Perché mio figlio adolescente non ha voglia di fare niente?
“Non ha voglia di fare niente e non ha stimoli, non gli piace nulla”
È una frase che molti genitori utilizzano quando parlano dei propri figli adolescenti in terapia. Non ha voglia di studiare, ha abbandonato lo sport, passa ore con il telefono, rimanda quello che dovrebbe fare e, quando proviamo a spronarlo, sembra infastidirsi ancora di più. A volte il cambiamento è evidente. Fino a qualche mese prima c’erano interessi, attività e una maggiore partecipazione alla vita familiare. Poi qualcosa sembra essersi spento. Altre volte la difficoltà emerge soprattutto con l’inizio della scuola: arrivano i primi voti negativi, poche ore di studio, discussioni costanti. Di fronte a questi comportamenti è facile arrivare a una conclusione: è pigro, non si impegna, non gli interessa niente. La domanda provocatoria che voglio proporvi è la seguente:
siamo sicuri che gli adolescenti siano pigri e svogliati?
Adolescenza e mancanza di motivazione: è davvero pigrizia?
Due adolescenti che apparentemente fanno la stessa cosa possono vivere situazioni completamente differenti. Un ragazzo può rimandare lo studio semplicemente perché preferisce fare altro. Un altro può farlo perché teme di scoprire di non essere abbastanza bravo. Un altro ancora può essersi convinto che, qualsiasi cosa faccia, il risultato non sarà comunque sufficiente. L., nome di fantasia, ha sedici anni e arriva in studio accompagnato dai genitori. Negli ultimi mesi il rendimento scolastico è peggiorato. Secondo loro “non si impegna più”: passa troppo tempo al telefono, studia all’ultimo momento e sembra quasi indifferente ai brutti voti. Parlando con lui emerge però qualcosa di diverso.
L. non trova una buona ragione per studiare
- non pensa di essere pigro. Semplicemente, non riesce a trovare una buona ragione per studiare. Il latino non lo convince: non capisce perché dovrebbe dedicare ore a una materia di cui non riesce a vedere l’utilità. La matematica gli sembra difficile e richiede uno sforzo che, dal suo punto di vista, non porta a qualcosa che desidera davvero. Quando i genitori gli dicono che deve impegnarsi di più o che lo studio sarà importante per il suo futuro, quelle argomentazioni sembrano non raggiungerlo. Il punto, quindi, non è soltanto che L. non studia. L. non riesce a capire perché dovrebbe utilizzare il proprio tempo per farlo. Tra il piacere immediato di stare con gli amici, utilizzare il telefono o dedicarsi a ciò che gli interessa e un obiettivo futuro che percepisce come lontano e poco concreto, la scelta per lui sembra quasi scontata. Quello che dall’esterno può apparire come mancanza di volontà, dall’interno assume quindi un significato diverso: “non vedo una ragione sufficientemente buona per studiare”. Ed è proprio qui che la comunicazione con un adolescente diventa fondamentale. Perché continuare a spiegargli le nostre buone ragioni potrebbe non aiutarlo a costruirne una propria.
Quando parlare con un adolescente diventa uno “spiegone”
Di fronte a un figlio che sembra essersi fermato è comprensibile cercare di aiutarlo. Gli spieghiamo perché dovrebbe studiare, quanto sia importante pensare al futuro, quanto potrebbe ottenere se si impegnasse di più. l contenuto del nostro discorso può essere perfettamente ragionevole e razionale. Eppure non funziona. Spesso il problema non è che cosa stiamo dicendo, ma ciò che accade nella relazione mentre lo diciamo. Se entro nella conversazione pensando di sapere già quale sia il problema e quale debba essere la soluzione, difficilmente sto costruendo un dialogo. Sto cercando di convincere l’altro della mia verità. La conversazione si trasforma così in un confronto tra due posizioni: “Devi impegnarti di più” contro “Tanto non serve a niente”. Più cerchiamo di dimostrare che abbiamo ragione, più l’altro trova argomenti per dimostrarci il contrario.
Partire dalle sue ragioni, non dalle nostre risposte
Una possibilità differente è provare, almeno inizialmente, a entrare nel ragionamento dell’altro. È un principio che ritroviamo già nella tradizione dialettica aristotelica: per dialogare con qualcuno dobbiamo poter partire anche dalle premesse e dalle argomentazioni che l’interlocutore riconosce, non soltanto dalle nostre. Questo non significa dare ragione a nostro figlio o rinunciare al ruolo di genitore. Significa provare a comprendere come vede lui la situazione prima di spiegargli come dovrebbe vederla.
Se dice “Studiare non serve a niente”, possiamo immediatamente rispondere con dieci ragioni per cui invece serve. Oppure possiamo domandare: “Cosa ti fa pensare che non serva?” Se dice “Tanto prenderò comunque un brutto voto”, possiamo rassicurarlo dicendo che non è vero. Oppure possiamo cercare di capire: “Quando hai iniziato a pensare che, anche impegnandoti, non cambierebbe nulla?”
La differenza sembra piccola, ma cambia profondamente la relazione: da una conversazione costruita per correggere a una conversazione costruita per comprendere.
Sganciarsi dalle nostre verità per capire cosa sta accadendo
Essere genitori significa inevitabilmente avere idee, aspettative e valori. Il problema nasce quando li trasformiamo nell’unica lente attraverso cui interpretiamo ciò che sta accadendo.
“Alla sua età io studiavo.” “Se si impegnasse potrebbe farcela.” “È sempre quel telefono.”
Potrebbero essere osservazioni sensate. Ma potrebbero anche impedirci di vedere qualcos’altro. Prima di chiederci come convincere un adolescente a cambiare, può essere utile osservare la dinamica emotiva e relazionale che si è costruita intorno al problema. Più il genitore controlla, più il ragazzo si sottrae? Più cerchiamo di motivarlo, più si chiude? Ogni conversazione sulla scuola termina in una discussione? Abbiamo iniziato a parlare con nostro figlio quasi esclusivamente di ciò che non sta facendo?
A quel punto non abbiamo più soltanto un problema di motivazione. Abbiamo una relazione che, senza volerlo, può essere entrata a far parte del problema.
Prima di motivarlo, proviamo a comprenderlo
Un periodo di scarsa motivazione non indica necessariamente un problema psicologico. È però importante osservare quanto dura e quanto si estende alle diverse aree della sua vita. Se alla difficoltà scolastica si accompagnano un forte isolamento, la perdita degli interessi, cambiamenti importanti nel sonno o nell’alimentazione, una sofferenza evidente o un progressivo ritiro dalle relazioni, comportamenti antisociali, può essere utile approfondire ciò che sta accadendo. Prima di arrivare a questo punto possiamo chiederci:
“Che cosa sta cercando di dirmi attraverso questo comportamento?”
Non significa accettare qualsiasi comportamento, eliminare le regole o rinunciare ai confini necessari tra genitore e figlio. Significa costruire una relazione nella quale sia possibile comprendere prima di correggere.
Se vuoi saperne di più ed iniziare un percorso di psicoterapia per aiutare tuo figlio/a a ritrovare nuovamente la motivazione scrivimi al 3404190915 oppure fissa direttamente un appuntamento attraverso la mia agenda online.


