogno, la roccia fa miracoli per quello che riguarda il benessere psicologico. Grazie mille come sempre per la possibilità di condividere con voi e con i lettori idee di principio, partendo da una prospettiva psicologica.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Da arrampicatore, e da psicologo con un’esperienza pluriennale nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sicuramente non sarai stupito da quanto viene messo sotto ai riflettori dal documentario Light. Forse in arrampicata, più che in altri sport, si è portati a pensare che la leggerezza possa aiutarci a salire più fluidamente su alcuni tipi di vie. Tu cosa ne pensi?

Credo che il focus debba essere posto non tanto sulla leggerezza fisica quanto su altri aspetti. E’ indubbio che sentirsi leggeri ed in forma può essere d’aiuto, tuttavia è importante puntare su aspetti più rilevanti. La tranquillità psicologica, la tecnica e la performance. Il fisico ha sicuramente un ruolo essenziale, tuttavia la cosa fondamentale è non entrare nel circolo vizioso di dover essere magro a tutti i costi per poter arrampicare. Dobbiamo pensare allo sport e all’arrampicata come ad un momento significativo per la nostra salute ed il nostro benessere. Lo sport deve essere vissuto come un’esperienza che ci fa stare bene, non come un modo per dimagrire, non prendere peso o addirittura perderlo. Se arrampicare, o fare sport in generale, crea difficoltà per quello che riguarda la dinamica alimentare è importante fermarsi a riflettere e lavorare sul modo di trovare nuovamente un equilibrio psicologico.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Nel documentario le atlete raccontano i lati negativi di un’alimentazione insufficiente, ma anche quei traguardi che le portavano a perseguire su quella strada (con prezzi da pagare per la salute fisica generale piuttosto alti). Pensi che una delle cause di questo problema così diffuso in arrampicata possa essere l’apparente guadagno immediato che ne deriva?

Sicuramente! Nell’immediato non mangiare porta paradossalmente a sentirsi meglio. La mente è più lucida, la stanchezza non viene percepita, si prova come la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Il problema è ovviamente nel lungo periodo. In primo luogo perchè non si riesce più a riprendere un’alimentazione regolare, e poi perchè gli effetti paradossalmente benefici del non mangiare pian piano non si avvertono più. La fatica a tornare alla normalità è tanta, mentalmente il pensiero spinge in direzione contraria rispetto al mangiare con regolarità, creando sensi di colpa ed emozioni contrastanti.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Spoileriamo una frase del documentario in cui Angela Payne dichiara come la sensazione di sentirsi forte sui boulder sia di gran lunga più appagante del sentirsi leggera. In quale modo è possibile fare un cambio di rotta per rendere più consapevoli le arrampicatrici che ci sono altri modi per raggiungere i propri obiettivi?

Il primo passo nel campo dell’alimentazione è quello di lavorare sul piacere. Un piacere a 360 gradi che deve estendersi anche alla dinamica sportiva, così da trasformarsi in “forza”. Il piacere è una dinamica particolare, spesso non connessa con la fatica e la forza. Invece il messaggio che vorrei veicolare è di cercare di vivere e cercare il piacere sia nell’alimentazione che nello sport. In ogni gesto sportivo, anche ad alti livelli, sono la motivazione e la dimensione psicologica del piacere a condurre a grandi risultati.

Una delle sezioni più interessanti del film racconta come la “trappola” del perdere peso sia un processo che arriva di soppiatto, iniziando ad arrivare più o meno consapevolmente così tardi a casa da saltare direttamente la cena, e proseguendo con lunghe giornate in falesia senza cibo nello zaino ed altri “piccoli gesti” che sommandosi portano ad una situazione molto precaria. Pensi che da amico, o da genitore, sia possibile accorgersi per tempo di questi segnali non troppo evidenti?

E’ proprio così: una trappola, che paradossalmente ci costruiamo da soli e dalla quale poi fatichiamo ad uscire. Ci sono degli segnali che consentono di capire quello che sta succedendo, ad esempio a tavola il fatto di masticare molto lentamente, oppure quello di andare subito in bagno dopo aver mangiato,magari per espellere il cibo attraverso il vomito autoindotto. Oppure anche il bere grandi quantità di acqua che fanno sentire pieni ma che non nutrono realmente. Lo sport spesso diventa un modo per perdere le calorie assunte durante i pasti, ma quando l’attività fisica diventa il motivo che spinge a non mangiare rischiamo davvero di trasformare la trappola in qualcosa di impenetrabile. In situazioni come queste il consiglio più sincero è sempre quello di rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi con chi conosce a fondo la problematica e può darci una mano ad iniziare un percorso di cambiamento. Spesso mi succede di ricevere delle telefonate su problematiche di disturbi alimentari e di indirizzare le persone fornendo dei consigli che ritengo preziosi o quanto meno utili. Nel caso aveste un familiare con problematiche alimentari non preoccupatevi nel chiedere consiglio ad uno specialista, la chiamata non ha costo e può rivelarsi significativa per indirizzarvi nella corretta direzione

Secondo te le atlete coinvolte in prima persona ne sono sempre consapevoli o in un primo momento si attua quasi un meccanismo inconscio?

Essere consapevoli di situazioni così complesse non è semplice. In un primo momento è sicuramente un processo inconsapevole e purtroppo, una volta costruitasi la “trappola”, poi uscirne diventa difficile. All’interno dei miei percorsi di psicoterapia applico un concetto fondamentale, quello di iniziare con l’aumento della consapevolezza del rapporto fra il cibo e le proprie emozioni. E’ l’inizio del viaggio per il cambiamento verso l’equilibrio delle abitudini alimentari.

Grazie Guido come sempre per il tuo parere! A presto!

Grazie a voi e alla prossima intervista! Nel frattempo per chi avesse piacere di contattarmi ecco i miei contatti: 340.41.90.915 oppure via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

 

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Tag: anoressia, arrampicata, disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo è la giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, la giornata del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Ho deciso di dare il mio contributo raccontando la storia di un paziente, che negli anni ha sviluppato e superato una problematica connessa con l’alimentazione. Racconto una storia vera perchè credo sia fondamentale dare anche una speranza positiva. Uscire da una problematica di disturbo del comportamento alimentare è possibile. Mi piace essere positivo, trovare le soluzioni di fronte a problemi complessi, riportare il benessere psicologico in quelle situazioni in cui il cibo si è trasformato in una prigione.

Mangiare e vomitare, quando il cibo diventa un piacere insostenibile

La storia di R. (nome di fantasia), racconta di un giovane uomo che dopo essere arrivato ad un peso di quasi 100 kg, decide di mettersi a dieta e di ritrovare il benessere fisico. Una missione che sembra impossibile, un desiderio il suo che sembra irrealizzabile. Ed invece mese dopo mese, chilo dopo chilo, ritrova lentamente una forma fisica decente ed insperata.

Disturbi alimentari e la perdita di controllo

Tuttavia l’eccessiva ricerca del controllo alimentare, conduce paradossalmente ad una perdita di controllo. R. si ritrova in piena notte ad abbuffarsi di “cibo spazzatura”. Il senso di colpa dovuto a questi momenti di trasgressione totale lo spingono a vomitare dopo essersi abbuffato. R. trova nel vomito un momento di estasi e pace. Mangia, vomita e perde ancora più peso. Una soluzione quasi ideale, tuttavia però senza accorgersene diventa dipendente dal binomio mangiare e vomitare. Un’accoppiata molto pericolosa, che in apparenza lo calma e gli permette di non aumentare di peso, mangiando anche qualcosa in più di quanto previsto.

Motivazione e Aiuto

Un circolo vizioso infernale che ad un certo punto lo spinge a cercare il sostegno di amici e parenti. In un primo momento R. si sente restio a chiedere aiuto, sia per la paura di essere giudicato che perchè non ritiene possibile che qualcuno lo possa realmente supportare. Spesso è proprio l’impossibilità di immaginare soluzioni funzionali che spinge a rimanere nel proprio circolo vizioso. In questo caso invece la spinta motivazionale dei famigliari che lo hanno convinto ad incontrare lo psicologo ha favorito un cambiamento della situazione. R. ha quindi intrapreso insieme a me e alla famiglia stessa un percorso di psicoterapia e lo ha anche concluso con successo. Il peso non è più un problema, nel senso che ha trovato il giusto peso forma. Mangia con piacere, evitando la carne ma concedendosi dolci, pizza e anche patatine fritte. Rispettando però in maniera equilibrata un’alimentazione corretta, che prevede anche trasgressioni e momenti di intenso piacere.

Giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari

La storia che vi ho raccontato è una storia vera in cui si può intravedere una speranza. La giusta motivazione può spingerci a chiedere aiuto, a trovare soluzioni funzionali, a vedere le cose positive che normalmente non sono così evidenti. La storia di R. in questi giorni che precedono il 15 marzo deve rappresentare uno stimolo per tutti coloro che si trovano dentro la prigione del cibo, che non vedono speranze e non pensano di potercela fare. E’ il mio contributo personale per aiutarvi e sensibilizzare tutti nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, giornata del fiocchetto lilla

Come pensare in maniera positiva? Questa è la domanda a cui cercheremo di rispondere nell’articolo di oggi. Il pensiero è una risorsa inestimabile. In ogni momento della nostra vita stiamo progettando, pensando, riflettendo su qualcosa. E in ogni nostra riflessione le nostre modalità di pensare portano a vedere le cose sia in maniera positiva che anche negativa. La realtà che circonda può essere percepita in modalità completamente differenti. Il nostro pensiero rientra all’interno di questo processo di percezione della realtà, orientandone il significato. Se ad esempio ci sembra di non essere del tutto preparati per un colloquio di lavoro, riusciremo a sentirci in difficoltà e in difetto prima ancora di affrontarlo. Se invece riusciamo ad invertire il flusso e a pensare positivamente, arriveremo al colloquio con un piglio diverso, propositivo e vincente. Al contrario, quando il nostro pensiero rafforza la percezione di non essere all’altezza del selezionatore, durante il colloquio rischiamo di confermare il fallimento.

Il paradosso dell’iper-razionalizzazione

Spesso è proprio chiedendosi cosa sia giusto fare oppure non fare che entriamo in blocco. Cercare di analizzare la situazione da moltissimi punti di vista differenti alla lunga può diventare limitante e bloccare l’azione. Una profonda insistita ricerca di tutte le soluzioni possibili e corrette, mettendo in dubbio le nostre scelte, rischia di produrre un vortice nel quale si tende a perdersi. Non sto sostenendo che prendere in esame più possibili direzioni non sia una modalità corretta. Bensì il fatto che l’eccesso di questa modalità di pensiero può diventare limitante, può aumentare il senso di confusione e addirittura portare al paradosso di una incapacità decisionale.

Come pensare in maniera positiva: un esempio

Superare l’iper-razionalizzazione non è semplice, soprattutto quando siamo alla ricerca di un totale controllo in ogni situazione. S. (nome di fantasia) sta studiando per affrontare alcuni esami all’università. Ogni giorno studia in maniera incessante, quasi senza pause, arrivando a concentrarsi per più di 10 ore al giorno. Il suo problema è l’ossessiva ricerca di controllo per ogni tipo di argomento d’esame. In questo caso il pensiero rende lo studio qualcosa di impossibile. Ogni approfondimento richiede uno sforzo incredibile, così come la ricerca di ogni piccola precisazione nascosta negli appunti. In questa situazione l’iper-razionalizzazione, intesa come il tentativo di dominare ogni aspetto è praticamente impossibile. Il pensiero spinge S. verso direzioni di tentato controllo che non sono realmente funzionali. Nel senso che cercare di anticipare ogni contenuto anche minore per l’esame, per eliminare il dubbio di non avere una preparazione totale, rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario.

L’iper-razionalizzazione crea ostacoli che non permettono di pensare positivamente. In questo caso specifico, riducendo le ore di studio, concentrandosi sui temi propri dell’esame ed evitando di porsi continui dubbi relativi ad una scarsa preparazione, S. è riuscita a superare l’esame e a trovare una nuova modalità di studio in generale.

Come pensare in maniera positiva: una tecnica

Ad un altro paziente ho chiesto:

Cosa faresti di diverso se dovessi pensare in maniera positiva?

la risposta è stata “Farmi meno seghe mentali”. Al di là del simpatico epiteto, questa domanda è uno stimolo alla riflessione e ci aiuta a cercare le direzioni che dobbiamo prendere verso quelle decisioni funzionali in cui il pensiero trova una strada positiva, immagina lo scenario migliore e guida verso le soluzioni ottimali da raggiungere.

Scarica il mio corso gratuito sul pensiero per poter pensare in maniera positiva e mandami un feedback su come ti sei trovato durante il corso. Insieme possiamo anche iniziare un percorso di psicoterapia per riflettere in modo più efficace su come pensare in maniera efficace, chiamami al 340.41.90.915.

 

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Tag: ansia, coaching strategico, Pensiero efficace, Terapia Breve Strategica

Storie vere di Anoressia, è questo il focus dell’articolo di oggi, racconti di sofferenza e di grande dolore. Da molti anni lavoro con i disturbi del comportamento alimentare, l’esperienza maturata con questa problematica ha ulteriormente evidenziato e confermato il ruolo del cibo vissuto dai pazienti come minaccioso per la paura di ingrassare. Vi racconterò due storie, due percorsi di terapia che hanno permesso alle pazienti in questione di trovare nuovamente un benessere psicologico.

Storie vere di anoressia: la storia di N.

N. entra nel mio studio nel momento di maggiore difficoltà. Si sente bloccata, ha paura di mangiare. Ha l’impressione che i vestiti, seppure larghi, le stiano stretti. Mangia qualcosa a colazione, salta il pranzo e a cena si limita a qualche foglia di insalata. N. chiede di poter essere aiutata ma dentro di sé inconsciamente teme di non potercela fare.

“Mi sento grossa, se mangio potrei ingrassare”

In realtà vorrebbe mangiare, ma c’è come una forza che la blocca e non le permette di trovare piacere nel cibo. Il lavoro di terapia, in questa situazione, si è incentrato contemporaneamente sia sulla dinamica di ritrovare il piacere del cibo, sia sugli aspetti emotivi di sofferenza e rabbia. La profonda sofferenza, legata alla trappola in cui sente di essere cascata, la blocca ancora di più. In particolare c’è questa sensazione di essere sempre in una condizione di totale “controllo” di se stessa, che la fa stare male in quanto non riesce mai a lasciarsi andare serenamente nei confronti del cibo. Il lavoro terapeutico si è proprio incentrato sul favorire una nuova gestione della sua vita: emotiva, alimentare e relazionale . Ci sono ancora delle difficoltà da superare, ma il processo di cambiamento è iniziato e il circolo vizioso si sta trasformando in un nuovo circolo virtuoso.

Storie vere di anoressia: la storia di S.

La storia di S. è quella di una ragazza giovanissima, 14 anni, che si presenta in studio accompagnata dalla famiglia. Non si trova a suo agio, non vorrebbe essere nello studio dello psicologo, e non ne capisce il motivo. Le sue condizioni di salute non sono ancora critiche, tuttavia la preoccupazione dei genitori è ampiamente fondata. In questa situazione il lavoro in chiave terapeutica ha coinvolto in prima istanza la famiglia. I genitori, hanno esposto la situazione e si sono trovati direttamente coinvolti nel percorso di recupero di S., addirittura eletti al ruolo di “co-terapeuti”. Dopo alcune sedute iniziali nelle quali la ragazza non si lascia coinvolgere, alla fine S. decide di partecipare attivamente. Le indicazioni e i suggerimenti dati ai genitori hanno fatto il loro effetto. I genitori si sono “compattati” usando lo stesso un comune metodo di regole, alternando in maniera complementare stili relazionali differenti. Quando il papà assumeva un atteggiamento comprensivo, la madre imponeva una maggiore autorità. Viceversa, a ruoli invertiti, nel momento in cui il padre faceva rispettare le regole stabilite con il terapeuta, la mamma si rivelava più dolce e affettuosa. In alcuni momenti, invece, di comune accordo entrambi esercitavano la stessa modalità relazionale. Una vera e propria danza comunicativa che ha aiutato S. ad uscire dal suo guscio protettivo e ad iniziare a lavorare su se stessa. Al momento attuale la terapia si è conclusa ed S. è tornata ad un peso forma normale, ma soprattutto è l’equilibrio emotivo recuperato a fare la vera differenza.

Storie vere di anoressia e Terapia Breve Strategica

Queste storie di anoressia ci insegnano sia l’importanza del cibo che quella del piacere connesso con l’alimentazione. Ma anche l’importanza dei famigliari nel ruolo di supporto attivo verso il miglioramento del benessere psicologico del figlio/a. A conferma del fatto che in assoluto le dinamiche emotive sono fondamentali per la salute mentale e psicologica.

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Attraverso la Terapia Breve strategica ti aiuterò a superare le problematiche connesse con i disturbi del comportamento alimentare.

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Tag: anoressia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Il piacere del cibo

Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia strategica favorisce un nuovo benessere alimentare.

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Cinque passi per definire obiettivi raggiungibili

16 Aprile 2021

La paura di morire è una tipologia di sensazione che prima o poi nella nostra vita arriva. Soprattutto in questo periodo di pandemia, ci siamo ritrovati a pensare più spesso al nostro futuro in chiave negativa. La paura di morire è una tipologia di sensazione che le persone che soffrono di ansia e panico sperimentano spesso, vivendo la loro vita con grande difficoltà. In questo ultimo anno tutti ci siamo trovati a provare una analoga sensazione. Il Covid 19 ci ha messo di fronte al concetto di morte e fatto esperire cosa significhi la paura in un’ottica di sopravvivenza. Nell’articolo di oggi affronterò i temi della paura e della morte, sottolineandone l’evoluzione in un’ottica depressiva e di scoraggiamento generale. 

Paura di morire e paura di perdere il controllo

Un attacco di panico è la massima espressione della paura.  Chi ha vissuto un attacco di panico nella sua vita sa bene che la sensazione di paura alla base può esprimersi un due modalità. La prima è essenzialmente fisica: una sensazione di tachicardia, sudori freddi, tremori, sintomi che fanno sentire come se si stesse per morire. La seconda sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo e di se stessi, quasi di impazzire. Due emozioni che  nella loro massima espressione possono indurre un’esperienza di puro panico. 

Paura di morire e Covid

La paura di morire di malattia è una tipologia di paura specifica, che possiamo definire come ipocondria. Nel caso della paura delle malattie spesso la preoccupazione è legata alla gestione della condizione di malattia stessa. Nel caso del Covid, invece, la paura ha spostato decisamente i pensieri nella direzione del rischio di morte, creando sentimenti di vero e proprio panico.  Per cercare di fronteggiare e superare questi timori, la reazione emotiva ha comportato in qualche caso la comparsa di sentimenti contrastanti di apatia e anche di depressione

paura di morire

Covid e depressione

La depressione di cui parlo consiste in una condizione di scarsa voglia di fare, accompagnata anche da momenti di tristezza e di profonda sofferenza. L’immobilismo creato dal non poter uscire e vivere il quotidiano in totale normalità, ha determinato uno stravolgimento della nostra vita. L’ansia e la paura di morire, pur essendo sempre presenti, hanno dato sfogo a occasioni di grande rabbia, che si è esaurita in momenti di vuoto interiore. Molte persone soffrono, non vedono la possibilità di uscire da questa situazione: genitori ricoverati per Covid che non possono vedere i figli, persone che non riescono a lavorare o non trovano lavoro, studenti che non possono più frequentare la scuola e l’università. Tutte situazioni che dal punto di vista psicologico pesano in maniera importante, determinando condizioni di ansia, di depressione e poca voglia di vivere una vita attiva. 

La terapia breve strategica

Nella mia esperienza di questo ultimo anno ho seguito molte persone vittime di tali situazioni di ansia e depressione. Sono riuscito ad aiutarle, proponendo strategie pratiche, seguendole con continuità, supportando il loro stato d’animo emotivo e fornendo anche soluzioni efficaci. La strategia adottata è quella di lavorare sulla motivazione a vivere le giornate diversamente, cercando di favorire un nuovo equilibrio emotivo.

Se vuoi saperne di più scrivimi al 3404190915 per avere maggiori info oppure mandami una mail a studio@guidodacutipsicologo.it possiamo trovare soluzioni funzionali per superare la tua situazione di blocco emotivo, ansia e depressione.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, paura

Le storie di anoressia ai tempi del lockdown che vi racconterò in questo articolo, rimandano alla giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Il 15 marzo in occasione di questa giornata di sensibilizzazione, sul quotidiano “Il Messaggero” è comparso un articolo a firma E. Priolo dedicato alla storia di due ragazze che stanno combattendo la loro battaglia contro l’anoressia. In particolare la storia di Maria Elena è emblematica sia delle modalità subdole con le quali questa malattia prende possesso del nostro corpo e della nostra mente, sia della grande difficoltà di combatterla e venirne fuori. Ho deciso di proporre una rilettura di alcuni passaggi dell’intervista per spiegare in modo semplice la necessità di prestare la massima attenzione ai segnali di disagio dei nostri giovani nel campo dell’alimentazione.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: una diciottenne con problemi di anoressia

Maria Elena ha poco più di 18 anni quando si mette a dieta per problemi di
obesità. Durante il primo lockdown la solitudine la convince a mantenere una dieta ferrea per non perdere i risultati ottenuti. Inizia quindi ad allenarsi per due ore al giorno e a diminuire l’assunzione di carboidrati e proteine, fino a ridursi a mangiare solo verdura. La bilancia diventa il suo punto di riferimento quotidiano, il peso corporeo cala vistosamente ma lei continua a vedersi grassa allo specchio. Per ridurre ulteriormente il peso arriva ad autoindurre il vomito a seguito dell’assunzione di cibo. Ad un certo punto, però, la stanchezza fisica determina uno stato di tensione emotiva che la spinge ad aprirsi con la famiglia e successivamente ad accettare, non senza difficoltà, il ricovero in un Centro specializzato per i disturbi alimentari. Ora Maria Elena è sotto cura e migliora di giorno in giorno, è consapevole della battaglia difficile che sta conducendo ed è molto motivata. La guarigione è un traguardo alla sua portata.

Le diverse sfaccettature dell’anoressia

La storia di Maria Elena consente di fare alcune considerazioni di carattere
generale. Innanzi tutto è bene ricordare che l’anoressia è una patologia che si può presentare sotto varie forme. Le sue caratteristiche essenziali sono
associate ad una rapida e significativa perdita di peso corporeo. Il soggetto
anoressico è letteralmente ossessionato dalla ricerca della magrezza, dalla
paura di essere grasso o sovrappeso. In molti casi il soggetto anoressico si limita semplicemente a ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo, in altri invece accompagna tale abitudine con una forma di esercizio fisico intenso (es. ginnastica, sport aerobici, etc.) nell’idea di compensare con lo sforzo fisico quello che viene assunto come cibo. In altri casi ancora alterna periodi di forte restrizione alimentare a periodi di vere e proprie abbuffate di cibo, una patologia nota come “binge eating”. Infine esiste la variante del vomito autoindotto, nel quale come è facilmente intuibile, il soggetto compensa l’assunzione di cibo attraverso il vomito.
Se riflettiamo sul percorso di Maria Elena ci rendiamo conto che almeno due
delle varianti sopracitate sono presenti nel percorso della malattia: la dieta
ferrea accompagnata dall’esercizio fisico e successivamente il vomito
autoindotto.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: la prigione mentale

In questi periodi di lockdown e di limitazioni alla libertà di movimento, le problematiche relative ai disturbi alimentari si fanno ancora più frequenti. Non è esagerato parlare di “prigione mentale” a proposito dell’anoressia. Se ne accorge anche Maria Elena che nell’articolo di giornale commenta:

“il disturbo alimentare non viene dal cibo ma dalla mente”.

Nella cura dei disturbi alimentari è essenziale lavorare sulle modalità di percezione della realtà del soggetto anoressico, coinvolgendo anche gli stessi famigliari come supporto
attivo. I famigliari soprattutto sono in grado di riconoscere segnali quali la perdita dell’appetito, l’uso eccessivo della bilancia per controllare il peso, il ricorso a farmaci come i diuretici, etc., che possono rivelare l’esistenza di un problema. In presenza di tali situazioni è consigliabile rivolgersi prontamente all’assistenza di un esperto. In qualità di psicologo e psicoterapeuta, nei miei interventi contro i disturbi del comportamento alimentare applico i concetti della Terapia Breve
Strategica, che si rivela particolarmente efficace nelle forme di anoressia giovanile.

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Tag: anoressia, anoressia giovanile, Terapia Breve Strategica

Ansia e apatia sono due delle emozioni più diffuse soprattutto in questo periodo storico legato alla pandemia da Covid 19. In realtà non è la prima volta che vengo a contatto con queste due emozioni, anche prima del Covid ho svolto percorsi di terapia in cui la sensazione di apatia era strettamente connessa all’ansia. Nell’articolo di oggi vedremo nel dettaglio l’apatia e l’ansia e cercheremo di capire come sia possibile uscire da queste condizioni emotive così bloccanti ed invalidanti.

Ansia e apatia: conosciamole meglio

L’apatia consiste in una condizione di “mancanza di passione”. In altre parole quello che viene meno è la motivazione, lo stimolo ad agire, ad impegnarsi. E’ una sensazione diversa dalla pigrizia, che identifica la scarsa voglia di fare; l’apatia è proprio uno stato psicologico caratterizzato dalla mancanza di stimoli. Le cose che in precedenza ci rendevano felici, ci stimolavano, in uno stato di apatia ci lasciano indifferenti. Non si tratta di depressione, ma di un senso di vuoto nel quale non trovano spazio le emozioni. Di solito l’apatia insorge a causa di eventi scatenanti, ne è un esempio il Covid 19, oppure altri tipi di frustrazioni o delusioni. Un ambiente familiare poco stimolante con atteggiamenti e modalità di vita sociale pessimiste, possono portare in età adolescenziale o adulta a sviluppare un’apatia diffusa. In tempi di pandemia, poi, la voglia e le possibilità di uscire di casa diminuiscono notevolmente, e la stessa casa di trasforma in un luogo vuoto e privo di stimoli.

Ansia e apatia

Molti pazienti in questi mesi hanno riscontrato grandi difficoltà riferibli ad una condizione di apatia: assenza di desiderio e di motivazione. Il non poter sviluppare i propri progetti di lavoro e di vita ha determinato una sorta di immobilismo, che inevitabilmente è sconfinato in condizioni di ansia generalizzata, espressa sia a livello fisico che mentale. Una paura di perdere il controllo che non si riesce effettivamente a controllare, e si alimenta della stessa apatia. Un vero e proprio circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, soprattutto perchè non siamo aiutati dal contesto che ci circonda e dalla realtà di una chiusura forzata ormai molto prolungata.

Come superare l’apatia

Per superare l’apatia, e quindi combattere l’ansia che ne deriva, può essere utile costruire una nuova routine quotidiana. La nostra vita è completamente stravolta, non abbiamo più le stesse abitudini. Provare a programmare una nuova routine è molto importante, il consiglio è proprio quello di iniziare da piccoli obiettivi quotidiani, sforzandosi di insistere su cose nuove. Anche cose piccole da fare, ma che possano essere utili nel cambiare le abitudini. L’ansia a sua volta può rendere l’apatia ancora più forte ed invalidante. Se non provassimo apatia e ansia, se la nostra giornata fosse normale, che cosa faremmo di diverso? E’ una domanda che spesso consiglio di porsi alle persone interessate e ai pazienti, sia nei miei articoli che nei percorsi di psicoterapia, perchè può aiutare a trovare soluzioni efficaci e spingere nella direzione del cambiamento.

Quando i livelli di apatia sono eccessivi e l’ansia continua a crescere ritengo fondamentale un percorso di psicoterapia breve strategica che consenta di abbassare il livello di inquietudine e di ritrovare la giusta energia. Superare l’ansia e l’apatia è possibile, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: apatia, coronavirus, paura

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata è il tema dell’ultima intervista che ho svolto con Oliunid Italia, il sito e-commerce specializzato in materiale d’arrampicata, di seguito il testo integrale.

Intervista

E’ da poco uscito il film documentario Light, che porta sotto i riflettori il tema delicatissimo dell’anoressia tra le arrampicatrici agoniste. Abbiamo chiesto un parere al Dr. Guido D’Acuti. Light è un film documentario di recente pubblicazione che affronta un tema molto delicato: quello dell’anoressia tra le arrampicatrici professioniste. Il film, curato da Caroline Treadway, racconta nello specifico le esperienze di Angie Payne, Emily Harrington e dell’arrampicatore Kai Lightner, portando alla luce alcuni disturbi del comportamento alimentare comuni anche a sportivi non professionisti e a tantissime ragazze in età preadolescenziale ed adolescenziale.

Il Dr. Guido D’Acuti è già stato nostro ospite per parlarci di vari temi relativi alla psicologia dello sport e può confermarsi la persona più adatta per fare chiarezza su alcuni degli aspetti legati al disturbo del comportamento alimentare in arrampicata. Con il suo e-book:

“Il Piacere del cibo”

gratuitamente scaricabile dal suo sito, ci introduce infatti al mondo dell’anoressia giovanile: lo prendiamo come spunto per approfondire questo tema dal punto di visto più strettamente “sportivo”.

Buongiorno Guido, bentornato! Abbiamo visto che recentemente sei stato a Lumignano! Come è andata?

Benissimo! Ero un po arrugginito ma devo dire che ne avevo davvero bisogno, la roccia fa miracoli per quello che riguarda il benessere psicologico. Grazie mille come sempre per la possibilità di condividere con voi e con i lettori idee di principio, partendo da una prospettiva psicologica.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Da arrampicatore, e da psicologo con un’esperienza pluriennale nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sicuramente non sarai stupito da quanto viene messo sotto ai riflettori dal documentario Light. Forse in arrampicata, più che in altri sport, si è portati a pensare che la leggerezza possa aiutarci a salire più fluidamente su alcuni tipi di vie. Tu cosa ne pensi?

Credo che il focus debba essere posto non tanto sulla leggerezza fisica quanto su altri aspetti. E’ indubbio che sentirsi leggeri ed in forma può essere d’aiuto, tuttavia è importante puntare su aspetti più rilevanti. La tranquillità psicologica, la tecnica e la performance. Il fisico ha sicuramente un ruolo essenziale, tuttavia la cosa fondamentale è non entrare nel circolo vizioso di dover essere magro a tutti i costi per poter arrampicare. Dobbiamo pensare allo sport e all’arrampicata come ad un momento significativo per la nostra salute ed il nostro benessere. Lo sport deve essere vissuto come un’esperienza che ci fa stare bene, non come un modo per dimagrire, non prendere peso o addirittura perderlo. Se arrampicare, o fare sport in generale, crea difficoltà per quello che riguarda la dinamica alimentare è importante fermarsi a riflettere e lavorare sul modo di trovare nuovamente un equilibrio psicologico.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Nel documentario le atlete raccontano i lati negativi di un’alimentazione insufficiente, ma anche quei traguardi che le portavano a perseguire su quella strada (con prezzi da pagare per la salute fisica generale piuttosto alti). Pensi che una delle cause di questo problema così diffuso in arrampicata possa essere l’apparente guadagno immediato che ne deriva?

Sicuramente! Nell’immediato non mangiare porta paradossalmente a sentirsi meglio. La mente è più lucida, la stanchezza non viene percepita, si prova come la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Il problema è ovviamente nel lungo periodo. In primo luogo perchè non si riesce più a riprendere un’alimentazione regolare, e poi perchè gli effetti paradossalmente benefici del non mangiare pian piano non si avvertono più. La fatica a tornare alla normalità è tanta, mentalmente il pensiero spinge in direzione contraria rispetto al mangiare con regolarità, creando sensi di colpa ed emozioni contrastanti.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Spoileriamo una frase del documentario in cui Angela Payne dichiara come la sensazione di sentirsi forte sui boulder sia di gran lunga più appagante del sentirsi leggera. In quale modo è possibile fare un cambio di rotta per rendere più consapevoli le arrampicatrici che ci sono altri modi per raggiungere i propri obiettivi?

Il primo passo nel campo dell’alimentazione è quello di lavorare sul piacere. Un piacere a 360 gradi che deve estendersi anche alla dinamica sportiva, così da trasformarsi in “forza”. Il piacere è una dinamica particolare, spesso non connessa con la fatica e la forza. Invece il messaggio che vorrei veicolare è di cercare di vivere e cercare il piacere sia nell’alimentazione che nello sport. In ogni gesto sportivo, anche ad alti livelli, sono la motivazione e la dimensione psicologica del piacere a condurre a grandi risultati.

Una delle sezioni più interessanti del film racconta come la “trappola” del perdere peso sia un processo che arriva di soppiatto, iniziando ad arrivare più o meno consapevolmente così tardi a casa da saltare direttamente la cena, e proseguendo con lunghe giornate in falesia senza cibo nello zaino ed altri “piccoli gesti” che sommandosi portano ad una situazione molto precaria. Pensi che da amico, o da genitore, sia possibile accorgersi per tempo di questi segnali non troppo evidenti?

E’ proprio così: una trappola, che paradossalmente ci costruiamo da soli e dalla quale poi fatichiamo ad uscire. Ci sono degli segnali che consentono di capire quello che sta succedendo, ad esempio a tavola il fatto di masticare molto lentamente, oppure quello di andare subito in bagno dopo aver mangiato,magari per espellere il cibo attraverso il vomito autoindotto. Oppure anche il bere grandi quantità di acqua che fanno sentire pieni ma che non nutrono realmente. Lo sport spesso diventa un modo per perdere le calorie assunte durante i pasti, ma quando l’attività fisica diventa il motivo che spinge a non mangiare rischiamo davvero di trasformare la trappola in qualcosa di impenetrabile. In situazioni come queste il consiglio più sincero è sempre quello di rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi con chi conosce a fondo la problematica e può darci una mano ad iniziare un percorso di cambiamento. Spesso mi succede di ricevere delle telefonate su problematiche di disturbi alimentari e di indirizzare le persone fornendo dei consigli che ritengo preziosi o quanto meno utili. Nel caso aveste un familiare con problematiche alimentari non preoccupatevi nel chiedere consiglio ad uno specialista, la chiamata non ha costo e può rivelarsi significativa per indirizzarvi nella corretta direzione

Secondo te le atlete coinvolte in prima persona ne sono sempre consapevoli o in un primo momento si attua quasi un meccanismo inconscio?

Essere consapevoli di situazioni così complesse non è semplice. In un primo momento è sicuramente un processo inconsapevole e purtroppo, una volta costruitasi la “trappola”, poi uscirne diventa difficile. All’interno dei miei percorsi di psicoterapia applico un concetto fondamentale, quello di iniziare con l’aumento della consapevolezza del rapporto fra il cibo e le proprie emozioni. E’ l’inizio del viaggio per il cambiamento verso l’equilibrio delle abitudini alimentari.

Grazie Guido come sempre per il tuo parere! A presto!

Grazie a voi e alla prossima intervista! Nel frattempo per chi avesse piacere di contattarmi ecco i miei contatti: 340.41.90.915 oppure via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

 

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Tag: anoressia, arrampicata, disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo è la giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, la giornata del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Ho deciso di dare il mio contributo raccontando la storia di un paziente, che negli anni ha sviluppato e superato una problematica connessa con l’alimentazione. Racconto una storia vera perchè credo sia fondamentale dare anche una speranza positiva. Uscire da una problematica di disturbo del comportamento alimentare è possibile. Mi piace essere positivo, trovare le soluzioni di fronte a problemi complessi, riportare il benessere psicologico in quelle situazioni in cui il cibo si è trasformato in una prigione.

Mangiare e vomitare, quando il cibo diventa un piacere insostenibile

La storia di R. (nome di fantasia), racconta di un giovane uomo che dopo essere arrivato ad un peso di quasi 100 kg, decide di mettersi a dieta e di ritrovare il benessere fisico. Una missione che sembra impossibile, un desiderio il suo che sembra irrealizzabile. Ed invece mese dopo mese, chilo dopo chilo, ritrova lentamente una forma fisica decente ed insperata.

Disturbi alimentari e la perdita di controllo

Tuttavia l’eccessiva ricerca del controllo alimentare, conduce paradossalmente ad una perdita di controllo. R. si ritrova in piena notte ad abbuffarsi di “cibo spazzatura”. Il senso di colpa dovuto a questi momenti di trasgressione totale lo spingono a vomitare dopo essersi abbuffato. R. trova nel vomito un momento di estasi e pace. Mangia, vomita e perde ancora più peso. Una soluzione quasi ideale, tuttavia però senza accorgersene diventa dipendente dal binomio mangiare e vomitare. Un’accoppiata molto pericolosa, che in apparenza lo calma e gli permette di non aumentare di peso, mangiando anche qualcosa in più di quanto previsto.

Motivazione e Aiuto

Un circolo vizioso infernale che ad un certo punto lo spinge a cercare il sostegno di amici e parenti. In un primo momento R. si sente restio a chiedere aiuto, sia per la paura di essere giudicato che perchè non ritiene possibile che qualcuno lo possa realmente supportare. Spesso è proprio l’impossibilità di immaginare soluzioni funzionali che spinge a rimanere nel proprio circolo vizioso. In questo caso invece la spinta motivazionale dei famigliari che lo hanno convinto ad incontrare lo psicologo ha favorito un cambiamento della situazione. R. ha quindi intrapreso insieme a me e alla famiglia stessa un percorso di psicoterapia e lo ha anche concluso con successo. Il peso non è più un problema, nel senso che ha trovato il giusto peso forma. Mangia con piacere, evitando la carne ma concedendosi dolci, pizza e anche patatine fritte. Rispettando però in maniera equilibrata un’alimentazione corretta, che prevede anche trasgressioni e momenti di intenso piacere.

Giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari

La storia che vi ho raccontato è una storia vera in cui si può intravedere una speranza. La giusta motivazione può spingerci a chiedere aiuto, a trovare soluzioni funzionali, a vedere le cose positive che normalmente non sono così evidenti. La storia di R. in questi giorni che precedono il 15 marzo deve rappresentare uno stimolo per tutti coloro che si trovano dentro la prigione del cibo, che non vedono speranze e non pensano di potercela fare. E’ il mio contributo personale per aiutarvi e sensibilizzare tutti nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, giornata del fiocchetto lilla

Come pensare in maniera positiva? Questa è la domanda a cui cercheremo di rispondere nell’articolo di oggi. Il pensiero è una risorsa inestimabile. In ogni momento della nostra vita stiamo progettando, pensando, riflettendo su qualcosa. E in ogni nostra riflessione le nostre modalità di pensare portano a vedere le cose sia in maniera positiva che anche negativa. La realtà che circonda può essere percepita in modalità completamente differenti. Il nostro pensiero rientra all’interno di questo processo di percezione della realtà, orientandone il significato. Se ad esempio ci sembra di non essere del tutto preparati per un colloquio di lavoro, riusciremo a sentirci in difficoltà e in difetto prima ancora di affrontarlo. Se invece riusciamo ad invertire il flusso e a pensare positivamente, arriveremo al colloquio con un piglio diverso, propositivo e vincente. Al contrario, quando il nostro pensiero rafforza la percezione di non essere all’altezza del selezionatore, durante il colloquio rischiamo di confermare il fallimento.

Il paradosso dell’iper-razionalizzazione

Spesso è proprio chiedendosi cosa sia giusto fare oppure non fare che entriamo in blocco. Cercare di analizzare la situazione da moltissimi punti di vista differenti alla lunga può diventare limitante e bloccare l’azione. Una profonda insistita ricerca di tutte le soluzioni possibili e corrette, mettendo in dubbio le nostre scelte, rischia di produrre un vortice nel quale si tende a perdersi. Non sto sostenendo che prendere in esame più possibili direzioni non sia una modalità corretta. Bensì il fatto che l’eccesso di questa modalità di pensiero può diventare limitante, può aumentare il senso di confusione e addirittura portare al paradosso di una incapacità decisionale.

Come pensare in maniera positiva: un esempio

Superare l’iper-razionalizzazione non è semplice, soprattutto quando siamo alla ricerca di un totale controllo in ogni situazione. S. (nome di fantasia) sta studiando per affrontare alcuni esami all’università. Ogni giorno studia in maniera incessante, quasi senza pause, arrivando a concentrarsi per più di 10 ore al giorno. Il suo problema è l’ossessiva ricerca di controllo per ogni tipo di argomento d’esame. In questo caso il pensiero rende lo studio qualcosa di impossibile. Ogni approfondimento richiede uno sforzo incredibile, così come la ricerca di ogni piccola precisazione nascosta negli appunti. In questa situazione l’iper-razionalizzazione, intesa come il tentativo di dominare ogni aspetto è praticamente impossibile. Il pensiero spinge S. verso direzioni di tentato controllo che non sono realmente funzionali. Nel senso che cercare di anticipare ogni contenuto anche minore per l’esame, per eliminare il dubbio di non avere una preparazione totale, rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario.

L’iper-razionalizzazione crea ostacoli che non permettono di pensare positivamente. In questo caso specifico, riducendo le ore di studio, concentrandosi sui temi propri dell’esame ed evitando di porsi continui dubbi relativi ad una scarsa preparazione, S. è riuscita a superare l’esame e a trovare una nuova modalità di studio in generale.

Come pensare in maniera positiva: una tecnica

Ad un altro paziente ho chiesto:

Cosa faresti di diverso se dovessi pensare in maniera positiva?

la risposta è stata “Farmi meno seghe mentali”. Al di là del simpatico epiteto, questa domanda è uno stimolo alla riflessione e ci aiuta a cercare le direzioni che dobbiamo prendere verso quelle decisioni funzionali in cui il pensiero trova una strada positiva, immagina lo scenario migliore e guida verso le soluzioni ottimali da raggiungere.

Scarica il mio corso gratuito sul pensiero per poter pensare in maniera positiva e mandami un feedback su come ti sei trovato durante il corso. Insieme possiamo anche iniziare un percorso di psicoterapia per riflettere in modo più efficace su come pensare in maniera efficace, chiamami al 340.41.90.915.

 

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Tag: ansia, coaching strategico, Pensiero efficace, Terapia Breve Strategica

Storie vere di Anoressia, è questo il focus dell’articolo di oggi, racconti di sofferenza e di grande dolore. Da molti anni lavoro con i disturbi del comportamento alimentare, l’esperienza maturata con questa problematica ha ulteriormente evidenziato e confermato il ruolo del cibo vissuto dai pazienti come minaccioso per la paura di ingrassare. Vi racconterò due storie, due percorsi di terapia che hanno permesso alle pazienti in questione di trovare nuovamente un benessere psicologico.

Storie vere di anoressia: la storia di N.

N. entra nel mio studio nel momento di maggiore difficoltà. Si sente bloccata, ha paura di mangiare. Ha l’impressione che i vestiti, seppure larghi, le stiano stretti. Mangia qualcosa a colazione, salta il pranzo e a cena si limita a qualche foglia di insalata. N. chiede di poter essere aiutata ma dentro di sé inconsciamente teme di non potercela fare.

“Mi sento grossa, se mangio potrei ingrassare”

In realtà vorrebbe mangiare, ma c’è come una forza che la blocca e non le permette di trovare piacere nel cibo. Il lavoro di terapia, in questa situazione, si è incentrato contemporaneamente sia sulla dinamica di ritrovare il piacere del cibo, sia sugli aspetti emotivi di sofferenza e rabbia. La profonda sofferenza, legata alla trappola in cui sente di essere cascata, la blocca ancora di più. In particolare c’è questa sensazione di essere sempre in una condizione di totale “controllo” di se stessa, che la fa stare male in quanto non riesce mai a lasciarsi andare serenamente nei confronti del cibo. Il lavoro terapeutico si è proprio incentrato sul favorire una nuova gestione della sua vita: emotiva, alimentare e relazionale . Ci sono ancora delle difficoltà da superare, ma il processo di cambiamento è iniziato e il circolo vizioso si sta trasformando in un nuovo circolo virtuoso.

Storie vere di anoressia: la storia di S.

La storia di S. è quella di una ragazza giovanissima, 14 anni, che si presenta in studio accompagnata dalla famiglia. Non si trova a suo agio, non vorrebbe essere nello studio dello psicologo, e non ne capisce il motivo. Le sue condizioni di salute non sono ancora critiche, tuttavia la preoccupazione dei genitori è ampiamente fondata. In questa situazione il lavoro in chiave terapeutica ha coinvolto in prima istanza la famiglia. I genitori, hanno esposto la situazione e si sono trovati direttamente coinvolti nel percorso di recupero di S., addirittura eletti al ruolo di “co-terapeuti”. Dopo alcune sedute iniziali nelle quali la ragazza non si lascia coinvolgere, alla fine S. decide di partecipare attivamente. Le indicazioni e i suggerimenti dati ai genitori hanno fatto il loro effetto. I genitori si sono “compattati” usando lo stesso un comune metodo di regole, alternando in maniera complementare stili relazionali differenti. Quando il papà assumeva un atteggiamento comprensivo, la madre imponeva una maggiore autorità. Viceversa, a ruoli invertiti, nel momento in cui il padre faceva rispettare le regole stabilite con il terapeuta, la mamma si rivelava più dolce e affettuosa. In alcuni momenti, invece, di comune accordo entrambi esercitavano la stessa modalità relazionale. Una vera e propria danza comunicativa che ha aiutato S. ad uscire dal suo guscio protettivo e ad iniziare a lavorare su se stessa. Al momento attuale la terapia si è conclusa ed S. è tornata ad un peso forma normale, ma soprattutto è l’equilibrio emotivo recuperato a fare la vera differenza.

Storie vere di anoressia e Terapia Breve Strategica

Queste storie di anoressia ci insegnano sia l’importanza del cibo che quella del piacere connesso con l’alimentazione. Ma anche l’importanza dei famigliari nel ruolo di supporto attivo verso il miglioramento del benessere psicologico del figlio/a. A conferma del fatto che in assoluto le dinamiche emotive sono fondamentali per la salute mentale e psicologica.

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Attraverso la Terapia Breve strategica ti aiuterò a superare le problematiche connesse con i disturbi del comportamento alimentare.

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Tag: anoressia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Il piacere del cibo

Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia strategica favorisce un nuovo benessere alimentare.

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Cinque passi per definire obiettivi raggiungibili

16 Aprile 2021

La paura di morire è una tipologia di sensazione che prima o poi nella nostra vita arriva. Soprattutto in questo periodo di pandemia, ci siamo ritrovati a pensare più spesso al nostro futuro in chiave negativa. La paura di morire è una tipologia di sensazione che le persone che soffrono di ansia e panico sperimentano spesso, vivendo la loro vita con grande difficoltà. In questo ultimo anno tutti ci siamo trovati a provare una analoga sensazione. Il Covid 19 ci ha messo di fronte al concetto di morte e fatto esperire cosa significhi la paura in un’ottica di sopravvivenza. Nell’articolo di oggi affronterò i temi della paura e della morte, sottolineandone l’evoluzione in un’ottica depressiva e di scoraggiamento generale. 

Paura di morire e paura di perdere il controllo

Un attacco di panico è la massima espressione della paura.  Chi ha vissuto un attacco di panico nella sua vita sa bene che la sensazione di paura alla base può esprimersi un due modalità. La prima è essenzialmente fisica: una sensazione di tachicardia, sudori freddi, tremori, sintomi che fanno sentire come se si stesse per morire. La seconda sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo e di se stessi, quasi di impazzire. Due emozioni che  nella loro massima espressione possono indurre un’esperienza di puro panico. 

Paura di morire e Covid

La paura di morire di malattia è una tipologia di paura specifica, che possiamo definire come ipocondria. Nel caso della paura delle malattie spesso la preoccupazione è legata alla gestione della condizione di malattia stessa. Nel caso del Covid, invece, la paura ha spostato decisamente i pensieri nella direzione del rischio di morte, creando sentimenti di vero e proprio panico.  Per cercare di fronteggiare e superare questi timori, la reazione emotiva ha comportato in qualche caso la comparsa di sentimenti contrastanti di apatia e anche di depressione

paura di morire

Covid e depressione

La depressione di cui parlo consiste in una condizione di scarsa voglia di fare, accompagnata anche da momenti di tristezza e di profonda sofferenza. L’immobilismo creato dal non poter uscire e vivere il quotidiano in totale normalità, ha determinato uno stravolgimento della nostra vita. L’ansia e la paura di morire, pur essendo sempre presenti, hanno dato sfogo a occasioni di grande rabbia, che si è esaurita in momenti di vuoto interiore. Molte persone soffrono, non vedono la possibilità di uscire da questa situazione: genitori ricoverati per Covid che non possono vedere i figli, persone che non riescono a lavorare o non trovano lavoro, studenti che non possono più frequentare la scuola e l’università. Tutte situazioni che dal punto di vista psicologico pesano in maniera importante, determinando condizioni di ansia, di depressione e poca voglia di vivere una vita attiva. 

La terapia breve strategica

Nella mia esperienza di questo ultimo anno ho seguito molte persone vittime di tali situazioni di ansia e depressione. Sono riuscito ad aiutarle, proponendo strategie pratiche, seguendole con continuità, supportando il loro stato d’animo emotivo e fornendo anche soluzioni efficaci. La strategia adottata è quella di lavorare sulla motivazione a vivere le giornate diversamente, cercando di favorire un nuovo equilibrio emotivo.

Se vuoi saperne di più scrivimi al 3404190915 per avere maggiori info oppure mandami una mail a studio@guidodacutipsicologo.it possiamo trovare soluzioni funzionali per superare la tua situazione di blocco emotivo, ansia e depressione.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, paura

Le storie di anoressia ai tempi del lockdown che vi racconterò in questo articolo, rimandano alla giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Il 15 marzo in occasione di questa giornata di sensibilizzazione, sul quotidiano “Il Messaggero” è comparso un articolo a firma E. Priolo dedicato alla storia di due ragazze che stanno combattendo la loro battaglia contro l’anoressia. In particolare la storia di Maria Elena è emblematica sia delle modalità subdole con le quali questa malattia prende possesso del nostro corpo e della nostra mente, sia della grande difficoltà di combatterla e venirne fuori. Ho deciso di proporre una rilettura di alcuni passaggi dell’intervista per spiegare in modo semplice la necessità di prestare la massima attenzione ai segnali di disagio dei nostri giovani nel campo dell’alimentazione.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: una diciottenne con problemi di anoressia

Maria Elena ha poco più di 18 anni quando si mette a dieta per problemi di
obesità. Durante il primo lockdown la solitudine la convince a mantenere una dieta ferrea per non perdere i risultati ottenuti. Inizia quindi ad allenarsi per due ore al giorno e a diminuire l’assunzione di carboidrati e proteine, fino a ridursi a mangiare solo verdura. La bilancia diventa il suo punto di riferimento quotidiano, il peso corporeo cala vistosamente ma lei continua a vedersi grassa allo specchio. Per ridurre ulteriormente il peso arriva ad autoindurre il vomito a seguito dell’assunzione di cibo. Ad un certo punto, però, la stanchezza fisica determina uno stato di tensione emotiva che la spinge ad aprirsi con la famiglia e successivamente ad accettare, non senza difficoltà, il ricovero in un Centro specializzato per i disturbi alimentari. Ora Maria Elena è sotto cura e migliora di giorno in giorno, è consapevole della battaglia difficile che sta conducendo ed è molto motivata. La guarigione è un traguardo alla sua portata.

Le diverse sfaccettature dell’anoressia

La storia di Maria Elena consente di fare alcune considerazioni di carattere
generale. Innanzi tutto è bene ricordare che l’anoressia è una patologia che si può presentare sotto varie forme. Le sue caratteristiche essenziali sono
associate ad una rapida e significativa perdita di peso corporeo. Il soggetto
anoressico è letteralmente ossessionato dalla ricerca della magrezza, dalla
paura di essere grasso o sovrappeso. In molti casi il soggetto anoressico si limita semplicemente a ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo, in altri invece accompagna tale abitudine con una forma di esercizio fisico intenso (es. ginnastica, sport aerobici, etc.) nell’idea di compensare con lo sforzo fisico quello che viene assunto come cibo. In altri casi ancora alterna periodi di forte restrizione alimentare a periodi di vere e proprie abbuffate di cibo, una patologia nota come “binge eating”. Infine esiste la variante del vomito autoindotto, nel quale come è facilmente intuibile, il soggetto compensa l’assunzione di cibo attraverso il vomito.
Se riflettiamo sul percorso di Maria Elena ci rendiamo conto che almeno due
delle varianti sopracitate sono presenti nel percorso della malattia: la dieta
ferrea accompagnata dall’esercizio fisico e successivamente il vomito
autoindotto.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: la prigione mentale

In questi periodi di lockdown e di limitazioni alla libertà di movimento, le problematiche relative ai disturbi alimentari si fanno ancora più frequenti. Non è esagerato parlare di “prigione mentale” a proposito dell’anoressia. Se ne accorge anche Maria Elena che nell’articolo di giornale commenta:

“il disturbo alimentare non viene dal cibo ma dalla mente”.

Nella cura dei disturbi alimentari è essenziale lavorare sulle modalità di percezione della realtà del soggetto anoressico, coinvolgendo anche gli stessi famigliari come supporto
attivo. I famigliari soprattutto sono in grado di riconoscere segnali quali la perdita dell’appetito, l’uso eccessivo della bilancia per controllare il peso, il ricorso a farmaci come i diuretici, etc., che possono rivelare l’esistenza di un problema. In presenza di tali situazioni è consigliabile rivolgersi prontamente all’assistenza di un esperto. In qualità di psicologo e psicoterapeuta, nei miei interventi contro i disturbi del comportamento alimentare applico i concetti della Terapia Breve
Strategica, che si rivela particolarmente efficace nelle forme di anoressia giovanile.

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Tag: anoressia, anoressia giovanile, Terapia Breve Strategica

Ansia e apatia sono due delle emozioni più diffuse soprattutto in questo periodo storico legato alla pandemia da Covid 19. In realtà non è la prima volta che vengo a contatto con queste due emozioni, anche prima del Covid ho svolto percorsi di terapia in cui la sensazione di apatia era strettamente connessa all’ansia. Nell’articolo di oggi vedremo nel dettaglio l’apatia e l’ansia e cercheremo di capire come sia possibile uscire da queste condizioni emotive così bloccanti ed invalidanti.

Ansia e apatia: conosciamole meglio

L’apatia consiste in una condizione di “mancanza di passione”. In altre parole quello che viene meno è la motivazione, lo stimolo ad agire, ad impegnarsi. E’ una sensazione diversa dalla pigrizia, che identifica la scarsa voglia di fare; l’apatia è proprio uno stato psicologico caratterizzato dalla mancanza di stimoli. Le cose che in precedenza ci rendevano felici, ci stimolavano, in uno stato di apatia ci lasciano indifferenti. Non si tratta di depressione, ma di un senso di vuoto nel quale non trovano spazio le emozioni. Di solito l’apatia insorge a causa di eventi scatenanti, ne è un esempio il Covid 19, oppure altri tipi di frustrazioni o delusioni. Un ambiente familiare poco stimolante con atteggiamenti e modalità di vita sociale pessimiste, possono portare in età adolescenziale o adulta a sviluppare un’apatia diffusa. In tempi di pandemia, poi, la voglia e le possibilità di uscire di casa diminuiscono notevolmente, e la stessa casa di trasforma in un luogo vuoto e privo di stimoli.

Ansia e apatia

Molti pazienti in questi mesi hanno riscontrato grandi difficoltà riferibli ad una condizione di apatia: assenza di desiderio e di motivazione. Il non poter sviluppare i propri progetti di lavoro e di vita ha determinato una sorta di immobilismo, che inevitabilmente è sconfinato in condizioni di ansia generalizzata, espressa sia a livello fisico che mentale. Una paura di perdere il controllo che non si riesce effettivamente a controllare, e si alimenta della stessa apatia. Un vero e proprio circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, soprattutto perchè non siamo aiutati dal contesto che ci circonda e dalla realtà di una chiusura forzata ormai molto prolungata.

Come superare l’apatia

Per superare l’apatia, e quindi combattere l’ansia che ne deriva, può essere utile costruire una nuova routine quotidiana. La nostra vita è completamente stravolta, non abbiamo più le stesse abitudini. Provare a programmare una nuova routine è molto importante, il consiglio è proprio quello di iniziare da piccoli obiettivi quotidiani, sforzandosi di insistere su cose nuove. Anche cose piccole da fare, ma che possano essere utili nel cambiare le abitudini. L’ansia a sua volta può rendere l’apatia ancora più forte ed invalidante. Se non provassimo apatia e ansia, se la nostra giornata fosse normale, che cosa faremmo di diverso? E’ una domanda che spesso consiglio di porsi alle persone interessate e ai pazienti, sia nei miei articoli che nei percorsi di psicoterapia, perchè può aiutare a trovare soluzioni efficaci e spingere nella direzione del cambiamento.

Quando i livelli di apatia sono eccessivi e l’ansia continua a crescere ritengo fondamentale un percorso di psicoterapia breve strategica che consenta di abbassare il livello di inquietudine e di ritrovare la giusta energia. Superare l’ansia e l’apatia è possibile, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: apatia, coronavirus, paura

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata è il tema dell’ultima intervista che ho svolto con Oliunid Italia, il sito e-commerce specializzato in materiale d’arrampicata, di seguito il testo integrale.

Intervista

E’ da poco uscito il film documentario Light, che porta sotto i riflettori il tema delicatissimo dell’anoressia tra le arrampicatrici agoniste. Abbiamo chiesto un parere al Dr. Guido D’Acuti. Light è un film documentario di recente pubblicazione che affronta un tema molto delicato: quello dell’anoressia tra le arrampicatrici professioniste. Il film, curato da Caroline Treadway, racconta nello specifico le esperienze di Angie Payne, Emily Harrington e dell’arrampicatore Kai Lightner, portando alla luce alcuni disturbi del comportamento alimentare comuni anche a sportivi non professionisti e a tantissime ragazze in età preadolescenziale ed adolescenziale.

Il Dr. Guido D’Acuti è già stato nostro ospite per parlarci di vari temi relativi alla psicologia dello sport e può confermarsi la persona più adatta per fare chiarezza su alcuni degli aspetti legati al disturbo del comportamento alimentare in arrampicata. Con il suo e-book:

“Il Piacere del cibo”

gratuitamente scaricabile dal suo sito, ci introduce infatti al mondo dell’anoressia giovanile: lo prendiamo come spunto per approfondire questo tema dal punto di visto più strettamente “sportivo”.

Buongiorno Guido, bentornato! Abbiamo visto che recentemente sei stato a Lumignano! Come è andata?

Benissimo! Ero un po arrugginito ma devo dire che ne avevo davvero bisogno, la roccia fa miracoli per quello che riguarda il benessere psicologico. Grazie mille come sempre per la possibilità di condividere con voi e con i lettori idee di principio, partendo da una prospettiva psicologica.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Da arrampicatore, e da psicologo con un’esperienza pluriennale nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sicuramente non sarai stupito da quanto viene messo sotto ai riflettori dal documentario Light. Forse in arrampicata, più che in altri sport, si è portati a pensare che la leggerezza possa aiutarci a salire più fluidamente su alcuni tipi di vie. Tu cosa ne pensi?

Credo che il focus debba essere posto non tanto sulla leggerezza fisica quanto su altri aspetti. E’ indubbio che sentirsi leggeri ed in forma può essere d’aiuto, tuttavia è importante puntare su aspetti più rilevanti. La tranquillità psicologica, la tecnica e la performance. Il fisico ha sicuramente un ruolo essenziale, tuttavia la cosa fondamentale è non entrare nel circolo vizioso di dover essere magro a tutti i costi per poter arrampicare. Dobbiamo pensare allo sport e all’arrampicata come ad un momento significativo per la nostra salute ed il nostro benessere. Lo sport deve essere vissuto come un’esperienza che ci fa stare bene, non come un modo per dimagrire, non prendere peso o addirittura perderlo. Se arrampicare, o fare sport in generale, crea difficoltà per quello che riguarda la dinamica alimentare è importante fermarsi a riflettere e lavorare sul modo di trovare nuovamente un equilibrio psicologico.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Nel documentario le atlete raccontano i lati negativi di un’alimentazione insufficiente, ma anche quei traguardi che le portavano a perseguire su quella strada (con prezzi da pagare per la salute fisica generale piuttosto alti). Pensi che una delle cause di questo problema così diffuso in arrampicata possa essere l’apparente guadagno immediato che ne deriva?

Sicuramente! Nell’immediato non mangiare porta paradossalmente a sentirsi meglio. La mente è più lucida, la stanchezza non viene percepita, si prova come la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Il problema è ovviamente nel lungo periodo. In primo luogo perchè non si riesce più a riprendere un’alimentazione regolare, e poi perchè gli effetti paradossalmente benefici del non mangiare pian piano non si avvertono più. La fatica a tornare alla normalità è tanta, mentalmente il pensiero spinge in direzione contraria rispetto al mangiare con regolarità, creando sensi di colpa ed emozioni contrastanti.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Spoileriamo una frase del documentario in cui Angela Payne dichiara come la sensazione di sentirsi forte sui boulder sia di gran lunga più appagante del sentirsi leggera. In quale modo è possibile fare un cambio di rotta per rendere più consapevoli le arrampicatrici che ci sono altri modi per raggiungere i propri obiettivi?

Il primo passo nel campo dell’alimentazione è quello di lavorare sul piacere. Un piacere a 360 gradi che deve estendersi anche alla dinamica sportiva, così da trasformarsi in “forza”. Il piacere è una dinamica particolare, spesso non connessa con la fatica e la forza. Invece il messaggio che vorrei veicolare è di cercare di vivere e cercare il piacere sia nell’alimentazione che nello sport. In ogni gesto sportivo, anche ad alti livelli, sono la motivazione e la dimensione psicologica del piacere a condurre a grandi risultati.

Una delle sezioni più interessanti del film racconta come la “trappola” del perdere peso sia un processo che arriva di soppiatto, iniziando ad arrivare più o meno consapevolmente così tardi a casa da saltare direttamente la cena, e proseguendo con lunghe giornate in falesia senza cibo nello zaino ed altri “piccoli gesti” che sommandosi portano ad una situazione molto precaria. Pensi che da amico, o da genitore, sia possibile accorgersi per tempo di questi segnali non troppo evidenti?

E’ proprio così: una trappola, che paradossalmente ci costruiamo da soli e dalla quale poi fatichiamo ad uscire. Ci sono degli segnali che consentono di capire quello che sta succedendo, ad esempio a tavola il fatto di masticare molto lentamente, oppure quello di andare subito in bagno dopo aver mangiato,magari per espellere il cibo attraverso il vomito autoindotto. Oppure anche il bere grandi quantità di acqua che fanno sentire pieni ma che non nutrono realmente. Lo sport spesso diventa un modo per perdere le calorie assunte durante i pasti, ma quando l’attività fisica diventa il motivo che spinge a non mangiare rischiamo davvero di trasformare la trappola in qualcosa di impenetrabile. In situazioni come queste il consiglio più sincero è sempre quello di rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi con chi conosce a fondo la problematica e può darci una mano ad iniziare un percorso di cambiamento. Spesso mi succede di ricevere delle telefonate su problematiche di disturbi alimentari e di indirizzare le persone fornendo dei consigli che ritengo preziosi o quanto meno utili. Nel caso aveste un familiare con problematiche alimentari non preoccupatevi nel chiedere consiglio ad uno specialista, la chiamata non ha costo e può rivelarsi significativa per indirizzarvi nella corretta direzione

Secondo te le atlete coinvolte in prima persona ne sono sempre consapevoli o in un primo momento si attua quasi un meccanismo inconscio?

Essere consapevoli di situazioni così complesse non è semplice. In un primo momento è sicuramente un processo inconsapevole e purtroppo, una volta costruitasi la “trappola”, poi uscirne diventa difficile. All’interno dei miei percorsi di psicoterapia applico un concetto fondamentale, quello di iniziare con l’aumento della consapevolezza del rapporto fra il cibo e le proprie emozioni. E’ l’inizio del viaggio per il cambiamento verso l’equilibrio delle abitudini alimentari.

Grazie Guido come sempre per il tuo parere! A presto!

Grazie a voi e alla prossima intervista! Nel frattempo per chi avesse piacere di contattarmi ecco i miei contatti: 340.41.90.915 oppure via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

 

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Tag: anoressia, arrampicata, disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo è la giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, la giornata del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Ho deciso di dare il mio contributo raccontando la storia di un paziente, che negli anni ha sviluppato e superato una problematica connessa con l’alimentazione. Racconto una storia vera perchè credo sia fondamentale dare anche una speranza positiva. Uscire da una problematica di disturbo del comportamento alimentare è possibile. Mi piace essere positivo, trovare le soluzioni di fronte a problemi complessi, riportare il benessere psicologico in quelle situazioni in cui il cibo si è trasformato in una prigione.

Mangiare e vomitare, quando il cibo diventa un piacere insostenibile

La storia di R. (nome di fantasia), racconta di un giovane uomo che dopo essere arrivato ad un peso di quasi 100 kg, decide di mettersi a dieta e di ritrovare il benessere fisico. Una missione che sembra impossibile, un desiderio il suo che sembra irrealizzabile. Ed invece mese dopo mese, chilo dopo chilo, ritrova lentamente una forma fisica decente ed insperata.

Disturbi alimentari e la perdita di controllo

Tuttavia l’eccessiva ricerca del controllo alimentare, conduce paradossalmente ad una perdita di controllo. R. si ritrova in piena notte ad abbuffarsi di “cibo spazzatura”. Il senso di colpa dovuto a questi momenti di trasgressione totale lo spingono a vomitare dopo essersi abbuffato. R. trova nel vomito un momento di estasi e pace. Mangia, vomita e perde ancora più peso. Una soluzione quasi ideale, tuttavia però senza accorgersene diventa dipendente dal binomio mangiare e vomitare. Un’accoppiata molto pericolosa, che in apparenza lo calma e gli permette di non aumentare di peso, mangiando anche qualcosa in più di quanto previsto.

Motivazione e Aiuto

Un circolo vizioso infernale che ad un certo punto lo spinge a cercare il sostegno di amici e parenti. In un primo momento R. si sente restio a chiedere aiuto, sia per la paura di essere giudicato che perchè non ritiene possibile che qualcuno lo possa realmente supportare. Spesso è proprio l’impossibilità di immaginare soluzioni funzionali che spinge a rimanere nel proprio circolo vizioso. In questo caso invece la spinta motivazionale dei famigliari che lo hanno convinto ad incontrare lo psicologo ha favorito un cambiamento della situazione. R. ha quindi intrapreso insieme a me e alla famiglia stessa un percorso di psicoterapia e lo ha anche concluso con successo. Il peso non è più un problema, nel senso che ha trovato il giusto peso forma. Mangia con piacere, evitando la carne ma concedendosi dolci, pizza e anche patatine fritte. Rispettando però in maniera equilibrata un’alimentazione corretta, che prevede anche trasgressioni e momenti di intenso piacere.

Giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari

La storia che vi ho raccontato è una storia vera in cui si può intravedere una speranza. La giusta motivazione può spingerci a chiedere aiuto, a trovare soluzioni funzionali, a vedere le cose positive che normalmente non sono così evidenti. La storia di R. in questi giorni che precedono il 15 marzo deve rappresentare uno stimolo per tutti coloro che si trovano dentro la prigione del cibo, che non vedono speranze e non pensano di potercela fare. E’ il mio contributo personale per aiutarvi e sensibilizzare tutti nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Per chi volesse avere maggiori informazioni clicca in questo link per scaricare il mio ebook gratuito: “Il Piacere del Cibo”.

 

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, giornata del fiocchetto lilla

Come pensare in maniera positiva? Questa è la domanda a cui cercheremo di rispondere nell’articolo di oggi. Il pensiero è una risorsa inestimabile. In ogni momento della nostra vita stiamo progettando, pensando, riflettendo su qualcosa. E in ogni nostra riflessione le nostre modalità di pensare portano a vedere le cose sia in maniera positiva che anche negativa. La realtà che circonda può essere percepita in modalità completamente differenti. Il nostro pensiero rientra all’interno di questo processo di percezione della realtà, orientandone il significato. Se ad esempio ci sembra di non essere del tutto preparati per un colloquio di lavoro, riusciremo a sentirci in difficoltà e in difetto prima ancora di affrontarlo. Se invece riusciamo ad invertire il flusso e a pensare positivamente, arriveremo al colloquio con un piglio diverso, propositivo e vincente. Al contrario, quando il nostro pensiero rafforza la percezione di non essere all’altezza del selezionatore, durante il colloquio rischiamo di confermare il fallimento.

Il paradosso dell’iper-razionalizzazione

Spesso è proprio chiedendosi cosa sia giusto fare oppure non fare che entriamo in blocco. Cercare di analizzare la situazione da moltissimi punti di vista differenti alla lunga può diventare limitante e bloccare l’azione. Una profonda insistita ricerca di tutte le soluzioni possibili e corrette, mettendo in dubbio le nostre scelte, rischia di produrre un vortice nel quale si tende a perdersi. Non sto sostenendo che prendere in esame più possibili direzioni non sia una modalità corretta. Bensì il fatto che l’eccesso di questa modalità di pensiero può diventare limitante, può aumentare il senso di confusione e addirittura portare al paradosso di una incapacità decisionale.

Come pensare in maniera positiva: un esempio

Superare l’iper-razionalizzazione non è semplice, soprattutto quando siamo alla ricerca di un totale controllo in ogni situazione. S. (nome di fantasia) sta studiando per affrontare alcuni esami all’università. Ogni giorno studia in maniera incessante, quasi senza pause, arrivando a concentrarsi per più di 10 ore al giorno. Il suo problema è l’ossessiva ricerca di controllo per ogni tipo di argomento d’esame. In questo caso il pensiero rende lo studio qualcosa di impossibile. Ogni approfondimento richiede uno sforzo incredibile, così come la ricerca di ogni piccola precisazione nascosta negli appunti. In questa situazione l’iper-razionalizzazione, intesa come il tentativo di dominare ogni aspetto è praticamente impossibile. Il pensiero spinge S. verso direzioni di tentato controllo che non sono realmente funzionali. Nel senso che cercare di anticipare ogni contenuto anche minore per l’esame, per eliminare il dubbio di non avere una preparazione totale, rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario.

L’iper-razionalizzazione crea ostacoli che non permettono di pensare positivamente. In questo caso specifico, riducendo le ore di studio, concentrandosi sui temi propri dell’esame ed evitando di porsi continui dubbi relativi ad una scarsa preparazione, S. è riuscita a superare l’esame e a trovare una nuova modalità di studio in generale.

Come pensare in maniera positiva: una tecnica

Ad un altro paziente ho chiesto:

Cosa faresti di diverso se dovessi pensare in maniera positiva?

la risposta è stata “Farmi meno seghe mentali”. Al di là del simpatico epiteto, questa domanda è uno stimolo alla riflessione e ci aiuta a cercare le direzioni che dobbiamo prendere verso quelle decisioni funzionali in cui il pensiero trova una strada positiva, immagina lo scenario migliore e guida verso le soluzioni ottimali da raggiungere.

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Tag: ansia, coaching strategico, Pensiero efficace, Terapia Breve Strategica

Storie vere di Anoressia, è questo il focus dell’articolo di oggi, racconti di sofferenza e di grande dolore. Da molti anni lavoro con i disturbi del comportamento alimentare, l’esperienza maturata con questa problematica ha ulteriormente evidenziato e confermato il ruolo del cibo vissuto dai pazienti come minaccioso per la paura di ingrassare. Vi racconterò due storie, due percorsi di terapia che hanno permesso alle pazienti in questione di trovare nuovamente un benessere psicologico.

Storie vere di anoressia: la storia di N.

N. entra nel mio studio nel momento di maggiore difficoltà. Si sente bloccata, ha paura di mangiare. Ha l’impressione che i vestiti, seppure larghi, le stiano stretti. Mangia qualcosa a colazione, salta il pranzo e a cena si limita a qualche foglia di insalata. N. chiede di poter essere aiutata ma dentro di sé inconsciamente teme di non potercela fare.

“Mi sento grossa, se mangio potrei ingrassare”

In realtà vorrebbe mangiare, ma c’è come una forza che la blocca e non le permette di trovare piacere nel cibo. Il lavoro di terapia, in questa situazione, si è incentrato contemporaneamente sia sulla dinamica di ritrovare il piacere del cibo, sia sugli aspetti emotivi di sofferenza e rabbia. La profonda sofferenza, legata alla trappola in cui sente di essere cascata, la blocca ancora di più. In particolare c’è questa sensazione di essere sempre in una condizione di totale “controllo” di se stessa, che la fa stare male in quanto non riesce mai a lasciarsi andare serenamente nei confronti del cibo. Il lavoro terapeutico si è proprio incentrato sul favorire una nuova gestione della sua vita: emotiva, alimentare e relazionale . Ci sono ancora delle difficoltà da superare, ma il processo di cambiamento è iniziato e il circolo vizioso si sta trasformando in un nuovo circolo virtuoso.

Storie vere di anoressia: la storia di S.

La storia di S. è quella di una ragazza giovanissima, 14 anni, che si presenta in studio accompagnata dalla famiglia. Non si trova a suo agio, non vorrebbe essere nello studio dello psicologo, e non ne capisce il motivo. Le sue condizioni di salute non sono ancora critiche, tuttavia la preoccupazione dei genitori è ampiamente fondata. In questa situazione il lavoro in chiave terapeutica ha coinvolto in prima istanza la famiglia. I genitori, hanno esposto la situazione e si sono trovati direttamente coinvolti nel percorso di recupero di S., addirittura eletti al ruolo di “co-terapeuti”. Dopo alcune sedute iniziali nelle quali la ragazza non si lascia coinvolgere, alla fine S. decide di partecipare attivamente. Le indicazioni e i suggerimenti dati ai genitori hanno fatto il loro effetto. I genitori si sono “compattati” usando lo stesso un comune metodo di regole, alternando in maniera complementare stili relazionali differenti. Quando il papà assumeva un atteggiamento comprensivo, la madre imponeva una maggiore autorità. Viceversa, a ruoli invertiti, nel momento in cui il padre faceva rispettare le regole stabilite con il terapeuta, la mamma si rivelava più dolce e affettuosa. In alcuni momenti, invece, di comune accordo entrambi esercitavano la stessa modalità relazionale. Una vera e propria danza comunicativa che ha aiutato S. ad uscire dal suo guscio protettivo e ad iniziare a lavorare su se stessa. Al momento attuale la terapia si è conclusa ed S. è tornata ad un peso forma normale, ma soprattutto è l’equilibrio emotivo recuperato a fare la vera differenza.

Storie vere di anoressia e Terapia Breve Strategica

Queste storie di anoressia ci insegnano sia l’importanza del cibo che quella del piacere connesso con l’alimentazione. Ma anche l’importanza dei famigliari nel ruolo di supporto attivo verso il miglioramento del benessere psicologico del figlio/a. A conferma del fatto che in assoluto le dinamiche emotive sono fondamentali per la salute mentale e psicologica.

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Attraverso la Terapia Breve strategica ti aiuterò a superare le problematiche connesse con i disturbi del comportamento alimentare.

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Tag: anoressia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Il piacere del cibo

Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia strategica favorisce un nuovo benessere alimentare.

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Cinque passi per definire obiettivi raggiungibili

16 Aprile 2021

La paura di morire è una tipologia di sensazione che prima o poi nella nostra vita arriva. Soprattutto in questo periodo di pandemia, ci siamo ritrovati a pensare più spesso al nostro futuro in chiave negativa. La paura di morire è una tipologia di sensazione che le persone che soffrono di ansia e panico sperimentano spesso, vivendo la loro vita con grande difficoltà. In questo ultimo anno tutti ci siamo trovati a provare una analoga sensazione. Il Covid 19 ci ha messo di fronte al concetto di morte e fatto esperire cosa significhi la paura in un’ottica di sopravvivenza. Nell’articolo di oggi affronterò i temi della paura e della morte, sottolineandone l’evoluzione in un’ottica depressiva e di scoraggiamento generale. 

Paura di morire e paura di perdere il controllo

Un attacco di panico è la massima espressione della paura.  Chi ha vissuto un attacco di panico nella sua vita sa bene che la sensazione di paura alla base può esprimersi un due modalità. La prima è essenzialmente fisica: una sensazione di tachicardia, sudori freddi, tremori, sintomi che fanno sentire come se si stesse per morire. La seconda sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo e di se stessi, quasi di impazzire. Due emozioni che  nella loro massima espressione possono indurre un’esperienza di puro panico. 

Paura di morire e Covid

La paura di morire di malattia è una tipologia di paura specifica, che possiamo definire come ipocondria. Nel caso della paura delle malattie spesso la preoccupazione è legata alla gestione della condizione di malattia stessa. Nel caso del Covid, invece, la paura ha spostato decisamente i pensieri nella direzione del rischio di morte, creando sentimenti di vero e proprio panico.  Per cercare di fronteggiare e superare questi timori, la reazione emotiva ha comportato in qualche caso la comparsa di sentimenti contrastanti di apatia e anche di depressione

paura di morire

Covid e depressione

La depressione di cui parlo consiste in una condizione di scarsa voglia di fare, accompagnata anche da momenti di tristezza e di profonda sofferenza. L’immobilismo creato dal non poter uscire e vivere il quotidiano in totale normalità, ha determinato uno stravolgimento della nostra vita. L’ansia e la paura di morire, pur essendo sempre presenti, hanno dato sfogo a occasioni di grande rabbia, che si è esaurita in momenti di vuoto interiore. Molte persone soffrono, non vedono la possibilità di uscire da questa situazione: genitori ricoverati per Covid che non possono vedere i figli, persone che non riescono a lavorare o non trovano lavoro, studenti che non possono più frequentare la scuola e l’università. Tutte situazioni che dal punto di vista psicologico pesano in maniera importante, determinando condizioni di ansia, di depressione e poca voglia di vivere una vita attiva. 

La terapia breve strategica

Nella mia esperienza di questo ultimo anno ho seguito molte persone vittime di tali situazioni di ansia e depressione. Sono riuscito ad aiutarle, proponendo strategie pratiche, seguendole con continuità, supportando il loro stato d’animo emotivo e fornendo anche soluzioni efficaci. La strategia adottata è quella di lavorare sulla motivazione a vivere le giornate diversamente, cercando di favorire un nuovo equilibrio emotivo.

Se vuoi saperne di più scrivimi al 3404190915 per avere maggiori info oppure mandami una mail a studio@guidodacutipsicologo.it possiamo trovare soluzioni funzionali per superare la tua situazione di blocco emotivo, ansia e depressione.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, paura

Le storie di anoressia ai tempi del lockdown che vi racconterò in questo articolo, rimandano alla giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Il 15 marzo in occasione di questa giornata di sensibilizzazione, sul quotidiano “Il Messaggero” è comparso un articolo a firma E. Priolo dedicato alla storia di due ragazze che stanno combattendo la loro battaglia contro l’anoressia. In particolare la storia di Maria Elena è emblematica sia delle modalità subdole con le quali questa malattia prende possesso del nostro corpo e della nostra mente, sia della grande difficoltà di combatterla e venirne fuori. Ho deciso di proporre una rilettura di alcuni passaggi dell’intervista per spiegare in modo semplice la necessità di prestare la massima attenzione ai segnali di disagio dei nostri giovani nel campo dell’alimentazione.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: una diciottenne con problemi di anoressia

Maria Elena ha poco più di 18 anni quando si mette a dieta per problemi di
obesità. Durante il primo lockdown la solitudine la convince a mantenere una dieta ferrea per non perdere i risultati ottenuti. Inizia quindi ad allenarsi per due ore al giorno e a diminuire l’assunzione di carboidrati e proteine, fino a ridursi a mangiare solo verdura. La bilancia diventa il suo punto di riferimento quotidiano, il peso corporeo cala vistosamente ma lei continua a vedersi grassa allo specchio. Per ridurre ulteriormente il peso arriva ad autoindurre il vomito a seguito dell’assunzione di cibo. Ad un certo punto, però, la stanchezza fisica determina uno stato di tensione emotiva che la spinge ad aprirsi con la famiglia e successivamente ad accettare, non senza difficoltà, il ricovero in un Centro specializzato per i disturbi alimentari. Ora Maria Elena è sotto cura e migliora di giorno in giorno, è consapevole della battaglia difficile che sta conducendo ed è molto motivata. La guarigione è un traguardo alla sua portata.

Le diverse sfaccettature dell’anoressia

La storia di Maria Elena consente di fare alcune considerazioni di carattere
generale. Innanzi tutto è bene ricordare che l’anoressia è una patologia che si può presentare sotto varie forme. Le sue caratteristiche essenziali sono
associate ad una rapida e significativa perdita di peso corporeo. Il soggetto
anoressico è letteralmente ossessionato dalla ricerca della magrezza, dalla
paura di essere grasso o sovrappeso. In molti casi il soggetto anoressico si limita semplicemente a ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo, in altri invece accompagna tale abitudine con una forma di esercizio fisico intenso (es. ginnastica, sport aerobici, etc.) nell’idea di compensare con lo sforzo fisico quello che viene assunto come cibo. In altri casi ancora alterna periodi di forte restrizione alimentare a periodi di vere e proprie abbuffate di cibo, una patologia nota come “binge eating”. Infine esiste la variante del vomito autoindotto, nel quale come è facilmente intuibile, il soggetto compensa l’assunzione di cibo attraverso il vomito.
Se riflettiamo sul percorso di Maria Elena ci rendiamo conto che almeno due
delle varianti sopracitate sono presenti nel percorso della malattia: la dieta
ferrea accompagnata dall’esercizio fisico e successivamente il vomito
autoindotto.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: la prigione mentale

In questi periodi di lockdown e di limitazioni alla libertà di movimento, le problematiche relative ai disturbi alimentari si fanno ancora più frequenti. Non è esagerato parlare di “prigione mentale” a proposito dell’anoressia. Se ne accorge anche Maria Elena che nell’articolo di giornale commenta:

“il disturbo alimentare non viene dal cibo ma dalla mente”.

Nella cura dei disturbi alimentari è essenziale lavorare sulle modalità di percezione della realtà del soggetto anoressico, coinvolgendo anche gli stessi famigliari come supporto
attivo. I famigliari soprattutto sono in grado di riconoscere segnali quali la perdita dell’appetito, l’uso eccessivo della bilancia per controllare il peso, il ricorso a farmaci come i diuretici, etc., che possono rivelare l’esistenza di un problema. In presenza di tali situazioni è consigliabile rivolgersi prontamente all’assistenza di un esperto. In qualità di psicologo e psicoterapeuta, nei miei interventi contro i disturbi del comportamento alimentare applico i concetti della Terapia Breve
Strategica, che si rivela particolarmente efficace nelle forme di anoressia giovanile.

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Tag: anoressia, anoressia giovanile, Terapia Breve Strategica

Ansia e apatia sono due delle emozioni più diffuse soprattutto in questo periodo storico legato alla pandemia da Covid 19. In realtà non è la prima volta che vengo a contatto con queste due emozioni, anche prima del Covid ho svolto percorsi di terapia in cui la sensazione di apatia era strettamente connessa all’ansia. Nell’articolo di oggi vedremo nel dettaglio l’apatia e l’ansia e cercheremo di capire come sia possibile uscire da queste condizioni emotive così bloccanti ed invalidanti.

Ansia e apatia: conosciamole meglio

L’apatia consiste in una condizione di “mancanza di passione”. In altre parole quello che viene meno è la motivazione, lo stimolo ad agire, ad impegnarsi. E’ una sensazione diversa dalla pigrizia, che identifica la scarsa voglia di fare; l’apatia è proprio uno stato psicologico caratterizzato dalla mancanza di stimoli. Le cose che in precedenza ci rendevano felici, ci stimolavano, in uno stato di apatia ci lasciano indifferenti. Non si tratta di depressione, ma di un senso di vuoto nel quale non trovano spazio le emozioni. Di solito l’apatia insorge a causa di eventi scatenanti, ne è un esempio il Covid 19, oppure altri tipi di frustrazioni o delusioni. Un ambiente familiare poco stimolante con atteggiamenti e modalità di vita sociale pessimiste, possono portare in età adolescenziale o adulta a sviluppare un’apatia diffusa. In tempi di pandemia, poi, la voglia e le possibilità di uscire di casa diminuiscono notevolmente, e la stessa casa di trasforma in un luogo vuoto e privo di stimoli.

Ansia e apatia

Molti pazienti in questi mesi hanno riscontrato grandi difficoltà riferibli ad una condizione di apatia: assenza di desiderio e di motivazione. Il non poter sviluppare i propri progetti di lavoro e di vita ha determinato una sorta di immobilismo, che inevitabilmente è sconfinato in condizioni di ansia generalizzata, espressa sia a livello fisico che mentale. Una paura di perdere il controllo che non si riesce effettivamente a controllare, e si alimenta della stessa apatia. Un vero e proprio circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, soprattutto perchè non siamo aiutati dal contesto che ci circonda e dalla realtà di una chiusura forzata ormai molto prolungata.

Come superare l’apatia

Per superare l’apatia, e quindi combattere l’ansia che ne deriva, può essere utile costruire una nuova routine quotidiana. La nostra vita è completamente stravolta, non abbiamo più le stesse abitudini. Provare a programmare una nuova routine è molto importante, il consiglio è proprio quello di iniziare da piccoli obiettivi quotidiani, sforzandosi di insistere su cose nuove. Anche cose piccole da fare, ma che possano essere utili nel cambiare le abitudini. L’ansia a sua volta può rendere l’apatia ancora più forte ed invalidante. Se non provassimo apatia e ansia, se la nostra giornata fosse normale, che cosa faremmo di diverso? E’ una domanda che spesso consiglio di porsi alle persone interessate e ai pazienti, sia nei miei articoli che nei percorsi di psicoterapia, perchè può aiutare a trovare soluzioni efficaci e spingere nella direzione del cambiamento.

Quando i livelli di apatia sono eccessivi e l’ansia continua a crescere ritengo fondamentale un percorso di psicoterapia breve strategica che consenta di abbassare il livello di inquietudine e di ritrovare la giusta energia. Superare l’ansia e l’apatia è possibile, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: apatia, coronavirus, paura

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata è il tema dell’ultima intervista che ho svolto con Oliunid Italia, il sito e-commerce specializzato in materiale d’arrampicata, di seguito il testo integrale.

Intervista

E’ da poco uscito il film documentario Light, che porta sotto i riflettori il tema delicatissimo dell’anoressia tra le arrampicatrici agoniste. Abbiamo chiesto un parere al Dr. Guido D’Acuti. Light è un film documentario di recente pubblicazione che affronta un tema molto delicato: quello dell’anoressia tra le arrampicatrici professioniste. Il film, curato da Caroline Treadway, racconta nello specifico le esperienze di Angie Payne, Emily Harrington e dell’arrampicatore Kai Lightner, portando alla luce alcuni disturbi del comportamento alimentare comuni anche a sportivi non professionisti e a tantissime ragazze in età preadolescenziale ed adolescenziale.

Il Dr. Guido D’Acuti è già stato nostro ospite per parlarci di vari temi relativi alla psicologia dello sport e può confermarsi la persona più adatta per fare chiarezza su alcuni degli aspetti legati al disturbo del comportamento alimentare in arrampicata. Con il suo e-book:

“Il Piacere del cibo”

gratuitamente scaricabile dal suo sito, ci introduce infatti al mondo dell’anoressia giovanile: lo prendiamo come spunto per approfondire questo tema dal punto di visto più strettamente “sportivo”.

Buongiorno Guido, bentornato! Abbiamo visto che recentemente sei stato a Lumignano! Come è andata?

Benissimo! Ero un po arrugginito ma devo dire che ne avevo davvero bisogno, la roccia fa miracoli per quello che riguarda il benessere psicologico. Grazie mille come sempre per la possibilità di condividere con voi e con i lettori idee di principio, partendo da una prospettiva psicologica.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Da arrampicatore, e da psicologo con un’esperienza pluriennale nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sicuramente non sarai stupito da quanto viene messo sotto ai riflettori dal documentario Light. Forse in arrampicata, più che in altri sport, si è portati a pensare che la leggerezza possa aiutarci a salire più fluidamente su alcuni tipi di vie. Tu cosa ne pensi?

Credo che il focus debba essere posto non tanto sulla leggerezza fisica quanto su altri aspetti. E’ indubbio che sentirsi leggeri ed in forma può essere d’aiuto, tuttavia è importante puntare su aspetti più rilevanti. La tranquillità psicologica, la tecnica e la performance. Il fisico ha sicuramente un ruolo essenziale, tuttavia la cosa fondamentale è non entrare nel circolo vizioso di dover essere magro a tutti i costi per poter arrampicare. Dobbiamo pensare allo sport e all’arrampicata come ad un momento significativo per la nostra salute ed il nostro benessere. Lo sport deve essere vissuto come un’esperienza che ci fa stare bene, non come un modo per dimagrire, non prendere peso o addirittura perderlo. Se arrampicare, o fare sport in generale, crea difficoltà per quello che riguarda la dinamica alimentare è importante fermarsi a riflettere e lavorare sul modo di trovare nuovamente un equilibrio psicologico.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Nel documentario le atlete raccontano i lati negativi di un’alimentazione insufficiente, ma anche quei traguardi che le portavano a perseguire su quella strada (con prezzi da pagare per la salute fisica generale piuttosto alti). Pensi che una delle cause di questo problema così diffuso in arrampicata possa essere l’apparente guadagno immediato che ne deriva?

Sicuramente! Nell’immediato non mangiare porta paradossalmente a sentirsi meglio. La mente è più lucida, la stanchezza non viene percepita, si prova come la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Il problema è ovviamente nel lungo periodo. In primo luogo perchè non si riesce più a riprendere un’alimentazione regolare, e poi perchè gli effetti paradossalmente benefici del non mangiare pian piano non si avvertono più. La fatica a tornare alla normalità è tanta, mentalmente il pensiero spinge in direzione contraria rispetto al mangiare con regolarità, creando sensi di colpa ed emozioni contrastanti.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Spoileriamo una frase del documentario in cui Angela Payne dichiara come la sensazione di sentirsi forte sui boulder sia di gran lunga più appagante del sentirsi leggera. In quale modo è possibile fare un cambio di rotta per rendere più consapevoli le arrampicatrici che ci sono altri modi per raggiungere i propri obiettivi?

Il primo passo nel campo dell’alimentazione è quello di lavorare sul piacere. Un piacere a 360 gradi che deve estendersi anche alla dinamica sportiva, così da trasformarsi in “forza”. Il piacere è una dinamica particolare, spesso non connessa con la fatica e la forza. Invece il messaggio che vorrei veicolare è di cercare di vivere e cercare il piacere sia nell’alimentazione che nello sport. In ogni gesto sportivo, anche ad alti livelli, sono la motivazione e la dimensione psicologica del piacere a condurre a grandi risultati.

Una delle sezioni più interessanti del film racconta come la “trappola” del perdere peso sia un processo che arriva di soppiatto, iniziando ad arrivare più o meno consapevolmente così tardi a casa da saltare direttamente la cena, e proseguendo con lunghe giornate in falesia senza cibo nello zaino ed altri “piccoli gesti” che sommandosi portano ad una situazione molto precaria. Pensi che da amico, o da genitore, sia possibile accorgersi per tempo di questi segnali non troppo evidenti?

E’ proprio così: una trappola, che paradossalmente ci costruiamo da soli e dalla quale poi fatichiamo ad uscire. Ci sono degli segnali che consentono di capire quello che sta succedendo, ad esempio a tavola il fatto di masticare molto lentamente, oppure quello di andare subito in bagno dopo aver mangiato,magari per espellere il cibo attraverso il vomito autoindotto. Oppure anche il bere grandi quantità di acqua che fanno sentire pieni ma che non nutrono realmente. Lo sport spesso diventa un modo per perdere le calorie assunte durante i pasti, ma quando l’attività fisica diventa il motivo che spinge a non mangiare rischiamo davvero di trasformare la trappola in qualcosa di impenetrabile. In situazioni come queste il consiglio più sincero è sempre quello di rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi con chi conosce a fondo la problematica e può darci una mano ad iniziare un percorso di cambiamento. Spesso mi succede di ricevere delle telefonate su problematiche di disturbi alimentari e di indirizzare le persone fornendo dei consigli che ritengo preziosi o quanto meno utili. Nel caso aveste un familiare con problematiche alimentari non preoccupatevi nel chiedere consiglio ad uno specialista, la chiamata non ha costo e può rivelarsi significativa per indirizzarvi nella corretta direzione

Secondo te le atlete coinvolte in prima persona ne sono sempre consapevoli o in un primo momento si attua quasi un meccanismo inconscio?

Essere consapevoli di situazioni così complesse non è semplice. In un primo momento è sicuramente un processo inconsapevole e purtroppo, una volta costruitasi la “trappola”, poi uscirne diventa difficile. All’interno dei miei percorsi di psicoterapia applico un concetto fondamentale, quello di iniziare con l’aumento della consapevolezza del rapporto fra il cibo e le proprie emozioni. E’ l’inizio del viaggio per il cambiamento verso l’equilibrio delle abitudini alimentari.

Grazie Guido come sempre per il tuo parere! A presto!

Grazie a voi e alla prossima intervista! Nel frattempo per chi avesse piacere di contattarmi ecco i miei contatti: 340.41.90.915 oppure via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

 

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Tag: anoressia, arrampicata, disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo è la giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, la giornata del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Ho deciso di dare il mio contributo raccontando la storia di un paziente, che negli anni ha sviluppato e superato una problematica connessa con l’alimentazione. Racconto una storia vera perchè credo sia fondamentale dare anche una speranza positiva. Uscire da una problematica di disturbo del comportamento alimentare è possibile. Mi piace essere positivo, trovare le soluzioni di fronte a problemi complessi, riportare il benessere psicologico in quelle situazioni in cui il cibo si è trasformato in una prigione.

Mangiare e vomitare, quando il cibo diventa un piacere insostenibile

La storia di R. (nome di fantasia), racconta di un giovane uomo che dopo essere arrivato ad un peso di quasi 100 kg, decide di mettersi a dieta e di ritrovare il benessere fisico. Una missione che sembra impossibile, un desiderio il suo che sembra irrealizzabile. Ed invece mese dopo mese, chilo dopo chilo, ritrova lentamente una forma fisica decente ed insperata.

Disturbi alimentari e la perdita di controllo

Tuttavia l’eccessiva ricerca del controllo alimentare, conduce paradossalmente ad una perdita di controllo. R. si ritrova in piena notte ad abbuffarsi di “cibo spazzatura”. Il senso di colpa dovuto a questi momenti di trasgressione totale lo spingono a vomitare dopo essersi abbuffato. R. trova nel vomito un momento di estasi e pace. Mangia, vomita e perde ancora più peso. Una soluzione quasi ideale, tuttavia però senza accorgersene diventa dipendente dal binomio mangiare e vomitare. Un’accoppiata molto pericolosa, che in apparenza lo calma e gli permette di non aumentare di peso, mangiando anche qualcosa in più di quanto previsto.

Motivazione e Aiuto

Un circolo vizioso infernale che ad un certo punto lo spinge a cercare il sostegno di amici e parenti. In un primo momento R. si sente restio a chiedere aiuto, sia per la paura di essere giudicato che perchè non ritiene possibile che qualcuno lo possa realmente supportare. Spesso è proprio l’impossibilità di immaginare soluzioni funzionali che spinge a rimanere nel proprio circolo vizioso. In questo caso invece la spinta motivazionale dei famigliari che lo hanno convinto ad incontrare lo psicologo ha favorito un cambiamento della situazione. R. ha quindi intrapreso insieme a me e alla famiglia stessa un percorso di psicoterapia e lo ha anche concluso con successo. Il peso non è più un problema, nel senso che ha trovato il giusto peso forma. Mangia con piacere, evitando la carne ma concedendosi dolci, pizza e anche patatine fritte. Rispettando però in maniera equilibrata un’alimentazione corretta, che prevede anche trasgressioni e momenti di intenso piacere.

Giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari

La storia che vi ho raccontato è una storia vera in cui si può intravedere una speranza. La giusta motivazione può spingerci a chiedere aiuto, a trovare soluzioni funzionali, a vedere le cose positive che normalmente non sono così evidenti. La storia di R. in questi giorni che precedono il 15 marzo deve rappresentare uno stimolo per tutti coloro che si trovano dentro la prigione del cibo, che non vedono speranze e non pensano di potercela fare. E’ il mio contributo personale per aiutarvi e sensibilizzare tutti nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Per chi volesse avere maggiori informazioni clicca in questo link per scaricare il mio ebook gratuito: “Il Piacere del Cibo”.

 

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, giornata del fiocchetto lilla

Come pensare in maniera positiva? Questa è la domanda a cui cercheremo di rispondere nell’articolo di oggi. Il pensiero è una risorsa inestimabile. In ogni momento della nostra vita stiamo progettando, pensando, riflettendo su qualcosa. E in ogni nostra riflessione le nostre modalità di pensare portano a vedere le cose sia in maniera positiva che anche negativa. La realtà che circonda può essere percepita in modalità completamente differenti. Il nostro pensiero rientra all’interno di questo processo di percezione della realtà, orientandone il significato. Se ad esempio ci sembra di non essere del tutto preparati per un colloquio di lavoro, riusciremo a sentirci in difficoltà e in difetto prima ancora di affrontarlo. Se invece riusciamo ad invertire il flusso e a pensare positivamente, arriveremo al colloquio con un piglio diverso, propositivo e vincente. Al contrario, quando il nostro pensiero rafforza la percezione di non essere all’altezza del selezionatore, durante il colloquio rischiamo di confermare il fallimento.

Il paradosso dell’iper-razionalizzazione

Spesso è proprio chiedendosi cosa sia giusto fare oppure non fare che entriamo in blocco. Cercare di analizzare la situazione da moltissimi punti di vista differenti alla lunga può diventare limitante e bloccare l’azione. Una profonda insistita ricerca di tutte le soluzioni possibili e corrette, mettendo in dubbio le nostre scelte, rischia di produrre un vortice nel quale si tende a perdersi. Non sto sostenendo che prendere in esame più possibili direzioni non sia una modalità corretta. Bensì il fatto che l’eccesso di questa modalità di pensiero può diventare limitante, può aumentare il senso di confusione e addirittura portare al paradosso di una incapacità decisionale.

Come pensare in maniera positiva: un esempio

Superare l’iper-razionalizzazione non è semplice, soprattutto quando siamo alla ricerca di un totale controllo in ogni situazione. S. (nome di fantasia) sta studiando per affrontare alcuni esami all’università. Ogni giorno studia in maniera incessante, quasi senza pause, arrivando a concentrarsi per più di 10 ore al giorno. Il suo problema è l’ossessiva ricerca di controllo per ogni tipo di argomento d’esame. In questo caso il pensiero rende lo studio qualcosa di impossibile. Ogni approfondimento richiede uno sforzo incredibile, così come la ricerca di ogni piccola precisazione nascosta negli appunti. In questa situazione l’iper-razionalizzazione, intesa come il tentativo di dominare ogni aspetto è praticamente impossibile. Il pensiero spinge S. verso direzioni di tentato controllo che non sono realmente funzionali. Nel senso che cercare di anticipare ogni contenuto anche minore per l’esame, per eliminare il dubbio di non avere una preparazione totale, rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario.

L’iper-razionalizzazione crea ostacoli che non permettono di pensare positivamente. In questo caso specifico, riducendo le ore di studio, concentrandosi sui temi propri dell’esame ed evitando di porsi continui dubbi relativi ad una scarsa preparazione, S. è riuscita a superare l’esame e a trovare una nuova modalità di studio in generale.

Come pensare in maniera positiva: una tecnica

Ad un altro paziente ho chiesto:

Cosa faresti di diverso se dovessi pensare in maniera positiva?

la risposta è stata “Farmi meno seghe mentali”. Al di là del simpatico epiteto, questa domanda è uno stimolo alla riflessione e ci aiuta a cercare le direzioni che dobbiamo prendere verso quelle decisioni funzionali in cui il pensiero trova una strada positiva, immagina lo scenario migliore e guida verso le soluzioni ottimali da raggiungere.

Scarica il mio corso gratuito sul pensiero per poter pensare in maniera positiva e mandami un feedback su come ti sei trovato durante il corso. Insieme possiamo anche iniziare un percorso di psicoterapia per riflettere in modo più efficace su come pensare in maniera efficace, chiamami al 340.41.90.915.

 

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Tag: ansia, coaching strategico, Pensiero efficace, Terapia Breve Strategica

Storie vere di Anoressia, è questo il focus dell’articolo di oggi, racconti di sofferenza e di grande dolore. Da molti anni lavoro con i disturbi del comportamento alimentare, l’esperienza maturata con questa problematica ha ulteriormente evidenziato e confermato il ruolo del cibo vissuto dai pazienti come minaccioso per la paura di ingrassare. Vi racconterò due storie, due percorsi di terapia che hanno permesso alle pazienti in questione di trovare nuovamente un benessere psicologico.

Storie vere di anoressia: la storia di N.

N. entra nel mio studio nel momento di maggiore difficoltà. Si sente bloccata, ha paura di mangiare. Ha l’impressione che i vestiti, seppure larghi, le stiano stretti. Mangia qualcosa a colazione, salta il pranzo e a cena si limita a qualche foglia di insalata. N. chiede di poter essere aiutata ma dentro di sé inconsciamente teme di non potercela fare.

“Mi sento grossa, se mangio potrei ingrassare”

In realtà vorrebbe mangiare, ma c’è come una forza che la blocca e non le permette di trovare piacere nel cibo. Il lavoro di terapia, in questa situazione, si è incentrato contemporaneamente sia sulla dinamica di ritrovare il piacere del cibo, sia sugli aspetti emotivi di sofferenza e rabbia. La profonda sofferenza, legata alla trappola in cui sente di essere cascata, la blocca ancora di più. In particolare c’è questa sensazione di essere sempre in una condizione di totale “controllo” di se stessa, che la fa stare male in quanto non riesce mai a lasciarsi andare serenamente nei confronti del cibo. Il lavoro terapeutico si è proprio incentrato sul favorire una nuova gestione della sua vita: emotiva, alimentare e relazionale . Ci sono ancora delle difficoltà da superare, ma il processo di cambiamento è iniziato e il circolo vizioso si sta trasformando in un nuovo circolo virtuoso.

Storie vere di anoressia: la storia di S.

La storia di S. è quella di una ragazza giovanissima, 14 anni, che si presenta in studio accompagnata dalla famiglia. Non si trova a suo agio, non vorrebbe essere nello studio dello psicologo, e non ne capisce il motivo. Le sue condizioni di salute non sono ancora critiche, tuttavia la preoccupazione dei genitori è ampiamente fondata. In questa situazione il lavoro in chiave terapeutica ha coinvolto in prima istanza la famiglia. I genitori, hanno esposto la situazione e si sono trovati direttamente coinvolti nel percorso di recupero di S., addirittura eletti al ruolo di “co-terapeuti”. Dopo alcune sedute iniziali nelle quali la ragazza non si lascia coinvolgere, alla fine S. decide di partecipare attivamente. Le indicazioni e i suggerimenti dati ai genitori hanno fatto il loro effetto. I genitori si sono “compattati” usando lo stesso un comune metodo di regole, alternando in maniera complementare stili relazionali differenti. Quando il papà assumeva un atteggiamento comprensivo, la madre imponeva una maggiore autorità. Viceversa, a ruoli invertiti, nel momento in cui il padre faceva rispettare le regole stabilite con il terapeuta, la mamma si rivelava più dolce e affettuosa. In alcuni momenti, invece, di comune accordo entrambi esercitavano la stessa modalità relazionale. Una vera e propria danza comunicativa che ha aiutato S. ad uscire dal suo guscio protettivo e ad iniziare a lavorare su se stessa. Al momento attuale la terapia si è conclusa ed S. è tornata ad un peso forma normale, ma soprattutto è l’equilibrio emotivo recuperato a fare la vera differenza.

Storie vere di anoressia e Terapia Breve Strategica

Queste storie di anoressia ci insegnano sia l’importanza del cibo che quella del piacere connesso con l’alimentazione. Ma anche l’importanza dei famigliari nel ruolo di supporto attivo verso il miglioramento del benessere psicologico del figlio/a. A conferma del fatto che in assoluto le dinamiche emotive sono fondamentali per la salute mentale e psicologica.

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Attraverso la Terapia Breve strategica ti aiuterò a superare le problematiche connesse con i disturbi del comportamento alimentare.

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Il piacere del cibo

Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia strategica favorisce un nuovo benessere alimentare.

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Cinque passi per definire obiettivi raggiungibili

16 Aprile 2021

La paura di morire è una tipologia di sensazione che prima o poi nella nostra vita arriva. Soprattutto in questo periodo di pandemia, ci siamo ritrovati a pensare più spesso al nostro futuro in chiave negativa. La paura di morire è una tipologia di sensazione che le persone che soffrono di ansia e panico sperimentano spesso, vivendo la loro vita con grande difficoltà. In questo ultimo anno tutti ci siamo trovati a provare una analoga sensazione. Il Covid 19 ci ha messo di fronte al concetto di morte e fatto esperire cosa significhi la paura in un’ottica di sopravvivenza. Nell’articolo di oggi affronterò i temi della paura e della morte, sottolineandone l’evoluzione in un’ottica depressiva e di scoraggiamento generale. 

Paura di morire e paura di perdere il controllo

Un attacco di panico è la massima espressione della paura.  Chi ha vissuto un attacco di panico nella sua vita sa bene che la sensazione di paura alla base può esprimersi un due modalità. La prima è essenzialmente fisica: una sensazione di tachicardia, sudori freddi, tremori, sintomi che fanno sentire come se si stesse per morire. La seconda sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo e di se stessi, quasi di impazzire. Due emozioni che  nella loro massima espressione possono indurre un’esperienza di puro panico. 

Paura di morire e Covid

La paura di morire di malattia è una tipologia di paura specifica, che possiamo definire come ipocondria. Nel caso della paura delle malattie spesso la preoccupazione è legata alla gestione della condizione di malattia stessa. Nel caso del Covid, invece, la paura ha spostato decisamente i pensieri nella direzione del rischio di morte, creando sentimenti di vero e proprio panico.  Per cercare di fronteggiare e superare questi timori, la reazione emotiva ha comportato in qualche caso la comparsa di sentimenti contrastanti di apatia e anche di depressione

paura di morire

Covid e depressione

La depressione di cui parlo consiste in una condizione di scarsa voglia di fare, accompagnata anche da momenti di tristezza e di profonda sofferenza. L’immobilismo creato dal non poter uscire e vivere il quotidiano in totale normalità, ha determinato uno stravolgimento della nostra vita. L’ansia e la paura di morire, pur essendo sempre presenti, hanno dato sfogo a occasioni di grande rabbia, che si è esaurita in momenti di vuoto interiore. Molte persone soffrono, non vedono la possibilità di uscire da questa situazione: genitori ricoverati per Covid che non possono vedere i figli, persone che non riescono a lavorare o non trovano lavoro, studenti che non possono più frequentare la scuola e l’università. Tutte situazioni che dal punto di vista psicologico pesano in maniera importante, determinando condizioni di ansia, di depressione e poca voglia di vivere una vita attiva. 

La terapia breve strategica

Nella mia esperienza di questo ultimo anno ho seguito molte persone vittime di tali situazioni di ansia e depressione. Sono riuscito ad aiutarle, proponendo strategie pratiche, seguendole con continuità, supportando il loro stato d’animo emotivo e fornendo anche soluzioni efficaci. La strategia adottata è quella di lavorare sulla motivazione a vivere le giornate diversamente, cercando di favorire un nuovo equilibrio emotivo.

Se vuoi saperne di più scrivimi al 3404190915 per avere maggiori info oppure mandami una mail a studio@guidodacutipsicologo.it possiamo trovare soluzioni funzionali per superare la tua situazione di blocco emotivo, ansia e depressione.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, paura

Le storie di anoressia ai tempi del lockdown che vi racconterò in questo articolo, rimandano alla giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Il 15 marzo in occasione di questa giornata di sensibilizzazione, sul quotidiano “Il Messaggero” è comparso un articolo a firma E. Priolo dedicato alla storia di due ragazze che stanno combattendo la loro battaglia contro l’anoressia. In particolare la storia di Maria Elena è emblematica sia delle modalità subdole con le quali questa malattia prende possesso del nostro corpo e della nostra mente, sia della grande difficoltà di combatterla e venirne fuori. Ho deciso di proporre una rilettura di alcuni passaggi dell’intervista per spiegare in modo semplice la necessità di prestare la massima attenzione ai segnali di disagio dei nostri giovani nel campo dell’alimentazione.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: una diciottenne con problemi di anoressia

Maria Elena ha poco più di 18 anni quando si mette a dieta per problemi di
obesità. Durante il primo lockdown la solitudine la convince a mantenere una dieta ferrea per non perdere i risultati ottenuti. Inizia quindi ad allenarsi per due ore al giorno e a diminuire l’assunzione di carboidrati e proteine, fino a ridursi a mangiare solo verdura. La bilancia diventa il suo punto di riferimento quotidiano, il peso corporeo cala vistosamente ma lei continua a vedersi grassa allo specchio. Per ridurre ulteriormente il peso arriva ad autoindurre il vomito a seguito dell’assunzione di cibo. Ad un certo punto, però, la stanchezza fisica determina uno stato di tensione emotiva che la spinge ad aprirsi con la famiglia e successivamente ad accettare, non senza difficoltà, il ricovero in un Centro specializzato per i disturbi alimentari. Ora Maria Elena è sotto cura e migliora di giorno in giorno, è consapevole della battaglia difficile che sta conducendo ed è molto motivata. La guarigione è un traguardo alla sua portata.

Le diverse sfaccettature dell’anoressia

La storia di Maria Elena consente di fare alcune considerazioni di carattere
generale. Innanzi tutto è bene ricordare che l’anoressia è una patologia che si può presentare sotto varie forme. Le sue caratteristiche essenziali sono
associate ad una rapida e significativa perdita di peso corporeo. Il soggetto
anoressico è letteralmente ossessionato dalla ricerca della magrezza, dalla
paura di essere grasso o sovrappeso. In molti casi il soggetto anoressico si limita semplicemente a ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo, in altri invece accompagna tale abitudine con una forma di esercizio fisico intenso (es. ginnastica, sport aerobici, etc.) nell’idea di compensare con lo sforzo fisico quello che viene assunto come cibo. In altri casi ancora alterna periodi di forte restrizione alimentare a periodi di vere e proprie abbuffate di cibo, una patologia nota come “binge eating”. Infine esiste la variante del vomito autoindotto, nel quale come è facilmente intuibile, il soggetto compensa l’assunzione di cibo attraverso il vomito.
Se riflettiamo sul percorso di Maria Elena ci rendiamo conto che almeno due
delle varianti sopracitate sono presenti nel percorso della malattia: la dieta
ferrea accompagnata dall’esercizio fisico e successivamente il vomito
autoindotto.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: la prigione mentale

In questi periodi di lockdown e di limitazioni alla libertà di movimento, le problematiche relative ai disturbi alimentari si fanno ancora più frequenti. Non è esagerato parlare di “prigione mentale” a proposito dell’anoressia. Se ne accorge anche Maria Elena che nell’articolo di giornale commenta:

“il disturbo alimentare non viene dal cibo ma dalla mente”.

Nella cura dei disturbi alimentari è essenziale lavorare sulle modalità di percezione della realtà del soggetto anoressico, coinvolgendo anche gli stessi famigliari come supporto
attivo. I famigliari soprattutto sono in grado di riconoscere segnali quali la perdita dell’appetito, l’uso eccessivo della bilancia per controllare il peso, il ricorso a farmaci come i diuretici, etc., che possono rivelare l’esistenza di un problema. In presenza di tali situazioni è consigliabile rivolgersi prontamente all’assistenza di un esperto. In qualità di psicologo e psicoterapeuta, nei miei interventi contro i disturbi del comportamento alimentare applico i concetti della Terapia Breve
Strategica, che si rivela particolarmente efficace nelle forme di anoressia giovanile.

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Tag: anoressia, anoressia giovanile, Terapia Breve Strategica

Ansia e apatia sono due delle emozioni più diffuse soprattutto in questo periodo storico legato alla pandemia da Covid 19. In realtà non è la prima volta che vengo a contatto con queste due emozioni, anche prima del Covid ho svolto percorsi di terapia in cui la sensazione di apatia era strettamente connessa all’ansia. Nell’articolo di oggi vedremo nel dettaglio l’apatia e l’ansia e cercheremo di capire come sia possibile uscire da queste condizioni emotive così bloccanti ed invalidanti.

Ansia e apatia: conosciamole meglio

L’apatia consiste in una condizione di “mancanza di passione”. In altre parole quello che viene meno è la motivazione, lo stimolo ad agire, ad impegnarsi. E’ una sensazione diversa dalla pigrizia, che identifica la scarsa voglia di fare; l’apatia è proprio uno stato psicologico caratterizzato dalla mancanza di stimoli. Le cose che in precedenza ci rendevano felici, ci stimolavano, in uno stato di apatia ci lasciano indifferenti. Non si tratta di depressione, ma di un senso di vuoto nel quale non trovano spazio le emozioni. Di solito l’apatia insorge a causa di eventi scatenanti, ne è un esempio il Covid 19, oppure altri tipi di frustrazioni o delusioni. Un ambiente familiare poco stimolante con atteggiamenti e modalità di vita sociale pessimiste, possono portare in età adolescenziale o adulta a sviluppare un’apatia diffusa. In tempi di pandemia, poi, la voglia e le possibilità di uscire di casa diminuiscono notevolmente, e la stessa casa di trasforma in un luogo vuoto e privo di stimoli.

Ansia e apatia

Molti pazienti in questi mesi hanno riscontrato grandi difficoltà riferibli ad una condizione di apatia: assenza di desiderio e di motivazione. Il non poter sviluppare i propri progetti di lavoro e di vita ha determinato una sorta di immobilismo, che inevitabilmente è sconfinato in condizioni di ansia generalizzata, espressa sia a livello fisico che mentale. Una paura di perdere il controllo che non si riesce effettivamente a controllare, e si alimenta della stessa apatia. Un vero e proprio circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, soprattutto perchè non siamo aiutati dal contesto che ci circonda e dalla realtà di una chiusura forzata ormai molto prolungata.

Come superare l’apatia

Per superare l’apatia, e quindi combattere l’ansia che ne deriva, può essere utile costruire una nuova routine quotidiana. La nostra vita è completamente stravolta, non abbiamo più le stesse abitudini. Provare a programmare una nuova routine è molto importante, il consiglio è proprio quello di iniziare da piccoli obiettivi quotidiani, sforzandosi di insistere su cose nuove. Anche cose piccole da fare, ma che possano essere utili nel cambiare le abitudini. L’ansia a sua volta può rendere l’apatia ancora più forte ed invalidante. Se non provassimo apatia e ansia, se la nostra giornata fosse normale, che cosa faremmo di diverso? E’ una domanda che spesso consiglio di porsi alle persone interessate e ai pazienti, sia nei miei articoli che nei percorsi di psicoterapia, perchè può aiutare a trovare soluzioni efficaci e spingere nella direzione del cambiamento.

Quando i livelli di apatia sono eccessivi e l’ansia continua a crescere ritengo fondamentale un percorso di psicoterapia breve strategica che consenta di abbassare il livello di inquietudine e di ritrovare la giusta energia. Superare l’ansia e l’apatia è possibile, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: apatia, coronavirus, paura

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata è il tema dell’ultima intervista che ho svolto con Oliunid Italia, il sito e-commerce specializzato in materiale d’arrampicata, di seguito il testo integrale.

Intervista

E’ da poco uscito il film documentario Light, che porta sotto i riflettori il tema delicatissimo dell’anoressia tra le arrampicatrici agoniste. Abbiamo chiesto un parere al Dr. Guido D’Acuti. Light è un film documentario di recente pubblicazione che affronta un tema molto delicato: quello dell’anoressia tra le arrampicatrici professioniste. Il film, curato da Caroline Treadway, racconta nello specifico le esperienze di Angie Payne, Emily Harrington e dell’arrampicatore Kai Lightner, portando alla luce alcuni disturbi del comportamento alimentare comuni anche a sportivi non professionisti e a tantissime ragazze in età preadolescenziale ed adolescenziale.

Il Dr. Guido D’Acuti è già stato nostro ospite per parlarci di vari temi relativi alla psicologia dello sport e può confermarsi la persona più adatta per fare chiarezza su alcuni degli aspetti legati al disturbo del comportamento alimentare in arrampicata. Con il suo e-book:

“Il Piacere del cibo”

gratuitamente scaricabile dal suo sito, ci introduce infatti al mondo dell’anoressia giovanile: lo prendiamo come spunto per approfondire questo tema dal punto di visto più strettamente “sportivo”.

Buongiorno Guido, bentornato! Abbiamo visto che recentemente sei stato a Lumignano! Come è andata?

Benissimo! Ero un po arrugginito ma devo dire che ne avevo davvero bisogno, la roccia fa miracoli per quello che riguarda il benessere psicologico. Grazie mille come sempre per la possibilità di condividere con voi e con i lettori idee di principio, partendo da una prospettiva psicologica.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Da arrampicatore, e da psicologo con un’esperienza pluriennale nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sicuramente non sarai stupito da quanto viene messo sotto ai riflettori dal documentario Light. Forse in arrampicata, più che in altri sport, si è portati a pensare che la leggerezza possa aiutarci a salire più fluidamente su alcuni tipi di vie. Tu cosa ne pensi?

Credo che il focus debba essere posto non tanto sulla leggerezza fisica quanto su altri aspetti. E’ indubbio che sentirsi leggeri ed in forma può essere d’aiuto, tuttavia è importante puntare su aspetti più rilevanti. La tranquillità psicologica, la tecnica e la performance. Il fisico ha sicuramente un ruolo essenziale, tuttavia la cosa fondamentale è non entrare nel circolo vizioso di dover essere magro a tutti i costi per poter arrampicare. Dobbiamo pensare allo sport e all’arrampicata come ad un momento significativo per la nostra salute ed il nostro benessere. Lo sport deve essere vissuto come un’esperienza che ci fa stare bene, non come un modo per dimagrire, non prendere peso o addirittura perderlo. Se arrampicare, o fare sport in generale, crea difficoltà per quello che riguarda la dinamica alimentare è importante fermarsi a riflettere e lavorare sul modo di trovare nuovamente un equilibrio psicologico.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Nel documentario le atlete raccontano i lati negativi di un’alimentazione insufficiente, ma anche quei traguardi che le portavano a perseguire su quella strada (con prezzi da pagare per la salute fisica generale piuttosto alti). Pensi che una delle cause di questo problema così diffuso in arrampicata possa essere l’apparente guadagno immediato che ne deriva?

Sicuramente! Nell’immediato non mangiare porta paradossalmente a sentirsi meglio. La mente è più lucida, la stanchezza non viene percepita, si prova come la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Il problema è ovviamente nel lungo periodo. In primo luogo perchè non si riesce più a riprendere un’alimentazione regolare, e poi perchè gli effetti paradossalmente benefici del non mangiare pian piano non si avvertono più. La fatica a tornare alla normalità è tanta, mentalmente il pensiero spinge in direzione contraria rispetto al mangiare con regolarità, creando sensi di colpa ed emozioni contrastanti.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Spoileriamo una frase del documentario in cui Angela Payne dichiara come la sensazione di sentirsi forte sui boulder sia di gran lunga più appagante del sentirsi leggera. In quale modo è possibile fare un cambio di rotta per rendere più consapevoli le arrampicatrici che ci sono altri modi per raggiungere i propri obiettivi?

Il primo passo nel campo dell’alimentazione è quello di lavorare sul piacere. Un piacere a 360 gradi che deve estendersi anche alla dinamica sportiva, così da trasformarsi in “forza”. Il piacere è una dinamica particolare, spesso non connessa con la fatica e la forza. Invece il messaggio che vorrei veicolare è di cercare di vivere e cercare il piacere sia nell’alimentazione che nello sport. In ogni gesto sportivo, anche ad alti livelli, sono la motivazione e la dimensione psicologica del piacere a condurre a grandi risultati.

Una delle sezioni più interessanti del film racconta come la “trappola” del perdere peso sia un processo che arriva di soppiatto, iniziando ad arrivare più o meno consapevolmente così tardi a casa da saltare direttamente la cena, e proseguendo con lunghe giornate in falesia senza cibo nello zaino ed altri “piccoli gesti” che sommandosi portano ad una situazione molto precaria. Pensi che da amico, o da genitore, sia possibile accorgersi per tempo di questi segnali non troppo evidenti?

E’ proprio così: una trappola, che paradossalmente ci costruiamo da soli e dalla quale poi fatichiamo ad uscire. Ci sono degli segnali che consentono di capire quello che sta succedendo, ad esempio a tavola il fatto di masticare molto lentamente, oppure quello di andare subito in bagno dopo aver mangiato,magari per espellere il cibo attraverso il vomito autoindotto. Oppure anche il bere grandi quantità di acqua che fanno sentire pieni ma che non nutrono realmente. Lo sport spesso diventa un modo per perdere le calorie assunte durante i pasti, ma quando l’attività fisica diventa il motivo che spinge a non mangiare rischiamo davvero di trasformare la trappola in qualcosa di impenetrabile. In situazioni come queste il consiglio più sincero è sempre quello di rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi con chi conosce a fondo la problematica e può darci una mano ad iniziare un percorso di cambiamento. Spesso mi succede di ricevere delle telefonate su problematiche di disturbi alimentari e di indirizzare le persone fornendo dei consigli che ritengo preziosi o quanto meno utili. Nel caso aveste un familiare con problematiche alimentari non preoccupatevi nel chiedere consiglio ad uno specialista, la chiamata non ha costo e può rivelarsi significativa per indirizzarvi nella corretta direzione

Secondo te le atlete coinvolte in prima persona ne sono sempre consapevoli o in un primo momento si attua quasi un meccanismo inconscio?

Essere consapevoli di situazioni così complesse non è semplice. In un primo momento è sicuramente un processo inconsapevole e purtroppo, una volta costruitasi la “trappola”, poi uscirne diventa difficile. All’interno dei miei percorsi di psicoterapia applico un concetto fondamentale, quello di iniziare con l’aumento della consapevolezza del rapporto fra il cibo e le proprie emozioni. E’ l’inizio del viaggio per il cambiamento verso l’equilibrio delle abitudini alimentari.

Grazie Guido come sempre per il tuo parere! A presto!

Grazie a voi e alla prossima intervista! Nel frattempo per chi avesse piacere di contattarmi ecco i miei contatti: 340.41.90.915 oppure via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

 

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Tag: anoressia, arrampicata, disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo è la giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, la giornata del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Ho deciso di dare il mio contributo raccontando la storia di un paziente, che negli anni ha sviluppato e superato una problematica connessa con l’alimentazione. Racconto una storia vera perchè credo sia fondamentale dare anche una speranza positiva. Uscire da una problematica di disturbo del comportamento alimentare è possibile. Mi piace essere positivo, trovare le soluzioni di fronte a problemi complessi, riportare il benessere psicologico in quelle situazioni in cui il cibo si è trasformato in una prigione.

Mangiare e vomitare, quando il cibo diventa un piacere insostenibile

La storia di R. (nome di fantasia), racconta di un giovane uomo che dopo essere arrivato ad un peso di quasi 100 kg, decide di mettersi a dieta e di ritrovare il benessere fisico. Una missione che sembra impossibile, un desiderio il suo che sembra irrealizzabile. Ed invece mese dopo mese, chilo dopo chilo, ritrova lentamente una forma fisica decente ed insperata.

Disturbi alimentari e la perdita di controllo

Tuttavia l’eccessiva ricerca del controllo alimentare, conduce paradossalmente ad una perdita di controllo. R. si ritrova in piena notte ad abbuffarsi di “cibo spazzatura”. Il senso di colpa dovuto a questi momenti di trasgressione totale lo spingono a vomitare dopo essersi abbuffato. R. trova nel vomito un momento di estasi e pace. Mangia, vomita e perde ancora più peso. Una soluzione quasi ideale, tuttavia però senza accorgersene diventa dipendente dal binomio mangiare e vomitare. Un’accoppiata molto pericolosa, che in apparenza lo calma e gli permette di non aumentare di peso, mangiando anche qualcosa in più di quanto previsto.

Motivazione e Aiuto

Un circolo vizioso infernale che ad un certo punto lo spinge a cercare il sostegno di amici e parenti. In un primo momento R. si sente restio a chiedere aiuto, sia per la paura di essere giudicato che perchè non ritiene possibile che qualcuno lo possa realmente supportare. Spesso è proprio l’impossibilità di immaginare soluzioni funzionali che spinge a rimanere nel proprio circolo vizioso. In questo caso invece la spinta motivazionale dei famigliari che lo hanno convinto ad incontrare lo psicologo ha favorito un cambiamento della situazione. R. ha quindi intrapreso insieme a me e alla famiglia stessa un percorso di psicoterapia e lo ha anche concluso con successo. Il peso non è più un problema, nel senso che ha trovato il giusto peso forma. Mangia con piacere, evitando la carne ma concedendosi dolci, pizza e anche patatine fritte. Rispettando però in maniera equilibrata un’alimentazione corretta, che prevede anche trasgressioni e momenti di intenso piacere.

Giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari

La storia che vi ho raccontato è una storia vera in cui si può intravedere una speranza. La giusta motivazione può spingerci a chiedere aiuto, a trovare soluzioni funzionali, a vedere le cose positive che normalmente non sono così evidenti. La storia di R. in questi giorni che precedono il 15 marzo deve rappresentare uno stimolo per tutti coloro che si trovano dentro la prigione del cibo, che non vedono speranze e non pensano di potercela fare. E’ il mio contributo personale per aiutarvi e sensibilizzare tutti nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Per chi volesse avere maggiori informazioni clicca in questo link per scaricare il mio ebook gratuito: “Il Piacere del Cibo”.

 

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, giornata del fiocchetto lilla

Come pensare in maniera positiva? Questa è la domanda a cui cercheremo di rispondere nell’articolo di oggi. Il pensiero è una risorsa inestimabile. In ogni momento della nostra vita stiamo progettando, pensando, riflettendo su qualcosa. E in ogni nostra riflessione le nostre modalità di pensare portano a vedere le cose sia in maniera positiva che anche negativa. La realtà che circonda può essere percepita in modalità completamente differenti. Il nostro pensiero rientra all’interno di questo processo di percezione della realtà, orientandone il significato. Se ad esempio ci sembra di non essere del tutto preparati per un colloquio di lavoro, riusciremo a sentirci in difficoltà e in difetto prima ancora di affrontarlo. Se invece riusciamo ad invertire il flusso e a pensare positivamente, arriveremo al colloquio con un piglio diverso, propositivo e vincente. Al contrario, quando il nostro pensiero rafforza la percezione di non essere all’altezza del selezionatore, durante il colloquio rischiamo di confermare il fallimento.

Il paradosso dell’iper-razionalizzazione

Spesso è proprio chiedendosi cosa sia giusto fare oppure non fare che entriamo in blocco. Cercare di analizzare la situazione da moltissimi punti di vista differenti alla lunga può diventare limitante e bloccare l’azione. Una profonda insistita ricerca di tutte le soluzioni possibili e corrette, mettendo in dubbio le nostre scelte, rischia di produrre un vortice nel quale si tende a perdersi. Non sto sostenendo che prendere in esame più possibili direzioni non sia una modalità corretta. Bensì il fatto che l’eccesso di questa modalità di pensiero può diventare limitante, può aumentare il senso di confusione e addirittura portare al paradosso di una incapacità decisionale.

Come pensare in maniera positiva: un esempio

Superare l’iper-razionalizzazione non è semplice, soprattutto quando siamo alla ricerca di un totale controllo in ogni situazione. S. (nome di fantasia) sta studiando per affrontare alcuni esami all’università. Ogni giorno studia in maniera incessante, quasi senza pause, arrivando a concentrarsi per più di 10 ore al giorno. Il suo problema è l’ossessiva ricerca di controllo per ogni tipo di argomento d’esame. In questo caso il pensiero rende lo studio qualcosa di impossibile. Ogni approfondimento richiede uno sforzo incredibile, così come la ricerca di ogni piccola precisazione nascosta negli appunti. In questa situazione l’iper-razionalizzazione, intesa come il tentativo di dominare ogni aspetto è praticamente impossibile. Il pensiero spinge S. verso direzioni di tentato controllo che non sono realmente funzionali. Nel senso che cercare di anticipare ogni contenuto anche minore per l’esame, per eliminare il dubbio di non avere una preparazione totale, rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario.

L’iper-razionalizzazione crea ostacoli che non permettono di pensare positivamente. In questo caso specifico, riducendo le ore di studio, concentrandosi sui temi propri dell’esame ed evitando di porsi continui dubbi relativi ad una scarsa preparazione, S. è riuscita a superare l’esame e a trovare una nuova modalità di studio in generale.

Come pensare in maniera positiva: una tecnica

Ad un altro paziente ho chiesto:

Cosa faresti di diverso se dovessi pensare in maniera positiva?

la risposta è stata “Farmi meno seghe mentali”. Al di là del simpatico epiteto, questa domanda è uno stimolo alla riflessione e ci aiuta a cercare le direzioni che dobbiamo prendere verso quelle decisioni funzionali in cui il pensiero trova una strada positiva, immagina lo scenario migliore e guida verso le soluzioni ottimali da raggiungere.

Scarica il mio corso gratuito sul pensiero per poter pensare in maniera positiva e mandami un feedback su come ti sei trovato durante il corso. Insieme possiamo anche iniziare un percorso di psicoterapia per riflettere in modo più efficace su come pensare in maniera efficace, chiamami al 340.41.90.915.

 

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Tag: ansia, coaching strategico, Pensiero efficace, Terapia Breve Strategica

Storie vere di Anoressia, è questo il focus dell’articolo di oggi, racconti di sofferenza e di grande dolore. Da molti anni lavoro con i disturbi del comportamento alimentare, l’esperienza maturata con questa problematica ha ulteriormente evidenziato e confermato il ruolo del cibo vissuto dai pazienti come minaccioso per la paura di ingrassare. Vi racconterò due storie, due percorsi di terapia che hanno permesso alle pazienti in questione di trovare nuovamente un benessere psicologico.

Storie vere di anoressia: la storia di N.

N. entra nel mio studio nel momento di maggiore difficoltà. Si sente bloccata, ha paura di mangiare. Ha l’impressione che i vestiti, seppure larghi, le stiano stretti. Mangia qualcosa a colazione, salta il pranzo e a cena si limita a qualche foglia di insalata. N. chiede di poter essere aiutata ma dentro di sé inconsciamente teme di non potercela fare.

“Mi sento grossa, se mangio potrei ingrassare”

In realtà vorrebbe mangiare, ma c’è come una forza che la blocca e non le permette di trovare piacere nel cibo. Il lavoro di terapia, in questa situazione, si è incentrato contemporaneamente sia sulla dinamica di ritrovare il piacere del cibo, sia sugli aspetti emotivi di sofferenza e rabbia. La profonda sofferenza, legata alla trappola in cui sente di essere cascata, la blocca ancora di più. In particolare c’è questa sensazione di essere sempre in una condizione di totale “controllo” di se stessa, che la fa stare male in quanto non riesce mai a lasciarsi andare serenamente nei confronti del cibo. Il lavoro terapeutico si è proprio incentrato sul favorire una nuova gestione della sua vita: emotiva, alimentare e relazionale . Ci sono ancora delle difficoltà da superare, ma il processo di cambiamento è iniziato e il circolo vizioso si sta trasformando in un nuovo circolo virtuoso.

Storie vere di anoressia: la storia di S.

La storia di S. è quella di una ragazza giovanissima, 14 anni, che si presenta in studio accompagnata dalla famiglia. Non si trova a suo agio, non vorrebbe essere nello studio dello psicologo, e non ne capisce il motivo. Le sue condizioni di salute non sono ancora critiche, tuttavia la preoccupazione dei genitori è ampiamente fondata. In questa situazione il lavoro in chiave terapeutica ha coinvolto in prima istanza la famiglia. I genitori, hanno esposto la situazione e si sono trovati direttamente coinvolti nel percorso di recupero di S., addirittura eletti al ruolo di “co-terapeuti”. Dopo alcune sedute iniziali nelle quali la ragazza non si lascia coinvolgere, alla fine S. decide di partecipare attivamente. Le indicazioni e i suggerimenti dati ai genitori hanno fatto il loro effetto. I genitori si sono “compattati” usando lo stesso un comune metodo di regole, alternando in maniera complementare stili relazionali differenti. Quando il papà assumeva un atteggiamento comprensivo, la madre imponeva una maggiore autorità. Viceversa, a ruoli invertiti, nel momento in cui il padre faceva rispettare le regole stabilite con il terapeuta, la mamma si rivelava più dolce e affettuosa. In alcuni momenti, invece, di comune accordo entrambi esercitavano la stessa modalità relazionale. Una vera e propria danza comunicativa che ha aiutato S. ad uscire dal suo guscio protettivo e ad iniziare a lavorare su se stessa. Al momento attuale la terapia si è conclusa ed S. è tornata ad un peso forma normale, ma soprattutto è l’equilibrio emotivo recuperato a fare la vera differenza.

Storie vere di anoressia e Terapia Breve Strategica

Queste storie di anoressia ci insegnano sia l’importanza del cibo che quella del piacere connesso con l’alimentazione. Ma anche l’importanza dei famigliari nel ruolo di supporto attivo verso il miglioramento del benessere psicologico del figlio/a. A conferma del fatto che in assoluto le dinamiche emotive sono fondamentali per la salute mentale e psicologica.

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Il piacere del cibo

Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia strategica favorisce un nuovo benessere alimentare.

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Cinque passi per definire obiettivi raggiungibili

16 Aprile 2021

La paura di morire è una tipologia di sensazione che prima o poi nella nostra vita arriva. Soprattutto in questo periodo di pandemia, ci siamo ritrovati a pensare più spesso al nostro futuro in chiave negativa. La paura di morire è una tipologia di sensazione che le persone che soffrono di ansia e panico sperimentano spesso, vivendo la loro vita con grande difficoltà. In questo ultimo anno tutti ci siamo trovati a provare una analoga sensazione. Il Covid 19 ci ha messo di fronte al concetto di morte e fatto esperire cosa significhi la paura in un’ottica di sopravvivenza. Nell’articolo di oggi affronterò i temi della paura e della morte, sottolineandone l’evoluzione in un’ottica depressiva e di scoraggiamento generale. 

Paura di morire e paura di perdere il controllo

Un attacco di panico è la massima espressione della paura.  Chi ha vissuto un attacco di panico nella sua vita sa bene che la sensazione di paura alla base può esprimersi un due modalità. La prima è essenzialmente fisica: una sensazione di tachicardia, sudori freddi, tremori, sintomi che fanno sentire come se si stesse per morire. La seconda sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo e di se stessi, quasi di impazzire. Due emozioni che  nella loro massima espressione possono indurre un’esperienza di puro panico. 

Paura di morire e Covid

La paura di morire di malattia è una tipologia di paura specifica, che possiamo definire come ipocondria. Nel caso della paura delle malattie spesso la preoccupazione è legata alla gestione della condizione di malattia stessa. Nel caso del Covid, invece, la paura ha spostato decisamente i pensieri nella direzione del rischio di morte, creando sentimenti di vero e proprio panico.  Per cercare di fronteggiare e superare questi timori, la reazione emotiva ha comportato in qualche caso la comparsa di sentimenti contrastanti di apatia e anche di depressione

paura di morire

Covid e depressione

La depressione di cui parlo consiste in una condizione di scarsa voglia di fare, accompagnata anche da momenti di tristezza e di profonda sofferenza. L’immobilismo creato dal non poter uscire e vivere il quotidiano in totale normalità, ha determinato uno stravolgimento della nostra vita. L’ansia e la paura di morire, pur essendo sempre presenti, hanno dato sfogo a occasioni di grande rabbia, che si è esaurita in momenti di vuoto interiore. Molte persone soffrono, non vedono la possibilità di uscire da questa situazione: genitori ricoverati per Covid che non possono vedere i figli, persone che non riescono a lavorare o non trovano lavoro, studenti che non possono più frequentare la scuola e l’università. Tutte situazioni che dal punto di vista psicologico pesano in maniera importante, determinando condizioni di ansia, di depressione e poca voglia di vivere una vita attiva. 

La terapia breve strategica

Nella mia esperienza di questo ultimo anno ho seguito molte persone vittime di tali situazioni di ansia e depressione. Sono riuscito ad aiutarle, proponendo strategie pratiche, seguendole con continuità, supportando il loro stato d’animo emotivo e fornendo anche soluzioni efficaci. La strategia adottata è quella di lavorare sulla motivazione a vivere le giornate diversamente, cercando di favorire un nuovo equilibrio emotivo.

Se vuoi saperne di più scrivimi al 3404190915 per avere maggiori info oppure mandami una mail a studio@guidodacutipsicologo.it possiamo trovare soluzioni funzionali per superare la tua situazione di blocco emotivo, ansia e depressione.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, paura

Le storie di anoressia ai tempi del lockdown che vi racconterò in questo articolo, rimandano alla giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Il 15 marzo in occasione di questa giornata di sensibilizzazione, sul quotidiano “Il Messaggero” è comparso un articolo a firma E. Priolo dedicato alla storia di due ragazze che stanno combattendo la loro battaglia contro l’anoressia. In particolare la storia di Maria Elena è emblematica sia delle modalità subdole con le quali questa malattia prende possesso del nostro corpo e della nostra mente, sia della grande difficoltà di combatterla e venirne fuori. Ho deciso di proporre una rilettura di alcuni passaggi dell’intervista per spiegare in modo semplice la necessità di prestare la massima attenzione ai segnali di disagio dei nostri giovani nel campo dell’alimentazione.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: una diciottenne con problemi di anoressia

Maria Elena ha poco più di 18 anni quando si mette a dieta per problemi di
obesità. Durante il primo lockdown la solitudine la convince a mantenere una dieta ferrea per non perdere i risultati ottenuti. Inizia quindi ad allenarsi per due ore al giorno e a diminuire l’assunzione di carboidrati e proteine, fino a ridursi a mangiare solo verdura. La bilancia diventa il suo punto di riferimento quotidiano, il peso corporeo cala vistosamente ma lei continua a vedersi grassa allo specchio. Per ridurre ulteriormente il peso arriva ad autoindurre il vomito a seguito dell’assunzione di cibo. Ad un certo punto, però, la stanchezza fisica determina uno stato di tensione emotiva che la spinge ad aprirsi con la famiglia e successivamente ad accettare, non senza difficoltà, il ricovero in un Centro specializzato per i disturbi alimentari. Ora Maria Elena è sotto cura e migliora di giorno in giorno, è consapevole della battaglia difficile che sta conducendo ed è molto motivata. La guarigione è un traguardo alla sua portata.

Le diverse sfaccettature dell’anoressia

La storia di Maria Elena consente di fare alcune considerazioni di carattere
generale. Innanzi tutto è bene ricordare che l’anoressia è una patologia che si può presentare sotto varie forme. Le sue caratteristiche essenziali sono
associate ad una rapida e significativa perdita di peso corporeo. Il soggetto
anoressico è letteralmente ossessionato dalla ricerca della magrezza, dalla
paura di essere grasso o sovrappeso. In molti casi il soggetto anoressico si limita semplicemente a ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo, in altri invece accompagna tale abitudine con una forma di esercizio fisico intenso (es. ginnastica, sport aerobici, etc.) nell’idea di compensare con lo sforzo fisico quello che viene assunto come cibo. In altri casi ancora alterna periodi di forte restrizione alimentare a periodi di vere e proprie abbuffate di cibo, una patologia nota come “binge eating”. Infine esiste la variante del vomito autoindotto, nel quale come è facilmente intuibile, il soggetto compensa l’assunzione di cibo attraverso il vomito.
Se riflettiamo sul percorso di Maria Elena ci rendiamo conto che almeno due
delle varianti sopracitate sono presenti nel percorso della malattia: la dieta
ferrea accompagnata dall’esercizio fisico e successivamente il vomito
autoindotto.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: la prigione mentale

In questi periodi di lockdown e di limitazioni alla libertà di movimento, le problematiche relative ai disturbi alimentari si fanno ancora più frequenti. Non è esagerato parlare di “prigione mentale” a proposito dell’anoressia. Se ne accorge anche Maria Elena che nell’articolo di giornale commenta:

“il disturbo alimentare non viene dal cibo ma dalla mente”.

Nella cura dei disturbi alimentari è essenziale lavorare sulle modalità di percezione della realtà del soggetto anoressico, coinvolgendo anche gli stessi famigliari come supporto
attivo. I famigliari soprattutto sono in grado di riconoscere segnali quali la perdita dell’appetito, l’uso eccessivo della bilancia per controllare il peso, il ricorso a farmaci come i diuretici, etc., che possono rivelare l’esistenza di un problema. In presenza di tali situazioni è consigliabile rivolgersi prontamente all’assistenza di un esperto. In qualità di psicologo e psicoterapeuta, nei miei interventi contro i disturbi del comportamento alimentare applico i concetti della Terapia Breve
Strategica, che si rivela particolarmente efficace nelle forme di anoressia giovanile.

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Tag: anoressia, anoressia giovanile, Terapia Breve Strategica

Ansia e apatia sono due delle emozioni più diffuse soprattutto in questo periodo storico legato alla pandemia da Covid 19. In realtà non è la prima volta che vengo a contatto con queste due emozioni, anche prima del Covid ho svolto percorsi di terapia in cui la sensazione di apatia era strettamente connessa all’ansia. Nell’articolo di oggi vedremo nel dettaglio l’apatia e l’ansia e cercheremo di capire come sia possibile uscire da queste condizioni emotive così bloccanti ed invalidanti.

Ansia e apatia: conosciamole meglio

L’apatia consiste in una condizione di “mancanza di passione”. In altre parole quello che viene meno è la motivazione, lo stimolo ad agire, ad impegnarsi. E’ una sensazione diversa dalla pigrizia, che identifica la scarsa voglia di fare; l’apatia è proprio uno stato psicologico caratterizzato dalla mancanza di stimoli. Le cose che in precedenza ci rendevano felici, ci stimolavano, in uno stato di apatia ci lasciano indifferenti. Non si tratta di depressione, ma di un senso di vuoto nel quale non trovano spazio le emozioni. Di solito l’apatia insorge a causa di eventi scatenanti, ne è un esempio il Covid 19, oppure altri tipi di frustrazioni o delusioni. Un ambiente familiare poco stimolante con atteggiamenti e modalità di vita sociale pessimiste, possono portare in età adolescenziale o adulta a sviluppare un’apatia diffusa. In tempi di pandemia, poi, la voglia e le possibilità di uscire di casa diminuiscono notevolmente, e la stessa casa di trasforma in un luogo vuoto e privo di stimoli.

Ansia e apatia

Molti pazienti in questi mesi hanno riscontrato grandi difficoltà riferibli ad una condizione di apatia: assenza di desiderio e di motivazione. Il non poter sviluppare i propri progetti di lavoro e di vita ha determinato una sorta di immobilismo, che inevitabilmente è sconfinato in condizioni di ansia generalizzata, espressa sia a livello fisico che mentale. Una paura di perdere il controllo che non si riesce effettivamente a controllare, e si alimenta della stessa apatia. Un vero e proprio circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, soprattutto perchè non siamo aiutati dal contesto che ci circonda e dalla realtà di una chiusura forzata ormai molto prolungata.

Come superare l’apatia

Per superare l’apatia, e quindi combattere l’ansia che ne deriva, può essere utile costruire una nuova routine quotidiana. La nostra vita è completamente stravolta, non abbiamo più le stesse abitudini. Provare a programmare una nuova routine è molto importante, il consiglio è proprio quello di iniziare da piccoli obiettivi quotidiani, sforzandosi di insistere su cose nuove. Anche cose piccole da fare, ma che possano essere utili nel cambiare le abitudini. L’ansia a sua volta può rendere l’apatia ancora più forte ed invalidante. Se non provassimo apatia e ansia, se la nostra giornata fosse normale, che cosa faremmo di diverso? E’ una domanda che spesso consiglio di porsi alle persone interessate e ai pazienti, sia nei miei articoli che nei percorsi di psicoterapia, perchè può aiutare a trovare soluzioni efficaci e spingere nella direzione del cambiamento.

Quando i livelli di apatia sono eccessivi e l’ansia continua a crescere ritengo fondamentale un percorso di psicoterapia breve strategica che consenta di abbassare il livello di inquietudine e di ritrovare la giusta energia. Superare l’ansia e l’apatia è possibile, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: apatia, coronavirus, paura

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata è il tema dell’ultima intervista che ho svolto con Oliunid Italia, il sito e-commerce specializzato in materiale d’arrampicata, di seguito il testo integrale.

Intervista

E’ da poco uscito il film documentario Light, che porta sotto i riflettori il tema delicatissimo dell’anoressia tra le arrampicatrici agoniste. Abbiamo chiesto un parere al Dr. Guido D’Acuti. Light è un film documentario di recente pubblicazione che affronta un tema molto delicato: quello dell’anoressia tra le arrampicatrici professioniste. Il film, curato da Caroline Treadway, racconta nello specifico le esperienze di Angie Payne, Emily Harrington e dell’arrampicatore Kai Lightner, portando alla luce alcuni disturbi del comportamento alimentare comuni anche a sportivi non professionisti e a tantissime ragazze in età preadolescenziale ed adolescenziale.

Il Dr. Guido D’Acuti è già stato nostro ospite per parlarci di vari temi relativi alla psicologia dello sport e può confermarsi la persona più adatta per fare chiarezza su alcuni degli aspetti legati al disturbo del comportamento alimentare in arrampicata. Con il suo e-book:

“Il Piacere del cibo”

gratuitamente scaricabile dal suo sito, ci introduce infatti al mondo dell’anoressia giovanile: lo prendiamo come spunto per approfondire questo tema dal punto di visto più strettamente “sportivo”.

Buongiorno Guido, bentornato! Abbiamo visto che recentemente sei stato a Lumignano! Come è andata?

Benissimo! Ero un po arrugginito ma devo dire che ne avevo davvero bisogno, la roccia fa miracoli per quello che riguarda il benessere psicologico. Grazie mille come sempre per la possibilità di condividere con voi e con i lettori idee di principio, partendo da una prospettiva psicologica.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Da arrampicatore, e da psicologo con un’esperienza pluriennale nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sicuramente non sarai stupito da quanto viene messo sotto ai riflettori dal documentario Light. Forse in arrampicata, più che in altri sport, si è portati a pensare che la leggerezza possa aiutarci a salire più fluidamente su alcuni tipi di vie. Tu cosa ne pensi?

Credo che il focus debba essere posto non tanto sulla leggerezza fisica quanto su altri aspetti. E’ indubbio che sentirsi leggeri ed in forma può essere d’aiuto, tuttavia è importante puntare su aspetti più rilevanti. La tranquillità psicologica, la tecnica e la performance. Il fisico ha sicuramente un ruolo essenziale, tuttavia la cosa fondamentale è non entrare nel circolo vizioso di dover essere magro a tutti i costi per poter arrampicare. Dobbiamo pensare allo sport e all’arrampicata come ad un momento significativo per la nostra salute ed il nostro benessere. Lo sport deve essere vissuto come un’esperienza che ci fa stare bene, non come un modo per dimagrire, non prendere peso o addirittura perderlo. Se arrampicare, o fare sport in generale, crea difficoltà per quello che riguarda la dinamica alimentare è importante fermarsi a riflettere e lavorare sul modo di trovare nuovamente un equilibrio psicologico.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Nel documentario le atlete raccontano i lati negativi di un’alimentazione insufficiente, ma anche quei traguardi che le portavano a perseguire su quella strada (con prezzi da pagare per la salute fisica generale piuttosto alti). Pensi che una delle cause di questo problema così diffuso in arrampicata possa essere l’apparente guadagno immediato che ne deriva?

Sicuramente! Nell’immediato non mangiare porta paradossalmente a sentirsi meglio. La mente è più lucida, la stanchezza non viene percepita, si prova come la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Il problema è ovviamente nel lungo periodo. In primo luogo perchè non si riesce più a riprendere un’alimentazione regolare, e poi perchè gli effetti paradossalmente benefici del non mangiare pian piano non si avvertono più. La fatica a tornare alla normalità è tanta, mentalmente il pensiero spinge in direzione contraria rispetto al mangiare con regolarità, creando sensi di colpa ed emozioni contrastanti.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Spoileriamo una frase del documentario in cui Angela Payne dichiara come la sensazione di sentirsi forte sui boulder sia di gran lunga più appagante del sentirsi leggera. In quale modo è possibile fare un cambio di rotta per rendere più consapevoli le arrampicatrici che ci sono altri modi per raggiungere i propri obiettivi?

Il primo passo nel campo dell’alimentazione è quello di lavorare sul piacere. Un piacere a 360 gradi che deve estendersi anche alla dinamica sportiva, così da trasformarsi in “forza”. Il piacere è una dinamica particolare, spesso non connessa con la fatica e la forza. Invece il messaggio che vorrei veicolare è di cercare di vivere e cercare il piacere sia nell’alimentazione che nello sport. In ogni gesto sportivo, anche ad alti livelli, sono la motivazione e la dimensione psicologica del piacere a condurre a grandi risultati.

Una delle sezioni più interessanti del film racconta come la “trappola” del perdere peso sia un processo che arriva di soppiatto, iniziando ad arrivare più o meno consapevolmente così tardi a casa da saltare direttamente la cena, e proseguendo con lunghe giornate in falesia senza cibo nello zaino ed altri “piccoli gesti” che sommandosi portano ad una situazione molto precaria. Pensi che da amico, o da genitore, sia possibile accorgersi per tempo di questi segnali non troppo evidenti?

E’ proprio così: una trappola, che paradossalmente ci costruiamo da soli e dalla quale poi fatichiamo ad uscire. Ci sono degli segnali che consentono di capire quello che sta succedendo, ad esempio a tavola il fatto di masticare molto lentamente, oppure quello di andare subito in bagno dopo aver mangiato,magari per espellere il cibo attraverso il vomito autoindotto. Oppure anche il bere grandi quantità di acqua che fanno sentire pieni ma che non nutrono realmente. Lo sport spesso diventa un modo per perdere le calorie assunte durante i pasti, ma quando l’attività fisica diventa il motivo che spinge a non mangiare rischiamo davvero di trasformare la trappola in qualcosa di impenetrabile. In situazioni come queste il consiglio più sincero è sempre quello di rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi con chi conosce a fondo la problematica e può darci una mano ad iniziare un percorso di cambiamento. Spesso mi succede di ricevere delle telefonate su problematiche di disturbi alimentari e di indirizzare le persone fornendo dei consigli che ritengo preziosi o quanto meno utili. Nel caso aveste un familiare con problematiche alimentari non preoccupatevi nel chiedere consiglio ad uno specialista, la chiamata non ha costo e può rivelarsi significativa per indirizzarvi nella corretta direzione

Secondo te le atlete coinvolte in prima persona ne sono sempre consapevoli o in un primo momento si attua quasi un meccanismo inconscio?

Essere consapevoli di situazioni così complesse non è semplice. In un primo momento è sicuramente un processo inconsapevole e purtroppo, una volta costruitasi la “trappola”, poi uscirne diventa difficile. All’interno dei miei percorsi di psicoterapia applico un concetto fondamentale, quello di iniziare con l’aumento della consapevolezza del rapporto fra il cibo e le proprie emozioni. E’ l’inizio del viaggio per il cambiamento verso l’equilibrio delle abitudini alimentari.

Grazie Guido come sempre per il tuo parere! A presto!

Grazie a voi e alla prossima intervista! Nel frattempo per chi avesse piacere di contattarmi ecco i miei contatti: 340.41.90.915 oppure via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

 

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Tag: anoressia, arrampicata, disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo è la giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, la giornata del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Ho deciso di dare il mio contributo raccontando la storia di un paziente, che negli anni ha sviluppato e superato una problematica connessa con l’alimentazione. Racconto una storia vera perchè credo sia fondamentale dare anche una speranza positiva. Uscire da una problematica di disturbo del comportamento alimentare è possibile. Mi piace essere positivo, trovare le soluzioni di fronte a problemi complessi, riportare il benessere psicologico in quelle situazioni in cui il cibo si è trasformato in una prigione.

Mangiare e vomitare, quando il cibo diventa un piacere insostenibile

La storia di R. (nome di fantasia), racconta di un giovane uomo che dopo essere arrivato ad un peso di quasi 100 kg, decide di mettersi a dieta e di ritrovare il benessere fisico. Una missione che sembra impossibile, un desiderio il suo che sembra irrealizzabile. Ed invece mese dopo mese, chilo dopo chilo, ritrova lentamente una forma fisica decente ed insperata.

Disturbi alimentari e la perdita di controllo

Tuttavia l’eccessiva ricerca del controllo alimentare, conduce paradossalmente ad una perdita di controllo. R. si ritrova in piena notte ad abbuffarsi di “cibo spazzatura”. Il senso di colpa dovuto a questi momenti di trasgressione totale lo spingono a vomitare dopo essersi abbuffato. R. trova nel vomito un momento di estasi e pace. Mangia, vomita e perde ancora più peso. Una soluzione quasi ideale, tuttavia però senza accorgersene diventa dipendente dal binomio mangiare e vomitare. Un’accoppiata molto pericolosa, che in apparenza lo calma e gli permette di non aumentare di peso, mangiando anche qualcosa in più di quanto previsto.

Motivazione e Aiuto

Un circolo vizioso infernale che ad un certo punto lo spinge a cercare il sostegno di amici e parenti. In un primo momento R. si sente restio a chiedere aiuto, sia per la paura di essere giudicato che perchè non ritiene possibile che qualcuno lo possa realmente supportare. Spesso è proprio l’impossibilità di immaginare soluzioni funzionali che spinge a rimanere nel proprio circolo vizioso. In questo caso invece la spinta motivazionale dei famigliari che lo hanno convinto ad incontrare lo psicologo ha favorito un cambiamento della situazione. R. ha quindi intrapreso insieme a me e alla famiglia stessa un percorso di psicoterapia e lo ha anche concluso con successo. Il peso non è più un problema, nel senso che ha trovato il giusto peso forma. Mangia con piacere, evitando la carne ma concedendosi dolci, pizza e anche patatine fritte. Rispettando però in maniera equilibrata un’alimentazione corretta, che prevede anche trasgressioni e momenti di intenso piacere.

Giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari

La storia che vi ho raccontato è una storia vera in cui si può intravedere una speranza. La giusta motivazione può spingerci a chiedere aiuto, a trovare soluzioni funzionali, a vedere le cose positive che normalmente non sono così evidenti. La storia di R. in questi giorni che precedono il 15 marzo deve rappresentare uno stimolo per tutti coloro che si trovano dentro la prigione del cibo, che non vedono speranze e non pensano di potercela fare. E’ il mio contributo personale per aiutarvi e sensibilizzare tutti nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Per chi volesse avere maggiori informazioni clicca in questo link per scaricare il mio ebook gratuito: “Il Piacere del Cibo”.

 

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, giornata del fiocchetto lilla

Come pensare in maniera positiva? Questa è la domanda a cui cercheremo di rispondere nell’articolo di oggi. Il pensiero è una risorsa inestimabile. In ogni momento della nostra vita stiamo progettando, pensando, riflettendo su qualcosa. E in ogni nostra riflessione le nostre modalità di pensare portano a vedere le cose sia in maniera positiva che anche negativa. La realtà che circonda può essere percepita in modalità completamente differenti. Il nostro pensiero rientra all’interno di questo processo di percezione della realtà, orientandone il significato. Se ad esempio ci sembra di non essere del tutto preparati per un colloquio di lavoro, riusciremo a sentirci in difficoltà e in difetto prima ancora di affrontarlo. Se invece riusciamo ad invertire il flusso e a pensare positivamente, arriveremo al colloquio con un piglio diverso, propositivo e vincente. Al contrario, quando il nostro pensiero rafforza la percezione di non essere all’altezza del selezionatore, durante il colloquio rischiamo di confermare il fallimento.

Il paradosso dell’iper-razionalizzazione

Spesso è proprio chiedendosi cosa sia giusto fare oppure non fare che entriamo in blocco. Cercare di analizzare la situazione da moltissimi punti di vista differenti alla lunga può diventare limitante e bloccare l’azione. Una profonda insistita ricerca di tutte le soluzioni possibili e corrette, mettendo in dubbio le nostre scelte, rischia di produrre un vortice nel quale si tende a perdersi. Non sto sostenendo che prendere in esame più possibili direzioni non sia una modalità corretta. Bensì il fatto che l’eccesso di questa modalità di pensiero può diventare limitante, può aumentare il senso di confusione e addirittura portare al paradosso di una incapacità decisionale.

Come pensare in maniera positiva: un esempio

Superare l’iper-razionalizzazione non è semplice, soprattutto quando siamo alla ricerca di un totale controllo in ogni situazione. S. (nome di fantasia) sta studiando per affrontare alcuni esami all’università. Ogni giorno studia in maniera incessante, quasi senza pause, arrivando a concentrarsi per più di 10 ore al giorno. Il suo problema è l’ossessiva ricerca di controllo per ogni tipo di argomento d’esame. In questo caso il pensiero rende lo studio qualcosa di impossibile. Ogni approfondimento richiede uno sforzo incredibile, così come la ricerca di ogni piccola precisazione nascosta negli appunti. In questa situazione l’iper-razionalizzazione, intesa come il tentativo di dominare ogni aspetto è praticamente impossibile. Il pensiero spinge S. verso direzioni di tentato controllo che non sono realmente funzionali. Nel senso che cercare di anticipare ogni contenuto anche minore per l’esame, per eliminare il dubbio di non avere una preparazione totale, rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario.

L’iper-razionalizzazione crea ostacoli che non permettono di pensare positivamente. In questo caso specifico, riducendo le ore di studio, concentrandosi sui temi propri dell’esame ed evitando di porsi continui dubbi relativi ad una scarsa preparazione, S. è riuscita a superare l’esame e a trovare una nuova modalità di studio in generale.

Come pensare in maniera positiva: una tecnica

Ad un altro paziente ho chiesto:

Cosa faresti di diverso se dovessi pensare in maniera positiva?

la risposta è stata “Farmi meno seghe mentali”. Al di là del simpatico epiteto, questa domanda è uno stimolo alla riflessione e ci aiuta a cercare le direzioni che dobbiamo prendere verso quelle decisioni funzionali in cui il pensiero trova una strada positiva, immagina lo scenario migliore e guida verso le soluzioni ottimali da raggiungere.

Scarica il mio corso gratuito sul pensiero per poter pensare in maniera positiva e mandami un feedback su come ti sei trovato durante il corso. Insieme possiamo anche iniziare un percorso di psicoterapia per riflettere in modo più efficace su come pensare in maniera efficace, chiamami al 340.41.90.915.

 

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Tag: ansia, coaching strategico, Pensiero efficace, Terapia Breve Strategica

Storie vere di Anoressia, è questo il focus dell’articolo di oggi, racconti di sofferenza e di grande dolore. Da molti anni lavoro con i disturbi del comportamento alimentare, l’esperienza maturata con questa problematica ha ulteriormente evidenziato e confermato il ruolo del cibo vissuto dai pazienti come minaccioso per la paura di ingrassare. Vi racconterò due storie, due percorsi di terapia che hanno permesso alle pazienti in questione di trovare nuovamente un benessere psicologico.

Storie vere di anoressia: la storia di N.

N. entra nel mio studio nel momento di maggiore difficoltà. Si sente bloccata, ha paura di mangiare. Ha l’impressione che i vestiti, seppure larghi, le stiano stretti. Mangia qualcosa a colazione, salta il pranzo e a cena si limita a qualche foglia di insalata. N. chiede di poter essere aiutata ma dentro di sé inconsciamente teme di non potercela fare.

“Mi sento grossa, se mangio potrei ingrassare”

In realtà vorrebbe mangiare, ma c’è come una forza che la blocca e non le permette di trovare piacere nel cibo. Il lavoro di terapia, in questa situazione, si è incentrato contemporaneamente sia sulla dinamica di ritrovare il piacere del cibo, sia sugli aspetti emotivi di sofferenza e rabbia. La profonda sofferenza, legata alla trappola in cui sente di essere cascata, la blocca ancora di più. In particolare c’è questa sensazione di essere sempre in una condizione di totale “controllo” di se stessa, che la fa stare male in quanto non riesce mai a lasciarsi andare serenamente nei confronti del cibo. Il lavoro terapeutico si è proprio incentrato sul favorire una nuova gestione della sua vita: emotiva, alimentare e relazionale . Ci sono ancora delle difficoltà da superare, ma il processo di cambiamento è iniziato e il circolo vizioso si sta trasformando in un nuovo circolo virtuoso.

Storie vere di anoressia: la storia di S.

La storia di S. è quella di una ragazza giovanissima, 14 anni, che si presenta in studio accompagnata dalla famiglia. Non si trova a suo agio, non vorrebbe essere nello studio dello psicologo, e non ne capisce il motivo. Le sue condizioni di salute non sono ancora critiche, tuttavia la preoccupazione dei genitori è ampiamente fondata. In questa situazione il lavoro in chiave terapeutica ha coinvolto in prima istanza la famiglia. I genitori, hanno esposto la situazione e si sono trovati direttamente coinvolti nel percorso di recupero di S., addirittura eletti al ruolo di “co-terapeuti”. Dopo alcune sedute iniziali nelle quali la ragazza non si lascia coinvolgere, alla fine S. decide di partecipare attivamente. Le indicazioni e i suggerimenti dati ai genitori hanno fatto il loro effetto. I genitori si sono “compattati” usando lo stesso un comune metodo di regole, alternando in maniera complementare stili relazionali differenti. Quando il papà assumeva un atteggiamento comprensivo, la madre imponeva una maggiore autorità. Viceversa, a ruoli invertiti, nel momento in cui il padre faceva rispettare le regole stabilite con il terapeuta, la mamma si rivelava più dolce e affettuosa. In alcuni momenti, invece, di comune accordo entrambi esercitavano la stessa modalità relazionale. Una vera e propria danza comunicativa che ha aiutato S. ad uscire dal suo guscio protettivo e ad iniziare a lavorare su se stessa. Al momento attuale la terapia si è conclusa ed S. è tornata ad un peso forma normale, ma soprattutto è l’equilibrio emotivo recuperato a fare la vera differenza.

Storie vere di anoressia e Terapia Breve Strategica

Queste storie di anoressia ci insegnano sia l’importanza del cibo che quella del piacere connesso con l’alimentazione. Ma anche l’importanza dei famigliari nel ruolo di supporto attivo verso il miglioramento del benessere psicologico del figlio/a. A conferma del fatto che in assoluto le dinamiche emotive sono fondamentali per la salute mentale e psicologica.

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Attraverso la Terapia Breve strategica ti aiuterò a superare le problematiche connesse con i disturbi del comportamento alimentare.

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Tag: anoressia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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16 Aprile 2021

La paura di morire è una tipologia di sensazione che prima o poi nella nostra vita arriva. Soprattutto in questo periodo di pandemia, ci siamo ritrovati a pensare più spesso al nostro futuro in chiave negativa. La paura di morire è una tipologia di sensazione che le persone che soffrono di ansia e panico sperimentano spesso, vivendo la loro vita con grande difficoltà. In questo ultimo anno tutti ci siamo trovati a provare una analoga sensazione. Il Covid 19 ci ha messo di fronte al concetto di morte e fatto esperire cosa significhi la paura in un’ottica di sopravvivenza. Nell’articolo di oggi affronterò i temi della paura e della morte, sottolineandone l’evoluzione in un’ottica depressiva e di scoraggiamento generale. 

Paura di morire e paura di perdere il controllo

Un attacco di panico è la massima espressione della paura.  Chi ha vissuto un attacco di panico nella sua vita sa bene che la sensazione di paura alla base può esprimersi un due modalità. La prima è essenzialmente fisica: una sensazione di tachicardia, sudori freddi, tremori, sintomi che fanno sentire come se si stesse per morire. La seconda sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo e di se stessi, quasi di impazzire. Due emozioni che  nella loro massima espressione possono indurre un’esperienza di puro panico. 

Paura di morire e Covid

La paura di morire di malattia è una tipologia di paura specifica, che possiamo definire come ipocondria. Nel caso della paura delle malattie spesso la preoccupazione è legata alla gestione della condizione di malattia stessa. Nel caso del Covid, invece, la paura ha spostato decisamente i pensieri nella direzione del rischio di morte, creando sentimenti di vero e proprio panico.  Per cercare di fronteggiare e superare questi timori, la reazione emotiva ha comportato in qualche caso la comparsa di sentimenti contrastanti di apatia e anche di depressione

paura di morire

Covid e depressione

La depressione di cui parlo consiste in una condizione di scarsa voglia di fare, accompagnata anche da momenti di tristezza e di profonda sofferenza. L’immobilismo creato dal non poter uscire e vivere il quotidiano in totale normalità, ha determinato uno stravolgimento della nostra vita. L’ansia e la paura di morire, pur essendo sempre presenti, hanno dato sfogo a occasioni di grande rabbia, che si è esaurita in momenti di vuoto interiore. Molte persone soffrono, non vedono la possibilità di uscire da questa situazione: genitori ricoverati per Covid che non possono vedere i figli, persone che non riescono a lavorare o non trovano lavoro, studenti che non possono più frequentare la scuola e l’università. Tutte situazioni che dal punto di vista psicologico pesano in maniera importante, determinando condizioni di ansia, di depressione e poca voglia di vivere una vita attiva. 

La terapia breve strategica

Nella mia esperienza di questo ultimo anno ho seguito molte persone vittime di tali situazioni di ansia e depressione. Sono riuscito ad aiutarle, proponendo strategie pratiche, seguendole con continuità, supportando il loro stato d’animo emotivo e fornendo anche soluzioni efficaci. La strategia adottata è quella di lavorare sulla motivazione a vivere le giornate diversamente, cercando di favorire un nuovo equilibrio emotivo.

Se vuoi saperne di più scrivimi al 3404190915 per avere maggiori info oppure mandami una mail a studio@guidodacutipsicologo.it possiamo trovare soluzioni funzionali per superare la tua situazione di blocco emotivo, ansia e depressione.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, paura

Le storie di anoressia ai tempi del lockdown che vi racconterò in questo articolo, rimandano alla giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Il 15 marzo in occasione di questa giornata di sensibilizzazione, sul quotidiano “Il Messaggero” è comparso un articolo a firma E. Priolo dedicato alla storia di due ragazze che stanno combattendo la loro battaglia contro l’anoressia. In particolare la storia di Maria Elena è emblematica sia delle modalità subdole con le quali questa malattia prende possesso del nostro corpo e della nostra mente, sia della grande difficoltà di combatterla e venirne fuori. Ho deciso di proporre una rilettura di alcuni passaggi dell’intervista per spiegare in modo semplice la necessità di prestare la massima attenzione ai segnali di disagio dei nostri giovani nel campo dell’alimentazione.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: una diciottenne con problemi di anoressia

Maria Elena ha poco più di 18 anni quando si mette a dieta per problemi di
obesità. Durante il primo lockdown la solitudine la convince a mantenere una dieta ferrea per non perdere i risultati ottenuti. Inizia quindi ad allenarsi per due ore al giorno e a diminuire l’assunzione di carboidrati e proteine, fino a ridursi a mangiare solo verdura. La bilancia diventa il suo punto di riferimento quotidiano, il peso corporeo cala vistosamente ma lei continua a vedersi grassa allo specchio. Per ridurre ulteriormente il peso arriva ad autoindurre il vomito a seguito dell’assunzione di cibo. Ad un certo punto, però, la stanchezza fisica determina uno stato di tensione emotiva che la spinge ad aprirsi con la famiglia e successivamente ad accettare, non senza difficoltà, il ricovero in un Centro specializzato per i disturbi alimentari. Ora Maria Elena è sotto cura e migliora di giorno in giorno, è consapevole della battaglia difficile che sta conducendo ed è molto motivata. La guarigione è un traguardo alla sua portata.

Le diverse sfaccettature dell’anoressia

La storia di Maria Elena consente di fare alcune considerazioni di carattere
generale. Innanzi tutto è bene ricordare che l’anoressia è una patologia che si può presentare sotto varie forme. Le sue caratteristiche essenziali sono
associate ad una rapida e significativa perdita di peso corporeo. Il soggetto
anoressico è letteralmente ossessionato dalla ricerca della magrezza, dalla
paura di essere grasso o sovrappeso. In molti casi il soggetto anoressico si limita semplicemente a ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo, in altri invece accompagna tale abitudine con una forma di esercizio fisico intenso (es. ginnastica, sport aerobici, etc.) nell’idea di compensare con lo sforzo fisico quello che viene assunto come cibo. In altri casi ancora alterna periodi di forte restrizione alimentare a periodi di vere e proprie abbuffate di cibo, una patologia nota come “binge eating”. Infine esiste la variante del vomito autoindotto, nel quale come è facilmente intuibile, il soggetto compensa l’assunzione di cibo attraverso il vomito.
Se riflettiamo sul percorso di Maria Elena ci rendiamo conto che almeno due
delle varianti sopracitate sono presenti nel percorso della malattia: la dieta
ferrea accompagnata dall’esercizio fisico e successivamente il vomito
autoindotto.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: la prigione mentale

In questi periodi di lockdown e di limitazioni alla libertà di movimento, le problematiche relative ai disturbi alimentari si fanno ancora più frequenti. Non è esagerato parlare di “prigione mentale” a proposito dell’anoressia. Se ne accorge anche Maria Elena che nell’articolo di giornale commenta:

“il disturbo alimentare non viene dal cibo ma dalla mente”.

Nella cura dei disturbi alimentari è essenziale lavorare sulle modalità di percezione della realtà del soggetto anoressico, coinvolgendo anche gli stessi famigliari come supporto
attivo. I famigliari soprattutto sono in grado di riconoscere segnali quali la perdita dell’appetito, l’uso eccessivo della bilancia per controllare il peso, il ricorso a farmaci come i diuretici, etc., che possono rivelare l’esistenza di un problema. In presenza di tali situazioni è consigliabile rivolgersi prontamente all’assistenza di un esperto. In qualità di psicologo e psicoterapeuta, nei miei interventi contro i disturbi del comportamento alimentare applico i concetti della Terapia Breve
Strategica, che si rivela particolarmente efficace nelle forme di anoressia giovanile.

Per saperne di più scarica il mio e-book gratuito:
“Il piacere del Cibo”
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Tag: anoressia, anoressia giovanile, Terapia Breve Strategica

Ansia e apatia sono due delle emozioni più diffuse soprattutto in questo periodo storico legato alla pandemia da Covid 19. In realtà non è la prima volta che vengo a contatto con queste due emozioni, anche prima del Covid ho svolto percorsi di terapia in cui la sensazione di apatia era strettamente connessa all’ansia. Nell’articolo di oggi vedremo nel dettaglio l’apatia e l’ansia e cercheremo di capire come sia possibile uscire da queste condizioni emotive così bloccanti ed invalidanti.

Ansia e apatia: conosciamole meglio

L’apatia consiste in una condizione di “mancanza di passione”. In altre parole quello che viene meno è la motivazione, lo stimolo ad agire, ad impegnarsi. E’ una sensazione diversa dalla pigrizia, che identifica la scarsa voglia di fare; l’apatia è proprio uno stato psicologico caratterizzato dalla mancanza di stimoli. Le cose che in precedenza ci rendevano felici, ci stimolavano, in uno stato di apatia ci lasciano indifferenti. Non si tratta di depressione, ma di un senso di vuoto nel quale non trovano spazio le emozioni. Di solito l’apatia insorge a causa di eventi scatenanti, ne è un esempio il Covid 19, oppure altri tipi di frustrazioni o delusioni. Un ambiente familiare poco stimolante con atteggiamenti e modalità di vita sociale pessimiste, possono portare in età adolescenziale o adulta a sviluppare un’apatia diffusa. In tempi di pandemia, poi, la voglia e le possibilità di uscire di casa diminuiscono notevolmente, e la stessa casa di trasforma in un luogo vuoto e privo di stimoli.

Ansia e apatia

Molti pazienti in questi mesi hanno riscontrato grandi difficoltà riferibli ad una condizione di apatia: assenza di desiderio e di motivazione. Il non poter sviluppare i propri progetti di lavoro e di vita ha determinato una sorta di immobilismo, che inevitabilmente è sconfinato in condizioni di ansia generalizzata, espressa sia a livello fisico che mentale. Una paura di perdere il controllo che non si riesce effettivamente a controllare, e si alimenta della stessa apatia. Un vero e proprio circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, soprattutto perchè non siamo aiutati dal contesto che ci circonda e dalla realtà di una chiusura forzata ormai molto prolungata.

Come superare l’apatia

Per superare l’apatia, e quindi combattere l’ansia che ne deriva, può essere utile costruire una nuova routine quotidiana. La nostra vita è completamente stravolta, non abbiamo più le stesse abitudini. Provare a programmare una nuova routine è molto importante, il consiglio è proprio quello di iniziare da piccoli obiettivi quotidiani, sforzandosi di insistere su cose nuove. Anche cose piccole da fare, ma che possano essere utili nel cambiare le abitudini. L’ansia a sua volta può rendere l’apatia ancora più forte ed invalidante. Se non provassimo apatia e ansia, se la nostra giornata fosse normale, che cosa faremmo di diverso? E’ una domanda che spesso consiglio di porsi alle persone interessate e ai pazienti, sia nei miei articoli che nei percorsi di psicoterapia, perchè può aiutare a trovare soluzioni efficaci e spingere nella direzione del cambiamento.

Quando i livelli di apatia sono eccessivi e l’ansia continua a crescere ritengo fondamentale un percorso di psicoterapia breve strategica che consenta di abbassare il livello di inquietudine e di ritrovare la giusta energia. Superare l’ansia e l’apatia è possibile, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: apatia, coronavirus, paura

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata è il tema dell’ultima intervista che ho svolto con Oliunid Italia, il sito e-commerce specializzato in materiale d’arrampicata, di seguito il testo integrale.

Intervista

E’ da poco uscito il film documentario Light, che porta sotto i riflettori il tema delicatissimo dell’anoressia tra le arrampicatrici agoniste. Abbiamo chiesto un parere al Dr. Guido D’Acuti. Light è un film documentario di recente pubblicazione che affronta un tema molto delicato: quello dell’anoressia tra le arrampicatrici professioniste. Il film, curato da Caroline Treadway, racconta nello specifico le esperienze di Angie Payne, Emily Harrington e dell’arrampicatore Kai Lightner, portando alla luce alcuni disturbi del comportamento alimentare comuni anche a sportivi non professionisti e a tantissime ragazze in età preadolescenziale ed adolescenziale.

Il Dr. Guido D’Acuti è già stato nostro ospite per parlarci di vari temi relativi alla psicologia dello sport e può confermarsi la persona più adatta per fare chiarezza su alcuni degli aspetti legati al disturbo del comportamento alimentare in arrampicata. Con il suo e-book:

“Il Piacere del cibo”

gratuitamente scaricabile dal suo sito, ci introduce infatti al mondo dell’anoressia giovanile: lo prendiamo come spunto per approfondire questo tema dal punto di visto più strettamente “sportivo”.

Buongiorno Guido, bentornato! Abbiamo visto che recentemente sei stato a Lumignano! Come è andata?

Benissimo! Ero un po arrugginito ma devo dire che ne avevo davvero bisogno, la roccia fa miracoli per quello che riguarda il benessere psicologico. Grazie mille come sempre per la possibilità di condividere con voi e con i lettori idee di principio, partendo da una prospettiva psicologica.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Da arrampicatore, e da psicologo con un’esperienza pluriennale nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sicuramente non sarai stupito da quanto viene messo sotto ai riflettori dal documentario Light. Forse in arrampicata, più che in altri sport, si è portati a pensare che la leggerezza possa aiutarci a salire più fluidamente su alcuni tipi di vie. Tu cosa ne pensi?

Credo che il focus debba essere posto non tanto sulla leggerezza fisica quanto su altri aspetti. E’ indubbio che sentirsi leggeri ed in forma può essere d’aiuto, tuttavia è importante puntare su aspetti più rilevanti. La tranquillità psicologica, la tecnica e la performance. Il fisico ha sicuramente un ruolo essenziale, tuttavia la cosa fondamentale è non entrare nel circolo vizioso di dover essere magro a tutti i costi per poter arrampicare. Dobbiamo pensare allo sport e all’arrampicata come ad un momento significativo per la nostra salute ed il nostro benessere. Lo sport deve essere vissuto come un’esperienza che ci fa stare bene, non come un modo per dimagrire, non prendere peso o addirittura perderlo. Se arrampicare, o fare sport in generale, crea difficoltà per quello che riguarda la dinamica alimentare è importante fermarsi a riflettere e lavorare sul modo di trovare nuovamente un equilibrio psicologico.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Nel documentario le atlete raccontano i lati negativi di un’alimentazione insufficiente, ma anche quei traguardi che le portavano a perseguire su quella strada (con prezzi da pagare per la salute fisica generale piuttosto alti). Pensi che una delle cause di questo problema così diffuso in arrampicata possa essere l’apparente guadagno immediato che ne deriva?

Sicuramente! Nell’immediato non mangiare porta paradossalmente a sentirsi meglio. La mente è più lucida, la stanchezza non viene percepita, si prova come la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Il problema è ovviamente nel lungo periodo. In primo luogo perchè non si riesce più a riprendere un’alimentazione regolare, e poi perchè gli effetti paradossalmente benefici del non mangiare pian piano non si avvertono più. La fatica a tornare alla normalità è tanta, mentalmente il pensiero spinge in direzione contraria rispetto al mangiare con regolarità, creando sensi di colpa ed emozioni contrastanti.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Spoileriamo una frase del documentario in cui Angela Payne dichiara come la sensazione di sentirsi forte sui boulder sia di gran lunga più appagante del sentirsi leggera. In quale modo è possibile fare un cambio di rotta per rendere più consapevoli le arrampicatrici che ci sono altri modi per raggiungere i propri obiettivi?

Il primo passo nel campo dell’alimentazione è quello di lavorare sul piacere. Un piacere a 360 gradi che deve estendersi anche alla dinamica sportiva, così da trasformarsi in “forza”. Il piacere è una dinamica particolare, spesso non connessa con la fatica e la forza. Invece il messaggio che vorrei veicolare è di cercare di vivere e cercare il piacere sia nell’alimentazione che nello sport. In ogni gesto sportivo, anche ad alti livelli, sono la motivazione e la dimensione psicologica del piacere a condurre a grandi risultati.

Una delle sezioni più interessanti del film racconta come la “trappola” del perdere peso sia un processo che arriva di soppiatto, iniziando ad arrivare più o meno consapevolmente così tardi a casa da saltare direttamente la cena, e proseguendo con lunghe giornate in falesia senza cibo nello zaino ed altri “piccoli gesti” che sommandosi portano ad una situazione molto precaria. Pensi che da amico, o da genitore, sia possibile accorgersi per tempo di questi segnali non troppo evidenti?

E’ proprio così: una trappola, che paradossalmente ci costruiamo da soli e dalla quale poi fatichiamo ad uscire. Ci sono degli segnali che consentono di capire quello che sta succedendo, ad esempio a tavola il fatto di masticare molto lentamente, oppure quello di andare subito in bagno dopo aver mangiato,magari per espellere il cibo attraverso il vomito autoindotto. Oppure anche il bere grandi quantità di acqua che fanno sentire pieni ma che non nutrono realmente. Lo sport spesso diventa un modo per perdere le calorie assunte durante i pasti, ma quando l’attività fisica diventa il motivo che spinge a non mangiare rischiamo davvero di trasformare la trappola in qualcosa di impenetrabile. In situazioni come queste il consiglio più sincero è sempre quello di rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi con chi conosce a fondo la problematica e può darci una mano ad iniziare un percorso di cambiamento. Spesso mi succede di ricevere delle telefonate su problematiche di disturbi alimentari e di indirizzare le persone fornendo dei consigli che ritengo preziosi o quanto meno utili. Nel caso aveste un familiare con problematiche alimentari non preoccupatevi nel chiedere consiglio ad uno specialista, la chiamata non ha costo e può rivelarsi significativa per indirizzarvi nella corretta direzione

Secondo te le atlete coinvolte in prima persona ne sono sempre consapevoli o in un primo momento si attua quasi un meccanismo inconscio?

Essere consapevoli di situazioni così complesse non è semplice. In un primo momento è sicuramente un processo inconsapevole e purtroppo, una volta costruitasi la “trappola”, poi uscirne diventa difficile. All’interno dei miei percorsi di psicoterapia applico un concetto fondamentale, quello di iniziare con l’aumento della consapevolezza del rapporto fra il cibo e le proprie emozioni. E’ l’inizio del viaggio per il cambiamento verso l’equilibrio delle abitudini alimentari.

Grazie Guido come sempre per il tuo parere! A presto!

Grazie a voi e alla prossima intervista! Nel frattempo per chi avesse piacere di contattarmi ecco i miei contatti: 340.41.90.915 oppure via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

 

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Tag: anoressia, arrampicata, disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo è la giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, la giornata del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Ho deciso di dare il mio contributo raccontando la storia di un paziente, che negli anni ha sviluppato e superato una problematica connessa con l’alimentazione. Racconto una storia vera perchè credo sia fondamentale dare anche una speranza positiva. Uscire da una problematica di disturbo del comportamento alimentare è possibile. Mi piace essere positivo, trovare le soluzioni di fronte a problemi complessi, riportare il benessere psicologico in quelle situazioni in cui il cibo si è trasformato in una prigione.

Mangiare e vomitare, quando il cibo diventa un piacere insostenibile

La storia di R. (nome di fantasia), racconta di un giovane uomo che dopo essere arrivato ad un peso di quasi 100 kg, decide di mettersi a dieta e di ritrovare il benessere fisico. Una missione che sembra impossibile, un desiderio il suo che sembra irrealizzabile. Ed invece mese dopo mese, chilo dopo chilo, ritrova lentamente una forma fisica decente ed insperata.

Disturbi alimentari e la perdita di controllo

Tuttavia l’eccessiva ricerca del controllo alimentare, conduce paradossalmente ad una perdita di controllo. R. si ritrova in piena notte ad abbuffarsi di “cibo spazzatura”. Il senso di colpa dovuto a questi momenti di trasgressione totale lo spingono a vomitare dopo essersi abbuffato. R. trova nel vomito un momento di estasi e pace. Mangia, vomita e perde ancora più peso. Una soluzione quasi ideale, tuttavia però senza accorgersene diventa dipendente dal binomio mangiare e vomitare. Un’accoppiata molto pericolosa, che in apparenza lo calma e gli permette di non aumentare di peso, mangiando anche qualcosa in più di quanto previsto.

Motivazione e Aiuto

Un circolo vizioso infernale che ad un certo punto lo spinge a cercare il sostegno di amici e parenti. In un primo momento R. si sente restio a chiedere aiuto, sia per la paura di essere giudicato che perchè non ritiene possibile che qualcuno lo possa realmente supportare. Spesso è proprio l’impossibilità di immaginare soluzioni funzionali che spinge a rimanere nel proprio circolo vizioso. In questo caso invece la spinta motivazionale dei famigliari che lo hanno convinto ad incontrare lo psicologo ha favorito un cambiamento della situazione. R. ha quindi intrapreso insieme a me e alla famiglia stessa un percorso di psicoterapia e lo ha anche concluso con successo. Il peso non è più un problema, nel senso che ha trovato il giusto peso forma. Mangia con piacere, evitando la carne ma concedendosi dolci, pizza e anche patatine fritte. Rispettando però in maniera equilibrata un’alimentazione corretta, che prevede anche trasgressioni e momenti di intenso piacere.

Giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari

La storia che vi ho raccontato è una storia vera in cui si può intravedere una speranza. La giusta motivazione può spingerci a chiedere aiuto, a trovare soluzioni funzionali, a vedere le cose positive che normalmente non sono così evidenti. La storia di R. in questi giorni che precedono il 15 marzo deve rappresentare uno stimolo per tutti coloro che si trovano dentro la prigione del cibo, che non vedono speranze e non pensano di potercela fare. E’ il mio contributo personale per aiutarvi e sensibilizzare tutti nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Per chi volesse avere maggiori informazioni clicca in questo link per scaricare il mio ebook gratuito: “Il Piacere del Cibo”.

 

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, giornata del fiocchetto lilla

Come pensare in maniera positiva? Questa è la domanda a cui cercheremo di rispondere nell’articolo di oggi. Il pensiero è una risorsa inestimabile. In ogni momento della nostra vita stiamo progettando, pensando, riflettendo su qualcosa. E in ogni nostra riflessione le nostre modalità di pensare portano a vedere le cose sia in maniera positiva che anche negativa. La realtà che circonda può essere percepita in modalità completamente differenti. Il nostro pensiero rientra all’interno di questo processo di percezione della realtà, orientandone il significato. Se ad esempio ci sembra di non essere del tutto preparati per un colloquio di lavoro, riusciremo a sentirci in difficoltà e in difetto prima ancora di affrontarlo. Se invece riusciamo ad invertire il flusso e a pensare positivamente, arriveremo al colloquio con un piglio diverso, propositivo e vincente. Al contrario, quando il nostro pensiero rafforza la percezione di non essere all’altezza del selezionatore, durante il colloquio rischiamo di confermare il fallimento.

Il paradosso dell’iper-razionalizzazione

Spesso è proprio chiedendosi cosa sia giusto fare oppure non fare che entriamo in blocco. Cercare di analizzare la situazione da moltissimi punti di vista differenti alla lunga può diventare limitante e bloccare l’azione. Una profonda insistita ricerca di tutte le soluzioni possibili e corrette, mettendo in dubbio le nostre scelte, rischia di produrre un vortice nel quale si tende a perdersi. Non sto sostenendo che prendere in esame più possibili direzioni non sia una modalità corretta. Bensì il fatto che l’eccesso di questa modalità di pensiero può diventare limitante, può aumentare il senso di confusione e addirittura portare al paradosso di una incapacità decisionale.

Come pensare in maniera positiva: un esempio

Superare l’iper-razionalizzazione non è semplice, soprattutto quando siamo alla ricerca di un totale controllo in ogni situazione. S. (nome di fantasia) sta studiando per affrontare alcuni esami all’università. Ogni giorno studia in maniera incessante, quasi senza pause, arrivando a concentrarsi per più di 10 ore al giorno. Il suo problema è l’ossessiva ricerca di controllo per ogni tipo di argomento d’esame. In questo caso il pensiero rende lo studio qualcosa di impossibile. Ogni approfondimento richiede uno sforzo incredibile, così come la ricerca di ogni piccola precisazione nascosta negli appunti. In questa situazione l’iper-razionalizzazione, intesa come il tentativo di dominare ogni aspetto è praticamente impossibile. Il pensiero spinge S. verso direzioni di tentato controllo che non sono realmente funzionali. Nel senso che cercare di anticipare ogni contenuto anche minore per l’esame, per eliminare il dubbio di non avere una preparazione totale, rischia di ottenere esattamente l’effetto contrario.

L’iper-razionalizzazione crea ostacoli che non permettono di pensare positivamente. In questo caso specifico, riducendo le ore di studio, concentrandosi sui temi propri dell’esame ed evitando di porsi continui dubbi relativi ad una scarsa preparazione, S. è riuscita a superare l’esame e a trovare una nuova modalità di studio in generale.

Come pensare in maniera positiva: una tecnica

Ad un altro paziente ho chiesto:

Cosa faresti di diverso se dovessi pensare in maniera positiva?

la risposta è stata “Farmi meno seghe mentali”. Al di là del simpatico epiteto, questa domanda è uno stimolo alla riflessione e ci aiuta a cercare le direzioni che dobbiamo prendere verso quelle decisioni funzionali in cui il pensiero trova una strada positiva, immagina lo scenario migliore e guida verso le soluzioni ottimali da raggiungere.

Scarica il mio corso gratuito sul pensiero per poter pensare in maniera positiva e mandami un feedback su come ti sei trovato durante il corso. Insieme possiamo anche iniziare un percorso di psicoterapia per riflettere in modo più efficace su come pensare in maniera efficace, chiamami al 340.41.90.915.

 

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Tag: ansia, coaching strategico, Pensiero efficace, Terapia Breve Strategica

Storie vere di Anoressia, è questo il focus dell’articolo di oggi, racconti di sofferenza e di grande dolore. Da molti anni lavoro con i disturbi del comportamento alimentare, l’esperienza maturata con questa problematica ha ulteriormente evidenziato e confermato il ruolo del cibo vissuto dai pazienti come minaccioso per la paura di ingrassare. Vi racconterò due storie, due percorsi di terapia che hanno permesso alle pazienti in questione di trovare nuovamente un benessere psicologico.

Storie vere di anoressia: la storia di N.

N. entra nel mio studio nel momento di maggiore difficoltà. Si sente bloccata, ha paura di mangiare. Ha l’impressione che i vestiti, seppure larghi, le stiano stretti. Mangia qualcosa a colazione, salta il pranzo e a cena si limita a qualche foglia di insalata. N. chiede di poter essere aiutata ma dentro di sé inconsciamente teme di non potercela fare.

“Mi sento grossa, se mangio potrei ingrassare”

In realtà vorrebbe mangiare, ma c’è come una forza che la blocca e non le permette di trovare piacere nel cibo. Il lavoro di terapia, in questa situazione, si è incentrato contemporaneamente sia sulla dinamica di ritrovare il piacere del cibo, sia sugli aspetti emotivi di sofferenza e rabbia. La profonda sofferenza, legata alla trappola in cui sente di essere cascata, la blocca ancora di più. In particolare c’è questa sensazione di essere sempre in una condizione di totale “controllo” di se stessa, che la fa stare male in quanto non riesce mai a lasciarsi andare serenamente nei confronti del cibo. Il lavoro terapeutico si è proprio incentrato sul favorire una nuova gestione della sua vita: emotiva, alimentare e relazionale . Ci sono ancora delle difficoltà da superare, ma il processo di cambiamento è iniziato e il circolo vizioso si sta trasformando in un nuovo circolo virtuoso.

Storie vere di anoressia: la storia di S.

La storia di S. è quella di una ragazza giovanissima, 14 anni, che si presenta in studio accompagnata dalla famiglia. Non si trova a suo agio, non vorrebbe essere nello studio dello psicologo, e non ne capisce il motivo. Le sue condizioni di salute non sono ancora critiche, tuttavia la preoccupazione dei genitori è ampiamente fondata. In questa situazione il lavoro in chiave terapeutica ha coinvolto in prima istanza la famiglia. I genitori, hanno esposto la situazione e si sono trovati direttamente coinvolti nel percorso di recupero di S., addirittura eletti al ruolo di “co-terapeuti”. Dopo alcune sedute iniziali nelle quali la ragazza non si lascia coinvolgere, alla fine S. decide di partecipare attivamente. Le indicazioni e i suggerimenti dati ai genitori hanno fatto il loro effetto. I genitori si sono “compattati” usando lo stesso un comune metodo di regole, alternando in maniera complementare stili relazionali differenti. Quando il papà assumeva un atteggiamento comprensivo, la madre imponeva una maggiore autorità. Viceversa, a ruoli invertiti, nel momento in cui il padre faceva rispettare le regole stabilite con il terapeuta, la mamma si rivelava più dolce e affettuosa. In alcuni momenti, invece, di comune accordo entrambi esercitavano la stessa modalità relazionale. Una vera e propria danza comunicativa che ha aiutato S. ad uscire dal suo guscio protettivo e ad iniziare a lavorare su se stessa. Al momento attuale la terapia si è conclusa ed S. è tornata ad un peso forma normale, ma soprattutto è l’equilibrio emotivo recuperato a fare la vera differenza.

Storie vere di anoressia e Terapia Breve Strategica

Queste storie di anoressia ci insegnano sia l’importanza del cibo che quella del piacere connesso con l’alimentazione. Ma anche l’importanza dei famigliari nel ruolo di supporto attivo verso il miglioramento del benessere psicologico del figlio/a. A conferma del fatto che in assoluto le dinamiche emotive sono fondamentali per la salute mentale e psicologica.

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Tag: anoressia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Cinque passi per definire obiettivi raggiungibili

16 Aprile 2021

La paura di morire è una tipologia di sensazione che prima o poi nella nostra vita arriva. Soprattutto in questo periodo di pandemia, ci siamo ritrovati a pensare più spesso al nostro futuro in chiave negativa. La paura di morire è una tipologia di sensazione che le persone che soffrono di ansia e panico sperimentano spesso, vivendo la loro vita con grande difficoltà. In questo ultimo anno tutti ci siamo trovati a provare una analoga sensazione. Il Covid 19 ci ha messo di fronte al concetto di morte e fatto esperire cosa significhi la paura in un’ottica di sopravvivenza. Nell’articolo di oggi affronterò i temi della paura e della morte, sottolineandone l’evoluzione in un’ottica depressiva e di scoraggiamento generale. 

Paura di morire e paura di perdere il controllo

Un attacco di panico è la massima espressione della paura.  Chi ha vissuto un attacco di panico nella sua vita sa bene che la sensazione di paura alla base può esprimersi un due modalità. La prima è essenzialmente fisica: una sensazione di tachicardia, sudori freddi, tremori, sintomi che fanno sentire come se si stesse per morire. La seconda sensazione è quella di perdere il controllo del proprio corpo e di se stessi, quasi di impazzire. Due emozioni che  nella loro massima espressione possono indurre un’esperienza di puro panico. 

Paura di morire e Covid

La paura di morire di malattia è una tipologia di paura specifica, che possiamo definire come ipocondria. Nel caso della paura delle malattie spesso la preoccupazione è legata alla gestione della condizione di malattia stessa. Nel caso del Covid, invece, la paura ha spostato decisamente i pensieri nella direzione del rischio di morte, creando sentimenti di vero e proprio panico.  Per cercare di fronteggiare e superare questi timori, la reazione emotiva ha comportato in qualche caso la comparsa di sentimenti contrastanti di apatia e anche di depressione

paura di morire

Covid e depressione

La depressione di cui parlo consiste in una condizione di scarsa voglia di fare, accompagnata anche da momenti di tristezza e di profonda sofferenza. L’immobilismo creato dal non poter uscire e vivere il quotidiano in totale normalità, ha determinato uno stravolgimento della nostra vita. L’ansia e la paura di morire, pur essendo sempre presenti, hanno dato sfogo a occasioni di grande rabbia, che si è esaurita in momenti di vuoto interiore. Molte persone soffrono, non vedono la possibilità di uscire da questa situazione: genitori ricoverati per Covid che non possono vedere i figli, persone che non riescono a lavorare o non trovano lavoro, studenti che non possono più frequentare la scuola e l’università. Tutte situazioni che dal punto di vista psicologico pesano in maniera importante, determinando condizioni di ansia, di depressione e poca voglia di vivere una vita attiva. 

La terapia breve strategica

Nella mia esperienza di questo ultimo anno ho seguito molte persone vittime di tali situazioni di ansia e depressione. Sono riuscito ad aiutarle, proponendo strategie pratiche, seguendole con continuità, supportando il loro stato d’animo emotivo e fornendo anche soluzioni efficaci. La strategia adottata è quella di lavorare sulla motivazione a vivere le giornate diversamente, cercando di favorire un nuovo equilibrio emotivo.

Se vuoi saperne di più scrivimi al 3404190915 per avere maggiori info oppure mandami una mail a studio@guidodacutipsicologo.it possiamo trovare soluzioni funzionali per superare la tua situazione di blocco emotivo, ansia e depressione.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, paura

Le storie di anoressia ai tempi del lockdown che vi racconterò in questo articolo, rimandano alla giornata nazionale del “Fiocchetto Lilla”, giornata di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Il 15 marzo in occasione di questa giornata di sensibilizzazione, sul quotidiano “Il Messaggero” è comparso un articolo a firma E. Priolo dedicato alla storia di due ragazze che stanno combattendo la loro battaglia contro l’anoressia. In particolare la storia di Maria Elena è emblematica sia delle modalità subdole con le quali questa malattia prende possesso del nostro corpo e della nostra mente, sia della grande difficoltà di combatterla e venirne fuori. Ho deciso di proporre una rilettura di alcuni passaggi dell’intervista per spiegare in modo semplice la necessità di prestare la massima attenzione ai segnali di disagio dei nostri giovani nel campo dell’alimentazione.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: una diciottenne con problemi di anoressia

Maria Elena ha poco più di 18 anni quando si mette a dieta per problemi di
obesità. Durante il primo lockdown la solitudine la convince a mantenere una dieta ferrea per non perdere i risultati ottenuti. Inizia quindi ad allenarsi per due ore al giorno e a diminuire l’assunzione di carboidrati e proteine, fino a ridursi a mangiare solo verdura. La bilancia diventa il suo punto di riferimento quotidiano, il peso corporeo cala vistosamente ma lei continua a vedersi grassa allo specchio. Per ridurre ulteriormente il peso arriva ad autoindurre il vomito a seguito dell’assunzione di cibo. Ad un certo punto, però, la stanchezza fisica determina uno stato di tensione emotiva che la spinge ad aprirsi con la famiglia e successivamente ad accettare, non senza difficoltà, il ricovero in un Centro specializzato per i disturbi alimentari. Ora Maria Elena è sotto cura e migliora di giorno in giorno, è consapevole della battaglia difficile che sta conducendo ed è molto motivata. La guarigione è un traguardo alla sua portata.

Le diverse sfaccettature dell’anoressia

La storia di Maria Elena consente di fare alcune considerazioni di carattere
generale. Innanzi tutto è bene ricordare che l’anoressia è una patologia che si può presentare sotto varie forme. Le sue caratteristiche essenziali sono
associate ad una rapida e significativa perdita di peso corporeo. Il soggetto
anoressico è letteralmente ossessionato dalla ricerca della magrezza, dalla
paura di essere grasso o sovrappeso. In molti casi il soggetto anoressico si limita semplicemente a ridurre in maniera drastica l’assunzione di cibo, in altri invece accompagna tale abitudine con una forma di esercizio fisico intenso (es. ginnastica, sport aerobici, etc.) nell’idea di compensare con lo sforzo fisico quello che viene assunto come cibo. In altri casi ancora alterna periodi di forte restrizione alimentare a periodi di vere e proprie abbuffate di cibo, una patologia nota come “binge eating”. Infine esiste la variante del vomito autoindotto, nel quale come è facilmente intuibile, il soggetto compensa l’assunzione di cibo attraverso il vomito.
Se riflettiamo sul percorso di Maria Elena ci rendiamo conto che almeno due
delle varianti sopracitate sono presenti nel percorso della malattia: la dieta
ferrea accompagnata dall’esercizio fisico e successivamente il vomito
autoindotto.

Storie di anoressia ai tempi del lockdown: la prigione mentale

In questi periodi di lockdown e di limitazioni alla libertà di movimento, le problematiche relative ai disturbi alimentari si fanno ancora più frequenti. Non è esagerato parlare di “prigione mentale” a proposito dell’anoressia. Se ne accorge anche Maria Elena che nell’articolo di giornale commenta:

“il disturbo alimentare non viene dal cibo ma dalla mente”.

Nella cura dei disturbi alimentari è essenziale lavorare sulle modalità di percezione della realtà del soggetto anoressico, coinvolgendo anche gli stessi famigliari come supporto
attivo. I famigliari soprattutto sono in grado di riconoscere segnali quali la perdita dell’appetito, l’uso eccessivo della bilancia per controllare il peso, il ricorso a farmaci come i diuretici, etc., che possono rivelare l’esistenza di un problema. In presenza di tali situazioni è consigliabile rivolgersi prontamente all’assistenza di un esperto. In qualità di psicologo e psicoterapeuta, nei miei interventi contro i disturbi del comportamento alimentare applico i concetti della Terapia Breve
Strategica, che si rivela particolarmente efficace nelle forme di anoressia giovanile.

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“Il piacere del Cibo”
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Tag: anoressia, anoressia giovanile, Terapia Breve Strategica

Ansia e apatia sono due delle emozioni più diffuse soprattutto in questo periodo storico legato alla pandemia da Covid 19. In realtà non è la prima volta che vengo a contatto con queste due emozioni, anche prima del Covid ho svolto percorsi di terapia in cui la sensazione di apatia era strettamente connessa all’ansia. Nell’articolo di oggi vedremo nel dettaglio l’apatia e l’ansia e cercheremo di capire come sia possibile uscire da queste condizioni emotive così bloccanti ed invalidanti.

Ansia e apatia: conosciamole meglio

L’apatia consiste in una condizione di “mancanza di passione”. In altre parole quello che viene meno è la motivazione, lo stimolo ad agire, ad impegnarsi. E’ una sensazione diversa dalla pigrizia, che identifica la scarsa voglia di fare; l’apatia è proprio uno stato psicologico caratterizzato dalla mancanza di stimoli. Le cose che in precedenza ci rendevano felici, ci stimolavano, in uno stato di apatia ci lasciano indifferenti. Non si tratta di depressione, ma di un senso di vuoto nel quale non trovano spazio le emozioni. Di solito l’apatia insorge a causa di eventi scatenanti, ne è un esempio il Covid 19, oppure altri tipi di frustrazioni o delusioni. Un ambiente familiare poco stimolante con atteggiamenti e modalità di vita sociale pessimiste, possono portare in età adolescenziale o adulta a sviluppare un’apatia diffusa. In tempi di pandemia, poi, la voglia e le possibilità di uscire di casa diminuiscono notevolmente, e la stessa casa di trasforma in un luogo vuoto e privo di stimoli.

Ansia e apatia

Molti pazienti in questi mesi hanno riscontrato grandi difficoltà riferibli ad una condizione di apatia: assenza di desiderio e di motivazione. Il non poter sviluppare i propri progetti di lavoro e di vita ha determinato una sorta di immobilismo, che inevitabilmente è sconfinato in condizioni di ansia generalizzata, espressa sia a livello fisico che mentale. Una paura di perdere il controllo che non si riesce effettivamente a controllare, e si alimenta della stessa apatia. Un vero e proprio circolo vizioso dal quale diventa difficile uscire, soprattutto perchè non siamo aiutati dal contesto che ci circonda e dalla realtà di una chiusura forzata ormai molto prolungata.

Come superare l’apatia

Per superare l’apatia, e quindi combattere l’ansia che ne deriva, può essere utile costruire una nuova routine quotidiana. La nostra vita è completamente stravolta, non abbiamo più le stesse abitudini. Provare a programmare una nuova routine è molto importante, il consiglio è proprio quello di iniziare da piccoli obiettivi quotidiani, sforzandosi di insistere su cose nuove. Anche cose piccole da fare, ma che possano essere utili nel cambiare le abitudini. L’ansia a sua volta può rendere l’apatia ancora più forte ed invalidante. Se non provassimo apatia e ansia, se la nostra giornata fosse normale, che cosa faremmo di diverso? E’ una domanda che spesso consiglio di porsi alle persone interessate e ai pazienti, sia nei miei articoli che nei percorsi di psicoterapia, perchè può aiutare a trovare soluzioni efficaci e spingere nella direzione del cambiamento.

Quando i livelli di apatia sono eccessivi e l’ansia continua a crescere ritengo fondamentale un percorso di psicoterapia breve strategica che consenta di abbassare il livello di inquietudine e di ritrovare la giusta energia. Superare l’ansia e l’apatia è possibile, contattami al 340.41.90.915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: apatia, coronavirus, paura

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata è il tema dell’ultima intervista che ho svolto con Oliunid Italia, il sito e-commerce specializzato in materiale d’arrampicata, di seguito il testo integrale.

Intervista

E’ da poco uscito il film documentario Light, che porta sotto i riflettori il tema delicatissimo dell’anoressia tra le arrampicatrici agoniste. Abbiamo chiesto un parere al Dr. Guido D’Acuti. Light è un film documentario di recente pubblicazione che affronta un tema molto delicato: quello dell’anoressia tra le arrampicatrici professioniste. Il film, curato da Caroline Treadway, racconta nello specifico le esperienze di Angie Payne, Emily Harrington e dell’arrampicatore Kai Lightner, portando alla luce alcuni disturbi del comportamento alimentare comuni anche a sportivi non professionisti e a tantissime ragazze in età preadolescenziale ed adolescenziale.

Il Dr. Guido D’Acuti è già stato nostro ospite per parlarci di vari temi relativi alla psicologia dello sport e può confermarsi la persona più adatta per fare chiarezza su alcuni degli aspetti legati al disturbo del comportamento alimentare in arrampicata. Con il suo e-book:

“Il Piacere del cibo”

gratuitamente scaricabile dal suo sito, ci introduce infatti al mondo dell’anoressia giovanile: lo prendiamo come spunto per approfondire questo tema dal punto di visto più strettamente “sportivo”.

Buongiorno Guido, bentornato! Abbiamo visto che recentemente sei stato a Lumignano! Come è andata?

Benissimo! Ero un po arrugginito ma devo dire che ne avevo davvero bisogno, la roccia fa miracoli per quello che riguarda il benessere psicologico. Grazie mille come sempre per la possibilità di condividere con voi e con i lettori idee di principio, partendo da una prospettiva psicologica.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Da arrampicatore, e da psicologo con un’esperienza pluriennale nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sicuramente non sarai stupito da quanto viene messo sotto ai riflettori dal documentario Light. Forse in arrampicata, più che in altri sport, si è portati a pensare che la leggerezza possa aiutarci a salire più fluidamente su alcuni tipi di vie. Tu cosa ne pensi?

Credo che il focus debba essere posto non tanto sulla leggerezza fisica quanto su altri aspetti. E’ indubbio che sentirsi leggeri ed in forma può essere d’aiuto, tuttavia è importante puntare su aspetti più rilevanti. La tranquillità psicologica, la tecnica e la performance. Il fisico ha sicuramente un ruolo essenziale, tuttavia la cosa fondamentale è non entrare nel circolo vizioso di dover essere magro a tutti i costi per poter arrampicare. Dobbiamo pensare allo sport e all’arrampicata come ad un momento significativo per la nostra salute ed il nostro benessere. Lo sport deve essere vissuto come un’esperienza che ci fa stare bene, non come un modo per dimagrire, non prendere peso o addirittura perderlo. Se arrampicare, o fare sport in generale, crea difficoltà per quello che riguarda la dinamica alimentare è importante fermarsi a riflettere e lavorare sul modo di trovare nuovamente un equilibrio psicologico.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Nel documentario le atlete raccontano i lati negativi di un’alimentazione insufficiente, ma anche quei traguardi che le portavano a perseguire su quella strada (con prezzi da pagare per la salute fisica generale piuttosto alti). Pensi che una delle cause di questo problema così diffuso in arrampicata possa essere l’apparente guadagno immediato che ne deriva?

Sicuramente! Nell’immediato non mangiare porta paradossalmente a sentirsi meglio. La mente è più lucida, la stanchezza non viene percepita, si prova come la sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Il problema è ovviamente nel lungo periodo. In primo luogo perchè non si riesce più a riprendere un’alimentazione regolare, e poi perchè gli effetti paradossalmente benefici del non mangiare pian piano non si avvertono più. La fatica a tornare alla normalità è tanta, mentalmente il pensiero spinge in direzione contraria rispetto al mangiare con regolarità, creando sensi di colpa ed emozioni contrastanti.

Disturbi del comportamento alimentare ed arrampicata. Spoileriamo una frase del documentario in cui Angela Payne dichiara come la sensazione di sentirsi forte sui boulder sia di gran lunga più appagante del sentirsi leggera. In quale modo è possibile fare un cambio di rotta per rendere più consapevoli le arrampicatrici che ci sono altri modi per raggiungere i propri obiettivi?

Il primo passo nel campo dell’alimentazione è quello di lavorare sul piacere. Un piacere a 360 gradi che deve estendersi anche alla dinamica sportiva, così da trasformarsi in “forza”. Il piacere è una dinamica particolare, spesso non connessa con la fatica e la forza. Invece il messaggio che vorrei veicolare è di cercare di vivere e cercare il piacere sia nell’alimentazione che nello sport. In ogni gesto sportivo, anche ad alti livelli, sono la motivazione e la dimensione psicologica del piacere a condurre a grandi risultati.

Una delle sezioni più interessanti del film racconta come la “trappola” del perdere peso sia un processo che arriva di soppiatto, iniziando ad arrivare più o meno consapevolmente così tardi a casa da saltare direttamente la cena, e proseguendo con lunghe giornate in falesia senza cibo nello zaino ed altri “piccoli gesti” che sommandosi portano ad una situazione molto precaria. Pensi che da amico, o da genitore, sia possibile accorgersi per tempo di questi segnali non troppo evidenti?

E’ proprio così: una trappola, che paradossalmente ci costruiamo da soli e dalla quale poi fatichiamo ad uscire. Ci sono degli segnali che consentono di capire quello che sta succedendo, ad esempio a tavola il fatto di masticare molto lentamente, oppure quello di andare subito in bagno dopo aver mangiato,magari per espellere il cibo attraverso il vomito autoindotto. Oppure anche il bere grandi quantità di acqua che fanno sentire pieni ma che non nutrono realmente. Lo sport spesso diventa un modo per perdere le calorie assunte durante i pasti, ma quando l’attività fisica diventa il motivo che spinge a non mangiare rischiamo davvero di trasformare la trappola in qualcosa di impenetrabile. In situazioni come queste il consiglio più sincero è sempre quello di rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi con chi conosce a fondo la problematica e può darci una mano ad iniziare un percorso di cambiamento. Spesso mi succede di ricevere delle telefonate su problematiche di disturbi alimentari e di indirizzare le persone fornendo dei consigli che ritengo preziosi o quanto meno utili. Nel caso aveste un familiare con problematiche alimentari non preoccupatevi nel chiedere consiglio ad uno specialista, la chiamata non ha costo e può rivelarsi significativa per indirizzarvi nella corretta direzione

Secondo te le atlete coinvolte in prima persona ne sono sempre consapevoli o in un primo momento si attua quasi un meccanismo inconscio?

Essere consapevoli di situazioni così complesse non è semplice. In un primo momento è sicuramente un processo inconsapevole e purtroppo, una volta costruitasi la “trappola”, poi uscirne diventa difficile. All’interno dei miei percorsi di psicoterapia applico un concetto fondamentale, quello di iniziare con l’aumento della consapevolezza del rapporto fra il cibo e le proprie emozioni. E’ l’inizio del viaggio per il cambiamento verso l’equilibrio delle abitudini alimentari.

Grazie Guido come sempre per il tuo parere! A presto!

Grazie a voi e alla prossima intervista! Nel frattempo per chi avesse piacere di contattarmi ecco i miei contatti: 340.41.90.915 oppure via mail a: studio@guidodacutipsicologo.it

 

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Tag: anoressia, arrampicata, disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo è la giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari, la giornata del fiocchetto lilla, simbolo della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Ho deciso di dare il mio contributo raccontando la storia di un paziente, che negli anni ha sviluppato e superato una problematica connessa con l’alimentazione. Racconto una storia vera perchè credo sia fondamentale dare anche una speranza positiva. Uscire da una problematica di disturbo del comportamento alimentare è possibile. Mi piace essere positivo, trovare le soluzioni di fronte a problemi complessi, riportare il benessere psicologico in quelle situazioni in cui il cibo si è trasformato in una prigione.

Mangiare e vomitare, quando il cibo diventa un piacere insostenibile

La storia di R. (nome di fantasia), racconta di un giovane uomo che dopo essere arrivato ad un peso di quasi 100 kg, decide di mettersi a dieta e di ritrovare il benessere fisico. Una missione che sembra impossibile, un desiderio il suo che sembra irrealizzabile. Ed invece mese dopo mese, chilo dopo chilo, ritrova lentamente una forma fisica decente ed insperata.

Disturbi alimentari e la perdita di controllo

Tuttavia l’eccessiva ricerca del controllo alimentare, conduce paradossalmente ad una perdita di controllo. R. si ritrova in piena notte ad abbuffarsi di “cibo spazzatura”. Il senso di colpa dovuto a questi momenti di trasgressione totale lo spingono a vomitare dopo essersi abbuffato. R. trova nel vomito un momento di estasi e pace. Mangia, vomita e perde ancora più peso. Una soluzione quasi ideale, tuttavia però senza accorgersene diventa dipendente dal binomio mangiare e vomitare. Un’accoppiata molto pericolosa, che in apparenza lo calma e gli permette di non aumentare di peso, mangiando anche qualcosa in più di quanto previsto.

Motivazione e Aiuto

Un circolo vizioso infernale che ad un certo punto lo spinge a cercare il sostegno di amici e parenti. In un primo momento R. si sente restio a chiedere aiuto, sia per la paura di essere giudicato che perchè non ritiene possibile che qualcuno lo possa realmente supportare. Spesso è proprio l’impossibilità di immaginare soluzioni funzionali che spinge a rimanere nel proprio circolo vizioso. In questo caso invece la spinta motivazionale dei famigliari che lo hanno convinto ad incontrare lo psicologo ha favorito un cambiamento della situazione. R. ha quindi intrapreso insieme a me e alla famiglia stessa un percorso di psicoterapia e lo ha anche concluso con successo. Il peso non è più un problema, nel senso che ha trovato il giusto peso forma. Mangia con piacere, evitando la carne ma concedendosi dolci, pizza e anche patatine fritte. Rispettando però in maniera equilibrata un’alimentazione corretta, che prevede anche trasgressioni e momenti di intenso piacere.

Giornata nazionale di sensibilizzazione sui disturbi alimentari

La storia che vi ho raccontato è una storia vera in cui si può intravedere una speranza. La giusta motivazione può spingerci a chiedere aiuto, a trovare soluzioni funzionali, a vedere le cose positive che normalmente non sono così evidenti. La storia di R. in questi giorni che precedono il 15 marzo deve rappresentare uno stimolo per tutti coloro che si trovano dentro la prigione del cibo, che non vedono speranze e non pensano di potercela fare. E’ il mio contributo personale per aiutarvi e sensibilizzare tutti nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

Per chi volesse avere maggiori informazioni clicca in questo link per scaricare il mio ebook gratuito: “Il Piacere del Cibo”.

 

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Tag: anoressia, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, giornata del fiocchetto lilla

Come pensare in maniera positiva? Questa è la domanda a cui cercheremo di rispondere nell’articolo di oggi. Il pensiero è una risorsa inestimabile. In ogni momento della nostra vita stiamo progettando, pensando, riflettendo su qualcosa. E in ogni nostra riflessione le nostre modalità di pensare portano a vedere le cose sia in maniera positiva che anche negativa. La realtà che circonda può essere percepita in modalità completamente differenti. Il nostro pensiero rientra all’interno di questo processo di percezione della realtà, orientandone il significato. Se ad esempio ci sembra di non essere del tutto preparati per un colloquio di lavoro, riusciremo a sentirci in difficoltà e in difetto prima ancora di affrontarlo. Se invece riusciamo ad invertire il flusso e a pensare positivamente, arriveremo al colloquio con un piglio diverso, propositivo e vincente. Al contrario, quando il nostro pensiero rafforza la percezione di non essere all’altezza del selezionatore, durante il colloquio rischiamo di confermare il fallimento.

Il paradosso dell’iper-razionalizzazione

Spesso è proprio chiedendosi cosa sia giusto fare oppure non fare che entriamo in blocco. Cercare di analizzare la situazione da moltissimi punti di vista differenti alla lunga può diventare limitante e bloccare l’azione. Una profonda insistita ricerca di tutte le soluzioni possibili e corrette, mettendo in dubbio le nostre scelte, rischia di produrre un vortice nel quale si tende a perdersi. Non sto sostenendo che prendere in esame più possibili direzioni non sia una modalità corretta. Bensì il fatto che l’eccesso di questa modalità di pensiero può diventare limitante, può aumentare il senso di confusione e addirittura portare al paradosso di una incapacità decisionale.

Come pensare in maniera positiva: un esempio

Superare l’iper-razionalizzazione non è semplice, soprattutto quando siamo alla ricerca di un totale controllo in ogni situazione. S. (nome di fantasia) sta studiando per affrontare alcuni esami all’università. Ogni giorno studia in maniera incessante, quasi senza pause, arrivando a concentrarsi per più di 10 ore al giorno. Il suo problema è l’ossessiva ricerca di controllo per ogni tipo di argomento d’esame. In questo caso il pensiero rende lo studio qualcosa di impossibile. Ogni approfondimento richiede uno sforzo incredibile, così come la ricerca di ogni piccola precisazione nascosta negli appunti. In questa situazione l’iper-razionalizzazione, intesa come il tentativo di dominare ogni aspetto è praticame