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Perché in estate aumenta l’ansia?

5 Luglio 2022

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? I disturbi del comportamento alimentare sono ormai un problema riconosciuto che affligge da anni i giovani e i non più giovani, con prevalenza dei casi – quasi il 90% – nell’ambito dell’universo femminile. La pandemia ha ulteriormente aggravato il fenomeno, che arriva oggi a coinvolgere anche ragazzi sotto i 14 anni. La didattica a distanza e le regole di lockdown hanno imposto un regime privo di scambi sociali con i coetanei e privo di attività sportive. Come risultato, i ragazzi si sono chiusi in se stessi e nei soggetti con bassa autostima la necessità di controllare l’ansia ha spesso indotto un comportamento alimentare tanto rigido quanto errato.

 

 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?

Il senso di fragilità interiore e la sensazione di impotenza nei confronti della realtà esterna sono alla base dei comportamenti anomali, che vanno dal rifiuto perentorio del cibo alle abbuffate nervose, agli episodi di vomito controllato. Anoressia, Bulimia, Binge eating, Vomiting: queste sono le forme prevalenti in cui si presenta oggi il fenomeno delle patologie alimentari. Problematiche che hanno fatto aumentare vertiginosamente le richieste di supporto psicologico, e molto spesso anche quelle di intervento sanitario. 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? L’anoressia

Il problema dei disturbi alimentari non è di facile soluzione. Esiste però un regola aurea che riguarda il ruolo della famiglia. E’ infatti essenziale che i genitori siano attenti a cogliere fin dall’inizio i sintomi di cambiamento nel regime dietetico dei propri figli. Se parliamo di Anoressia, nella maggior parte dei casi i sintomi sono facilmente equivocabili con un bisogno di rimettersi in forma. A tavola il soggetto anoressico diventa estremamente attento alle dosi, alle calorie, divide il cibo in piccole porzioni e si comporta in maniera meno partecipativa. La sua attenzione si focalizza sull’aspetto fisico, il pensiero si fa assillante, l’umore tende all’irritabilità e alla tristezza. La riduzione di peso corporeo diventa l’obiettivo primario, la ricerca della magrezza una vera e propria ossessione.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? La Bulimia

Nel caso della Bulimia, invece, il soggetto avverte il bisogno incontrollabile di mangiare in maniera smodata, di abbuffarsi di cibo per sentirsi bene, per sentirsi realizzato. L’alimentazione diviene sregolata perché nel caso del bulimico l’abbuffata costituisce una forma di vero e proprio piacere fisico. In maniera analoga all’anoressia, la bulimia costituisce un serio problema sia fisico che psicologico, i cui effetti negativi non devono essere sottostimati.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?Il binge eating

Senza entrare più di tanto nel merito, si possono citare almeno un altro paio di forme di disturbo alimentare. Il Binge eating (una sorta di evoluzione della Bulimia, nella quale il soggetto alterna periodi di forte controllo alimentare a periodi di scorpacciate) e il Vomiting (nel quale il soggetto alterna le fasi di alimentazione e di restituzione del cibo attraverso il vomito). Senza dimenticare che in molti casi i disturbi del comportamento alimentare sono accompagnati anche dall’assunzione di diuretici per facilitare il controllo della propria dieta, o da forme di autolesionismo (tagli cutanei, bruciature), quando non addirittura da idee suicide.

I social media

Un ruolo non secondario in questo contesto lo giocano anche i social media. Si è andato infatti diffondendo in maniera vertiginosa l’utilizzo di “app” sullo smartphone, dedicate al fitness e al controllo delle calorie. Su internet sono presenti e facilmente reperibili filmati in cui un influencer propone i propri metodi di allenamento. Per le ragazze e i ragazzi diventa quindi semplice confrontarsi ed imitare quelli che troppo facilmente diventano i propri modelli di riferimento. 

Il ruolo della famiglia

Ecco quindi dove, quando e perché diventa fondamentale il ruolo della famiglia. Nel corso degli incontri con i genitori di ragazze/i con disturbi dei comportamenti alimentari, pongo sempre in grande evidenza l’importanza del clima familiare. I genitori devono innanzi tutto essere attenti alle abitudini dei figli: in primis al regime alimentare, come già accennato. Ma vi sono anche altri segnali di cui tener conto. Quando ad esempio ricercano con insistenza approvazione e rassicurazione riguardo al proprio aspetto fisico. Oppure quando subito dopo i pasti spariscono regolarmente e si rifugiano in bagno. I genitori devono accuratamente evitare atteggiamenti di scarso interesse, di disinteresse o addirittura di presa in giro riguardo alla forma e al peso corporeo dei figli. L’importanza del loro contributo è fondamentale per il recupero di soggetti con problematiche di disagio alimentare. 

Il ruolo attivo della famiglia nel percorso di psicoterapia

Nei miei colloqui con i genitori chiarisco che devono innanzi tutto essere pronti a modificare i propri comportamenti nei confronti dei figli, recitando un ruolo attivo e mettendo in atto le azioni concordare con il terapeuta. Soprattutto i genitori non devono darsi troppo facilmente per vinti, i disturbi del comportamento alimentare sono una patologia resistente, non facile da attaccare. Quando non vengono affrontati adeguatamente nella fase iniziale, possono in taluni casi richiedere un trattamento sanitario ospedalizzato. Questo è uno dei motivi per cui diventa essenziale l’intervento dello specialista psicologo nel momento stesso in cui sorgono i primi dubbi in famiglia.

La terapia breve strategica

Nei confronti dei miei pazienti pongo in atto le tecniche di Terapia Breve Strategica. La psicoterapia aiuta nel coinvolgimento del soggetto, la negoziazione di un piano progressivo di azione, che ha come scopo quello di modificare lo schema con il quale egli percepisce il cibo e reagisce al bisogno di alimentarsi. La Terapia Breve Strategica offre una serie di vantaggi non trascurabili. Innanzi tutto è in grado di essere “tagliata su misura” per ogni singolo paziente, nel rispetto della sua unicità. Inoltre il trattamento ha di norma una durata relativamente breve – di solito non superiore agli 8 mesi – ed una rilevante efficacia clinica (statisticamente superiore all’80%) che assicura anche una buona stabilità nel tempo. 

Se sei interessato a ricevere maggiori informazioni contattami al 340 4190915 oppure scrivi a studio@guidodacutipsicologo.it. Se invece ritieni di voler approfondire il tema legato ai disturbi dei comportamenti alimentari puoi acquistare il mio e-book:

Il Piacere del Cibo

Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, disturbi alimentari, disturbi del comportamento alimentare

Come si fa a far crescere l’autostima? Spesso nel mio studio di psicologia e psicoterapia le persone riportano di avere un basso valore di fiducia in se stessi. Come se la percezione di sé e della propria realtà si esprimesse sempre e comunque con un basso valore di autostima. In realtà queste persone non riescono a riconoscere il loro potenziale. Cioè, è  come se non riuscissero a vedere, riconoscere ed esprimere quello che è veramente il loro valore. Di conseguenza si percepiscono come poco capaci, con una scarsa fiducia in sé e nei propri mezzi. Nell’articolo di oggi propongo alcuni semplici esercizi pratici che consentono di aiutarci a riconoscere e percepire il nostro giusto livello di autostima. 

 

Come si fa a far crescere l’autostima?
Chi sei!

Nella vita di tutti i giorni in noi coesistono molte identità diverse. Siamo padri, madri, fratelli, amici, amiche e colleghi. Ognuna di queste nostre differenti identità ci descrive in maniera differente, pur essendo comunque sempre una parte di noi stessi. Riflettere in maniera profonda su chi siamo è fondamentale perchè ci permette di essere più consapevoli di noi stessi. Una ulteriore riflessione da fare è quella di capire se nelle varie sfere della nostra vita ci sentiamo più o meno soddisfatti. Se ad esempio in campo lavorativo non mi sento del tutto realizzato, questo potrebbe incidere negativamente sulla mia sfera privata. Anche quando nel complesso le cose personali stanno funzionando in maniera positiva. Scoprire in maniera consapevole chi siamo ed il nostro livello di soddisfazione in varie aree della nostra vita (lavoro, amici, famiglia, salute, …) è fondamentale per iniziare a ragionare anche sulla nostra autostima. 

Come si fa a far crescere l’autostima? Come scoprire chi siamo

Ti propongo questo esercizio. Prendi alcuni fogli di carta bianca, in cima ad ogni foglio scrivi “Chi sono” e prova a rispondere. Ad esempio, come abbiamo sottolineato nel precedente paragrafo, potresti riconoscerti in varie identità: marito, moglie, padre, imprenditore, lavoratore dipendente, manager … 

Una volta che abbiamo concluso questo primo quadro, analizziamo tutti i fogli e mettiamoli in ordine di importanza e di priorità. Qual’è l’identità che ritieni più rilevante per te? Quale viene per seconda? E così via. Adesso su ogni foglio scrivi che cosa ti entusiasma veramente di quella particolare identità. Infine verifica se fra le cose che hai scritto vi sono dei denominatori comuni e prendine nota in un foglio a parte. In questo modo avrai una mappa di quelle che sono le cose che veramente ti entusiasmano. 

Scopri il tuo valore! 

Il passaggio successivo è quello di approfondire per ognuna delle identità che abbiamo delineato, il valore che riesci ad esprimere. Ad esempio, come mamma puoi sottolineare il tuo valore di ascolto e comprensione, sia dei figli che di tuo marito. Caratteristica che esprime appieno un grande valore di te stessa e che può essere speso anche in altri contesti, non solamente in quello famigliare. Mettendo a fuoco i nostri valori importanti possiamo cercare di esprimerli in tutti gli altri contesti personali, lavorativi, sociali, ricreativi. La nostra autostima inizia a prendere una nuova forma. Spesso non ci rendiamo ben conto di chi siamo veramente, andiamo avanti inconsciamente, senza capire e senza apprezzare i nostri più profondi valori personali. 

FAI QUESTO ESERCIZIO! 

Prova a fare l’esercizio che ti ho consigliato. Inizia dal chiederti chi sei, ad elencare le cose che ti entusiasmano e ad evidenziare il valore per ogni ruolo. In questo modo avrai avviato un percorso di consapevolezza nuovo e differente, che ti guiderà anche nell’intento di aumentare la tua autostima. 

 

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Tag: autostima, coaching, coaching strategico, Pensiero efficace

Quali sono gli effetti fisici e mentali della dipendenza da questa sostanza?

Nell’articolo di oggi cercherò di approfondire le dinamiche di dipendenza ed astinenza, legate al consumo di cocaina. Il consumo di cocaina continua ad essere diffuso e preoccupante. Sono moltissimi i pazienti che si rivolgono al mio studio di psicologia e psicoterapia. Molti mi scrivono o mi chiamano per ricevere informazioni, senza però decidersi ad intraprendere un percorso. Il problema principale risiede in questa incertezza, in questa esitazione. Perchè il primo pilastro per superare la dipendenza e ritrovare il benessere e la voglia di vivere sta proprio nella motivazione personale ad uscire dal tunnel del consumo.

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? I sintomi fisici

Un consumo rilevante di cocaina può portare a sperimentare sulla propria pelle importanti sintomi fisici d’astinenza. Un desiderio incontrollato di sostanza che spinge la persona a ricercarla in tutti i modi. Il termine tecnico che descrive questa forte spinta a consumare cocaina si definisce craving. Parola ormai entrata nell’uso abituale fra i consumatori, che hanno comunque la consapevolezza di provare un desiderio incontrollabile di sostanza e non riescono (ma neppure vogliono) interrompere il consumo. Fumare cocaina comporta maggiori conseguenze da un punto di vista fisico, rispetto a sniffarla. Ciò non toglie che, dal punto di vista psicologico, in entrambi i casi la dipendenza sia fortissima. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Gli aspetti psicologici

La nostra mente, una volta che si è abituata alla presenza dello stupefacente, fatica a liberarsene. 

Sto bene quando ne faccio uso, non ho pensieri e mi sembra di condurre la mia vita serenamente”.

In molti vivono questo “autoinganno” relativamente agli effetti benefici, tuttavia illusori della sostanza. 

Consumo tutta la notte, sono arrivato a spendere 10.000 euro al mese, la mia azienda rischia il fallimento”.

Un anno fa un imprenditore spiegava con queste parole la necessità di cercare momenti di “abbuffata” e trasgressione, per sentirsi libero dalla schiavitù e dallo stress legati al lavoro. Senza forse rendersi bene conto degli evidenti rischi fisici e dei possibili contraccolpi sociali. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Il ruolo della mente

Negli esempi sopra esposti è chiaro il ruolo della sostanza. Una sorta di “compagna”, sempre presente, senza la quale sembra quasi che non riusciamo a realizzarci. Quando il consumo diventa importante, il rischio è quello di non riuscire a farne a meno, quasi come se non vi fosse via d’uscita. Il potere mentale che la sostanza esercita sulla persona è tale da rendere impossibile intravvedere possibilità differenti da quelle del consumo. Una vita normale appare impossibile. 

Come e quando iniziare un percorso di cura?

Ci sono dei momenti in cui si tocca il fondo e in questi contesti a volte al consumatore pare di scorgere un raggio di sole nella nebbia e si aggrappa a questa speranza. Molte persone quando mi chiamano sperano che esista la “bacchetta magica” per risolvere tutto in breve tempo. Invece quello che dico sempre ai miei pazienti al primo appuntamento, è che serve tantissima motivazione . Una forza di volontà che va costruita insieme; una leva psicologica fondamentale per aiutarci a non mollare il percorso, a fare tutto il possibile per uscirne. Fare tutto il possibile significa mettersi in discussione in maniera totale. Senza remore. Senza i “no”, i “ma”, ed i “se”. In altre parole: “no excuses”, cioè niente scuse o giustificazioni, per dirla all’americana. Difficile forse, ma non impossibile con il giusto supporto. 

Si può uscire dalla dipendenza da cocaina?

Credo che uscire da una dipendenza sia veramente possibile. Come appena detto ci vuole impegno costante e tanta motivazione. Ci vuole soprattutto un supporto psicologico e di psicoterapia. In alcuni casi può essere indicata una terapia farmacologica oppure anche una fase di ricovero in clinica. Quando lo ritengo necessario propongo ai miei pazienti una visita con specialisti psichiatri che possono fornire una visione anche organica al soggetto. Nello specifico, collaboro con la struttura “Parco dei Tigli” per offrire un servizio ancora più professionale e di qualità ai miei pazienti. 

Uscire da una dipendenza da cocaina è possibile. In primo luogo lavorando sull’astinenza, poi sulla motivazione e poi su cambiamenti reali nella vita della persona. 

Contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi studio@guidodacutipsicologo.it per maggiori informazioni. Se invece sei già seriamente convinto di voler uscire da una problematica di dipendenza, fissa il tuo appuntamento direttamente sulla mia agenda. 

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Tag: cocaina, craving, dipendenze

Ci sono persone che vivono l’esperienza quotidiana di guida della macchina in maniera serena, un momento a volte anche rilassante, distensivo e dedicato a se stessi.  Ci sono invece individui che appena salgono in macchina iniziano a vivere l’abitacolo come un vero e proprio incubo. Certo i motivi di tensione non mancano. Il traffico caotico, la fretta di doversi spostare per lavoro, il pensiero delle difficoltà quotidiane, i problemi di salute, e chi più ne ha più ne metta. Ma quando l’oggetto principale della paura si concentra sulla macchina, allora ci troviamo in presenza di una forma di monofobia del tutto particolare.  

I diversi livelli di gravità

Vi sono persone che non riescono neanche a salire in macchina. Altre che anche se non sono alla guida soffrono di viaggiare all’interno dell’abitacolo. Altre ancora che guidano ma soffrono, alternando pensieri negativi a sensazioni di disagio. Ovviamente il grado di sofferenza è diverso, tuttavia vi sono alcuni criteri comuni che sono trasversali e che vedremo in maniera più specifica. 

I pensieri disfunzionali

Penso sempre: e se non ci fosse una via d’uscita?” “Come potrei salvarmi in una situazione di emergenza?” “E se capitasse un incidente chi mi verrebbe ad aiutare?” 

Questi sono solo un esempio dei pensieri che passano per la mente di un soggetto fobico e che costituiscono una sorta di preoccupazione anticipata. Sono ragionamenti inconsci ed  irrazionali che pongono la paura al centro dell’attenzione . Anticipazioni che creano dubbio, insicurezza, difficoltà nel momento di prendere la macchina e guidarla a destinazione. Il pensiero è una nostra potente risorsa che tuttavia può diventare difficile da gestire. Nel caso della paura di guidare, i pensieri disfunzionali tendono a rendere l’esperienza minacciosa ancora prima di mettersi alla guida. Decretando così uno stato di tensione, una paura irrazionale e bloccante che in alcuni momenti può determinare addirittura attacchi di panico.

Quando la paura diventa ansia

Dottore vorrei poter guidare da solo ma ho troppa ansia; quando invece c’è qualcuno al mio fianco mi sento meglio”.

Il concetto espresso da un paziente sottolinea che se abbiamo qualcuno al nostro fianco non avvertiamo più la paura di guidare. Tuttavia il problema resta e non si risolve. Perchè se è vero che la persona di fianco a noi, con la sua sola presenza, comunica di volerci bene, al tempo stesso ci suggerisce inconsciamente che da soli non ce la possiamo fare a superare la nostra fobia. Quando ci ritroviamo da soli il nostro corpo ha una reazione fisiologica di paura che si esprime con l’ansia. Ci blocchiamo, scendiamo dalla macchina e iniziamo a pensare di non essere in grado di guidare.
La sensazione più comune è quella di perdere il controllo del nostro corpo e quindi di rischiare di fare un incidente. La respirazione diventa faticosa e l’unico desiderio è quello di non ripetere più questa esperienza.

Si può guarire dalla paura di guidare?

La risposta è affermativa, anche se è necessaria molta motivazione e buone strategie d’intervento. Le soluzioni disfunzionali sono quelle più semplici. Ad esempio evitare di mettersi al volante, oppure anche prendere delle precauzioni tipo quella di evitare le  strade che ci fanno più paura, preferendone altre. Durante i percorsi di Terapia Breve Strategica che svolgo, e che sono dedicati a questa comunissima forma di fobia, offro strategie d’intervento in grado di essere realmente d’aiuto e di servire nel momento del bisogno. Cioè proprio quando la persona si trova ad affrontare la sua paura nel momento specifico, al volante oppure anche prima di salire in auto.

Se vuoi saperne di più sulla paura di guidare e conoscere le tecniche che utilizzo durante il percorso di Terapia Breve Strategica contattami al
340 4190915 oppure scrivimi a studio@guidodacutipsicologo.it 

 

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Ansia e Paura

Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico: leggi qui

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Tag: ansia, monofobie, panico, paura di guidare

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Ne parlo in tanti miei post, nei video e negli articoli. Ma cosa significa veramente avere un limite? Il limite può avere diversi significati e valenze. Non sempre il concetto di limite è negativo o disfunzionale. Anzi, in più di un caso può proteggerci e aiutarci nella definizione di noi stessi. Quando invece diventa appunto una sorta di punto estremo oltre il quale non riusciamo ad andare, il rischio è che possa bloccarci, creare problematiche o anche patologie psicologiche.

 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Limiti disfunzionali 

I limiti sono disfunzionali quando ci bloccano all’interno di quella che possiamo definire la nostra “area di comfort”, all’interno della quale ci sentiamo a nostro agio, magari proprio quando vorremmo poterla superare e andare oltre. Li potremmo descrivere come degli ostacoli che non permettono di raggiungere la meta sperata. Ne è un esempio il trovarsi in montagna e non riuscire più a proseguire sul sentiero perchè un albero caduto rappresenta un ostacolo che ci pare insuperabile. Oppure dover rinunciare all’idea di andare al concerto del proprio cantante preferito perchè bloccati dall’ansia.

Limiti funzionali

Il limite però può avere anche una valenza positiva, e aiutarci appunto a stabilire una linea di demarcazione, una soglia da non superare. Dal punto di vista relazionale, ad esempio, porre un limite ad un amico significa stabilire un confine relazionale che ci preserva e ci tutela. Una sorta di protezione emotiva che ci difende, mettendo in chiaro quale sia l’effettivo grado di intimità che vogliamo permettere. In questa concezione il concetto di “limite”  aiuta anche a capire e a far capire agli altri chi siamo. Una visione funzionale, utile alla persona. 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? La paura che limita

Quando il limite diventa disfunzionale iniziamo a sperimentare una condizione di difficoltà psicologica. La reazione si fa negativa: riduciamo le nostre possibilità, evitando di affrontare ciò che ci minaccia. Immaginatevi di avere paura degli spazi chiusi. Questa situazione è chiaramente limitante in maniera anche pesante. Ogni condizione in cui può esserci il rischio di trovarsi in un luogo chiuso e particolarmente stretto, la paura si scatena. Anche il lavoro può diventare un problema nel momento in cui dovesse capitare di doverlo svolgere in ambienti chiusi e stretti. In questo caso la paura diventa limitante. E se dovesse capitare che la paura si scateni anche in situazioni diverse? Il rischio a questo punto è che l’ansia si estenda a macchia d’olio, condizionando la vita della persona. 

Come uscire dai limiti?

L’esempio della paura è sicuramente forte in termini emotivi. Spesso vi sono limiti meno invalidanti che comunque riducono la qualità della nostra vita. Ad esempio evitare o ridurre al minimo le relazioni sociali, magari rimanendo chiusi in casa o davanti al computer, perchè pensiamo che gli altri ci giudichino. Oppure non riuscire a laurearsi perchè mancano pochi esami ma non riusciamo assolutamente a rimanere concentrati sullo studio. 

La motivazione

Spesso uno degli elementi importanti per superare il momento di stallo dettato dal limite, è la motivazione. Spingersi oltre il limite attraverso la nostra energia mentale e motivazionale. Ad esempio abbiamo svolto una sessione di allenamento negativa e siamo sfiduciati. La volta successiva possiamo tentare di spingerci  oltre, motivando la nostra mente ed il nostro corpo a fare meglio, evitando di auto-imporci un limite attraverso l’idea di non riuscire nel nostro sport preferito. La motivazione è uno strumento veramente potente, che spesso sottovalutiamo o non usiamo del tutto. Non è qualcosa di intangibile, ma qualcosa di assolutamente pragmatico. Un’energia mentale e fisica direzionata verso uno scopo, che ci consente proprio di superare il nostro limite. 

No Limits! Scopri il tuo valore personale

Un altro importante strumento di superamento dei nostri limiti è il conoscere e riconoscere il proprio valore personale. La consapevolezza dei nostri valori e delle nostre caratteristiche personali può fare veramente la differenza. Il 18 giugno insieme alla collega Isabella Masciulli terrò un incontro dedicato proprio alla scoperta di se stessi e dei propri punti di forza. Lo strumento che utilizzeremo è un Canva dedicato proprio ai valori personali, una sorta di mappa che guida alla scoperta di sé mediante domande e riflessioni specifiche sulla propria vita. 

Rimani collegato e continua a leggere i miei articoli per saperne di più rispetto a come riconoscere e superare i propri limiti. Se vuoi invece iniziare fin da oggi un percorso psicologico con questi stessi obiettivi contattami al 340 41.90.915. Se sei anche solo interessato all’argomento puoi iscriverti all’evento del 18 giugno cliccando in questo link.

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Tag: autostima, cambiamento, coaching strategico, valori personali

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente. Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

 

Gli aspetti mentali dell’arrampicata

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia. A questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Gli aspetti mentali dell’arrampicata. La consapevolezza

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Se vuoi saperne di più sull’importanza della mente nella performance ed in arrampicata, contattami al 3404190915 oppure fissa un appuntamento direttamente dalla mia agenda.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Come capire se si soffre di binge eating? E soprattutto in cosa si differenzia questa patologia dalla bulimia? La parola binge eating è ormai entrata a far parte del nostro vocabolario, nello specifico per identificare un disturbo del comportamento alimentare. Il binge eating è caratterizzato da un’alternanza disordinata tra periodi di astinenza e di trasgressione, che si risolvono in ricorrenti abbuffate. Chi ha questo tipo di problema trascorre giorni senza mangiare o mangiando pochissimo. Proprio tale sforzo innesca successivamente una perdita di controllo e la conseguente ingozzata. Tuttavia vedremo nel dettaglio come l’abbuffata sia solamente una parte del problema.  Soprattutto il momento precedente alla scorpacciata è strettamente connesso al binge eating

Come capire se si soffre di binge eating? Le differenze con la bulimia

Nella bulimia non ci sono veri e propri momenti di digiuno, la persona che ha problematiche bulimiche mangia con regolarità spinta da un bisogno interiore e ingurgita quantità significative di qualsiasi cibo. Il soggetto bulimico si ingozza senza alternare periodi di restrizione alimentare. Nel binge eating, invece, il problema non è circoscritto alle sole abbuffate. Nello specifico, il circolo vizioso che si instaura nel binge eating è caratterizzato da un eccesso iniziale di controllo che serve a ritardare quanto più possibile il momento dell’abbuffata. L’abbuffata segue subito dopo ed è la conseguenza di un momento di digiuno forzato. Un regime alimentare ipocalorico dettato dalla voglia di dimagrire o comunque di perdere velocemente peso. 

Come capire se si soffre di binge eating? La dieta

Spesso la dieta sembra essere l’unica soluzione per perdere peso. Spesso, purtroppo, capita anche che le persone alternino diversi percorsi di dimagrimento, senza però riuscire veramente a portarne uno a termine. Il regime alimentare è sicuramente importante nell’ambito di una dieta. Per questo motivo il consiglio tecnico che cerco di dare è quello di trovare la tipologia più adeguata di dieta in base ad un’idea dipiaceredel cibo. Insieme alla Dott.ssa Marta Stefani, esperta in Scienze dell’alimentazione, costruiamo percorsi alimentari basati proprio sul concetto di piacere collegato alla dieta. Cerchiamo cioè di calzare ogni tipologia di alimento in base alle preferenze della persone. Lasciando da parte le “grammature” e concentrandoci sul benessere del soggetto.

Nel caso del binge eating l’approccio non è semplice. L’alternanza di controllo/perdita di controllo abitua dapprima il soggetto ad assumere la  minima quantità di calorie sufficienti per non prendere peso – anzi per perderlo – e subito dopo attiva il circuito disfunzionale che lo porta a cedere alle abbuffate incontrollate. Il trattamento di questa problematica necessita quindi di un intervento psicologico a monte, per riuscire a rompere il circuito disfunzionale agendo sul meccanismo percettivo-reattivo del paziente.

Come capire se si soffre di binge eating? Ansia e depressione

Spesso il fatto di perdere il controllo nel consumo di cibo e comunque il non riuscire a perdere peso,  può innescare parallelamente degli stati emotivi di disagio anche gravi

In primo luogo può generarsi una condizione di ansia. I momenti dei pasti vengono vissuti come particolarmente negativi e ciò fa salire il livello di tensione. L’insoddisfazione aumenta, portando anche a momenti depressivi di chiusura. Dal punto di vista relazionale stare in mezzo alle altre persone viene vissuto negativamente per la paura di essere giudicati. Un circolo vizioso che dal punto di vista emotivo conduce la persona a chiudersi in se stessa, e paradossalmente a trovare nell’alternanza fra dieta restrittiva e abbuffata una modalità con cui gestire le emozioni. Ovviamente i sensi di colpa aumentano e il soggetto sviluppa oltremodo un senso di inadeguatezza. 

Terapia Breve Strategica e binge eating

Nel caso del binge eating, mediante la Terapia Breve Strategica si cerca di favorire una rottura del circolo vizioso digiuno – abbuffata, per ritrovare una forma di  benessere alimentare basato su un regime di sostentamento più sano ed equilibrato. La Terapia Breve Strategica fornisce un corretto supporto emotivo in grado di favorire il recupero psicologico del soggetto. E’ comunque necessario che dal punto di vista psicologico la persona sia pronta ad iniziare un percorso alimentare diverso e incentrato sul piacere di una alimentazione corretta.

Se vuoi saperne di più sul percorso integrato fra psicologia e nutrizionismo che svolgo in collaborazione con la Dott.ssa Marta Stefani, responsabile della Farmacia Santrovaso, contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

Nel frattempo se sei interessato ad approfondire la conoscenza delle problematiche legate ai disturbi alimentari – ed in particolare al binge eating – puoi acquistare il mio ebook:

Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Perché in estate aumenta l’ansia?

5 Luglio 2022

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? I disturbi del comportamento alimentare sono ormai un problema riconosciuto che affligge da anni i giovani e i non più giovani, con prevalenza dei casi – quasi il 90% – nell’ambito dell’universo femminile. La pandemia ha ulteriormente aggravato il fenomeno, che arriva oggi a coinvolgere anche ragazzi sotto i 14 anni. La didattica a distanza e le regole di lockdown hanno imposto un regime privo di scambi sociali con i coetanei e privo di attività sportive. Come risultato, i ragazzi si sono chiusi in se stessi e nei soggetti con bassa autostima la necessità di controllare l’ansia ha spesso indotto un comportamento alimentare tanto rigido quanto errato.

 

 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?

Il senso di fragilità interiore e la sensazione di impotenza nei confronti della realtà esterna sono alla base dei comportamenti anomali, che vanno dal rifiuto perentorio del cibo alle abbuffate nervose, agli episodi di vomito controllato. Anoressia, Bulimia, Binge eating, Vomiting: queste sono le forme prevalenti in cui si presenta oggi il fenomeno delle patologie alimentari. Problematiche che hanno fatto aumentare vertiginosamente le richieste di supporto psicologico, e molto spesso anche quelle di intervento sanitario. 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? L’anoressia

Il problema dei disturbi alimentari non è di facile soluzione. Esiste però un regola aurea che riguarda il ruolo della famiglia. E’ infatti essenziale che i genitori siano attenti a cogliere fin dall’inizio i sintomi di cambiamento nel regime dietetico dei propri figli. Se parliamo di Anoressia, nella maggior parte dei casi i sintomi sono facilmente equivocabili con un bisogno di rimettersi in forma. A tavola il soggetto anoressico diventa estremamente attento alle dosi, alle calorie, divide il cibo in piccole porzioni e si comporta in maniera meno partecipativa. La sua attenzione si focalizza sull’aspetto fisico, il pensiero si fa assillante, l’umore tende all’irritabilità e alla tristezza. La riduzione di peso corporeo diventa l’obiettivo primario, la ricerca della magrezza una vera e propria ossessione.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? La Bulimia

Nel caso della Bulimia, invece, il soggetto avverte il bisogno incontrollabile di mangiare in maniera smodata, di abbuffarsi di cibo per sentirsi bene, per sentirsi realizzato. L’alimentazione diviene sregolata perché nel caso del bulimico l’abbuffata costituisce una forma di vero e proprio piacere fisico. In maniera analoga all’anoressia, la bulimia costituisce un serio problema sia fisico che psicologico, i cui effetti negativi non devono essere sottostimati.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?Il binge eating

Senza entrare più di tanto nel merito, si possono citare almeno un altro paio di forme di disturbo alimentare. Il Binge eating (una sorta di evoluzione della Bulimia, nella quale il soggetto alterna periodi di forte controllo alimentare a periodi di scorpacciate) e il Vomiting (nel quale il soggetto alterna le fasi di alimentazione e di restituzione del cibo attraverso il vomito). Senza dimenticare che in molti casi i disturbi del comportamento alimentare sono accompagnati anche dall’assunzione di diuretici per facilitare il controllo della propria dieta, o da forme di autolesionismo (tagli cutanei, bruciature), quando non addirittura da idee suicide.

I social media

Un ruolo non secondario in questo contesto lo giocano anche i social media. Si è andato infatti diffondendo in maniera vertiginosa l’utilizzo di “app” sullo smartphone, dedicate al fitness e al controllo delle calorie. Su internet sono presenti e facilmente reperibili filmati in cui un influencer propone i propri metodi di allenamento. Per le ragazze e i ragazzi diventa quindi semplice confrontarsi ed imitare quelli che troppo facilmente diventano i propri modelli di riferimento. 

Il ruolo della famiglia

Ecco quindi dove, quando e perché diventa fondamentale il ruolo della famiglia. Nel corso degli incontri con i genitori di ragazze/i con disturbi dei comportamenti alimentari, pongo sempre in grande evidenza l’importanza del clima familiare. I genitori devono innanzi tutto essere attenti alle abitudini dei figli: in primis al regime alimentare, come già accennato. Ma vi sono anche altri segnali di cui tener conto. Quando ad esempio ricercano con insistenza approvazione e rassicurazione riguardo al proprio aspetto fisico. Oppure quando subito dopo i pasti spariscono regolarmente e si rifugiano in bagno. I genitori devono accuratamente evitare atteggiamenti di scarso interesse, di disinteresse o addirittura di presa in giro riguardo alla forma e al peso corporeo dei figli. L’importanza del loro contributo è fondamentale per il recupero di soggetti con problematiche di disagio alimentare. 

Il ruolo attivo della famiglia nel percorso di psicoterapia

Nei miei colloqui con i genitori chiarisco che devono innanzi tutto essere pronti a modificare i propri comportamenti nei confronti dei figli, recitando un ruolo attivo e mettendo in atto le azioni concordare con il terapeuta. Soprattutto i genitori non devono darsi troppo facilmente per vinti, i disturbi del comportamento alimentare sono una patologia resistente, non facile da attaccare. Quando non vengono affrontati adeguatamente nella fase iniziale, possono in taluni casi richiedere un trattamento sanitario ospedalizzato. Questo è uno dei motivi per cui diventa essenziale l’intervento dello specialista psicologo nel momento stesso in cui sorgono i primi dubbi in famiglia.

La terapia breve strategica

Nei confronti dei miei pazienti pongo in atto le tecniche di Terapia Breve Strategica. La psicoterapia aiuta nel coinvolgimento del soggetto, la negoziazione di un piano progressivo di azione, che ha come scopo quello di modificare lo schema con il quale egli percepisce il cibo e reagisce al bisogno di alimentarsi. La Terapia Breve Strategica offre una serie di vantaggi non trascurabili. Innanzi tutto è in grado di essere “tagliata su misura” per ogni singolo paziente, nel rispetto della sua unicità. Inoltre il trattamento ha di norma una durata relativamente breve – di solito non superiore agli 8 mesi – ed una rilevante efficacia clinica (statisticamente superiore all’80%) che assicura anche una buona stabilità nel tempo. 

Se sei interessato a ricevere maggiori informazioni contattami al 340 4190915 oppure scrivi a studio@guidodacutipsicologo.it. Se invece ritieni di voler approfondire il tema legato ai disturbi dei comportamenti alimentari puoi acquistare il mio e-book:

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, disturbi alimentari, disturbi del comportamento alimentare

Come si fa a far crescere l’autostima? Spesso nel mio studio di psicologia e psicoterapia le persone riportano di avere un basso valore di fiducia in se stessi. Come se la percezione di sé e della propria realtà si esprimesse sempre e comunque con un basso valore di autostima. In realtà queste persone non riescono a riconoscere il loro potenziale. Cioè, è  come se non riuscissero a vedere, riconoscere ed esprimere quello che è veramente il loro valore. Di conseguenza si percepiscono come poco capaci, con una scarsa fiducia in sé e nei propri mezzi. Nell’articolo di oggi propongo alcuni semplici esercizi pratici che consentono di aiutarci a riconoscere e percepire il nostro giusto livello di autostima. 

 

Come si fa a far crescere l’autostima?
Chi sei!

Nella vita di tutti i giorni in noi coesistono molte identità diverse. Siamo padri, madri, fratelli, amici, amiche e colleghi. Ognuna di queste nostre differenti identità ci descrive in maniera differente, pur essendo comunque sempre una parte di noi stessi. Riflettere in maniera profonda su chi siamo è fondamentale perchè ci permette di essere più consapevoli di noi stessi. Una ulteriore riflessione da fare è quella di capire se nelle varie sfere della nostra vita ci sentiamo più o meno soddisfatti. Se ad esempio in campo lavorativo non mi sento del tutto realizzato, questo potrebbe incidere negativamente sulla mia sfera privata. Anche quando nel complesso le cose personali stanno funzionando in maniera positiva. Scoprire in maniera consapevole chi siamo ed il nostro livello di soddisfazione in varie aree della nostra vita (lavoro, amici, famiglia, salute, …) è fondamentale per iniziare a ragionare anche sulla nostra autostima. 

Come si fa a far crescere l’autostima? Come scoprire chi siamo

Ti propongo questo esercizio. Prendi alcuni fogli di carta bianca, in cima ad ogni foglio scrivi “Chi sono” e prova a rispondere. Ad esempio, come abbiamo sottolineato nel precedente paragrafo, potresti riconoscerti in varie identità: marito, moglie, padre, imprenditore, lavoratore dipendente, manager … 

Una volta che abbiamo concluso questo primo quadro, analizziamo tutti i fogli e mettiamoli in ordine di importanza e di priorità. Qual’è l’identità che ritieni più rilevante per te? Quale viene per seconda? E così via. Adesso su ogni foglio scrivi che cosa ti entusiasma veramente di quella particolare identità. Infine verifica se fra le cose che hai scritto vi sono dei denominatori comuni e prendine nota in un foglio a parte. In questo modo avrai una mappa di quelle che sono le cose che veramente ti entusiasmano. 

Scopri il tuo valore! 

Il passaggio successivo è quello di approfondire per ognuna delle identità che abbiamo delineato, il valore che riesci ad esprimere. Ad esempio, come mamma puoi sottolineare il tuo valore di ascolto e comprensione, sia dei figli che di tuo marito. Caratteristica che esprime appieno un grande valore di te stessa e che può essere speso anche in altri contesti, non solamente in quello famigliare. Mettendo a fuoco i nostri valori importanti possiamo cercare di esprimerli in tutti gli altri contesti personali, lavorativi, sociali, ricreativi. La nostra autostima inizia a prendere una nuova forma. Spesso non ci rendiamo ben conto di chi siamo veramente, andiamo avanti inconsciamente, senza capire e senza apprezzare i nostri più profondi valori personali. 

FAI QUESTO ESERCIZIO! 

Prova a fare l’esercizio che ti ho consigliato. Inizia dal chiederti chi sei, ad elencare le cose che ti entusiasmano e ad evidenziare il valore per ogni ruolo. In questo modo avrai avviato un percorso di consapevolezza nuovo e differente, che ti guiderà anche nell’intento di aumentare la tua autostima. 

 

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Tag: autostima, coaching, coaching strategico, Pensiero efficace

Quali sono gli effetti fisici e mentali della dipendenza da questa sostanza?

Nell’articolo di oggi cercherò di approfondire le dinamiche di dipendenza ed astinenza, legate al consumo di cocaina. Il consumo di cocaina continua ad essere diffuso e preoccupante. Sono moltissimi i pazienti che si rivolgono al mio studio di psicologia e psicoterapia. Molti mi scrivono o mi chiamano per ricevere informazioni, senza però decidersi ad intraprendere un percorso. Il problema principale risiede in questa incertezza, in questa esitazione. Perchè il primo pilastro per superare la dipendenza e ritrovare il benessere e la voglia di vivere sta proprio nella motivazione personale ad uscire dal tunnel del consumo.

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? I sintomi fisici

Un consumo rilevante di cocaina può portare a sperimentare sulla propria pelle importanti sintomi fisici d’astinenza. Un desiderio incontrollato di sostanza che spinge la persona a ricercarla in tutti i modi. Il termine tecnico che descrive questa forte spinta a consumare cocaina si definisce craving. Parola ormai entrata nell’uso abituale fra i consumatori, che hanno comunque la consapevolezza di provare un desiderio incontrollabile di sostanza e non riescono (ma neppure vogliono) interrompere il consumo. Fumare cocaina comporta maggiori conseguenze da un punto di vista fisico, rispetto a sniffarla. Ciò non toglie che, dal punto di vista psicologico, in entrambi i casi la dipendenza sia fortissima. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Gli aspetti psicologici

La nostra mente, una volta che si è abituata alla presenza dello stupefacente, fatica a liberarsene. 

Sto bene quando ne faccio uso, non ho pensieri e mi sembra di condurre la mia vita serenamente”.

In molti vivono questo “autoinganno” relativamente agli effetti benefici, tuttavia illusori della sostanza. 

Consumo tutta la notte, sono arrivato a spendere 10.000 euro al mese, la mia azienda rischia il fallimento”.

Un anno fa un imprenditore spiegava con queste parole la necessità di cercare momenti di “abbuffata” e trasgressione, per sentirsi libero dalla schiavitù e dallo stress legati al lavoro. Senza forse rendersi bene conto degli evidenti rischi fisici e dei possibili contraccolpi sociali. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Il ruolo della mente

Negli esempi sopra esposti è chiaro il ruolo della sostanza. Una sorta di “compagna”, sempre presente, senza la quale sembra quasi che non riusciamo a realizzarci. Quando il consumo diventa importante, il rischio è quello di non riuscire a farne a meno, quasi come se non vi fosse via d’uscita. Il potere mentale che la sostanza esercita sulla persona è tale da rendere impossibile intravvedere possibilità differenti da quelle del consumo. Una vita normale appare impossibile. 

Come e quando iniziare un percorso di cura?

Ci sono dei momenti in cui si tocca il fondo e in questi contesti a volte al consumatore pare di scorgere un raggio di sole nella nebbia e si aggrappa a questa speranza. Molte persone quando mi chiamano sperano che esista la “bacchetta magica” per risolvere tutto in breve tempo. Invece quello che dico sempre ai miei pazienti al primo appuntamento, è che serve tantissima motivazione . Una forza di volontà che va costruita insieme; una leva psicologica fondamentale per aiutarci a non mollare il percorso, a fare tutto il possibile per uscirne. Fare tutto il possibile significa mettersi in discussione in maniera totale. Senza remore. Senza i “no”, i “ma”, ed i “se”. In altre parole: “no excuses”, cioè niente scuse o giustificazioni, per dirla all’americana. Difficile forse, ma non impossibile con il giusto supporto. 

Si può uscire dalla dipendenza da cocaina?

Credo che uscire da una dipendenza sia veramente possibile. Come appena detto ci vuole impegno costante e tanta motivazione. Ci vuole soprattutto un supporto psicologico e di psicoterapia. In alcuni casi può essere indicata una terapia farmacologica oppure anche una fase di ricovero in clinica. Quando lo ritengo necessario propongo ai miei pazienti una visita con specialisti psichiatri che possono fornire una visione anche organica al soggetto. Nello specifico, collaboro con la struttura “Parco dei Tigli” per offrire un servizio ancora più professionale e di qualità ai miei pazienti. 

Uscire da una dipendenza da cocaina è possibile. In primo luogo lavorando sull’astinenza, poi sulla motivazione e poi su cambiamenti reali nella vita della persona. 

Contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi studio@guidodacutipsicologo.it per maggiori informazioni. Se invece sei già seriamente convinto di voler uscire da una problematica di dipendenza, fissa il tuo appuntamento direttamente sulla mia agenda. 

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Tag: cocaina, craving, dipendenze

Ci sono persone che vivono l’esperienza quotidiana di guida della macchina in maniera serena, un momento a volte anche rilassante, distensivo e dedicato a se stessi.  Ci sono invece individui che appena salgono in macchina iniziano a vivere l’abitacolo come un vero e proprio incubo. Certo i motivi di tensione non mancano. Il traffico caotico, la fretta di doversi spostare per lavoro, il pensiero delle difficoltà quotidiane, i problemi di salute, e chi più ne ha più ne metta. Ma quando l’oggetto principale della paura si concentra sulla macchina, allora ci troviamo in presenza di una forma di monofobia del tutto particolare.  

I diversi livelli di gravità

Vi sono persone che non riescono neanche a salire in macchina. Altre che anche se non sono alla guida soffrono di viaggiare all’interno dell’abitacolo. Altre ancora che guidano ma soffrono, alternando pensieri negativi a sensazioni di disagio. Ovviamente il grado di sofferenza è diverso, tuttavia vi sono alcuni criteri comuni che sono trasversali e che vedremo in maniera più specifica. 

I pensieri disfunzionali

Penso sempre: e se non ci fosse una via d’uscita?” “Come potrei salvarmi in una situazione di emergenza?” “E se capitasse un incidente chi mi verrebbe ad aiutare?” 

Questi sono solo un esempio dei pensieri che passano per la mente di un soggetto fobico e che costituiscono una sorta di preoccupazione anticipata. Sono ragionamenti inconsci ed  irrazionali che pongono la paura al centro dell’attenzione . Anticipazioni che creano dubbio, insicurezza, difficoltà nel momento di prendere la macchina e guidarla a destinazione. Il pensiero è una nostra potente risorsa che tuttavia può diventare difficile da gestire. Nel caso della paura di guidare, i pensieri disfunzionali tendono a rendere l’esperienza minacciosa ancora prima di mettersi alla guida. Decretando così uno stato di tensione, una paura irrazionale e bloccante che in alcuni momenti può determinare addirittura attacchi di panico.

Quando la paura diventa ansia

Dottore vorrei poter guidare da solo ma ho troppa ansia; quando invece c’è qualcuno al mio fianco mi sento meglio”.

Il concetto espresso da un paziente sottolinea che se abbiamo qualcuno al nostro fianco non avvertiamo più la paura di guidare. Tuttavia il problema resta e non si risolve. Perchè se è vero che la persona di fianco a noi, con la sua sola presenza, comunica di volerci bene, al tempo stesso ci suggerisce inconsciamente che da soli non ce la possiamo fare a superare la nostra fobia. Quando ci ritroviamo da soli il nostro corpo ha una reazione fisiologica di paura che si esprime con l’ansia. Ci blocchiamo, scendiamo dalla macchina e iniziamo a pensare di non essere in grado di guidare.
La sensazione più comune è quella di perdere il controllo del nostro corpo e quindi di rischiare di fare un incidente. La respirazione diventa faticosa e l’unico desiderio è quello di non ripetere più questa esperienza.

Si può guarire dalla paura di guidare?

La risposta è affermativa, anche se è necessaria molta motivazione e buone strategie d’intervento. Le soluzioni disfunzionali sono quelle più semplici. Ad esempio evitare di mettersi al volante, oppure anche prendere delle precauzioni tipo quella di evitare le  strade che ci fanno più paura, preferendone altre. Durante i percorsi di Terapia Breve Strategica che svolgo, e che sono dedicati a questa comunissima forma di fobia, offro strategie d’intervento in grado di essere realmente d’aiuto e di servire nel momento del bisogno. Cioè proprio quando la persona si trova ad affrontare la sua paura nel momento specifico, al volante oppure anche prima di salire in auto.

Se vuoi saperne di più sulla paura di guidare e conoscere le tecniche che utilizzo durante il percorso di Terapia Breve Strategica contattami al
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Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico: leggi qui

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Tag: ansia, monofobie, panico, paura di guidare

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Ne parlo in tanti miei post, nei video e negli articoli. Ma cosa significa veramente avere un limite? Il limite può avere diversi significati e valenze. Non sempre il concetto di limite è negativo o disfunzionale. Anzi, in più di un caso può proteggerci e aiutarci nella definizione di noi stessi. Quando invece diventa appunto una sorta di punto estremo oltre il quale non riusciamo ad andare, il rischio è che possa bloccarci, creare problematiche o anche patologie psicologiche.

 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Limiti disfunzionali 

I limiti sono disfunzionali quando ci bloccano all’interno di quella che possiamo definire la nostra “area di comfort”, all’interno della quale ci sentiamo a nostro agio, magari proprio quando vorremmo poterla superare e andare oltre. Li potremmo descrivere come degli ostacoli che non permettono di raggiungere la meta sperata. Ne è un esempio il trovarsi in montagna e non riuscire più a proseguire sul sentiero perchè un albero caduto rappresenta un ostacolo che ci pare insuperabile. Oppure dover rinunciare all’idea di andare al concerto del proprio cantante preferito perchè bloccati dall’ansia.

Limiti funzionali

Il limite però può avere anche una valenza positiva, e aiutarci appunto a stabilire una linea di demarcazione, una soglia da non superare. Dal punto di vista relazionale, ad esempio, porre un limite ad un amico significa stabilire un confine relazionale che ci preserva e ci tutela. Una sorta di protezione emotiva che ci difende, mettendo in chiaro quale sia l’effettivo grado di intimità che vogliamo permettere. In questa concezione il concetto di “limite”  aiuta anche a capire e a far capire agli altri chi siamo. Una visione funzionale, utile alla persona. 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? La paura che limita

Quando il limite diventa disfunzionale iniziamo a sperimentare una condizione di difficoltà psicologica. La reazione si fa negativa: riduciamo le nostre possibilità, evitando di affrontare ciò che ci minaccia. Immaginatevi di avere paura degli spazi chiusi. Questa situazione è chiaramente limitante in maniera anche pesante. Ogni condizione in cui può esserci il rischio di trovarsi in un luogo chiuso e particolarmente stretto, la paura si scatena. Anche il lavoro può diventare un problema nel momento in cui dovesse capitare di doverlo svolgere in ambienti chiusi e stretti. In questo caso la paura diventa limitante. E se dovesse capitare che la paura si scateni anche in situazioni diverse? Il rischio a questo punto è che l’ansia si estenda a macchia d’olio, condizionando la vita della persona. 

Come uscire dai limiti?

L’esempio della paura è sicuramente forte in termini emotivi. Spesso vi sono limiti meno invalidanti che comunque riducono la qualità della nostra vita. Ad esempio evitare o ridurre al minimo le relazioni sociali, magari rimanendo chiusi in casa o davanti al computer, perchè pensiamo che gli altri ci giudichino. Oppure non riuscire a laurearsi perchè mancano pochi esami ma non riusciamo assolutamente a rimanere concentrati sullo studio. 

La motivazione

Spesso uno degli elementi importanti per superare il momento di stallo dettato dal limite, è la motivazione. Spingersi oltre il limite attraverso la nostra energia mentale e motivazionale. Ad esempio abbiamo svolto una sessione di allenamento negativa e siamo sfiduciati. La volta successiva possiamo tentare di spingerci  oltre, motivando la nostra mente ed il nostro corpo a fare meglio, evitando di auto-imporci un limite attraverso l’idea di non riuscire nel nostro sport preferito. La motivazione è uno strumento veramente potente, che spesso sottovalutiamo o non usiamo del tutto. Non è qualcosa di intangibile, ma qualcosa di assolutamente pragmatico. Un’energia mentale e fisica direzionata verso uno scopo, che ci consente proprio di superare il nostro limite. 

No Limits! Scopri il tuo valore personale

Un altro importante strumento di superamento dei nostri limiti è il conoscere e riconoscere il proprio valore personale. La consapevolezza dei nostri valori e delle nostre caratteristiche personali può fare veramente la differenza. Il 18 giugno insieme alla collega Isabella Masciulli terrò un incontro dedicato proprio alla scoperta di se stessi e dei propri punti di forza. Lo strumento che utilizzeremo è un Canva dedicato proprio ai valori personali, una sorta di mappa che guida alla scoperta di sé mediante domande e riflessioni specifiche sulla propria vita. 

Rimani collegato e continua a leggere i miei articoli per saperne di più rispetto a come riconoscere e superare i propri limiti. Se vuoi invece iniziare fin da oggi un percorso psicologico con questi stessi obiettivi contattami al 340 41.90.915. Se sei anche solo interessato all’argomento puoi iscriverti all’evento del 18 giugno cliccando in questo link.

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Tag: autostima, cambiamento, coaching strategico, valori personali

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente. Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

 

Gli aspetti mentali dell’arrampicata

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia. A questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Gli aspetti mentali dell’arrampicata. La consapevolezza

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Se vuoi saperne di più sull’importanza della mente nella performance ed in arrampicata, contattami al 3404190915 oppure fissa un appuntamento direttamente dalla mia agenda.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Come capire se si soffre di binge eating? E soprattutto in cosa si differenzia questa patologia dalla bulimia? La parola binge eating è ormai entrata a far parte del nostro vocabolario, nello specifico per identificare un disturbo del comportamento alimentare. Il binge eating è caratterizzato da un’alternanza disordinata tra periodi di astinenza e di trasgressione, che si risolvono in ricorrenti abbuffate. Chi ha questo tipo di problema trascorre giorni senza mangiare o mangiando pochissimo. Proprio tale sforzo innesca successivamente una perdita di controllo e la conseguente ingozzata. Tuttavia vedremo nel dettaglio come l’abbuffata sia solamente una parte del problema.  Soprattutto il momento precedente alla scorpacciata è strettamente connesso al binge eating

Come capire se si soffre di binge eating? Le differenze con la bulimia

Nella bulimia non ci sono veri e propri momenti di digiuno, la persona che ha problematiche bulimiche mangia con regolarità spinta da un bisogno interiore e ingurgita quantità significative di qualsiasi cibo. Il soggetto bulimico si ingozza senza alternare periodi di restrizione alimentare. Nel binge eating, invece, il problema non è circoscritto alle sole abbuffate. Nello specifico, il circolo vizioso che si instaura nel binge eating è caratterizzato da un eccesso iniziale di controllo che serve a ritardare quanto più possibile il momento dell’abbuffata. L’abbuffata segue subito dopo ed è la conseguenza di un momento di digiuno forzato. Un regime alimentare ipocalorico dettato dalla voglia di dimagrire o comunque di perdere velocemente peso. 

Come capire se si soffre di binge eating? La dieta

Spesso la dieta sembra essere l’unica soluzione per perdere peso. Spesso, purtroppo, capita anche che le persone alternino diversi percorsi di dimagrimento, senza però riuscire veramente a portarne uno a termine. Il regime alimentare è sicuramente importante nell’ambito di una dieta. Per questo motivo il consiglio tecnico che cerco di dare è quello di trovare la tipologia più adeguata di dieta in base ad un’idea dipiaceredel cibo. Insieme alla Dott.ssa Marta Stefani, esperta in Scienze dell’alimentazione, costruiamo percorsi alimentari basati proprio sul concetto di piacere collegato alla dieta. Cerchiamo cioè di calzare ogni tipologia di alimento in base alle preferenze della persone. Lasciando da parte le “grammature” e concentrandoci sul benessere del soggetto.

Nel caso del binge eating l’approccio non è semplice. L’alternanza di controllo/perdita di controllo abitua dapprima il soggetto ad assumere la  minima quantità di calorie sufficienti per non prendere peso – anzi per perderlo – e subito dopo attiva il circuito disfunzionale che lo porta a cedere alle abbuffate incontrollate. Il trattamento di questa problematica necessita quindi di un intervento psicologico a monte, per riuscire a rompere il circuito disfunzionale agendo sul meccanismo percettivo-reattivo del paziente.

Come capire se si soffre di binge eating? Ansia e depressione

Spesso il fatto di perdere il controllo nel consumo di cibo e comunque il non riuscire a perdere peso,  può innescare parallelamente degli stati emotivi di disagio anche gravi

In primo luogo può generarsi una condizione di ansia. I momenti dei pasti vengono vissuti come particolarmente negativi e ciò fa salire il livello di tensione. L’insoddisfazione aumenta, portando anche a momenti depressivi di chiusura. Dal punto di vista relazionale stare in mezzo alle altre persone viene vissuto negativamente per la paura di essere giudicati. Un circolo vizioso che dal punto di vista emotivo conduce la persona a chiudersi in se stessa, e paradossalmente a trovare nell’alternanza fra dieta restrittiva e abbuffata una modalità con cui gestire le emozioni. Ovviamente i sensi di colpa aumentano e il soggetto sviluppa oltremodo un senso di inadeguatezza. 

Terapia Breve Strategica e binge eating

Nel caso del binge eating, mediante la Terapia Breve Strategica si cerca di favorire una rottura del circolo vizioso digiuno – abbuffata, per ritrovare una forma di  benessere alimentare basato su un regime di sostentamento più sano ed equilibrato. La Terapia Breve Strategica fornisce un corretto supporto emotivo in grado di favorire il recupero psicologico del soggetto. E’ comunque necessario che dal punto di vista psicologico la persona sia pronta ad iniziare un percorso alimentare diverso e incentrato sul piacere di una alimentazione corretta.

Se vuoi saperne di più sul percorso integrato fra psicologia e nutrizionismo che svolgo in collaborazione con la Dott.ssa Marta Stefani, responsabile della Farmacia Santrovaso, contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Perché in estate aumenta l’ansia?

5 Luglio 2022

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? I disturbi del comportamento alimentare sono ormai un problema riconosciuto che affligge da anni i giovani e i non più giovani, con prevalenza dei casi – quasi il 90% – nell’ambito dell’universo femminile. La pandemia ha ulteriormente aggravato il fenomeno, che arriva oggi a coinvolgere anche ragazzi sotto i 14 anni. La didattica a distanza e le regole di lockdown hanno imposto un regime privo di scambi sociali con i coetanei e privo di attività sportive. Come risultato, i ragazzi si sono chiusi in se stessi e nei soggetti con bassa autostima la necessità di controllare l’ansia ha spesso indotto un comportamento alimentare tanto rigido quanto errato.

 

 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?

Il senso di fragilità interiore e la sensazione di impotenza nei confronti della realtà esterna sono alla base dei comportamenti anomali, che vanno dal rifiuto perentorio del cibo alle abbuffate nervose, agli episodi di vomito controllato. Anoressia, Bulimia, Binge eating, Vomiting: queste sono le forme prevalenti in cui si presenta oggi il fenomeno delle patologie alimentari. Problematiche che hanno fatto aumentare vertiginosamente le richieste di supporto psicologico, e molto spesso anche quelle di intervento sanitario. 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? L’anoressia

Il problema dei disturbi alimentari non è di facile soluzione. Esiste però un regola aurea che riguarda il ruolo della famiglia. E’ infatti essenziale che i genitori siano attenti a cogliere fin dall’inizio i sintomi di cambiamento nel regime dietetico dei propri figli. Se parliamo di Anoressia, nella maggior parte dei casi i sintomi sono facilmente equivocabili con un bisogno di rimettersi in forma. A tavola il soggetto anoressico diventa estremamente attento alle dosi, alle calorie, divide il cibo in piccole porzioni e si comporta in maniera meno partecipativa. La sua attenzione si focalizza sull’aspetto fisico, il pensiero si fa assillante, l’umore tende all’irritabilità e alla tristezza. La riduzione di peso corporeo diventa l’obiettivo primario, la ricerca della magrezza una vera e propria ossessione.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? La Bulimia

Nel caso della Bulimia, invece, il soggetto avverte il bisogno incontrollabile di mangiare in maniera smodata, di abbuffarsi di cibo per sentirsi bene, per sentirsi realizzato. L’alimentazione diviene sregolata perché nel caso del bulimico l’abbuffata costituisce una forma di vero e proprio piacere fisico. In maniera analoga all’anoressia, la bulimia costituisce un serio problema sia fisico che psicologico, i cui effetti negativi non devono essere sottostimati.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?Il binge eating

Senza entrare più di tanto nel merito, si possono citare almeno un altro paio di forme di disturbo alimentare. Il Binge eating (una sorta di evoluzione della Bulimia, nella quale il soggetto alterna periodi di forte controllo alimentare a periodi di scorpacciate) e il Vomiting (nel quale il soggetto alterna le fasi di alimentazione e di restituzione del cibo attraverso il vomito). Senza dimenticare che in molti casi i disturbi del comportamento alimentare sono accompagnati anche dall’assunzione di diuretici per facilitare il controllo della propria dieta, o da forme di autolesionismo (tagli cutanei, bruciature), quando non addirittura da idee suicide.

I social media

Un ruolo non secondario in questo contesto lo giocano anche i social media. Si è andato infatti diffondendo in maniera vertiginosa l’utilizzo di “app” sullo smartphone, dedicate al fitness e al controllo delle calorie. Su internet sono presenti e facilmente reperibili filmati in cui un influencer propone i propri metodi di allenamento. Per le ragazze e i ragazzi diventa quindi semplice confrontarsi ed imitare quelli che troppo facilmente diventano i propri modelli di riferimento. 

Il ruolo della famiglia

Ecco quindi dove, quando e perché diventa fondamentale il ruolo della famiglia. Nel corso degli incontri con i genitori di ragazze/i con disturbi dei comportamenti alimentari, pongo sempre in grande evidenza l’importanza del clima familiare. I genitori devono innanzi tutto essere attenti alle abitudini dei figli: in primis al regime alimentare, come già accennato. Ma vi sono anche altri segnali di cui tener conto. Quando ad esempio ricercano con insistenza approvazione e rassicurazione riguardo al proprio aspetto fisico. Oppure quando subito dopo i pasti spariscono regolarmente e si rifugiano in bagno. I genitori devono accuratamente evitare atteggiamenti di scarso interesse, di disinteresse o addirittura di presa in giro riguardo alla forma e al peso corporeo dei figli. L’importanza del loro contributo è fondamentale per il recupero di soggetti con problematiche di disagio alimentare. 

Il ruolo attivo della famiglia nel percorso di psicoterapia

Nei miei colloqui con i genitori chiarisco che devono innanzi tutto essere pronti a modificare i propri comportamenti nei confronti dei figli, recitando un ruolo attivo e mettendo in atto le azioni concordare con il terapeuta. Soprattutto i genitori non devono darsi troppo facilmente per vinti, i disturbi del comportamento alimentare sono una patologia resistente, non facile da attaccare. Quando non vengono affrontati adeguatamente nella fase iniziale, possono in taluni casi richiedere un trattamento sanitario ospedalizzato. Questo è uno dei motivi per cui diventa essenziale l’intervento dello specialista psicologo nel momento stesso in cui sorgono i primi dubbi in famiglia.

La terapia breve strategica

Nei confronti dei miei pazienti pongo in atto le tecniche di Terapia Breve Strategica. La psicoterapia aiuta nel coinvolgimento del soggetto, la negoziazione di un piano progressivo di azione, che ha come scopo quello di modificare lo schema con il quale egli percepisce il cibo e reagisce al bisogno di alimentarsi. La Terapia Breve Strategica offre una serie di vantaggi non trascurabili. Innanzi tutto è in grado di essere “tagliata su misura” per ogni singolo paziente, nel rispetto della sua unicità. Inoltre il trattamento ha di norma una durata relativamente breve – di solito non superiore agli 8 mesi – ed una rilevante efficacia clinica (statisticamente superiore all’80%) che assicura anche una buona stabilità nel tempo. 

Se sei interessato a ricevere maggiori informazioni contattami al 340 4190915 oppure scrivi a studio@guidodacutipsicologo.it. Se invece ritieni di voler approfondire il tema legato ai disturbi dei comportamenti alimentari puoi acquistare il mio e-book:

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, disturbi alimentari, disturbi del comportamento alimentare

Come si fa a far crescere l’autostima? Spesso nel mio studio di psicologia e psicoterapia le persone riportano di avere un basso valore di fiducia in se stessi. Come se la percezione di sé e della propria realtà si esprimesse sempre e comunque con un basso valore di autostima. In realtà queste persone non riescono a riconoscere il loro potenziale. Cioè, è  come se non riuscissero a vedere, riconoscere ed esprimere quello che è veramente il loro valore. Di conseguenza si percepiscono come poco capaci, con una scarsa fiducia in sé e nei propri mezzi. Nell’articolo di oggi propongo alcuni semplici esercizi pratici che consentono di aiutarci a riconoscere e percepire il nostro giusto livello di autostima. 

 

Come si fa a far crescere l’autostima?
Chi sei!

Nella vita di tutti i giorni in noi coesistono molte identità diverse. Siamo padri, madri, fratelli, amici, amiche e colleghi. Ognuna di queste nostre differenti identità ci descrive in maniera differente, pur essendo comunque sempre una parte di noi stessi. Riflettere in maniera profonda su chi siamo è fondamentale perchè ci permette di essere più consapevoli di noi stessi. Una ulteriore riflessione da fare è quella di capire se nelle varie sfere della nostra vita ci sentiamo più o meno soddisfatti. Se ad esempio in campo lavorativo non mi sento del tutto realizzato, questo potrebbe incidere negativamente sulla mia sfera privata. Anche quando nel complesso le cose personali stanno funzionando in maniera positiva. Scoprire in maniera consapevole chi siamo ed il nostro livello di soddisfazione in varie aree della nostra vita (lavoro, amici, famiglia, salute, …) è fondamentale per iniziare a ragionare anche sulla nostra autostima. 

Come si fa a far crescere l’autostima? Come scoprire chi siamo

Ti propongo questo esercizio. Prendi alcuni fogli di carta bianca, in cima ad ogni foglio scrivi “Chi sono” e prova a rispondere. Ad esempio, come abbiamo sottolineato nel precedente paragrafo, potresti riconoscerti in varie identità: marito, moglie, padre, imprenditore, lavoratore dipendente, manager … 

Una volta che abbiamo concluso questo primo quadro, analizziamo tutti i fogli e mettiamoli in ordine di importanza e di priorità. Qual’è l’identità che ritieni più rilevante per te? Quale viene per seconda? E così via. Adesso su ogni foglio scrivi che cosa ti entusiasma veramente di quella particolare identità. Infine verifica se fra le cose che hai scritto vi sono dei denominatori comuni e prendine nota in un foglio a parte. In questo modo avrai una mappa di quelle che sono le cose che veramente ti entusiasmano. 

Scopri il tuo valore! 

Il passaggio successivo è quello di approfondire per ognuna delle identità che abbiamo delineato, il valore che riesci ad esprimere. Ad esempio, come mamma puoi sottolineare il tuo valore di ascolto e comprensione, sia dei figli che di tuo marito. Caratteristica che esprime appieno un grande valore di te stessa e che può essere speso anche in altri contesti, non solamente in quello famigliare. Mettendo a fuoco i nostri valori importanti possiamo cercare di esprimerli in tutti gli altri contesti personali, lavorativi, sociali, ricreativi. La nostra autostima inizia a prendere una nuova forma. Spesso non ci rendiamo ben conto di chi siamo veramente, andiamo avanti inconsciamente, senza capire e senza apprezzare i nostri più profondi valori personali. 

FAI QUESTO ESERCIZIO! 

Prova a fare l’esercizio che ti ho consigliato. Inizia dal chiederti chi sei, ad elencare le cose che ti entusiasmano e ad evidenziare il valore per ogni ruolo. In questo modo avrai avviato un percorso di consapevolezza nuovo e differente, che ti guiderà anche nell’intento di aumentare la tua autostima. 

 

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Tag: autostima, coaching, coaching strategico, Pensiero efficace

Quali sono gli effetti fisici e mentali della dipendenza da questa sostanza?

Nell’articolo di oggi cercherò di approfondire le dinamiche di dipendenza ed astinenza, legate al consumo di cocaina. Il consumo di cocaina continua ad essere diffuso e preoccupante. Sono moltissimi i pazienti che si rivolgono al mio studio di psicologia e psicoterapia. Molti mi scrivono o mi chiamano per ricevere informazioni, senza però decidersi ad intraprendere un percorso. Il problema principale risiede in questa incertezza, in questa esitazione. Perchè il primo pilastro per superare la dipendenza e ritrovare il benessere e la voglia di vivere sta proprio nella motivazione personale ad uscire dal tunnel del consumo.

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? I sintomi fisici

Un consumo rilevante di cocaina può portare a sperimentare sulla propria pelle importanti sintomi fisici d’astinenza. Un desiderio incontrollato di sostanza che spinge la persona a ricercarla in tutti i modi. Il termine tecnico che descrive questa forte spinta a consumare cocaina si definisce craving. Parola ormai entrata nell’uso abituale fra i consumatori, che hanno comunque la consapevolezza di provare un desiderio incontrollabile di sostanza e non riescono (ma neppure vogliono) interrompere il consumo. Fumare cocaina comporta maggiori conseguenze da un punto di vista fisico, rispetto a sniffarla. Ciò non toglie che, dal punto di vista psicologico, in entrambi i casi la dipendenza sia fortissima. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Gli aspetti psicologici

La nostra mente, una volta che si è abituata alla presenza dello stupefacente, fatica a liberarsene. 

Sto bene quando ne faccio uso, non ho pensieri e mi sembra di condurre la mia vita serenamente”.

In molti vivono questo “autoinganno” relativamente agli effetti benefici, tuttavia illusori della sostanza. 

Consumo tutta la notte, sono arrivato a spendere 10.000 euro al mese, la mia azienda rischia il fallimento”.

Un anno fa un imprenditore spiegava con queste parole la necessità di cercare momenti di “abbuffata” e trasgressione, per sentirsi libero dalla schiavitù e dallo stress legati al lavoro. Senza forse rendersi bene conto degli evidenti rischi fisici e dei possibili contraccolpi sociali. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Il ruolo della mente

Negli esempi sopra esposti è chiaro il ruolo della sostanza. Una sorta di “compagna”, sempre presente, senza la quale sembra quasi che non riusciamo a realizzarci. Quando il consumo diventa importante, il rischio è quello di non riuscire a farne a meno, quasi come se non vi fosse via d’uscita. Il potere mentale che la sostanza esercita sulla persona è tale da rendere impossibile intravvedere possibilità differenti da quelle del consumo. Una vita normale appare impossibile. 

Come e quando iniziare un percorso di cura?

Ci sono dei momenti in cui si tocca il fondo e in questi contesti a volte al consumatore pare di scorgere un raggio di sole nella nebbia e si aggrappa a questa speranza. Molte persone quando mi chiamano sperano che esista la “bacchetta magica” per risolvere tutto in breve tempo. Invece quello che dico sempre ai miei pazienti al primo appuntamento, è che serve tantissima motivazione . Una forza di volontà che va costruita insieme; una leva psicologica fondamentale per aiutarci a non mollare il percorso, a fare tutto il possibile per uscirne. Fare tutto il possibile significa mettersi in discussione in maniera totale. Senza remore. Senza i “no”, i “ma”, ed i “se”. In altre parole: “no excuses”, cioè niente scuse o giustificazioni, per dirla all’americana. Difficile forse, ma non impossibile con il giusto supporto. 

Si può uscire dalla dipendenza da cocaina?

Credo che uscire da una dipendenza sia veramente possibile. Come appena detto ci vuole impegno costante e tanta motivazione. Ci vuole soprattutto un supporto psicologico e di psicoterapia. In alcuni casi può essere indicata una terapia farmacologica oppure anche una fase di ricovero in clinica. Quando lo ritengo necessario propongo ai miei pazienti una visita con specialisti psichiatri che possono fornire una visione anche organica al soggetto. Nello specifico, collaboro con la struttura “Parco dei Tigli” per offrire un servizio ancora più professionale e di qualità ai miei pazienti. 

Uscire da una dipendenza da cocaina è possibile. In primo luogo lavorando sull’astinenza, poi sulla motivazione e poi su cambiamenti reali nella vita della persona. 

Contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi studio@guidodacutipsicologo.it per maggiori informazioni. Se invece sei già seriamente convinto di voler uscire da una problematica di dipendenza, fissa il tuo appuntamento direttamente sulla mia agenda. 

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Tag: cocaina, craving, dipendenze

Ci sono persone che vivono l’esperienza quotidiana di guida della macchina in maniera serena, un momento a volte anche rilassante, distensivo e dedicato a se stessi.  Ci sono invece individui che appena salgono in macchina iniziano a vivere l’abitacolo come un vero e proprio incubo. Certo i motivi di tensione non mancano. Il traffico caotico, la fretta di doversi spostare per lavoro, il pensiero delle difficoltà quotidiane, i problemi di salute, e chi più ne ha più ne metta. Ma quando l’oggetto principale della paura si concentra sulla macchina, allora ci troviamo in presenza di una forma di monofobia del tutto particolare.  

I diversi livelli di gravità

Vi sono persone che non riescono neanche a salire in macchina. Altre che anche se non sono alla guida soffrono di viaggiare all’interno dell’abitacolo. Altre ancora che guidano ma soffrono, alternando pensieri negativi a sensazioni di disagio. Ovviamente il grado di sofferenza è diverso, tuttavia vi sono alcuni criteri comuni che sono trasversali e che vedremo in maniera più specifica. 

I pensieri disfunzionali

Penso sempre: e se non ci fosse una via d’uscita?” “Come potrei salvarmi in una situazione di emergenza?” “E se capitasse un incidente chi mi verrebbe ad aiutare?” 

Questi sono solo un esempio dei pensieri che passano per la mente di un soggetto fobico e che costituiscono una sorta di preoccupazione anticipata. Sono ragionamenti inconsci ed  irrazionali che pongono la paura al centro dell’attenzione . Anticipazioni che creano dubbio, insicurezza, difficoltà nel momento di prendere la macchina e guidarla a destinazione. Il pensiero è una nostra potente risorsa che tuttavia può diventare difficile da gestire. Nel caso della paura di guidare, i pensieri disfunzionali tendono a rendere l’esperienza minacciosa ancora prima di mettersi alla guida. Decretando così uno stato di tensione, una paura irrazionale e bloccante che in alcuni momenti può determinare addirittura attacchi di panico.

Quando la paura diventa ansia

Dottore vorrei poter guidare da solo ma ho troppa ansia; quando invece c’è qualcuno al mio fianco mi sento meglio”.

Il concetto espresso da un paziente sottolinea che se abbiamo qualcuno al nostro fianco non avvertiamo più la paura di guidare. Tuttavia il problema resta e non si risolve. Perchè se è vero che la persona di fianco a noi, con la sua sola presenza, comunica di volerci bene, al tempo stesso ci suggerisce inconsciamente che da soli non ce la possiamo fare a superare la nostra fobia. Quando ci ritroviamo da soli il nostro corpo ha una reazione fisiologica di paura che si esprime con l’ansia. Ci blocchiamo, scendiamo dalla macchina e iniziamo a pensare di non essere in grado di guidare.
La sensazione più comune è quella di perdere il controllo del nostro corpo e quindi di rischiare di fare un incidente. La respirazione diventa faticosa e l’unico desiderio è quello di non ripetere più questa esperienza.

Si può guarire dalla paura di guidare?

La risposta è affermativa, anche se è necessaria molta motivazione e buone strategie d’intervento. Le soluzioni disfunzionali sono quelle più semplici. Ad esempio evitare di mettersi al volante, oppure anche prendere delle precauzioni tipo quella di evitare le  strade che ci fanno più paura, preferendone altre. Durante i percorsi di Terapia Breve Strategica che svolgo, e che sono dedicati a questa comunissima forma di fobia, offro strategie d’intervento in grado di essere realmente d’aiuto e di servire nel momento del bisogno. Cioè proprio quando la persona si trova ad affrontare la sua paura nel momento specifico, al volante oppure anche prima di salire in auto.

Se vuoi saperne di più sulla paura di guidare e conoscere le tecniche che utilizzo durante il percorso di Terapia Breve Strategica contattami al
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Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico: leggi qui

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Tag: ansia, monofobie, panico, paura di guidare

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Ne parlo in tanti miei post, nei video e negli articoli. Ma cosa significa veramente avere un limite? Il limite può avere diversi significati e valenze. Non sempre il concetto di limite è negativo o disfunzionale. Anzi, in più di un caso può proteggerci e aiutarci nella definizione di noi stessi. Quando invece diventa appunto una sorta di punto estremo oltre il quale non riusciamo ad andare, il rischio è che possa bloccarci, creare problematiche o anche patologie psicologiche.

 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Limiti disfunzionali 

I limiti sono disfunzionali quando ci bloccano all’interno di quella che possiamo definire la nostra “area di comfort”, all’interno della quale ci sentiamo a nostro agio, magari proprio quando vorremmo poterla superare e andare oltre. Li potremmo descrivere come degli ostacoli che non permettono di raggiungere la meta sperata. Ne è un esempio il trovarsi in montagna e non riuscire più a proseguire sul sentiero perchè un albero caduto rappresenta un ostacolo che ci pare insuperabile. Oppure dover rinunciare all’idea di andare al concerto del proprio cantante preferito perchè bloccati dall’ansia.

Limiti funzionali

Il limite però può avere anche una valenza positiva, e aiutarci appunto a stabilire una linea di demarcazione, una soglia da non superare. Dal punto di vista relazionale, ad esempio, porre un limite ad un amico significa stabilire un confine relazionale che ci preserva e ci tutela. Una sorta di protezione emotiva che ci difende, mettendo in chiaro quale sia l’effettivo grado di intimità che vogliamo permettere. In questa concezione il concetto di “limite”  aiuta anche a capire e a far capire agli altri chi siamo. Una visione funzionale, utile alla persona. 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? La paura che limita

Quando il limite diventa disfunzionale iniziamo a sperimentare una condizione di difficoltà psicologica. La reazione si fa negativa: riduciamo le nostre possibilità, evitando di affrontare ciò che ci minaccia. Immaginatevi di avere paura degli spazi chiusi. Questa situazione è chiaramente limitante in maniera anche pesante. Ogni condizione in cui può esserci il rischio di trovarsi in un luogo chiuso e particolarmente stretto, la paura si scatena. Anche il lavoro può diventare un problema nel momento in cui dovesse capitare di doverlo svolgere in ambienti chiusi e stretti. In questo caso la paura diventa limitante. E se dovesse capitare che la paura si scateni anche in situazioni diverse? Il rischio a questo punto è che l’ansia si estenda a macchia d’olio, condizionando la vita della persona. 

Come uscire dai limiti?

L’esempio della paura è sicuramente forte in termini emotivi. Spesso vi sono limiti meno invalidanti che comunque riducono la qualità della nostra vita. Ad esempio evitare o ridurre al minimo le relazioni sociali, magari rimanendo chiusi in casa o davanti al computer, perchè pensiamo che gli altri ci giudichino. Oppure non riuscire a laurearsi perchè mancano pochi esami ma non riusciamo assolutamente a rimanere concentrati sullo studio. 

La motivazione

Spesso uno degli elementi importanti per superare il momento di stallo dettato dal limite, è la motivazione. Spingersi oltre il limite attraverso la nostra energia mentale e motivazionale. Ad esempio abbiamo svolto una sessione di allenamento negativa e siamo sfiduciati. La volta successiva possiamo tentare di spingerci  oltre, motivando la nostra mente ed il nostro corpo a fare meglio, evitando di auto-imporci un limite attraverso l’idea di non riuscire nel nostro sport preferito. La motivazione è uno strumento veramente potente, che spesso sottovalutiamo o non usiamo del tutto. Non è qualcosa di intangibile, ma qualcosa di assolutamente pragmatico. Un’energia mentale e fisica direzionata verso uno scopo, che ci consente proprio di superare il nostro limite. 

No Limits! Scopri il tuo valore personale

Un altro importante strumento di superamento dei nostri limiti è il conoscere e riconoscere il proprio valore personale. La consapevolezza dei nostri valori e delle nostre caratteristiche personali può fare veramente la differenza. Il 18 giugno insieme alla collega Isabella Masciulli terrò un incontro dedicato proprio alla scoperta di se stessi e dei propri punti di forza. Lo strumento che utilizzeremo è un Canva dedicato proprio ai valori personali, una sorta di mappa che guida alla scoperta di sé mediante domande e riflessioni specifiche sulla propria vita. 

Rimani collegato e continua a leggere i miei articoli per saperne di più rispetto a come riconoscere e superare i propri limiti. Se vuoi invece iniziare fin da oggi un percorso psicologico con questi stessi obiettivi contattami al 340 41.90.915. Se sei anche solo interessato all’argomento puoi iscriverti all’evento del 18 giugno cliccando in questo link.

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Tag: autostima, cambiamento, coaching strategico, valori personali

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente. Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

 

Gli aspetti mentali dell’arrampicata

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia. A questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Gli aspetti mentali dell’arrampicata. La consapevolezza

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Se vuoi saperne di più sull’importanza della mente nella performance ed in arrampicata, contattami al 3404190915 oppure fissa un appuntamento direttamente dalla mia agenda.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Come capire se si soffre di binge eating? E soprattutto in cosa si differenzia questa patologia dalla bulimia? La parola binge eating è ormai entrata a far parte del nostro vocabolario, nello specifico per identificare un disturbo del comportamento alimentare. Il binge eating è caratterizzato da un’alternanza disordinata tra periodi di astinenza e di trasgressione, che si risolvono in ricorrenti abbuffate. Chi ha questo tipo di problema trascorre giorni senza mangiare o mangiando pochissimo. Proprio tale sforzo innesca successivamente una perdita di controllo e la conseguente ingozzata. Tuttavia vedremo nel dettaglio come l’abbuffata sia solamente una parte del problema.  Soprattutto il momento precedente alla scorpacciata è strettamente connesso al binge eating

Come capire se si soffre di binge eating? Le differenze con la bulimia

Nella bulimia non ci sono veri e propri momenti di digiuno, la persona che ha problematiche bulimiche mangia con regolarità spinta da un bisogno interiore e ingurgita quantità significative di qualsiasi cibo. Il soggetto bulimico si ingozza senza alternare periodi di restrizione alimentare. Nel binge eating, invece, il problema non è circoscritto alle sole abbuffate. Nello specifico, il circolo vizioso che si instaura nel binge eating è caratterizzato da un eccesso iniziale di controllo che serve a ritardare quanto più possibile il momento dell’abbuffata. L’abbuffata segue subito dopo ed è la conseguenza di un momento di digiuno forzato. Un regime alimentare ipocalorico dettato dalla voglia di dimagrire o comunque di perdere velocemente peso. 

Come capire se si soffre di binge eating? La dieta

Spesso la dieta sembra essere l’unica soluzione per perdere peso. Spesso, purtroppo, capita anche che le persone alternino diversi percorsi di dimagrimento, senza però riuscire veramente a portarne uno a termine. Il regime alimentare è sicuramente importante nell’ambito di una dieta. Per questo motivo il consiglio tecnico che cerco di dare è quello di trovare la tipologia più adeguata di dieta in base ad un’idea dipiaceredel cibo. Insieme alla Dott.ssa Marta Stefani, esperta in Scienze dell’alimentazione, costruiamo percorsi alimentari basati proprio sul concetto di piacere collegato alla dieta. Cerchiamo cioè di calzare ogni tipologia di alimento in base alle preferenze della persone. Lasciando da parte le “grammature” e concentrandoci sul benessere del soggetto.

Nel caso del binge eating l’approccio non è semplice. L’alternanza di controllo/perdita di controllo abitua dapprima il soggetto ad assumere la  minima quantità di calorie sufficienti per non prendere peso – anzi per perderlo – e subito dopo attiva il circuito disfunzionale che lo porta a cedere alle abbuffate incontrollate. Il trattamento di questa problematica necessita quindi di un intervento psicologico a monte, per riuscire a rompere il circuito disfunzionale agendo sul meccanismo percettivo-reattivo del paziente.

Come capire se si soffre di binge eating? Ansia e depressione

Spesso il fatto di perdere il controllo nel consumo di cibo e comunque il non riuscire a perdere peso,  può innescare parallelamente degli stati emotivi di disagio anche gravi

In primo luogo può generarsi una condizione di ansia. I momenti dei pasti vengono vissuti come particolarmente negativi e ciò fa salire il livello di tensione. L’insoddisfazione aumenta, portando anche a momenti depressivi di chiusura. Dal punto di vista relazionale stare in mezzo alle altre persone viene vissuto negativamente per la paura di essere giudicati. Un circolo vizioso che dal punto di vista emotivo conduce la persona a chiudersi in se stessa, e paradossalmente a trovare nell’alternanza fra dieta restrittiva e abbuffata una modalità con cui gestire le emozioni. Ovviamente i sensi di colpa aumentano e il soggetto sviluppa oltremodo un senso di inadeguatezza. 

Terapia Breve Strategica e binge eating

Nel caso del binge eating, mediante la Terapia Breve Strategica si cerca di favorire una rottura del circolo vizioso digiuno – abbuffata, per ritrovare una forma di  benessere alimentare basato su un regime di sostentamento più sano ed equilibrato. La Terapia Breve Strategica fornisce un corretto supporto emotivo in grado di favorire il recupero psicologico del soggetto. E’ comunque necessario che dal punto di vista psicologico la persona sia pronta ad iniziare un percorso alimentare diverso e incentrato sul piacere di una alimentazione corretta.

Se vuoi saperne di più sul percorso integrato fra psicologia e nutrizionismo che svolgo in collaborazione con la Dott.ssa Marta Stefani, responsabile della Farmacia Santrovaso, contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Perché in estate aumenta l’ansia?

5 Luglio 2022

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? I disturbi del comportamento alimentare sono ormai un problema riconosciuto che affligge da anni i giovani e i non più giovani, con prevalenza dei casi – quasi il 90% – nell’ambito dell’universo femminile. La pandemia ha ulteriormente aggravato il fenomeno, che arriva oggi a coinvolgere anche ragazzi sotto i 14 anni. La didattica a distanza e le regole di lockdown hanno imposto un regime privo di scambi sociali con i coetanei e privo di attività sportive. Come risultato, i ragazzi si sono chiusi in se stessi e nei soggetti con bassa autostima la necessità di controllare l’ansia ha spesso indotto un comportamento alimentare tanto rigido quanto errato.

 

 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?

Il senso di fragilità interiore e la sensazione di impotenza nei confronti della realtà esterna sono alla base dei comportamenti anomali, che vanno dal rifiuto perentorio del cibo alle abbuffate nervose, agli episodi di vomito controllato. Anoressia, Bulimia, Binge eating, Vomiting: queste sono le forme prevalenti in cui si presenta oggi il fenomeno delle patologie alimentari. Problematiche che hanno fatto aumentare vertiginosamente le richieste di supporto psicologico, e molto spesso anche quelle di intervento sanitario. 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? L’anoressia

Il problema dei disturbi alimentari non è di facile soluzione. Esiste però un regola aurea che riguarda il ruolo della famiglia. E’ infatti essenziale che i genitori siano attenti a cogliere fin dall’inizio i sintomi di cambiamento nel regime dietetico dei propri figli. Se parliamo di Anoressia, nella maggior parte dei casi i sintomi sono facilmente equivocabili con un bisogno di rimettersi in forma. A tavola il soggetto anoressico diventa estremamente attento alle dosi, alle calorie, divide il cibo in piccole porzioni e si comporta in maniera meno partecipativa. La sua attenzione si focalizza sull’aspetto fisico, il pensiero si fa assillante, l’umore tende all’irritabilità e alla tristezza. La riduzione di peso corporeo diventa l’obiettivo primario, la ricerca della magrezza una vera e propria ossessione.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? La Bulimia

Nel caso della Bulimia, invece, il soggetto avverte il bisogno incontrollabile di mangiare in maniera smodata, di abbuffarsi di cibo per sentirsi bene, per sentirsi realizzato. L’alimentazione diviene sregolata perché nel caso del bulimico l’abbuffata costituisce una forma di vero e proprio piacere fisico. In maniera analoga all’anoressia, la bulimia costituisce un serio problema sia fisico che psicologico, i cui effetti negativi non devono essere sottostimati.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?Il binge eating

Senza entrare più di tanto nel merito, si possono citare almeno un altro paio di forme di disturbo alimentare. Il Binge eating (una sorta di evoluzione della Bulimia, nella quale il soggetto alterna periodi di forte controllo alimentare a periodi di scorpacciate) e il Vomiting (nel quale il soggetto alterna le fasi di alimentazione e di restituzione del cibo attraverso il vomito). Senza dimenticare che in molti casi i disturbi del comportamento alimentare sono accompagnati anche dall’assunzione di diuretici per facilitare il controllo della propria dieta, o da forme di autolesionismo (tagli cutanei, bruciature), quando non addirittura da idee suicide.

I social media

Un ruolo non secondario in questo contesto lo giocano anche i social media. Si è andato infatti diffondendo in maniera vertiginosa l’utilizzo di “app” sullo smartphone, dedicate al fitness e al controllo delle calorie. Su internet sono presenti e facilmente reperibili filmati in cui un influencer propone i propri metodi di allenamento. Per le ragazze e i ragazzi diventa quindi semplice confrontarsi ed imitare quelli che troppo facilmente diventano i propri modelli di riferimento. 

Il ruolo della famiglia

Ecco quindi dove, quando e perché diventa fondamentale il ruolo della famiglia. Nel corso degli incontri con i genitori di ragazze/i con disturbi dei comportamenti alimentari, pongo sempre in grande evidenza l’importanza del clima familiare. I genitori devono innanzi tutto essere attenti alle abitudini dei figli: in primis al regime alimentare, come già accennato. Ma vi sono anche altri segnali di cui tener conto. Quando ad esempio ricercano con insistenza approvazione e rassicurazione riguardo al proprio aspetto fisico. Oppure quando subito dopo i pasti spariscono regolarmente e si rifugiano in bagno. I genitori devono accuratamente evitare atteggiamenti di scarso interesse, di disinteresse o addirittura di presa in giro riguardo alla forma e al peso corporeo dei figli. L’importanza del loro contributo è fondamentale per il recupero di soggetti con problematiche di disagio alimentare. 

Il ruolo attivo della famiglia nel percorso di psicoterapia

Nei miei colloqui con i genitori chiarisco che devono innanzi tutto essere pronti a modificare i propri comportamenti nei confronti dei figli, recitando un ruolo attivo e mettendo in atto le azioni concordare con il terapeuta. Soprattutto i genitori non devono darsi troppo facilmente per vinti, i disturbi del comportamento alimentare sono una patologia resistente, non facile da attaccare. Quando non vengono affrontati adeguatamente nella fase iniziale, possono in taluni casi richiedere un trattamento sanitario ospedalizzato. Questo è uno dei motivi per cui diventa essenziale l’intervento dello specialista psicologo nel momento stesso in cui sorgono i primi dubbi in famiglia.

La terapia breve strategica

Nei confronti dei miei pazienti pongo in atto le tecniche di Terapia Breve Strategica. La psicoterapia aiuta nel coinvolgimento del soggetto, la negoziazione di un piano progressivo di azione, che ha come scopo quello di modificare lo schema con il quale egli percepisce il cibo e reagisce al bisogno di alimentarsi. La Terapia Breve Strategica offre una serie di vantaggi non trascurabili. Innanzi tutto è in grado di essere “tagliata su misura” per ogni singolo paziente, nel rispetto della sua unicità. Inoltre il trattamento ha di norma una durata relativamente breve – di solito non superiore agli 8 mesi – ed una rilevante efficacia clinica (statisticamente superiore all’80%) che assicura anche una buona stabilità nel tempo. 

Se sei interessato a ricevere maggiori informazioni contattami al 340 4190915 oppure scrivi a studio@guidodacutipsicologo.it. Se invece ritieni di voler approfondire il tema legato ai disturbi dei comportamenti alimentari puoi acquistare il mio e-book:

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, disturbi alimentari, disturbi del comportamento alimentare

Come si fa a far crescere l’autostima? Spesso nel mio studio di psicologia e psicoterapia le persone riportano di avere un basso valore di fiducia in se stessi. Come se la percezione di sé e della propria realtà si esprimesse sempre e comunque con un basso valore di autostima. In realtà queste persone non riescono a riconoscere il loro potenziale. Cioè, è  come se non riuscissero a vedere, riconoscere ed esprimere quello che è veramente il loro valore. Di conseguenza si percepiscono come poco capaci, con una scarsa fiducia in sé e nei propri mezzi. Nell’articolo di oggi propongo alcuni semplici esercizi pratici che consentono di aiutarci a riconoscere e percepire il nostro giusto livello di autostima. 

 

Come si fa a far crescere l’autostima?
Chi sei!

Nella vita di tutti i giorni in noi coesistono molte identità diverse. Siamo padri, madri, fratelli, amici, amiche e colleghi. Ognuna di queste nostre differenti identità ci descrive in maniera differente, pur essendo comunque sempre una parte di noi stessi. Riflettere in maniera profonda su chi siamo è fondamentale perchè ci permette di essere più consapevoli di noi stessi. Una ulteriore riflessione da fare è quella di capire se nelle varie sfere della nostra vita ci sentiamo più o meno soddisfatti. Se ad esempio in campo lavorativo non mi sento del tutto realizzato, questo potrebbe incidere negativamente sulla mia sfera privata. Anche quando nel complesso le cose personali stanno funzionando in maniera positiva. Scoprire in maniera consapevole chi siamo ed il nostro livello di soddisfazione in varie aree della nostra vita (lavoro, amici, famiglia, salute, …) è fondamentale per iniziare a ragionare anche sulla nostra autostima. 

Come si fa a far crescere l’autostima? Come scoprire chi siamo

Ti propongo questo esercizio. Prendi alcuni fogli di carta bianca, in cima ad ogni foglio scrivi “Chi sono” e prova a rispondere. Ad esempio, come abbiamo sottolineato nel precedente paragrafo, potresti riconoscerti in varie identità: marito, moglie, padre, imprenditore, lavoratore dipendente, manager … 

Una volta che abbiamo concluso questo primo quadro, analizziamo tutti i fogli e mettiamoli in ordine di importanza e di priorità. Qual’è l’identità che ritieni più rilevante per te? Quale viene per seconda? E così via. Adesso su ogni foglio scrivi che cosa ti entusiasma veramente di quella particolare identità. Infine verifica se fra le cose che hai scritto vi sono dei denominatori comuni e prendine nota in un foglio a parte. In questo modo avrai una mappa di quelle che sono le cose che veramente ti entusiasmano. 

Scopri il tuo valore! 

Il passaggio successivo è quello di approfondire per ognuna delle identità che abbiamo delineato, il valore che riesci ad esprimere. Ad esempio, come mamma puoi sottolineare il tuo valore di ascolto e comprensione, sia dei figli che di tuo marito. Caratteristica che esprime appieno un grande valore di te stessa e che può essere speso anche in altri contesti, non solamente in quello famigliare. Mettendo a fuoco i nostri valori importanti possiamo cercare di esprimerli in tutti gli altri contesti personali, lavorativi, sociali, ricreativi. La nostra autostima inizia a prendere una nuova forma. Spesso non ci rendiamo ben conto di chi siamo veramente, andiamo avanti inconsciamente, senza capire e senza apprezzare i nostri più profondi valori personali. 

FAI QUESTO ESERCIZIO! 

Prova a fare l’esercizio che ti ho consigliato. Inizia dal chiederti chi sei, ad elencare le cose che ti entusiasmano e ad evidenziare il valore per ogni ruolo. In questo modo avrai avviato un percorso di consapevolezza nuovo e differente, che ti guiderà anche nell’intento di aumentare la tua autostima. 

 

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Tag: autostima, coaching, coaching strategico, Pensiero efficace

Quali sono gli effetti fisici e mentali della dipendenza da questa sostanza?

Nell’articolo di oggi cercherò di approfondire le dinamiche di dipendenza ed astinenza, legate al consumo di cocaina. Il consumo di cocaina continua ad essere diffuso e preoccupante. Sono moltissimi i pazienti che si rivolgono al mio studio di psicologia e psicoterapia. Molti mi scrivono o mi chiamano per ricevere informazioni, senza però decidersi ad intraprendere un percorso. Il problema principale risiede in questa incertezza, in questa esitazione. Perchè il primo pilastro per superare la dipendenza e ritrovare il benessere e la voglia di vivere sta proprio nella motivazione personale ad uscire dal tunnel del consumo.

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? I sintomi fisici

Un consumo rilevante di cocaina può portare a sperimentare sulla propria pelle importanti sintomi fisici d’astinenza. Un desiderio incontrollato di sostanza che spinge la persona a ricercarla in tutti i modi. Il termine tecnico che descrive questa forte spinta a consumare cocaina si definisce craving. Parola ormai entrata nell’uso abituale fra i consumatori, che hanno comunque la consapevolezza di provare un desiderio incontrollabile di sostanza e non riescono (ma neppure vogliono) interrompere il consumo. Fumare cocaina comporta maggiori conseguenze da un punto di vista fisico, rispetto a sniffarla. Ciò non toglie che, dal punto di vista psicologico, in entrambi i casi la dipendenza sia fortissima. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Gli aspetti psicologici

La nostra mente, una volta che si è abituata alla presenza dello stupefacente, fatica a liberarsene. 

Sto bene quando ne faccio uso, non ho pensieri e mi sembra di condurre la mia vita serenamente”.

In molti vivono questo “autoinganno” relativamente agli effetti benefici, tuttavia illusori della sostanza. 

Consumo tutta la notte, sono arrivato a spendere 10.000 euro al mese, la mia azienda rischia il fallimento”.

Un anno fa un imprenditore spiegava con queste parole la necessità di cercare momenti di “abbuffata” e trasgressione, per sentirsi libero dalla schiavitù e dallo stress legati al lavoro. Senza forse rendersi bene conto degli evidenti rischi fisici e dei possibili contraccolpi sociali. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Il ruolo della mente

Negli esempi sopra esposti è chiaro il ruolo della sostanza. Una sorta di “compagna”, sempre presente, senza la quale sembra quasi che non riusciamo a realizzarci. Quando il consumo diventa importante, il rischio è quello di non riuscire a farne a meno, quasi come se non vi fosse via d’uscita. Il potere mentale che la sostanza esercita sulla persona è tale da rendere impossibile intravvedere possibilità differenti da quelle del consumo. Una vita normale appare impossibile. 

Come e quando iniziare un percorso di cura?

Ci sono dei momenti in cui si tocca il fondo e in questi contesti a volte al consumatore pare di scorgere un raggio di sole nella nebbia e si aggrappa a questa speranza. Molte persone quando mi chiamano sperano che esista la “bacchetta magica” per risolvere tutto in breve tempo. Invece quello che dico sempre ai miei pazienti al primo appuntamento, è che serve tantissima motivazione . Una forza di volontà che va costruita insieme; una leva psicologica fondamentale per aiutarci a non mollare il percorso, a fare tutto il possibile per uscirne. Fare tutto il possibile significa mettersi in discussione in maniera totale. Senza remore. Senza i “no”, i “ma”, ed i “se”. In altre parole: “no excuses”, cioè niente scuse o giustificazioni, per dirla all’americana. Difficile forse, ma non impossibile con il giusto supporto. 

Si può uscire dalla dipendenza da cocaina?

Credo che uscire da una dipendenza sia veramente possibile. Come appena detto ci vuole impegno costante e tanta motivazione. Ci vuole soprattutto un supporto psicologico e di psicoterapia. In alcuni casi può essere indicata una terapia farmacologica oppure anche una fase di ricovero in clinica. Quando lo ritengo necessario propongo ai miei pazienti una visita con specialisti psichiatri che possono fornire una visione anche organica al soggetto. Nello specifico, collaboro con la struttura “Parco dei Tigli” per offrire un servizio ancora più professionale e di qualità ai miei pazienti. 

Uscire da una dipendenza da cocaina è possibile. In primo luogo lavorando sull’astinenza, poi sulla motivazione e poi su cambiamenti reali nella vita della persona. 

Contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi studio@guidodacutipsicologo.it per maggiori informazioni. Se invece sei già seriamente convinto di voler uscire da una problematica di dipendenza, fissa il tuo appuntamento direttamente sulla mia agenda. 

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Tag: cocaina, craving, dipendenze

Ci sono persone che vivono l’esperienza quotidiana di guida della macchina in maniera serena, un momento a volte anche rilassante, distensivo e dedicato a se stessi.  Ci sono invece individui che appena salgono in macchina iniziano a vivere l’abitacolo come un vero e proprio incubo. Certo i motivi di tensione non mancano. Il traffico caotico, la fretta di doversi spostare per lavoro, il pensiero delle difficoltà quotidiane, i problemi di salute, e chi più ne ha più ne metta. Ma quando l’oggetto principale della paura si concentra sulla macchina, allora ci troviamo in presenza di una forma di monofobia del tutto particolare.  

I diversi livelli di gravità

Vi sono persone che non riescono neanche a salire in macchina. Altre che anche se non sono alla guida soffrono di viaggiare all’interno dell’abitacolo. Altre ancora che guidano ma soffrono, alternando pensieri negativi a sensazioni di disagio. Ovviamente il grado di sofferenza è diverso, tuttavia vi sono alcuni criteri comuni che sono trasversali e che vedremo in maniera più specifica. 

I pensieri disfunzionali

Penso sempre: e se non ci fosse una via d’uscita?” “Come potrei salvarmi in una situazione di emergenza?” “E se capitasse un incidente chi mi verrebbe ad aiutare?” 

Questi sono solo un esempio dei pensieri che passano per la mente di un soggetto fobico e che costituiscono una sorta di preoccupazione anticipata. Sono ragionamenti inconsci ed  irrazionali che pongono la paura al centro dell’attenzione . Anticipazioni che creano dubbio, insicurezza, difficoltà nel momento di prendere la macchina e guidarla a destinazione. Il pensiero è una nostra potente risorsa che tuttavia può diventare difficile da gestire. Nel caso della paura di guidare, i pensieri disfunzionali tendono a rendere l’esperienza minacciosa ancora prima di mettersi alla guida. Decretando così uno stato di tensione, una paura irrazionale e bloccante che in alcuni momenti può determinare addirittura attacchi di panico.

Quando la paura diventa ansia

Dottore vorrei poter guidare da solo ma ho troppa ansia; quando invece c’è qualcuno al mio fianco mi sento meglio”.

Il concetto espresso da un paziente sottolinea che se abbiamo qualcuno al nostro fianco non avvertiamo più la paura di guidare. Tuttavia il problema resta e non si risolve. Perchè se è vero che la persona di fianco a noi, con la sua sola presenza, comunica di volerci bene, al tempo stesso ci suggerisce inconsciamente che da soli non ce la possiamo fare a superare la nostra fobia. Quando ci ritroviamo da soli il nostro corpo ha una reazione fisiologica di paura che si esprime con l’ansia. Ci blocchiamo, scendiamo dalla macchina e iniziamo a pensare di non essere in grado di guidare.
La sensazione più comune è quella di perdere il controllo del nostro corpo e quindi di rischiare di fare un incidente. La respirazione diventa faticosa e l’unico desiderio è quello di non ripetere più questa esperienza.

Si può guarire dalla paura di guidare?

La risposta è affermativa, anche se è necessaria molta motivazione e buone strategie d’intervento. Le soluzioni disfunzionali sono quelle più semplici. Ad esempio evitare di mettersi al volante, oppure anche prendere delle precauzioni tipo quella di evitare le  strade che ci fanno più paura, preferendone altre. Durante i percorsi di Terapia Breve Strategica che svolgo, e che sono dedicati a questa comunissima forma di fobia, offro strategie d’intervento in grado di essere realmente d’aiuto e di servire nel momento del bisogno. Cioè proprio quando la persona si trova ad affrontare la sua paura nel momento specifico, al volante oppure anche prima di salire in auto.

Se vuoi saperne di più sulla paura di guidare e conoscere le tecniche che utilizzo durante il percorso di Terapia Breve Strategica contattami al
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Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico: leggi qui

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Tag: ansia, monofobie, panico, paura di guidare

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Ne parlo in tanti miei post, nei video e negli articoli. Ma cosa significa veramente avere un limite? Il limite può avere diversi significati e valenze. Non sempre il concetto di limite è negativo o disfunzionale. Anzi, in più di un caso può proteggerci e aiutarci nella definizione di noi stessi. Quando invece diventa appunto una sorta di punto estremo oltre il quale non riusciamo ad andare, il rischio è che possa bloccarci, creare problematiche o anche patologie psicologiche.

 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Limiti disfunzionali 

I limiti sono disfunzionali quando ci bloccano all’interno di quella che possiamo definire la nostra “area di comfort”, all’interno della quale ci sentiamo a nostro agio, magari proprio quando vorremmo poterla superare e andare oltre. Li potremmo descrivere come degli ostacoli che non permettono di raggiungere la meta sperata. Ne è un esempio il trovarsi in montagna e non riuscire più a proseguire sul sentiero perchè un albero caduto rappresenta un ostacolo che ci pare insuperabile. Oppure dover rinunciare all’idea di andare al concerto del proprio cantante preferito perchè bloccati dall’ansia.

Limiti funzionali

Il limite però può avere anche una valenza positiva, e aiutarci appunto a stabilire una linea di demarcazione, una soglia da non superare. Dal punto di vista relazionale, ad esempio, porre un limite ad un amico significa stabilire un confine relazionale che ci preserva e ci tutela. Una sorta di protezione emotiva che ci difende, mettendo in chiaro quale sia l’effettivo grado di intimità che vogliamo permettere. In questa concezione il concetto di “limite”  aiuta anche a capire e a far capire agli altri chi siamo. Una visione funzionale, utile alla persona. 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? La paura che limita

Quando il limite diventa disfunzionale iniziamo a sperimentare una condizione di difficoltà psicologica. La reazione si fa negativa: riduciamo le nostre possibilità, evitando di affrontare ciò che ci minaccia. Immaginatevi di avere paura degli spazi chiusi. Questa situazione è chiaramente limitante in maniera anche pesante. Ogni condizione in cui può esserci il rischio di trovarsi in un luogo chiuso e particolarmente stretto, la paura si scatena. Anche il lavoro può diventare un problema nel momento in cui dovesse capitare di doverlo svolgere in ambienti chiusi e stretti. In questo caso la paura diventa limitante. E se dovesse capitare che la paura si scateni anche in situazioni diverse? Il rischio a questo punto è che l’ansia si estenda a macchia d’olio, condizionando la vita della persona. 

Come uscire dai limiti?

L’esempio della paura è sicuramente forte in termini emotivi. Spesso vi sono limiti meno invalidanti che comunque riducono la qualità della nostra vita. Ad esempio evitare o ridurre al minimo le relazioni sociali, magari rimanendo chiusi in casa o davanti al computer, perchè pensiamo che gli altri ci giudichino. Oppure non riuscire a laurearsi perchè mancano pochi esami ma non riusciamo assolutamente a rimanere concentrati sullo studio. 

La motivazione

Spesso uno degli elementi importanti per superare il momento di stallo dettato dal limite, è la motivazione. Spingersi oltre il limite attraverso la nostra energia mentale e motivazionale. Ad esempio abbiamo svolto una sessione di allenamento negativa e siamo sfiduciati. La volta successiva possiamo tentare di spingerci  oltre, motivando la nostra mente ed il nostro corpo a fare meglio, evitando di auto-imporci un limite attraverso l’idea di non riuscire nel nostro sport preferito. La motivazione è uno strumento veramente potente, che spesso sottovalutiamo o non usiamo del tutto. Non è qualcosa di intangibile, ma qualcosa di assolutamente pragmatico. Un’energia mentale e fisica direzionata verso uno scopo, che ci consente proprio di superare il nostro limite. 

No Limits! Scopri il tuo valore personale

Un altro importante strumento di superamento dei nostri limiti è il conoscere e riconoscere il proprio valore personale. La consapevolezza dei nostri valori e delle nostre caratteristiche personali può fare veramente la differenza. Il 18 giugno insieme alla collega Isabella Masciulli terrò un incontro dedicato proprio alla scoperta di se stessi e dei propri punti di forza. Lo strumento che utilizzeremo è un Canva dedicato proprio ai valori personali, una sorta di mappa che guida alla scoperta di sé mediante domande e riflessioni specifiche sulla propria vita. 

Rimani collegato e continua a leggere i miei articoli per saperne di più rispetto a come riconoscere e superare i propri limiti. Se vuoi invece iniziare fin da oggi un percorso psicologico con questi stessi obiettivi contattami al 340 41.90.915. Se sei anche solo interessato all’argomento puoi iscriverti all’evento del 18 giugno cliccando in questo link.

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Tag: autostima, cambiamento, coaching strategico, valori personali

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente. Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

 

Gli aspetti mentali dell’arrampicata

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia. A questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Gli aspetti mentali dell’arrampicata. La consapevolezza

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Se vuoi saperne di più sull’importanza della mente nella performance ed in arrampicata, contattami al 3404190915 oppure fissa un appuntamento direttamente dalla mia agenda.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Come capire se si soffre di binge eating? E soprattutto in cosa si differenzia questa patologia dalla bulimia? La parola binge eating è ormai entrata a far parte del nostro vocabolario, nello specifico per identificare un disturbo del comportamento alimentare. Il binge eating è caratterizzato da un’alternanza disordinata tra periodi di astinenza e di trasgressione, che si risolvono in ricorrenti abbuffate. Chi ha questo tipo di problema trascorre giorni senza mangiare o mangiando pochissimo. Proprio tale sforzo innesca successivamente una perdita di controllo e la conseguente ingozzata. Tuttavia vedremo nel dettaglio come l’abbuffata sia solamente una parte del problema.  Soprattutto il momento precedente alla scorpacciata è strettamente connesso al binge eating

Come capire se si soffre di binge eating? Le differenze con la bulimia

Nella bulimia non ci sono veri e propri momenti di digiuno, la persona che ha problematiche bulimiche mangia con regolarità spinta da un bisogno interiore e ingurgita quantità significative di qualsiasi cibo. Il soggetto bulimico si ingozza senza alternare periodi di restrizione alimentare. Nel binge eating, invece, il problema non è circoscritto alle sole abbuffate. Nello specifico, il circolo vizioso che si instaura nel binge eating è caratterizzato da un eccesso iniziale di controllo che serve a ritardare quanto più possibile il momento dell’abbuffata. L’abbuffata segue subito dopo ed è la conseguenza di un momento di digiuno forzato. Un regime alimentare ipocalorico dettato dalla voglia di dimagrire o comunque di perdere velocemente peso. 

Come capire se si soffre di binge eating? La dieta

Spesso la dieta sembra essere l’unica soluzione per perdere peso. Spesso, purtroppo, capita anche che le persone alternino diversi percorsi di dimagrimento, senza però riuscire veramente a portarne uno a termine. Il regime alimentare è sicuramente importante nell’ambito di una dieta. Per questo motivo il consiglio tecnico che cerco di dare è quello di trovare la tipologia più adeguata di dieta in base ad un’idea dipiaceredel cibo. Insieme alla Dott.ssa Marta Stefani, esperta in Scienze dell’alimentazione, costruiamo percorsi alimentari basati proprio sul concetto di piacere collegato alla dieta. Cerchiamo cioè di calzare ogni tipologia di alimento in base alle preferenze della persone. Lasciando da parte le “grammature” e concentrandoci sul benessere del soggetto.

Nel caso del binge eating l’approccio non è semplice. L’alternanza di controllo/perdita di controllo abitua dapprima il soggetto ad assumere la  minima quantità di calorie sufficienti per non prendere peso – anzi per perderlo – e subito dopo attiva il circuito disfunzionale che lo porta a cedere alle abbuffate incontrollate. Il trattamento di questa problematica necessita quindi di un intervento psicologico a monte, per riuscire a rompere il circuito disfunzionale agendo sul meccanismo percettivo-reattivo del paziente.

Come capire se si soffre di binge eating? Ansia e depressione

Spesso il fatto di perdere il controllo nel consumo di cibo e comunque il non riuscire a perdere peso,  può innescare parallelamente degli stati emotivi di disagio anche gravi

In primo luogo può generarsi una condizione di ansia. I momenti dei pasti vengono vissuti come particolarmente negativi e ciò fa salire il livello di tensione. L’insoddisfazione aumenta, portando anche a momenti depressivi di chiusura. Dal punto di vista relazionale stare in mezzo alle altre persone viene vissuto negativamente per la paura di essere giudicati. Un circolo vizioso che dal punto di vista emotivo conduce la persona a chiudersi in se stessa, e paradossalmente a trovare nell’alternanza fra dieta restrittiva e abbuffata una modalità con cui gestire le emozioni. Ovviamente i sensi di colpa aumentano e il soggetto sviluppa oltremodo un senso di inadeguatezza. 

Terapia Breve Strategica e binge eating

Nel caso del binge eating, mediante la Terapia Breve Strategica si cerca di favorire una rottura del circolo vizioso digiuno – abbuffata, per ritrovare una forma di  benessere alimentare basato su un regime di sostentamento più sano ed equilibrato. La Terapia Breve Strategica fornisce un corretto supporto emotivo in grado di favorire il recupero psicologico del soggetto. E’ comunque necessario che dal punto di vista psicologico la persona sia pronta ad iniziare un percorso alimentare diverso e incentrato sul piacere di una alimentazione corretta.

Se vuoi saperne di più sul percorso integrato fra psicologia e nutrizionismo che svolgo in collaborazione con la Dott.ssa Marta Stefani, responsabile della Farmacia Santrovaso, contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Perché in estate aumenta l’ansia?

5 Luglio 2022

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? I disturbi del comportamento alimentare sono ormai un problema riconosciuto che affligge da anni i giovani e i non più giovani, con prevalenza dei casi – quasi il 90% – nell’ambito dell’universo femminile. La pandemia ha ulteriormente aggravato il fenomeno, che arriva oggi a coinvolgere anche ragazzi sotto i 14 anni. La didattica a distanza e le regole di lockdown hanno imposto un regime privo di scambi sociali con i coetanei e privo di attività sportive. Come risultato, i ragazzi si sono chiusi in se stessi e nei soggetti con bassa autostima la necessità di controllare l’ansia ha spesso indotto un comportamento alimentare tanto rigido quanto errato.

 

 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?

Il senso di fragilità interiore e la sensazione di impotenza nei confronti della realtà esterna sono alla base dei comportamenti anomali, che vanno dal rifiuto perentorio del cibo alle abbuffate nervose, agli episodi di vomito controllato. Anoressia, Bulimia, Binge eating, Vomiting: queste sono le forme prevalenti in cui si presenta oggi il fenomeno delle patologie alimentari. Problematiche che hanno fatto aumentare vertiginosamente le richieste di supporto psicologico, e molto spesso anche quelle di intervento sanitario. 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? L’anoressia

Il problema dei disturbi alimentari non è di facile soluzione. Esiste però un regola aurea che riguarda il ruolo della famiglia. E’ infatti essenziale che i genitori siano attenti a cogliere fin dall’inizio i sintomi di cambiamento nel regime dietetico dei propri figli. Se parliamo di Anoressia, nella maggior parte dei casi i sintomi sono facilmente equivocabili con un bisogno di rimettersi in forma. A tavola il soggetto anoressico diventa estremamente attento alle dosi, alle calorie, divide il cibo in piccole porzioni e si comporta in maniera meno partecipativa. La sua attenzione si focalizza sull’aspetto fisico, il pensiero si fa assillante, l’umore tende all’irritabilità e alla tristezza. La riduzione di peso corporeo diventa l’obiettivo primario, la ricerca della magrezza una vera e propria ossessione.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? La Bulimia

Nel caso della Bulimia, invece, il soggetto avverte il bisogno incontrollabile di mangiare in maniera smodata, di abbuffarsi di cibo per sentirsi bene, per sentirsi realizzato. L’alimentazione diviene sregolata perché nel caso del bulimico l’abbuffata costituisce una forma di vero e proprio piacere fisico. In maniera analoga all’anoressia, la bulimia costituisce un serio problema sia fisico che psicologico, i cui effetti negativi non devono essere sottostimati.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?Il binge eating

Senza entrare più di tanto nel merito, si possono citare almeno un altro paio di forme di disturbo alimentare. Il Binge eating (una sorta di evoluzione della Bulimia, nella quale il soggetto alterna periodi di forte controllo alimentare a periodi di scorpacciate) e il Vomiting (nel quale il soggetto alterna le fasi di alimentazione e di restituzione del cibo attraverso il vomito). Senza dimenticare che in molti casi i disturbi del comportamento alimentare sono accompagnati anche dall’assunzione di diuretici per facilitare il controllo della propria dieta, o da forme di autolesionismo (tagli cutanei, bruciature), quando non addirittura da idee suicide.

I social media

Un ruolo non secondario in questo contesto lo giocano anche i social media. Si è andato infatti diffondendo in maniera vertiginosa l’utilizzo di “app” sullo smartphone, dedicate al fitness e al controllo delle calorie. Su internet sono presenti e facilmente reperibili filmati in cui un influencer propone i propri metodi di allenamento. Per le ragazze e i ragazzi diventa quindi semplice confrontarsi ed imitare quelli che troppo facilmente diventano i propri modelli di riferimento. 

Il ruolo della famiglia

Ecco quindi dove, quando e perché diventa fondamentale il ruolo della famiglia. Nel corso degli incontri con i genitori di ragazze/i con disturbi dei comportamenti alimentari, pongo sempre in grande evidenza l’importanza del clima familiare. I genitori devono innanzi tutto essere attenti alle abitudini dei figli: in primis al regime alimentare, come già accennato. Ma vi sono anche altri segnali di cui tener conto. Quando ad esempio ricercano con insistenza approvazione e rassicurazione riguardo al proprio aspetto fisico. Oppure quando subito dopo i pasti spariscono regolarmente e si rifugiano in bagno. I genitori devono accuratamente evitare atteggiamenti di scarso interesse, di disinteresse o addirittura di presa in giro riguardo alla forma e al peso corporeo dei figli. L’importanza del loro contributo è fondamentale per il recupero di soggetti con problematiche di disagio alimentare. 

Il ruolo attivo della famiglia nel percorso di psicoterapia

Nei miei colloqui con i genitori chiarisco che devono innanzi tutto essere pronti a modificare i propri comportamenti nei confronti dei figli, recitando un ruolo attivo e mettendo in atto le azioni concordare con il terapeuta. Soprattutto i genitori non devono darsi troppo facilmente per vinti, i disturbi del comportamento alimentare sono una patologia resistente, non facile da attaccare. Quando non vengono affrontati adeguatamente nella fase iniziale, possono in taluni casi richiedere un trattamento sanitario ospedalizzato. Questo è uno dei motivi per cui diventa essenziale l’intervento dello specialista psicologo nel momento stesso in cui sorgono i primi dubbi in famiglia.

La terapia breve strategica

Nei confronti dei miei pazienti pongo in atto le tecniche di Terapia Breve Strategica. La psicoterapia aiuta nel coinvolgimento del soggetto, la negoziazione di un piano progressivo di azione, che ha come scopo quello di modificare lo schema con il quale egli percepisce il cibo e reagisce al bisogno di alimentarsi. La Terapia Breve Strategica offre una serie di vantaggi non trascurabili. Innanzi tutto è in grado di essere “tagliata su misura” per ogni singolo paziente, nel rispetto della sua unicità. Inoltre il trattamento ha di norma una durata relativamente breve – di solito non superiore agli 8 mesi – ed una rilevante efficacia clinica (statisticamente superiore all’80%) che assicura anche una buona stabilità nel tempo. 

Se sei interessato a ricevere maggiori informazioni contattami al 340 4190915 oppure scrivi a studio@guidodacutipsicologo.it. Se invece ritieni di voler approfondire il tema legato ai disturbi dei comportamenti alimentari puoi acquistare il mio e-book:

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, disturbi alimentari, disturbi del comportamento alimentare

Come si fa a far crescere l’autostima? Spesso nel mio studio di psicologia e psicoterapia le persone riportano di avere un basso valore di fiducia in se stessi. Come se la percezione di sé e della propria realtà si esprimesse sempre e comunque con un basso valore di autostima. In realtà queste persone non riescono a riconoscere il loro potenziale. Cioè, è  come se non riuscissero a vedere, riconoscere ed esprimere quello che è veramente il loro valore. Di conseguenza si percepiscono come poco capaci, con una scarsa fiducia in sé e nei propri mezzi. Nell’articolo di oggi propongo alcuni semplici esercizi pratici che consentono di aiutarci a riconoscere e percepire il nostro giusto livello di autostima. 

 

Come si fa a far crescere l’autostima?
Chi sei!

Nella vita di tutti i giorni in noi coesistono molte identità diverse. Siamo padri, madri, fratelli, amici, amiche e colleghi. Ognuna di queste nostre differenti identità ci descrive in maniera differente, pur essendo comunque sempre una parte di noi stessi. Riflettere in maniera profonda su chi siamo è fondamentale perchè ci permette di essere più consapevoli di noi stessi. Una ulteriore riflessione da fare è quella di capire se nelle varie sfere della nostra vita ci sentiamo più o meno soddisfatti. Se ad esempio in campo lavorativo non mi sento del tutto realizzato, questo potrebbe incidere negativamente sulla mia sfera privata. Anche quando nel complesso le cose personali stanno funzionando in maniera positiva. Scoprire in maniera consapevole chi siamo ed il nostro livello di soddisfazione in varie aree della nostra vita (lavoro, amici, famiglia, salute, …) è fondamentale per iniziare a ragionare anche sulla nostra autostima. 

Come si fa a far crescere l’autostima? Come scoprire chi siamo

Ti propongo questo esercizio. Prendi alcuni fogli di carta bianca, in cima ad ogni foglio scrivi “Chi sono” e prova a rispondere. Ad esempio, come abbiamo sottolineato nel precedente paragrafo, potresti riconoscerti in varie identità: marito, moglie, padre, imprenditore, lavoratore dipendente, manager … 

Una volta che abbiamo concluso questo primo quadro, analizziamo tutti i fogli e mettiamoli in ordine di importanza e di priorità. Qual’è l’identità che ritieni più rilevante per te? Quale viene per seconda? E così via. Adesso su ogni foglio scrivi che cosa ti entusiasma veramente di quella particolare identità. Infine verifica se fra le cose che hai scritto vi sono dei denominatori comuni e prendine nota in un foglio a parte. In questo modo avrai una mappa di quelle che sono le cose che veramente ti entusiasmano. 

Scopri il tuo valore! 

Il passaggio successivo è quello di approfondire per ognuna delle identità che abbiamo delineato, il valore che riesci ad esprimere. Ad esempio, come mamma puoi sottolineare il tuo valore di ascolto e comprensione, sia dei figli che di tuo marito. Caratteristica che esprime appieno un grande valore di te stessa e che può essere speso anche in altri contesti, non solamente in quello famigliare. Mettendo a fuoco i nostri valori importanti possiamo cercare di esprimerli in tutti gli altri contesti personali, lavorativi, sociali, ricreativi. La nostra autostima inizia a prendere una nuova forma. Spesso non ci rendiamo ben conto di chi siamo veramente, andiamo avanti inconsciamente, senza capire e senza apprezzare i nostri più profondi valori personali. 

FAI QUESTO ESERCIZIO! 

Prova a fare l’esercizio che ti ho consigliato. Inizia dal chiederti chi sei, ad elencare le cose che ti entusiasmano e ad evidenziare il valore per ogni ruolo. In questo modo avrai avviato un percorso di consapevolezza nuovo e differente, che ti guiderà anche nell’intento di aumentare la tua autostima. 

 

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Tag: autostima, coaching, coaching strategico, Pensiero efficace

Quali sono gli effetti fisici e mentali della dipendenza da questa sostanza?

Nell’articolo di oggi cercherò di approfondire le dinamiche di dipendenza ed astinenza, legate al consumo di cocaina. Il consumo di cocaina continua ad essere diffuso e preoccupante. Sono moltissimi i pazienti che si rivolgono al mio studio di psicologia e psicoterapia. Molti mi scrivono o mi chiamano per ricevere informazioni, senza però decidersi ad intraprendere un percorso. Il problema principale risiede in questa incertezza, in questa esitazione. Perchè il primo pilastro per superare la dipendenza e ritrovare il benessere e la voglia di vivere sta proprio nella motivazione personale ad uscire dal tunnel del consumo.

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? I sintomi fisici

Un consumo rilevante di cocaina può portare a sperimentare sulla propria pelle importanti sintomi fisici d’astinenza. Un desiderio incontrollato di sostanza che spinge la persona a ricercarla in tutti i modi. Il termine tecnico che descrive questa forte spinta a consumare cocaina si definisce craving. Parola ormai entrata nell’uso abituale fra i consumatori, che hanno comunque la consapevolezza di provare un desiderio incontrollabile di sostanza e non riescono (ma neppure vogliono) interrompere il consumo. Fumare cocaina comporta maggiori conseguenze da un punto di vista fisico, rispetto a sniffarla. Ciò non toglie che, dal punto di vista psicologico, in entrambi i casi la dipendenza sia fortissima. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Gli aspetti psicologici

La nostra mente, una volta che si è abituata alla presenza dello stupefacente, fatica a liberarsene. 

Sto bene quando ne faccio uso, non ho pensieri e mi sembra di condurre la mia vita serenamente”.

In molti vivono questo “autoinganno” relativamente agli effetti benefici, tuttavia illusori della sostanza. 

Consumo tutta la notte, sono arrivato a spendere 10.000 euro al mese, la mia azienda rischia il fallimento”.

Un anno fa un imprenditore spiegava con queste parole la necessità di cercare momenti di “abbuffata” e trasgressione, per sentirsi libero dalla schiavitù e dallo stress legati al lavoro. Senza forse rendersi bene conto degli evidenti rischi fisici e dei possibili contraccolpi sociali. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Il ruolo della mente

Negli esempi sopra esposti è chiaro il ruolo della sostanza. Una sorta di “compagna”, sempre presente, senza la quale sembra quasi che non riusciamo a realizzarci. Quando il consumo diventa importante, il rischio è quello di non riuscire a farne a meno, quasi come se non vi fosse via d’uscita. Il potere mentale che la sostanza esercita sulla persona è tale da rendere impossibile intravvedere possibilità differenti da quelle del consumo. Una vita normale appare impossibile. 

Come e quando iniziare un percorso di cura?

Ci sono dei momenti in cui si tocca il fondo e in questi contesti a volte al consumatore pare di scorgere un raggio di sole nella nebbia e si aggrappa a questa speranza. Molte persone quando mi chiamano sperano che esista la “bacchetta magica” per risolvere tutto in breve tempo. Invece quello che dico sempre ai miei pazienti al primo appuntamento, è che serve tantissima motivazione . Una forza di volontà che va costruita insieme; una leva psicologica fondamentale per aiutarci a non mollare il percorso, a fare tutto il possibile per uscirne. Fare tutto il possibile significa mettersi in discussione in maniera totale. Senza remore. Senza i “no”, i “ma”, ed i “se”. In altre parole: “no excuses”, cioè niente scuse o giustificazioni, per dirla all’americana. Difficile forse, ma non impossibile con il giusto supporto. 

Si può uscire dalla dipendenza da cocaina?

Credo che uscire da una dipendenza sia veramente possibile. Come appena detto ci vuole impegno costante e tanta motivazione. Ci vuole soprattutto un supporto psicologico e di psicoterapia. In alcuni casi può essere indicata una terapia farmacologica oppure anche una fase di ricovero in clinica. Quando lo ritengo necessario propongo ai miei pazienti una visita con specialisti psichiatri che possono fornire una visione anche organica al soggetto. Nello specifico, collaboro con la struttura “Parco dei Tigli” per offrire un servizio ancora più professionale e di qualità ai miei pazienti. 

Uscire da una dipendenza da cocaina è possibile. In primo luogo lavorando sull’astinenza, poi sulla motivazione e poi su cambiamenti reali nella vita della persona. 

Contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi studio@guidodacutipsicologo.it per maggiori informazioni. Se invece sei già seriamente convinto di voler uscire da una problematica di dipendenza, fissa il tuo appuntamento direttamente sulla mia agenda. 

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Tag: cocaina, craving, dipendenze

Ci sono persone che vivono l’esperienza quotidiana di guida della macchina in maniera serena, un momento a volte anche rilassante, distensivo e dedicato a se stessi.  Ci sono invece individui che appena salgono in macchina iniziano a vivere l’abitacolo come un vero e proprio incubo. Certo i motivi di tensione non mancano. Il traffico caotico, la fretta di doversi spostare per lavoro, il pensiero delle difficoltà quotidiane, i problemi di salute, e chi più ne ha più ne metta. Ma quando l’oggetto principale della paura si concentra sulla macchina, allora ci troviamo in presenza di una forma di monofobia del tutto particolare.  

I diversi livelli di gravità

Vi sono persone che non riescono neanche a salire in macchina. Altre che anche se non sono alla guida soffrono di viaggiare all’interno dell’abitacolo. Altre ancora che guidano ma soffrono, alternando pensieri negativi a sensazioni di disagio. Ovviamente il grado di sofferenza è diverso, tuttavia vi sono alcuni criteri comuni che sono trasversali e che vedremo in maniera più specifica. 

I pensieri disfunzionali

Penso sempre: e se non ci fosse una via d’uscita?” “Come potrei salvarmi in una situazione di emergenza?” “E se capitasse un incidente chi mi verrebbe ad aiutare?” 

Questi sono solo un esempio dei pensieri che passano per la mente di un soggetto fobico e che costituiscono una sorta di preoccupazione anticipata. Sono ragionamenti inconsci ed  irrazionali che pongono la paura al centro dell’attenzione . Anticipazioni che creano dubbio, insicurezza, difficoltà nel momento di prendere la macchina e guidarla a destinazione. Il pensiero è una nostra potente risorsa che tuttavia può diventare difficile da gestire. Nel caso della paura di guidare, i pensieri disfunzionali tendono a rendere l’esperienza minacciosa ancora prima di mettersi alla guida. Decretando così uno stato di tensione, una paura irrazionale e bloccante che in alcuni momenti può determinare addirittura attacchi di panico.

Quando la paura diventa ansia

Dottore vorrei poter guidare da solo ma ho troppa ansia; quando invece c’è qualcuno al mio fianco mi sento meglio”.

Il concetto espresso da un paziente sottolinea che se abbiamo qualcuno al nostro fianco non avvertiamo più la paura di guidare. Tuttavia il problema resta e non si risolve. Perchè se è vero che la persona di fianco a noi, con la sua sola presenza, comunica di volerci bene, al tempo stesso ci suggerisce inconsciamente che da soli non ce la possiamo fare a superare la nostra fobia. Quando ci ritroviamo da soli il nostro corpo ha una reazione fisiologica di paura che si esprime con l’ansia. Ci blocchiamo, scendiamo dalla macchina e iniziamo a pensare di non essere in grado di guidare.
La sensazione più comune è quella di perdere il controllo del nostro corpo e quindi di rischiare di fare un incidente. La respirazione diventa faticosa e l’unico desiderio è quello di non ripetere più questa esperienza.

Si può guarire dalla paura di guidare?

La risposta è affermativa, anche se è necessaria molta motivazione e buone strategie d’intervento. Le soluzioni disfunzionali sono quelle più semplici. Ad esempio evitare di mettersi al volante, oppure anche prendere delle precauzioni tipo quella di evitare le  strade che ci fanno più paura, preferendone altre. Durante i percorsi di Terapia Breve Strategica che svolgo, e che sono dedicati a questa comunissima forma di fobia, offro strategie d’intervento in grado di essere realmente d’aiuto e di servire nel momento del bisogno. Cioè proprio quando la persona si trova ad affrontare la sua paura nel momento specifico, al volante oppure anche prima di salire in auto.

Se vuoi saperne di più sulla paura di guidare e conoscere le tecniche che utilizzo durante il percorso di Terapia Breve Strategica contattami al
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Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico: leggi qui

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Tag: ansia, monofobie, panico, paura di guidare

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Ne parlo in tanti miei post, nei video e negli articoli. Ma cosa significa veramente avere un limite? Il limite può avere diversi significati e valenze. Non sempre il concetto di limite è negativo o disfunzionale. Anzi, in più di un caso può proteggerci e aiutarci nella definizione di noi stessi. Quando invece diventa appunto una sorta di punto estremo oltre il quale non riusciamo ad andare, il rischio è che possa bloccarci, creare problematiche o anche patologie psicologiche.

 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Limiti disfunzionali 

I limiti sono disfunzionali quando ci bloccano all’interno di quella che possiamo definire la nostra “area di comfort”, all’interno della quale ci sentiamo a nostro agio, magari proprio quando vorremmo poterla superare e andare oltre. Li potremmo descrivere come degli ostacoli che non permettono di raggiungere la meta sperata. Ne è un esempio il trovarsi in montagna e non riuscire più a proseguire sul sentiero perchè un albero caduto rappresenta un ostacolo che ci pare insuperabile. Oppure dover rinunciare all’idea di andare al concerto del proprio cantante preferito perchè bloccati dall’ansia.

Limiti funzionali

Il limite però può avere anche una valenza positiva, e aiutarci appunto a stabilire una linea di demarcazione, una soglia da non superare. Dal punto di vista relazionale, ad esempio, porre un limite ad un amico significa stabilire un confine relazionale che ci preserva e ci tutela. Una sorta di protezione emotiva che ci difende, mettendo in chiaro quale sia l’effettivo grado di intimità che vogliamo permettere. In questa concezione il concetto di “limite”  aiuta anche a capire e a far capire agli altri chi siamo. Una visione funzionale, utile alla persona. 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? La paura che limita

Quando il limite diventa disfunzionale iniziamo a sperimentare una condizione di difficoltà psicologica. La reazione si fa negativa: riduciamo le nostre possibilità, evitando di affrontare ciò che ci minaccia. Immaginatevi di avere paura degli spazi chiusi. Questa situazione è chiaramente limitante in maniera anche pesante. Ogni condizione in cui può esserci il rischio di trovarsi in un luogo chiuso e particolarmente stretto, la paura si scatena. Anche il lavoro può diventare un problema nel momento in cui dovesse capitare di doverlo svolgere in ambienti chiusi e stretti. In questo caso la paura diventa limitante. E se dovesse capitare che la paura si scateni anche in situazioni diverse? Il rischio a questo punto è che l’ansia si estenda a macchia d’olio, condizionando la vita della persona. 

Come uscire dai limiti?

L’esempio della paura è sicuramente forte in termini emotivi. Spesso vi sono limiti meno invalidanti che comunque riducono la qualità della nostra vita. Ad esempio evitare o ridurre al minimo le relazioni sociali, magari rimanendo chiusi in casa o davanti al computer, perchè pensiamo che gli altri ci giudichino. Oppure non riuscire a laurearsi perchè mancano pochi esami ma non riusciamo assolutamente a rimanere concentrati sullo studio. 

La motivazione

Spesso uno degli elementi importanti per superare il momento di stallo dettato dal limite, è la motivazione. Spingersi oltre il limite attraverso la nostra energia mentale e motivazionale. Ad esempio abbiamo svolto una sessione di allenamento negativa e siamo sfiduciati. La volta successiva possiamo tentare di spingerci  oltre, motivando la nostra mente ed il nostro corpo a fare meglio, evitando di auto-imporci un limite attraverso l’idea di non riuscire nel nostro sport preferito. La motivazione è uno strumento veramente potente, che spesso sottovalutiamo o non usiamo del tutto. Non è qualcosa di intangibile, ma qualcosa di assolutamente pragmatico. Un’energia mentale e fisica direzionata verso uno scopo, che ci consente proprio di superare il nostro limite. 

No Limits! Scopri il tuo valore personale

Un altro importante strumento di superamento dei nostri limiti è il conoscere e riconoscere il proprio valore personale. La consapevolezza dei nostri valori e delle nostre caratteristiche personali può fare veramente la differenza. Il 18 giugno insieme alla collega Isabella Masciulli terrò un incontro dedicato proprio alla scoperta di se stessi e dei propri punti di forza. Lo strumento che utilizzeremo è un Canva dedicato proprio ai valori personali, una sorta di mappa che guida alla scoperta di sé mediante domande e riflessioni specifiche sulla propria vita. 

Rimani collegato e continua a leggere i miei articoli per saperne di più rispetto a come riconoscere e superare i propri limiti. Se vuoi invece iniziare fin da oggi un percorso psicologico con questi stessi obiettivi contattami al 340 41.90.915. Se sei anche solo interessato all’argomento puoi iscriverti all’evento del 18 giugno cliccando in questo link.

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Tag: autostima, cambiamento, coaching strategico, valori personali

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente. Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

 

Gli aspetti mentali dell’arrampicata

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia. A questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Gli aspetti mentali dell’arrampicata. La consapevolezza

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Se vuoi saperne di più sull’importanza della mente nella performance ed in arrampicata, contattami al 3404190915 oppure fissa un appuntamento direttamente dalla mia agenda.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Come capire se si soffre di binge eating? E soprattutto in cosa si differenzia questa patologia dalla bulimia? La parola binge eating è ormai entrata a far parte del nostro vocabolario, nello specifico per identificare un disturbo del comportamento alimentare. Il binge eating è caratterizzato da un’alternanza disordinata tra periodi di astinenza e di trasgressione, che si risolvono in ricorrenti abbuffate. Chi ha questo tipo di problema trascorre giorni senza mangiare o mangiando pochissimo. Proprio tale sforzo innesca successivamente una perdita di controllo e la conseguente ingozzata. Tuttavia vedremo nel dettaglio come l’abbuffata sia solamente una parte del problema.  Soprattutto il momento precedente alla scorpacciata è strettamente connesso al binge eating

Come capire se si soffre di binge eating? Le differenze con la bulimia

Nella bulimia non ci sono veri e propri momenti di digiuno, la persona che ha problematiche bulimiche mangia con regolarità spinta da un bisogno interiore e ingurgita quantità significative di qualsiasi cibo. Il soggetto bulimico si ingozza senza alternare periodi di restrizione alimentare. Nel binge eating, invece, il problema non è circoscritto alle sole abbuffate. Nello specifico, il circolo vizioso che si instaura nel binge eating è caratterizzato da un eccesso iniziale di controllo che serve a ritardare quanto più possibile il momento dell’abbuffata. L’abbuffata segue subito dopo ed è la conseguenza di un momento di digiuno forzato. Un regime alimentare ipocalorico dettato dalla voglia di dimagrire o comunque di perdere velocemente peso. 

Come capire se si soffre di binge eating? La dieta

Spesso la dieta sembra essere l’unica soluzione per perdere peso. Spesso, purtroppo, capita anche che le persone alternino diversi percorsi di dimagrimento, senza però riuscire veramente a portarne uno a termine. Il regime alimentare è sicuramente importante nell’ambito di una dieta. Per questo motivo il consiglio tecnico che cerco di dare è quello di trovare la tipologia più adeguata di dieta in base ad un’idea dipiaceredel cibo. Insieme alla Dott.ssa Marta Stefani, esperta in Scienze dell’alimentazione, costruiamo percorsi alimentari basati proprio sul concetto di piacere collegato alla dieta. Cerchiamo cioè di calzare ogni tipologia di alimento in base alle preferenze della persone. Lasciando da parte le “grammature” e concentrandoci sul benessere del soggetto.

Nel caso del binge eating l’approccio non è semplice. L’alternanza di controllo/perdita di controllo abitua dapprima il soggetto ad assumere la  minima quantità di calorie sufficienti per non prendere peso – anzi per perderlo – e subito dopo attiva il circuito disfunzionale che lo porta a cedere alle abbuffate incontrollate. Il trattamento di questa problematica necessita quindi di un intervento psicologico a monte, per riuscire a rompere il circuito disfunzionale agendo sul meccanismo percettivo-reattivo del paziente.

Come capire se si soffre di binge eating? Ansia e depressione

Spesso il fatto di perdere il controllo nel consumo di cibo e comunque il non riuscire a perdere peso,  può innescare parallelamente degli stati emotivi di disagio anche gravi

In primo luogo può generarsi una condizione di ansia. I momenti dei pasti vengono vissuti come particolarmente negativi e ciò fa salire il livello di tensione. L’insoddisfazione aumenta, portando anche a momenti depressivi di chiusura. Dal punto di vista relazionale stare in mezzo alle altre persone viene vissuto negativamente per la paura di essere giudicati. Un circolo vizioso che dal punto di vista emotivo conduce la persona a chiudersi in se stessa, e paradossalmente a trovare nell’alternanza fra dieta restrittiva e abbuffata una modalità con cui gestire le emozioni. Ovviamente i sensi di colpa aumentano e il soggetto sviluppa oltremodo un senso di inadeguatezza. 

Terapia Breve Strategica e binge eating

Nel caso del binge eating, mediante la Terapia Breve Strategica si cerca di favorire una rottura del circolo vizioso digiuno – abbuffata, per ritrovare una forma di  benessere alimentare basato su un regime di sostentamento più sano ed equilibrato. La Terapia Breve Strategica fornisce un corretto supporto emotivo in grado di favorire il recupero psicologico del soggetto. E’ comunque necessario che dal punto di vista psicologico la persona sia pronta ad iniziare un percorso alimentare diverso e incentrato sul piacere di una alimentazione corretta.

Se vuoi saperne di più sul percorso integrato fra psicologia e nutrizionismo che svolgo in collaborazione con la Dott.ssa Marta Stefani, responsabile della Farmacia Santrovaso, contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Perché in estate aumenta l’ansia?

5 Luglio 2022

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? I disturbi del comportamento alimentare sono ormai un problema riconosciuto che affligge da anni i giovani e i non più giovani, con prevalenza dei casi – quasi il 90% – nell’ambito dell’universo femminile. La pandemia ha ulteriormente aggravato il fenomeno, che arriva oggi a coinvolgere anche ragazzi sotto i 14 anni. La didattica a distanza e le regole di lockdown hanno imposto un regime privo di scambi sociali con i coetanei e privo di attività sportive. Come risultato, i ragazzi si sono chiusi in se stessi e nei soggetti con bassa autostima la necessità di controllare l’ansia ha spesso indotto un comportamento alimentare tanto rigido quanto errato.

 

 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?

Il senso di fragilità interiore e la sensazione di impotenza nei confronti della realtà esterna sono alla base dei comportamenti anomali, che vanno dal rifiuto perentorio del cibo alle abbuffate nervose, agli episodi di vomito controllato. Anoressia, Bulimia, Binge eating, Vomiting: queste sono le forme prevalenti in cui si presenta oggi il fenomeno delle patologie alimentari. Problematiche che hanno fatto aumentare vertiginosamente le richieste di supporto psicologico, e molto spesso anche quelle di intervento sanitario. 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? L’anoressia

Il problema dei disturbi alimentari non è di facile soluzione. Esiste però un regola aurea che riguarda il ruolo della famiglia. E’ infatti essenziale che i genitori siano attenti a cogliere fin dall’inizio i sintomi di cambiamento nel regime dietetico dei propri figli. Se parliamo di Anoressia, nella maggior parte dei casi i sintomi sono facilmente equivocabili con un bisogno di rimettersi in forma. A tavola il soggetto anoressico diventa estremamente attento alle dosi, alle calorie, divide il cibo in piccole porzioni e si comporta in maniera meno partecipativa. La sua attenzione si focalizza sull’aspetto fisico, il pensiero si fa assillante, l’umore tende all’irritabilità e alla tristezza. La riduzione di peso corporeo diventa l’obiettivo primario, la ricerca della magrezza una vera e propria ossessione.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? La Bulimia

Nel caso della Bulimia, invece, il soggetto avverte il bisogno incontrollabile di mangiare in maniera smodata, di abbuffarsi di cibo per sentirsi bene, per sentirsi realizzato. L’alimentazione diviene sregolata perché nel caso del bulimico l’abbuffata costituisce una forma di vero e proprio piacere fisico. In maniera analoga all’anoressia, la bulimia costituisce un serio problema sia fisico che psicologico, i cui effetti negativi non devono essere sottostimati.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?Il binge eating

Senza entrare più di tanto nel merito, si possono citare almeno un altro paio di forme di disturbo alimentare. Il Binge eating (una sorta di evoluzione della Bulimia, nella quale il soggetto alterna periodi di forte controllo alimentare a periodi di scorpacciate) e il Vomiting (nel quale il soggetto alterna le fasi di alimentazione e di restituzione del cibo attraverso il vomito). Senza dimenticare che in molti casi i disturbi del comportamento alimentare sono accompagnati anche dall’assunzione di diuretici per facilitare il controllo della propria dieta, o da forme di autolesionismo (tagli cutanei, bruciature), quando non addirittura da idee suicide.

I social media

Un ruolo non secondario in questo contesto lo giocano anche i social media. Si è andato infatti diffondendo in maniera vertiginosa l’utilizzo di “app” sullo smartphone, dedicate al fitness e al controllo delle calorie. Su internet sono presenti e facilmente reperibili filmati in cui un influencer propone i propri metodi di allenamento. Per le ragazze e i ragazzi diventa quindi semplice confrontarsi ed imitare quelli che troppo facilmente diventano i propri modelli di riferimento. 

Il ruolo della famiglia

Ecco quindi dove, quando e perché diventa fondamentale il ruolo della famiglia. Nel corso degli incontri con i genitori di ragazze/i con disturbi dei comportamenti alimentari, pongo sempre in grande evidenza l’importanza del clima familiare. I genitori devono innanzi tutto essere attenti alle abitudini dei figli: in primis al regime alimentare, come già accennato. Ma vi sono anche altri segnali di cui tener conto. Quando ad esempio ricercano con insistenza approvazione e rassicurazione riguardo al proprio aspetto fisico. Oppure quando subito dopo i pasti spariscono regolarmente e si rifugiano in bagno. I genitori devono accuratamente evitare atteggiamenti di scarso interesse, di disinteresse o addirittura di presa in giro riguardo alla forma e al peso corporeo dei figli. L’importanza del loro contributo è fondamentale per il recupero di soggetti con problematiche di disagio alimentare. 

Il ruolo attivo della famiglia nel percorso di psicoterapia

Nei miei colloqui con i genitori chiarisco che devono innanzi tutto essere pronti a modificare i propri comportamenti nei confronti dei figli, recitando un ruolo attivo e mettendo in atto le azioni concordare con il terapeuta. Soprattutto i genitori non devono darsi troppo facilmente per vinti, i disturbi del comportamento alimentare sono una patologia resistente, non facile da attaccare. Quando non vengono affrontati adeguatamente nella fase iniziale, possono in taluni casi richiedere un trattamento sanitario ospedalizzato. Questo è uno dei motivi per cui diventa essenziale l’intervento dello specialista psicologo nel momento stesso in cui sorgono i primi dubbi in famiglia.

La terapia breve strategica

Nei confronti dei miei pazienti pongo in atto le tecniche di Terapia Breve Strategica. La psicoterapia aiuta nel coinvolgimento del soggetto, la negoziazione di un piano progressivo di azione, che ha come scopo quello di modificare lo schema con il quale egli percepisce il cibo e reagisce al bisogno di alimentarsi. La Terapia Breve Strategica offre una serie di vantaggi non trascurabili. Innanzi tutto è in grado di essere “tagliata su misura” per ogni singolo paziente, nel rispetto della sua unicità. Inoltre il trattamento ha di norma una durata relativamente breve – di solito non superiore agli 8 mesi – ed una rilevante efficacia clinica (statisticamente superiore all’80%) che assicura anche una buona stabilità nel tempo. 

Se sei interessato a ricevere maggiori informazioni contattami al 340 4190915 oppure scrivi a studio@guidodacutipsicologo.it. Se invece ritieni di voler approfondire il tema legato ai disturbi dei comportamenti alimentari puoi acquistare il mio e-book:

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, disturbi alimentari, disturbi del comportamento alimentare

Come si fa a far crescere l’autostima? Spesso nel mio studio di psicologia e psicoterapia le persone riportano di avere un basso valore di fiducia in se stessi. Come se la percezione di sé e della propria realtà si esprimesse sempre e comunque con un basso valore di autostima. In realtà queste persone non riescono a riconoscere il loro potenziale. Cioè, è  come se non riuscissero a vedere, riconoscere ed esprimere quello che è veramente il loro valore. Di conseguenza si percepiscono come poco capaci, con una scarsa fiducia in sé e nei propri mezzi. Nell’articolo di oggi propongo alcuni semplici esercizi pratici che consentono di aiutarci a riconoscere e percepire il nostro giusto livello di autostima. 

 

Come si fa a far crescere l’autostima?
Chi sei!

Nella vita di tutti i giorni in noi coesistono molte identità diverse. Siamo padri, madri, fratelli, amici, amiche e colleghi. Ognuna di queste nostre differenti identità ci descrive in maniera differente, pur essendo comunque sempre una parte di noi stessi. Riflettere in maniera profonda su chi siamo è fondamentale perchè ci permette di essere più consapevoli di noi stessi. Una ulteriore riflessione da fare è quella di capire se nelle varie sfere della nostra vita ci sentiamo più o meno soddisfatti. Se ad esempio in campo lavorativo non mi sento del tutto realizzato, questo potrebbe incidere negativamente sulla mia sfera privata. Anche quando nel complesso le cose personali stanno funzionando in maniera positiva. Scoprire in maniera consapevole chi siamo ed il nostro livello di soddisfazione in varie aree della nostra vita (lavoro, amici, famiglia, salute, …) è fondamentale per iniziare a ragionare anche sulla nostra autostima. 

Come si fa a far crescere l’autostima? Come scoprire chi siamo

Ti propongo questo esercizio. Prendi alcuni fogli di carta bianca, in cima ad ogni foglio scrivi “Chi sono” e prova a rispondere. Ad esempio, come abbiamo sottolineato nel precedente paragrafo, potresti riconoscerti in varie identità: marito, moglie, padre, imprenditore, lavoratore dipendente, manager … 

Una volta che abbiamo concluso questo primo quadro, analizziamo tutti i fogli e mettiamoli in ordine di importanza e di priorità. Qual’è l’identità che ritieni più rilevante per te? Quale viene per seconda? E così via. Adesso su ogni foglio scrivi che cosa ti entusiasma veramente di quella particolare identità. Infine verifica se fra le cose che hai scritto vi sono dei denominatori comuni e prendine nota in un foglio a parte. In questo modo avrai una mappa di quelle che sono le cose che veramente ti entusiasmano. 

Scopri il tuo valore! 

Il passaggio successivo è quello di approfondire per ognuna delle identità che abbiamo delineato, il valore che riesci ad esprimere. Ad esempio, come mamma puoi sottolineare il tuo valore di ascolto e comprensione, sia dei figli che di tuo marito. Caratteristica che esprime appieno un grande valore di te stessa e che può essere speso anche in altri contesti, non solamente in quello famigliare. Mettendo a fuoco i nostri valori importanti possiamo cercare di esprimerli in tutti gli altri contesti personali, lavorativi, sociali, ricreativi. La nostra autostima inizia a prendere una nuova forma. Spesso non ci rendiamo ben conto di chi siamo veramente, andiamo avanti inconsciamente, senza capire e senza apprezzare i nostri più profondi valori personali. 

FAI QUESTO ESERCIZIO! 

Prova a fare l’esercizio che ti ho consigliato. Inizia dal chiederti chi sei, ad elencare le cose che ti entusiasmano e ad evidenziare il valore per ogni ruolo. In questo modo avrai avviato un percorso di consapevolezza nuovo e differente, che ti guiderà anche nell’intento di aumentare la tua autostima. 

 

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Tag: autostima, coaching, coaching strategico, Pensiero efficace

Quali sono gli effetti fisici e mentali della dipendenza da questa sostanza?

Nell’articolo di oggi cercherò di approfondire le dinamiche di dipendenza ed astinenza, legate al consumo di cocaina. Il consumo di cocaina continua ad essere diffuso e preoccupante. Sono moltissimi i pazienti che si rivolgono al mio studio di psicologia e psicoterapia. Molti mi scrivono o mi chiamano per ricevere informazioni, senza però decidersi ad intraprendere un percorso. Il problema principale risiede in questa incertezza, in questa esitazione. Perchè il primo pilastro per superare la dipendenza e ritrovare il benessere e la voglia di vivere sta proprio nella motivazione personale ad uscire dal tunnel del consumo.

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? I sintomi fisici

Un consumo rilevante di cocaina può portare a sperimentare sulla propria pelle importanti sintomi fisici d’astinenza. Un desiderio incontrollato di sostanza che spinge la persona a ricercarla in tutti i modi. Il termine tecnico che descrive questa forte spinta a consumare cocaina si definisce craving. Parola ormai entrata nell’uso abituale fra i consumatori, che hanno comunque la consapevolezza di provare un desiderio incontrollabile di sostanza e non riescono (ma neppure vogliono) interrompere il consumo. Fumare cocaina comporta maggiori conseguenze da un punto di vista fisico, rispetto a sniffarla. Ciò non toglie che, dal punto di vista psicologico, in entrambi i casi la dipendenza sia fortissima. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Gli aspetti psicologici

La nostra mente, una volta che si è abituata alla presenza dello stupefacente, fatica a liberarsene. 

Sto bene quando ne faccio uso, non ho pensieri e mi sembra di condurre la mia vita serenamente”.

In molti vivono questo “autoinganno” relativamente agli effetti benefici, tuttavia illusori della sostanza. 

Consumo tutta la notte, sono arrivato a spendere 10.000 euro al mese, la mia azienda rischia il fallimento”.

Un anno fa un imprenditore spiegava con queste parole la necessità di cercare momenti di “abbuffata” e trasgressione, per sentirsi libero dalla schiavitù e dallo stress legati al lavoro. Senza forse rendersi bene conto degli evidenti rischi fisici e dei possibili contraccolpi sociali. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Il ruolo della mente

Negli esempi sopra esposti è chiaro il ruolo della sostanza. Una sorta di “compagna”, sempre presente, senza la quale sembra quasi che non riusciamo a realizzarci. Quando il consumo diventa importante, il rischio è quello di non riuscire a farne a meno, quasi come se non vi fosse via d’uscita. Il potere mentale che la sostanza esercita sulla persona è tale da rendere impossibile intravvedere possibilità differenti da quelle del consumo. Una vita normale appare impossibile. 

Come e quando iniziare un percorso di cura?

Ci sono dei momenti in cui si tocca il fondo e in questi contesti a volte al consumatore pare di scorgere un raggio di sole nella nebbia e si aggrappa a questa speranza. Molte persone quando mi chiamano sperano che esista la “bacchetta magica” per risolvere tutto in breve tempo. Invece quello che dico sempre ai miei pazienti al primo appuntamento, è che serve tantissima motivazione . Una forza di volontà che va costruita insieme; una leva psicologica fondamentale per aiutarci a non mollare il percorso, a fare tutto il possibile per uscirne. Fare tutto il possibile significa mettersi in discussione in maniera totale. Senza remore. Senza i “no”, i “ma”, ed i “se”. In altre parole: “no excuses”, cioè niente scuse o giustificazioni, per dirla all’americana. Difficile forse, ma non impossibile con il giusto supporto. 

Si può uscire dalla dipendenza da cocaina?

Credo che uscire da una dipendenza sia veramente possibile. Come appena detto ci vuole impegno costante e tanta motivazione. Ci vuole soprattutto un supporto psicologico e di psicoterapia. In alcuni casi può essere indicata una terapia farmacologica oppure anche una fase di ricovero in clinica. Quando lo ritengo necessario propongo ai miei pazienti una visita con specialisti psichiatri che possono fornire una visione anche organica al soggetto. Nello specifico, collaboro con la struttura “Parco dei Tigli” per offrire un servizio ancora più professionale e di qualità ai miei pazienti. 

Uscire da una dipendenza da cocaina è possibile. In primo luogo lavorando sull’astinenza, poi sulla motivazione e poi su cambiamenti reali nella vita della persona. 

Contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi studio@guidodacutipsicologo.it per maggiori informazioni. Se invece sei già seriamente convinto di voler uscire da una problematica di dipendenza, fissa il tuo appuntamento direttamente sulla mia agenda. 

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Tag: cocaina, craving, dipendenze

Ci sono persone che vivono l’esperienza quotidiana di guida della macchina in maniera serena, un momento a volte anche rilassante, distensivo e dedicato a se stessi.  Ci sono invece individui che appena salgono in macchina iniziano a vivere l’abitacolo come un vero e proprio incubo. Certo i motivi di tensione non mancano. Il traffico caotico, la fretta di doversi spostare per lavoro, il pensiero delle difficoltà quotidiane, i problemi di salute, e chi più ne ha più ne metta. Ma quando l’oggetto principale della paura si concentra sulla macchina, allora ci troviamo in presenza di una forma di monofobia del tutto particolare.  

I diversi livelli di gravità

Vi sono persone che non riescono neanche a salire in macchina. Altre che anche se non sono alla guida soffrono di viaggiare all’interno dell’abitacolo. Altre ancora che guidano ma soffrono, alternando pensieri negativi a sensazioni di disagio. Ovviamente il grado di sofferenza è diverso, tuttavia vi sono alcuni criteri comuni che sono trasversali e che vedremo in maniera più specifica. 

I pensieri disfunzionali

Penso sempre: e se non ci fosse una via d’uscita?” “Come potrei salvarmi in una situazione di emergenza?” “E se capitasse un incidente chi mi verrebbe ad aiutare?” 

Questi sono solo un esempio dei pensieri che passano per la mente di un soggetto fobico e che costituiscono una sorta di preoccupazione anticipata. Sono ragionamenti inconsci ed  irrazionali che pongono la paura al centro dell’attenzione . Anticipazioni che creano dubbio, insicurezza, difficoltà nel momento di prendere la macchina e guidarla a destinazione. Il pensiero è una nostra potente risorsa che tuttavia può diventare difficile da gestire. Nel caso della paura di guidare, i pensieri disfunzionali tendono a rendere l’esperienza minacciosa ancora prima di mettersi alla guida. Decretando così uno stato di tensione, una paura irrazionale e bloccante che in alcuni momenti può determinare addirittura attacchi di panico.

Quando la paura diventa ansia

Dottore vorrei poter guidare da solo ma ho troppa ansia; quando invece c’è qualcuno al mio fianco mi sento meglio”.

Il concetto espresso da un paziente sottolinea che se abbiamo qualcuno al nostro fianco non avvertiamo più la paura di guidare. Tuttavia il problema resta e non si risolve. Perchè se è vero che la persona di fianco a noi, con la sua sola presenza, comunica di volerci bene, al tempo stesso ci suggerisce inconsciamente che da soli non ce la possiamo fare a superare la nostra fobia. Quando ci ritroviamo da soli il nostro corpo ha una reazione fisiologica di paura che si esprime con l’ansia. Ci blocchiamo, scendiamo dalla macchina e iniziamo a pensare di non essere in grado di guidare.
La sensazione più comune è quella di perdere il controllo del nostro corpo e quindi di rischiare di fare un incidente. La respirazione diventa faticosa e l’unico desiderio è quello di non ripetere più questa esperienza.

Si può guarire dalla paura di guidare?

La risposta è affermativa, anche se è necessaria molta motivazione e buone strategie d’intervento. Le soluzioni disfunzionali sono quelle più semplici. Ad esempio evitare di mettersi al volante, oppure anche prendere delle precauzioni tipo quella di evitare le  strade che ci fanno più paura, preferendone altre. Durante i percorsi di Terapia Breve Strategica che svolgo, e che sono dedicati a questa comunissima forma di fobia, offro strategie d’intervento in grado di essere realmente d’aiuto e di servire nel momento del bisogno. Cioè proprio quando la persona si trova ad affrontare la sua paura nel momento specifico, al volante oppure anche prima di salire in auto.

Se vuoi saperne di più sulla paura di guidare e conoscere le tecniche che utilizzo durante il percorso di Terapia Breve Strategica contattami al
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Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico: leggi qui

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Tag: ansia, monofobie, panico, paura di guidare

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Ne parlo in tanti miei post, nei video e negli articoli. Ma cosa significa veramente avere un limite? Il limite può avere diversi significati e valenze. Non sempre il concetto di limite è negativo o disfunzionale. Anzi, in più di un caso può proteggerci e aiutarci nella definizione di noi stessi. Quando invece diventa appunto una sorta di punto estremo oltre il quale non riusciamo ad andare, il rischio è che possa bloccarci, creare problematiche o anche patologie psicologiche.

 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Limiti disfunzionali 

I limiti sono disfunzionali quando ci bloccano all’interno di quella che possiamo definire la nostra “area di comfort”, all’interno della quale ci sentiamo a nostro agio, magari proprio quando vorremmo poterla superare e andare oltre. Li potremmo descrivere come degli ostacoli che non permettono di raggiungere la meta sperata. Ne è un esempio il trovarsi in montagna e non riuscire più a proseguire sul sentiero perchè un albero caduto rappresenta un ostacolo che ci pare insuperabile. Oppure dover rinunciare all’idea di andare al concerto del proprio cantante preferito perchè bloccati dall’ansia.

Limiti funzionali

Il limite però può avere anche una valenza positiva, e aiutarci appunto a stabilire una linea di demarcazione, una soglia da non superare. Dal punto di vista relazionale, ad esempio, porre un limite ad un amico significa stabilire un confine relazionale che ci preserva e ci tutela. Una sorta di protezione emotiva che ci difende, mettendo in chiaro quale sia l’effettivo grado di intimità che vogliamo permettere. In questa concezione il concetto di “limite”  aiuta anche a capire e a far capire agli altri chi siamo. Una visione funzionale, utile alla persona. 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? La paura che limita

Quando il limite diventa disfunzionale iniziamo a sperimentare una condizione di difficoltà psicologica. La reazione si fa negativa: riduciamo le nostre possibilità, evitando di affrontare ciò che ci minaccia. Immaginatevi di avere paura degli spazi chiusi. Questa situazione è chiaramente limitante in maniera anche pesante. Ogni condizione in cui può esserci il rischio di trovarsi in un luogo chiuso e particolarmente stretto, la paura si scatena. Anche il lavoro può diventare un problema nel momento in cui dovesse capitare di doverlo svolgere in ambienti chiusi e stretti. In questo caso la paura diventa limitante. E se dovesse capitare che la paura si scateni anche in situazioni diverse? Il rischio a questo punto è che l’ansia si estenda a macchia d’olio, condizionando la vita della persona. 

Come uscire dai limiti?

L’esempio della paura è sicuramente forte in termini emotivi. Spesso vi sono limiti meno invalidanti che comunque riducono la qualità della nostra vita. Ad esempio evitare o ridurre al minimo le relazioni sociali, magari rimanendo chiusi in casa o davanti al computer, perchè pensiamo che gli altri ci giudichino. Oppure non riuscire a laurearsi perchè mancano pochi esami ma non riusciamo assolutamente a rimanere concentrati sullo studio. 

La motivazione

Spesso uno degli elementi importanti per superare il momento di stallo dettato dal limite, è la motivazione. Spingersi oltre il limite attraverso la nostra energia mentale e motivazionale. Ad esempio abbiamo svolto una sessione di allenamento negativa e siamo sfiduciati. La volta successiva possiamo tentare di spingerci  oltre, motivando la nostra mente ed il nostro corpo a fare meglio, evitando di auto-imporci un limite attraverso l’idea di non riuscire nel nostro sport preferito. La motivazione è uno strumento veramente potente, che spesso sottovalutiamo o non usiamo del tutto. Non è qualcosa di intangibile, ma qualcosa di assolutamente pragmatico. Un’energia mentale e fisica direzionata verso uno scopo, che ci consente proprio di superare il nostro limite. 

No Limits! Scopri il tuo valore personale

Un altro importante strumento di superamento dei nostri limiti è il conoscere e riconoscere il proprio valore personale. La consapevolezza dei nostri valori e delle nostre caratteristiche personali può fare veramente la differenza. Il 18 giugno insieme alla collega Isabella Masciulli terrò un incontro dedicato proprio alla scoperta di se stessi e dei propri punti di forza. Lo strumento che utilizzeremo è un Canva dedicato proprio ai valori personali, una sorta di mappa che guida alla scoperta di sé mediante domande e riflessioni specifiche sulla propria vita. 

Rimani collegato e continua a leggere i miei articoli per saperne di più rispetto a come riconoscere e superare i propri limiti. Se vuoi invece iniziare fin da oggi un percorso psicologico con questi stessi obiettivi contattami al 340 41.90.915. Se sei anche solo interessato all’argomento puoi iscriverti all’evento del 18 giugno cliccando in questo link.

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Tag: autostima, cambiamento, coaching strategico, valori personali

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente. Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

 

Gli aspetti mentali dell’arrampicata

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia. A questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Gli aspetti mentali dell’arrampicata. La consapevolezza

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Se vuoi saperne di più sull’importanza della mente nella performance ed in arrampicata, contattami al 3404190915 oppure fissa un appuntamento direttamente dalla mia agenda.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Come capire se si soffre di binge eating? E soprattutto in cosa si differenzia questa patologia dalla bulimia? La parola binge eating è ormai entrata a far parte del nostro vocabolario, nello specifico per identificare un disturbo del comportamento alimentare. Il binge eating è caratterizzato da un’alternanza disordinata tra periodi di astinenza e di trasgressione, che si risolvono in ricorrenti abbuffate. Chi ha questo tipo di problema trascorre giorni senza mangiare o mangiando pochissimo. Proprio tale sforzo innesca successivamente una perdita di controllo e la conseguente ingozzata. Tuttavia vedremo nel dettaglio come l’abbuffata sia solamente una parte del problema.  Soprattutto il momento precedente alla scorpacciata è strettamente connesso al binge eating

Come capire se si soffre di binge eating? Le differenze con la bulimia

Nella bulimia non ci sono veri e propri momenti di digiuno, la persona che ha problematiche bulimiche mangia con regolarità spinta da un bisogno interiore e ingurgita quantità significative di qualsiasi cibo. Il soggetto bulimico si ingozza senza alternare periodi di restrizione alimentare. Nel binge eating, invece, il problema non è circoscritto alle sole abbuffate. Nello specifico, il circolo vizioso che si instaura nel binge eating è caratterizzato da un eccesso iniziale di controllo che serve a ritardare quanto più possibile il momento dell’abbuffata. L’abbuffata segue subito dopo ed è la conseguenza di un momento di digiuno forzato. Un regime alimentare ipocalorico dettato dalla voglia di dimagrire o comunque di perdere velocemente peso. 

Come capire se si soffre di binge eating? La dieta

Spesso la dieta sembra essere l’unica soluzione per perdere peso. Spesso, purtroppo, capita anche che le persone alternino diversi percorsi di dimagrimento, senza però riuscire veramente a portarne uno a termine. Il regime alimentare è sicuramente importante nell’ambito di una dieta. Per questo motivo il consiglio tecnico che cerco di dare è quello di trovare la tipologia più adeguata di dieta in base ad un’idea dipiaceredel cibo. Insieme alla Dott.ssa Marta Stefani, esperta in Scienze dell’alimentazione, costruiamo percorsi alimentari basati proprio sul concetto di piacere collegato alla dieta. Cerchiamo cioè di calzare ogni tipologia di alimento in base alle preferenze della persone. Lasciando da parte le “grammature” e concentrandoci sul benessere del soggetto.

Nel caso del binge eating l’approccio non è semplice. L’alternanza di controllo/perdita di controllo abitua dapprima il soggetto ad assumere la  minima quantità di calorie sufficienti per non prendere peso – anzi per perderlo – e subito dopo attiva il circuito disfunzionale che lo porta a cedere alle abbuffate incontrollate. Il trattamento di questa problematica necessita quindi di un intervento psicologico a monte, per riuscire a rompere il circuito disfunzionale agendo sul meccanismo percettivo-reattivo del paziente.

Come capire se si soffre di binge eating? Ansia e depressione

Spesso il fatto di perdere il controllo nel consumo di cibo e comunque il non riuscire a perdere peso,  può innescare parallelamente degli stati emotivi di disagio anche gravi

In primo luogo può generarsi una condizione di ansia. I momenti dei pasti vengono vissuti come particolarmente negativi e ciò fa salire il livello di tensione. L’insoddisfazione aumenta, portando anche a momenti depressivi di chiusura. Dal punto di vista relazionale stare in mezzo alle altre persone viene vissuto negativamente per la paura di essere giudicati. Un circolo vizioso che dal punto di vista emotivo conduce la persona a chiudersi in se stessa, e paradossalmente a trovare nell’alternanza fra dieta restrittiva e abbuffata una modalità con cui gestire le emozioni. Ovviamente i sensi di colpa aumentano e il soggetto sviluppa oltremodo un senso di inadeguatezza. 

Terapia Breve Strategica e binge eating

Nel caso del binge eating, mediante la Terapia Breve Strategica si cerca di favorire una rottura del circolo vizioso digiuno – abbuffata, per ritrovare una forma di  benessere alimentare basato su un regime di sostentamento più sano ed equilibrato. La Terapia Breve Strategica fornisce un corretto supporto emotivo in grado di favorire il recupero psicologico del soggetto. E’ comunque necessario che dal punto di vista psicologico la persona sia pronta ad iniziare un percorso alimentare diverso e incentrato sul piacere di una alimentazione corretta.

Se vuoi saperne di più sul percorso integrato fra psicologia e nutrizionismo che svolgo in collaborazione con la Dott.ssa Marta Stefani, responsabile della Farmacia Santrovaso, contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Perché in estate aumenta l’ansia?

5 Luglio 2022

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? I disturbi del comportamento alimentare sono ormai un problema riconosciuto che affligge da anni i giovani e i non più giovani, con prevalenza dei casi – quasi il 90% – nell’ambito dell’universo femminile. La pandemia ha ulteriormente aggravato il fenomeno, che arriva oggi a coinvolgere anche ragazzi sotto i 14 anni. La didattica a distanza e le regole di lockdown hanno imposto un regime privo di scambi sociali con i coetanei e privo di attività sportive. Come risultato, i ragazzi si sono chiusi in se stessi e nei soggetti con bassa autostima la necessità di controllare l’ansia ha spesso indotto un comportamento alimentare tanto rigido quanto errato.

 

 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?

Il senso di fragilità interiore e la sensazione di impotenza nei confronti della realtà esterna sono alla base dei comportamenti anomali, che vanno dal rifiuto perentorio del cibo alle abbuffate nervose, agli episodi di vomito controllato. Anoressia, Bulimia, Binge eating, Vomiting: queste sono le forme prevalenti in cui si presenta oggi il fenomeno delle patologie alimentari. Problematiche che hanno fatto aumentare vertiginosamente le richieste di supporto psicologico, e molto spesso anche quelle di intervento sanitario. 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? L’anoressia

Il problema dei disturbi alimentari non è di facile soluzione. Esiste però un regola aurea che riguarda il ruolo della famiglia. E’ infatti essenziale che i genitori siano attenti a cogliere fin dall’inizio i sintomi di cambiamento nel regime dietetico dei propri figli. Se parliamo di Anoressia, nella maggior parte dei casi i sintomi sono facilmente equivocabili con un bisogno di rimettersi in forma. A tavola il soggetto anoressico diventa estremamente attento alle dosi, alle calorie, divide il cibo in piccole porzioni e si comporta in maniera meno partecipativa. La sua attenzione si focalizza sull’aspetto fisico, il pensiero si fa assillante, l’umore tende all’irritabilità e alla tristezza. La riduzione di peso corporeo diventa l’obiettivo primario, la ricerca della magrezza una vera e propria ossessione.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? La Bulimia

Nel caso della Bulimia, invece, il soggetto avverte il bisogno incontrollabile di mangiare in maniera smodata, di abbuffarsi di cibo per sentirsi bene, per sentirsi realizzato. L’alimentazione diviene sregolata perché nel caso del bulimico l’abbuffata costituisce una forma di vero e proprio piacere fisico. In maniera analoga all’anoressia, la bulimia costituisce un serio problema sia fisico che psicologico, i cui effetti negativi non devono essere sottostimati.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?Il binge eating

Senza entrare più di tanto nel merito, si possono citare almeno un altro paio di forme di disturbo alimentare. Il Binge eating (una sorta di evoluzione della Bulimia, nella quale il soggetto alterna periodi di forte controllo alimentare a periodi di scorpacciate) e il Vomiting (nel quale il soggetto alterna le fasi di alimentazione e di restituzione del cibo attraverso il vomito). Senza dimenticare che in molti casi i disturbi del comportamento alimentare sono accompagnati anche dall’assunzione di diuretici per facilitare il controllo della propria dieta, o da forme di autolesionismo (tagli cutanei, bruciature), quando non addirittura da idee suicide.

I social media

Un ruolo non secondario in questo contesto lo giocano anche i social media. Si è andato infatti diffondendo in maniera vertiginosa l’utilizzo di “app” sullo smartphone, dedicate al fitness e al controllo delle calorie. Su internet sono presenti e facilmente reperibili filmati in cui un influencer propone i propri metodi di allenamento. Per le ragazze e i ragazzi diventa quindi semplice confrontarsi ed imitare quelli che troppo facilmente diventano i propri modelli di riferimento. 

Il ruolo della famiglia

Ecco quindi dove, quando e perché diventa fondamentale il ruolo della famiglia. Nel corso degli incontri con i genitori di ragazze/i con disturbi dei comportamenti alimentari, pongo sempre in grande evidenza l’importanza del clima familiare. I genitori devono innanzi tutto essere attenti alle abitudini dei figli: in primis al regime alimentare, come già accennato. Ma vi sono anche altri segnali di cui tener conto. Quando ad esempio ricercano con insistenza approvazione e rassicurazione riguardo al proprio aspetto fisico. Oppure quando subito dopo i pasti spariscono regolarmente e si rifugiano in bagno. I genitori devono accuratamente evitare atteggiamenti di scarso interesse, di disinteresse o addirittura di presa in giro riguardo alla forma e al peso corporeo dei figli. L’importanza del loro contributo è fondamentale per il recupero di soggetti con problematiche di disagio alimentare. 

Il ruolo attivo della famiglia nel percorso di psicoterapia

Nei miei colloqui con i genitori chiarisco che devono innanzi tutto essere pronti a modificare i propri comportamenti nei confronti dei figli, recitando un ruolo attivo e mettendo in atto le azioni concordare con il terapeuta. Soprattutto i genitori non devono darsi troppo facilmente per vinti, i disturbi del comportamento alimentare sono una patologia resistente, non facile da attaccare. Quando non vengono affrontati adeguatamente nella fase iniziale, possono in taluni casi richiedere un trattamento sanitario ospedalizzato. Questo è uno dei motivi per cui diventa essenziale l’intervento dello specialista psicologo nel momento stesso in cui sorgono i primi dubbi in famiglia.

La terapia breve strategica

Nei confronti dei miei pazienti pongo in atto le tecniche di Terapia Breve Strategica. La psicoterapia aiuta nel coinvolgimento del soggetto, la negoziazione di un piano progressivo di azione, che ha come scopo quello di modificare lo schema con il quale egli percepisce il cibo e reagisce al bisogno di alimentarsi. La Terapia Breve Strategica offre una serie di vantaggi non trascurabili. Innanzi tutto è in grado di essere “tagliata su misura” per ogni singolo paziente, nel rispetto della sua unicità. Inoltre il trattamento ha di norma una durata relativamente breve – di solito non superiore agli 8 mesi – ed una rilevante efficacia clinica (statisticamente superiore all’80%) che assicura anche una buona stabilità nel tempo. 

Se sei interessato a ricevere maggiori informazioni contattami al 340 4190915 oppure scrivi a studio@guidodacutipsicologo.it. Se invece ritieni di voler approfondire il tema legato ai disturbi dei comportamenti alimentari puoi acquistare il mio e-book:

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, disturbi alimentari, disturbi del comportamento alimentare

Come si fa a far crescere l’autostima? Spesso nel mio studio di psicologia e psicoterapia le persone riportano di avere un basso valore di fiducia in se stessi. Come se la percezione di sé e della propria realtà si esprimesse sempre e comunque con un basso valore di autostima. In realtà queste persone non riescono a riconoscere il loro potenziale. Cioè, è  come se non riuscissero a vedere, riconoscere ed esprimere quello che è veramente il loro valore. Di conseguenza si percepiscono come poco capaci, con una scarsa fiducia in sé e nei propri mezzi. Nell’articolo di oggi propongo alcuni semplici esercizi pratici che consentono di aiutarci a riconoscere e percepire il nostro giusto livello di autostima. 

 

Come si fa a far crescere l’autostima?
Chi sei!

Nella vita di tutti i giorni in noi coesistono molte identità diverse. Siamo padri, madri, fratelli, amici, amiche e colleghi. Ognuna di queste nostre differenti identità ci descrive in maniera differente, pur essendo comunque sempre una parte di noi stessi. Riflettere in maniera profonda su chi siamo è fondamentale perchè ci permette di essere più consapevoli di noi stessi. Una ulteriore riflessione da fare è quella di capire se nelle varie sfere della nostra vita ci sentiamo più o meno soddisfatti. Se ad esempio in campo lavorativo non mi sento del tutto realizzato, questo potrebbe incidere negativamente sulla mia sfera privata. Anche quando nel complesso le cose personali stanno funzionando in maniera positiva. Scoprire in maniera consapevole chi siamo ed il nostro livello di soddisfazione in varie aree della nostra vita (lavoro, amici, famiglia, salute, …) è fondamentale per iniziare a ragionare anche sulla nostra autostima. 

Come si fa a far crescere l’autostima? Come scoprire chi siamo

Ti propongo questo esercizio. Prendi alcuni fogli di carta bianca, in cima ad ogni foglio scrivi “Chi sono” e prova a rispondere. Ad esempio, come abbiamo sottolineato nel precedente paragrafo, potresti riconoscerti in varie identità: marito, moglie, padre, imprenditore, lavoratore dipendente, manager … 

Una volta che abbiamo concluso questo primo quadro, analizziamo tutti i fogli e mettiamoli in ordine di importanza e di priorità. Qual’è l’identità che ritieni più rilevante per te? Quale viene per seconda? E così via. Adesso su ogni foglio scrivi che cosa ti entusiasma veramente di quella particolare identità. Infine verifica se fra le cose che hai scritto vi sono dei denominatori comuni e prendine nota in un foglio a parte. In questo modo avrai una mappa di quelle che sono le cose che veramente ti entusiasmano. 

Scopri il tuo valore! 

Il passaggio successivo è quello di approfondire per ognuna delle identità che abbiamo delineato, il valore che riesci ad esprimere. Ad esempio, come mamma puoi sottolineare il tuo valore di ascolto e comprensione, sia dei figli che di tuo marito. Caratteristica che esprime appieno un grande valore di te stessa e che può essere speso anche in altri contesti, non solamente in quello famigliare. Mettendo a fuoco i nostri valori importanti possiamo cercare di esprimerli in tutti gli altri contesti personali, lavorativi, sociali, ricreativi. La nostra autostima inizia a prendere una nuova forma. Spesso non ci rendiamo ben conto di chi siamo veramente, andiamo avanti inconsciamente, senza capire e senza apprezzare i nostri più profondi valori personali. 

FAI QUESTO ESERCIZIO! 

Prova a fare l’esercizio che ti ho consigliato. Inizia dal chiederti chi sei, ad elencare le cose che ti entusiasmano e ad evidenziare il valore per ogni ruolo. In questo modo avrai avviato un percorso di consapevolezza nuovo e differente, che ti guiderà anche nell’intento di aumentare la tua autostima. 

 

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Tag: autostima, coaching, coaching strategico, Pensiero efficace

Quali sono gli effetti fisici e mentali della dipendenza da questa sostanza?

Nell’articolo di oggi cercherò di approfondire le dinamiche di dipendenza ed astinenza, legate al consumo di cocaina. Il consumo di cocaina continua ad essere diffuso e preoccupante. Sono moltissimi i pazienti che si rivolgono al mio studio di psicologia e psicoterapia. Molti mi scrivono o mi chiamano per ricevere informazioni, senza però decidersi ad intraprendere un percorso. Il problema principale risiede in questa incertezza, in questa esitazione. Perchè il primo pilastro per superare la dipendenza e ritrovare il benessere e la voglia di vivere sta proprio nella motivazione personale ad uscire dal tunnel del consumo.

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? I sintomi fisici

Un consumo rilevante di cocaina può portare a sperimentare sulla propria pelle importanti sintomi fisici d’astinenza. Un desiderio incontrollato di sostanza che spinge la persona a ricercarla in tutti i modi. Il termine tecnico che descrive questa forte spinta a consumare cocaina si definisce craving. Parola ormai entrata nell’uso abituale fra i consumatori, che hanno comunque la consapevolezza di provare un desiderio incontrollabile di sostanza e non riescono (ma neppure vogliono) interrompere il consumo. Fumare cocaina comporta maggiori conseguenze da un punto di vista fisico, rispetto a sniffarla. Ciò non toglie che, dal punto di vista psicologico, in entrambi i casi la dipendenza sia fortissima. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Gli aspetti psicologici

La nostra mente, una volta che si è abituata alla presenza dello stupefacente, fatica a liberarsene. 

Sto bene quando ne faccio uso, non ho pensieri e mi sembra di condurre la mia vita serenamente”.

In molti vivono questo “autoinganno” relativamente agli effetti benefici, tuttavia illusori della sostanza. 

Consumo tutta la notte, sono arrivato a spendere 10.000 euro al mese, la mia azienda rischia il fallimento”.

Un anno fa un imprenditore spiegava con queste parole la necessità di cercare momenti di “abbuffata” e trasgressione, per sentirsi libero dalla schiavitù e dallo stress legati al lavoro. Senza forse rendersi bene conto degli evidenti rischi fisici e dei possibili contraccolpi sociali. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Il ruolo della mente

Negli esempi sopra esposti è chiaro il ruolo della sostanza. Una sorta di “compagna”, sempre presente, senza la quale sembra quasi che non riusciamo a realizzarci. Quando il consumo diventa importante, il rischio è quello di non riuscire a farne a meno, quasi come se non vi fosse via d’uscita. Il potere mentale che la sostanza esercita sulla persona è tale da rendere impossibile intravvedere possibilità differenti da quelle del consumo. Una vita normale appare impossibile. 

Come e quando iniziare un percorso di cura?

Ci sono dei momenti in cui si tocca il fondo e in questi contesti a volte al consumatore pare di scorgere un raggio di sole nella nebbia e si aggrappa a questa speranza. Molte persone quando mi chiamano sperano che esista la “bacchetta magica” per risolvere tutto in breve tempo. Invece quello che dico sempre ai miei pazienti al primo appuntamento, è che serve tantissima motivazione . Una forza di volontà che va costruita insieme; una leva psicologica fondamentale per aiutarci a non mollare il percorso, a fare tutto il possibile per uscirne. Fare tutto il possibile significa mettersi in discussione in maniera totale. Senza remore. Senza i “no”, i “ma”, ed i “se”. In altre parole: “no excuses”, cioè niente scuse o giustificazioni, per dirla all’americana. Difficile forse, ma non impossibile con il giusto supporto. 

Si può uscire dalla dipendenza da cocaina?

Credo che uscire da una dipendenza sia veramente possibile. Come appena detto ci vuole impegno costante e tanta motivazione. Ci vuole soprattutto un supporto psicologico e di psicoterapia. In alcuni casi può essere indicata una terapia farmacologica oppure anche una fase di ricovero in clinica. Quando lo ritengo necessario propongo ai miei pazienti una visita con specialisti psichiatri che possono fornire una visione anche organica al soggetto. Nello specifico, collaboro con la struttura “Parco dei Tigli” per offrire un servizio ancora più professionale e di qualità ai miei pazienti. 

Uscire da una dipendenza da cocaina è possibile. In primo luogo lavorando sull’astinenza, poi sulla motivazione e poi su cambiamenti reali nella vita della persona. 

Contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi studio@guidodacutipsicologo.it per maggiori informazioni. Se invece sei già seriamente convinto di voler uscire da una problematica di dipendenza, fissa il tuo appuntamento direttamente sulla mia agenda. 

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Tag: cocaina, craving, dipendenze

Ci sono persone che vivono l’esperienza quotidiana di guida della macchina in maniera serena, un momento a volte anche rilassante, distensivo e dedicato a se stessi.  Ci sono invece individui che appena salgono in macchina iniziano a vivere l’abitacolo come un vero e proprio incubo. Certo i motivi di tensione non mancano. Il traffico caotico, la fretta di doversi spostare per lavoro, il pensiero delle difficoltà quotidiane, i problemi di salute, e chi più ne ha più ne metta. Ma quando l’oggetto principale della paura si concentra sulla macchina, allora ci troviamo in presenza di una forma di monofobia del tutto particolare.  

I diversi livelli di gravità

Vi sono persone che non riescono neanche a salire in macchina. Altre che anche se non sono alla guida soffrono di viaggiare all’interno dell’abitacolo. Altre ancora che guidano ma soffrono, alternando pensieri negativi a sensazioni di disagio. Ovviamente il grado di sofferenza è diverso, tuttavia vi sono alcuni criteri comuni che sono trasversali e che vedremo in maniera più specifica. 

I pensieri disfunzionali

Penso sempre: e se non ci fosse una via d’uscita?” “Come potrei salvarmi in una situazione di emergenza?” “E se capitasse un incidente chi mi verrebbe ad aiutare?” 

Questi sono solo un esempio dei pensieri che passano per la mente di un soggetto fobico e che costituiscono una sorta di preoccupazione anticipata. Sono ragionamenti inconsci ed  irrazionali che pongono la paura al centro dell’attenzione . Anticipazioni che creano dubbio, insicurezza, difficoltà nel momento di prendere la macchina e guidarla a destinazione. Il pensiero è una nostra potente risorsa che tuttavia può diventare difficile da gestire. Nel caso della paura di guidare, i pensieri disfunzionali tendono a rendere l’esperienza minacciosa ancora prima di mettersi alla guida. Decretando così uno stato di tensione, una paura irrazionale e bloccante che in alcuni momenti può determinare addirittura attacchi di panico.

Quando la paura diventa ansia

Dottore vorrei poter guidare da solo ma ho troppa ansia; quando invece c’è qualcuno al mio fianco mi sento meglio”.

Il concetto espresso da un paziente sottolinea che se abbiamo qualcuno al nostro fianco non avvertiamo più la paura di guidare. Tuttavia il problema resta e non si risolve. Perchè se è vero che la persona di fianco a noi, con la sua sola presenza, comunica di volerci bene, al tempo stesso ci suggerisce inconsciamente che da soli non ce la possiamo fare a superare la nostra fobia. Quando ci ritroviamo da soli il nostro corpo ha una reazione fisiologica di paura che si esprime con l’ansia. Ci blocchiamo, scendiamo dalla macchina e iniziamo a pensare di non essere in grado di guidare.
La sensazione più comune è quella di perdere il controllo del nostro corpo e quindi di rischiare di fare un incidente. La respirazione diventa faticosa e l’unico desiderio è quello di non ripetere più questa esperienza.

Si può guarire dalla paura di guidare?

La risposta è affermativa, anche se è necessaria molta motivazione e buone strategie d’intervento. Le soluzioni disfunzionali sono quelle più semplici. Ad esempio evitare di mettersi al volante, oppure anche prendere delle precauzioni tipo quella di evitare le  strade che ci fanno più paura, preferendone altre. Durante i percorsi di Terapia Breve Strategica che svolgo, e che sono dedicati a questa comunissima forma di fobia, offro strategie d’intervento in grado di essere realmente d’aiuto e di servire nel momento del bisogno. Cioè proprio quando la persona si trova ad affrontare la sua paura nel momento specifico, al volante oppure anche prima di salire in auto.

Se vuoi saperne di più sulla paura di guidare e conoscere le tecniche che utilizzo durante il percorso di Terapia Breve Strategica contattami al
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Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico: leggi qui

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Tag: ansia, monofobie, panico, paura di guidare

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Ne parlo in tanti miei post, nei video e negli articoli. Ma cosa significa veramente avere un limite? Il limite può avere diversi significati e valenze. Non sempre il concetto di limite è negativo o disfunzionale. Anzi, in più di un caso può proteggerci e aiutarci nella definizione di noi stessi. Quando invece diventa appunto una sorta di punto estremo oltre il quale non riusciamo ad andare, il rischio è che possa bloccarci, creare problematiche o anche patologie psicologiche.

 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Limiti disfunzionali 

I limiti sono disfunzionali quando ci bloccano all’interno di quella che possiamo definire la nostra “area di comfort”, all’interno della quale ci sentiamo a nostro agio, magari proprio quando vorremmo poterla superare e andare oltre. Li potremmo descrivere come degli ostacoli che non permettono di raggiungere la meta sperata. Ne è un esempio il trovarsi in montagna e non riuscire più a proseguire sul sentiero perchè un albero caduto rappresenta un ostacolo che ci pare insuperabile. Oppure dover rinunciare all’idea di andare al concerto del proprio cantante preferito perchè bloccati dall’ansia.

Limiti funzionali

Il limite però può avere anche una valenza positiva, e aiutarci appunto a stabilire una linea di demarcazione, una soglia da non superare. Dal punto di vista relazionale, ad esempio, porre un limite ad un amico significa stabilire un confine relazionale che ci preserva e ci tutela. Una sorta di protezione emotiva che ci difende, mettendo in chiaro quale sia l’effettivo grado di intimità che vogliamo permettere. In questa concezione il concetto di “limite”  aiuta anche a capire e a far capire agli altri chi siamo. Una visione funzionale, utile alla persona. 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? La paura che limita

Quando il limite diventa disfunzionale iniziamo a sperimentare una condizione di difficoltà psicologica. La reazione si fa negativa: riduciamo le nostre possibilità, evitando di affrontare ciò che ci minaccia. Immaginatevi di avere paura degli spazi chiusi. Questa situazione è chiaramente limitante in maniera anche pesante. Ogni condizione in cui può esserci il rischio di trovarsi in un luogo chiuso e particolarmente stretto, la paura si scatena. Anche il lavoro può diventare un problema nel momento in cui dovesse capitare di doverlo svolgere in ambienti chiusi e stretti. In questo caso la paura diventa limitante. E se dovesse capitare che la paura si scateni anche in situazioni diverse? Il rischio a questo punto è che l’ansia si estenda a macchia d’olio, condizionando la vita della persona. 

Come uscire dai limiti?

L’esempio della paura è sicuramente forte in termini emotivi. Spesso vi sono limiti meno invalidanti che comunque riducono la qualità della nostra vita. Ad esempio evitare o ridurre al minimo le relazioni sociali, magari rimanendo chiusi in casa o davanti al computer, perchè pensiamo che gli altri ci giudichino. Oppure non riuscire a laurearsi perchè mancano pochi esami ma non riusciamo assolutamente a rimanere concentrati sullo studio. 

La motivazione

Spesso uno degli elementi importanti per superare il momento di stallo dettato dal limite, è la motivazione. Spingersi oltre il limite attraverso la nostra energia mentale e motivazionale. Ad esempio abbiamo svolto una sessione di allenamento negativa e siamo sfiduciati. La volta successiva possiamo tentare di spingerci  oltre, motivando la nostra mente ed il nostro corpo a fare meglio, evitando di auto-imporci un limite attraverso l’idea di non riuscire nel nostro sport preferito. La motivazione è uno strumento veramente potente, che spesso sottovalutiamo o non usiamo del tutto. Non è qualcosa di intangibile, ma qualcosa di assolutamente pragmatico. Un’energia mentale e fisica direzionata verso uno scopo, che ci consente proprio di superare il nostro limite. 

No Limits! Scopri il tuo valore personale

Un altro importante strumento di superamento dei nostri limiti è il conoscere e riconoscere il proprio valore personale. La consapevolezza dei nostri valori e delle nostre caratteristiche personali può fare veramente la differenza. Il 18 giugno insieme alla collega Isabella Masciulli terrò un incontro dedicato proprio alla scoperta di se stessi e dei propri punti di forza. Lo strumento che utilizzeremo è un Canva dedicato proprio ai valori personali, una sorta di mappa che guida alla scoperta di sé mediante domande e riflessioni specifiche sulla propria vita. 

Rimani collegato e continua a leggere i miei articoli per saperne di più rispetto a come riconoscere e superare i propri limiti. Se vuoi invece iniziare fin da oggi un percorso psicologico con questi stessi obiettivi contattami al 340 41.90.915. Se sei anche solo interessato all’argomento puoi iscriverti all’evento del 18 giugno cliccando in questo link.

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Tag: autostima, cambiamento, coaching strategico, valori personali

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente. Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

 

Gli aspetti mentali dell’arrampicata

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia. A questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Gli aspetti mentali dell’arrampicata. La consapevolezza

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Se vuoi saperne di più sull’importanza della mente nella performance ed in arrampicata, contattami al 3404190915 oppure fissa un appuntamento direttamente dalla mia agenda.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Come capire se si soffre di binge eating? E soprattutto in cosa si differenzia questa patologia dalla bulimia? La parola binge eating è ormai entrata a far parte del nostro vocabolario, nello specifico per identificare un disturbo del comportamento alimentare. Il binge eating è caratterizzato da un’alternanza disordinata tra periodi di astinenza e di trasgressione, che si risolvono in ricorrenti abbuffate. Chi ha questo tipo di problema trascorre giorni senza mangiare o mangiando pochissimo. Proprio tale sforzo innesca successivamente una perdita di controllo e la conseguente ingozzata. Tuttavia vedremo nel dettaglio come l’abbuffata sia solamente una parte del problema.  Soprattutto il momento precedente alla scorpacciata è strettamente connesso al binge eating

Come capire se si soffre di binge eating? Le differenze con la bulimia

Nella bulimia non ci sono veri e propri momenti di digiuno, la persona che ha problematiche bulimiche mangia con regolarità spinta da un bisogno interiore e ingurgita quantità significative di qualsiasi cibo. Il soggetto bulimico si ingozza senza alternare periodi di restrizione alimentare. Nel binge eating, invece, il problema non è circoscritto alle sole abbuffate. Nello specifico, il circolo vizioso che si instaura nel binge eating è caratterizzato da un eccesso iniziale di controllo che serve a ritardare quanto più possibile il momento dell’abbuffata. L’abbuffata segue subito dopo ed è la conseguenza di un momento di digiuno forzato. Un regime alimentare ipocalorico dettato dalla voglia di dimagrire o comunque di perdere velocemente peso. 

Come capire se si soffre di binge eating? La dieta

Spesso la dieta sembra essere l’unica soluzione per perdere peso. Spesso, purtroppo, capita anche che le persone alternino diversi percorsi di dimagrimento, senza però riuscire veramente a portarne uno a termine. Il regime alimentare è sicuramente importante nell’ambito di una dieta. Per questo motivo il consiglio tecnico che cerco di dare è quello di trovare la tipologia più adeguata di dieta in base ad un’idea dipiaceredel cibo. Insieme alla Dott.ssa Marta Stefani, esperta in Scienze dell’alimentazione, costruiamo percorsi alimentari basati proprio sul concetto di piacere collegato alla dieta. Cerchiamo cioè di calzare ogni tipologia di alimento in base alle preferenze della persone. Lasciando da parte le “grammature” e concentrandoci sul benessere del soggetto.

Nel caso del binge eating l’approccio non è semplice. L’alternanza di controllo/perdita di controllo abitua dapprima il soggetto ad assumere la  minima quantità di calorie sufficienti per non prendere peso – anzi per perderlo – e subito dopo attiva il circuito disfunzionale che lo porta a cedere alle abbuffate incontrollate. Il trattamento di questa problematica necessita quindi di un intervento psicologico a monte, per riuscire a rompere il circuito disfunzionale agendo sul meccanismo percettivo-reattivo del paziente.

Come capire se si soffre di binge eating? Ansia e depressione

Spesso il fatto di perdere il controllo nel consumo di cibo e comunque il non riuscire a perdere peso,  può innescare parallelamente degli stati emotivi di disagio anche gravi

In primo luogo può generarsi una condizione di ansia. I momenti dei pasti vengono vissuti come particolarmente negativi e ciò fa salire il livello di tensione. L’insoddisfazione aumenta, portando anche a momenti depressivi di chiusura. Dal punto di vista relazionale stare in mezzo alle altre persone viene vissuto negativamente per la paura di essere giudicati. Un circolo vizioso che dal punto di vista emotivo conduce la persona a chiudersi in se stessa, e paradossalmente a trovare nell’alternanza fra dieta restrittiva e abbuffata una modalità con cui gestire le emozioni. Ovviamente i sensi di colpa aumentano e il soggetto sviluppa oltremodo un senso di inadeguatezza. 

Terapia Breve Strategica e binge eating

Nel caso del binge eating, mediante la Terapia Breve Strategica si cerca di favorire una rottura del circolo vizioso digiuno – abbuffata, per ritrovare una forma di  benessere alimentare basato su un regime di sostentamento più sano ed equilibrato. La Terapia Breve Strategica fornisce un corretto supporto emotivo in grado di favorire il recupero psicologico del soggetto. E’ comunque necessario che dal punto di vista psicologico la persona sia pronta ad iniziare un percorso alimentare diverso e incentrato sul piacere di una alimentazione corretta.

Se vuoi saperne di più sul percorso integrato fra psicologia e nutrizionismo che svolgo in collaborazione con la Dott.ssa Marta Stefani, responsabile della Farmacia Santrovaso, contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Perché in estate aumenta l’ansia?

5 Luglio 2022

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? I disturbi del comportamento alimentare sono ormai un problema riconosciuto che affligge da anni i giovani e i non più giovani, con prevalenza dei casi – quasi il 90% – nell’ambito dell’universo femminile. La pandemia ha ulteriormente aggravato il fenomeno, che arriva oggi a coinvolgere anche ragazzi sotto i 14 anni. La didattica a distanza e le regole di lockdown hanno imposto un regime privo di scambi sociali con i coetanei e privo di attività sportive. Come risultato, i ragazzi si sono chiusi in se stessi e nei soggetti con bassa autostima la necessità di controllare l’ansia ha spesso indotto un comportamento alimentare tanto rigido quanto errato.

 

 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?

Il senso di fragilità interiore e la sensazione di impotenza nei confronti della realtà esterna sono alla base dei comportamenti anomali, che vanno dal rifiuto perentorio del cibo alle abbuffate nervose, agli episodi di vomito controllato. Anoressia, Bulimia, Binge eating, Vomiting: queste sono le forme prevalenti in cui si presenta oggi il fenomeno delle patologie alimentari. Problematiche che hanno fatto aumentare vertiginosamente le richieste di supporto psicologico, e molto spesso anche quelle di intervento sanitario. 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? L’anoressia

Il problema dei disturbi alimentari non è di facile soluzione. Esiste però un regola aurea che riguarda il ruolo della famiglia. E’ infatti essenziale che i genitori siano attenti a cogliere fin dall’inizio i sintomi di cambiamento nel regime dietetico dei propri figli. Se parliamo di Anoressia, nella maggior parte dei casi i sintomi sono facilmente equivocabili con un bisogno di rimettersi in forma. A tavola il soggetto anoressico diventa estremamente attento alle dosi, alle calorie, divide il cibo in piccole porzioni e si comporta in maniera meno partecipativa. La sua attenzione si focalizza sull’aspetto fisico, il pensiero si fa assillante, l’umore tende all’irritabilità e alla tristezza. La riduzione di peso corporeo diventa l’obiettivo primario, la ricerca della magrezza una vera e propria ossessione.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? La Bulimia

Nel caso della Bulimia, invece, il soggetto avverte il bisogno incontrollabile di mangiare in maniera smodata, di abbuffarsi di cibo per sentirsi bene, per sentirsi realizzato. L’alimentazione diviene sregolata perché nel caso del bulimico l’abbuffata costituisce una forma di vero e proprio piacere fisico. In maniera analoga all’anoressia, la bulimia costituisce un serio problema sia fisico che psicologico, i cui effetti negativi non devono essere sottostimati.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?Il binge eating

Senza entrare più di tanto nel merito, si possono citare almeno un altro paio di forme di disturbo alimentare. Il Binge eating (una sorta di evoluzione della Bulimia, nella quale il soggetto alterna periodi di forte controllo alimentare a periodi di scorpacciate) e il Vomiting (nel quale il soggetto alterna le fasi di alimentazione e di restituzione del cibo attraverso il vomito). Senza dimenticare che in molti casi i disturbi del comportamento alimentare sono accompagnati anche dall’assunzione di diuretici per facilitare il controllo della propria dieta, o da forme di autolesionismo (tagli cutanei, bruciature), quando non addirittura da idee suicide.

I social media

Un ruolo non secondario in questo contesto lo giocano anche i social media. Si è andato infatti diffondendo in maniera vertiginosa l’utilizzo di “app” sullo smartphone, dedicate al fitness e al controllo delle calorie. Su internet sono presenti e facilmente reperibili filmati in cui un influencer propone i propri metodi di allenamento. Per le ragazze e i ragazzi diventa quindi semplice confrontarsi ed imitare quelli che troppo facilmente diventano i propri modelli di riferimento. 

Il ruolo della famiglia

Ecco quindi dove, quando e perché diventa fondamentale il ruolo della famiglia. Nel corso degli incontri con i genitori di ragazze/i con disturbi dei comportamenti alimentari, pongo sempre in grande evidenza l’importanza del clima familiare. I genitori devono innanzi tutto essere attenti alle abitudini dei figli: in primis al regime alimentare, come già accennato. Ma vi sono anche altri segnali di cui tener conto. Quando ad esempio ricercano con insistenza approvazione e rassicurazione riguardo al proprio aspetto fisico. Oppure quando subito dopo i pasti spariscono regolarmente e si rifugiano in bagno. I genitori devono accuratamente evitare atteggiamenti di scarso interesse, di disinteresse o addirittura di presa in giro riguardo alla forma e al peso corporeo dei figli. L’importanza del loro contributo è fondamentale per il recupero di soggetti con problematiche di disagio alimentare. 

Il ruolo attivo della famiglia nel percorso di psicoterapia

Nei miei colloqui con i genitori chiarisco che devono innanzi tutto essere pronti a modificare i propri comportamenti nei confronti dei figli, recitando un ruolo attivo e mettendo in atto le azioni concordare con il terapeuta. Soprattutto i genitori non devono darsi troppo facilmente per vinti, i disturbi del comportamento alimentare sono una patologia resistente, non facile da attaccare. Quando non vengono affrontati adeguatamente nella fase iniziale, possono in taluni casi richiedere un trattamento sanitario ospedalizzato. Questo è uno dei motivi per cui diventa essenziale l’intervento dello specialista psicologo nel momento stesso in cui sorgono i primi dubbi in famiglia.

La terapia breve strategica

Nei confronti dei miei pazienti pongo in atto le tecniche di Terapia Breve Strategica. La psicoterapia aiuta nel coinvolgimento del soggetto, la negoziazione di un piano progressivo di azione, che ha come scopo quello di modificare lo schema con il quale egli percepisce il cibo e reagisce al bisogno di alimentarsi. La Terapia Breve Strategica offre una serie di vantaggi non trascurabili. Innanzi tutto è in grado di essere “tagliata su misura” per ogni singolo paziente, nel rispetto della sua unicità. Inoltre il trattamento ha di norma una durata relativamente breve – di solito non superiore agli 8 mesi – ed una rilevante efficacia clinica (statisticamente superiore all’80%) che assicura anche una buona stabilità nel tempo. 

Se sei interessato a ricevere maggiori informazioni contattami al 340 4190915 oppure scrivi a studio@guidodacutipsicologo.it. Se invece ritieni di voler approfondire il tema legato ai disturbi dei comportamenti alimentari puoi acquistare il mio e-book:

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, disturbi alimentari, disturbi del comportamento alimentare

Come si fa a far crescere l’autostima? Spesso nel mio studio di psicologia e psicoterapia le persone riportano di avere un basso valore di fiducia in se stessi. Come se la percezione di sé e della propria realtà si esprimesse sempre e comunque con un basso valore di autostima. In realtà queste persone non riescono a riconoscere il loro potenziale. Cioè, è  come se non riuscissero a vedere, riconoscere ed esprimere quello che è veramente il loro valore. Di conseguenza si percepiscono come poco capaci, con una scarsa fiducia in sé e nei propri mezzi. Nell’articolo di oggi propongo alcuni semplici esercizi pratici che consentono di aiutarci a riconoscere e percepire il nostro giusto livello di autostima. 

 

Come si fa a far crescere l’autostima?
Chi sei!

Nella vita di tutti i giorni in noi coesistono molte identità diverse. Siamo padri, madri, fratelli, amici, amiche e colleghi. Ognuna di queste nostre differenti identità ci descrive in maniera differente, pur essendo comunque sempre una parte di noi stessi. Riflettere in maniera profonda su chi siamo è fondamentale perchè ci permette di essere più consapevoli di noi stessi. Una ulteriore riflessione da fare è quella di capire se nelle varie sfere della nostra vita ci sentiamo più o meno soddisfatti. Se ad esempio in campo lavorativo non mi sento del tutto realizzato, questo potrebbe incidere negativamente sulla mia sfera privata. Anche quando nel complesso le cose personali stanno funzionando in maniera positiva. Scoprire in maniera consapevole chi siamo ed il nostro livello di soddisfazione in varie aree della nostra vita (lavoro, amici, famiglia, salute, …) è fondamentale per iniziare a ragionare anche sulla nostra autostima. 

Come si fa a far crescere l’autostima? Come scoprire chi siamo

Ti propongo questo esercizio. Prendi alcuni fogli di carta bianca, in cima ad ogni foglio scrivi “Chi sono” e prova a rispondere. Ad esempio, come abbiamo sottolineato nel precedente paragrafo, potresti riconoscerti in varie identità: marito, moglie, padre, imprenditore, lavoratore dipendente, manager … 

Una volta che abbiamo concluso questo primo quadro, analizziamo tutti i fogli e mettiamoli in ordine di importanza e di priorità. Qual’è l’identità che ritieni più rilevante per te? Quale viene per seconda? E così via. Adesso su ogni foglio scrivi che cosa ti entusiasma veramente di quella particolare identità. Infine verifica se fra le cose che hai scritto vi sono dei denominatori comuni e prendine nota in un foglio a parte. In questo modo avrai una mappa di quelle che sono le cose che veramente ti entusiasmano. 

Scopri il tuo valore! 

Il passaggio successivo è quello di approfondire per ognuna delle identità che abbiamo delineato, il valore che riesci ad esprimere. Ad esempio, come mamma puoi sottolineare il tuo valore di ascolto e comprensione, sia dei figli che di tuo marito. Caratteristica che esprime appieno un grande valore di te stessa e che può essere speso anche in altri contesti, non solamente in quello famigliare. Mettendo a fuoco i nostri valori importanti possiamo cercare di esprimerli in tutti gli altri contesti personali, lavorativi, sociali, ricreativi. La nostra autostima inizia a prendere una nuova forma. Spesso non ci rendiamo ben conto di chi siamo veramente, andiamo avanti inconsciamente, senza capire e senza apprezzare i nostri più profondi valori personali. 

FAI QUESTO ESERCIZIO! 

Prova a fare l’esercizio che ti ho consigliato. Inizia dal chiederti chi sei, ad elencare le cose che ti entusiasmano e ad evidenziare il valore per ogni ruolo. In questo modo avrai avviato un percorso di consapevolezza nuovo e differente, che ti guiderà anche nell’intento di aumentare la tua autostima. 

 

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Tag: autostima, coaching, coaching strategico, Pensiero efficace

Quali sono gli effetti fisici e mentali della dipendenza da questa sostanza?

Nell’articolo di oggi cercherò di approfondire le dinamiche di dipendenza ed astinenza, legate al consumo di cocaina. Il consumo di cocaina continua ad essere diffuso e preoccupante. Sono moltissimi i pazienti che si rivolgono al mio studio di psicologia e psicoterapia. Molti mi scrivono o mi chiamano per ricevere informazioni, senza però decidersi ad intraprendere un percorso. Il problema principale risiede in questa incertezza, in questa esitazione. Perchè il primo pilastro per superare la dipendenza e ritrovare il benessere e la voglia di vivere sta proprio nella motivazione personale ad uscire dal tunnel del consumo.

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? I sintomi fisici

Un consumo rilevante di cocaina può portare a sperimentare sulla propria pelle importanti sintomi fisici d’astinenza. Un desiderio incontrollato di sostanza che spinge la persona a ricercarla in tutti i modi. Il termine tecnico che descrive questa forte spinta a consumare cocaina si definisce craving. Parola ormai entrata nell’uso abituale fra i consumatori, che hanno comunque la consapevolezza di provare un desiderio incontrollabile di sostanza e non riescono (ma neppure vogliono) interrompere il consumo. Fumare cocaina comporta maggiori conseguenze da un punto di vista fisico, rispetto a sniffarla. Ciò non toglie che, dal punto di vista psicologico, in entrambi i casi la dipendenza sia fortissima. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Gli aspetti psicologici

La nostra mente, una volta che si è abituata alla presenza dello stupefacente, fatica a liberarsene. 

Sto bene quando ne faccio uso, non ho pensieri e mi sembra di condurre la mia vita serenamente”.

In molti vivono questo “autoinganno” relativamente agli effetti benefici, tuttavia illusori della sostanza. 

Consumo tutta la notte, sono arrivato a spendere 10.000 euro al mese, la mia azienda rischia il fallimento”.

Un anno fa un imprenditore spiegava con queste parole la necessità di cercare momenti di “abbuffata” e trasgressione, per sentirsi libero dalla schiavitù e dallo stress legati al lavoro. Senza forse rendersi bene conto degli evidenti rischi fisici e dei possibili contraccolpi sociali. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Il ruolo della mente

Negli esempi sopra esposti è chiaro il ruolo della sostanza. Una sorta di “compagna”, sempre presente, senza la quale sembra quasi che non riusciamo a realizzarci. Quando il consumo diventa importante, il rischio è quello di non riuscire a farne a meno, quasi come se non vi fosse via d’uscita. Il potere mentale che la sostanza esercita sulla persona è tale da rendere impossibile intravvedere possibilità differenti da quelle del consumo. Una vita normale appare impossibile. 

Come e quando iniziare un percorso di cura?

Ci sono dei momenti in cui si tocca il fondo e in questi contesti a volte al consumatore pare di scorgere un raggio di sole nella nebbia e si aggrappa a questa speranza. Molte persone quando mi chiamano sperano che esista la “bacchetta magica” per risolvere tutto in breve tempo. Invece quello che dico sempre ai miei pazienti al primo appuntamento, è che serve tantissima motivazione . Una forza di volontà che va costruita insieme; una leva psicologica fondamentale per aiutarci a non mollare il percorso, a fare tutto il possibile per uscirne. Fare tutto il possibile significa mettersi in discussione in maniera totale. Senza remore. Senza i “no”, i “ma”, ed i “se”. In altre parole: “no excuses”, cioè niente scuse o giustificazioni, per dirla all’americana. Difficile forse, ma non impossibile con il giusto supporto. 

Si può uscire dalla dipendenza da cocaina?

Credo che uscire da una dipendenza sia veramente possibile. Come appena detto ci vuole impegno costante e tanta motivazione. Ci vuole soprattutto un supporto psicologico e di psicoterapia. In alcuni casi può essere indicata una terapia farmacologica oppure anche una fase di ricovero in clinica. Quando lo ritengo necessario propongo ai miei pazienti una visita con specialisti psichiatri che possono fornire una visione anche organica al soggetto. Nello specifico, collaboro con la struttura “Parco dei Tigli” per offrire un servizio ancora più professionale e di qualità ai miei pazienti. 

Uscire da una dipendenza da cocaina è possibile. In primo luogo lavorando sull’astinenza, poi sulla motivazione e poi su cambiamenti reali nella vita della persona. 

Contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi studio@guidodacutipsicologo.it per maggiori informazioni. Se invece sei già seriamente convinto di voler uscire da una problematica di dipendenza, fissa il tuo appuntamento direttamente sulla mia agenda. 

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Tag: cocaina, craving, dipendenze

Ci sono persone che vivono l’esperienza quotidiana di guida della macchina in maniera serena, un momento a volte anche rilassante, distensivo e dedicato a se stessi.  Ci sono invece individui che appena salgono in macchina iniziano a vivere l’abitacolo come un vero e proprio incubo. Certo i motivi di tensione non mancano. Il traffico caotico, la fretta di doversi spostare per lavoro, il pensiero delle difficoltà quotidiane, i problemi di salute, e chi più ne ha più ne metta. Ma quando l’oggetto principale della paura si concentra sulla macchina, allora ci troviamo in presenza di una forma di monofobia del tutto particolare.  

I diversi livelli di gravità

Vi sono persone che non riescono neanche a salire in macchina. Altre che anche se non sono alla guida soffrono di viaggiare all’interno dell’abitacolo. Altre ancora che guidano ma soffrono, alternando pensieri negativi a sensazioni di disagio. Ovviamente il grado di sofferenza è diverso, tuttavia vi sono alcuni criteri comuni che sono trasversali e che vedremo in maniera più specifica. 

I pensieri disfunzionali

Penso sempre: e se non ci fosse una via d’uscita?” “Come potrei salvarmi in una situazione di emergenza?” “E se capitasse un incidente chi mi verrebbe ad aiutare?” 

Questi sono solo un esempio dei pensieri che passano per la mente di un soggetto fobico e che costituiscono una sorta di preoccupazione anticipata. Sono ragionamenti inconsci ed  irrazionali che pongono la paura al centro dell’attenzione . Anticipazioni che creano dubbio, insicurezza, difficoltà nel momento di prendere la macchina e guidarla a destinazione. Il pensiero è una nostra potente risorsa che tuttavia può diventare difficile da gestire. Nel caso della paura di guidare, i pensieri disfunzionali tendono a rendere l’esperienza minacciosa ancora prima di mettersi alla guida. Decretando così uno stato di tensione, una paura irrazionale e bloccante che in alcuni momenti può determinare addirittura attacchi di panico.

Quando la paura diventa ansia

Dottore vorrei poter guidare da solo ma ho troppa ansia; quando invece c’è qualcuno al mio fianco mi sento meglio”.

Il concetto espresso da un paziente sottolinea che se abbiamo qualcuno al nostro fianco non avvertiamo più la paura di guidare. Tuttavia il problema resta e non si risolve. Perchè se è vero che la persona di fianco a noi, con la sua sola presenza, comunica di volerci bene, al tempo stesso ci suggerisce inconsciamente che da soli non ce la possiamo fare a superare la nostra fobia. Quando ci ritroviamo da soli il nostro corpo ha una reazione fisiologica di paura che si esprime con l’ansia. Ci blocchiamo, scendiamo dalla macchina e iniziamo a pensare di non essere in grado di guidare.
La sensazione più comune è quella di perdere il controllo del nostro corpo e quindi di rischiare di fare un incidente. La respirazione diventa faticosa e l’unico desiderio è quello di non ripetere più questa esperienza.

Si può guarire dalla paura di guidare?

La risposta è affermativa, anche se è necessaria molta motivazione e buone strategie d’intervento. Le soluzioni disfunzionali sono quelle più semplici. Ad esempio evitare di mettersi al volante, oppure anche prendere delle precauzioni tipo quella di evitare le  strade che ci fanno più paura, preferendone altre. Durante i percorsi di Terapia Breve Strategica che svolgo, e che sono dedicati a questa comunissima forma di fobia, offro strategie d’intervento in grado di essere realmente d’aiuto e di servire nel momento del bisogno. Cioè proprio quando la persona si trova ad affrontare la sua paura nel momento specifico, al volante oppure anche prima di salire in auto.

Se vuoi saperne di più sulla paura di guidare e conoscere le tecniche che utilizzo durante il percorso di Terapia Breve Strategica contattami al
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Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico: leggi qui

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Tag: ansia, monofobie, panico, paura di guidare

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Ne parlo in tanti miei post, nei video e negli articoli. Ma cosa significa veramente avere un limite? Il limite può avere diversi significati e valenze. Non sempre il concetto di limite è negativo o disfunzionale. Anzi, in più di un caso può proteggerci e aiutarci nella definizione di noi stessi. Quando invece diventa appunto una sorta di punto estremo oltre il quale non riusciamo ad andare, il rischio è che possa bloccarci, creare problematiche o anche patologie psicologiche.

 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Limiti disfunzionali 

I limiti sono disfunzionali quando ci bloccano all’interno di quella che possiamo definire la nostra “area di comfort”, all’interno della quale ci sentiamo a nostro agio, magari proprio quando vorremmo poterla superare e andare oltre. Li potremmo descrivere come degli ostacoli che non permettono di raggiungere la meta sperata. Ne è un esempio il trovarsi in montagna e non riuscire più a proseguire sul sentiero perchè un albero caduto rappresenta un ostacolo che ci pare insuperabile. Oppure dover rinunciare all’idea di andare al concerto del proprio cantante preferito perchè bloccati dall’ansia.

Limiti funzionali

Il limite però può avere anche una valenza positiva, e aiutarci appunto a stabilire una linea di demarcazione, una soglia da non superare. Dal punto di vista relazionale, ad esempio, porre un limite ad un amico significa stabilire un confine relazionale che ci preserva e ci tutela. Una sorta di protezione emotiva che ci difende, mettendo in chiaro quale sia l’effettivo grado di intimità che vogliamo permettere. In questa concezione il concetto di “limite”  aiuta anche a capire e a far capire agli altri chi siamo. Una visione funzionale, utile alla persona. 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? La paura che limita

Quando il limite diventa disfunzionale iniziamo a sperimentare una condizione di difficoltà psicologica. La reazione si fa negativa: riduciamo le nostre possibilità, evitando di affrontare ciò che ci minaccia. Immaginatevi di avere paura degli spazi chiusi. Questa situazione è chiaramente limitante in maniera anche pesante. Ogni condizione in cui può esserci il rischio di trovarsi in un luogo chiuso e particolarmente stretto, la paura si scatena. Anche il lavoro può diventare un problema nel momento in cui dovesse capitare di doverlo svolgere in ambienti chiusi e stretti. In questo caso la paura diventa limitante. E se dovesse capitare che la paura si scateni anche in situazioni diverse? Il rischio a questo punto è che l’ansia si estenda a macchia d’olio, condizionando la vita della persona. 

Come uscire dai limiti?

L’esempio della paura è sicuramente forte in termini emotivi. Spesso vi sono limiti meno invalidanti che comunque riducono la qualità della nostra vita. Ad esempio evitare o ridurre al minimo le relazioni sociali, magari rimanendo chiusi in casa o davanti al computer, perchè pensiamo che gli altri ci giudichino. Oppure non riuscire a laurearsi perchè mancano pochi esami ma non riusciamo assolutamente a rimanere concentrati sullo studio. 

La motivazione

Spesso uno degli elementi importanti per superare il momento di stallo dettato dal limite, è la motivazione. Spingersi oltre il limite attraverso la nostra energia mentale e motivazionale. Ad esempio abbiamo svolto una sessione di allenamento negativa e siamo sfiduciati. La volta successiva possiamo tentare di spingerci  oltre, motivando la nostra mente ed il nostro corpo a fare meglio, evitando di auto-imporci un limite attraverso l’idea di non riuscire nel nostro sport preferito. La motivazione è uno strumento veramente potente, che spesso sottovalutiamo o non usiamo del tutto. Non è qualcosa di intangibile, ma qualcosa di assolutamente pragmatico. Un’energia mentale e fisica direzionata verso uno scopo, che ci consente proprio di superare il nostro limite. 

No Limits! Scopri il tuo valore personale

Un altro importante strumento di superamento dei nostri limiti è il conoscere e riconoscere il proprio valore personale. La consapevolezza dei nostri valori e delle nostre caratteristiche personali può fare veramente la differenza. Il 18 giugno insieme alla collega Isabella Masciulli terrò un incontro dedicato proprio alla scoperta di se stessi e dei propri punti di forza. Lo strumento che utilizzeremo è un Canva dedicato proprio ai valori personali, una sorta di mappa che guida alla scoperta di sé mediante domande e riflessioni specifiche sulla propria vita. 

Rimani collegato e continua a leggere i miei articoli per saperne di più rispetto a come riconoscere e superare i propri limiti. Se vuoi invece iniziare fin da oggi un percorso psicologico con questi stessi obiettivi contattami al 340 41.90.915. Se sei anche solo interessato all’argomento puoi iscriverti all’evento del 18 giugno cliccando in questo link.

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Tag: autostima, cambiamento, coaching strategico, valori personali

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente. Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

 

Gli aspetti mentali dell’arrampicata

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia. A questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Gli aspetti mentali dell’arrampicata. La consapevolezza

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Se vuoi saperne di più sull’importanza della mente nella performance ed in arrampicata, contattami al 3404190915 oppure fissa un appuntamento direttamente dalla mia agenda.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Come capire se si soffre di binge eating? E soprattutto in cosa si differenzia questa patologia dalla bulimia? La parola binge eating è ormai entrata a far parte del nostro vocabolario, nello specifico per identificare un disturbo del comportamento alimentare. Il binge eating è caratterizzato da un’alternanza disordinata tra periodi di astinenza e di trasgressione, che si risolvono in ricorrenti abbuffate. Chi ha questo tipo di problema trascorre giorni senza mangiare o mangiando pochissimo. Proprio tale sforzo innesca successivamente una perdita di controllo e la conseguente ingozzata. Tuttavia vedremo nel dettaglio come l’abbuffata sia solamente una parte del problema.  Soprattutto il momento precedente alla scorpacciata è strettamente connesso al binge eating

Come capire se si soffre di binge eating? Le differenze con la bulimia

Nella bulimia non ci sono veri e propri momenti di digiuno, la persona che ha problematiche bulimiche mangia con regolarità spinta da un bisogno interiore e ingurgita quantità significative di qualsiasi cibo. Il soggetto bulimico si ingozza senza alternare periodi di restrizione alimentare. Nel binge eating, invece, il problema non è circoscritto alle sole abbuffate. Nello specifico, il circolo vizioso che si instaura nel binge eating è caratterizzato da un eccesso iniziale di controllo che serve a ritardare quanto più possibile il momento dell’abbuffata. L’abbuffata segue subito dopo ed è la conseguenza di un momento di digiuno forzato. Un regime alimentare ipocalorico dettato dalla voglia di dimagrire o comunque di perdere velocemente peso. 

Come capire se si soffre di binge eating? La dieta

Spesso la dieta sembra essere l’unica soluzione per perdere peso. Spesso, purtroppo, capita anche che le persone alternino diversi percorsi di dimagrimento, senza però riuscire veramente a portarne uno a termine. Il regime alimentare è sicuramente importante nell’ambito di una dieta. Per questo motivo il consiglio tecnico che cerco di dare è quello di trovare la tipologia più adeguata di dieta in base ad un’idea dipiaceredel cibo. Insieme alla Dott.ssa Marta Stefani, esperta in Scienze dell’alimentazione, costruiamo percorsi alimentari basati proprio sul concetto di piacere collegato alla dieta. Cerchiamo cioè di calzare ogni tipologia di alimento in base alle preferenze della persone. Lasciando da parte le “grammature” e concentrandoci sul benessere del soggetto.

Nel caso del binge eating l’approccio non è semplice. L’alternanza di controllo/perdita di controllo abitua dapprima il soggetto ad assumere la  minima quantità di calorie sufficienti per non prendere peso – anzi per perderlo – e subito dopo attiva il circuito disfunzionale che lo porta a cedere alle abbuffate incontrollate. Il trattamento di questa problematica necessita quindi di un intervento psicologico a monte, per riuscire a rompere il circuito disfunzionale agendo sul meccanismo percettivo-reattivo del paziente.

Come capire se si soffre di binge eating? Ansia e depressione

Spesso il fatto di perdere il controllo nel consumo di cibo e comunque il non riuscire a perdere peso,  può innescare parallelamente degli stati emotivi di disagio anche gravi

In primo luogo può generarsi una condizione di ansia. I momenti dei pasti vengono vissuti come particolarmente negativi e ciò fa salire il livello di tensione. L’insoddisfazione aumenta, portando anche a momenti depressivi di chiusura. Dal punto di vista relazionale stare in mezzo alle altre persone viene vissuto negativamente per la paura di essere giudicati. Un circolo vizioso che dal punto di vista emotivo conduce la persona a chiudersi in se stessa, e paradossalmente a trovare nell’alternanza fra dieta restrittiva e abbuffata una modalità con cui gestire le emozioni. Ovviamente i sensi di colpa aumentano e il soggetto sviluppa oltremodo un senso di inadeguatezza. 

Terapia Breve Strategica e binge eating

Nel caso del binge eating, mediante la Terapia Breve Strategica si cerca di favorire una rottura del circolo vizioso digiuno – abbuffata, per ritrovare una forma di  benessere alimentare basato su un regime di sostentamento più sano ed equilibrato. La Terapia Breve Strategica fornisce un corretto supporto emotivo in grado di favorire il recupero psicologico del soggetto. E’ comunque necessario che dal punto di vista psicologico la persona sia pronta ad iniziare un percorso alimentare diverso e incentrato sul piacere di una alimentazione corretta.

Se vuoi saperne di più sul percorso integrato fra psicologia e nutrizionismo che svolgo in collaborazione con la Dott.ssa Marta Stefani, responsabile della Farmacia Santrovaso, contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Perché in estate aumenta l’ansia?

5 Luglio 2022

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? I disturbi del comportamento alimentare sono ormai un problema riconosciuto che affligge da anni i giovani e i non più giovani, con prevalenza dei casi – quasi il 90% – nell’ambito dell’universo femminile. La pandemia ha ulteriormente aggravato il fenomeno, che arriva oggi a coinvolgere anche ragazzi sotto i 14 anni. La didattica a distanza e le regole di lockdown hanno imposto un regime privo di scambi sociali con i coetanei e privo di attività sportive. Come risultato, i ragazzi si sono chiusi in se stessi e nei soggetti con bassa autostima la necessità di controllare l’ansia ha spesso indotto un comportamento alimentare tanto rigido quanto errato.

 

 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?

Il senso di fragilità interiore e la sensazione di impotenza nei confronti della realtà esterna sono alla base dei comportamenti anomali, che vanno dal rifiuto perentorio del cibo alle abbuffate nervose, agli episodi di vomito controllato. Anoressia, Bulimia, Binge eating, Vomiting: queste sono le forme prevalenti in cui si presenta oggi il fenomeno delle patologie alimentari. Problematiche che hanno fatto aumentare vertiginosamente le richieste di supporto psicologico, e molto spesso anche quelle di intervento sanitario. 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? L’anoressia

Il problema dei disturbi alimentari non è di facile soluzione. Esiste però un regola aurea che riguarda il ruolo della famiglia. E’ infatti essenziale che i genitori siano attenti a cogliere fin dall’inizio i sintomi di cambiamento nel regime dietetico dei propri figli. Se parliamo di Anoressia, nella maggior parte dei casi i sintomi sono facilmente equivocabili con un bisogno di rimettersi in forma. A tavola il soggetto anoressico diventa estremamente attento alle dosi, alle calorie, divide il cibo in piccole porzioni e si comporta in maniera meno partecipativa. La sua attenzione si focalizza sull’aspetto fisico, il pensiero si fa assillante, l’umore tende all’irritabilità e alla tristezza. La riduzione di peso corporeo diventa l’obiettivo primario, la ricerca della magrezza una vera e propria ossessione.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? La Bulimia

Nel caso della Bulimia, invece, il soggetto avverte il bisogno incontrollabile di mangiare in maniera smodata, di abbuffarsi di cibo per sentirsi bene, per sentirsi realizzato. L’alimentazione diviene sregolata perché nel caso del bulimico l’abbuffata costituisce una forma di vero e proprio piacere fisico. In maniera analoga all’anoressia, la bulimia costituisce un serio problema sia fisico che psicologico, i cui effetti negativi non devono essere sottostimati.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?Il binge eating

Senza entrare più di tanto nel merito, si possono citare almeno un altro paio di forme di disturbo alimentare. Il Binge eating (una sorta di evoluzione della Bulimia, nella quale il soggetto alterna periodi di forte controllo alimentare a periodi di scorpacciate) e il Vomiting (nel quale il soggetto alterna le fasi di alimentazione e di restituzione del cibo attraverso il vomito). Senza dimenticare che in molti casi i disturbi del comportamento alimentare sono accompagnati anche dall’assunzione di diuretici per facilitare il controllo della propria dieta, o da forme di autolesionismo (tagli cutanei, bruciature), quando non addirittura da idee suicide.

I social media

Un ruolo non secondario in questo contesto lo giocano anche i social media. Si è andato infatti diffondendo in maniera vertiginosa l’utilizzo di “app” sullo smartphone, dedicate al fitness e al controllo delle calorie. Su internet sono presenti e facilmente reperibili filmati in cui un influencer propone i propri metodi di allenamento. Per le ragazze e i ragazzi diventa quindi semplice confrontarsi ed imitare quelli che troppo facilmente diventano i propri modelli di riferimento. 

Il ruolo della famiglia

Ecco quindi dove, quando e perché diventa fondamentale il ruolo della famiglia. Nel corso degli incontri con i genitori di ragazze/i con disturbi dei comportamenti alimentari, pongo sempre in grande evidenza l’importanza del clima familiare. I genitori devono innanzi tutto essere attenti alle abitudini dei figli: in primis al regime alimentare, come già accennato. Ma vi sono anche altri segnali di cui tener conto. Quando ad esempio ricercano con insistenza approvazione e rassicurazione riguardo al proprio aspetto fisico. Oppure quando subito dopo i pasti spariscono regolarmente e si rifugiano in bagno. I genitori devono accuratamente evitare atteggiamenti di scarso interesse, di disinteresse o addirittura di presa in giro riguardo alla forma e al peso corporeo dei figli. L’importanza del loro contributo è fondamentale per il recupero di soggetti con problematiche di disagio alimentare. 

Il ruolo attivo della famiglia nel percorso di psicoterapia

Nei miei colloqui con i genitori chiarisco che devono innanzi tutto essere pronti a modificare i propri comportamenti nei confronti dei figli, recitando un ruolo attivo e mettendo in atto le azioni concordare con il terapeuta. Soprattutto i genitori non devono darsi troppo facilmente per vinti, i disturbi del comportamento alimentare sono una patologia resistente, non facile da attaccare. Quando non vengono affrontati adeguatamente nella fase iniziale, possono in taluni casi richiedere un trattamento sanitario ospedalizzato. Questo è uno dei motivi per cui diventa essenziale l’intervento dello specialista psicologo nel momento stesso in cui sorgono i primi dubbi in famiglia.

La terapia breve strategica

Nei confronti dei miei pazienti pongo in atto le tecniche di Terapia Breve Strategica. La psicoterapia aiuta nel coinvolgimento del soggetto, la negoziazione di un piano progressivo di azione, che ha come scopo quello di modificare lo schema con il quale egli percepisce il cibo e reagisce al bisogno di alimentarsi. La Terapia Breve Strategica offre una serie di vantaggi non trascurabili. Innanzi tutto è in grado di essere “tagliata su misura” per ogni singolo paziente, nel rispetto della sua unicità. Inoltre il trattamento ha di norma una durata relativamente breve – di solito non superiore agli 8 mesi – ed una rilevante efficacia clinica (statisticamente superiore all’80%) che assicura anche una buona stabilità nel tempo. 

Se sei interessato a ricevere maggiori informazioni contattami al 340 4190915 oppure scrivi a studio@guidodacutipsicologo.it. Se invece ritieni di voler approfondire il tema legato ai disturbi dei comportamenti alimentari puoi acquistare il mio e-book:

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, disturbi alimentari, disturbi del comportamento alimentare

Come si fa a far crescere l’autostima? Spesso nel mio studio di psicologia e psicoterapia le persone riportano di avere un basso valore di fiducia in se stessi. Come se la percezione di sé e della propria realtà si esprimesse sempre e comunque con un basso valore di autostima. In realtà queste persone non riescono a riconoscere il loro potenziale. Cioè, è  come se non riuscissero a vedere, riconoscere ed esprimere quello che è veramente il loro valore. Di conseguenza si percepiscono come poco capaci, con una scarsa fiducia in sé e nei propri mezzi. Nell’articolo di oggi propongo alcuni semplici esercizi pratici che consentono di aiutarci a riconoscere e percepire il nostro giusto livello di autostima. 

 

Come si fa a far crescere l’autostima?
Chi sei!

Nella vita di tutti i giorni in noi coesistono molte identità diverse. Siamo padri, madri, fratelli, amici, amiche e colleghi. Ognuna di queste nostre differenti identità ci descrive in maniera differente, pur essendo comunque sempre una parte di noi stessi. Riflettere in maniera profonda su chi siamo è fondamentale perchè ci permette di essere più consapevoli di noi stessi. Una ulteriore riflessione da fare è quella di capire se nelle varie sfere della nostra vita ci sentiamo più o meno soddisfatti. Se ad esempio in campo lavorativo non mi sento del tutto realizzato, questo potrebbe incidere negativamente sulla mia sfera privata. Anche quando nel complesso le cose personali stanno funzionando in maniera positiva. Scoprire in maniera consapevole chi siamo ed il nostro livello di soddisfazione in varie aree della nostra vita (lavoro, amici, famiglia, salute, …) è fondamentale per iniziare a ragionare anche sulla nostra autostima. 

Come si fa a far crescere l’autostima? Come scoprire chi siamo

Ti propongo questo esercizio. Prendi alcuni fogli di carta bianca, in cima ad ogni foglio scrivi “Chi sono” e prova a rispondere. Ad esempio, come abbiamo sottolineato nel precedente paragrafo, potresti riconoscerti in varie identità: marito, moglie, padre, imprenditore, lavoratore dipendente, manager … 

Una volta che abbiamo concluso questo primo quadro, analizziamo tutti i fogli e mettiamoli in ordine di importanza e di priorità. Qual’è l’identità che ritieni più rilevante per te? Quale viene per seconda? E così via. Adesso su ogni foglio scrivi che cosa ti entusiasma veramente di quella particolare identità. Infine verifica se fra le cose che hai scritto vi sono dei denominatori comuni e prendine nota in un foglio a parte. In questo modo avrai una mappa di quelle che sono le cose che veramente ti entusiasmano. 

Scopri il tuo valore! 

Il passaggio successivo è quello di approfondire per ognuna delle identità che abbiamo delineato, il valore che riesci ad esprimere. Ad esempio, come mamma puoi sottolineare il tuo valore di ascolto e comprensione, sia dei figli che di tuo marito. Caratteristica che esprime appieno un grande valore di te stessa e che può essere speso anche in altri contesti, non solamente in quello famigliare. Mettendo a fuoco i nostri valori importanti possiamo cercare di esprimerli in tutti gli altri contesti personali, lavorativi, sociali, ricreativi. La nostra autostima inizia a prendere una nuova forma. Spesso non ci rendiamo ben conto di chi siamo veramente, andiamo avanti inconsciamente, senza capire e senza apprezzare i nostri più profondi valori personali. 

FAI QUESTO ESERCIZIO! 

Prova a fare l’esercizio che ti ho consigliato. Inizia dal chiederti chi sei, ad elencare le cose che ti entusiasmano e ad evidenziare il valore per ogni ruolo. In questo modo avrai avviato un percorso di consapevolezza nuovo e differente, che ti guiderà anche nell’intento di aumentare la tua autostima. 

 

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Tag: autostima, coaching, coaching strategico, Pensiero efficace

Quali sono gli effetti fisici e mentali della dipendenza da questa sostanza?

Nell’articolo di oggi cercherò di approfondire le dinamiche di dipendenza ed astinenza, legate al consumo di cocaina. Il consumo di cocaina continua ad essere diffuso e preoccupante. Sono moltissimi i pazienti che si rivolgono al mio studio di psicologia e psicoterapia. Molti mi scrivono o mi chiamano per ricevere informazioni, senza però decidersi ad intraprendere un percorso. Il problema principale risiede in questa incertezza, in questa esitazione. Perchè il primo pilastro per superare la dipendenza e ritrovare il benessere e la voglia di vivere sta proprio nella motivazione personale ad uscire dal tunnel del consumo.

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? I sintomi fisici

Un consumo rilevante di cocaina può portare a sperimentare sulla propria pelle importanti sintomi fisici d’astinenza. Un desiderio incontrollato di sostanza che spinge la persona a ricercarla in tutti i modi. Il termine tecnico che descrive questa forte spinta a consumare cocaina si definisce craving. Parola ormai entrata nell’uso abituale fra i consumatori, che hanno comunque la consapevolezza di provare un desiderio incontrollabile di sostanza e non riescono (ma neppure vogliono) interrompere il consumo. Fumare cocaina comporta maggiori conseguenze da un punto di vista fisico, rispetto a sniffarla. Ciò non toglie che, dal punto di vista psicologico, in entrambi i casi la dipendenza sia fortissima. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Gli aspetti psicologici

La nostra mente, una volta che si è abituata alla presenza dello stupefacente, fatica a liberarsene. 

Sto bene quando ne faccio uso, non ho pensieri e mi sembra di condurre la mia vita serenamente”.

In molti vivono questo “autoinganno” relativamente agli effetti benefici, tuttavia illusori della sostanza. 

Consumo tutta la notte, sono arrivato a spendere 10.000 euro al mese, la mia azienda rischia il fallimento”.

Un anno fa un imprenditore spiegava con queste parole la necessità di cercare momenti di “abbuffata” e trasgressione, per sentirsi libero dalla schiavitù e dallo stress legati al lavoro. Senza forse rendersi bene conto degli evidenti rischi fisici e dei possibili contraccolpi sociali. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Il ruolo della mente

Negli esempi sopra esposti è chiaro il ruolo della sostanza. Una sorta di “compagna”, sempre presente, senza la quale sembra quasi che non riusciamo a realizzarci. Quando il consumo diventa importante, il rischio è quello di non riuscire a farne a meno, quasi come se non vi fosse via d’uscita. Il potere mentale che la sostanza esercita sulla persona è tale da rendere impossibile intravvedere possibilità differenti da quelle del consumo. Una vita normale appare impossibile. 

Come e quando iniziare un percorso di cura?

Ci sono dei momenti in cui si tocca il fondo e in questi contesti a volte al consumatore pare di scorgere un raggio di sole nella nebbia e si aggrappa a questa speranza. Molte persone quando mi chiamano sperano che esista la “bacchetta magica” per risolvere tutto in breve tempo. Invece quello che dico sempre ai miei pazienti al primo appuntamento, è che serve tantissima motivazione . Una forza di volontà che va costruita insieme; una leva psicologica fondamentale per aiutarci a non mollare il percorso, a fare tutto il possibile per uscirne. Fare tutto il possibile significa mettersi in discussione in maniera totale. Senza remore. Senza i “no”, i “ma”, ed i “se”. In altre parole: “no excuses”, cioè niente scuse o giustificazioni, per dirla all’americana. Difficile forse, ma non impossibile con il giusto supporto. 

Si può uscire dalla dipendenza da cocaina?

Credo che uscire da una dipendenza sia veramente possibile. Come appena detto ci vuole impegno costante e tanta motivazione. Ci vuole soprattutto un supporto psicologico e di psicoterapia. In alcuni casi può essere indicata una terapia farmacologica oppure anche una fase di ricovero in clinica. Quando lo ritengo necessario propongo ai miei pazienti una visita con specialisti psichiatri che possono fornire una visione anche organica al soggetto. Nello specifico, collaboro con la struttura “Parco dei Tigli” per offrire un servizio ancora più professionale e di qualità ai miei pazienti. 

Uscire da una dipendenza da cocaina è possibile. In primo luogo lavorando sull’astinenza, poi sulla motivazione e poi su cambiamenti reali nella vita della persona. 

Contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi studio@guidodacutipsicologo.it per maggiori informazioni. Se invece sei già seriamente convinto di voler uscire da una problematica di dipendenza, fissa il tuo appuntamento direttamente sulla mia agenda. 

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Tag: cocaina, craving, dipendenze

Ci sono persone che vivono l’esperienza quotidiana di guida della macchina in maniera serena, un momento a volte anche rilassante, distensivo e dedicato a se stessi.  Ci sono invece individui che appena salgono in macchina iniziano a vivere l’abitacolo come un vero e proprio incubo. Certo i motivi di tensione non mancano. Il traffico caotico, la fretta di doversi spostare per lavoro, il pensiero delle difficoltà quotidiane, i problemi di salute, e chi più ne ha più ne metta. Ma quando l’oggetto principale della paura si concentra sulla macchina, allora ci troviamo in presenza di una forma di monofobia del tutto particolare.  

I diversi livelli di gravità

Vi sono persone che non riescono neanche a salire in macchina. Altre che anche se non sono alla guida soffrono di viaggiare all’interno dell’abitacolo. Altre ancora che guidano ma soffrono, alternando pensieri negativi a sensazioni di disagio. Ovviamente il grado di sofferenza è diverso, tuttavia vi sono alcuni criteri comuni che sono trasversali e che vedremo in maniera più specifica. 

I pensieri disfunzionali

Penso sempre: e se non ci fosse una via d’uscita?” “Come potrei salvarmi in una situazione di emergenza?” “E se capitasse un incidente chi mi verrebbe ad aiutare?” 

Questi sono solo un esempio dei pensieri che passano per la mente di un soggetto fobico e che costituiscono una sorta di preoccupazione anticipata. Sono ragionamenti inconsci ed  irrazionali che pongono la paura al centro dell’attenzione . Anticipazioni che creano dubbio, insicurezza, difficoltà nel momento di prendere la macchina e guidarla a destinazione. Il pensiero è una nostra potente risorsa che tuttavia può diventare difficile da gestire. Nel caso della paura di guidare, i pensieri disfunzionali tendono a rendere l’esperienza minacciosa ancora prima di mettersi alla guida. Decretando così uno stato di tensione, una paura irrazionale e bloccante che in alcuni momenti può determinare addirittura attacchi di panico.

Quando la paura diventa ansia

Dottore vorrei poter guidare da solo ma ho troppa ansia; quando invece c’è qualcuno al mio fianco mi sento meglio”.

Il concetto espresso da un paziente sottolinea che se abbiamo qualcuno al nostro fianco non avvertiamo più la paura di guidare. Tuttavia il problema resta e non si risolve. Perchè se è vero che la persona di fianco a noi, con la sua sola presenza, comunica di volerci bene, al tempo stesso ci suggerisce inconsciamente che da soli non ce la possiamo fare a superare la nostra fobia. Quando ci ritroviamo da soli il nostro corpo ha una reazione fisiologica di paura che si esprime con l’ansia. Ci blocchiamo, scendiamo dalla macchina e iniziamo a pensare di non essere in grado di guidare.
La sensazione più comune è quella di perdere il controllo del nostro corpo e quindi di rischiare di fare un incidente. La respirazione diventa faticosa e l’unico desiderio è quello di non ripetere più questa esperienza.

Si può guarire dalla paura di guidare?

La risposta è affermativa, anche se è necessaria molta motivazione e buone strategie d’intervento. Le soluzioni disfunzionali sono quelle più semplici. Ad esempio evitare di mettersi al volante, oppure anche prendere delle precauzioni tipo quella di evitare le  strade che ci fanno più paura, preferendone altre. Durante i percorsi di Terapia Breve Strategica che svolgo, e che sono dedicati a questa comunissima forma di fobia, offro strategie d’intervento in grado di essere realmente d’aiuto e di servire nel momento del bisogno. Cioè proprio quando la persona si trova ad affrontare la sua paura nel momento specifico, al volante oppure anche prima di salire in auto.

Se vuoi saperne di più sulla paura di guidare e conoscere le tecniche che utilizzo durante il percorso di Terapia Breve Strategica contattami al
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Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico: leggi qui

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Tag: ansia, monofobie, panico, paura di guidare

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Ne parlo in tanti miei post, nei video e negli articoli. Ma cosa significa veramente avere un limite? Il limite può avere diversi significati e valenze. Non sempre il concetto di limite è negativo o disfunzionale. Anzi, in più di un caso può proteggerci e aiutarci nella definizione di noi stessi. Quando invece diventa appunto una sorta di punto estremo oltre il quale non riusciamo ad andare, il rischio è che possa bloccarci, creare problematiche o anche patologie psicologiche.

 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Limiti disfunzionali 

I limiti sono disfunzionali quando ci bloccano all’interno di quella che possiamo definire la nostra “area di comfort”, all’interno della quale ci sentiamo a nostro agio, magari proprio quando vorremmo poterla superare e andare oltre. Li potremmo descrivere come degli ostacoli che non permettono di raggiungere la meta sperata. Ne è un esempio il trovarsi in montagna e non riuscire più a proseguire sul sentiero perchè un albero caduto rappresenta un ostacolo che ci pare insuperabile. Oppure dover rinunciare all’idea di andare al concerto del proprio cantante preferito perchè bloccati dall’ansia.

Limiti funzionali

Il limite però può avere anche una valenza positiva, e aiutarci appunto a stabilire una linea di demarcazione, una soglia da non superare. Dal punto di vista relazionale, ad esempio, porre un limite ad un amico significa stabilire un confine relazionale che ci preserva e ci tutela. Una sorta di protezione emotiva che ci difende, mettendo in chiaro quale sia l’effettivo grado di intimità che vogliamo permettere. In questa concezione il concetto di “limite”  aiuta anche a capire e a far capire agli altri chi siamo. Una visione funzionale, utile alla persona. 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? La paura che limita

Quando il limite diventa disfunzionale iniziamo a sperimentare una condizione di difficoltà psicologica. La reazione si fa negativa: riduciamo le nostre possibilità, evitando di affrontare ciò che ci minaccia. Immaginatevi di avere paura degli spazi chiusi. Questa situazione è chiaramente limitante in maniera anche pesante. Ogni condizione in cui può esserci il rischio di trovarsi in un luogo chiuso e particolarmente stretto, la paura si scatena. Anche il lavoro può diventare un problema nel momento in cui dovesse capitare di doverlo svolgere in ambienti chiusi e stretti. In questo caso la paura diventa limitante. E se dovesse capitare che la paura si scateni anche in situazioni diverse? Il rischio a questo punto è che l’ansia si estenda a macchia d’olio, condizionando la vita della persona. 

Come uscire dai limiti?

L’esempio della paura è sicuramente forte in termini emotivi. Spesso vi sono limiti meno invalidanti che comunque riducono la qualità della nostra vita. Ad esempio evitare o ridurre al minimo le relazioni sociali, magari rimanendo chiusi in casa o davanti al computer, perchè pensiamo che gli altri ci giudichino. Oppure non riuscire a laurearsi perchè mancano pochi esami ma non riusciamo assolutamente a rimanere concentrati sullo studio. 

La motivazione

Spesso uno degli elementi importanti per superare il momento di stallo dettato dal limite, è la motivazione. Spingersi oltre il limite attraverso la nostra energia mentale e motivazionale. Ad esempio abbiamo svolto una sessione di allenamento negativa e siamo sfiduciati. La volta successiva possiamo tentare di spingerci  oltre, motivando la nostra mente ed il nostro corpo a fare meglio, evitando di auto-imporci un limite attraverso l’idea di non riuscire nel nostro sport preferito. La motivazione è uno strumento veramente potente, che spesso sottovalutiamo o non usiamo del tutto. Non è qualcosa di intangibile, ma qualcosa di assolutamente pragmatico. Un’energia mentale e fisica direzionata verso uno scopo, che ci consente proprio di superare il nostro limite. 

No Limits! Scopri il tuo valore personale

Un altro importante strumento di superamento dei nostri limiti è il conoscere e riconoscere il proprio valore personale. La consapevolezza dei nostri valori e delle nostre caratteristiche personali può fare veramente la differenza. Il 18 giugno insieme alla collega Isabella Masciulli terrò un incontro dedicato proprio alla scoperta di se stessi e dei propri punti di forza. Lo strumento che utilizzeremo è un Canva dedicato proprio ai valori personali, una sorta di mappa che guida alla scoperta di sé mediante domande e riflessioni specifiche sulla propria vita. 

Rimani collegato e continua a leggere i miei articoli per saperne di più rispetto a come riconoscere e superare i propri limiti. Se vuoi invece iniziare fin da oggi un percorso psicologico con questi stessi obiettivi contattami al 340 41.90.915. Se sei anche solo interessato all’argomento puoi iscriverti all’evento del 18 giugno cliccando in questo link.

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Tag: autostima, cambiamento, coaching strategico, valori personali

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente. Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

 

Gli aspetti mentali dell’arrampicata

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia. A questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Gli aspetti mentali dell’arrampicata. La consapevolezza

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Se vuoi saperne di più sull’importanza della mente nella performance ed in arrampicata, contattami al 3404190915 oppure fissa un appuntamento direttamente dalla mia agenda.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Come capire se si soffre di binge eating? E soprattutto in cosa si differenzia questa patologia dalla bulimia? La parola binge eating è ormai entrata a far parte del nostro vocabolario, nello specifico per identificare un disturbo del comportamento alimentare. Il binge eating è caratterizzato da un’alternanza disordinata tra periodi di astinenza e di trasgressione, che si risolvono in ricorrenti abbuffate. Chi ha questo tipo di problema trascorre giorni senza mangiare o mangiando pochissimo. Proprio tale sforzo innesca successivamente una perdita di controllo e la conseguente ingozzata. Tuttavia vedremo nel dettaglio come l’abbuffata sia solamente una parte del problema.  Soprattutto il momento precedente alla scorpacciata è strettamente connesso al binge eating

Come capire se si soffre di binge eating? Le differenze con la bulimia

Nella bulimia non ci sono veri e propri momenti di digiuno, la persona che ha problematiche bulimiche mangia con regolarità spinta da un bisogno interiore e ingurgita quantità significative di qualsiasi cibo. Il soggetto bulimico si ingozza senza alternare periodi di restrizione alimentare. Nel binge eating, invece, il problema non è circoscritto alle sole abbuffate. Nello specifico, il circolo vizioso che si instaura nel binge eating è caratterizzato da un eccesso iniziale di controllo che serve a ritardare quanto più possibile il momento dell’abbuffata. L’abbuffata segue subito dopo ed è la conseguenza di un momento di digiuno forzato. Un regime alimentare ipocalorico dettato dalla voglia di dimagrire o comunque di perdere velocemente peso. 

Come capire se si soffre di binge eating? La dieta

Spesso la dieta sembra essere l’unica soluzione per perdere peso. Spesso, purtroppo, capita anche che le persone alternino diversi percorsi di dimagrimento, senza però riuscire veramente a portarne uno a termine. Il regime alimentare è sicuramente importante nell’ambito di una dieta. Per questo motivo il consiglio tecnico che cerco di dare è quello di trovare la tipologia più adeguata di dieta in base ad un’idea dipiaceredel cibo. Insieme alla Dott.ssa Marta Stefani, esperta in Scienze dell’alimentazione, costruiamo percorsi alimentari basati proprio sul concetto di piacere collegato alla dieta. Cerchiamo cioè di calzare ogni tipologia di alimento in base alle preferenze della persone. Lasciando da parte le “grammature” e concentrandoci sul benessere del soggetto.

Nel caso del binge eating l’approccio non è semplice. L’alternanza di controllo/perdita di controllo abitua dapprima il soggetto ad assumere la  minima quantità di calorie sufficienti per non prendere peso – anzi per perderlo – e subito dopo attiva il circuito disfunzionale che lo porta a cedere alle abbuffate incontrollate. Il trattamento di questa problematica necessita quindi di un intervento psicologico a monte, per riuscire a rompere il circuito disfunzionale agendo sul meccanismo percettivo-reattivo del paziente.

Come capire se si soffre di binge eating? Ansia e depressione

Spesso il fatto di perdere il controllo nel consumo di cibo e comunque il non riuscire a perdere peso,  può innescare parallelamente degli stati emotivi di disagio anche gravi

In primo luogo può generarsi una condizione di ansia. I momenti dei pasti vengono vissuti come particolarmente negativi e ciò fa salire il livello di tensione. L’insoddisfazione aumenta, portando anche a momenti depressivi di chiusura. Dal punto di vista relazionale stare in mezzo alle altre persone viene vissuto negativamente per la paura di essere giudicati. Un circolo vizioso che dal punto di vista emotivo conduce la persona a chiudersi in se stessa, e paradossalmente a trovare nell’alternanza fra dieta restrittiva e abbuffata una modalità con cui gestire le emozioni. Ovviamente i sensi di colpa aumentano e il soggetto sviluppa oltremodo un senso di inadeguatezza. 

Terapia Breve Strategica e binge eating

Nel caso del binge eating, mediante la Terapia Breve Strategica si cerca di favorire una rottura del circolo vizioso digiuno – abbuffata, per ritrovare una forma di  benessere alimentare basato su un regime di sostentamento più sano ed equilibrato. La Terapia Breve Strategica fornisce un corretto supporto emotivo in grado di favorire il recupero psicologico del soggetto. E’ comunque necessario che dal punto di vista psicologico la persona sia pronta ad iniziare un percorso alimentare diverso e incentrato sul piacere di una alimentazione corretta.

Se vuoi saperne di più sul percorso integrato fra psicologia e nutrizionismo che svolgo in collaborazione con la Dott.ssa Marta Stefani, responsabile della Farmacia Santrovaso, contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Perché in estate aumenta l’ansia?

5 Luglio 2022

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? I disturbi del comportamento alimentare sono ormai un problema riconosciuto che affligge da anni i giovani e i non più giovani, con prevalenza dei casi – quasi il 90% – nell’ambito dell’universo femminile. La pandemia ha ulteriormente aggravato il fenomeno, che arriva oggi a coinvolgere anche ragazzi sotto i 14 anni. La didattica a distanza e le regole di lockdown hanno imposto un regime privo di scambi sociali con i coetanei e privo di attività sportive. Come risultato, i ragazzi si sono chiusi in se stessi e nei soggetti con bassa autostima la necessità di controllare l’ansia ha spesso indotto un comportamento alimentare tanto rigido quanto errato.

 

 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?

Il senso di fragilità interiore e la sensazione di impotenza nei confronti della realtà esterna sono alla base dei comportamenti anomali, che vanno dal rifiuto perentorio del cibo alle abbuffate nervose, agli episodi di vomito controllato. Anoressia, Bulimia, Binge eating, Vomiting: queste sono le forme prevalenti in cui si presenta oggi il fenomeno delle patologie alimentari. Problematiche che hanno fatto aumentare vertiginosamente le richieste di supporto psicologico, e molto spesso anche quelle di intervento sanitario. 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? L’anoressia

Il problema dei disturbi alimentari non è di facile soluzione. Esiste però un regola aurea che riguarda il ruolo della famiglia. E’ infatti essenziale che i genitori siano attenti a cogliere fin dall’inizio i sintomi di cambiamento nel regime dietetico dei propri figli. Se parliamo di Anoressia, nella maggior parte dei casi i sintomi sono facilmente equivocabili con un bisogno di rimettersi in forma. A tavola il soggetto anoressico diventa estremamente attento alle dosi, alle calorie, divide il cibo in piccole porzioni e si comporta in maniera meno partecipativa. La sua attenzione si focalizza sull’aspetto fisico, il pensiero si fa assillante, l’umore tende all’irritabilità e alla tristezza. La riduzione di peso corporeo diventa l’obiettivo primario, la ricerca della magrezza una vera e propria ossessione.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? La Bulimia

Nel caso della Bulimia, invece, il soggetto avverte il bisogno incontrollabile di mangiare in maniera smodata, di abbuffarsi di cibo per sentirsi bene, per sentirsi realizzato. L’alimentazione diviene sregolata perché nel caso del bulimico l’abbuffata costituisce una forma di vero e proprio piacere fisico. In maniera analoga all’anoressia, la bulimia costituisce un serio problema sia fisico che psicologico, i cui effetti negativi non devono essere sottostimati.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?Il binge eating

Senza entrare più di tanto nel merito, si possono citare almeno un altro paio di forme di disturbo alimentare. Il Binge eating (una sorta di evoluzione della Bulimia, nella quale il soggetto alterna periodi di forte controllo alimentare a periodi di scorpacciate) e il Vomiting (nel quale il soggetto alterna le fasi di alimentazione e di restituzione del cibo attraverso il vomito). Senza dimenticare che in molti casi i disturbi del comportamento alimentare sono accompagnati anche dall’assunzione di diuretici per facilitare il controllo della propria dieta, o da forme di autolesionismo (tagli cutanei, bruciature), quando non addirittura da idee suicide.

I social media

Un ruolo non secondario in questo contesto lo giocano anche i social media. Si è andato infatti diffondendo in maniera vertiginosa l’utilizzo di “app” sullo smartphone, dedicate al fitness e al controllo delle calorie. Su internet sono presenti e facilmente reperibili filmati in cui un influencer propone i propri metodi di allenamento. Per le ragazze e i ragazzi diventa quindi semplice confrontarsi ed imitare quelli che troppo facilmente diventano i propri modelli di riferimento. 

Il ruolo della famiglia

Ecco quindi dove, quando e perché diventa fondamentale il ruolo della famiglia. Nel corso degli incontri con i genitori di ragazze/i con disturbi dei comportamenti alimentari, pongo sempre in grande evidenza l’importanza del clima familiare. I genitori devono innanzi tutto essere attenti alle abitudini dei figli: in primis al regime alimentare, come già accennato. Ma vi sono anche altri segnali di cui tener conto. Quando ad esempio ricercano con insistenza approvazione e rassicurazione riguardo al proprio aspetto fisico. Oppure quando subito dopo i pasti spariscono regolarmente e si rifugiano in bagno. I genitori devono accuratamente evitare atteggiamenti di scarso interesse, di disinteresse o addirittura di presa in giro riguardo alla forma e al peso corporeo dei figli. L’importanza del loro contributo è fondamentale per il recupero di soggetti con problematiche di disagio alimentare. 

Il ruolo attivo della famiglia nel percorso di psicoterapia

Nei miei colloqui con i genitori chiarisco che devono innanzi tutto essere pronti a modificare i propri comportamenti nei confronti dei figli, recitando un ruolo attivo e mettendo in atto le azioni concordare con il terapeuta. Soprattutto i genitori non devono darsi troppo facilmente per vinti, i disturbi del comportamento alimentare sono una patologia resistente, non facile da attaccare. Quando non vengono affrontati adeguatamente nella fase iniziale, possono in taluni casi richiedere un trattamento sanitario ospedalizzato. Questo è uno dei motivi per cui diventa essenziale l’intervento dello specialista psicologo nel momento stesso in cui sorgono i primi dubbi in famiglia.

La terapia breve strategica

Nei confronti dei miei pazienti pongo in atto le tecniche di Terapia Breve Strategica. La psicoterapia aiuta nel coinvolgimento del soggetto, la negoziazione di un piano progressivo di azione, che ha come scopo quello di modificare lo schema con il quale egli percepisce il cibo e reagisce al bisogno di alimentarsi. La Terapia Breve Strategica offre una serie di vantaggi non trascurabili. Innanzi tutto è in grado di essere “tagliata su misura” per ogni singolo paziente, nel rispetto della sua unicità. Inoltre il trattamento ha di norma una durata relativamente breve – di solito non superiore agli 8 mesi – ed una rilevante efficacia clinica (statisticamente superiore all’80%) che assicura anche una buona stabilità nel tempo. 

Se sei interessato a ricevere maggiori informazioni contattami al 340 4190915 oppure scrivi a studio@guidodacutipsicologo.it. Se invece ritieni di voler approfondire il tema legato ai disturbi dei comportamenti alimentari puoi acquistare il mio e-book:

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, disturbi alimentari, disturbi del comportamento alimentare

Come si fa a far crescere l’autostima? Spesso nel mio studio di psicologia e psicoterapia le persone riportano di avere un basso valore di fiducia in se stessi. Come se la percezione di sé e della propria realtà si esprimesse sempre e comunque con un basso valore di autostima. In realtà queste persone non riescono a riconoscere il loro potenziale. Cioè, è  come se non riuscissero a vedere, riconoscere ed esprimere quello che è veramente il loro valore. Di conseguenza si percepiscono come poco capaci, con una scarsa fiducia in sé e nei propri mezzi. Nell’articolo di oggi propongo alcuni semplici esercizi pratici che consentono di aiutarci a riconoscere e percepire il nostro giusto livello di autostima. 

 

Come si fa a far crescere l’autostima?
Chi sei!

Nella vita di tutti i giorni in noi coesistono molte identità diverse. Siamo padri, madri, fratelli, amici, amiche e colleghi. Ognuna di queste nostre differenti identità ci descrive in maniera differente, pur essendo comunque sempre una parte di noi stessi. Riflettere in maniera profonda su chi siamo è fondamentale perchè ci permette di essere più consapevoli di noi stessi. Una ulteriore riflessione da fare è quella di capire se nelle varie sfere della nostra vita ci sentiamo più o meno soddisfatti. Se ad esempio in campo lavorativo non mi sento del tutto realizzato, questo potrebbe incidere negativamente sulla mia sfera privata. Anche quando nel complesso le cose personali stanno funzionando in maniera positiva. Scoprire in maniera consapevole chi siamo ed il nostro livello di soddisfazione in varie aree della nostra vita (lavoro, amici, famiglia, salute, …) è fondamentale per iniziare a ragionare anche sulla nostra autostima. 

Come si fa a far crescere l’autostima? Come scoprire chi siamo

Ti propongo questo esercizio. Prendi alcuni fogli di carta bianca, in cima ad ogni foglio scrivi “Chi sono” e prova a rispondere. Ad esempio, come abbiamo sottolineato nel precedente paragrafo, potresti riconoscerti in varie identità: marito, moglie, padre, imprenditore, lavoratore dipendente, manager … 

Una volta che abbiamo concluso questo primo quadro, analizziamo tutti i fogli e mettiamoli in ordine di importanza e di priorità. Qual’è l’identità che ritieni più rilevante per te? Quale viene per seconda? E così via. Adesso su ogni foglio scrivi che cosa ti entusiasma veramente di quella particolare identità. Infine verifica se fra le cose che hai scritto vi sono dei denominatori comuni e prendine nota in un foglio a parte. In questo modo avrai una mappa di quelle che sono le cose che veramente ti entusiasmano. 

Scopri il tuo valore! 

Il passaggio successivo è quello di approfondire per ognuna delle identità che abbiamo delineato, il valore che riesci ad esprimere. Ad esempio, come mamma puoi sottolineare il tuo valore di ascolto e comprensione, sia dei figli che di tuo marito. Caratteristica che esprime appieno un grande valore di te stessa e che può essere speso anche in altri contesti, non solamente in quello famigliare. Mettendo a fuoco i nostri valori importanti possiamo cercare di esprimerli in tutti gli altri contesti personali, lavorativi, sociali, ricreativi. La nostra autostima inizia a prendere una nuova forma. Spesso non ci rendiamo ben conto di chi siamo veramente, andiamo avanti inconsciamente, senza capire e senza apprezzare i nostri più profondi valori personali. 

FAI QUESTO ESERCIZIO! 

Prova a fare l’esercizio che ti ho consigliato. Inizia dal chiederti chi sei, ad elencare le cose che ti entusiasmano e ad evidenziare il valore per ogni ruolo. In questo modo avrai avviato un percorso di consapevolezza nuovo e differente, che ti guiderà anche nell’intento di aumentare la tua autostima. 

 

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Tag: autostima, coaching, coaching strategico, Pensiero efficace

Quali sono gli effetti fisici e mentali della dipendenza da questa sostanza?

Nell’articolo di oggi cercherò di approfondire le dinamiche di dipendenza ed astinenza, legate al consumo di cocaina. Il consumo di cocaina continua ad essere diffuso e preoccupante. Sono moltissimi i pazienti che si rivolgono al mio studio di psicologia e psicoterapia. Molti mi scrivono o mi chiamano per ricevere informazioni, senza però decidersi ad intraprendere un percorso. Il problema principale risiede in questa incertezza, in questa esitazione. Perchè il primo pilastro per superare la dipendenza e ritrovare il benessere e la voglia di vivere sta proprio nella motivazione personale ad uscire dal tunnel del consumo.

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? I sintomi fisici

Un consumo rilevante di cocaina può portare a sperimentare sulla propria pelle importanti sintomi fisici d’astinenza. Un desiderio incontrollato di sostanza che spinge la persona a ricercarla in tutti i modi. Il termine tecnico che descrive questa forte spinta a consumare cocaina si definisce craving. Parola ormai entrata nell’uso abituale fra i consumatori, che hanno comunque la consapevolezza di provare un desiderio incontrollabile di sostanza e non riescono (ma neppure vogliono) interrompere il consumo. Fumare cocaina comporta maggiori conseguenze da un punto di vista fisico, rispetto a sniffarla. Ciò non toglie che, dal punto di vista psicologico, in entrambi i casi la dipendenza sia fortissima. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Gli aspetti psicologici

La nostra mente, una volta che si è abituata alla presenza dello stupefacente, fatica a liberarsene. 

Sto bene quando ne faccio uso, non ho pensieri e mi sembra di condurre la mia vita serenamente”.

In molti vivono questo “autoinganno” relativamente agli effetti benefici, tuttavia illusori della sostanza. 

Consumo tutta la notte, sono arrivato a spendere 10.000 euro al mese, la mia azienda rischia il fallimento”.

Un anno fa un imprenditore spiegava con queste parole la necessità di cercare momenti di “abbuffata” e trasgressione, per sentirsi libero dalla schiavitù e dallo stress legati al lavoro. Senza forse rendersi bene conto degli evidenti rischi fisici e dei possibili contraccolpi sociali. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Il ruolo della mente

Negli esempi sopra esposti è chiaro il ruolo della sostanza. Una sorta di “compagna”, sempre presente, senza la quale sembra quasi che non riusciamo a realizzarci. Quando il consumo diventa importante, il rischio è quello di non riuscire a farne a meno, quasi come se non vi fosse via d’uscita. Il potere mentale che la sostanza esercita sulla persona è tale da rendere impossibile intravvedere possibilità differenti da quelle del consumo. Una vita normale appare impossibile. 

Come e quando iniziare un percorso di cura?

Ci sono dei momenti in cui si tocca il fondo e in questi contesti a volte al consumatore pare di scorgere un raggio di sole nella nebbia e si aggrappa a questa speranza. Molte persone quando mi chiamano sperano che esista la “bacchetta magica” per risolvere tutto in breve tempo. Invece quello che dico sempre ai miei pazienti al primo appuntamento, è che serve tantissima motivazione . Una forza di volontà che va costruita insieme; una leva psicologica fondamentale per aiutarci a non mollare il percorso, a fare tutto il possibile per uscirne. Fare tutto il possibile significa mettersi in discussione in maniera totale. Senza remore. Senza i “no”, i “ma”, ed i “se”. In altre parole: “no excuses”, cioè niente scuse o giustificazioni, per dirla all’americana. Difficile forse, ma non impossibile con il giusto supporto. 

Si può uscire dalla dipendenza da cocaina?

Credo che uscire da una dipendenza sia veramente possibile. Come appena detto ci vuole impegno costante e tanta motivazione. Ci vuole soprattutto un supporto psicologico e di psicoterapia. In alcuni casi può essere indicata una terapia farmacologica oppure anche una fase di ricovero in clinica. Quando lo ritengo necessario propongo ai miei pazienti una visita con specialisti psichiatri che possono fornire una visione anche organica al soggetto. Nello specifico, collaboro con la struttura “Parco dei Tigli” per offrire un servizio ancora più professionale e di qualità ai miei pazienti. 

Uscire da una dipendenza da cocaina è possibile. In primo luogo lavorando sull’astinenza, poi sulla motivazione e poi su cambiamenti reali nella vita della persona. 

Contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi studio@guidodacutipsicologo.it per maggiori informazioni. Se invece sei già seriamente convinto di voler uscire da una problematica di dipendenza, fissa il tuo appuntamento direttamente sulla mia agenda. 

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Tag: cocaina, craving, dipendenze

Ci sono persone che vivono l’esperienza quotidiana di guida della macchina in maniera serena, un momento a volte anche rilassante, distensivo e dedicato a se stessi.  Ci sono invece individui che appena salgono in macchina iniziano a vivere l’abitacolo come un vero e proprio incubo. Certo i motivi di tensione non mancano. Il traffico caotico, la fretta di doversi spostare per lavoro, il pensiero delle difficoltà quotidiane, i problemi di salute, e chi più ne ha più ne metta. Ma quando l’oggetto principale della paura si concentra sulla macchina, allora ci troviamo in presenza di una forma di monofobia del tutto particolare.  

I diversi livelli di gravità

Vi sono persone che non riescono neanche a salire in macchina. Altre che anche se non sono alla guida soffrono di viaggiare all’interno dell’abitacolo. Altre ancora che guidano ma soffrono, alternando pensieri negativi a sensazioni di disagio. Ovviamente il grado di sofferenza è diverso, tuttavia vi sono alcuni criteri comuni che sono trasversali e che vedremo in maniera più specifica. 

I pensieri disfunzionali

Penso sempre: e se non ci fosse una via d’uscita?” “Come potrei salvarmi in una situazione di emergenza?” “E se capitasse un incidente chi mi verrebbe ad aiutare?” 

Questi sono solo un esempio dei pensieri che passano per la mente di un soggetto fobico e che costituiscono una sorta di preoccupazione anticipata. Sono ragionamenti inconsci ed  irrazionali che pongono la paura al centro dell’attenzione . Anticipazioni che creano dubbio, insicurezza, difficoltà nel momento di prendere la macchina e guidarla a destinazione. Il pensiero è una nostra potente risorsa che tuttavia può diventare difficile da gestire. Nel caso della paura di guidare, i pensieri disfunzionali tendono a rendere l’esperienza minacciosa ancora prima di mettersi alla guida. Decretando così uno stato di tensione, una paura irrazionale e bloccante che in alcuni momenti può determinare addirittura attacchi di panico.

Quando la paura diventa ansia

Dottore vorrei poter guidare da solo ma ho troppa ansia; quando invece c’è qualcuno al mio fianco mi sento meglio”.

Il concetto espresso da un paziente sottolinea che se abbiamo qualcuno al nostro fianco non avvertiamo più la paura di guidare. Tuttavia il problema resta e non si risolve. Perchè se è vero che la persona di fianco a noi, con la sua sola presenza, comunica di volerci bene, al tempo stesso ci suggerisce inconsciamente che da soli non ce la possiamo fare a superare la nostra fobia. Quando ci ritroviamo da soli il nostro corpo ha una reazione fisiologica di paura che si esprime con l’ansia. Ci blocchiamo, scendiamo dalla macchina e iniziamo a pensare di non essere in grado di guidare.
La sensazione più comune è quella di perdere il controllo del nostro corpo e quindi di rischiare di fare un incidente. La respirazione diventa faticosa e l’unico desiderio è quello di non ripetere più questa esperienza.

Si può guarire dalla paura di guidare?

La risposta è affermativa, anche se è necessaria molta motivazione e buone strategie d’intervento. Le soluzioni disfunzionali sono quelle più semplici. Ad esempio evitare di mettersi al volante, oppure anche prendere delle precauzioni tipo quella di evitare le  strade che ci fanno più paura, preferendone altre. Durante i percorsi di Terapia Breve Strategica che svolgo, e che sono dedicati a questa comunissima forma di fobia, offro strategie d’intervento in grado di essere realmente d’aiuto e di servire nel momento del bisogno. Cioè proprio quando la persona si trova ad affrontare la sua paura nel momento specifico, al volante oppure anche prima di salire in auto.

Se vuoi saperne di più sulla paura di guidare e conoscere le tecniche che utilizzo durante il percorso di Terapia Breve Strategica contattami al
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Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico: leggi qui

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Tag: ansia, monofobie, panico, paura di guidare

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Ne parlo in tanti miei post, nei video e negli articoli. Ma cosa significa veramente avere un limite? Il limite può avere diversi significati e valenze. Non sempre il concetto di limite è negativo o disfunzionale. Anzi, in più di un caso può proteggerci e aiutarci nella definizione di noi stessi. Quando invece diventa appunto una sorta di punto estremo oltre il quale non riusciamo ad andare, il rischio è che possa bloccarci, creare problematiche o anche patologie psicologiche.

 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Limiti disfunzionali 

I limiti sono disfunzionali quando ci bloccano all’interno di quella che possiamo definire la nostra “area di comfort”, all’interno della quale ci sentiamo a nostro agio, magari proprio quando vorremmo poterla superare e andare oltre. Li potremmo descrivere come degli ostacoli che non permettono di raggiungere la meta sperata. Ne è un esempio il trovarsi in montagna e non riuscire più a proseguire sul sentiero perchè un albero caduto rappresenta un ostacolo che ci pare insuperabile. Oppure dover rinunciare all’idea di andare al concerto del proprio cantante preferito perchè bloccati dall’ansia.

Limiti funzionali

Il limite però può avere anche una valenza positiva, e aiutarci appunto a stabilire una linea di demarcazione, una soglia da non superare. Dal punto di vista relazionale, ad esempio, porre un limite ad un amico significa stabilire un confine relazionale che ci preserva e ci tutela. Una sorta di protezione emotiva che ci difende, mettendo in chiaro quale sia l’effettivo grado di intimità che vogliamo permettere. In questa concezione il concetto di “limite”  aiuta anche a capire e a far capire agli altri chi siamo. Una visione funzionale, utile alla persona. 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? La paura che limita

Quando il limite diventa disfunzionale iniziamo a sperimentare una condizione di difficoltà psicologica. La reazione si fa negativa: riduciamo le nostre possibilità, evitando di affrontare ciò che ci minaccia. Immaginatevi di avere paura degli spazi chiusi. Questa situazione è chiaramente limitante in maniera anche pesante. Ogni condizione in cui può esserci il rischio di trovarsi in un luogo chiuso e particolarmente stretto, la paura si scatena. Anche il lavoro può diventare un problema nel momento in cui dovesse capitare di doverlo svolgere in ambienti chiusi e stretti. In questo caso la paura diventa limitante. E se dovesse capitare che la paura si scateni anche in situazioni diverse? Il rischio a questo punto è che l’ansia si estenda a macchia d’olio, condizionando la vita della persona. 

Come uscire dai limiti?

L’esempio della paura è sicuramente forte in termini emotivi. Spesso vi sono limiti meno invalidanti che comunque riducono la qualità della nostra vita. Ad esempio evitare o ridurre al minimo le relazioni sociali, magari rimanendo chiusi in casa o davanti al computer, perchè pensiamo che gli altri ci giudichino. Oppure non riuscire a laurearsi perchè mancano pochi esami ma non riusciamo assolutamente a rimanere concentrati sullo studio. 

La motivazione

Spesso uno degli elementi importanti per superare il momento di stallo dettato dal limite, è la motivazione. Spingersi oltre il limite attraverso la nostra energia mentale e motivazionale. Ad esempio abbiamo svolto una sessione di allenamento negativa e siamo sfiduciati. La volta successiva possiamo tentare di spingerci  oltre, motivando la nostra mente ed il nostro corpo a fare meglio, evitando di auto-imporci un limite attraverso l’idea di non riuscire nel nostro sport preferito. La motivazione è uno strumento veramente potente, che spesso sottovalutiamo o non usiamo del tutto. Non è qualcosa di intangibile, ma qualcosa di assolutamente pragmatico. Un’energia mentale e fisica direzionata verso uno scopo, che ci consente proprio di superare il nostro limite. 

No Limits! Scopri il tuo valore personale

Un altro importante strumento di superamento dei nostri limiti è il conoscere e riconoscere il proprio valore personale. La consapevolezza dei nostri valori e delle nostre caratteristiche personali può fare veramente la differenza. Il 18 giugno insieme alla collega Isabella Masciulli terrò un incontro dedicato proprio alla scoperta di se stessi e dei propri punti di forza. Lo strumento che utilizzeremo è un Canva dedicato proprio ai valori personali, una sorta di mappa che guida alla scoperta di sé mediante domande e riflessioni specifiche sulla propria vita. 

Rimani collegato e continua a leggere i miei articoli per saperne di più rispetto a come riconoscere e superare i propri limiti. Se vuoi invece iniziare fin da oggi un percorso psicologico con questi stessi obiettivi contattami al 340 41.90.915. Se sei anche solo interessato all’argomento puoi iscriverti all’evento del 18 giugno cliccando in questo link.

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Tag: autostima, cambiamento, coaching strategico, valori personali

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente. Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

 

Gli aspetti mentali dell’arrampicata

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia. A questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Gli aspetti mentali dell’arrampicata. La consapevolezza

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Se vuoi saperne di più sull’importanza della mente nella performance ed in arrampicata, contattami al 3404190915 oppure fissa un appuntamento direttamente dalla mia agenda.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Come capire se si soffre di binge eating? E soprattutto in cosa si differenzia questa patologia dalla bulimia? La parola binge eating è ormai entrata a far parte del nostro vocabolario, nello specifico per identificare un disturbo del comportamento alimentare. Il binge eating è caratterizzato da un’alternanza disordinata tra periodi di astinenza e di trasgressione, che si risolvono in ricorrenti abbuffate. Chi ha questo tipo di problema trascorre giorni senza mangiare o mangiando pochissimo. Proprio tale sforzo innesca successivamente una perdita di controllo e la conseguente ingozzata. Tuttavia vedremo nel dettaglio come l’abbuffata sia solamente una parte del problema.  Soprattutto il momento precedente alla scorpacciata è strettamente connesso al binge eating

Come capire se si soffre di binge eating? Le differenze con la bulimia

Nella bulimia non ci sono veri e propri momenti di digiuno, la persona che ha problematiche bulimiche mangia con regolarità spinta da un bisogno interiore e ingurgita quantità significative di qualsiasi cibo. Il soggetto bulimico si ingozza senza alternare periodi di restrizione alimentare. Nel binge eating, invece, il problema non è circoscritto alle sole abbuffate. Nello specifico, il circolo vizioso che si instaura nel binge eating è caratterizzato da un eccesso iniziale di controllo che serve a ritardare quanto più possibile il momento dell’abbuffata. L’abbuffata segue subito dopo ed è la conseguenza di un momento di digiuno forzato. Un regime alimentare ipocalorico dettato dalla voglia di dimagrire o comunque di perdere velocemente peso. 

Come capire se si soffre di binge eating? La dieta

Spesso la dieta sembra essere l’unica soluzione per perdere peso. Spesso, purtroppo, capita anche che le persone alternino diversi percorsi di dimagrimento, senza però riuscire veramente a portarne uno a termine. Il regime alimentare è sicuramente importante nell’ambito di una dieta. Per questo motivo il consiglio tecnico che cerco di dare è quello di trovare la tipologia più adeguata di dieta in base ad un’idea dipiaceredel cibo. Insieme alla Dott.ssa Marta Stefani, esperta in Scienze dell’alimentazione, costruiamo percorsi alimentari basati proprio sul concetto di piacere collegato alla dieta. Cerchiamo cioè di calzare ogni tipologia di alimento in base alle preferenze della persone. Lasciando da parte le “grammature” e concentrandoci sul benessere del soggetto.

Nel caso del binge eating l’approccio non è semplice. L’alternanza di controllo/perdita di controllo abitua dapprima il soggetto ad assumere la  minima quantità di calorie sufficienti per non prendere peso – anzi per perderlo – e subito dopo attiva il circuito disfunzionale che lo porta a cedere alle abbuffate incontrollate. Il trattamento di questa problematica necessita quindi di un intervento psicologico a monte, per riuscire a rompere il circuito disfunzionale agendo sul meccanismo percettivo-reattivo del paziente.

Come capire se si soffre di binge eating? Ansia e depressione

Spesso il fatto di perdere il controllo nel consumo di cibo e comunque il non riuscire a perdere peso,  può innescare parallelamente degli stati emotivi di disagio anche gravi

In primo luogo può generarsi una condizione di ansia. I momenti dei pasti vengono vissuti come particolarmente negativi e ciò fa salire il livello di tensione. L’insoddisfazione aumenta, portando anche a momenti depressivi di chiusura. Dal punto di vista relazionale stare in mezzo alle altre persone viene vissuto negativamente per la paura di essere giudicati. Un circolo vizioso che dal punto di vista emotivo conduce la persona a chiudersi in se stessa, e paradossalmente a trovare nell’alternanza fra dieta restrittiva e abbuffata una modalità con cui gestire le emozioni. Ovviamente i sensi di colpa aumentano e il soggetto sviluppa oltremodo un senso di inadeguatezza. 

Terapia Breve Strategica e binge eating

Nel caso del binge eating, mediante la Terapia Breve Strategica si cerca di favorire una rottura del circolo vizioso digiuno – abbuffata, per ritrovare una forma di  benessere alimentare basato su un regime di sostentamento più sano ed equilibrato. La Terapia Breve Strategica fornisce un corretto supporto emotivo in grado di favorire il recupero psicologico del soggetto. E’ comunque necessario che dal punto di vista psicologico la persona sia pronta ad iniziare un percorso alimentare diverso e incentrato sul piacere di una alimentazione corretta.

Se vuoi saperne di più sul percorso integrato fra psicologia e nutrizionismo che svolgo in collaborazione con la Dott.ssa Marta Stefani, responsabile della Farmacia Santrovaso, contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Perché in estate aumenta l’ansia?

5 Luglio 2022

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? I disturbi del comportamento alimentare sono ormai un problema riconosciuto che affligge da anni i giovani e i non più giovani, con prevalenza dei casi – quasi il 90% – nell’ambito dell’universo femminile. La pandemia ha ulteriormente aggravato il fenomeno, che arriva oggi a coinvolgere anche ragazzi sotto i 14 anni. La didattica a distanza e le regole di lockdown hanno imposto un regime privo di scambi sociali con i coetanei e privo di attività sportive. Come risultato, i ragazzi si sono chiusi in se stessi e nei soggetti con bassa autostima la necessità di controllare l’ansia ha spesso indotto un comportamento alimentare tanto rigido quanto errato.

 

 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?

Il senso di fragilità interiore e la sensazione di impotenza nei confronti della realtà esterna sono alla base dei comportamenti anomali, che vanno dal rifiuto perentorio del cibo alle abbuffate nervose, agli episodi di vomito controllato. Anoressia, Bulimia, Binge eating, Vomiting: queste sono le forme prevalenti in cui si presenta oggi il fenomeno delle patologie alimentari. Problematiche che hanno fatto aumentare vertiginosamente le richieste di supporto psicologico, e molto spesso anche quelle di intervento sanitario. 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? L’anoressia

Il problema dei disturbi alimentari non è di facile soluzione. Esiste però un regola aurea che riguarda il ruolo della famiglia. E’ infatti essenziale che i genitori siano attenti a cogliere fin dall’inizio i sintomi di cambiamento nel regime dietetico dei propri figli. Se parliamo di Anoressia, nella maggior parte dei casi i sintomi sono facilmente equivocabili con un bisogno di rimettersi in forma. A tavola il soggetto anoressico diventa estremamente attento alle dosi, alle calorie, divide il cibo in piccole porzioni e si comporta in maniera meno partecipativa. La sua attenzione si focalizza sull’aspetto fisico, il pensiero si fa assillante, l’umore tende all’irritabilità e alla tristezza. La riduzione di peso corporeo diventa l’obiettivo primario, la ricerca della magrezza una vera e propria ossessione.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? La Bulimia

Nel caso della Bulimia, invece, il soggetto avverte il bisogno incontrollabile di mangiare in maniera smodata, di abbuffarsi di cibo per sentirsi bene, per sentirsi realizzato. L’alimentazione diviene sregolata perché nel caso del bulimico l’abbuffata costituisce una forma di vero e proprio piacere fisico. In maniera analoga all’anoressia, la bulimia costituisce un serio problema sia fisico che psicologico, i cui effetti negativi non devono essere sottostimati.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?Il binge eating

Senza entrare più di tanto nel merito, si possono citare almeno un altro paio di forme di disturbo alimentare. Il Binge eating (una sorta di evoluzione della Bulimia, nella quale il soggetto alterna periodi di forte controllo alimentare a periodi di scorpacciate) e il Vomiting (nel quale il soggetto alterna le fasi di alimentazione e di restituzione del cibo attraverso il vomito). Senza dimenticare che in molti casi i disturbi del comportamento alimentare sono accompagnati anche dall’assunzione di diuretici per facilitare il controllo della propria dieta, o da forme di autolesionismo (tagli cutanei, bruciature), quando non addirittura da idee suicide.

I social media

Un ruolo non secondario in questo contesto lo giocano anche i social media. Si è andato infatti diffondendo in maniera vertiginosa l’utilizzo di “app” sullo smartphone, dedicate al fitness e al controllo delle calorie. Su internet sono presenti e facilmente reperibili filmati in cui un influencer propone i propri metodi di allenamento. Per le ragazze e i ragazzi diventa quindi semplice confrontarsi ed imitare quelli che troppo facilmente diventano i propri modelli di riferimento. 

Il ruolo della famiglia

Ecco quindi dove, quando e perché diventa fondamentale il ruolo della famiglia. Nel corso degli incontri con i genitori di ragazze/i con disturbi dei comportamenti alimentari, pongo sempre in grande evidenza l’importanza del clima familiare. I genitori devono innanzi tutto essere attenti alle abitudini dei figli: in primis al regime alimentare, come già accennato. Ma vi sono anche altri segnali di cui tener conto. Quando ad esempio ricercano con insistenza approvazione e rassicurazione riguardo al proprio aspetto fisico. Oppure quando subito dopo i pasti spariscono regolarmente e si rifugiano in bagno. I genitori devono accuratamente evitare atteggiamenti di scarso interesse, di disinteresse o addirittura di presa in giro riguardo alla forma e al peso corporeo dei figli. L’importanza del loro contributo è fondamentale per il recupero di soggetti con problematiche di disagio alimentare. 

Il ruolo attivo della famiglia nel percorso di psicoterapia

Nei miei colloqui con i genitori chiarisco che devono innanzi tutto essere pronti a modificare i propri comportamenti nei confronti dei figli, recitando un ruolo attivo e mettendo in atto le azioni concordare con il terapeuta. Soprattutto i genitori non devono darsi troppo facilmente per vinti, i disturbi del comportamento alimentare sono una patologia resistente, non facile da attaccare. Quando non vengono affrontati adeguatamente nella fase iniziale, possono in taluni casi richiedere un trattamento sanitario ospedalizzato. Questo è uno dei motivi per cui diventa essenziale l’intervento dello specialista psicologo nel momento stesso in cui sorgono i primi dubbi in famiglia.

La terapia breve strategica

Nei confronti dei miei pazienti pongo in atto le tecniche di Terapia Breve Strategica. La psicoterapia aiuta nel coinvolgimento del soggetto, la negoziazione di un piano progressivo di azione, che ha come scopo quello di modificare lo schema con il quale egli percepisce il cibo e reagisce al bisogno di alimentarsi. La Terapia Breve Strategica offre una serie di vantaggi non trascurabili. Innanzi tutto è in grado di essere “tagliata su misura” per ogni singolo paziente, nel rispetto della sua unicità. Inoltre il trattamento ha di norma una durata relativamente breve – di solito non superiore agli 8 mesi – ed una rilevante efficacia clinica (statisticamente superiore all’80%) che assicura anche una buona stabilità nel tempo. 

Se sei interessato a ricevere maggiori informazioni contattami al 340 4190915 oppure scrivi a studio@guidodacutipsicologo.it. Se invece ritieni di voler approfondire il tema legato ai disturbi dei comportamenti alimentari puoi acquistare il mio e-book:

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, disturbi alimentari, disturbi del comportamento alimentare

Come si fa a far crescere l’autostima? Spesso nel mio studio di psicologia e psicoterapia le persone riportano di avere un basso valore di fiducia in se stessi. Come se la percezione di sé e della propria realtà si esprimesse sempre e comunque con un basso valore di autostima. In realtà queste persone non riescono a riconoscere il loro potenziale. Cioè, è  come se non riuscissero a vedere, riconoscere ed esprimere quello che è veramente il loro valore. Di conseguenza si percepiscono come poco capaci, con una scarsa fiducia in sé e nei propri mezzi. Nell’articolo di oggi propongo alcuni semplici esercizi pratici che consentono di aiutarci a riconoscere e percepire il nostro giusto livello di autostima. 

 

Come si fa a far crescere l’autostima?
Chi sei!

Nella vita di tutti i giorni in noi coesistono molte identità diverse. Siamo padri, madri, fratelli, amici, amiche e colleghi. Ognuna di queste nostre differenti identità ci descrive in maniera differente, pur essendo comunque sempre una parte di noi stessi. Riflettere in maniera profonda su chi siamo è fondamentale perchè ci permette di essere più consapevoli di noi stessi. Una ulteriore riflessione da fare è quella di capire se nelle varie sfere della nostra vita ci sentiamo più o meno soddisfatti. Se ad esempio in campo lavorativo non mi sento del tutto realizzato, questo potrebbe incidere negativamente sulla mia sfera privata. Anche quando nel complesso le cose personali stanno funzionando in maniera positiva. Scoprire in maniera consapevole chi siamo ed il nostro livello di soddisfazione in varie aree della nostra vita (lavoro, amici, famiglia, salute, …) è fondamentale per iniziare a ragionare anche sulla nostra autostima. 

Come si fa a far crescere l’autostima? Come scoprire chi siamo

Ti propongo questo esercizio. Prendi alcuni fogli di carta bianca, in cima ad ogni foglio scrivi “Chi sono” e prova a rispondere. Ad esempio, come abbiamo sottolineato nel precedente paragrafo, potresti riconoscerti in varie identità: marito, moglie, padre, imprenditore, lavoratore dipendente, manager … 

Una volta che abbiamo concluso questo primo quadro, analizziamo tutti i fogli e mettiamoli in ordine di importanza e di priorità. Qual’è l’identità che ritieni più rilevante per te? Quale viene per seconda? E così via. Adesso su ogni foglio scrivi che cosa ti entusiasma veramente di quella particolare identità. Infine verifica se fra le cose che hai scritto vi sono dei denominatori comuni e prendine nota in un foglio a parte. In questo modo avrai una mappa di quelle che sono le cose che veramente ti entusiasmano. 

Scopri il tuo valore! 

Il passaggio successivo è quello di approfondire per ognuna delle identità che abbiamo delineato, il valore che riesci ad esprimere. Ad esempio, come mamma puoi sottolineare il tuo valore di ascolto e comprensione, sia dei figli che di tuo marito. Caratteristica che esprime appieno un grande valore di te stessa e che può essere speso anche in altri contesti, non solamente in quello famigliare. Mettendo a fuoco i nostri valori importanti possiamo cercare di esprimerli in tutti gli altri contesti personali, lavorativi, sociali, ricreativi. La nostra autostima inizia a prendere una nuova forma. Spesso non ci rendiamo ben conto di chi siamo veramente, andiamo avanti inconsciamente, senza capire e senza apprezzare i nostri più profondi valori personali. 

FAI QUESTO ESERCIZIO! 

Prova a fare l’esercizio che ti ho consigliato. Inizia dal chiederti chi sei, ad elencare le cose che ti entusiasmano e ad evidenziare il valore per ogni ruolo. In questo modo avrai avviato un percorso di consapevolezza nuovo e differente, che ti guiderà anche nell’intento di aumentare la tua autostima. 

 

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Tag: autostima, coaching, coaching strategico, Pensiero efficace

Quali sono gli effetti fisici e mentali della dipendenza da questa sostanza?

Nell’articolo di oggi cercherò di approfondire le dinamiche di dipendenza ed astinenza, legate al consumo di cocaina. Il consumo di cocaina continua ad essere diffuso e preoccupante. Sono moltissimi i pazienti che si rivolgono al mio studio di psicologia e psicoterapia. Molti mi scrivono o mi chiamano per ricevere informazioni, senza però decidersi ad intraprendere un percorso. Il problema principale risiede in questa incertezza, in questa esitazione. Perchè il primo pilastro per superare la dipendenza e ritrovare il benessere e la voglia di vivere sta proprio nella motivazione personale ad uscire dal tunnel del consumo.

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? I sintomi fisici

Un consumo rilevante di cocaina può portare a sperimentare sulla propria pelle importanti sintomi fisici d’astinenza. Un desiderio incontrollato di sostanza che spinge la persona a ricercarla in tutti i modi. Il termine tecnico che descrive questa forte spinta a consumare cocaina si definisce craving. Parola ormai entrata nell’uso abituale fra i consumatori, che hanno comunque la consapevolezza di provare un desiderio incontrollabile di sostanza e non riescono (ma neppure vogliono) interrompere il consumo. Fumare cocaina comporta maggiori conseguenze da un punto di vista fisico, rispetto a sniffarla. Ciò non toglie che, dal punto di vista psicologico, in entrambi i casi la dipendenza sia fortissima. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Gli aspetti psicologici

La nostra mente, una volta che si è abituata alla presenza dello stupefacente, fatica a liberarsene. 

Sto bene quando ne faccio uso, non ho pensieri e mi sembra di condurre la mia vita serenamente”.

In molti vivono questo “autoinganno” relativamente agli effetti benefici, tuttavia illusori della sostanza. 

Consumo tutta la notte, sono arrivato a spendere 10.000 euro al mese, la mia azienda rischia il fallimento”.

Un anno fa un imprenditore spiegava con queste parole la necessità di cercare momenti di “abbuffata” e trasgressione, per sentirsi libero dalla schiavitù e dallo stress legati al lavoro. Senza forse rendersi bene conto degli evidenti rischi fisici e dei possibili contraccolpi sociali. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Il ruolo della mente

Negli esempi sopra esposti è chiaro il ruolo della sostanza. Una sorta di “compagna”, sempre presente, senza la quale sembra quasi che non riusciamo a realizzarci. Quando il consumo diventa importante, il rischio è quello di non riuscire a farne a meno, quasi come se non vi fosse via d’uscita. Il potere mentale che la sostanza esercita sulla persona è tale da rendere impossibile intravvedere possibilità differenti da quelle del consumo. Una vita normale appare impossibile. 

Come e quando iniziare un percorso di cura?

Ci sono dei momenti in cui si tocca il fondo e in questi contesti a volte al consumatore pare di scorgere un raggio di sole nella nebbia e si aggrappa a questa speranza. Molte persone quando mi chiamano sperano che esista la “bacchetta magica” per risolvere tutto in breve tempo. Invece quello che dico sempre ai miei pazienti al primo appuntamento, è che serve tantissima motivazione . Una forza di volontà che va costruita insieme; una leva psicologica fondamentale per aiutarci a non mollare il percorso, a fare tutto il possibile per uscirne. Fare tutto il possibile significa mettersi in discussione in maniera totale. Senza remore. Senza i “no”, i “ma”, ed i “se”. In altre parole: “no excuses”, cioè niente scuse o giustificazioni, per dirla all’americana. Difficile forse, ma non impossibile con il giusto supporto. 

Si può uscire dalla dipendenza da cocaina?

Credo che uscire da una dipendenza sia veramente possibile. Come appena detto ci vuole impegno costante e tanta motivazione. Ci vuole soprattutto un supporto psicologico e di psicoterapia. In alcuni casi può essere indicata una terapia farmacologica oppure anche una fase di ricovero in clinica. Quando lo ritengo necessario propongo ai miei pazienti una visita con specialisti psichiatri che possono fornire una visione anche organica al soggetto. Nello specifico, collaboro con la struttura “Parco dei Tigli” per offrire un servizio ancora più professionale e di qualità ai miei pazienti. 

Uscire da una dipendenza da cocaina è possibile. In primo luogo lavorando sull’astinenza, poi sulla motivazione e poi su cambiamenti reali nella vita della persona. 

Contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi studio@guidodacutipsicologo.it per maggiori informazioni. Se invece sei già seriamente convinto di voler uscire da una problematica di dipendenza, fissa il tuo appuntamento direttamente sulla mia agenda. 

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Tag: cocaina, craving, dipendenze

Ci sono persone che vivono l’esperienza quotidiana di guida della macchina in maniera serena, un momento a volte anche rilassante, distensivo e dedicato a se stessi.  Ci sono invece individui che appena salgono in macchina iniziano a vivere l’abitacolo come un vero e proprio incubo. Certo i motivi di tensione non mancano. Il traffico caotico, la fretta di doversi spostare per lavoro, il pensiero delle difficoltà quotidiane, i problemi di salute, e chi più ne ha più ne metta. Ma quando l’oggetto principale della paura si concentra sulla macchina, allora ci troviamo in presenza di una forma di monofobia del tutto particolare.  

I diversi livelli di gravità

Vi sono persone che non riescono neanche a salire in macchina. Altre che anche se non sono alla guida soffrono di viaggiare all’interno dell’abitacolo. Altre ancora che guidano ma soffrono, alternando pensieri negativi a sensazioni di disagio. Ovviamente il grado di sofferenza è diverso, tuttavia vi sono alcuni criteri comuni che sono trasversali e che vedremo in maniera più specifica. 

I pensieri disfunzionali

Penso sempre: e se non ci fosse una via d’uscita?” “Come potrei salvarmi in una situazione di emergenza?” “E se capitasse un incidente chi mi verrebbe ad aiutare?” 

Questi sono solo un esempio dei pensieri che passano per la mente di un soggetto fobico e che costituiscono una sorta di preoccupazione anticipata. Sono ragionamenti inconsci ed  irrazionali che pongono la paura al centro dell’attenzione . Anticipazioni che creano dubbio, insicurezza, difficoltà nel momento di prendere la macchina e guidarla a destinazione. Il pensiero è una nostra potente risorsa che tuttavia può diventare difficile da gestire. Nel caso della paura di guidare, i pensieri disfunzionali tendono a rendere l’esperienza minacciosa ancora prima di mettersi alla guida. Decretando così uno stato di tensione, una paura irrazionale e bloccante che in alcuni momenti può determinare addirittura attacchi di panico.

Quando la paura diventa ansia

Dottore vorrei poter guidare da solo ma ho troppa ansia; quando invece c’è qualcuno al mio fianco mi sento meglio”.

Il concetto espresso da un paziente sottolinea che se abbiamo qualcuno al nostro fianco non avvertiamo più la paura di guidare. Tuttavia il problema resta e non si risolve. Perchè se è vero che la persona di fianco a noi, con la sua sola presenza, comunica di volerci bene, al tempo stesso ci suggerisce inconsciamente che da soli non ce la possiamo fare a superare la nostra fobia. Quando ci ritroviamo da soli il nostro corpo ha una reazione fisiologica di paura che si esprime con l’ansia. Ci blocchiamo, scendiamo dalla macchina e iniziamo a pensare di non essere in grado di guidare.
La sensazione più comune è quella di perdere il controllo del nostro corpo e quindi di rischiare di fare un incidente. La respirazione diventa faticosa e l’unico desiderio è quello di non ripetere più questa esperienza.

Si può guarire dalla paura di guidare?

La risposta è affermativa, anche se è necessaria molta motivazione e buone strategie d’intervento. Le soluzioni disfunzionali sono quelle più semplici. Ad esempio evitare di mettersi al volante, oppure anche prendere delle precauzioni tipo quella di evitare le  strade che ci fanno più paura, preferendone altre. Durante i percorsi di Terapia Breve Strategica che svolgo, e che sono dedicati a questa comunissima forma di fobia, offro strategie d’intervento in grado di essere realmente d’aiuto e di servire nel momento del bisogno. Cioè proprio quando la persona si trova ad affrontare la sua paura nel momento specifico, al volante oppure anche prima di salire in auto.

Se vuoi saperne di più sulla paura di guidare e conoscere le tecniche che utilizzo durante il percorso di Terapia Breve Strategica contattami al
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Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico: leggi qui

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Tag: ansia, monofobie, panico, paura di guidare

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Ne parlo in tanti miei post, nei video e negli articoli. Ma cosa significa veramente avere un limite? Il limite può avere diversi significati e valenze. Non sempre il concetto di limite è negativo o disfunzionale. Anzi, in più di un caso può proteggerci e aiutarci nella definizione di noi stessi. Quando invece diventa appunto una sorta di punto estremo oltre il quale non riusciamo ad andare, il rischio è che possa bloccarci, creare problematiche o anche patologie psicologiche.

 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Limiti disfunzionali 

I limiti sono disfunzionali quando ci bloccano all’interno di quella che possiamo definire la nostra “area di comfort”, all’interno della quale ci sentiamo a nostro agio, magari proprio quando vorremmo poterla superare e andare oltre. Li potremmo descrivere come degli ostacoli che non permettono di raggiungere la meta sperata. Ne è un esempio il trovarsi in montagna e non riuscire più a proseguire sul sentiero perchè un albero caduto rappresenta un ostacolo che ci pare insuperabile. Oppure dover rinunciare all’idea di andare al concerto del proprio cantante preferito perchè bloccati dall’ansia.

Limiti funzionali

Il limite però può avere anche una valenza positiva, e aiutarci appunto a stabilire una linea di demarcazione, una soglia da non superare. Dal punto di vista relazionale, ad esempio, porre un limite ad un amico significa stabilire un confine relazionale che ci preserva e ci tutela. Una sorta di protezione emotiva che ci difende, mettendo in chiaro quale sia l’effettivo grado di intimità che vogliamo permettere. In questa concezione il concetto di “limite”  aiuta anche a capire e a far capire agli altri chi siamo. Una visione funzionale, utile alla persona. 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? La paura che limita

Quando il limite diventa disfunzionale iniziamo a sperimentare una condizione di difficoltà psicologica. La reazione si fa negativa: riduciamo le nostre possibilità, evitando di affrontare ciò che ci minaccia. Immaginatevi di avere paura degli spazi chiusi. Questa situazione è chiaramente limitante in maniera anche pesante. Ogni condizione in cui può esserci il rischio di trovarsi in un luogo chiuso e particolarmente stretto, la paura si scatena. Anche il lavoro può diventare un problema nel momento in cui dovesse capitare di doverlo svolgere in ambienti chiusi e stretti. In questo caso la paura diventa limitante. E se dovesse capitare che la paura si scateni anche in situazioni diverse? Il rischio a questo punto è che l’ansia si estenda a macchia d’olio, condizionando la vita della persona. 

Come uscire dai limiti?

L’esempio della paura è sicuramente forte in termini emotivi. Spesso vi sono limiti meno invalidanti che comunque riducono la qualità della nostra vita. Ad esempio evitare o ridurre al minimo le relazioni sociali, magari rimanendo chiusi in casa o davanti al computer, perchè pensiamo che gli altri ci giudichino. Oppure non riuscire a laurearsi perchè mancano pochi esami ma non riusciamo assolutamente a rimanere concentrati sullo studio. 

La motivazione

Spesso uno degli elementi importanti per superare il momento di stallo dettato dal limite, è la motivazione. Spingersi oltre il limite attraverso la nostra energia mentale e motivazionale. Ad esempio abbiamo svolto una sessione di allenamento negativa e siamo sfiduciati. La volta successiva possiamo tentare di spingerci  oltre, motivando la nostra mente ed il nostro corpo a fare meglio, evitando di auto-imporci un limite attraverso l’idea di non riuscire nel nostro sport preferito. La motivazione è uno strumento veramente potente, che spesso sottovalutiamo o non usiamo del tutto. Non è qualcosa di intangibile, ma qualcosa di assolutamente pragmatico. Un’energia mentale e fisica direzionata verso uno scopo, che ci consente proprio di superare il nostro limite. 

No Limits! Scopri il tuo valore personale

Un altro importante strumento di superamento dei nostri limiti è il conoscere e riconoscere il proprio valore personale. La consapevolezza dei nostri valori e delle nostre caratteristiche personali può fare veramente la differenza. Il 18 giugno insieme alla collega Isabella Masciulli terrò un incontro dedicato proprio alla scoperta di se stessi e dei propri punti di forza. Lo strumento che utilizzeremo è un Canva dedicato proprio ai valori personali, una sorta di mappa che guida alla scoperta di sé mediante domande e riflessioni specifiche sulla propria vita. 

Rimani collegato e continua a leggere i miei articoli per saperne di più rispetto a come riconoscere e superare i propri limiti. Se vuoi invece iniziare fin da oggi un percorso psicologico con questi stessi obiettivi contattami al 340 41.90.915. Se sei anche solo interessato all’argomento puoi iscriverti all’evento del 18 giugno cliccando in questo link.

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Tag: autostima, cambiamento, coaching strategico, valori personali

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente. Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

 

Gli aspetti mentali dell’arrampicata

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia. A questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Gli aspetti mentali dell’arrampicata. La consapevolezza

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Se vuoi saperne di più sull’importanza della mente nella performance ed in arrampicata, contattami al 3404190915 oppure fissa un appuntamento direttamente dalla mia agenda.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Come capire se si soffre di binge eating? E soprattutto in cosa si differenzia questa patologia dalla bulimia? La parola binge eating è ormai entrata a far parte del nostro vocabolario, nello specifico per identificare un disturbo del comportamento alimentare. Il binge eating è caratterizzato da un’alternanza disordinata tra periodi di astinenza e di trasgressione, che si risolvono in ricorrenti abbuffate. Chi ha questo tipo di problema trascorre giorni senza mangiare o mangiando pochissimo. Proprio tale sforzo innesca successivamente una perdita di controllo e la conseguente ingozzata. Tuttavia vedremo nel dettaglio come l’abbuffata sia solamente una parte del problema.  Soprattutto il momento precedente alla scorpacciata è strettamente connesso al binge eating

Come capire se si soffre di binge eating? Le differenze con la bulimia

Nella bulimia non ci sono veri e propri momenti di digiuno, la persona che ha problematiche bulimiche mangia con regolarità spinta da un bisogno interiore e ingurgita quantità significative di qualsiasi cibo. Il soggetto bulimico si ingozza senza alternare periodi di restrizione alimentare. Nel binge eating, invece, il problema non è circoscritto alle sole abbuffate. Nello specifico, il circolo vizioso che si instaura nel binge eating è caratterizzato da un eccesso iniziale di controllo che serve a ritardare quanto più possibile il momento dell’abbuffata. L’abbuffata segue subito dopo ed è la conseguenza di un momento di digiuno forzato. Un regime alimentare ipocalorico dettato dalla voglia di dimagrire o comunque di perdere velocemente peso. 

Come capire se si soffre di binge eating? La dieta

Spesso la dieta sembra essere l’unica soluzione per perdere peso. Spesso, purtroppo, capita anche che le persone alternino diversi percorsi di dimagrimento, senza però riuscire veramente a portarne uno a termine. Il regime alimentare è sicuramente importante nell’ambito di una dieta. Per questo motivo il consiglio tecnico che cerco di dare è quello di trovare la tipologia più adeguata di dieta in base ad un’idea dipiaceredel cibo. Insieme alla Dott.ssa Marta Stefani, esperta in Scienze dell’alimentazione, costruiamo percorsi alimentari basati proprio sul concetto di piacere collegato alla dieta. Cerchiamo cioè di calzare ogni tipologia di alimento in base alle preferenze della persone. Lasciando da parte le “grammature” e concentrandoci sul benessere del soggetto.

Nel caso del binge eating l’approccio non è semplice. L’alternanza di controllo/perdita di controllo abitua dapprima il soggetto ad assumere la  minima quantità di calorie sufficienti per non prendere peso – anzi per perderlo – e subito dopo attiva il circuito disfunzionale che lo porta a cedere alle abbuffate incontrollate. Il trattamento di questa problematica necessita quindi di un intervento psicologico a monte, per riuscire a rompere il circuito disfunzionale agendo sul meccanismo percettivo-reattivo del paziente.

Come capire se si soffre di binge eating? Ansia e depressione

Spesso il fatto di perdere il controllo nel consumo di cibo e comunque il non riuscire a perdere peso,  può innescare parallelamente degli stati emotivi di disagio anche gravi

In primo luogo può generarsi una condizione di ansia. I momenti dei pasti vengono vissuti come particolarmente negativi e ciò fa salire il livello di tensione. L’insoddisfazione aumenta, portando anche a momenti depressivi di chiusura. Dal punto di vista relazionale stare in mezzo alle altre persone viene vissuto negativamente per la paura di essere giudicati. Un circolo vizioso che dal punto di vista emotivo conduce la persona a chiudersi in se stessa, e paradossalmente a trovare nell’alternanza fra dieta restrittiva e abbuffata una modalità con cui gestire le emozioni. Ovviamente i sensi di colpa aumentano e il soggetto sviluppa oltremodo un senso di inadeguatezza. 

Terapia Breve Strategica e binge eating

Nel caso del binge eating, mediante la Terapia Breve Strategica si cerca di favorire una rottura del circolo vizioso digiuno – abbuffata, per ritrovare una forma di  benessere alimentare basato su un regime di sostentamento più sano ed equilibrato. La Terapia Breve Strategica fornisce un corretto supporto emotivo in grado di favorire il recupero psicologico del soggetto. E’ comunque necessario che dal punto di vista psicologico la persona sia pronta ad iniziare un percorso alimentare diverso e incentrato sul piacere di una alimentazione corretta.

Se vuoi saperne di più sul percorso integrato fra psicologia e nutrizionismo che svolgo in collaborazione con la Dott.ssa Marta Stefani, responsabile della Farmacia Santrovaso, contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Perché in estate aumenta l’ansia?

5 Luglio 2022

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? I disturbi del comportamento alimentare sono ormai un problema riconosciuto che affligge da anni i giovani e i non più giovani, con prevalenza dei casi – quasi il 90% – nell’ambito dell’universo femminile. La pandemia ha ulteriormente aggravato il fenomeno, che arriva oggi a coinvolgere anche ragazzi sotto i 14 anni. La didattica a distanza e le regole di lockdown hanno imposto un regime privo di scambi sociali con i coetanei e privo di attività sportive. Come risultato, i ragazzi si sono chiusi in se stessi e nei soggetti con bassa autostima la necessità di controllare l’ansia ha spesso indotto un comportamento alimentare tanto rigido quanto errato.

 

 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?

Il senso di fragilità interiore e la sensazione di impotenza nei confronti della realtà esterna sono alla base dei comportamenti anomali, che vanno dal rifiuto perentorio del cibo alle abbuffate nervose, agli episodi di vomito controllato. Anoressia, Bulimia, Binge eating, Vomiting: queste sono le forme prevalenti in cui si presenta oggi il fenomeno delle patologie alimentari. Problematiche che hanno fatto aumentare vertiginosamente le richieste di supporto psicologico, e molto spesso anche quelle di intervento sanitario. 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? L’anoressia

Il problema dei disturbi alimentari non è di facile soluzione. Esiste però un regola aurea che riguarda il ruolo della famiglia. E’ infatti essenziale che i genitori siano attenti a cogliere fin dall’inizio i sintomi di cambiamento nel regime dietetico dei propri figli. Se parliamo di Anoressia, nella maggior parte dei casi i sintomi sono facilmente equivocabili con un bisogno di rimettersi in forma. A tavola il soggetto anoressico diventa estremamente attento alle dosi, alle calorie, divide il cibo in piccole porzioni e si comporta in maniera meno partecipativa. La sua attenzione si focalizza sull’aspetto fisico, il pensiero si fa assillante, l’umore tende all’irritabilità e alla tristezza. La riduzione di peso corporeo diventa l’obiettivo primario, la ricerca della magrezza una vera e propria ossessione.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? La Bulimia

Nel caso della Bulimia, invece, il soggetto avverte il bisogno incontrollabile di mangiare in maniera smodata, di abbuffarsi di cibo per sentirsi bene, per sentirsi realizzato. L’alimentazione diviene sregolata perché nel caso del bulimico l’abbuffata costituisce una forma di vero e proprio piacere fisico. In maniera analoga all’anoressia, la bulimia costituisce un serio problema sia fisico che psicologico, i cui effetti negativi non devono essere sottostimati.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?Il binge eating

Senza entrare più di tanto nel merito, si possono citare almeno un altro paio di forme di disturbo alimentare. Il Binge eating (una sorta di evoluzione della Bulimia, nella quale il soggetto alterna periodi di forte controllo alimentare a periodi di scorpacciate) e il Vomiting (nel quale il soggetto alterna le fasi di alimentazione e di restituzione del cibo attraverso il vomito). Senza dimenticare che in molti casi i disturbi del comportamento alimentare sono accompagnati anche dall’assunzione di diuretici per facilitare il controllo della propria dieta, o da forme di autolesionismo (tagli cutanei, bruciature), quando non addirittura da idee suicide.

I social media

Un ruolo non secondario in questo contesto lo giocano anche i social media. Si è andato infatti diffondendo in maniera vertiginosa l’utilizzo di “app” sullo smartphone, dedicate al fitness e al controllo delle calorie. Su internet sono presenti e facilmente reperibili filmati in cui un influencer propone i propri metodi di allenamento. Per le ragazze e i ragazzi diventa quindi semplice confrontarsi ed imitare quelli che troppo facilmente diventano i propri modelli di riferimento. 

Il ruolo della famiglia

Ecco quindi dove, quando e perché diventa fondamentale il ruolo della famiglia. Nel corso degli incontri con i genitori di ragazze/i con disturbi dei comportamenti alimentari, pongo sempre in grande evidenza l’importanza del clima familiare. I genitori devono innanzi tutto essere attenti alle abitudini dei figli: in primis al regime alimentare, come già accennato. Ma vi sono anche altri segnali di cui tener conto. Quando ad esempio ricercano con insistenza approvazione e rassicurazione riguardo al proprio aspetto fisico. Oppure quando subito dopo i pasti spariscono regolarmente e si rifugiano in bagno. I genitori devono accuratamente evitare atteggiamenti di scarso interesse, di disinteresse o addirittura di presa in giro riguardo alla forma e al peso corporeo dei figli. L’importanza del loro contributo è fondamentale per il recupero di soggetti con problematiche di disagio alimentare. 

Il ruolo attivo della famiglia nel percorso di psicoterapia

Nei miei colloqui con i genitori chiarisco che devono innanzi tutto essere pronti a modificare i propri comportamenti nei confronti dei figli, recitando un ruolo attivo e mettendo in atto le azioni concordare con il terapeuta. Soprattutto i genitori non devono darsi troppo facilmente per vinti, i disturbi del comportamento alimentare sono una patologia resistente, non facile da attaccare. Quando non vengono affrontati adeguatamente nella fase iniziale, possono in taluni casi richiedere un trattamento sanitario ospedalizzato. Questo è uno dei motivi per cui diventa essenziale l’intervento dello specialista psicologo nel momento stesso in cui sorgono i primi dubbi in famiglia.

La terapia breve strategica

Nei confronti dei miei pazienti pongo in atto le tecniche di Terapia Breve Strategica. La psicoterapia aiuta nel coinvolgimento del soggetto, la negoziazione di un piano progressivo di azione, che ha come scopo quello di modificare lo schema con il quale egli percepisce il cibo e reagisce al bisogno di alimentarsi. La Terapia Breve Strategica offre una serie di vantaggi non trascurabili. Innanzi tutto è in grado di essere “tagliata su misura” per ogni singolo paziente, nel rispetto della sua unicità. Inoltre il trattamento ha di norma una durata relativamente breve – di solito non superiore agli 8 mesi – ed una rilevante efficacia clinica (statisticamente superiore all’80%) che assicura anche una buona stabilità nel tempo. 

Se sei interessato a ricevere maggiori informazioni contattami al 340 4190915 oppure scrivi a studio@guidodacutipsicologo.it. Se invece ritieni di voler approfondire il tema legato ai disturbi dei comportamenti alimentari puoi acquistare il mio e-book:

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, disturbi alimentari, disturbi del comportamento alimentare

Come si fa a far crescere l’autostima? Spesso nel mio studio di psicologia e psicoterapia le persone riportano di avere un basso valore di fiducia in se stessi. Come se la percezione di sé e della propria realtà si esprimesse sempre e comunque con un basso valore di autostima. In realtà queste persone non riescono a riconoscere il loro potenziale. Cioè, è  come se non riuscissero a vedere, riconoscere ed esprimere quello che è veramente il loro valore. Di conseguenza si percepiscono come poco capaci, con una scarsa fiducia in sé e nei propri mezzi. Nell’articolo di oggi propongo alcuni semplici esercizi pratici che consentono di aiutarci a riconoscere e percepire il nostro giusto livello di autostima. 

 

Come si fa a far crescere l’autostima?
Chi sei!

Nella vita di tutti i giorni in noi coesistono molte identità diverse. Siamo padri, madri, fratelli, amici, amiche e colleghi. Ognuna di queste nostre differenti identità ci descrive in maniera differente, pur essendo comunque sempre una parte di noi stessi. Riflettere in maniera profonda su chi siamo è fondamentale perchè ci permette di essere più consapevoli di noi stessi. Una ulteriore riflessione da fare è quella di capire se nelle varie sfere della nostra vita ci sentiamo più o meno soddisfatti. Se ad esempio in campo lavorativo non mi sento del tutto realizzato, questo potrebbe incidere negativamente sulla mia sfera privata. Anche quando nel complesso le cose personali stanno funzionando in maniera positiva. Scoprire in maniera consapevole chi siamo ed il nostro livello di soddisfazione in varie aree della nostra vita (lavoro, amici, famiglia, salute, …) è fondamentale per iniziare a ragionare anche sulla nostra autostima. 

Come si fa a far crescere l’autostima? Come scoprire chi siamo

Ti propongo questo esercizio. Prendi alcuni fogli di carta bianca, in cima ad ogni foglio scrivi “Chi sono” e prova a rispondere. Ad esempio, come abbiamo sottolineato nel precedente paragrafo, potresti riconoscerti in varie identità: marito, moglie, padre, imprenditore, lavoratore dipendente, manager … 

Una volta che abbiamo concluso questo primo quadro, analizziamo tutti i fogli e mettiamoli in ordine di importanza e di priorità. Qual’è l’identità che ritieni più rilevante per te? Quale viene per seconda? E così via. Adesso su ogni foglio scrivi che cosa ti entusiasma veramente di quella particolare identità. Infine verifica se fra le cose che hai scritto vi sono dei denominatori comuni e prendine nota in un foglio a parte. In questo modo avrai una mappa di quelle che sono le cose che veramente ti entusiasmano. 

Scopri il tuo valore! 

Il passaggio successivo è quello di approfondire per ognuna delle identità che abbiamo delineato, il valore che riesci ad esprimere. Ad esempio, come mamma puoi sottolineare il tuo valore di ascolto e comprensione, sia dei figli che di tuo marito. Caratteristica che esprime appieno un grande valore di te stessa e che può essere speso anche in altri contesti, non solamente in quello famigliare. Mettendo a fuoco i nostri valori importanti possiamo cercare di esprimerli in tutti gli altri contesti personali, lavorativi, sociali, ricreativi. La nostra autostima inizia a prendere una nuova forma. Spesso non ci rendiamo ben conto di chi siamo veramente, andiamo avanti inconsciamente, senza capire e senza apprezzare i nostri più profondi valori personali. 

FAI QUESTO ESERCIZIO! 

Prova a fare l’esercizio che ti ho consigliato. Inizia dal chiederti chi sei, ad elencare le cose che ti entusiasmano e ad evidenziare il valore per ogni ruolo. In questo modo avrai avviato un percorso di consapevolezza nuovo e differente, che ti guiderà anche nell’intento di aumentare la tua autostima. 

 

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Tag: autostima, coaching, coaching strategico, Pensiero efficace

Quali sono gli effetti fisici e mentali della dipendenza da questa sostanza?

Nell’articolo di oggi cercherò di approfondire le dinamiche di dipendenza ed astinenza, legate al consumo di cocaina. Il consumo di cocaina continua ad essere diffuso e preoccupante. Sono moltissimi i pazienti che si rivolgono al mio studio di psicologia e psicoterapia. Molti mi scrivono o mi chiamano per ricevere informazioni, senza però decidersi ad intraprendere un percorso. Il problema principale risiede in questa incertezza, in questa esitazione. Perchè il primo pilastro per superare la dipendenza e ritrovare il benessere e la voglia di vivere sta proprio nella motivazione personale ad uscire dal tunnel del consumo.

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? I sintomi fisici

Un consumo rilevante di cocaina può portare a sperimentare sulla propria pelle importanti sintomi fisici d’astinenza. Un desiderio incontrollato di sostanza che spinge la persona a ricercarla in tutti i modi. Il termine tecnico che descrive questa forte spinta a consumare cocaina si definisce craving. Parola ormai entrata nell’uso abituale fra i consumatori, che hanno comunque la consapevolezza di provare un desiderio incontrollabile di sostanza e non riescono (ma neppure vogliono) interrompere il consumo. Fumare cocaina comporta maggiori conseguenze da un punto di vista fisico, rispetto a sniffarla. Ciò non toglie che, dal punto di vista psicologico, in entrambi i casi la dipendenza sia fortissima. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Gli aspetti psicologici

La nostra mente, una volta che si è abituata alla presenza dello stupefacente, fatica a liberarsene. 

Sto bene quando ne faccio uso, non ho pensieri e mi sembra di condurre la mia vita serenamente”.

In molti vivono questo “autoinganno” relativamente agli effetti benefici, tuttavia illusori della sostanza. 

Consumo tutta la notte, sono arrivato a spendere 10.000 euro al mese, la mia azienda rischia il fallimento”.

Un anno fa un imprenditore spiegava con queste parole la necessità di cercare momenti di “abbuffata” e trasgressione, per sentirsi libero dalla schiavitù e dallo stress legati al lavoro. Senza forse rendersi bene conto degli evidenti rischi fisici e dei possibili contraccolpi sociali. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Il ruolo della mente

Negli esempi sopra esposti è chiaro il ruolo della sostanza. Una sorta di “compagna”, sempre presente, senza la quale sembra quasi che non riusciamo a realizzarci. Quando il consumo diventa importante, il rischio è quello di non riuscire a farne a meno, quasi come se non vi fosse via d’uscita. Il potere mentale che la sostanza esercita sulla persona è tale da rendere impossibile intravvedere possibilità differenti da quelle del consumo. Una vita normale appare impossibile. 

Come e quando iniziare un percorso di cura?

Ci sono dei momenti in cui si tocca il fondo e in questi contesti a volte al consumatore pare di scorgere un raggio di sole nella nebbia e si aggrappa a questa speranza. Molte persone quando mi chiamano sperano che esista la “bacchetta magica” per risolvere tutto in breve tempo. Invece quello che dico sempre ai miei pazienti al primo appuntamento, è che serve tantissima motivazione . Una forza di volontà che va costruita insieme; una leva psicologica fondamentale per aiutarci a non mollare il percorso, a fare tutto il possibile per uscirne. Fare tutto il possibile significa mettersi in discussione in maniera totale. Senza remore. Senza i “no”, i “ma”, ed i “se”. In altre parole: “no excuses”, cioè niente scuse o giustificazioni, per dirla all’americana. Difficile forse, ma non impossibile con il giusto supporto. 

Si può uscire dalla dipendenza da cocaina?

Credo che uscire da una dipendenza sia veramente possibile. Come appena detto ci vuole impegno costante e tanta motivazione. Ci vuole soprattutto un supporto psicologico e di psicoterapia. In alcuni casi può essere indicata una terapia farmacologica oppure anche una fase di ricovero in clinica. Quando lo ritengo necessario propongo ai miei pazienti una visita con specialisti psichiatri che possono fornire una visione anche organica al soggetto. Nello specifico, collaboro con la struttura “Parco dei Tigli” per offrire un servizio ancora più professionale e di qualità ai miei pazienti. 

Uscire da una dipendenza da cocaina è possibile. In primo luogo lavorando sull’astinenza, poi sulla motivazione e poi su cambiamenti reali nella vita della persona. 

Contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi studio@guidodacutipsicologo.it per maggiori informazioni. Se invece sei già seriamente convinto di voler uscire da una problematica di dipendenza, fissa il tuo appuntamento direttamente sulla mia agenda. 

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Tag: cocaina, craving, dipendenze

Ci sono persone che vivono l’esperienza quotidiana di guida della macchina in maniera serena, un momento a volte anche rilassante, distensivo e dedicato a se stessi.  Ci sono invece individui che appena salgono in macchina iniziano a vivere l’abitacolo come un vero e proprio incubo. Certo i motivi di tensione non mancano. Il traffico caotico, la fretta di doversi spostare per lavoro, il pensiero delle difficoltà quotidiane, i problemi di salute, e chi più ne ha più ne metta. Ma quando l’oggetto principale della paura si concentra sulla macchina, allora ci troviamo in presenza di una forma di monofobia del tutto particolare.  

I diversi livelli di gravità

Vi sono persone che non riescono neanche a salire in macchina. Altre che anche se non sono alla guida soffrono di viaggiare all’interno dell’abitacolo. Altre ancora che guidano ma soffrono, alternando pensieri negativi a sensazioni di disagio. Ovviamente il grado di sofferenza è diverso, tuttavia vi sono alcuni criteri comuni che sono trasversali e che vedremo in maniera più specifica. 

I pensieri disfunzionali

Penso sempre: e se non ci fosse una via d’uscita?” “Come potrei salvarmi in una situazione di emergenza?” “E se capitasse un incidente chi mi verrebbe ad aiutare?” 

Questi sono solo un esempio dei pensieri che passano per la mente di un soggetto fobico e che costituiscono una sorta di preoccupazione anticipata. Sono ragionamenti inconsci ed  irrazionali che pongono la paura al centro dell’attenzione . Anticipazioni che creano dubbio, insicurezza, difficoltà nel momento di prendere la macchina e guidarla a destinazione. Il pensiero è una nostra potente risorsa che tuttavia può diventare difficile da gestire. Nel caso della paura di guidare, i pensieri disfunzionali tendono a rendere l’esperienza minacciosa ancora prima di mettersi alla guida. Decretando così uno stato di tensione, una paura irrazionale e bloccante che in alcuni momenti può determinare addirittura attacchi di panico.

Quando la paura diventa ansia

Dottore vorrei poter guidare da solo ma ho troppa ansia; quando invece c’è qualcuno al mio fianco mi sento meglio”.

Il concetto espresso da un paziente sottolinea che se abbiamo qualcuno al nostro fianco non avvertiamo più la paura di guidare. Tuttavia il problema resta e non si risolve. Perchè se è vero che la persona di fianco a noi, con la sua sola presenza, comunica di volerci bene, al tempo stesso ci suggerisce inconsciamente che da soli non ce la possiamo fare a superare la nostra fobia. Quando ci ritroviamo da soli il nostro corpo ha una reazione fisiologica di paura che si esprime con l’ansia. Ci blocchiamo, scendiamo dalla macchina e iniziamo a pensare di non essere in grado di guidare.
La sensazione più comune è quella di perdere il controllo del nostro corpo e quindi di rischiare di fare un incidente. La respirazione diventa faticosa e l’unico desiderio è quello di non ripetere più questa esperienza.

Si può guarire dalla paura di guidare?

La risposta è affermativa, anche se è necessaria molta motivazione e buone strategie d’intervento. Le soluzioni disfunzionali sono quelle più semplici. Ad esempio evitare di mettersi al volante, oppure anche prendere delle precauzioni tipo quella di evitare le  strade che ci fanno più paura, preferendone altre. Durante i percorsi di Terapia Breve Strategica che svolgo, e che sono dedicati a questa comunissima forma di fobia, offro strategie d’intervento in grado di essere realmente d’aiuto e di servire nel momento del bisogno. Cioè proprio quando la persona si trova ad affrontare la sua paura nel momento specifico, al volante oppure anche prima di salire in auto.

Se vuoi saperne di più sulla paura di guidare e conoscere le tecniche che utilizzo durante il percorso di Terapia Breve Strategica contattami al
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Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico: leggi qui

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Tag: ansia, monofobie, panico, paura di guidare

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Ne parlo in tanti miei post, nei video e negli articoli. Ma cosa significa veramente avere un limite? Il limite può avere diversi significati e valenze. Non sempre il concetto di limite è negativo o disfunzionale. Anzi, in più di un caso può proteggerci e aiutarci nella definizione di noi stessi. Quando invece diventa appunto una sorta di punto estremo oltre il quale non riusciamo ad andare, il rischio è che possa bloccarci, creare problematiche o anche patologie psicologiche.

 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Limiti disfunzionali 

I limiti sono disfunzionali quando ci bloccano all’interno di quella che possiamo definire la nostra “area di comfort”, all’interno della quale ci sentiamo a nostro agio, magari proprio quando vorremmo poterla superare e andare oltre. Li potremmo descrivere come degli ostacoli che non permettono di raggiungere la meta sperata. Ne è un esempio il trovarsi in montagna e non riuscire più a proseguire sul sentiero perchè un albero caduto rappresenta un ostacolo che ci pare insuperabile. Oppure dover rinunciare all’idea di andare al concerto del proprio cantante preferito perchè bloccati dall’ansia.

Limiti funzionali

Il limite però può avere anche una valenza positiva, e aiutarci appunto a stabilire una linea di demarcazione, una soglia da non superare. Dal punto di vista relazionale, ad esempio, porre un limite ad un amico significa stabilire un confine relazionale che ci preserva e ci tutela. Una sorta di protezione emotiva che ci difende, mettendo in chiaro quale sia l’effettivo grado di intimità che vogliamo permettere. In questa concezione il concetto di “limite”  aiuta anche a capire e a far capire agli altri chi siamo. Una visione funzionale, utile alla persona. 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? La paura che limita

Quando il limite diventa disfunzionale iniziamo a sperimentare una condizione di difficoltà psicologica. La reazione si fa negativa: riduciamo le nostre possibilità, evitando di affrontare ciò che ci minaccia. Immaginatevi di avere paura degli spazi chiusi. Questa situazione è chiaramente limitante in maniera anche pesante. Ogni condizione in cui può esserci il rischio di trovarsi in un luogo chiuso e particolarmente stretto, la paura si scatena. Anche il lavoro può diventare un problema nel momento in cui dovesse capitare di doverlo svolgere in ambienti chiusi e stretti. In questo caso la paura diventa limitante. E se dovesse capitare che la paura si scateni anche in situazioni diverse? Il rischio a questo punto è che l’ansia si estenda a macchia d’olio, condizionando la vita della persona. 

Come uscire dai limiti?

L’esempio della paura è sicuramente forte in termini emotivi. Spesso vi sono limiti meno invalidanti che comunque riducono la qualità della nostra vita. Ad esempio evitare o ridurre al minimo le relazioni sociali, magari rimanendo chiusi in casa o davanti al computer, perchè pensiamo che gli altri ci giudichino. Oppure non riuscire a laurearsi perchè mancano pochi esami ma non riusciamo assolutamente a rimanere concentrati sullo studio. 

La motivazione

Spesso uno degli elementi importanti per superare il momento di stallo dettato dal limite, è la motivazione. Spingersi oltre il limite attraverso la nostra energia mentale e motivazionale. Ad esempio abbiamo svolto una sessione di allenamento negativa e siamo sfiduciati. La volta successiva possiamo tentare di spingerci  oltre, motivando la nostra mente ed il nostro corpo a fare meglio, evitando di auto-imporci un limite attraverso l’idea di non riuscire nel nostro sport preferito. La motivazione è uno strumento veramente potente, che spesso sottovalutiamo o non usiamo del tutto. Non è qualcosa di intangibile, ma qualcosa di assolutamente pragmatico. Un’energia mentale e fisica direzionata verso uno scopo, che ci consente proprio di superare il nostro limite. 

No Limits! Scopri il tuo valore personale

Un altro importante strumento di superamento dei nostri limiti è il conoscere e riconoscere il proprio valore personale. La consapevolezza dei nostri valori e delle nostre caratteristiche personali può fare veramente la differenza. Il 18 giugno insieme alla collega Isabella Masciulli terrò un incontro dedicato proprio alla scoperta di se stessi e dei propri punti di forza. Lo strumento che utilizzeremo è un Canva dedicato proprio ai valori personali, una sorta di mappa che guida alla scoperta di sé mediante domande e riflessioni specifiche sulla propria vita. 

Rimani collegato e continua a leggere i miei articoli per saperne di più rispetto a come riconoscere e superare i propri limiti. Se vuoi invece iniziare fin da oggi un percorso psicologico con questi stessi obiettivi contattami al 340 41.90.915. Se sei anche solo interessato all’argomento puoi iscriverti all’evento del 18 giugno cliccando in questo link.

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Tag: autostima, cambiamento, coaching strategico, valori personali

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente. Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

 

Gli aspetti mentali dell’arrampicata

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia. A questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Gli aspetti mentali dell’arrampicata. La consapevolezza

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Se vuoi saperne di più sull’importanza della mente nella performance ed in arrampicata, contattami al 3404190915 oppure fissa un appuntamento direttamente dalla mia agenda.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Come capire se si soffre di binge eating? E soprattutto in cosa si differenzia questa patologia dalla bulimia? La parola binge eating è ormai entrata a far parte del nostro vocabolario, nello specifico per identificare un disturbo del comportamento alimentare. Il binge eating è caratterizzato da un’alternanza disordinata tra periodi di astinenza e di trasgressione, che si risolvono in ricorrenti abbuffate. Chi ha questo tipo di problema trascorre giorni senza mangiare o mangiando pochissimo. Proprio tale sforzo innesca successivamente una perdita di controllo e la conseguente ingozzata. Tuttavia vedremo nel dettaglio come l’abbuffata sia solamente una parte del problema.  Soprattutto il momento precedente alla scorpacciata è strettamente connesso al binge eating

Come capire se si soffre di binge eating? Le differenze con la bulimia

Nella bulimia non ci sono veri e propri momenti di digiuno, la persona che ha problematiche bulimiche mangia con regolarità spinta da un bisogno interiore e ingurgita quantità significative di qualsiasi cibo. Il soggetto bulimico si ingozza senza alternare periodi di restrizione alimentare. Nel binge eating, invece, il problema non è circoscritto alle sole abbuffate. Nello specifico, il circolo vizioso che si instaura nel binge eating è caratterizzato da un eccesso iniziale di controllo che serve a ritardare quanto più possibile il momento dell’abbuffata. L’abbuffata segue subito dopo ed è la conseguenza di un momento di digiuno forzato. Un regime alimentare ipocalorico dettato dalla voglia di dimagrire o comunque di perdere velocemente peso. 

Come capire se si soffre di binge eating? La dieta

Spesso la dieta sembra essere l’unica soluzione per perdere peso. Spesso, purtroppo, capita anche che le persone alternino diversi percorsi di dimagrimento, senza però riuscire veramente a portarne uno a termine. Il regime alimentare è sicuramente importante nell’ambito di una dieta. Per questo motivo il consiglio tecnico che cerco di dare è quello di trovare la tipologia più adeguata di dieta in base ad un’idea dipiaceredel cibo. Insieme alla Dott.ssa Marta Stefani, esperta in Scienze dell’alimentazione, costruiamo percorsi alimentari basati proprio sul concetto di piacere collegato alla dieta. Cerchiamo cioè di calzare ogni tipologia di alimento in base alle preferenze della persone. Lasciando da parte le “grammature” e concentrandoci sul benessere del soggetto.

Nel caso del binge eating l’approccio non è semplice. L’alternanza di controllo/perdita di controllo abitua dapprima il soggetto ad assumere la  minima quantità di calorie sufficienti per non prendere peso – anzi per perderlo – e subito dopo attiva il circuito disfunzionale che lo porta a cedere alle abbuffate incontrollate. Il trattamento di questa problematica necessita quindi di un intervento psicologico a monte, per riuscire a rompere il circuito disfunzionale agendo sul meccanismo percettivo-reattivo del paziente.

Come capire se si soffre di binge eating? Ansia e depressione

Spesso il fatto di perdere il controllo nel consumo di cibo e comunque il non riuscire a perdere peso,  può innescare parallelamente degli stati emotivi di disagio anche gravi

In primo luogo può generarsi una condizione di ansia. I momenti dei pasti vengono vissuti come particolarmente negativi e ciò fa salire il livello di tensione. L’insoddisfazione aumenta, portando anche a momenti depressivi di chiusura. Dal punto di vista relazionale stare in mezzo alle altre persone viene vissuto negativamente per la paura di essere giudicati. Un circolo vizioso che dal punto di vista emotivo conduce la persona a chiudersi in se stessa, e paradossalmente a trovare nell’alternanza fra dieta restrittiva e abbuffata una modalità con cui gestire le emozioni. Ovviamente i sensi di colpa aumentano e il soggetto sviluppa oltremodo un senso di inadeguatezza. 

Terapia Breve Strategica e binge eating

Nel caso del binge eating, mediante la Terapia Breve Strategica si cerca di favorire una rottura del circolo vizioso digiuno – abbuffata, per ritrovare una forma di  benessere alimentare basato su un regime di sostentamento più sano ed equilibrato. La Terapia Breve Strategica fornisce un corretto supporto emotivo in grado di favorire il recupero psicologico del soggetto. E’ comunque necessario che dal punto di vista psicologico la persona sia pronta ad iniziare un percorso alimentare diverso e incentrato sul piacere di una alimentazione corretta.

Se vuoi saperne di più sul percorso integrato fra psicologia e nutrizionismo che svolgo in collaborazione con la Dott.ssa Marta Stefani, responsabile della Farmacia Santrovaso, contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Perché in estate aumenta l’ansia?

5 Luglio 2022

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? I disturbi del comportamento alimentare sono ormai un problema riconosciuto che affligge da anni i giovani e i non più giovani, con prevalenza dei casi – quasi il 90% – nell’ambito dell’universo femminile. La pandemia ha ulteriormente aggravato il fenomeno, che arriva oggi a coinvolgere anche ragazzi sotto i 14 anni. La didattica a distanza e le regole di lockdown hanno imposto un regime privo di scambi sociali con i coetanei e privo di attività sportive. Come risultato, i ragazzi si sono chiusi in se stessi e nei soggetti con bassa autostima la necessità di controllare l’ansia ha spesso indotto un comportamento alimentare tanto rigido quanto errato.

 

 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?

Il senso di fragilità interiore e la sensazione di impotenza nei confronti della realtà esterna sono alla base dei comportamenti anomali, che vanno dal rifiuto perentorio del cibo alle abbuffate nervose, agli episodi di vomito controllato. Anoressia, Bulimia, Binge eating, Vomiting: queste sono le forme prevalenti in cui si presenta oggi il fenomeno delle patologie alimentari. Problematiche che hanno fatto aumentare vertiginosamente le richieste di supporto psicologico, e molto spesso anche quelle di intervento sanitario. 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? L’anoressia

Il problema dei disturbi alimentari non è di facile soluzione. Esiste però un regola aurea che riguarda il ruolo della famiglia. E’ infatti essenziale che i genitori siano attenti a cogliere fin dall’inizio i sintomi di cambiamento nel regime dietetico dei propri figli. Se parliamo di Anoressia, nella maggior parte dei casi i sintomi sono facilmente equivocabili con un bisogno di rimettersi in forma. A tavola il soggetto anoressico diventa estremamente attento alle dosi, alle calorie, divide il cibo in piccole porzioni e si comporta in maniera meno partecipativa. La sua attenzione si focalizza sull’aspetto fisico, il pensiero si fa assillante, l’umore tende all’irritabilità e alla tristezza. La riduzione di peso corporeo diventa l’obiettivo primario, la ricerca della magrezza una vera e propria ossessione.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? La Bulimia

Nel caso della Bulimia, invece, il soggetto avverte il bisogno incontrollabile di mangiare in maniera smodata, di abbuffarsi di cibo per sentirsi bene, per sentirsi realizzato. L’alimentazione diviene sregolata perché nel caso del bulimico l’abbuffata costituisce una forma di vero e proprio piacere fisico. In maniera analoga all’anoressia, la bulimia costituisce un serio problema sia fisico che psicologico, i cui effetti negativi non devono essere sottostimati.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?Il binge eating

Senza entrare più di tanto nel merito, si possono citare almeno un altro paio di forme di disturbo alimentare. Il Binge eating (una sorta di evoluzione della Bulimia, nella quale il soggetto alterna periodi di forte controllo alimentare a periodi di scorpacciate) e il Vomiting (nel quale il soggetto alterna le fasi di alimentazione e di restituzione del cibo attraverso il vomito). Senza dimenticare che in molti casi i disturbi del comportamento alimentare sono accompagnati anche dall’assunzione di diuretici per facilitare il controllo della propria dieta, o da forme di autolesionismo (tagli cutanei, bruciature), quando non addirittura da idee suicide.

I social media

Un ruolo non secondario in questo contesto lo giocano anche i social media. Si è andato infatti diffondendo in maniera vertiginosa l’utilizzo di “app” sullo smartphone, dedicate al fitness e al controllo delle calorie. Su internet sono presenti e facilmente reperibili filmati in cui un influencer propone i propri metodi di allenamento. Per le ragazze e i ragazzi diventa quindi semplice confrontarsi ed imitare quelli che troppo facilmente diventano i propri modelli di riferimento. 

Il ruolo della famiglia

Ecco quindi dove, quando e perché diventa fondamentale il ruolo della famiglia. Nel corso degli incontri con i genitori di ragazze/i con disturbi dei comportamenti alimentari, pongo sempre in grande evidenza l’importanza del clima familiare. I genitori devono innanzi tutto essere attenti alle abitudini dei figli: in primis al regime alimentare, come già accennato. Ma vi sono anche altri segnali di cui tener conto. Quando ad esempio ricercano con insistenza approvazione e rassicurazione riguardo al proprio aspetto fisico. Oppure quando subito dopo i pasti spariscono regolarmente e si rifugiano in bagno. I genitori devono accuratamente evitare atteggiamenti di scarso interesse, di disinteresse o addirittura di presa in giro riguardo alla forma e al peso corporeo dei figli. L’importanza del loro contributo è fondamentale per il recupero di soggetti con problematiche di disagio alimentare. 

Il ruolo attivo della famiglia nel percorso di psicoterapia

Nei miei colloqui con i genitori chiarisco che devono innanzi tutto essere pronti a modificare i propri comportamenti nei confronti dei figli, recitando un ruolo attivo e mettendo in atto le azioni concordare con il terapeuta. Soprattutto i genitori non devono darsi troppo facilmente per vinti, i disturbi del comportamento alimentare sono una patologia resistente, non facile da attaccare. Quando non vengono affrontati adeguatamente nella fase iniziale, possono in taluni casi richiedere un trattamento sanitario ospedalizzato. Questo è uno dei motivi per cui diventa essenziale l’intervento dello specialista psicologo nel momento stesso in cui sorgono i primi dubbi in famiglia.

La terapia breve strategica

Nei confronti dei miei pazienti pongo in atto le tecniche di Terapia Breve Strategica. La psicoterapia aiuta nel coinvolgimento del soggetto, la negoziazione di un piano progressivo di azione, che ha come scopo quello di modificare lo schema con il quale egli percepisce il cibo e reagisce al bisogno di alimentarsi. La Terapia Breve Strategica offre una serie di vantaggi non trascurabili. Innanzi tutto è in grado di essere “tagliata su misura” per ogni singolo paziente, nel rispetto della sua unicità. Inoltre il trattamento ha di norma una durata relativamente breve – di solito non superiore agli 8 mesi – ed una rilevante efficacia clinica (statisticamente superiore all’80%) che assicura anche una buona stabilità nel tempo. 

Se sei interessato a ricevere maggiori informazioni contattami al 340 4190915 oppure scrivi a studio@guidodacutipsicologo.it. Se invece ritieni di voler approfondire il tema legato ai disturbi dei comportamenti alimentari puoi acquistare il mio e-book:

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, disturbi alimentari, disturbi del comportamento alimentare

Come si fa a far crescere l’autostima? Spesso nel mio studio di psicologia e psicoterapia le persone riportano di avere un basso valore di fiducia in se stessi. Come se la percezione di sé e della propria realtà si esprimesse sempre e comunque con un basso valore di autostima. In realtà queste persone non riescono a riconoscere il loro potenziale. Cioè, è  come se non riuscissero a vedere, riconoscere ed esprimere quello che è veramente il loro valore. Di conseguenza si percepiscono come poco capaci, con una scarsa fiducia in sé e nei propri mezzi. Nell’articolo di oggi propongo alcuni semplici esercizi pratici che consentono di aiutarci a riconoscere e percepire il nostro giusto livello di autostima. 

 

Come si fa a far crescere l’autostima?
Chi sei!

Nella vita di tutti i giorni in noi coesistono molte identità diverse. Siamo padri, madri, fratelli, amici, amiche e colleghi. Ognuna di queste nostre differenti identità ci descrive in maniera differente, pur essendo comunque sempre una parte di noi stessi. Riflettere in maniera profonda su chi siamo è fondamentale perchè ci permette di essere più consapevoli di noi stessi. Una ulteriore riflessione da fare è quella di capire se nelle varie sfere della nostra vita ci sentiamo più o meno soddisfatti. Se ad esempio in campo lavorativo non mi sento del tutto realizzato, questo potrebbe incidere negativamente sulla mia sfera privata. Anche quando nel complesso le cose personali stanno funzionando in maniera positiva. Scoprire in maniera consapevole chi siamo ed il nostro livello di soddisfazione in varie aree della nostra vita (lavoro, amici, famiglia, salute, …) è fondamentale per iniziare a ragionare anche sulla nostra autostima. 

Come si fa a far crescere l’autostima? Come scoprire chi siamo

Ti propongo questo esercizio. Prendi alcuni fogli di carta bianca, in cima ad ogni foglio scrivi “Chi sono” e prova a rispondere. Ad esempio, come abbiamo sottolineato nel precedente paragrafo, potresti riconoscerti in varie identità: marito, moglie, padre, imprenditore, lavoratore dipendente, manager … 

Una volta che abbiamo concluso questo primo quadro, analizziamo tutti i fogli e mettiamoli in ordine di importanza e di priorità. Qual’è l’identità che ritieni più rilevante per te? Quale viene per seconda? E così via. Adesso su ogni foglio scrivi che cosa ti entusiasma veramente di quella particolare identità. Infine verifica se fra le cose che hai scritto vi sono dei denominatori comuni e prendine nota in un foglio a parte. In questo modo avrai una mappa di quelle che sono le cose che veramente ti entusiasmano. 

Scopri il tuo valore! 

Il passaggio successivo è quello di approfondire per ognuna delle identità che abbiamo delineato, il valore che riesci ad esprimere. Ad esempio, come mamma puoi sottolineare il tuo valore di ascolto e comprensione, sia dei figli che di tuo marito. Caratteristica che esprime appieno un grande valore di te stessa e che può essere speso anche in altri contesti, non solamente in quello famigliare. Mettendo a fuoco i nostri valori importanti possiamo cercare di esprimerli in tutti gli altri contesti personali, lavorativi, sociali, ricreativi. La nostra autostima inizia a prendere una nuova forma. Spesso non ci rendiamo ben conto di chi siamo veramente, andiamo avanti inconsciamente, senza capire e senza apprezzare i nostri più profondi valori personali. 

FAI QUESTO ESERCIZIO! 

Prova a fare l’esercizio che ti ho consigliato. Inizia dal chiederti chi sei, ad elencare le cose che ti entusiasmano e ad evidenziare il valore per ogni ruolo. In questo modo avrai avviato un percorso di consapevolezza nuovo e differente, che ti guiderà anche nell’intento di aumentare la tua autostima. 

 

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Tag: autostima, coaching, coaching strategico, Pensiero efficace

Quali sono gli effetti fisici e mentali della dipendenza da questa sostanza?

Nell’articolo di oggi cercherò di approfondire le dinamiche di dipendenza ed astinenza, legate al consumo di cocaina. Il consumo di cocaina continua ad essere diffuso e preoccupante. Sono moltissimi i pazienti che si rivolgono al mio studio di psicologia e psicoterapia. Molti mi scrivono o mi chiamano per ricevere informazioni, senza però decidersi ad intraprendere un percorso. Il problema principale risiede in questa incertezza, in questa esitazione. Perchè il primo pilastro per superare la dipendenza e ritrovare il benessere e la voglia di vivere sta proprio nella motivazione personale ad uscire dal tunnel del consumo.

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? I sintomi fisici

Un consumo rilevante di cocaina può portare a sperimentare sulla propria pelle importanti sintomi fisici d’astinenza. Un desiderio incontrollato di sostanza che spinge la persona a ricercarla in tutti i modi. Il termine tecnico che descrive questa forte spinta a consumare cocaina si definisce craving. Parola ormai entrata nell’uso abituale fra i consumatori, che hanno comunque la consapevolezza di provare un desiderio incontrollabile di sostanza e non riescono (ma neppure vogliono) interrompere il consumo. Fumare cocaina comporta maggiori conseguenze da un punto di vista fisico, rispetto a sniffarla. Ciò non toglie che, dal punto di vista psicologico, in entrambi i casi la dipendenza sia fortissima. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Gli aspetti psicologici

La nostra mente, una volta che si è abituata alla presenza dello stupefacente, fatica a liberarsene. 

Sto bene quando ne faccio uso, non ho pensieri e mi sembra di condurre la mia vita serenamente”.

In molti vivono questo “autoinganno” relativamente agli effetti benefici, tuttavia illusori della sostanza. 

Consumo tutta la notte, sono arrivato a spendere 10.000 euro al mese, la mia azienda rischia il fallimento”.

Un anno fa un imprenditore spiegava con queste parole la necessità di cercare momenti di “abbuffata” e trasgressione, per sentirsi libero dalla schiavitù e dallo stress legati al lavoro. Senza forse rendersi bene conto degli evidenti rischi fisici e dei possibili contraccolpi sociali. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Il ruolo della mente

Negli esempi sopra esposti è chiaro il ruolo della sostanza. Una sorta di “compagna”, sempre presente, senza la quale sembra quasi che non riusciamo a realizzarci. Quando il consumo diventa importante, il rischio è quello di non riuscire a farne a meno, quasi come se non vi fosse via d’uscita. Il potere mentale che la sostanza esercita sulla persona è tale da rendere impossibile intravvedere possibilità differenti da quelle del consumo. Una vita normale appare impossibile. 

Come e quando iniziare un percorso di cura?

Ci sono dei momenti in cui si tocca il fondo e in questi contesti a volte al consumatore pare di scorgere un raggio di sole nella nebbia e si aggrappa a questa speranza. Molte persone quando mi chiamano sperano che esista la “bacchetta magica” per risolvere tutto in breve tempo. Invece quello che dico sempre ai miei pazienti al primo appuntamento, è che serve tantissima motivazione . Una forza di volontà che va costruita insieme; una leva psicologica fondamentale per aiutarci a non mollare il percorso, a fare tutto il possibile per uscirne. Fare tutto il possibile significa mettersi in discussione in maniera totale. Senza remore. Senza i “no”, i “ma”, ed i “se”. In altre parole: “no excuses”, cioè niente scuse o giustificazioni, per dirla all’americana. Difficile forse, ma non impossibile con il giusto supporto. 

Si può uscire dalla dipendenza da cocaina?

Credo che uscire da una dipendenza sia veramente possibile. Come appena detto ci vuole impegno costante e tanta motivazione. Ci vuole soprattutto un supporto psicologico e di psicoterapia. In alcuni casi può essere indicata una terapia farmacologica oppure anche una fase di ricovero in clinica. Quando lo ritengo necessario propongo ai miei pazienti una visita con specialisti psichiatri che possono fornire una visione anche organica al soggetto. Nello specifico, collaboro con la struttura “Parco dei Tigli” per offrire un servizio ancora più professionale e di qualità ai miei pazienti. 

Uscire da una dipendenza da cocaina è possibile. In primo luogo lavorando sull’astinenza, poi sulla motivazione e poi su cambiamenti reali nella vita della persona. 

Contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi studio@guidodacutipsicologo.it per maggiori informazioni. Se invece sei già seriamente convinto di voler uscire da una problematica di dipendenza, fissa il tuo appuntamento direttamente sulla mia agenda. 

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Tag: cocaina, craving, dipendenze

Ci sono persone che vivono l’esperienza quotidiana di guida della macchina in maniera serena, un momento a volte anche rilassante, distensivo e dedicato a se stessi.  Ci sono invece individui che appena salgono in macchina iniziano a vivere l’abitacolo come un vero e proprio incubo. Certo i motivi di tensione non mancano. Il traffico caotico, la fretta di doversi spostare per lavoro, il pensiero delle difficoltà quotidiane, i problemi di salute, e chi più ne ha più ne metta. Ma quando l’oggetto principale della paura si concentra sulla macchina, allora ci troviamo in presenza di una forma di monofobia del tutto particolare.  

I diversi livelli di gravità

Vi sono persone che non riescono neanche a salire in macchina. Altre che anche se non sono alla guida soffrono di viaggiare all’interno dell’abitacolo. Altre ancora che guidano ma soffrono, alternando pensieri negativi a sensazioni di disagio. Ovviamente il grado di sofferenza è diverso, tuttavia vi sono alcuni criteri comuni che sono trasversali e che vedremo in maniera più specifica. 

I pensieri disfunzionali

Penso sempre: e se non ci fosse una via d’uscita?” “Come potrei salvarmi in una situazione di emergenza?” “E se capitasse un incidente chi mi verrebbe ad aiutare?” 

Questi sono solo un esempio dei pensieri che passano per la mente di un soggetto fobico e che costituiscono una sorta di preoccupazione anticipata. Sono ragionamenti inconsci ed  irrazionali che pongono la paura al centro dell’attenzione . Anticipazioni che creano dubbio, insicurezza, difficoltà nel momento di prendere la macchina e guidarla a destinazione. Il pensiero è una nostra potente risorsa che tuttavia può diventare difficile da gestire. Nel caso della paura di guidare, i pensieri disfunzionali tendono a rendere l’esperienza minacciosa ancora prima di mettersi alla guida. Decretando così uno stato di tensione, una paura irrazionale e bloccante che in alcuni momenti può determinare addirittura attacchi di panico.

Quando la paura diventa ansia

Dottore vorrei poter guidare da solo ma ho troppa ansia; quando invece c’è qualcuno al mio fianco mi sento meglio”.

Il concetto espresso da un paziente sottolinea che se abbiamo qualcuno al nostro fianco non avvertiamo più la paura di guidare. Tuttavia il problema resta e non si risolve. Perchè se è vero che la persona di fianco a noi, con la sua sola presenza, comunica di volerci bene, al tempo stesso ci suggerisce inconsciamente che da soli non ce la possiamo fare a superare la nostra fobia. Quando ci ritroviamo da soli il nostro corpo ha una reazione fisiologica di paura che si esprime con l’ansia. Ci blocchiamo, scendiamo dalla macchina e iniziamo a pensare di non essere in grado di guidare.
La sensazione più comune è quella di perdere il controllo del nostro corpo e quindi di rischiare di fare un incidente. La respirazione diventa faticosa e l’unico desiderio è quello di non ripetere più questa esperienza.

Si può guarire dalla paura di guidare?

La risposta è affermativa, anche se è necessaria molta motivazione e buone strategie d’intervento. Le soluzioni disfunzionali sono quelle più semplici. Ad esempio evitare di mettersi al volante, oppure anche prendere delle precauzioni tipo quella di evitare le  strade che ci fanno più paura, preferendone altre. Durante i percorsi di Terapia Breve Strategica che svolgo, e che sono dedicati a questa comunissima forma di fobia, offro strategie d’intervento in grado di essere realmente d’aiuto e di servire nel momento del bisogno. Cioè proprio quando la persona si trova ad affrontare la sua paura nel momento specifico, al volante oppure anche prima di salire in auto.

Se vuoi saperne di più sulla paura di guidare e conoscere le tecniche che utilizzo durante il percorso di Terapia Breve Strategica contattami al
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Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico: leggi qui

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Tag: ansia, monofobie, panico, paura di guidare

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Ne parlo in tanti miei post, nei video e negli articoli. Ma cosa significa veramente avere un limite? Il limite può avere diversi significati e valenze. Non sempre il concetto di limite è negativo o disfunzionale. Anzi, in più di un caso può proteggerci e aiutarci nella definizione di noi stessi. Quando invece diventa appunto una sorta di punto estremo oltre il quale non riusciamo ad andare, il rischio è che possa bloccarci, creare problematiche o anche patologie psicologiche.

 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Limiti disfunzionali 

I limiti sono disfunzionali quando ci bloccano all’interno di quella che possiamo definire la nostra “area di comfort”, all’interno della quale ci sentiamo a nostro agio, magari proprio quando vorremmo poterla superare e andare oltre. Li potremmo descrivere come degli ostacoli che non permettono di raggiungere la meta sperata. Ne è un esempio il trovarsi in montagna e non riuscire più a proseguire sul sentiero perchè un albero caduto rappresenta un ostacolo che ci pare insuperabile. Oppure dover rinunciare all’idea di andare al concerto del proprio cantante preferito perchè bloccati dall’ansia.

Limiti funzionali

Il limite però può avere anche una valenza positiva, e aiutarci appunto a stabilire una linea di demarcazione, una soglia da non superare. Dal punto di vista relazionale, ad esempio, porre un limite ad un amico significa stabilire un confine relazionale che ci preserva e ci tutela. Una sorta di protezione emotiva che ci difende, mettendo in chiaro quale sia l’effettivo grado di intimità che vogliamo permettere. In questa concezione il concetto di “limite”  aiuta anche a capire e a far capire agli altri chi siamo. Una visione funzionale, utile alla persona. 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? La paura che limita

Quando il limite diventa disfunzionale iniziamo a sperimentare una condizione di difficoltà psicologica. La reazione si fa negativa: riduciamo le nostre possibilità, evitando di affrontare ciò che ci minaccia. Immaginatevi di avere paura degli spazi chiusi. Questa situazione è chiaramente limitante in maniera anche pesante. Ogni condizione in cui può esserci il rischio di trovarsi in un luogo chiuso e particolarmente stretto, la paura si scatena. Anche il lavoro può diventare un problema nel momento in cui dovesse capitare di doverlo svolgere in ambienti chiusi e stretti. In questo caso la paura diventa limitante. E se dovesse capitare che la paura si scateni anche in situazioni diverse? Il rischio a questo punto è che l’ansia si estenda a macchia d’olio, condizionando la vita della persona. 

Come uscire dai limiti?

L’esempio della paura è sicuramente forte in termini emotivi. Spesso vi sono limiti meno invalidanti che comunque riducono la qualità della nostra vita. Ad esempio evitare o ridurre al minimo le relazioni sociali, magari rimanendo chiusi in casa o davanti al computer, perchè pensiamo che gli altri ci giudichino. Oppure non riuscire a laurearsi perchè mancano pochi esami ma non riusciamo assolutamente a rimanere concentrati sullo studio. 

La motivazione

Spesso uno degli elementi importanti per superare il momento di stallo dettato dal limite, è la motivazione. Spingersi oltre il limite attraverso la nostra energia mentale e motivazionale. Ad esempio abbiamo svolto una sessione di allenamento negativa e siamo sfiduciati. La volta successiva possiamo tentare di spingerci  oltre, motivando la nostra mente ed il nostro corpo a fare meglio, evitando di auto-imporci un limite attraverso l’idea di non riuscire nel nostro sport preferito. La motivazione è uno strumento veramente potente, che spesso sottovalutiamo o non usiamo del tutto. Non è qualcosa di intangibile, ma qualcosa di assolutamente pragmatico. Un’energia mentale e fisica direzionata verso uno scopo, che ci consente proprio di superare il nostro limite. 

No Limits! Scopri il tuo valore personale

Un altro importante strumento di superamento dei nostri limiti è il conoscere e riconoscere il proprio valore personale. La consapevolezza dei nostri valori e delle nostre caratteristiche personali può fare veramente la differenza. Il 18 giugno insieme alla collega Isabella Masciulli terrò un incontro dedicato proprio alla scoperta di se stessi e dei propri punti di forza. Lo strumento che utilizzeremo è un Canva dedicato proprio ai valori personali, una sorta di mappa che guida alla scoperta di sé mediante domande e riflessioni specifiche sulla propria vita. 

Rimani collegato e continua a leggere i miei articoli per saperne di più rispetto a come riconoscere e superare i propri limiti. Se vuoi invece iniziare fin da oggi un percorso psicologico con questi stessi obiettivi contattami al 340 41.90.915. Se sei anche solo interessato all’argomento puoi iscriverti all’evento del 18 giugno cliccando in questo link.

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Tag: autostima, cambiamento, coaching strategico, valori personali

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente. Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

 

Gli aspetti mentali dell’arrampicata

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia. A questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Gli aspetti mentali dell’arrampicata. La consapevolezza

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Se vuoi saperne di più sull’importanza della mente nella performance ed in arrampicata, contattami al 3404190915 oppure fissa un appuntamento direttamente dalla mia agenda.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Come capire se si soffre di binge eating? E soprattutto in cosa si differenzia questa patologia dalla bulimia? La parola binge eating è ormai entrata a far parte del nostro vocabolario, nello specifico per identificare un disturbo del comportamento alimentare. Il binge eating è caratterizzato da un’alternanza disordinata tra periodi di astinenza e di trasgressione, che si risolvono in ricorrenti abbuffate. Chi ha questo tipo di problema trascorre giorni senza mangiare o mangiando pochissimo. Proprio tale sforzo innesca successivamente una perdita di controllo e la conseguente ingozzata. Tuttavia vedremo nel dettaglio come l’abbuffata sia solamente una parte del problema.  Soprattutto il momento precedente alla scorpacciata è strettamente connesso al binge eating

Come capire se si soffre di binge eating? Le differenze con la bulimia

Nella bulimia non ci sono veri e propri momenti di digiuno, la persona che ha problematiche bulimiche mangia con regolarità spinta da un bisogno interiore e ingurgita quantità significative di qualsiasi cibo. Il soggetto bulimico si ingozza senza alternare periodi di restrizione alimentare. Nel binge eating, invece, il problema non è circoscritto alle sole abbuffate. Nello specifico, il circolo vizioso che si instaura nel binge eating è caratterizzato da un eccesso iniziale di controllo che serve a ritardare quanto più possibile il momento dell’abbuffata. L’abbuffata segue subito dopo ed è la conseguenza di un momento di digiuno forzato. Un regime alimentare ipocalorico dettato dalla voglia di dimagrire o comunque di perdere velocemente peso. 

Come capire se si soffre di binge eating? La dieta

Spesso la dieta sembra essere l’unica soluzione per perdere peso. Spesso, purtroppo, capita anche che le persone alternino diversi percorsi di dimagrimento, senza però riuscire veramente a portarne uno a termine. Il regime alimentare è sicuramente importante nell’ambito di una dieta. Per questo motivo il consiglio tecnico che cerco di dare è quello di trovare la tipologia più adeguata di dieta in base ad un’idea dipiaceredel cibo. Insieme alla Dott.ssa Marta Stefani, esperta in Scienze dell’alimentazione, costruiamo percorsi alimentari basati proprio sul concetto di piacere collegato alla dieta. Cerchiamo cioè di calzare ogni tipologia di alimento in base alle preferenze della persone. Lasciando da parte le “grammature” e concentrandoci sul benessere del soggetto.

Nel caso del binge eating l’approccio non è semplice. L’alternanza di controllo/perdita di controllo abitua dapprima il soggetto ad assumere la  minima quantità di calorie sufficienti per non prendere peso – anzi per perderlo – e subito dopo attiva il circuito disfunzionale che lo porta a cedere alle abbuffate incontrollate. Il trattamento di questa problematica necessita quindi di un intervento psicologico a monte, per riuscire a rompere il circuito disfunzionale agendo sul meccanismo percettivo-reattivo del paziente.

Come capire se si soffre di binge eating? Ansia e depressione

Spesso il fatto di perdere il controllo nel consumo di cibo e comunque il non riuscire a perdere peso,  può innescare parallelamente degli stati emotivi di disagio anche gravi

In primo luogo può generarsi una condizione di ansia. I momenti dei pasti vengono vissuti come particolarmente negativi e ciò fa salire il livello di tensione. L’insoddisfazione aumenta, portando anche a momenti depressivi di chiusura. Dal punto di vista relazionale stare in mezzo alle altre persone viene vissuto negativamente per la paura di essere giudicati. Un circolo vizioso che dal punto di vista emotivo conduce la persona a chiudersi in se stessa, e paradossalmente a trovare nell’alternanza fra dieta restrittiva e abbuffata una modalità con cui gestire le emozioni. Ovviamente i sensi di colpa aumentano e il soggetto sviluppa oltremodo un senso di inadeguatezza. 

Terapia Breve Strategica e binge eating

Nel caso del binge eating, mediante la Terapia Breve Strategica si cerca di favorire una rottura del circolo vizioso digiuno – abbuffata, per ritrovare una forma di  benessere alimentare basato su un regime di sostentamento più sano ed equilibrato. La Terapia Breve Strategica fornisce un corretto supporto emotivo in grado di favorire il recupero psicologico del soggetto. E’ comunque necessario che dal punto di vista psicologico la persona sia pronta ad iniziare un percorso alimentare diverso e incentrato sul piacere di una alimentazione corretta.

Se vuoi saperne di più sul percorso integrato fra psicologia e nutrizionismo che svolgo in collaborazione con la Dott.ssa Marta Stefani, responsabile della Farmacia Santrovaso, contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Perché in estate aumenta l’ansia?

5 Luglio 2022

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? I disturbi del comportamento alimentare sono ormai un problema riconosciuto che affligge da anni i giovani e i non più giovani, con prevalenza dei casi – quasi il 90% – nell’ambito dell’universo femminile. La pandemia ha ulteriormente aggravato il fenomeno, che arriva oggi a coinvolgere anche ragazzi sotto i 14 anni. La didattica a distanza e le regole di lockdown hanno imposto un regime privo di scambi sociali con i coetanei e privo di attività sportive. Come risultato, i ragazzi si sono chiusi in se stessi e nei soggetti con bassa autostima la necessità di controllare l’ansia ha spesso indotto un comportamento alimentare tanto rigido quanto errato.

 

 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?

Il senso di fragilità interiore e la sensazione di impotenza nei confronti della realtà esterna sono alla base dei comportamenti anomali, che vanno dal rifiuto perentorio del cibo alle abbuffate nervose, agli episodi di vomito controllato. Anoressia, Bulimia, Binge eating, Vomiting: queste sono le forme prevalenti in cui si presenta oggi il fenomeno delle patologie alimentari. Problematiche che hanno fatto aumentare vertiginosamente le richieste di supporto psicologico, e molto spesso anche quelle di intervento sanitario. 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? L’anoressia

Il problema dei disturbi alimentari non è di facile soluzione. Esiste però un regola aurea che riguarda il ruolo della famiglia. E’ infatti essenziale che i genitori siano attenti a cogliere fin dall’inizio i sintomi di cambiamento nel regime dietetico dei propri figli. Se parliamo di Anoressia, nella maggior parte dei casi i sintomi sono facilmente equivocabili con un bisogno di rimettersi in forma. A tavola il soggetto anoressico diventa estremamente attento alle dosi, alle calorie, divide il cibo in piccole porzioni e si comporta in maniera meno partecipativa. La sua attenzione si focalizza sull’aspetto fisico, il pensiero si fa assillante, l’umore tende all’irritabilità e alla tristezza. La riduzione di peso corporeo diventa l’obiettivo primario, la ricerca della magrezza una vera e propria ossessione.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? La Bulimia

Nel caso della Bulimia, invece, il soggetto avverte il bisogno incontrollabile di mangiare in maniera smodata, di abbuffarsi di cibo per sentirsi bene, per sentirsi realizzato. L’alimentazione diviene sregolata perché nel caso del bulimico l’abbuffata costituisce una forma di vero e proprio piacere fisico. In maniera analoga all’anoressia, la bulimia costituisce un serio problema sia fisico che psicologico, i cui effetti negativi non devono essere sottostimati.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?Il binge eating

Senza entrare più di tanto nel merito, si possono citare almeno un altro paio di forme di disturbo alimentare. Il Binge eating (una sorta di evoluzione della Bulimia, nella quale il soggetto alterna periodi di forte controllo alimentare a periodi di scorpacciate) e il Vomiting (nel quale il soggetto alterna le fasi di alimentazione e di restituzione del cibo attraverso il vomito). Senza dimenticare che in molti casi i disturbi del comportamento alimentare sono accompagnati anche dall’assunzione di diuretici per facilitare il controllo della propria dieta, o da forme di autolesionismo (tagli cutanei, bruciature), quando non addirittura da idee suicide.

I social media

Un ruolo non secondario in questo contesto lo giocano anche i social media. Si è andato infatti diffondendo in maniera vertiginosa l’utilizzo di “app” sullo smartphone, dedicate al fitness e al controllo delle calorie. Su internet sono presenti e facilmente reperibili filmati in cui un influencer propone i propri metodi di allenamento. Per le ragazze e i ragazzi diventa quindi semplice confrontarsi ed imitare quelli che troppo facilmente diventano i propri modelli di riferimento. 

Il ruolo della famiglia

Ecco quindi dove, quando e perché diventa fondamentale il ruolo della famiglia. Nel corso degli incontri con i genitori di ragazze/i con disturbi dei comportamenti alimentari, pongo sempre in grande evidenza l’importanza del clima familiare. I genitori devono innanzi tutto essere attenti alle abitudini dei figli: in primis al regime alimentare, come già accennato. Ma vi sono anche altri segnali di cui tener conto. Quando ad esempio ricercano con insistenza approvazione e rassicurazione riguardo al proprio aspetto fisico. Oppure quando subito dopo i pasti spariscono regolarmente e si rifugiano in bagno. I genitori devono accuratamente evitare atteggiamenti di scarso interesse, di disinteresse o addirittura di presa in giro riguardo alla forma e al peso corporeo dei figli. L’importanza del loro contributo è fondamentale per il recupero di soggetti con problematiche di disagio alimentare. 

Il ruolo attivo della famiglia nel percorso di psicoterapia

Nei miei colloqui con i genitori chiarisco che devono innanzi tutto essere pronti a modificare i propri comportamenti nei confronti dei figli, recitando un ruolo attivo e mettendo in atto le azioni concordare con il terapeuta. Soprattutto i genitori non devono darsi troppo facilmente per vinti, i disturbi del comportamento alimentare sono una patologia resistente, non facile da attaccare. Quando non vengono affrontati adeguatamente nella fase iniziale, possono in taluni casi richiedere un trattamento sanitario ospedalizzato. Questo è uno dei motivi per cui diventa essenziale l’intervento dello specialista psicologo nel momento stesso in cui sorgono i primi dubbi in famiglia.

La terapia breve strategica

Nei confronti dei miei pazienti pongo in atto le tecniche di Terapia Breve Strategica. La psicoterapia aiuta nel coinvolgimento del soggetto, la negoziazione di un piano progressivo di azione, che ha come scopo quello di modificare lo schema con il quale egli percepisce il cibo e reagisce al bisogno di alimentarsi. La Terapia Breve Strategica offre una serie di vantaggi non trascurabili. Innanzi tutto è in grado di essere “tagliata su misura” per ogni singolo paziente, nel rispetto della sua unicità. Inoltre il trattamento ha di norma una durata relativamente breve – di solito non superiore agli 8 mesi – ed una rilevante efficacia clinica (statisticamente superiore all’80%) che assicura anche una buona stabilità nel tempo. 

Se sei interessato a ricevere maggiori informazioni contattami al 340 4190915 oppure scrivi a studio@guidodacutipsicologo.it. Se invece ritieni di voler approfondire il tema legato ai disturbi dei comportamenti alimentari puoi acquistare il mio e-book:

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: anoressia, binge eating, bulimia, disturbi alimentari, disturbi del comportamento alimentare

Come si fa a far crescere l’autostima? Spesso nel mio studio di psicologia e psicoterapia le persone riportano di avere un basso valore di fiducia in se stessi. Come se la percezione di sé e della propria realtà si esprimesse sempre e comunque con un basso valore di autostima. In realtà queste persone non riescono a riconoscere il loro potenziale. Cioè, è  come se non riuscissero a vedere, riconoscere ed esprimere quello che è veramente il loro valore. Di conseguenza si percepiscono come poco capaci, con una scarsa fiducia in sé e nei propri mezzi. Nell’articolo di oggi propongo alcuni semplici esercizi pratici che consentono di aiutarci a riconoscere e percepire il nostro giusto livello di autostima. 

 

Come si fa a far crescere l’autostima?
Chi sei!

Nella vita di tutti i giorni in noi coesistono molte identità diverse. Siamo padri, madri, fratelli, amici, amiche e colleghi. Ognuna di queste nostre differenti identità ci descrive in maniera differente, pur essendo comunque sempre una parte di noi stessi. Riflettere in maniera profonda su chi siamo è fondamentale perchè ci permette di essere più consapevoli di noi stessi. Una ulteriore riflessione da fare è quella di capire se nelle varie sfere della nostra vita ci sentiamo più o meno soddisfatti. Se ad esempio in campo lavorativo non mi sento del tutto realizzato, questo potrebbe incidere negativamente sulla mia sfera privata. Anche quando nel complesso le cose personali stanno funzionando in maniera positiva. Scoprire in maniera consapevole chi siamo ed il nostro livello di soddisfazione in varie aree della nostra vita (lavoro, amici, famiglia, salute, …) è fondamentale per iniziare a ragionare anche sulla nostra autostima. 

Come si fa a far crescere l’autostima? Come scoprire chi siamo

Ti propongo questo esercizio. Prendi alcuni fogli di carta bianca, in cima ad ogni foglio scrivi “Chi sono” e prova a rispondere. Ad esempio, come abbiamo sottolineato nel precedente paragrafo, potresti riconoscerti in varie identità: marito, moglie, padre, imprenditore, lavoratore dipendente, manager … 

Una volta che abbiamo concluso questo primo quadro, analizziamo tutti i fogli e mettiamoli in ordine di importanza e di priorità. Qual’è l’identità che ritieni più rilevante per te? Quale viene per seconda? E così via. Adesso su ogni foglio scrivi che cosa ti entusiasma veramente di quella particolare identità. Infine verifica se fra le cose che hai scritto vi sono dei denominatori comuni e prendine nota in un foglio a parte. In questo modo avrai una mappa di quelle che sono le cose che veramente ti entusiasmano. 

Scopri il tuo valore! 

Il passaggio successivo è quello di approfondire per ognuna delle identità che abbiamo delineato, il valore che riesci ad esprimere. Ad esempio, come mamma puoi sottolineare il tuo valore di ascolto e comprensione, sia dei figli che di tuo marito. Caratteristica che esprime appieno un grande valore di te stessa e che può essere speso anche in altri contesti, non solamente in quello famigliare. Mettendo a fuoco i nostri valori importanti possiamo cercare di esprimerli in tutti gli altri contesti personali, lavorativi, sociali, ricreativi. La nostra autostima inizia a prendere una nuova forma. Spesso non ci rendiamo ben conto di chi siamo veramente, andiamo avanti inconsciamente, senza capire e senza apprezzare i nostri più profondi valori personali. 

FAI QUESTO ESERCIZIO! 

Prova a fare l’esercizio che ti ho consigliato. Inizia dal chiederti chi sei, ad elencare le cose che ti entusiasmano e ad evidenziare il valore per ogni ruolo. In questo modo avrai avviato un percorso di consapevolezza nuovo e differente, che ti guiderà anche nell’intento di aumentare la tua autostima. 

 

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Tag: autostima, coaching, coaching strategico, Pensiero efficace

Quali sono gli effetti fisici e mentali della dipendenza da questa sostanza?

Nell’articolo di oggi cercherò di approfondire le dinamiche di dipendenza ed astinenza, legate al consumo di cocaina. Il consumo di cocaina continua ad essere diffuso e preoccupante. Sono moltissimi i pazienti che si rivolgono al mio studio di psicologia e psicoterapia. Molti mi scrivono o mi chiamano per ricevere informazioni, senza però decidersi ad intraprendere un percorso. Il problema principale risiede in questa incertezza, in questa esitazione. Perchè il primo pilastro per superare la dipendenza e ritrovare il benessere e la voglia di vivere sta proprio nella motivazione personale ad uscire dal tunnel del consumo.

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? I sintomi fisici

Un consumo rilevante di cocaina può portare a sperimentare sulla propria pelle importanti sintomi fisici d’astinenza. Un desiderio incontrollato di sostanza che spinge la persona a ricercarla in tutti i modi. Il termine tecnico che descrive questa forte spinta a consumare cocaina si definisce craving. Parola ormai entrata nell’uso abituale fra i consumatori, che hanno comunque la consapevolezza di provare un desiderio incontrollabile di sostanza e non riescono (ma neppure vogliono) interrompere il consumo. Fumare cocaina comporta maggiori conseguenze da un punto di vista fisico, rispetto a sniffarla. Ciò non toglie che, dal punto di vista psicologico, in entrambi i casi la dipendenza sia fortissima. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Gli aspetti psicologici

La nostra mente, una volta che si è abituata alla presenza dello stupefacente, fatica a liberarsene. 

Sto bene quando ne faccio uso, non ho pensieri e mi sembra di condurre la mia vita serenamente”.

In molti vivono questo “autoinganno” relativamente agli effetti benefici, tuttavia illusori della sostanza. 

Consumo tutta la notte, sono arrivato a spendere 10.000 euro al mese, la mia azienda rischia il fallimento”.

Un anno fa un imprenditore spiegava con queste parole la necessità di cercare momenti di “abbuffata” e trasgressione, per sentirsi libero dalla schiavitù e dallo stress legati al lavoro. Senza forse rendersi bene conto degli evidenti rischi fisici e dei possibili contraccolpi sociali. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Il ruolo della mente

Negli esempi sopra esposti è chiaro il ruolo della sostanza. Una sorta di “compagna”, sempre presente, senza la quale sembra quasi che non riusciamo a realizzarci. Quando il consumo diventa importante, il rischio è quello di non riuscire a farne a meno, quasi come se non vi fosse via d’uscita. Il potere mentale che la sostanza esercita sulla persona è tale da rendere impossibile intravvedere possibilità differenti da quelle del consumo. Una vita normale appare impossibile. 

Come e quando iniziare un percorso di cura?

Ci sono dei momenti in cui si tocca il fondo e in questi contesti a volte al consumatore pare di scorgere un raggio di sole nella nebbia e si aggrappa a questa speranza. Molte persone quando mi chiamano sperano che esista la “bacchetta magica” per risolvere tutto in breve tempo. Invece quello che dico sempre ai miei pazienti al primo appuntamento, è che serve tantissima motivazione . Una forza di volontà che va costruita insieme; una leva psicologica fondamentale per aiutarci a non mollare il percorso, a fare tutto il possibile per uscirne. Fare tutto il possibile significa mettersi in discussione in maniera totale. Senza remore. Senza i “no”, i “ma”, ed i “se”. In altre parole: “no excuses”, cioè niente scuse o giustificazioni, per dirla all’americana. Difficile forse, ma non impossibile con il giusto supporto. 

Si può uscire dalla dipendenza da cocaina?

Credo che uscire da una dipendenza sia veramente possibile. Come appena detto ci vuole impegno costante e tanta motivazione. Ci vuole soprattutto un supporto psicologico e di psicoterapia. In alcuni casi può essere indicata una terapia farmacologica oppure anche una fase di ricovero in clinica. Quando lo ritengo necessario propongo ai miei pazienti una visita con specialisti psichiatri che possono fornire una visione anche organica al soggetto. Nello specifico, collaboro con la struttura “Parco dei Tigli” per offrire un servizio ancora più professionale e di qualità ai miei pazienti. 

Uscire da una dipendenza da cocaina è possibile. In primo luogo lavorando sull’astinenza, poi sulla motivazione e poi su cambiamenti reali nella vita della persona. 

Contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi studio@guidodacutipsicologo.it per maggiori informazioni. Se invece sei già seriamente convinto di voler uscire da una problematica di dipendenza, fissa il tuo appuntamento direttamente sulla mia agenda. 

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Tag: cocaina, craving, dipendenze

Ci sono persone che vivono l’esperienza quotidiana di guida della macchina in maniera serena, un momento a volte anche rilassante, distensivo e dedicato a se stessi.  Ci sono invece individui che appena salgono in macchina iniziano a vivere l’abitacolo come un vero e proprio incubo. Certo i motivi di tensione non mancano. Il traffico caotico, la fretta di doversi spostare per lavoro, il pensiero delle difficoltà quotidiane, i problemi di salute, e chi più ne ha più ne metta. Ma quando l’oggetto principale della paura si concentra sulla macchina, allora ci troviamo in presenza di una forma di monofobia del tutto particolare.  

I diversi livelli di gravità

Vi sono persone che non riescono neanche a salire in macchina. Altre che anche se non sono alla guida soffrono di viaggiare all’interno dell’abitacolo. Altre ancora che guidano ma soffrono, alternando pensieri negativi a sensazioni di disagio. Ovviamente il grado di sofferenza è diverso, tuttavia vi sono alcuni criteri comuni che sono trasversali e che vedremo in maniera più specifica. 

I pensieri disfunzionali

Penso sempre: e se non ci fosse una via d’uscita?” “Come potrei salvarmi in una situazione di emergenza?” “E se capitasse un incidente chi mi verrebbe ad aiutare?” 

Questi sono solo un esempio dei pensieri che passano per la mente di un soggetto fobico e che costituiscono una sorta di preoccupazione anticipata. Sono ragionamenti inconsci ed  irrazionali che pongono la paura al centro dell’attenzione . Anticipazioni che creano dubbio, insicurezza, difficoltà nel momento di prendere la macchina e guidarla a destinazione. Il pensiero è una nostra potente risorsa che tuttavia può diventare difficile da gestire. Nel caso della paura di guidare, i pensieri disfunzionali tendono a rendere l’esperienza minacciosa ancora prima di mettersi alla guida. Decretando così uno stato di tensione, una paura irrazionale e bloccante che in alcuni momenti può determinare addirittura attacchi di panico.

Quando la paura diventa ansia

Dottore vorrei poter guidare da solo ma ho troppa ansia; quando invece c’è qualcuno al mio fianco mi sento meglio”.

Il concetto espresso da un paziente sottolinea che se abbiamo qualcuno al nostro fianco non avvertiamo più la paura di guidare. Tuttavia il problema resta e non si risolve. Perchè se è vero che la persona di fianco a noi, con la sua sola presenza, comunica di volerci bene, al tempo stesso ci suggerisce inconsciamente che da soli non ce la possiamo fare a superare la nostra fobia. Quando ci ritroviamo da soli il nostro corpo ha una reazione fisiologica di paura che si esprime con l’ansia. Ci blocchiamo, scendiamo dalla macchina e iniziamo a pensare di non essere in grado di guidare.
La sensazione più comune è quella di perdere il controllo del nostro corpo e quindi di rischiare di fare un incidente. La respirazione diventa faticosa e l’unico desiderio è quello di non ripetere più questa esperienza.

Si può guarire dalla paura di guidare?

La risposta è affermativa, anche se è necessaria molta motivazione e buone strategie d’intervento. Le soluzioni disfunzionali sono quelle più semplici. Ad esempio evitare di mettersi al volante, oppure anche prendere delle precauzioni tipo quella di evitare le  strade che ci fanno più paura, preferendone altre. Durante i percorsi di Terapia Breve Strategica che svolgo, e che sono dedicati a questa comunissima forma di fobia, offro strategie d’intervento in grado di essere realmente d’aiuto e di servire nel momento del bisogno. Cioè proprio quando la persona si trova ad affrontare la sua paura nel momento specifico, al volante oppure anche prima di salire in auto.

Se vuoi saperne di più sulla paura di guidare e conoscere le tecniche che utilizzo durante il percorso di Terapia Breve Strategica contattami al
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Una breve guida sulle diverse patologie fobiche e sulle strategie per superare ansia e panico: leggi qui

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Tag: ansia, monofobie, panico, paura di guidare

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Ne parlo in tanti miei post, nei video e negli articoli. Ma cosa significa veramente avere un limite? Il limite può avere diversi significati e valenze. Non sempre il concetto di limite è negativo o disfunzionale. Anzi, in più di un caso può proteggerci e aiutarci nella definizione di noi stessi. Quando invece diventa appunto una sorta di punto estremo oltre il quale non riusciamo ad andare, il rischio è che possa bloccarci, creare problematiche o anche patologie psicologiche.

 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? Limiti disfunzionali 

I limiti sono disfunzionali quando ci bloccano all’interno di quella che possiamo definire la nostra “area di comfort”, all’interno della quale ci sentiamo a nostro agio, magari proprio quando vorremmo poterla superare e andare oltre. Li potremmo descrivere come degli ostacoli che non permettono di raggiungere la meta sperata. Ne è un esempio il trovarsi in montagna e non riuscire più a proseguire sul sentiero perchè un albero caduto rappresenta un ostacolo che ci pare insuperabile. Oppure dover rinunciare all’idea di andare al concerto del proprio cantante preferito perchè bloccati dall’ansia.

Limiti funzionali

Il limite però può avere anche una valenza positiva, e aiutarci appunto a stabilire una linea di demarcazione, una soglia da non superare. Dal punto di vista relazionale, ad esempio, porre un limite ad un amico significa stabilire un confine relazionale che ci preserva e ci tutela. Una sorta di protezione emotiva che ci difende, mettendo in chiaro quale sia l’effettivo grado di intimità che vogliamo permettere. In questa concezione il concetto di “limite”  aiuta anche a capire e a far capire agli altri chi siamo. Una visione funzionale, utile alla persona. 

Che cosa vuol dire avere dei limiti? La paura che limita

Quando il limite diventa disfunzionale iniziamo a sperimentare una condizione di difficoltà psicologica. La reazione si fa negativa: riduciamo le nostre possibilità, evitando di affrontare ciò che ci minaccia. Immaginatevi di avere paura degli spazi chiusi. Questa situazione è chiaramente limitante in maniera anche pesante. Ogni condizione in cui può esserci il rischio di trovarsi in un luogo chiuso e particolarmente stretto, la paura si scatena. Anche il lavoro può diventare un problema nel momento in cui dovesse capitare di doverlo svolgere in ambienti chiusi e stretti. In questo caso la paura diventa limitante. E se dovesse capitare che la paura si scateni anche in situazioni diverse? Il rischio a questo punto è che l’ansia si estenda a macchia d’olio, condizionando la vita della persona. 

Come uscire dai limiti?

L’esempio della paura è sicuramente forte in termini emotivi. Spesso vi sono limiti meno invalidanti che comunque riducono la qualità della nostra vita. Ad esempio evitare o ridurre al minimo le relazioni sociali, magari rimanendo chiusi in casa o davanti al computer, perchè pensiamo che gli altri ci giudichino. Oppure non riuscire a laurearsi perchè mancano pochi esami ma non riusciamo assolutamente a rimanere concentrati sullo studio. 

La motivazione

Spesso uno degli elementi importanti per superare il momento di stallo dettato dal limite, è la motivazione. Spingersi oltre il limite attraverso la nostra energia mentale e motivazionale. Ad esempio abbiamo svolto una sessione di allenamento negativa e siamo sfiduciati. La volta successiva possiamo tentare di spingerci  oltre, motivando la nostra mente ed il nostro corpo a fare meglio, evitando di auto-imporci un limite attraverso l’idea di non riuscire nel nostro sport preferito. La motivazione è uno strumento veramente potente, che spesso sottovalutiamo o non usiamo del tutto. Non è qualcosa di intangibile, ma qualcosa di assolutamente pragmatico. Un’energia mentale e fisica direzionata verso uno scopo, che ci consente proprio di superare il nostro limite. 

No Limits! Scopri il tuo valore personale

Un altro importante strumento di superamento dei nostri limiti è il conoscere e riconoscere il proprio valore personale. La consapevolezza dei nostri valori e delle nostre caratteristiche personali può fare veramente la differenza. Il 18 giugno insieme alla collega Isabella Masciulli terrò un incontro dedicato proprio alla scoperta di se stessi e dei propri punti di forza. Lo strumento che utilizzeremo è un Canva dedicato proprio ai valori personali, una sorta di mappa che guida alla scoperta di sé mediante domande e riflessioni specifiche sulla propria vita. 

Rimani collegato e continua a leggere i miei articoli per saperne di più rispetto a come riconoscere e superare i propri limiti. Se vuoi invece iniziare fin da oggi un percorso psicologico con questi stessi obiettivi contattami al 340 41.90.915. Se sei anche solo interessato all’argomento puoi iscriverti all’evento del 18 giugno cliccando in questo link.

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Tag: autostima, cambiamento, coaching strategico, valori personali

L’articolo di oggi mira a porre in primo piano gli aspetti mentali dell’arrampicata, uno sport fisico, molto tecnico, che però richiede anche una grande consapevolezza mentale. Solo la massima concentrazione permette di rendere il gesto tecnico veramente efficace, in parete non c’è spazio per l’improvvisazione, l’arrampicata è come una danza: una sintesi di armonia fra corpo e mente. Approfondiremo i processi mentali che stanno dietro l’arrampicata, cercando di porre l’attenzione sull’importanza di trasformare i limiti in risorse, per capire come sia possibile sfruttare tutte le nostre potenzialità.

 

Gli aspetti mentali dell’arrampicata

Il concetto di consapevolezza fa riflettere sulle nostre modalità di costruzione della realtà. Ognuno di noi utilizza automaticamente i propri sensi per costruire un’immagine della realtà che lo circonda. La percezione della realtà che ci arriva dai sensi genera a sua volta uno stato emotivo che ci permette di reagire alla realtà a seconda proprio di come essa viene percepita. In parete può capitare di trovarsi a dieci metri dal suolo e di non riuscire a trovare una soluzione per continuare a salire. Può accadere di reagire istintivamente a questa situazione con un’emozione di rabbia. A questo punto ci capiterà di avere la mente annebbiata, i nostri muscoli si irrigidiranno e troveremo difficoltà a ragionare con lucidità. La consapevolezza è dunque determinata dal nostro sistema percettivo – reattivo, ovvero dalle modalità con le quali percepiamo la realtà e il comportamento che ne consegue.

Gli aspetti mentali dell’arrampicata. La consapevolezza

Il modo con il quale percepiamo la realtà ci porta a toccare con mano i nostri limiti. Affrontare l’arrampicata, e dunque la roccia, mette a nudo le nostre preoccupazioni, le nostre paure e appunto i nostri limiti. Emergono le caratteristiche personali di ognuno di noi, alcuni aspetti anche profondi della nostra personalità, che magari nella vita di tutti i giorni risultano più nascosti e controllati. E’ quasi un percorso di maggiore comprensione di se stessi, una scoperta di sé e delle caratteristiche peculiari della propria personalità. Molti scalatori sanno bene che quando non c’è la giusta concentrazione è più difficile rendere efficace il gesto tecnico. Lavorare costantemente sui propri limiti riproponendoli come risorse è essenziale per poter trovare un movimento di arrampicata fluido ed efficace.

Trasformare i limiti in risorse

Riuscire a pensare in maniera veloce, ponendosi anche dei dubbi e degli obiettivi continui a breve termine ci permette di crescere e migliorare nelle scelte e nel percorso di arrampicata. 

Tuttavia il pensiero da risorsa può trasformarsi in un limite. L’eccessiva insistenza di domande e dubbi può generare una vera e propria ossessione, un blocco. La parete a questo punto diventa un ostacolo e la mente ne esalta le caratteristiche negative. 

Solo lavorando sul pensiero, riportandolo ad essere una risorsa, possiamo riuscire a tornare al gesto tecnico con efficacia. In questo caso specifico la contromossa potrebbe essere apparentemente semplice ma di difficile applicazione: interrompere il circuito domanda/risposta istintiva, per non tornare ad alimentare un dubbio che è fine a se stesso e che blocca la prestazione sportiva. Per bloccare tale circuito la cosa fondamentale è iniziare a non rispondere al dubbio, solo in questo modo la domanda perde veramente d’importanza e riusciamo a trovare le soluzioni efficaci di fronte alla parete.

L’arrampicata ci aiuta a conoscere noi stessi in maniera più profonda, favorendo una riflessione sulle nostre modalità di percezione e reazione della realtà. Solo imparando a conoscerci diversamente, ad essere flessibili, accettando la possibilità di modificare i nostri schemi di pensiero e comportamentali, possiamo realmente trasformare i nostri limiti in risorse.

Se vuoi saperne di più sull’importanza della mente nella performance ed in arrampicata, contattami al 3404190915 oppure fissa un appuntamento direttamente dalla mia agenda.

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Tag: arrampicata, climb, sport

Come capire se si soffre di binge eating? E soprattutto in cosa si differenzia questa patologia dalla bulimia? La parola binge eating è ormai entrata a far parte del nostro vocabolario, nello specifico per identificare un disturbo del comportamento alimentare. Il binge eating è caratterizzato da un’alternanza disordinata tra periodi di astinenza e di trasgressione, che si risolvono in ricorrenti abbuffate. Chi ha questo tipo di problema trascorre giorni senza mangiare o mangiando pochissimo. Proprio tale sforzo innesca successivamente una perdita di controllo e la conseguente ingozzata. Tuttavia vedremo nel dettaglio come l’abbuffata sia solamente una parte del problema.  Soprattutto il momento precedente alla scorpacciata è strettamente connesso al binge eating

Come capire se si soffre di binge eating? Le differenze con la bulimia

Nella bulimia non ci sono veri e propri momenti di digiuno, la persona che ha problematiche bulimiche mangia con regolarità spinta da un bisogno interiore e ingurgita quantità significative di qualsiasi cibo. Il soggetto bulimico si ingozza senza alternare periodi di restrizione alimentare. Nel binge eating, invece, il problema non è circoscritto alle sole abbuffate. Nello specifico, il circolo vizioso che si instaura nel binge eating è caratterizzato da un eccesso iniziale di controllo che serve a ritardare quanto più possibile il momento dell’abbuffata. L’abbuffata segue subito dopo ed è la conseguenza di un momento di digiuno forzato. Un regime alimentare ipocalorico dettato dalla voglia di dimagrire o comunque di perdere velocemente peso. 

Come capire se si soffre di binge eating? La dieta

Spesso la dieta sembra essere l’unica soluzione per perdere peso. Spesso, purtroppo, capita anche che le persone alternino diversi percorsi di dimagrimento, senza però riuscire veramente a portarne uno a termine. Il regime alimentare è sicuramente importante nell’ambito di una dieta. Per questo motivo il consiglio tecnico che cerco di dare è quello di trovare la tipologia più adeguata di dieta in base ad un’idea dipiaceredel cibo. Insieme alla Dott.ssa Marta Stefani, esperta in Scienze dell’alimentazione, costruiamo percorsi alimentari basati proprio sul concetto di piacere collegato alla dieta. Cerchiamo cioè di calzare ogni tipologia di alimento in base alle preferenze della persone. Lasciando da parte le “grammature” e concentrandoci sul benessere del soggetto.

Nel caso del binge eating l’approccio non è semplice. L’alternanza di controllo/perdita di controllo abitua dapprima il soggetto ad assumere la  minima quantità di calorie sufficienti per non prendere peso – anzi per perderlo – e subito dopo attiva il circuito disfunzionale che lo porta a cedere alle abbuffate incontrollate. Il trattamento di questa problematica necessita quindi di un intervento psicologico a monte, per riuscire a rompere il circuito disfunzionale agendo sul meccanismo percettivo-reattivo del paziente.

Come capire se si soffre di binge eating? Ansia e depressione

Spesso il fatto di perdere il controllo nel consumo di cibo e comunque il non riuscire a perdere peso,  può innescare parallelamente degli stati emotivi di disagio anche gravi

In primo luogo può generarsi una condizione di ansia. I momenti dei pasti vengono vissuti come particolarmente negativi e ciò fa salire il livello di tensione. L’insoddisfazione aumenta, portando anche a momenti depressivi di chiusura. Dal punto di vista relazionale stare in mezzo alle altre persone viene vissuto negativamente per la paura di essere giudicati. Un circolo vizioso che dal punto di vista emotivo conduce la persona a chiudersi in se stessa, e paradossalmente a trovare nell’alternanza fra dieta restrittiva e abbuffata una modalità con cui gestire le emozioni. Ovviamente i sensi di colpa aumentano e il soggetto sviluppa oltremodo un senso di inadeguatezza. 

Terapia Breve Strategica e binge eating

Nel caso del binge eating, mediante la Terapia Breve Strategica si cerca di favorire una rottura del circolo vizioso digiuno – abbuffata, per ritrovare una forma di  benessere alimentare basato su un regime di sostentamento più sano ed equilibrato. La Terapia Breve Strategica fornisce un corretto supporto emotivo in grado di favorire il recupero psicologico del soggetto. E’ comunque necessario che dal punto di vista psicologico la persona sia pronta ad iniziare un percorso alimentare diverso e incentrato sul piacere di una alimentazione corretta.

Se vuoi saperne di più sul percorso integrato fra psicologia e nutrizionismo che svolgo in collaborazione con la Dott.ssa Marta Stefani, responsabile della Farmacia Santrovaso, contattami al 340 41.90.915 oppure scrivimi a: studio@guidodacutipsicologo.it

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Una guida sui disturbi del comportamento alimentare e su come la terapia breve strategica favorisce un nuovo benessere alimentare

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Tag: binge eating, bulimia, disturbi del comportamento alimentare, Terapia Breve Strategica

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Perché in estate aumenta l’ansia?

5 Luglio 2022

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? I disturbi del comportamento alimentare sono ormai un problema riconosciuto che affligge da anni i giovani e i non più giovani, con prevalenza dei casi – quasi il 90% – nell’ambito dell’universo femminile. La pandemia ha ulteriormente aggravato il fenomeno, che arriva oggi a coinvolgere anche ragazzi sotto i 14 anni. La didattica a distanza e le regole di lockdown hanno imposto un regime privo di scambi sociali con i coetanei e privo di attività sportive. Come risultato, i ragazzi si sono chiusi in se stessi e nei soggetti con bassa autostima la necessità di controllare l’ansia ha spesso indotto un comportamento alimentare tanto rigido quanto errato.

 

 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?

Il senso di fragilità interiore e la sensazione di impotenza nei confronti della realtà esterna sono alla base dei comportamenti anomali, che vanno dal rifiuto perentorio del cibo alle abbuffate nervose, agli episodi di vomito controllato. Anoressia, Bulimia, Binge eating, Vomiting: queste sono le forme prevalenti in cui si presenta oggi il fenomeno delle patologie alimentari. Problematiche che hanno fatto aumentare vertiginosamente le richieste di supporto psicologico, e molto spesso anche quelle di intervento sanitario. 

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? L’anoressia

Il problema dei disturbi alimentari non è di facile soluzione. Esiste però un regola aurea che riguarda il ruolo della famiglia. E’ infatti essenziale che i genitori siano attenti a cogliere fin dall’inizio i sintomi di cambiamento nel regime dietetico dei propri figli. Se parliamo di Anoressia, nella maggior parte dei casi i sintomi sono facilmente equivocabili con un bisogno di rimettersi in forma. A tavola il soggetto anoressico diventa estremamente attento alle dosi, alle calorie, divide il cibo in piccole porzioni e si comporta in maniera meno partecipativa. La sua attenzione si focalizza sull’aspetto fisico, il pensiero si fa assillante, l’umore tende all’irritabilità e alla tristezza. La riduzione di peso corporeo diventa l’obiettivo primario, la ricerca della magrezza una vera e propria ossessione.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare? La Bulimia

Nel caso della Bulimia, invece, il soggetto avverte il bisogno incontrollabile di mangiare in maniera smodata, di abbuffarsi di cibo per sentirsi bene, per sentirsi realizzato. L’alimentazione diviene sregolata perché nel caso del bulimico l’abbuffata costituisce una forma di vero e proprio piacere fisico. In maniera analoga all’anoressia, la bulimia costituisce un serio problema sia fisico che psicologico, i cui effetti negativi non devono essere sottostimati.

Cosa si intende per disturbi del comportamento alimentare?Il binge eating

Senza entrare più di tanto nel merito, si possono citare almeno un altro paio di forme di disturbo alimentare. Il Binge eating (una sorta di evoluzione della Bulimia, nella quale il soggetto alterna periodi di forte controllo alimentare a periodi di scorpacciate) e il Vomiting (nel quale il soggetto alterna le fasi di alimentazione e di restituzione del cibo attraverso il vomito). Senza dimenticare che in molti casi i disturbi del comportamento alimentare sono accompagnati anche dall’assunzione di diuretici per facilitare il controllo della propria dieta, o da forme di autolesionismo (tagli cutanei, bruciature), quando non addirittura da idee suicide.

I social media

Un ruolo non secondario in questo contesto lo giocano anche i social media. Si è andato infatti diffondendo in maniera vertiginosa l’utilizzo di “app” sullo smartphone, dedicate al fitness e al controllo delle calorie. Su internet sono presenti e facilmente reperibili filmati in cui un influencer propone i propri metodi di allenamento. Per le ragazze e i ragazzi diventa quindi semplice confrontarsi ed imitare quelli che troppo facilmente diventano i propri modelli di riferimento. 

Il ruolo della famiglia

Ecco quindi dove, quando e perché diventa fondamentale il ruolo della famiglia. Nel corso degli incontri con i genitori di ragazze/i con disturbi dei comportamenti alimentari, pongo sempre in grande evidenza l’importanza del clima familiare. I genitori devono innanzi tutto essere attenti alle abitudini dei figli: in primis al regime alimentare, come già accennato. Ma vi sono anche altri segnali di cui tener conto. Quando ad esempio ricercano con insistenza approvazione e rassicurazione riguardo al proprio aspetto fisico. Oppure quando subito dopo i pasti spariscono regolarmente e si rifugiano in bagno. I genitori devono accuratamente evitare atteggiamenti di scarso interesse, di disinteresse o addirittura di presa in giro riguardo alla forma e al peso corporeo dei figli. L’importanza del loro contributo è fondamentale per il recupero di soggetti con problematiche di disagio alimentare. 

Il ruolo attivo della famiglia nel percorso di psicoterapia

Nei miei colloqui con i genitori chiarisco che devono innanzi tutto essere pronti a modificare i propri comportamenti nei confronti dei figli, recitando un ruolo attivo e mettendo in atto le azioni concordare con il terapeuta. Soprattutto i genitori non devono darsi troppo facilmente per vinti, i disturbi del comportamento alimentare sono una patologia resistente, non facile da attaccare. Quando non vengono affrontati adeguatamente nella fase iniziale, possono in taluni casi richiedere un trattamento sanitario ospedalizzato. Questo è uno dei motivi per cui diventa essenziale l’intervento dello specialista psicologo nel momento stesso in cui sorgono i primi dubbi in famiglia.

La terapia breve strategica

Nei confronti dei miei pazienti pongo in atto le tecniche di Terapia Breve Strategica. La psicoterapia aiuta nel coinvolgimento del soggetto, la negoziazione di un piano progressivo di azione, che ha come scopo quello di modificare lo schema con il quale egli percepisce il cibo e reagisce al bisogno di alimentarsi. La Terapia Breve Strategica offre una serie di vantaggi non trascurabili. Innanzi tutto è in grado di essere “tagliata su misura” per ogni singolo paziente, nel rispetto della sua unicità. Inoltre il trattamento ha di norma una durata relativamente breve – di solito non superiore agli 8 mesi – ed una rilevante efficacia clinica (statisticamente superiore all’80%) che assicura anche una buona stabilità nel tempo. 

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Come si fa a far crescere l’autostima? Spesso nel mio studio di psicologia e psicoterapia le persone riportano di avere un basso valore di fiducia in se stessi. Come se la percezione di sé e della propria realtà si esprimesse sempre e comunque con un basso valore di autostima. In realtà queste persone non riescono a riconoscere il loro potenziale. Cioè, è  come se non riuscissero a vedere, riconoscere ed esprimere quello che è veramente il loro valore. Di conseguenza si percepiscono come poco capaci, con una scarsa fiducia in sé e nei propri mezzi. Nell’articolo di oggi propongo alcuni semplici esercizi pratici che consentono di aiutarci a riconoscere e percepire il nostro giusto livello di autostima. 

 

Come si fa a far crescere l’autostima?
Chi sei!

Nella vita di tutti i giorni in noi coesistono molte identità diverse. Siamo padri, madri, fratelli, amici, amiche e colleghi. Ognuna di queste nostre differenti identità ci descrive in maniera differente, pur essendo comunque sempre una parte di noi stessi. Riflettere in maniera profonda su chi siamo è fondamentale perchè ci permette di essere più consapevoli di noi stessi. Una ulteriore riflessione da fare è quella di capire se nelle varie sfere della nostra vita ci sentiamo più o meno soddisfatti. Se ad esempio in campo lavorativo non mi sento del tutto realizzato, questo potrebbe incidere negativamente sulla mia sfera privata. Anche quando nel complesso le cose personali stanno funzionando in maniera positiva. Scoprire in maniera consapevole chi siamo ed il nostro livello di soddisfazione in varie aree della nostra vita (lavoro, amici, famiglia, salute, …) è fondamentale per iniziare a ragionare anche sulla nostra autostima. 

Come si fa a far crescere l’autostima? Come scoprire chi siamo

Ti propongo questo esercizio. Prendi alcuni fogli di carta bianca, in cima ad ogni foglio scrivi “Chi sono” e prova a rispondere. Ad esempio, come abbiamo sottolineato nel precedente paragrafo, potresti riconoscerti in varie identità: marito, moglie, padre, imprenditore, lavoratore dipendente, manager … 

Una volta che abbiamo concluso questo primo quadro, analizziamo tutti i fogli e mettiamoli in ordine di importanza e di priorità. Qual’è l’identità che ritieni più rilevante per te? Quale viene per seconda? E così via. Adesso su ogni foglio scrivi che cosa ti entusiasma veramente di quella particolare identità. Infine verifica se fra le cose che hai scritto vi sono dei denominatori comuni e prendine nota in un foglio a parte. In questo modo avrai una mappa di quelle che sono le cose che veramente ti entusiasmano. 

Scopri il tuo valore! 

Il passaggio successivo è quello di approfondire per ognuna delle identità che abbiamo delineato, il valore che riesci ad esprimere. Ad esempio, come mamma puoi sottolineare il tuo valore di ascolto e comprensione, sia dei figli che di tuo marito. Caratteristica che esprime appieno un grande valore di te stessa e che può essere speso anche in altri contesti, non solamente in quello famigliare. Mettendo a fuoco i nostri valori importanti possiamo cercare di esprimerli in tutti gli altri contesti personali, lavorativi, sociali, ricreativi. La nostra autostima inizia a prendere una nuova forma. Spesso non ci rendiamo ben conto di chi siamo veramente, andiamo avanti inconsciamente, senza capire e senza apprezzare i nostri più profondi valori personali. 

FAI QUESTO ESERCIZIO! 

Prova a fare l’esercizio che ti ho consigliato. Inizia dal chiederti chi sei, ad elencare le cose che ti entusiasmano e ad evidenziare il valore per ogni ruolo. In questo modo avrai avviato un percorso di consapevolezza nuovo e differente, che ti guiderà anche nell’intento di aumentare la tua autostima. 

 

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Quali sono gli effetti fisici e mentali della dipendenza da questa sostanza?

Nell’articolo di oggi cercherò di approfondire le dinamiche di dipendenza ed astinenza, legate al consumo di cocaina. Il consumo di cocaina continua ad essere diffuso e preoccupante. Sono moltissimi i pazienti che si rivolgono al mio studio di psicologia e psicoterapia. Molti mi scrivono o mi chiamano per ricevere informazioni, senza però decidersi ad intraprendere un percorso. Il problema principale risiede in questa incertezza, in questa esitazione. Perchè il primo pilastro per superare la dipendenza e ritrovare il benessere e la voglia di vivere sta proprio nella motivazione personale ad uscire dal tunnel del consumo.

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? I sintomi fisici

Un consumo rilevante di cocaina può portare a sperimentare sulla propria pelle importanti sintomi fisici d’astinenza. Un desiderio incontrollato di sostanza che spinge la persona a ricercarla in tutti i modi. Il termine tecnico che descrive questa forte spinta a consumare cocaina si definisce craving. Parola ormai entrata nell’uso abituale fra i consumatori, che hanno comunque la consapevolezza di provare un desiderio incontrollabile di sostanza e non riescono (ma neppure vogliono) interrompere il consumo. Fumare cocaina comporta maggiori conseguenze da un punto di vista fisico, rispetto a sniffarla. Ciò non toglie che, dal punto di vista psicologico, in entrambi i casi la dipendenza sia fortissima. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Gli aspetti psicologici

La nostra mente, una volta che si è abituata alla presenza dello stupefacente, fatica a liberarsene. 

Sto bene quando ne faccio uso, non ho pensieri e mi sembra di condurre la mia vita serenamente”.

In molti vivono questo “autoinganno” relativamente agli effetti benefici, tuttavia illusori della sostanza. 

Consumo tutta la notte, sono arrivato a spendere 10.000 euro al mese, la mia azienda rischia il fallimento”.

Un anno fa un imprenditore spiegava con queste parole la necessità di cercare momenti di “abbuffata” e trasgressione, per sentirsi libero dalla schiavitù e dallo stress legati al lavoro. Senza forse rendersi bene conto degli evidenti rischi fisici e dei possibili contraccolpi sociali. 

Come si manifesta l’astinenza da cocaina? Il ruolo della mente

Negli esempi sopra esposti è chiaro il ruolo della sostanza. Una sorta di “compagna”, sempre presente, senza la quale sembra quasi che non riusciamo a realizzarci. Quando il consumo diventa importante, il rischio è quello di non riuscire a farne a meno, quasi come se non vi fosse via d’uscita. Il potere mentale che la sostanza esercita sulla persona è tale da rendere impossibile intravvedere possibilità differenti da quelle del consumo. Una vita normale appare impossibile. 

Come e quando iniziare un percorso di cura?

Ci sono dei momenti in cui si tocca il fondo e in questi contesti a volte al consumatore pare di scorgere un raggio di sole nella nebbia e si aggrappa a questa speranza. Molte persone quando mi chiamano sperano che esista la “bacchetta magica” per risolvere tutto in breve tempo. Invece quello che dico sempre ai miei pazienti al primo appuntamento, è che serve tantissima motivazione . Una forza di volontà che va costruita insieme; una leva psicologica fondamentale per aiutarci a non mollare il percorso, a fare tutto il possibile per uscirne. Fare tutto il possibile significa mettersi in discussione in maniera totale. Senza remore. Senza i “no”, i “ma”, ed i “se”. In altre parole: “no excuses”, cioè niente scuse o giustificazioni, per dirla all’americana. Difficile forse, ma non impossibile con il giusto supporto. 

Si può uscire dalla dipendenza da cocaina?

Credo che uscire da una dipendenza sia veramente possibile. Come appena detto ci vuole impegno costante e tanta motivazione. Ci vuole soprattutto un supporto psicologico e di psicoterapia. In alcuni casi può essere indicata una terapia farmacologica oppure anche una fase di ricovero in clinica. Quando lo ritengo necessario propongo ai miei pazienti una visita con specialisti psichiatri che possono fornire una visione anche organica al soggetto. Nello specifico, collaboro con la struttura “Parco dei Tigli” per offrire un servizio ancora più professionale e di qualità ai miei pazienti. 

Uscire da una dipendenza da cocaina è possibile. In primo luogo lavorando sull’astinenza, poi sulla motivazione e poi su cambiamenti reali nella vita della persona. 

Contattami al 340 41.90.915 oppure scrivim