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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

Se vuoi maggiori informazioni rispetto all’ansia e alla paura acquista il mio ebook:

Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

Se vuoi saperne di più rispetto all’ansia e al panico,
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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

Se vuoi maggiori informazioni rispetto all’ansia e alla paura acquista il mio ebook:

Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

Se vuoi saperne di più rispetto all’ansia e al panico,
acquista il mio ebook al seguente link oppure chiamami al 3404190915 o scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it per fissare un appuntamento.

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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

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Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

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Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

Se vuoi saperne di più rispetto all’ansia e al panico,
acquista il mio ebook al seguente link oppure chiamami al 3404190915 o scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it per fissare un appuntamento.

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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

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Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

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acquista il mio ebook al seguente link oppure chiamami al 3404190915 o scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it per fissare un appuntamento.

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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

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Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

Se vuoi saperne di più rispetto all’ansia e al panico,
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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

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Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

Se vuoi saperne di più rispetto all’ansia e al panico,
acquista il mio ebook al seguente link oppure chiamami al 3404190915 o scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it per fissare un appuntamento.

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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

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Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

Se vuoi saperne di più rispetto all’ansia e al panico,
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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

Se vuoi maggiori informazioni rispetto all’ansia e alla paura acquista il mio ebook:

Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

Se vuoi saperne di più rispetto all’ansia e al panico,
acquista il mio ebook al seguente link oppure chiamami al 3404190915 o scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it per fissare un appuntamento.

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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

Se vuoi maggiori informazioni rispetto all’ansia e alla paura acquista il mio ebook:

Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

Se vuoi saperne di più rispetto all’ansia e al panico,
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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

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Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

Se vuoi saperne di più rispetto all’ansia e al panico,
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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

Se vuoi maggiori informazioni rispetto all’ansia e alla paura acquista il mio ebook:

Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

Se vuoi saperne di più rispetto all’ansia e al panico,
acquista il mio ebook al seguente link oppure chiamami al 3404190915 o scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it per fissare un appuntamento.

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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

Se vuoi maggiori informazioni rispetto all’ansia e alla paura acquista il mio ebook:

Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

Se vuoi saperne di più rispetto all’ansia e al panico,
acquista il mio ebook al seguente link oppure chiamami al 3404190915 o scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it per fissare un appuntamento.

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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

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Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

Se vuoi saperne di più rispetto all’ansia e al panico,
acquista il mio ebook al seguente link oppure chiamami al 3404190915 o scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it per fissare un appuntamento.

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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

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Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

Se vuoi maggiori informazioni rispetto all’ansia e alla paura acquista il mio ebook:

Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

Se vuoi saperne di più rispetto all’ansia e al panico,
acquista il mio ebook al seguente link oppure chiamami al 3404190915 o scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it per fissare un appuntamento.

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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

Se anche tu hai paura di prendere decisioni e non sai come trovare soluzioni ai tuoi dilemmi, contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it 

Se vuoi maggiori informazioni rispetto all’ansia e alla paura acquista il mio ebook:

Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico.

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

Se vuoi saperne di più rispetto all’ansia e al panico,
acquista il mio ebook al seguente link oppure chiamami al 3404190915 o scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it per fissare un appuntamento.

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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023

Cosa causa la bassa autostima personale? Quali sono i circoli viziosi disfunzionali che ci fanno vedere tutto in maniera negativa? Le trappole della nostra mente sono spesso in agguato, così come gli eventi sfortunati della nostra vita. Quando entriamo in modalità di pensiero poco costruttive, oppure viviamo eventi spiacevoli, possiamo in qualche maniera determinare una riduzione della nostra autostima. Il rischio è poi quello di non riconoscere più il proprio valore personale, di non essere soddisfatti di quello che si fa oppure anche di chiedere sempre di più a se stessi senza riuscire a realizzarlo. Elementi questi che possono minare la consapevolezza di noi stessi, e costruire un’immagine non in linea con quello che vorremmo essere. Vediamo allora nel dettaglio che cosa causa la bassa autostima.

Cosa causa la bassa autostima? Le critiche

La parolacriticasembra sempre avere un connotato negativo. Quando riceviamo delle critiche ci sentiamo sotto esame. Ciò è vero soprattutto in età adolescenziale, quando la “paternale”, invece di apparire costruttiva, può diventare altamente disfunzionale. Le buone intenzioni dei genitori rispetto ad un comportamento dei figli possono essere vissute appunto come una critica eccessiva, e quindi non ben accetta o addirittura rifiutata. Anche in età adulta un atteggiamento critico può essere interpretato in chiave disfunzionale. Ad esempio sul lavoro, oppure anche fra amici o nel mondo dello sport, le critiche rischiano di abbassare l’autostima, e di essere vissute con grande disagio, a livello emotivo.

La critica, se accettata e trasformata in feedback relazionale, assume un tono completamente differente. Può essere fondamentale in adolescenza nel momento chiave di costruzione dell’identità, ma anche in età adulta, quando è fondamentale ascoltare i giudizi altrui, mettersi in discussione ed essere anche riconosciuti. 

 

Cosa causa la bassa autostima? L’appartenenza o meno ad un gruppo

Vivere da soli, in disparte, presenta sicuramente una serie di vantaggi. Possiamo decidere in autonomia, non dobbiamo confrontarci con nessuno, possiamo fare come meglio crediamo. Tuttavia prima o poi, nella nostra vita, ci troveremo a convivere all’interno di un gruppo.

Appartenere o essere inseriti in un gruppo è fondamentale per la nostra socialità, anche per essere riconosciuti, ascoltati e compresi. Quando iniziamo ad isolarci, quando fatichiamo a stare in mezzo agli altri e tendiamo a chiuderci in noi stessi, iniziamo a sentirci soli, la nostra autostima diminuisce e iniziamo a pensare di non essere all’altezza. In determinate situazioni accade di sentirsi giudicati dagli altri proprio per il fatto di non riconoscersi veramente inclusi. Invece la socialità è fondamentale per essere riconosciuti, per responsabilizzarsi, per assumere un ruolo e imparare ad accettare il giudizio degli altri come una valutazione fondamentale per la crescita. 

 

La difficoltà ad avere una progettualità

Avere dei progetti in mente aiuta a mantenerci stimolati e attivi. Con il termineprogetti in questo particolare contesto si intende qualsiasi pianificazione orientata a fissare e raggiungere obiettivi, nella vita lavorativa come in quella personale. Un paziente durante le sedute ha definito il suo progetto quello di trovare un lavoro stabile e più vicino alle proprie esigenze. Quando siamo senza progetti, sia personali che lavorativi, la nostra autostima si riduce sensibilmente.

Anche nel contesto lavorativo, costruire sempre nuove sfide diventa molto stimolante; per contro può diventare frustrante il dover fare e ripetere sempre le stesse cose. Un paziente lavora da quindici anni nella stessa organizzazione, ha sempre le stesse mansioni, addirittura alcune attività sono state sostituite dall’introduzione di nuove macchine, si sente stanco e frustrato, e la sua autostima è così bassa che non riesce a decidersi a cambiare lavoro. Avere sempre nuovi progetti è fondamentale per poter incoraggiare la propria autostima

 

Quali sono gli altri fattori che causano bassa autostima?

Tra gli altri fattori che possono portare ad avere una bassa autostima c’è la scarsa fiducia in se stessi, il fatto di credere in maniera poco convinta nelle proprie capacità. La conseguenza è di non riuscire a intravedere e fissare obiettivi realistici, coerenti con i propri valori.

Anche dipendere sempre da altre persone, un partner, i genitori o un’amicizia, alla lunga può rivelarsi disfunzionale perchè rischiamo di non riconoscere le nostre capacità e il nostro reale valore. Infine anche la continua ricerca di consensi e la paura di mettersi in gioco, possono determinare una difficoltà ad avere una reale e concreta stima di se stessi. 

 

Ti ritrovi in questi elementi? C’è una di queste cause che ti porta ad avere una scarsa stima di te stesso e a sentirti ansioso e poco sicuro? Contattami al 3404190915 oppure scrivimi una mail a studio@guidodacutipsicologo.it per saperne di più o iniziare il tuo percorso di psicoterapia orientato ad aumentare la tua autostima.

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Tag: ansia, autostima, crescita personale, insicurezza

Come gestire la voglia di cibo? Come fare ad affrontare un momento di totale perdita di controllo quando ci abbuffiamo senza freni? Questo tema è sempre molto delicato. Fornire consigli e strategie può essere riduttivo perchè ognuno di noi pensa, ragiona e si comporta in maniera diversa. Tuttavia proporre delle indicazioni generali che possano favorire un inizio di cambiamento è importante. Nell’articolo di oggi proveremo a rispondere a come gestire la voglia di cibo, come prendere consapevolezza e come intervenire

 

Come gestire la voglia di cibo?  Il ruolo delle emozioni

Rabbia, stress, ansia, solitudine. Questi sono alcuni degli aspetti emotivi che possono determinare il nostro rapporto con il cibo. Se sono particolarmente irritato perchè durante il lavoro sono nati dei contrasti con i colleghi o con il mio capo, potrei rifugiarmi nel cibo, cioè in una vera e propria abbuffata. La frustrazione può portare a mangiare senza freni per calmare la rabbia. In maniera non molto diversa, anche stress e ansia agiscono come sensazioni che ci spingono verso il cibo in maniera innaturale. Al termine della consumazione la sensazione di sazietà è “riempitiva” e contemporaneamente agisce nel ridurre l’impatto delle emozioni. Ma è fondamentale iniziare a distinguere la differenza che esiste tra quando ci alimentiamo per la voglia abitudinaria di mangiare e quando invece siamo spinti dalle nostre emozioni!

 

Come gestire la voglia di cibo? Prendere consapevolezza

Come appena sottolineato è fondamentale prendere consapevolezza del proprio modo di vivere il rapporto con il cibo. In linea generale possiamo tenere presente alcuni aspetti. Ad esempio l’improvvisa ed urgente voglia di mangiare possono essere sintomi di una fame nervosa. In questo caso il rischio “abbuffata” aumenta, con la conseguenza di vivere poi sentimenti di colpa e disagio. Una paziente che oggi sta meglio e non ha più perdite di controllo con il cibo, descrive quei momenti come terribili. Racconta che una volta di fronte ad una frustrazione dovuta al lavoro, si sarebbe ingozzata di cibo; oggi invece ha imparato a gestire le proprie emozioni ed è più consapevole di se stessa. 

 

Alcuni rimedi per gestire la voglia di cibo

Premettendo che ognuno di noi percepisce la realtà in maniera unica e reagisce di conseguenza, proviamo a vedere alcuni suggerimenti che possono esserci d’aiuto. In primo luogo è molto importante trovare il giusto equilibrio alimentare. Magari preferendo un’alimentazione sana, con alimenti che ci piacciono, che possiamo concentrare nei tre pasti principali: colazione, pranzo e cena. Questa è una sorta didieta paradossale nella quale prevale il tentativo di creare un momento di piacere concentrato in un arco temporale ben definito. Poichè il concetto di piacere è fondamentale nella gestione di questa tipologia di problematica alimentare, si deve tener conto della possibilità di possibili trasgressioni. Eventuali trasgressioni settimanali possono essere considerate come una concessione che facciamo alla nostra quotidianità. In questi casi il piacere diventa qualcosa che “autorizziamo” volontariamente: pizza, patatine fritte oppure una cena nel nostro ristorante preferito. 

 

Il diario alimentare

Segnare con attenzione quello che abbiamo mangiato, è un altro interessante strumento che possiamo utilizzare anche in maniera indipendente. Ad esempio annotando come ci siamo sentiti dopo aver mangiato, per essere più consapevoli delle nostre sensazioni. Prendere appunti nel diario alimentare ci aiuta anche nella direzione del cambiamento, ci fa capire quando è il momento di gestire diversamente il nostro rapporto con il cibo. Arrivare a comprendere se abbiamo mangiato perchè avevamo veramente il desiderio di farlo o invece perchè spinti da impulso del momento è fondamentale.

Il piacere del cibo

Nel mio ebook “Il Piacere del cibo. Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare” tratto il ruolo del piacere nell’alimentazione. Quanto è importante riappropriarci del piacere nella nostra alimentazione? Questa domanda è molto affine alla domanda su come gestire la voglia di cibo. La risposta è il piacere! Perdere il controllo non è qualcosa di veramente piacevole, mangiare invece considerando questa variante è fondamentale. Solo se riprendiamo a mangiare con gusto e attenzione a ciò che desideriamo fa veramente la differenza. 

Se vuoi saperne di più su questo tema scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it oppure chiamami al 3404190915 oppure acquista il mio ebook “il Piacere del cibo”.

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Tag: ansia, cambiare lavoro, Stress, voglia di cibo

Come si chiama la paura di prendere decisioni? Dare un nome preciso a questa tipologia di fobia non è semplice. Può essere definita “decidofobia”, ovvero una paura paralizzante di prendere decisioni. Tuttavia è una forma di paura che coinvolge altre emozioni, non solamente la paura, ad esempio anche la sofferenza e la rabbia. Rimanere bloccati in un circolo vizioso in cui non si riesce a prendere decisioni crea disagio e tristezza. In alcune situazioni diventa un vero e proprio peso, difficile da gestire.

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di sbagliare

La paura di sbagliare è connaturata all’animo umano, ma a volte può diventare bloccante. Per cercare di non sbagliare, al lavoro, in campo durante una partita oppure semplicemente durante una discussione con un amico, si evita di affrontare la situazione, ci si nasconde, si gira la testa. A livello fisico si percepisce una forte tensione, talvolta anche angoscia, con una sensazione di blocco che limita il potere decisionale. Il pensiero viaggia veloce, alimentando costanti dubbi che non conducono ad una soluzione ma solo a maggiore confusione. 

 

Come si chiama la paura di prendere decisioni? La paura di non essere all’altezza

Quante volte vorremmo, di fronte a scelte importanti, essere in grado di assumere responsabilità e decisioni e dare così il nostro contributo. E invece poi ci blocchiamo per paura di non essere veramente all’altezza. Nello specifico, spesso il fatto di sentirsi poco in grado di prendere decisioni, può essere legato al fatto di vivere la situazione problematica con una bassa autostima. Affrontare la realtà con una sorta di “sabotatore interno”, che non ci fa prendere decisioni e ci blocca, diventa particolarmente invalidante. La tensione e le paure aumentano giungendo a generare anche veri e propri attacchi di panico

La paura del giudizio

Viviamo in una società che si basa sul concetto di valutazione, spesso trasportato a giudizio. Quando sentiamo il peso del giudizio, il rischio è di rimanere bloccati. La soluzione più semplice è quella di trasformare questo concetto negativo in una possibilità. Un giudizio può diventare spunto di riflessione e crescita personale. Ma ovviamente può anche determinare una problematicità. Se ho paura di essere giudicato in maniera negativa, difficilmente prenderò decisioni “a cuor leggero”. Le altre persone possono essere vissute come minaccia, perchè temiamo la loro opinione. Il rischio in questi casi è quello di evitare qualsiasi possibilità di giudizio e le persone che potrebbero criticare il nostro operato. In questo modo forse ci tuteliamo nell’immediato, ma contemporaneamente rischiamo di interiorizzare il problema in maniera ancora più invasiva. 

 

Paura di prendere decisioni, la rabbia e la sofferenza

La testimonianza che porto in questo paragrafo è di S. (nome di fantasia), una ragazza giovane di vent’anni, che riferisce di essere bloccata in ogni decisione importante. Si sente frustrata per non riuscire a scegliere, a concludere. In alcuni casi lei stessa la definisce pigrizia, in altri una forma di paura. Paura di crescere, di prendersi le proprie responsabilità, anche se paradossalmente, riflettendo durante le sedute, S. assume già molte scelte in maniera autonoma e responsabile. Ad esempio in ambito familiare gestisce già alcune problematiche che alla sua età non si possono considerare del tutto scontate. Tuttavia per alcune scelte personali si abbatte, non riesce a decidersi; ogni tanto prova anche rabbia, ma non in maniera tale da sbloccarsi e risolvere per se stessa ed il suo futuro. 

 

La Terapia Breve Strategica e la paura di prendere decisioni

Nel caso di S. è stato di fondamentale importanza prendere in esame tutte le emozioni coinvolte. Superare sofferenza e rabbia è essenziale per favorire una presa di consapevolezza delle proprie capacità. Inoltre lo sblocco del processo decisionale è stato il passaggio chiave per cercare di rendere meno gravoso il momento di “presa di responsabilità”. Il percorso di Terapia Breve Strategica ha avuto come  obiettivo il miglioramento di questa situazione, ovviamente senza intervenire direttamente sulle scelte, ma operando sul processo psicologico di presa di decisione. Le strategie applicate hanno fluidificato i processi di pensiero, rendendoli meno ossessivi e più funzionali. 

 

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Tag: ansia, Attacchi di Panico, decidofobia, paura del giudizio

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Questa è una domanda che deve essere contestualizzata, per poter rispondere in maniera esaustiva. E’ chiaro che le motivazioni che spingono al consumo sono numerose e di diversa natura. Per citarne solo alcune: potrebbe trattarsi del desiderio di provare qualcosa di nuovo, di diverso, ad esempio per potenziare la nostra modalità di percezione della realtà (anche se  in maniera ingannevole), oppure per “stordirsi” in modo da non sentire le nostre emozioni più profonde, quelle che ci fanno star male. Ogni persona che soffre di dipendenza può ritrovarsi in queste motivazioni, e può sicuramente aggiungerne altre. Il contesto in cui vogliamo descrivere meglio la dipendenza, nell’articolo di oggi, è la solitudine. Nello specifico, come la solitudine possa influire sulle tematiche di dipendenza nel periodo natalizio. 

 

 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? Il consumo di sostanze

Nel periodo natalizio moltissime persone vivono in maniera problematica le festività. “Non ho mai sopportato il Natale, preferisco che passi velocemente”, così un paziente che faceva uso di sostanze, raccontava il periodo delle festività. Un momento da non condividere con nessuno. Un periodo in cui ci si sente soli, non capiti, quasi come se la dipendenza da sostanza aumentasse le distanze. Il soggetto in questione non è l’unico a provare queste sensazioni. Molti dei miei pazienti che soffrono di dipendenza da sostanze vivono in maniera particolarmente negativa il periodo natalizio. 

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La solitudine

Il consumo di sostanze può aumentare la paura di rimanere da soli e non avere nessuno al proprio fianco. Tradizionalmente a Natale siamo abituati a vivere un momento in famiglia, un’opportunità di condivisione con i propri cari. Purtroppo in molte situazioni il problema legato alla dipendenza ha distrutto questi legami famigliari. In un certo senso è come se il Natale confermasse questa rottura, e l’unica soluzione sembra essere quella di ricorrere una volta ancora all’uso di sostanza. E’ come tentare di mettere un “tappo” alle forti  emozioni di sofferenza e rabbia, un “cerotto” che ovviamente non permette di sanare definitivamente una ferita. La solitudine fa male, e nel periodo di Natale il rischio che venga confermata e avvalorata rischia di peggiorare la situazione

Quali sono i motivi che portano alla dipendenza? La dipendenza affettiva

La solitudine può essere una spinta a ricominciare il consumo di sostanze in un periodo dell’anno delicato come quello di Natale. Tuttavia la dipendenza. come già anticipato, è un fenomeno molto sfaccettato e complesso. In alcune situazioni di dipendenza affettiva, ad esempio, il periodo di Natale può diventare ancora più pesante. In questo particolare contesto si intende per dipendenza affettiva la necessità di attenzioni, di cure, di considerazione che andiamo a ricercare in una persona, in maniera anche insistente e assillante. Il rischio è di sentirsi ancora più inadatti ed insoddisfatti in un periodo dell’anno in cui si dovrebbe essere felici. E di conseguenza potremmo spingerci a ricercare ulteriori relazioni per sentirsi gratificati e capiti, con il prevedibile esito di non esserlo nel momento in cui veniamo rifiutati.  La solitudine in questo caso diventa una spinta alle relazioni, tuttavia il rischio nel caso di dipendenza affettiva è quello di entrare in relazioni del tutto disfunzionali.

Combattere la solitudine a Natale: istruzioni per l’uso

La solitudine a Natale è già di per sé un tema molto profondo e articolato. Se poi aggiungiamo le difficoltà legate alla dipendenza, le cose diventano ancora più difficili. Il consiglio più semplice e diretto potrebbe essere quello di partire da se stessi. Ad esempio chiedendosi quali cose preferiremmo fare a Natale, per noi stessi. Una domanda che invece di farci concentrare sulle nostre sofferenze, cerca di individuare il modo in cui potremmo vivere positivamente le feste. Un’alternativa potrebbe essere quella di trovare amici a noi vicini che siano in grado di supportarci in un momento così difficile. E’ vero che la dipendenza porta alla solitudine, tuttavia spesso non ci si rende conto delle tante persone di valore che potrebbero aiutarci standoci vicini. 

Qualsiasi percorso di cambiamento parte dalle motivazioni interne di ognuno di noi. Motivazioni dalle quali dobbiamo attingere soprattutto nel periodo dell’anno in cui potremmo soffrire di più.
Se senti di avere difficoltà di dipendenza e non sai come uscirne chiamami al 3404190915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Tag: dipendenza affettiva, dipendenza da sostanze, dipendenze, solitudine, sostanze

Perché si ha voglia di comprare sempre? Che cosa significa esattamente “Shopping compulsivo”? Che cosa ci spinge a scaricare sul cellulare applicazioni di negozi virtuali sui quali fare shopping? Te lo sei mai chiesto? Oppure è la prima volta che nel leggere questo articolo ti poni il problema? In effetti il problema non è legato tanto al contenuto dell’acquisto quanto al processo di acquisizione. In questo periodo in particolare siamo bombardati da offerte  “black friday”, sia in rete che nei negozi tradizionali. Molti siti ci spingono all’acquisto semplice e veloce, altri propongono scambio e acquisto di vestiti e non solo. Tutti portali online che favoriscono e aiutano a comprare in maniera rapida ed agevole. Senza dimenticare comunque i negozi classici, ancora molto gettonati. Ma cosa accade alla nostra mente che ci spinge sempre a comprare? L’articolo si propone di spiegare e comprendere questa forte spinta all’acquisto. 

 

Perchè si ha voglia di comprare sempre? Lo Shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo è una problematica che nasce dal desiderio irrefrenabile di acquistare e comprare qualcosa. In realtà c’è molto di più. Spesso dietro a questa tendenza all’acquisto c’è la ricerca di colmare un vuoto, il desiderio di sentirsi bene o comunque il bisogno di ripetere un’azione (l’acquisto) che ci da soddisfazione. E quando poi dovesse accadere di non riuscire a comprare, magari perchè non abbiamo trovato quello che stavamo cercando, nasce in noi una sensazione di frustrazione. La conseguenza logica è quella di vivere un momento di arrabbiatura e dispiacere. Lo shopping compulsivo è un vero e proprio problema, una sorta di dipendenza, che può portare la persona che ne soffre a non fare a meno di comprare. 

 

Perché si ha voglia di comprare sempre? Una storia vera

Fare acquisti online è diventato praticamente normale. Tutti siamo abituati ad usare negozi di e-commerce con regolarità per comprare libri, articoli per la casa, abbigliamento, regali di Natale, e quant’altro. Nel caso di A, nome di fantasia, l’acquisto online è una vera e propria mania. Quando si mette in testa di dover acquistare un vestito, un mobile, un nuovo paio di scarpe, semplicemente non resiste. Lo descrive come un vero e proprio impulso a cui non riesce a trattenersi, prova un senso di eccitazione, di desiderio e di divertimento. Come se l’acquisto fosse qualcosa che le permette di superare lo stress quotidiano, perchè il solo pensare agli acquisti la fa già sentire meglio. Una delle cose che la preoccupa di più è il rischio di spendere più di quanto potrebbe permettersi.

Dipendenza o normalità?

Quanto detto finora ricorda molto da vicino una forma di dipendenza. In effetti possiamo realmente descriverla come tale. Il problema diventa infatti il fatto di comprare in maniera costante e continua, soprattutto di sentirne un bisogno irrefrenabile. Una sorta di craving, cioè un impulso a mettere in atto un’azione che ci appaga e ci motiva. In effetti lo shopping online è una compulsione basata sul piacere, dietro il quale si nascondono debolezze, difficoltà o semplicemente una mancanza che andiamo a colmare proprio attraverso l’atto dell’acquisto. 

 

Come interrompere lo shopping compulsivo?

Un’interessante strategia utilizzata nella Terapia Breve Strategica è quella di trasformare questa forma di rituale in qualcosa di obbligatorio. Chiedere alla persona di iniziare a comprare ogni giorno qualcosa, ponendo un budget giornaliero fisso dedicato agli acquisti. La somma deve essere contenuta, in modo da permettere di costruire un’avversione nei confronti della compulsione. Questa semplice strategia mira proprio a trasformare la sensazione di piacere in qualcosa di frustrante perché reso obbligatorio, cioè forzato. Sotto la guida di un terapeuta è possibile inoltre approfondire e risolvere le dinamiche emotive connesse alla dinamica compulsiva dell’acquisto. 

Per saperne di più su questa tematica o iniziare il tuo percorso di terapia contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

 

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Tag: compulsione, dipendenza, ossessioni, pensieri ossessivi, shopping

L’ansia da prestazione sportiva può manifestarsi in modi molto diversi. In quasi maniera elementare può essere descritta come la difficoltà di gestione delle emozioni in un momento di forte tensione. Gli elementi chiave sono sia quello della performance sportiva in generale, che l’insicurezza nella gestione del momento e dell’attività. Nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta ho incontrato molti sportivi di diverse discipline. Oggi vi racconterò alcune di queste situazioni per focalizzarci sulle differenze individuali che hanno come conseguenza l’incapacità di esprimersi al meglio durante la prestazione sportiva.

Il pallavolista che pensava troppo

Dottore non riesco ad esprimermi al meglio nel gesto tecnico!” 

M., nome di fantasia, era all’inizio della sua carriera come pallavolista. Il salto era quello dal mondo giovanile alla prima squadra. Un momento chiave nella sua carriera di atleta, il primo vero e proprio contratto. M. si presenta in studio e richiede il mio aiuto perchè da alcuni mesi non riesce più ad esprimersi al meglio. Dopo importanti successi nella rappresentativa regionale e nella squadra giovanile di club, in prima squadra non riesce più a ripetersi al massimo del suo livello. Anzi addirittura inizia a regredire in alcune delle sue specialità tecniche. Analizzando bene la situazione emerge un processo di pensiero ossessivo. Come se si concentrasse così tanto da non riuscire più a pensare in maniera realmente focalizzata. I pensieri si accavallano, si confondono, se pensa che sbaglierà la schiacciata, così accade. L’ansia cresce, non riesce a smettere di pensare in maniera assillante e nel frattempo la sua performance perde di efficacia. 

Il calciatore con la paura di scendere in campo

“Inizio ad avvertire sintomi di paura fin dal giorno precedente alla partita, mi sento come pressato, quasi schiacciato dalle responsabilità”. 

In questa situazione S., nome di fantasia, sente di avere paura di sbagliare non solo i gesti tecnici ma anche rispetto alle consegne del mister. Percepisce la paura sia prima che durante l’incontro. Scende in campo e affronta il match cercando comunque di esprimersi al meglio, ma capisce di non performare come dovrebbe e che fisicamente potrebbe dare molto di più. La mente condiziona la sua prestazione, e soprattutto lo condiziona sia nei giorni precedenti che anche  in quelli successivi alla gara. La paura nasce subdolamente, aumenta, rimane e non va via. Vorrebbe potersi esprimere al meglio ma non riesce a gestire la sensazione e l’ansia di non essere all’altezza durante la partita.

L’arrampicatore che ha paura di perdere il controllo.

“Quando sto scalando a volte mi prende una paura così intensa che quasi quasi penso di smettere”.

R. si allena regolarmente, in palestra e con uscite in falesia ogni fine settimana. Eppure non basta. Ha iniziato ad avere paura, a vivere il momento dell’arrampicata come un peso. Si sente in contraddizione con se stessa. Da una parte vorrebbe andare tutti i giorni in montagna, trovarsi in mezzo alla natura, fare quello che le piace di più. Dall’altro lato si sente impaurita, i pensieri si accavallano su se stessi, la confondono, fanno nascere un senso di incertezza al punto che in parete chiede spesso di farsi calare a terra. E’ bloccata quando arrampica come seconda, non può neanche pensare di salire da prima. Descrive questa sensazione come un mix di pensieri e preoccupazioni a livello psico-fisico. Una situazione terribile che non le consente di svolgere la sua attività fisica preferita con piacere, le sembra di vivere in un incubo.

La Terapia Breve Strategica e l’ansia da prestazione

In tutte le situazioni sopra descritte, lavorando con i singoli pazienti e mettendo in atto le tecniche pratiche tipiche della Terapia Breve Strategica, è stato possibile superare l’ansia da prestazione sportiva e tutte le paure ad essa collegate. L’approccio psicologico ha favorito una distensione fisica e mentale, con conseguente miglioramento dei gesti tecnici e della performance in generale. Al centro dell’intervento si pone un concetto apparentemente illogico, ossia favorire una accettazione delle sensazioni negative, perchè la paura affrontata con decisione e fermezza si trasforma in qualcosa di innocuo e non più spaventoso.Il ruolo del pensiero è un ruolo chiave; solo gestendo i pensieri, senza reprimerli ma ascoltandoli diversamente, è stato possibile superare l’ansia. L’ansia da prestazione sportiva in questo modo può nuovamente diventare risorsa preziosa per la performance individuale. 

 

 

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Tag: ansia, Ansia da prestazione, coaching sportivo, coaching strategico, paura, sport, Terapia Breve Strategica

Domanda che racchiude al suo interno una grandissima complessità. In alcune situazioni siamo portati a ritenere che parlare in pubblico sia un’attività per pochi eletti. Magari siamo inconsciamente convinti che difficilmente potremmo trovarci ad esporre una nostra idea di fronte a molte persone. In realtà è una situazione tanto comune che succede quasi ogni giorno. Al lavoro capita spesso di tenere riunioni, partecipare a meeting e a momenti di feedback con i colleghi. In famiglia può capitare di dover raccontare un evento durante un pranzo. Con gli amici avviene di trovarsi “al centro dell’attenzione” e di dover raccontare l’ultima cosa accaduta in settimana. Ogni giorno quindi ci troviamo in situazioni di potenziale “public speaking” e dobbiamo essere pronti ad affrontarle, sia da un punto di vista di preparazione che anche a livello psicologico. 

 

Come superare la paura di parlare in pubblico? La preparazione

Uno degli elementi più importanti quando dobbiamo “parlare in pubblico” è sicuramente la preparazione. Arrivare al momento della presentazione di un progetto o ad uno speech poco preparati rischia di essere molto controproducente. Per alcuni questo consiglio sembrerà banale, tuttavia è un’esperienza abbastanza diffusa quella di arrivare all’ultimo e non avere del tutto pronto l’intervento. Per preparazione si intende il fatto di costruire l’intervento attraverso alcuni framework predefiniti. Ad esempio pensare ad un’apertura che indirizzi l’attenzione dei partecipanti, ad un corpo centrale che racchiuda il contenuto dello speech ed una chiusura finale del discorso. E’ fondamentale mettere insieme le idee, comunicare in maniera chiara, semplice ed esaustiva. 

Come superare la paura di parlare in pubblico? Concentrarsi sui pensieri

Recentemente un paziente mi ha raccontato che la sua preoccupazione nasce a partire dai pensieri ricorrenti che iniziano a tormentarlo già alcuni giorni prima di dover effettuare una presentazione ad un convegno. Tutte queste riflessioni diventano invasive, un vero e proprio vortice che anticipa la preoccupazione di non essere all’altezza quando sarà il momento. Una sorta di autosqualifica, che determina anticipatamente da un punto di vista emotivo il modo con il quale si approccerà l’intervento. Smettere di pensare è impossibile, tuttavia il flusso va gestito al meglio, condizionandolo e ridimensionandolo. Il pensiero “gestito” può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto prima di un intervento in pubblico. 

Ipersudorazione e public speaking

In alcune situazioni può accadere di vivere il momento della presentazione con un’eccessiva sudorazione. Si tratta di un chiaro effetto della preoccupazione che anticipa e accompagna l’evento; alcuni miei pazienti definiscono quel momento come terribile. La paura di perdere il controllo innesca una sensazione fisica di disagio e apprensione, che si trasforma rapidamente nella sensazione di perdere effettivamente il controllo. Si inizia a sudare, e anche se questo fenomeno fisiologico non viene forse percepito dalle persone di fronte, l’effetto psicologico sul relatore è di grande imbarazzo. In realtà quello che accade è che l’inconscia ricerca di controllo delle nostre sensazioni si trasforma realmente in perdita di controllo. La paura di sudare in pubblico può essere superata, il lavoro terapeutico aiuta proprio a riconoscerla e ad affrontarla. 

Come essere veramente preparati

Una delle cose che sottolineo sempre è il cercare di essere pronti. Una preparazione che coinvolge la nostra mente e naturalmente anche la struttura dell’intervento stesso. Prepararsi psicologicamente significa lavorare su se stessi, sulle proprie paure, sul modo di pensare alla performance. La paura affrontata diventa coraggio, ma ciò avviene solamente quando si ascolta la paura in maniera profonda, e non cercando in maniera superficiale di controllarla. Spesso mi capita di supportare pazienti attraverso tecniche di “Public Speaking” che propongo anche attraverso corsi di formazione per professionisti e aziende. Tecniche pratiche che aiutano a costruire speech ed interventi di successo.

Se vuoi saperne di più su come preparare il tuo intervento contattami al 3404190915 oppure scrivimi su studio@guidodacutipsicolgo.it

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Tag: ansia, parlare in pubblico, paura, Public Speaking

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Perchè si ha paura dell’abbandono?

30 Gennaio 2023